Una denuncia singolare ma icastica quella che l’accademico 60enne Andrea Cozzo, ordinario di lingua e letteratura greca presso l’Università di Palermo, ha pubblicamente sporto contro l’annullamento della giornata di studi Lgbt: richiedenti asilo, orientamento sessuale e identità di genere prevista ieri all’ateneo di Verona. Giornata di studi che, presa di mira da Forza Nuova e CasaPound, era per il rettore Nicola Sartor oggetto di troppe strumentalizzazioni.

E così, ieri mattina, il professore Cozzo si è presentato a lezione con una t-shirt recante, sul daavanti, la scritta Io sono omosessuale e, sulle spalle, quella Siamo tutti omosessuali. L’aveva annunciato con un post su Facebook, cui ne è seguito un secondo con tanto di foto in aula dalla ore 12:00 alle 14:00: Oggi, a lezione, per dire no all'omofobia.

Per saperne di più, lo abbiamo raggiunto telefonicamente

Professore Cozzo, lezione in t-shirt dal messaggio inequivocabile. Ma facciamo un passo indietro. Qual è stata la sua prima reazione quando ha sentito dell’annullamento del convegno sui migranti Lgbt da parte del rettore dell’Università di Verona?

Francamente stentavo a credere alle mie orecchie o, meglio, ai miei occhi visto che ho letto la notizia. Ho sperato a lungo che fosse una bufala. Anzi, continuo a illudermi che sia così per non dare una valutazione troppo negativa dell’università italiana. E, qui, non si tratta di chiudere gli occhi ma di guardare in positivo. Non voglio dunque criticare ma guardare avanti e dire: No, l’università italiana è un’altra cosa. Se esiste quella, non lo so. Ma se esistesse, dev’essere compensata dall’altra università. Quella che, invece, crede che cultura ed emancipazione sociale sono la stessa cosa e non due realtà differenti.

Ha deciso allora d’indossare l’oramai famosa t-shirt?

In realtà, l’ho indossata per la prima volta il 22 maggio in università al convegno sulla natura Forme, parole e metafore della physis. Ho tenuto una relazione su sessualità naturale e sessualità non naturale in un’opera delle Pseudo-Luciano. Sono abituato a far interagire il lavoro specialistico col presente, occupandomi di temi antichi che abbiano una risonanza nel presente.

Sapevo che era una tema che avrebbe suscitato discussione. Ho voluto, dunque, esplicitare il rapporto coi presenti non soltanto con la lettura dell’analisi dell’operetta pseudolucianea ma anche con la mia pelle, per così dire, col mio corpo mostrando cosa volevo dire con riferimento al presente. E, visto che in quest’operetta si contrappongono due tesi, una che sostiene l’innaturalità dell’omosessualità, l’altra che la difende come elemento culturale superiore alla necessità della natura, ho esplicitato così il mio pensiero.

Qual è stata la reazione dei colleghi e degli studenti?

Da parte dei colleghi non c’è stata alcuna opposizione. Alcuni di loro, piuttosto, si sono limitati a guardarmi tra lo stranito e il severo. Da parte degli studenti c’è stata invece un’accoglienza positiva tanto più che alcuni di essi sono dichiaratamente omosessuali. Ho visto davvero brillare i loro occhi. Per me è stato un momento bellissimo. Ho subito pensato: Ho fatto del bene, perché sono persone che non trovano appoggio nella società e un tale gesto è stato per loro significativo. Per la prima volta è come se avessero sentito di non essere soli. Non appena ho letto la notizia del covegno annullato, non ho avuto nessun dubbio che era il caso di replicare.

E le reazioni?

Anche, in questo caso tutte positive.

Professore, riallacciandoci al tema di natura, è noto come si faccia spesso riferimento in area cattolica al concetto d’innaturalità dell’omosessualità con riferimento al parà fusin di Paolo. Da filologo qual è la sua valutazione?

