Qualche giorno fa è accaduto un episodio di bullismo omofobico presso l’azienda sanitaria Cotugno di Napoli. Protagonisti un medico chirurgo e un giovane omosessuale, socio del locale comitato d’Arcigay.

Durante una visita di controllo finalizzata alla valutazione del decorso post-operatorio del militante Lgbti, il medico avrebbe prima ironizzato volgarmente sull'utilità dei genitali del socio Arcigay. Poi, alterandosi e sospendendo bruscamente la visita, si sarebbe rifiutato di rispondere a domande sull’eventuale ripresa delle attività sessuali del paziente, definendo l'omosessualità una patologia.

Avendo il Cotugno attivato da tempo un protocollo di collaborazione sulle malattie sessualmente trasmissibile proprio con Arcigay Napoli, il presidente Antonello Sannino ha inviato al direttore sanitario una formale richiesta di chiarimenti.

Ma per comprendere meglio quanto accaduto, raccogliamo la testimonianza del giovane socio Arcigay che, per opportune ragioni di privacy, ha preferito non rivelare la sua identità. 

Dunque, raccontaci come si è svolto l'incontro con il chirurgo...

Dopo le festività natalizie, mi sono recato nell'ambulatorio di chirurgia dell'ospedale Cotugno di Napoli per sottopormi a un controllo necessario, essendo stato operato il 7 dicembre scorso di fistola perianale. Dopo la rimozione del punto di sutura, chiedo al medico notizie circa un lipoma, già diagnosticatomi, che dalla natica destra arriva fino ai testicoli. Il chirurgo, dopo aver palpeggiato la zona interessata, mi spiega che non è un intervento semplice ma che ritiene di essere in grado di eseguirlo. A questo punto gli ho espresso il timore che l'intervento potesse comportare rischi per i miei organi genitali. Lui allora, ironizzando, ha detto che tanto io non so cosa farmene dei testicoli. Ovviamente, gli ho chiarito che - al contrario di quanto supponesse - il piacere sessuale mi interessa e dunque mi sta a cuore l'uso dei genitali. 

E poi?

Ho subito notato che si è leggermente incupito. Poi ha preso un foglio per la prenotazione dell'operazione di asportazione del lipoma. Mentre compila il foglio per la prenotazione, io ne approfitto per chiedergli quando avrei potuto ricominciare ad avere rapporti sessuali. Il dottore alza un attimo gli occhi verso di me e mi chiede: "Dove?". Io, con discrezione, gli indico la parte posteriore con il dito. A questo punto lui si arrabbia e in maniera arrogante mi dice: Credo 10 ,15 o 20 giorni. Ma poi io che ne capisco di queste patologie". 

Quindi per il tuo medico essere omosessuali è una patologia?

Esatto! Io ho sgranato gli occhi e gli ho fatto notare che l'omosessualità non è una malattia e che certe risposte, dopo l'operazione che avevo subito, potevo averle solo da lui che è il mio chirurgo.  Lui si è stizzito ancora di più, ha sbattuto la mano sul tavolo appallottolando il foglio dell'impegnativa per la prenotazione dell'intervento ed urlando mi ha detto: "Ma insomma basta. Come  si permette? Tanta confidenza chi gliela dà? M chi si crede di essere? Se ne vada". Ed è uscito sbattendo la porta.

E come hai reagito?

Al momento ho avuto solo la forza di alzarmi e uscire accompagnato da un infermiere. Ero allibito e mi veniva da piangere. Mi aveva trattato da "malato". Secondo quel medico essere gay è una malattia. La sensazione è di profondo vuoto. Un vuoto che mano mano si riempie. Ma rimane l'amaro in bocca. Poi ho pensato che se fosse successo a una persona fragile o a un ragazzo più giovane, sicuramente ne avrebbe sofferto moltissimo. Parole del genere sono pesanti da digerire. 

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Torna finalmente sulle scene Gennaro Cosmo Parlato, grandissima voce e interprete originale e poliedrico del panorama musicale e teatrale italiano.

