Esce il 23 aprile in tutti gli store digitali la compilation Dance Hit, primo progetto discografico a cura del trasformista e showman Francesco Gibilaro. 13 le tracce (più un bonus track e un bonus video) di questa raccolta dallo stile tropicale.

Sotto il nome di MrCubanito il 27enne artista siciliano è da anni trascinatore delle estati in riviera romagnola. Ma attraverso la musica e la danza è animatore di campagne significative contro l’omofobia e per i diritti civiliNe spiega il perché in quest’intervista a Gaynews.

Francesco, come nasce la compilation che sarà lanciata domani?

Nasce dalla stima e dall’amicizia che da tempo mi lega a Alain Deejay, produttore e autore del brano Muevete per il quale mi ha chiesto di fare una coreografia pronta a diventare virale sulle spiagge della Romagna e speriamo di tutta Italia.

Quanto c’è della tua vita reale in MrCubanito?

C’è tantissimo. MrCubanito è il mio lavoro principale che mai rinnegherò e a cui, anzi, sono molto grato: quello di animatore e maestro di fitness. Quindi Cubanito è passione, grinta, sorriso che aiuta e mi aiuta anche nei giorni più difficili. Posso dire che MrCubanito è il volto più forte di Francesco che ora, dopo quasi dieci anni in campo, inizia a fare un po’ anche l’allenatore o meglio: il direttore artistico, un ruolo che dalla scorsa estate mi sta dando davvero molta soddisfazioni.

Da cosa è originato il tuo impegno contro l’omofobia?

Da tanti brutti momenti vissuti in prima persona. Da tante allusioni e confusioni volutamente violente sulla mia natura, così tanto da farmi sentire isolato, braccato, solo in una città, prima San Cataldo, poi pure Caltanissetta che credo con me abbiano mostrato i loro volti peggiori. Con non poca tristezza ho raccontato che in quegli anni bui, nei quali ero giovanissimo, sono arrivato a sentire quasi la volontà di farla finita. Però poi, prima scappando di casa e poi volendo tornare a dire la mia, finalmente convinto di non essere sbagliato, ho capito che l’unica cosa da fare era lottare contro le discriminazioni perché nessuno debba più trovarsi a soffrire così.

Sono arrivato fino a confrontarmi con l’ex presidente della Regione Sicilia, Rosario Crocetta, una figura importante per la comunità Lgbt siciliana e italiana che mi ha raccontato con molta umanità la sua storia personale pure difficile e dura, spiegandomi però con semplice umanità che lottare è giusto ma non fino a farsi male. L’importante è trovare la propria strada e il luogo dove essere felici che per me da quasi cinque anni è la Romagna che mi ha adottato e mi vuole bene.

Al tempo stesso non ho più paura di tornare a San Cataldo dove oggi giro a testa alta e molte persone, credo, abbiano capito che la chiusura mentale fa male a loro e agli altri.

Credi che la tua Sicilia abbia fatto dei passi in avanti al riguardo?

La Sicilia ha mille volti. Palermo quest’anno è capitale della cultura e qualcosa vorrà pur dire, speriamo. La zona interna, i posti di provincia dal punto di vista sociale sono però tutta un’altra storia. Purtroppo continuano a regnare la bassa scolarizzazione e tanto sfruttamento anche dal punto di vista lavorativo. Si cerca il cambiamento ma non si vede la luce in fondo al tunnel e sempre più giovani, per motivi del tutto diversi dal mio, scappano. Purtroppo servirebbe più amore verso la Sicilia anzitutto da parte dei siciliani. Crederci un po’ di più.

Io, anche se per ora da lontano, spero di poter fare la mia parte perché la più grande isola italiana torni ad essere anche un posto vivibile per i gay ma pure per i tanti ragazzi etero che oggi fanno figli senza sapere quale futuro o addirittura quale presente dare loro. Lo spero anche per i miei nipotini che vivono lì come tutte le mie sorelle e i miei genitori.

Uno dei miei sogni, a questo punto, sarebbe quello di poter esprimere la mia arte a San Cataldo su un palco importante come la Fiera dell’Artigianato, del Commercio e delle Imprese. So che stanno organizzando una bella decima edizione... Speriamo davvero che questo cambiamalento di prospettiva in avanti, che ad oggi in tutta onestà pare ancora una speranza contro ogni speranza, diventi una possibilità anche per la provincia siciliana e magari, più prima che poi, anche una realtà. Gioverebbe alla Sicilia e a tutti i siciliani, soprattutto giovani, che oggi non hanno molte ragioni per le quali gioire a vivere sull’isola.

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Il suo nome è legato quasi indissolubilmente a quello di altri. Le sue parole e le sue emozioni hanno dato voce ad altre voci. La prossima canzone del cuore, che racconterà un amore, la sua nascita o la sua fine, che farà scendere una lacrima o storcere la bocca con un sorriso, quasi sicuramente l’avrà partorita lui. Vincenzo Incenzo è uno degli autori di canzoni italiane più prolifici e con le collaborazioni artistiche tra i più alti livelli. Basta fare qualche nome: Patty Pravo, Pfm, Lucio Dalla, Venditti, Zarrillo e poi Renato Zero al quale lo lega una collaborazione ormai ventennale.

Una delle sue creature più amate da un pubblico vastissimo e quanto mai eterogeneo, fenomeno più unico che raro nel nostro Paese, è il musical Romeo e Giulietta ama e cambia il mondo che continua ad andare in scena anche quest’anno, dal debutto nel 2013.