Sabato 13 gennaio, infatti, nei suggestivi spazi della Galleria Borbonica di Napoli, andrà in scena, con una doppia replica, il concerto straordinario L’Araba Felice (usignoli, spalline e polvere di stelle), con le canzoni italiane e internazionali in rilettura originale e una rosa di classici. Da Maledetta primavera a Core ’ngrato, Cosmo Parlato proporrà le sue istrioniche esecuzioni. Quelle stesse che l’hanno reso celebre anche in tv, ospite fisso nel programma Markette di Piero Chiambretti.

Incontriamo Gennaro Cosmo Parlato durante le prove del suo nuovo spettacolo.

Gennaro perché questo tuo ritorno alle scene con uno spettacolo che si chiama L’Araba Felice?

L’Araba Felice è uno spettacolo in cui ripercorro tutto il repertorio artistico dei miei ultimi anni e tra un’esibizione e l’altra racconto episodi e situazioni che mi sono accadute. Il titolo e l’idea de L'Araba Felice nacque una sera che scesi da casa della mia amica Pietra Montecorvino e salii su un autobus molto affollato e rimasi colpito da una ragazza che era totalmente velata da un burka. A parte la questione religiosa, le chiesi subito se non avesse caldo, perché l’autobus era strapieno. Lei si alzò il velo e mostrandomi un elegantissimo e costosissimo Chanel, mi rispose: Io sono araba, mica scema! Tra me e Ivana Trump non c’è differenza: abbiamo entrambi dei mariti coglioni! E da questo episodio e dalla chiacchierata che ne seguì, è nata la storia de L'Araba Felice che racconto durante lo spettacolo.

Qual è la canzone del tuo repertorio che ami di più?

La mia canzone del cuore, nel repertorio, è Maruzzella perché ha tagliato il mio percorso artistico. Prima di Maruzzella non avevo mai cantato in napoletano. Per cantare in napoletano devi essere un grande interprete, perché una cosa è fare la versione bolero di Comprami, altra cosa è cantare dei capolavori come quelli del repertorio classico napoletano portati al successo da mostri sacri come Angela Luce o Sergio Bruni.

C’è invece un brano che avresti voluto interpretare ma non hai osato farlo?

Sì e si tratta di un pezzo scritto da me, Fragile che ho scritto per Mina. Ma sai, dopo che l’ha cantata quell’Alieno della Signora Mazzini, è complicato interpretarla…

Tu sei un interprete che si diverte con l’infrazione e il ribaltamento di ruoli e identità. Secondo te, l'Italia è un Paese libero o è ancora legato a pregiudizi e preconcetti?

Ma perché noi abbiamo un Paese? Esistono delle persone che si impegnano ma non abbiamo più un vero Paese. Se tu calcoli che negli anni ‘80 nel mondo della musica c’erano personaggi come Boy George o Jimmy Sommerville e c’era spazio per l’energia e il colore di tutti! Secondo me, c’è stata una regressione paurosa e una semi-repressione nebulosa: forse la paura, da parte di alcuni, di voler ammettere il proprio desiderio sessuale?  Viviamo in un ventennio di semioscurità: le leggi da sole non servono, se non cambia la mentalità delle persone, per mandare a quel paese i pregiudizi. Il mondo Lgbti si è dato molto da fare in questi anni, è vero, però mi chiedo se in Italia valga ancora la pena sprecare il fiato. Un tempo, l’arte di grandi artisti omosessuali, come Leonardo o Michelangelo, veniva sostenuta e riconosciuta. Oggi, invece, non c’è più alcun riconoscimento. E comunque, e nonostante tutto, noi continuiamo a combattere e una maledetta primavera sarà sempre dietro l’angolo!

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Le analisi sul dna del cadavere murato nel garage degli orrori di Ponticelli  non danno più adito a dubbi: il corpo martoriato è quello del giovane Vincenzo Ruggiero, vittima della ferocia di Ciro Guarente.

A gennaio saranno consegnati alla Procura di Napoli Nord tutti gli esiti e le rilevazioni medico-scientifiche che sono state portate a termine in questi mesi.

Resta da capire chi abbia aiutato materialmente Ciro Guarente a sezionare e murare il corpo di Vincenzo che, come appurato dagli inquirenti, era stato ucciso ad Aversa nella casa che abitava con l'amica Heven Grimaldi. Ucciso con la pistola procurata a Guarente dal reo confesso Francesco De Turris.

Struggente la dichiarazione della madre di Vincenzo che, sulla sua pagina Facebook, ha scritto: Non è Natale senza te.

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A un giorno soltanto dalla distribuzione nelle sale del film ozpetekiano Napoli Velata non è possibile non ripensare alle dichiarazioni del regista turco, che si è detto contrario all’utilizzo della parola gay e vicino alle relative posizioni concettuali di Stefano Gabbana.

Di primo acchito ci si potrebbe stupire del fatto che sia proprio Ozpetek, narratore di storie a tematica Lgbt nella propria produzione cinematografica, a esprimere slogan reazionari nonché improntati a omofobia interiorizzata.

E invece no. Ferzan Ozpetek - come Stefano Gabbana - non hanno nessun interesse per la militanza e l'impegno civile. Forse perché avviluppati in quel lusso e successo in cui si svolge la loro esistenza. Un’esistenza lontana anni luce dalla quotidianità, tutt’altro che dorata, cui deve far fronte la quasi totalità delle persone Lgbti.

D'altronde, proprio rileggendo le affermazioni di Gabbana e Ozpetek, non è possibile non ripensare alla risposta – data, qualche anno fa, allo scrivente – di un regista teatrale (con alle spalle un’ampia esperienza lavorativa in Rai) piuttosto noto in Campania. Nonostante fosse (e sia) manifestamente omosessuale, questi vantava ostentatamente la propria lontananza da eventi culturali interessanti le persone Lgbti col ripetere: Ho sempre vissuto serenamente la mia sessualità nei salotti che ho frequentato e continuo a frequentare.

Ecco, è in tali "salotti" da ravvisare chiave di volta della questione. Gabbana e Ozpetek, esattamente come il regista campano succitato, pensano solo ai "loro salotti": luoghi, cioè, di autorappresentazione di una borghesia menefreghista e conformista, arricchitasi in vario modo negli ultimi quarant'anni.

"Salotti" in cui si muovono omosessuali velati, il cui coming out è consentito - a bassa voce - nel chiuso di una dimensione sostanzialmente privata, in grado di riassorbire come "eccezione" un diverso orientamento sessuale e perfino una relazione (basta non chiamare marito il proprio compagno, come orgogliosamente ha tenuto a ribadire Ozpetek).

E così posizioni, fatte passare quali consentanee ad aneliti libertari (ma in realtà tali solo in apparenza), dopo aver visto in Stefano Gabbana un acceso paladino, trovano una loro nuova Giovanna d’Arco in Ferzan Ozpetek. In quel regista omosessuale, cioè, che ha costruito la sua fortuna sui sentimenti e sulle storie delle persone gay disconoscendone però i diritti in nome di personali privilegi borghesi.

Ma del resto ci si sarebbe potuto aspettare qualcosa di diverso da chi ha sempre rifiutato di esporsi apertamente contro il regime liberticida di Erdogan?

E, allora, #BoycottFerzanOzpetek

#BoycottFerzanOzpetek anche perché, a differenza di quanto ci fa intendere il banale titolo del suo ultimo film (con un chiaro quanto malinteso riferimento all’effigie marmorea del Sammartino), Napoli non è affatto una città velata

Ma, al contrario, una delle città più gay-friendly d'Italia: con i suoi femminielli che vivono le strade di Partenope senza alcun problema, con la sua comunità trans allegra e numerosissima, con le sue lotte e i suoi militanti sempre presenti e sempre fieri di essere quel che sono.