Negli anni, oltre ai fiumi di parole travasate nei testi delle canzoni, nei libri, ha collezionato molti premi ritirati con lo stesso stupore e meraviglia con cui un bambino vede per la prima volta un dolce alla vetrina di una pasticceria.

L’ultima fatica che lo vede ancora una volta al fianco di Renato Zero come co-sceneggiatore e co-regista è il film Zerovskij – solo per amore. Seduti al tavolo di un bar, sorseggiando un succo di frutta, Vincenzo Incenzo racconta il suo lavoro, i suoi progetti e tra una citazione di Dante e una riflessione su Shakespeare dice anche la sua sui diritti e la libertà di amore per le persone lgbti.

Come ti sei approcciato all’ultimo lavoro di Zero?

Tutto è cominciato in maniera molto informale. È un lavoro che aveva sedimentato nel tempo, per cui ci siamo arrivati preparati. Quando abbiamo iniziato a parlare di Zerovskij avevamo già tracciato un percorso che ci avrebbe portato a uno spettacolo che prevedesse canzoni, ma anche una ricca parte di prosa, un’orchestra, attori. L’idea era creare qualcosa in cui Renato non fosse l’unico protagonista.

Abbiamo costruito passo dopo passo la storia, partendo dall’umanizzazione dei sentimenti, e non volendo fare il remake di qualcosa abbiamo inventato una storia nuova, con dei personaggi nuovi.

Quando abbiamo pensato alla location ci è venuto subito in mente la stazione, luogo culto di qualunque partenza, arrivo, abbandono, ritrovamento, aspettativa, speranza, illusione. La stazione, per Renato che non voleva cimentarsi con una vera e propria cronistoria, era una situazione in cui tutto era compresente: le vite passavano senza bisogno di uno sviluppo narrativo, anche se alla fine c’è stato perché Renato ha iniziato a pensare a tutti i personaggi e all’asse verticale: Dio - Adamo ed Eva.

Dell’idea iniziale è rimasto un progetto ambizioso con più di 100 persone sul palco, una scena ricca, una band che si aggiunge all’orchestra con la possibilità di switchare dal classico al pop continuamente. Io ho costruito i monologhi e man mano è stato più facile perché abbiamo cominciato a concepire una storia.

Renato poi ha iniziato a far gravitare Adamo ed Eva come viaggiatori atemporali, di oggi così come quelli mitologici, in questa fantomatica stazione con i problemi attuali: le tasse da pagare, gli abusi a cui ancora la donna purtroppo è costretta a sottostare e poi ha messo anche questo figlio di nessuno, questo NN, che è un po’ il loro figlio rifiutato, una figura che rappresenta tutti gli abbandoni e le persone emarginate. Una sorta di icona che possa comprenderli e abbracciarli tutti. Infine Dio, che dice “sono un uomo mancato”, ammette i suoi errori e pensa addirittura a un secondo progetto avendo fallito il primo.

Qual è la parte che senti tua?

Nei monologhi c’è tanto del mio. Alcune parti del Tempo sono mutuate da un romanzo che ho scritto Romeo e Giulietta nel duemilaniente, dove si racconta l’omologazione, la resa senza violenza a un sistema che ci ha tolto tutto: la libertà, il tempo, la sensibilità visiva e uditiva, relegandoci a caselle di un mosaico che giostra secondo gli imperativi produttivi di questo sistema. Tutta quella parte, digerita nel romanzo, ritorna in una veste nuova.

Il fatto che Renato mi abbia dato tanta fiducia di scrivere liberamente, senza una supervisione e accettando incondizionatamente questi monologhi – forti di un rapporto che va in automatico – mi ha fatto lasciare andare parecchio. Ad esempio, con il monologo di NN con la sua eutanasia della morte, il confronto di odio-amore in una veste completamente ribaltata dove l’amore è quello sconfitto e l’odio vince, sovvertendo un cliché, un plot narrativo universale.

Più che in tante canzoni, ho avuto la possibilità di mettere me stesso.

Hai mai pensato di scrivere una canzone che parli di una storia d’amore di persone omosessuali?

Ci sono canzoni che lo hanno già fatto anche se in maniera molto filtrata, con una metafora sull’impossibilità, o meglio difficoltà, molte volte di accettare una condizione, dichiarare un amore, sentirsi legittimato a una storia d’amore così come la si vuole vivere. Uso spesso la metafora perché credo che la canzone debba operare un salto, un’astrazione dalla realtà, liricizzarla, ma mantenendo tutto il disagio e la bellezza di una condizione.

Nella canzone L’elefante e la farfalla (cantata da Michele Zarrillo, ndr) si racconta la differenza. Sentirsi prigionieri di un retaggio culturale e familiare che indirizza le scelte è una cosa che mi affascina molto raccontare, perché la vivo personalmente con situazioni familiari. Questo tema c’è ancora di più in Ama e cambia il mondo, quando si dice con parole molto precise: “Ama senza confine, ama non c’è peccato”. Secondo me quella di Romeo e Giulietta è una storia che può essere metafora di tante altre, anche di persone dello stesso sesso. In fondo è la storia di due persone che attraverso l’amore cercano il loro posto nel mondo, al di là di qualunque condizionamento, di retaggi, sovvertendo i loro codici, la loro cultura, vanno contro le loro famiglie. Quale metafora più attuale di questa? Penso che Shakespeare abbia pensato in maniera cosciente a questa possibilità e al valore aggiunto di una storia come questa. In Romeo e Giulietta i ruoli di genere vengono poi scavalcati. Giulietta è di fatto l’uomo, per quel periodo, prendendo in mano la situazione. Lei per prima va contro le regole della famiglia a costo di morire.