 

 

 

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L’ultimo lavoro narrativo di Pasquale Ferro, uno dei pochi autori Lgbti che oggi sia tradotto e distribuito in Russia, si chiama Bambola di stracci. Un apologo semplice, immediato ed esaustivo sulla natura vera e autentica dell’umanità e sulla presenza drammatica e diffusa della cattiveria e dell’ignoranza, della violenza discriminante e dell’esclusione sociale.

Ma il vero cardine del racconto di Ferro è l’amore, il desiderio di amare e di essere amati per quel che si è. Desiderio che a Barbara, la protagonista del romanzo, anima poetica ingabbiata in un corpo che non riconosce come suo, viene continuamente negato.

Pur di essere riconosciuta e accettata per quel che è, Barbara fronteggerà la solitudine, sfiderà lo stigma di chi avrebbe dovuto proteggerla e amarla, si confronterà con la delusione e l’avvilimento e svilupperà la sua forza e la sua personalità, luminosa e bellissima pure fra gli stracci.

La presentazione ufficiale del libro è avvenuta mercoledì 7 dicembre presso la Fondazione Banco di Napoli nel centro storico della città partenopea (in cui Ferro, tra l’altro, vive e lavora).

Nel corso dell'evento l’autore ha rivelato che Barbara non è un personaggio totalmente frutto d’invenzione, ma è ispirata a una creatura incontrata, alcuni anni or sono, nel Foyer del Teatro San Carlo di Napoli: tra gli scintillii di uno dei teatri più chic ed eleganti del mondo, Ferro aveva incrociato lo sguardo di una “bambola di stracci” e aveva immediatamente colto la profonda sensibilità di una storia che bisognava recuperare, sia pur nell’artificio della narrazione romanzata, e restituire al mondo.

Nella medesima presentazione, particolarmente significativa la presenza di Paola Silverii, esponente dell'associazione Vergini Sanità, del presidente del Comitato Arcigay di Napoli Antonello Sannino e del docente di Psicologia clinica Paolo Valerio che, ricordando un toccante episodio della sua lunga carriera professionale, ha sottolineato il valore umano, di testimonianza e divulgazione, di quest’ultimo lavoro di Pasquale Ferro.

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A ridosso della Giornata mondiale di lotta all’Aids si è tenuto a Napoli presso la  Federico II un seminario di studi promosso dal locale Osservatorio Lgbt di Scienze sociali.

A volere l’incontro Fabio Corbisiero, coordinatore dello stesso organismo universitario e ordinario di sociologia nell’ateneo federiciano, che ne ha così spiegato le finalità: «Attraverso la ricerca sociale possiamo ripensare all’identità della comunità Lgbt del nostro Paese in modo nuovo, a partire dal vocabolario, dalle pratiche e dalle politiche mediante le quali si assiste oggi a un vero e proprio meticciato tra ricerca e militanza che implica un coinvolgimento della soggettività e della capacità di “narrazione empatica” del ricercatore che non può essere raggirata con un semplice richiamo all’oggettività scientifica».

Strutturato in due sessioni (1° L’Osservazione militante. I rischi della circolarità nella ricerca sui movimenti di liberazione sessuale. Seminario di studi e ricerche Lgbt; 2° L’accesso ai servizi sanitari dei migranti e della popolazione Lgbt), il seminario ha visto la partecipazione dei docenti Amalia Caputo, Gabriella Grassia, Marina Marino, Pietro Maturi, Dario Minervini, Eugenio Zito, dell’infettivologo Rosario Ferro e del presidente di Arcigay Napoli Antonello Sannino.

Di particolare rilievo la relazione Tecniche e metodi della ricerca partecipativa in contesto militante Lgbt: dall’osservazione sul campo alla pubblicazione scientifica di Massimo Prearo, assegnista di ricerca presso il dipartimento di Scienze umane dell’Università di Verona.