C’è il rischio di banalizzazione nel raccontare una storia d’amore Lgbti?

L’unica paura che ho, ogni volta che sento parlare i grandi movimenti su questo argomento, è di irretire il mondo omosessuale in una categoria economica. Il rischio è che diventino strumento di un percorso che è prima economico e poi di valore. Un pericolo che c’è ogni volta che si crea ghettizzazione. Sono poche le canzoni che ho sentito sull’argomento e hanno dato un contributo serio alla causa. Il più delle volte hanno colorito in maniera insoddisfacente un tema che non ha bisogno di essere difeso. Già nel concetto di tollerare c’è per me un insulto. È tempo di sdoganare definitivamente il punto di osservazione di chi parla, di chi ascolta altrimenti siamo sempre agli Uomini sessuali di Checco Zalone che ha avuto l’intelligenza, secondo me, in quella canzone di mettere a fuoco un modo di pensare paternalistico, della carezza, che francamente mi sembra offensivo.

Oggi c’è voglia di essere rappresentati il più possibile e nella propria “banale quotidianità”? Tu che ne pensi?

Mi chiedo: oggi gli omosessuali hanno bisogno di essere difesi? Evidentemente ancora sì, perché la libertà resta un fatto non previsto o non automatica. Io lavoro da vent’anni con persone omosessuali e non mi sono mai accorto di persone diverse da me: da Lucio Dalla a Peparini e altri ancora, tutte persone serenamente omosessuali, Arias (Alfredo Arias regista, ndr) quando abbiamo fatto Dracula, così come tanti attori che sono in Zerovskji. Mi fa piacere che ci sia questa serenità in tante persone oggi. Perché non dovrebbe essere così, insomma? Sono convinto che il bisogno di questa costante rappresentazione venga dal volersi sentire in una moltitudine, costruirsi una massa anche quando non c’è.

Chi è omosessuale dovrebbe dirlo?

Bisognerebbe vedere qual è la forma di gratifica che scatta in ognuno dopo aver fatto coming out. Io non sento la necessità di saperlo e lo dico da persona che vive "il problema", nell’accezione nobile del termine, avendo amici e parenti. Se può essere un fatto che aiuta… Penso a tante persone che conosco che non vivono bene la propria omosessualità, non l’accettano. Credo che ci debba essere la libertà di dirlo o meno, tutto qui. Se libertà ci deve essere, libertà ci sia. In tutto. Anche perché a volte non si è solo omosessuali, si è bisessuali, trisessuali e quindi è un discorso complesso. Ciascuno deve vivere come sente. Io non dichiaro di essere eterosessuale e se qualcuno pensa che sia omosessuale non mi infastidisce. Sono stato forse fortunato a vivere in una famiglia molto aperta. Mi rendo conto però che in realtà provinciali, nei paesi, ci può essere una condanna, una sorta di prevaricazione.

Nei tuoi progetti futuri c’è anche quello di scrivere per te?

Ci penso, ci sto pensando seriamente… Non è detto che non accada. Con il tempo sento sempre di più il fatto che con gli altri puoi dire tanto, ma non tutto. Ed è anche giusto. Penso alla metafora dantesca che ognuno ha il suo posto, si riempie di quello che è. Non importa che il bicchiere sia grande o piccolo, quanto sia pieno. Quindi alla fine non ce n’è uno più pieno, lo sono entrambi. Sono supergratificato di riempire grandi bicchieri come Renato Zero, Lucio Dalla, Pfm. Però sento spesso il bisogno di riempire un bicchiere più piccolo: il mio che molte volte rimane a metà.

Tra tutte le tematiche che hai scritto quale ti manca?

Credo che la canzone abbia un valore terapeutico. Anche quando parla d’amore può essere fortemente politica, sociale o viceversa. Modugno, ad esempio, ha fatto bene a questo Paese. Così Orietta Berti quando ha raccontato un’Italia rassicurante. Probabilmente utile quanto un buon amministratore, un politico. Credo che la canzone diventi sociale per necessità, anche se scrivi una canzone prettamente d’amore.

Io ho sempre cercato di scrivere in maniera trasversale: parlare d’amore con dei sottotesti, oppure di politica con delle seconde chiavi di lettura, in modo che tutto si contaminasse. L’elefante e la farfalla può essere una canzone d’amore, sociale, ma anche di guerra. L’importante è avere la capacità, come diceva Lucio Dalla, di scrivere il giornale di domani, scrivere canzoni particolari e universali. Dalla con Futura ha parlato di tutti i figli, anche quelli che non verranno mai. Con L’anno che verrà di tutti gli anni che verranno. Le grandi canzoni raccontano il presente sempre, anche fra venti – trent’anni.

Qual è la tua canzone, quella che ti rappresenta?

Forse come approccio e manifesto L’acrobata di Zarrillo, un pezzo che è andato a Sanremo. È un po’ la rilettura dell’Albatro del poeta maledetto (C. Baudelaire, ndr): la nostra condizione di sentirci vivi solo quando sogniamo e di sentire la caduta quando torniamo a terra. La necessità di stare sempre in equilibrio su qualcosa. Lucio Dalla diceva che le canzoni sono una pagina da mettere sotto i piedi per cercare di sembrare più alti. Un’illusione. Però è il soffio che ti dà l’arte, il bisogno di creare e ristabilire un equilibrio, un’armonia con un vuoto che si ha, che si è vissuto, che forse si avrà sempre. L’acrobata racconta questo grande sogno di essere migliore, il conflitto costante tra ciò che siamo e quello che vorremmo essere e il grande aiuto che ci dà l’arte quando, come l’amore, ci rende migliori. Ci mette le ali…

 

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Abbiamo intervistato Matteo Giorgi. Ci ha raccontato del Red, club Lgbt di Bologna. A lui abbiamo fatto qualche domanda per capire di più di questo luogo nel quale la bellezza ha il suo fascino, la musica il suo mistero, informazione e prevenzione alle Mst sono una parte rilevante delle serate. Dove la gente balla e si diverte e come dice lui stesso: Un luogo nel quale anche gli eterosessuali più timorosi si spogliano di se stessi e iniziano a ballare. Grazie anche a Matteo Cavalieri, marito di Matteo Giorgi per la disponibilità a questa intervista.

Matteo, un club come il Red che funzione ha in un Paese in cui si registrano ancora non pochi episodi di omotransfobia? 

Penso che le funzioni siano principalmente due. La prima, specialmente in una realtà mediamente “piccola” come Bologna, quella di creare un punto di riferimento e di aggregazione per la comunità Lgbt locale. Per molti “il sabato al Red” è una “tradizione” del fine settimana. Un appuntamento fisso dove vedere facce conosciute, amici e perché no, nemici, dove conoscere nuova gente o “quegli amori da una notte che ti ricordi per una vita”, amoreggiare, litigare, innamorarsi di nuovi brani e dei ballerini.

La seconda è per le persone eterosessuali, che ci vengono a trovare: ancora oggi in Italia, molti si avvicinano alle serate Lgbt con il classico stereotipo del “devo camminare lungo il muro sennò mi toccano”: tre ore dopo li trovi sul cubo senza maglietta che ti dicono: Non pensavo che stare qui fosse così bello. Ero pieno di pregiudizi.

Sulla base della tua pluriennale esperienza cosa trovi di positivo o di negativo nel processo di “liberazione” notturna che caratterizza un nightclub come il Red? 

Secondo me il positivo e il negativo sono due facce della stessa medaglia. Mi spiego meglio: al Red le persone hanno la possibilità di fare tutto. Hanno i più quotati dj nazionali e internazionali che li fanno ballare, ballerini bellissimi, artisti, alcool, una dark, una piscina/idromassaggio dove poter girare liberamente nudi o in costume. E centinaia di gay con te, insieme a te ogni sera. Hai tutte le possibilità di divertimento davanti. Alcuni sono in grado di gestirlo, altri esagerano per poi pentirsi il giorno dopo. La colpa è di questa società “italiota” che vive ancora dei precetti vaticani che ti fanno vivere tutto come qualcosa di sbagliato.

Un parte della collettività Lgbti trova questi luoghi poco adatti alle rivendicazioni in termini di diritti ma solo espressione di edonismo puro. È così? 

I principali detrattori del Red sono quelli del “Eh, ma io non vado in un posto con la dark”. A me strappano decisamente un sorriso. È inutile che io faccia il classico esempio dei moti Stonewall, partiti col leggendario lancio di una scarpa con tacco (nella realtà fu una bottiglia di gin) da parte dell’attivista trans Sylvia Rivera. Conosco gente che pensa che cultura sia solo la presentazione di un libro o uno spettacolo di teatro. Io, invece, ritengo che la Club Culture sia stata quella fondamentale per la crescita del movimento. Per noi rivendicare i diritti significa fare comunità, aggregazione, mettere insieme persone con cui condividere desideri e progettualità. Le campagne che facciamo per la giornata contro l’omotransfobia e la giornata mondiale per la lotta all’Aids le ideiamo tutte insieme, con i volontari, i dj, i baristi, i ballerini. Non esiste un “militante” a cui appuntare la spilla di quello bravo sul bavero e quello che passa le serate nudo sul palco così per fare.

In club come il Red il corpo ha una sua centralità. Vi prevale la voglia di guardare e di essere guardati. Si tratta secondo te d’eccesso narcisistico o di altro?

In questi quattro anni di mia storia di Red ne ho viste di tutti i colori. Uomini bellissimi con un difficilissimo rapporto con il proprio corpo, ragazzi non esattamente “bellissimi” togliersi la maglietta e correre sul palco a dimenarsi. I meandri della nostra mente sono molto complessi, che nemmeno la nostra cara Leosini riuscirebbe a capire cosa ci capita dentro. Noi, specialmente, quest’anno abbiamo lavorato su una destrutturazione di tutto questo. L’esempio più lampante è stato Heroes dove, una volta al mese, abbiamo dato il palco a ragazzi e ragazze completamente estranei al “lavoro notturno in disco”. Queste candidature spontanee hanno fatto sì che gareggiassero alle selezioni per Mister Red uomini di 45 anni che hanno battuto ragazzi di 20 o a Miss Red donne sposate e con dei figli. Il culto del “cubista” sta passando. È la vita di tutti i giorni che entra nell’associazione.

Il tema della prevenzione delle Mst è molto a cuore a voi del Red. Quali iniziative realizzate per informare al riguardo?