Lo studioso ha così dichiarato a Gaynews: «Una delle questioni a cui tento di rispondere attraverso il mio lavoro di ricerca è “Che cosa sono i movimenti Lgbt?”, “Cos’è il lavoro militante?”. E per rispondere a questa domanda mi sono orientato verso un lavoro fondato sugli archivi della militanza per ricostruire la traiettoria storica di questi movimenti, ossia la traiettoria di costruzione di quello che oggi identifichiamo come movimento Lgbt e che è al contempo prodotto e produttore della militanza Lgbt. Dal punto di vista di una sociologia politica quello che mi interessa è identificare gli spostamenti intervenuti nel momento politico della svolta riformista del movimento, e nel mettere in evidenza una trasformazione cruciale per la comprensione delle politiche dell’omosessualità degli ultimi trent’anni, da un lato, e di proporre un modello analitico del movimento sociale come spazio della militanza, dall’altro».

Ha quindi concluso: «L’ipotesi centrale su cui si sviluppa il mio lavoro è che la politicizzazione delle soggettività Lgbt è il risultato di una volontà di affermazione pubblica dell’orgoglio di una minoranza, attraverso un faticoso e quotidiano lavoro di militanza. Le interazioni fra gruppi, collettivi e associazioni danno forma a un fitto reticolato di organizzazioni che nell’immaginario collettivo e militante prende il nome di movimento Lgbt».

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Grande partecipazione al convegno napoletano che, organizzato dall'Uisp (Unione Italiana Sport per tutti) insieme con il Centro SInAPSi e le università Parthenope e Federico II, si è tenuto il 30 novembre su Lo sport in campo contro l'omofobia e la transfobia: un ponte verso il futuro.

In occasione dell’importante assise Valeria Fedeli, ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca ha inviato un messaggio, di cui Gaynews pubblica integralmente il testo

Buongiorno a tutte e a tutti,

un saluto ai Rettori presenti, alle istituzioni, alle atlete e agli atleti, ai partecipanti, ed un grazie agli organizzatori di questo utile ed interessante appuntamento, promosso dall'Uisp, sul valore dello sport come strumento di contrasto alle discriminazioni.

Sono realmente dispiaciuta di non poter partecipare oggi al dibattito che avete organizzato data l'importanza del tema trattato che, come sapete, è un ambito di impegno che mi accompagna da sempre nelle diverse responsabilità pubbliche che ho avuto, tanto ieri come Vice Presidente del Senato, quanto oggi, al Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca.

Annullare le discriminazioni di ogni genere, è già uno dei pilastri dell'Agenda 2030 delle Nazioni Unite, e per questo deve diventare un impegno centrale per ognuna e ognuno di noi se vogliamo davvero realizzare una società migliore di quella di oggi.

Lo sport, come grande momento di impegno e di svago per milioni di persone, specie i più giovani, deve essere all'altezza della sfida e può rappresentare un alleato importantissimo in questo percorso verso un cambiamento atteso e necessario.

Sono consapevole delle potenzialità dello sport, del suo grande valore formativo oltre che di supporto ad una crescita sana delle nuove generazioni, ed è per questo che l’accesso allo sport e la sua pratica sono obiettivo che stiamo perseguendo al Ministero, consci che rappresenti una parte fondamentale per lo sviluppo delle ragazze e dei ragazzi.

Attraverso lo sport, grazie anche al lavoro di grandi associazioni come la Uisp, che condividono con noi questa missione, possiamo diffondere la visione positiva di una società fatta di persone tutte diverse ma allo stesso uguali, in dignità e diritti, perché lo sport è un contesto in cui le differenze sono un arricchimento effettivo, non una barriera, e vengono guardate con curiosità ed interesse.

Anche per questo, in ognuna delle azioni del Miur, a partire da quella forse più importante che è il piano di Educazione al Rispetto da poco varato, abbiamo scelto di valorizzare lo sport come grande vettore di uguaglianza e inclusione, in una dimensione di palestra per la convivenza civile, la tolleranza e il rispetto.