A parte le campagne istituzionali, di cui ti ho raccontato sopra, abbiamo una proficua collaborazione con Plus che è la prima e più importante associazione italiana di persone Lgbt sieropositive. Qualche mese fa abbiamo effettuato con loro i test rapidi in sauna. Distribuiamo gratuitamente ogni sera materiale informativo e ovviamente di prevenzione per tutti i nostri soci. Abbiamo anche vari “controllori” durante la serata che monitorano i comportamenti delle persone per accorgersi immediatamente quando “esagerano”. Questo ha fatto sì che in questi anni le situazioni “emergenziali” siano state veramente pochissime.

Abbiamo parlato delle serate al Red quali occasioni di liberazione. Quale è il luogo, invece, dove Matteo Giorgi si sente più libero?

Direi Londra. Fin da quando ci sono andato per la prima volta a studiare a 15 anni ho capito che quella città aveva qualcosa di speciale per me. Da qualche anno si è trasferito lì uno dei miei più cari amici e questo fa sì che almeno tre volte l’anno vada a trovarlo. Conosco meglio Soho di via Indipendenza a Bologna. Ho il bar dove fare colazione, quello dove prendere i migliori “dessert”, dove mangiare le lasagne quando sento nostalgia di casa. E d’estate i pomeriggi ad Hyde Park a leggere e prendere il sole sono un must…

Matteo Giorgi e Matteo Cavalieri: una vita di coppia, fatta di amore e lavoro condiviso. Ma quali spazi, se ci sono, ognuno prende per sé senza l'altro?

C’è un pensiero che mi piace usare sempre per descrivere la nostra storia: Conosco un paio di coppie che funzionano. Siamo due persone felici, che condividono tutto, dalle preoccupazioni per il conto in banca al tovagliolo a tavola, pur mantenendo le rispettive identità, amicizie, passioni. Siamo persone che vedi felici anche quando l’altro non c’è, perché risolte e piene anche nei giorni d’assenza. Persone che si amano e che ridono molto, che vivono una vita insieme continuando a tifare l’uno per la vita dell’altro. Che non si sentono monche se l’altro non c’è, ma con un braccio in più se l’altro c’è. Il resto, ossessioni, ansie, gelosie, struggimenti, sono robe che hanno a che fare con l’affanno. E l’amore felice non s’affanna.”.

Ma, alla fine, quali sono i prossimi appuntamenti da non perdere al Red prossimamente? 

Ci sono grosse novità che lanceremo da aprile: cercheremo di rendere il Red un’associazione ancora più polifunzionale dove chi vorrà potrà organizzare mostre, corsi, festeggiare compleanni e laurea con i propri amici. E poi la programmazione “classica” continuerà come al solito anche tutta estate. Intanto il 30 aprile festeggeremo il nuovo mister Red. Il 19 maggio la nostra Miss Red e, poi il 2 giugno, inaugureremo l’estivo in coincidenza dell’arrivo di Katy Perry a Bologna. In più il grande appuntamento il 23 giugno con il Bologna Pride e la quarta edizione di UNITE, il nostro celeberrimo Pride party dove vedrete quest’anno ospiti che non penserete mai di vedere al Red.

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Il 21 Febbraio è stato pubblicato su YouTube il video musicale di Figlio Perduto che, interpretato dalla cantante en travesti LaLa McCallan, è stato girato nella fiabesca cornice della Rocchetta Mattei in Grizzana Morandi (Bo). Il brano è una rivisitazione dell’Allegretto dal secondo movimento dalla 7a in La maggiore di Beethoven, Op. 92.

All’originario riarrangiamento di Michael Soltau per la soprano britannica Sarah Brighman viene oggi ad aggiungersi quello del bolognese Michele Turchi per la voce unica di LaLa McCallan. 

Come noto, il personaggio è stato creato da Daniele Pacini che, in tale veste, è stato finalista del programma Italia’s Got Talent, ospite di Das Supertalent in Germania, e recentemente co-protagonista del tour dello spettacolo Cirque Stiletto 3 nei Paesi Bassi.

Oggi torna nuovamente a parlarne a Gaynews.

Daniele Pacini e LaLa McCallan. Chi rapporto c’è tra i due a quasi 10 anni dal debutto?

Beh, prima di tutto è ed è sempre stato un rapporto a tre, [ride]. Nel senso che LaLa è l'espressione non solo mia, ma anche quella di Stuart Lindsay, che oltre a dividere il palco con lei negli spettacoli dal vivo, è anche il suo co-autore, coreografo e designer. Dico sempre che LaLa è la parte migliore di noi. Essendo un personaggio che esiste solo in scena possiamo arricchirla di tutte le nostre migliori qualità senza appesantirla con i nostri difetti. Lei è sempre elegantissima, sagace, autoironica e brillante. Noi siamo un bel po' più tranquilli...

Il tuo nuovo video ripropone Figlio perduto, tratto dall’album di Sara Brightman La Luna e ispirato a Beethoven. Perché questa scelta?

Figlio perduto è da sempre uno dei miei brani preferiti e, per coincidenza, la sua tessitura vocale mi calza a pennello. Così il musicista bolognese Michele Turchi ha potuto arrangiare la sua versione per noi senza bisogno di alterare la tonalità dell'originale. Sarah Brightman è una mia grande ispirazione con i suoi arrangiamenti che fondono pop, opera e musical. I puristi di ognuno di questi generi la criticano e, se è vero che il purismo ha un suo ruolo e un suo valore, credo che ci sia tutto lo spazio anche per l'arte che nasce invece proprio dalla contaminazione e dalla reinterpretazione dei generi. 

Con LaLa facciamo esattamente questo. LaLa stessa è nata per abbattere preconcetti e sfidare le classificazioni. Classico o moderno, pop o lirico, maschile e femminile... per LaLa conta solo ciò che è bello e autenticamente sentito. Per questo il nostro nuovo spettacolo è tutto sulla storia e sul repertorio di Mina: a suo modo anche lei affronta il suo repertorio proprio con questa filosofia.

Come mai hai deciso di puntare sulla Rocchetta Mattei per le riprese? Ha influito anche il fatto che sia la stessa location scelta da Lucarelli per Muse inquietanti?

Girare alla Rocchetta Mattei è un sogno che avevamo da anni. Da prima che fosse ristrutturata e riaperta al pubblico grazie alla Fondazione Carisbo. Il bellissimo stile eclettico e misterioso dei suoi locali, come la storia stessa del Conte Mattei, ne facevano lo scenario ideale per Figlio perduto. Siamo ancora grati al Comune di Grizzana per l'opportunità incredibile di girare in questa meraviglia, e pero che il video ispiri sempre più persone a visitarla. 

Il programma di Lucarelli è bellissimo ma sia noi che il nostro fantastico regista Fabio Fiandrini ci eravamo innamorati della Rocchetta già da molto prima.

Figlio perduto è la continuazione ideale del vostro progetto sull'Eredità di Farinelli. Qual è il legame tra questo progetto e la figura del grande cantante castrato?

La mia personale lettura della figura di Farinelli si rifà proprio a quello a cui accennavo prima: grazie al suo talento straordinario Farinelli riusciva a trascendere i limiti imposti dagli stereotipi dell'epoca. La sua voce, che non era nè propriamente maschile nè femminile, ma che si muoveva con massima agilità su entrambe le estensioni, creava un effetto spiazzante sul pubblico al punto da suscitare in alcuni effetti simili alla sindrome di Stendhal. 

Molti studi tendono a focalizzarsi su una percepita malinconia della sua figura legata alla menomazione fisica, tralasciando il fatto che questo cantante era la più grande stella del suo tempo, e che fosse ben consapevole di esserlo. A noi interessa e affascina la sua capacità di affascinare oltre i generi, tramite l'eclettismo della sua arte.

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Quattro show eccezionali, preparati da Patty Pravo per il suo pubblico, daranno il via a un folgorante ritorno dell'ex ragazza del Piper in giro per i più prestigiosi teatri italiani.

Il nome, che Patty Pravo ha scelto come prima parte del tour, è …La cambio io la vita che, celebre ritornello di E dimmi che non vuoi morire, il brano di successo che le scrisse, qualche anno fa, Vasco Rossi.

Le date della tournée di …La cambio io la vita che – Tour 2018 sono le seguenti:

15 febbraio – Montecatini, Teatro Verdi 

18 febbraio – Roma, Parco della Musica 

24 febbraio – Venezia, Gran teatro la Fenice 

6 Marzo – Milano, Teatro Nazionale.

Incontriamo Patty Pravo, in teatro, proprio durante le prove del suo nuovo attesissimo spettacolo.

Patty, si avvicina la prima delle quattro date del tuo nuovo spettacolo …La cambio io la vita che - Tour 2018: che tipo di show sarà?

Sarà uno spettacolo molto particolare, diviso in due parti. Una prima parte, in cui interpreterò alcuni classici sia del mio repertorio che di quello dell’intramontabile canzone francese con una grande orchestra. Nella seconda parte eseguirò, invece, i miei successi pop con la mia band. E poi ci saranno moltissime sorprese nella scelta dei pezzi. Si tratta di un progetto che volevo realizzare da sempre e finalmente ci sono riuscita. E mi fa piacere lavorare con una band di musicisti giovani e bravi perché i giovani vanno sostenuti.

A quale dei tuoi successi sei più affezionata?

Me lo chiedono tutti… Ma il “pezzo del cuore” cambia continuamente. Ci sono momenti in cui ti senti legata a un brano e momenti in cui ti senti legato a un altro… Non c’è una canzone a cui sono più affezionata perché io interpreto e l’interpretazione dipende anche dal momento che si vive.

Che ne pensi del Festival di Sanremo che si è appena concluso?

Questo Festival di Sanremo l’ho seguito. Ho visto la prima puntata e l’ho trovato splendido: i testi erano veramente interessanti quest’anno. Mi è sembrata un’edizione di buon livello. Magari ce ne fossero altri di Sanremo così…

E la grande sintonia con la comunità Lgbti come te la spieghi?

Il grande amore con la comunità Lgbri è naturale. Io sono cresciuta con mio zio che era amato da tutta Venezia  perché era un uomo splendido ed era omosessuale… Per il resto io credo che le persone siano davvero tutte uguali.

Ma secondo te l’Italia è un Paese “vivibile” per le persone Lgbti?

Ma dai… L’Italia è una difficoltà continua per tutti e per tutto. A prescindere dall’orientamento sessuale. Per qualsiasi persona vivere in Italia è difficile. È una pena osservare il nostro Paese distrutto.

E qual è lo stato di salute della musica italiana?