Non sempre il movimento sportivo italiano è stato in grado di corrispondere alle responsabilità educative che, il ruolo sociale che ha, gli impone. Questo però non deve farci dare per vinti, anzi rende necessario un rilancio importante dell'azione di chi condivide la lotta alle discriminazioni come la più importante delle partite da vincere.

Vi ringrazio per l'invito e vi faccio i migliori auguri per lo svolgimento della Giornata.

Buone cose

Valeria Fedeli

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Lo sport in campo contro l'omofobia e la transfobia: un ponte verso il futuro. Questo il titolo del convegno che, organizzato dall'Uisp (Unione Italiana Sport per tutti) insieme con il Centro SInAPSi e le università Parthenope e Federico II, si tiene oggi a Napoli presso Villa Doria D’Angri. Appuntamento in Via Petrarca, 80 alle 9:30.

Rappresentanti del mondo accademico, scolastico e sportivo si confronteranno su come sviluppare azioni di prevenzione delle discriminazioni verso le persone gay, lesbiche e transgender. Con particolare attenzione al mondo dello sport italiano dove il pregiudizio  omotransfobico è ampiamente radicato.

Aspetto, questo, che è stato rimarcato da Antonello Sannino, presidente del comitato di Arcigay Napoli e referente di Arcigay Nazionale per lo sport.

«Il mondo dello sport, sia quello professionistico che quello amatoriale – ha dichiarato – rappresenta nel nostro Paese ancora una delle sacche più resistenti di omo-transfobia. Prova di tutto ciò l'enorme difficoltà nel fare coming out per le atleti, gli atleti e tutte le persone che si occupano di sport e che fanno sport. Basti ricordare come nello sport italiano esistano solo due atlete professioniste ad aver pubblicamente dichiarato la propria omosessualità, Nicole Bonamino (di recente medaglia d'argento a Sidney nel nuoto di fondo) e Rachele Bruni.

Pertanto, dopo aver chiesto al Coni la modifica dello Statuto – modifica recepita dal Coni stesso, nella quale chiedevamo l'estensione esplicita del contrasto a tutte le forme di discriminazioni, anche quelle legate all'orientamento sessuale e all'identità di genere –, ci auguriamo che il mondo dello sport italiano dia ulteriori segnali di rinnovamento. Ci auguriamo inoltre che le prossime Universiadi di Napoli del 2019 possano essere le "Olimpiadi Rainbow" per superare definitivamente i giochi olimpici "omofobi" nella Russia di Putin, a Sochi del 2014, che portarono il Cio (Comitato olimpico internazionale) a inserire la clausola di non discriminazione nel contratto con qualsiasi futura città ospitante i giochi olimpici».

Quanto mai opportuna, dunque, la presentazione nell’ambito dello stesso convegno del volume Terzo tempo Fair Play: i valori dello sport per il contrasto all’omofobia e alla transfobia, edito in ottobre per i tipi partenopei Mimesis. Curato da Giuliana Valerio (Università Parthenope), Paolo Valerio (direttore Centro SInAPSi - Università Federico II) e Manuela Claysset (responsabile politiche di genere e diritti Uisp), il volume raccoglie in 150 pagine gli atti del convegno tenutosi a Napoli il 22 aprile 2015. Quello odierno si pone dunque in piena linea di continuità col precedente.

Difatti i lavori congressuali, come dichiarato a Gaynews Paolo Valerio, offriranno «l’occasione di un confronto tra esperti provenienti da diversi ambiti professionali e disciplinari. Il convegno di oggi è finalizzato ad approfondire, anche dal punto della ricerca scientifica, un tema poco studiato e indagato nel nostro Paese.