La musica italiana è indietro di vent’anni e spesso copiamo anche la musica straniera in maniera  maldestra. Purtroppo, facciamo musica che non va all’estero. Io penso che i ragazzi che partecipano a questi talent musicali sono rovinati. Perché lavorano per qualche anno, conseguono un “successino”, due “successini”, li mandano a lavorare in posti allucinanti dove non imparano nulla, credono di essere degli Dei e dopo poco si trovano nella cacca.

Infine, qualche mese fa, è uscita per Einaudi la tua prima autobiografia La cambio io la vita che…: da dove nasce il desiderio di raccontarsi?

Ma non è stato un mio desiderio. Mi sono trovata con un contratto firmato e, approfittando dell’ incidente in barca,  ho lavorato con il mio assistente. Così è nato questo libro e sono anche molto contenta perché non credevo di riuscire  a raccontare in maniera così divertente alcuni episodi della mia vita. Tra poco uscirà anche il mio nuovo lavoro discografico. A questo punto, speriamo che abbia lo stesso successo del libro!

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Sanremo 2018 è iniziato. Da ieri sera fino a sabato 10 febbraio la kermesse musicale più celebre dello stivale incollerà milioni di telespettatori - di tutte le età, estrazioni sociali e provenienze geografiche - agli schermi televisivi perché, nonostante sia sempre più criticata, snobbata e trattata con sufficienza, la verità incontrovertibile ed innegabile è solo una: Sanremo è Sanremo!

Ovviamente, il festival porta con sé, da sempre, anche considerazioni e valutazioni legittime sui cantanti selezionati e su quelli esclusi. Tra i big della canzone italiana che, a questo giro, non vedremo sul palco floreale dell’Ariston, c’è una cantante sempre molto rainbow che non ha mai nascosto un particolarissimo feeling con la comunità Lgbti: L’Aura, nome d’arte di Laura Abela.

Incontriamo L’Aura nel bel mezzo di un trasloco e, tra scatoli e scatoloni, ci dedica qualche minuto per raccontarci della sua esclusione e non solo.

L’Aura, hai trovato strana la tua esclusione dalla rosa dei big che da ieri sera si esibiscono al teatro Ariston di Sanremo?

Devo dire che non è una cosa strana. Io provo tutti gli anni ad andare a Sanremo e l’anno prossimo può darsi che si ripeta. Ma questo vale per la stragrande maggioranza dei miei colleghi. Però molti non lo dicono per paura di fare brutta figura. Ma secondo me non c’è da fare brutta figura perché queste cose dipendono da fattori imponderabili e anche da una certa dose di fortuna. Ci sono artisti, molto più noti di quelli che sono stati scelti da Baglioni, che sono rimasti a casa. Ed è normale perché le selezioni dipendono da dinamiche che non conosciamo e che non sono legate a interessi di lobby. Ma proprio a questioni televisive che, spesso, hanno poco a che fare con le nostre reali qualità artistiche.

Tra l’altro, si tratta di un festival con poche donne in gara…

Pensa, io stavo per essere selezionata perché avevo passato quasi tutti gli step e poi alla fine mi hanno escluso dicendo che c’erano troppe donne tra gli artisti selezionati. Adesso, mi rendo conto che di donne ce ne sono pochissime. Allora o i brani presentati dalle donne erano davvero brutti oppure è stato fatto un ragionamento che mi sfugge. Ma non credo che Baglioni sia misogino: non mi sembra proprio un tipo misogino. Analizzando in maniera più fredda e razionale, mi verrebbe da pensare che hanno preferito pezzi più tradizionali e hanno lasciato in gara solo pochi brani più nuovi e giovani.

Per quale big fai il tifo?

Mi piacerebbe vincesse Ermal Meta perché se lo merita ed è un bravissimo ragazzo.

A proposito del tuo feeling con la comunità Lgbti, come te lo spieghi?

Ma è chiaro: mi amano perché sono fuori di testa come me! Scherzi a parte, penso che mi amino per varie ragioni: per esempio, le mie canzoni sono adatte a narrare storie d’amore che si possono aprire a qualsiasi interpretazione di orientamento e identità. Sono canzoni queer, le mie! Poi mi è sembrato sempre evidente che, ai miei concerti, il 60% del pubblico sia Lgbti e, anche nella mia vita provata, sono sempre stata attorniata da persone lgbti.

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Me staje appennenn amò. Questo il nuovo single di Liberato, l’artista partenopeo la cui identità resta sconosciuta.

E con questo brano, il cui titolo nel gergo giovanile napoletano significa "Mi stai lasciando, amore”, si cantano amori finiti ma in un’ottica di speranza, di rinascita, di libertà. E per fare ciò il regista Francesco Lettieri, che ha realizzato il video di Me staje appennenn amò (come aveva già fatto per i precedenti singoli di Liberato da Nove maggio a Tu t’e scurdat’ ‘e me fino a Gaiola portafortuna), ha puntato sulla collettività Lgbti napoletana. Anzi, più precisamente sulle persone trans, che possono a ragione essere riguardate quale immagine e simbolo della città mediterranea.

Un video che inizia con le forte ed emozionanti dichiarazioni di Rosa Rubino, donna trasessuale che non ha mai taciuto «questa cosa qui ai miei familiari». Donna, che per vivere la propria identità di genere, ha combattuto a lungo tra enormi difficoltà. Ma riuscendo alla fine ad affermarsi. Riuscendo alla fine a non vedere più «il proprio futuro nero» come agli inizi. Riuscendo, alla soglia dei 60 anni, a diplomarsi con determinazione.