La presenza, inoltre, di studenti di Scienze Motorie, di atleti, di rappresentanti del mondo della scuola e del mondo sportivo italiano offrirà, attraverso i rispettivi interventi e testimonianze, un’ulteriore occasione per ribadire la necessità di eliminare nello sport ogni forma di discriminazione legata a identità di genere e a orientamento sessuale.

Auspico, insieme ad Antonello Sannino, che alla fine del convegno possa essere stilato con gli esperti, gli studenti di Scienze Motorie e tutti i partecipanti un documento da trasmettere agli organizzatori delle prossime Universiadi che si svolgeranno a Napoli. Documento che ribadisca come nello sport, sia a livello agonistico sia amatoriale, non debba esistere né essere tollerata alcuna forma di omofobia e transfobia».

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Ogni anno, dal 1998, il 20 novembre ricorre il “Transgender day of Remembrance” (TDoR), evento realizzato su iniziativa di Gwendolyn Ann Smith, attivista transgender, per ricordare Rita Hester, il cui assassinio in Massachussets diede avvio al progetto web Remembering Our Dead, e nel 1999 a una veglia a lume di candela a San Francisco.

Quest’anno la città di Napoli, in occasione del TDoR, ha ospitato la Trans Freedom March (celebrata anche a Torino), evento co-organizzato dall’Associazione Transessuali Napoli (ATN), sostenuto dal Comune di Napoli, dal Comitato Arcigay di Napoli, dalle associazioni Lgbti campane e dal Mit  e dalle associazioni trans nazionali.

La marcia, che è iniziata alle 17 a Piazza Dante, dopo il saluto del sindaco di Napoli Luigi de Magistris, sempre sensibile alle urgenze della comunità Lgbti, ha fatto irruzione nelle strade del centro cittadino per focalizzare l’attenzione sulla voce delle persone trans e sull’agognata libertà che la comunità rivendica.

«Il diritto al lavoro, all’emancipazione negata, allo studio, alla ‘scelta’, ad una vita serena, restano ancora speranze per molti, e per questo diventano atti dirompenti e necessari di rivendicazione del proprio orgoglio – dichiara Daniela Lourdes Falanga, delegata ai diritti delle persone trans di Arcigay Napoli –. Tante ancora le persone transgender assassinate, condannate ad un atroce destino solo perché intercettate nel loro coraggio e negate alla vita e Napoli, purtroppo, ha il triste primato che vide, solo nel 2016, tre vittime transgender a fronte di sette persone in tutta Italia. Non a caso la marcia diventa, per questo, un importante messaggio nella città “madre” della comunità Trans».

«La marcia deve servire a scardinare il pregiudizio invisibile che è latente in tutti – afferma Porpora Marcasciano, leader storica del Movimento transessuale italiano – in tutti quelli che pensano che la transessualità sia un capriccio o uno scimmiottamento della femminilità perché questo tipo di pregiudizio, silente e invisibile, fomenta la violenza».

Paolo Valerio, docente di Psicologia clinica, presente alla marcia come rappresentante dell’Onig (Osservatorio nazionale identità di genere) e dell’Università di Napoli Federico II, non ha dubbi sull’importanza dell’evento: «Questa marcia rappresenta un’occasione in cui la città può entrare in contatto con un mondo che, di solito, è colpito dal pregiudizio ed è bello vedere marciare insieme tante persone che chiedono pari opportunità e pari diritti soprattutto rispetto al lavoro e alla salute. L’Università di Napoli Federico II - ricorda il prof. Valerio - ha voluto creare un identità alias per consentire a tutti gli studenti transgender di vedersi riconosciuto sul libretto un nome in sintonia con l’identità di genere a cui sentono di appartenere». 

«La Trans Freedom March è importante perché è un momento di confronto – sostiene Ileana Capurro, Presidente dell’Atn - un momento i cui la stessa comunità trans si incontra e riscopre una coesione importante. La risposta della città è certamente positiva e devo ammettere che anche in fase di organizzazione c’è stata grande disponibilità delle Istituzioni all'organizzazione dell'evento». 