Nessuna solitudine dunque nella storyline iniziale. Perché quella di Rosa è la narrazione icastica di come l’amore sia l’unica cosa che conta, di come l’amore non conosca limiti di età, di classe e di genere.

Un inno all’amore, dunque, il suo. Un inno alla libertà e alla bellezza della vita come quello che è cantato nella storyline finale interpetrata da altre donne trans quali Barbie e Gabriella.

Giustamente Daniela Lourdes Falanga, cui si è rivolta in dicembre per consigli Francesco Lettieri, ha definito Me staje appennenn amò «una convincente e moderna allegoria della libertà e dell’amore. Quella libertà e quell'amore che non possono concretarsi se non nell’abbattimento del muro dei pregiudizi. Ecco, Rosa, Barbie, Gabriella e le altre ragazze rappresentano al vivo questo muro raso al suolo perché la libertà e l’amore possano realizzarsi».

Non resta dunque che gustare l’opera di Liberato/Lettieri, che in tre giorni ha già realizzato su YouTube oltre 500mila visualizzazioni. Un successo ottenuto anche grazie alla fattiva collaborazione di Arcigay Napoli e del suo presidente Antonello Sannino.

 

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Mirco Nese è un giovane cantautore salernitano ed è stato un protagonista inatteso del Napoli Pride 2017Infatti Mirco ha scritto e cantato per quell'occasione Fateli amare, un brano arrangiato dai compositori Dual Sound (Gianluca, Angelantonio, Alma) che ricorda la condizione delle persone omosessuali in CeceniaIl brano di Mirco ha riscosso un grande successo ed è disponibile in tutti gli store online già dal mese di luglio. Da pochi giorni, è possibile vedere anche il video.

Incontriamo Mirco Nese per sapere qualcosa in più sul suo brano.

Mirco, qual è stata la tua prima reazione quando hai appreso della persecuzione delle persone omosessuali in Cecenia?

Mentre leggevo quelle notizie, ricordo che mi ripetevo in continuazione: Non è possibile.

Pensi che canzoni come la tua possano aiutare a sensibilizzare anche i più giovani, e non solo quelli Lgbti, sul problema dell’omofobia?

Questa canzone riguarda il carcere di prigionia per gay situato ad Argun in Cecenia, ma è rivolto a tutte e tutti: i diritti umani sono diritti umani ancor prima che diritti dei gay, ogni essere vivente è sacro e non dovrebbe essere leso. Poi questa canzone più che sensibilizzare, vuole spingere chi crede nell'umanità ad imporsi perché la verità è che bisogna imporsi, prima che come gay, come esseri umani che esigono uguaglianza e parità di diritti per tutte e tutti.

Che reazioni stai raccogliendo da chi ascolta il tuo brano o vede il video di Fateli Amare?

La verità è che molti ragazzi, soprattutto quelli gay, mi hanno sconsigliato di scegliere un argomento del genere perché  sarei stato “ghettizzato” o visto come un opportunista. Io, invece, ho fatto quello che mi sentivo di fare e devo dire che in molti mi fanno complimenti per il testo e per la vocalità, alcuni anche per l'aspetto ma questo poco mi importa. La cosa che mi ha colpito però è che I complimenti me li fanno in privato e non pubblicamente, come se si vergognassero.

Comunque questa canzone l'ho sentita e l'ho scritta come dedica a chi purtroppo vive il terrore delle persecuzioni e vive sulla propria pelle l'ignoranza di chi discrimina e condanna. Con Fateli Amare mi interessa urlare il mio sdegno perché di fronte a queste tragedie mi viene da pensare che non siamo tanto lontani dall'epoca di Hitler. Infine, ho notato che quando si parla di diritti gay in Italia è come quando si  parla di politica: a chiacchiere tutti vogliono che le cose cambino, ma nei fatti pochi agiscono sul serio.

Hai partecipato al Pride di Napoli: cosa ti piace del Pride e perché, secondo te, è importante parteciparvi?

Del Pride mi piacciono molte cose. La partecipazione è certamente importantissima e io vorrei che tutti scendessero in strada durante il Pride, anche gli eterosessuali.. Poliziotti in divisa, politici, calciatori, preti e non tanto per dimostrare che esistono anche poliziotti gay, politici gay, calciatori gay e preti gay - questa cosa già la sappiamo - ma per dimostrare in mondo più consapevole e più libero l’importanza di rivendicare diritti, perché non rivendicare i diritti delle persone Lgbti, anche se sei eterosessuale, significa non riconoscere i diritti di un cugino, di un amico, di un figlio o di un nipote futuro. Significa non riconoscere i diritti di un altro essere umano.

Ti è mai capitato di essere presente (o di essere vittima) di un gesto o un'offesa omofobica?

No, non mi è mai accaduto di assistere a un gesto di omofobia. Però avendo lavorato nei bar  ho sentito spesso giudizi sgradevoli su ragazzi più effeminati o gay da parte di ragazzi che si sentivano più fieri e più “maschi” e poi mi accorgevo che erano incapaci di reggere una discussione con la loro compagna. Mentre mi è altresì successo di parlare con ragazzi  eterosessuali molto gay-friendly, che appoggiavano la rivendicazione di diritti da parte delle persone Lgbti, e la loro umanità e la loro intelligenza mi è sempre sembrata molto più “forte”, più “maschia”.

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