Infine la parola a Regina Satariano, leader storica del mondo transessuale che dichiara: «Questa marcia serve a prendere consapevolezza di quanto accade a livello mondiale, questa marcia ricorda le 327 vittime trans che ci sono state nel mondo nell’ultimo anno, una cosa intollerabile! Non si può essere ciechi e sordi su queste cose».

La marcia si è conclusa a Piazza Municipio, davanti a Palazzo san Giacomo, dove un palco ha accolto le testimonianze di diversi attivisti delle associazioni coinvolte, l’esibizione di alcuni artisti e la consueta veglia a lume di candela in cui si sono evocati i nomi delle 327 persone trans vittime di odio transfobico.

Infine, bisogna ricordare che, in concomitanza con la Marcia, nel carcere di Poggioreale si è svolto un evento legato al TDoR particolarmente toccante e coinvolgente, coordinato da Daniela Lourdes Falanga perché anche negli spazi più marginali del mondo la comunità di persone transgender e omosessuali possano ricordare le vittime di odio transfobico e percorrere un percorso di consapevolezza atto a garantire un primo vero atto di emancipazione dal carcere stesso.

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M¥SS KETA una punk diva che sta diventando un vero e proprio caso mediatico e social della musica italiana. Cresciuta nelle bollenti e trasgressive notti milanesi, la sua particolarità è restare un mistero: M¥SS KETA si presenta in pubblico sempre  mascherata in modo tale che nessuno possa davvero conoscere chi si cela dietro la sua voce e i suoi testi.

Autrice e interprete di brani forti e graffianti, M¥SS KETA ama scandalizzare raccontando in modo diretto e franco come si vive nel nostro Paese, eludendo la morale dei perbenisti e facendo dell’anticonformismo un vero e proprio stile di vita e d’arte antiborghese. Tra i suoi successi, tormentoni come Milano, sushi & coca, Le ragazze di Porta Venezia e Xananas.

M¥SS KETA, particolarmente amata dalla comunità Lgbti italiana, canterà sabato 18 novembre al Golden Gate di Napoli (via Campana 223, Pozzuoli), in una serata organizzata dal gruppo de La Mamada.

Incontriamo M¥SS KETA poco prima della sua performance napoletana.

M¥SS KETA, nelle tue canzoni racconti l’Italia del vizio, Ma qual è il vizio peggiore del notro Paese?

Se parliamo di vizi seri, il vizio peggiore è certamente la corruzione che mi fa imbestialire e ha radici molto profonde e questo mi spaventa molto . Poi esistono i piccoli vizi a cui cediamo tutte e tutti ma sono vizi piccoli, piccole trasgressioni che dobbiamo anche saper accettare.

Tu hai conosciuto personaggi molto importanti dello star system e della politica. Qual è quello che preferisci e quello che butteresti dalla torre?

Il personaggio dello star system che ho preferito è l’Avvocato Agnelli che è stata una grande persona e un grande amante. Butterei giù dalla torre Barbara D’Urso perché rappresenta tutte le cose che non mi piacciono degli italiani.

Quale messaggio ti piacerebbe lanciare alle persone  Lgbti che ti seguono con grande interesse?

Che si devono ricordare di essere ogni giorno super fighi come il panico! Accettarsi e conoscersi è il primo passo verso la felicità poi le altre difficoltà si superano insieme. Bisogna vivere bene con se stessi e nessuno di noi deve negarsi questa possibilità e nessuno deve farsi prendere dallo sconforto. Dobbiamo essere quello che veramente siamo e così spacchiamo il mondo.

Ma tu, oltre ad aver sedotto uomini, hai fatto perdere la testa anche a qualche donna?

Certo! Ho fatto perdere la testa a molte donne. Belén Rodriguez lo sa bene, se la chiamate e se la sentite, lei vi potrà dirà…vi confesserà qualche segreto. Ma io non posso dire niente perché avvocati e paparazzi stanno sempre in mezzo però…sì lo ammetto!

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