Si tratta d’un’espressione da contestualizzare in un periodo ben determinato e in una cultura ben determinata: quella ebraica che era molto diversa da quella greca. Il monoteismo ebraico era la religione dogmatica d’allora perché, mentre i politeisti erano disponibili ad accogliere qualsiasi altra divinità, i monoteisti (ossia gli ebrei e i cristiani che, in qualche modo, ne erano una costola) erano gli unici dogmatici non disposti a ciò.

Essi adoperavano piuttosto dei mezzucci - mi si consenta il termine - per cercare d’inserirsi in maniera soft nel politeismo. Paolo, quando va ad Atene, fa riferimento al Dio ignoto (θεὸς ἄγνωστος), di cui aveva letto su un’ara, per dire: Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio. Insomma, anziché parlare con chiarezza, cerca d’intrufolarsi all’interno del politeismo inaugurando quella linea che sarà perseguita fino a Costantino e che avrebbe portato all’affermazione del monoteismo cristiano.

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Il cambiamento per dirsi tale deve passare attraverso gesti concreti. In caso contrario le parole di preannuncio resteranno flatus vocis e suoneranno da scherno a chi ne attendeva l’attuazione.

Gli ultimi due giorni resteranno a tal riguardo indicativi d’un effettivo mutamento di relazionarsi con le persone Lgbti da parte di alcuni esponenti dell’episcopato italiano. E, per giunta, di rilievo.

A partire dall’agire felpato del vescovo di Bergamo Francesco Beschi che, senza pronunciamenti formali, ha spinto il guardiano del convento dei cappuccini orobici ad annullare l’adorazione eucaristica del 21 maggio in riparazione del Pride locale.

Promosso dal Circolo del Popolo della Famiglia di Seriate con l’adesione del Comitato provinciale bergamasco dello stesso partito adinolfiano, del Movimento per la Vita della Val Cavallina, di Intercomunione Bergamo/Brescia, dei circoli locali de La Croce e del Movimento Preghiera delle mamme, il momento paraliturgico non avrà più luogo.

«Il Pdf, per il senso di responsabilità che nutre nei confronti della diocesi di Bergamo - si legge nel comunicato ufficiale del circolo promotore –, ha ritenuto opportuno annullare l’iniziativa, fatto che non impedirà di proseguire il proprio impegno a tutela e salvaguardia della vita e della famiglia».

Da atti inibitori ad atti propositivi: come quello di Corrado Lorefice, arcivescovo metropolita di Palermo, che ha composto il testo d’una preghiera da leggersi al termine delle messe festive del 12 e 13 maggio.

In essa, mentre si deplorano con fermezza le «espressioni malevole e azioni violente» nei riguardi delle persone omosessuali, si invoca per i cristiani un’adesione «alla grazia dell'Evangelo, perché testimonino e annuncino, con audacia profetica, l'incondizionato rispetto dovuto ad ogni persona e denuncino ogni forma di discriminazione ed emarginazione».

Preghiera che, scritta in prossimità della Giornata internazionale contro l’omotransfobia, sarà appunto letta la sera del 17 maggio nel corso della specifica veglia ecumenica itinerante tra Piazza Politeama e la Parrocchia di S. Lucia al Borgo.

Un gesto consimile ma più fortemente significativo arriva da Reggio Emilia, dove il 20 maggio si terrà presso la parrocchia di Regina Pacis la seconda edizione della veglia di preghiera per il superamento dell’omofobia, della transfobia e ogni forma di intolleranza voluta da don Paolo Cugini.

Veglia che, fortemente osteggiata nel 2017 dallo stesso vescovo locale Massimo Camisasca e con toni di corale protesta da gruppi di cattolici tradizionalisti, è stata nelle scorse settimane nuovamente al centro di polemiche infuocate e attacchi reiterati da parte del neonato Gruppo di preghiera-riparazione 20 Maggio.

Tanto più che quest’anno l’iniziativa – agli occhi dei contestatori nostalgici d’un cattolicesimo piano – sarebbe aggravata da un «orientamento interreligioso-pancristiano» dovuto alla partecipazione della pastora battista Lidia Maggi. Ma a finire questa volta nel mirino del presidente Alessandro Corsini e dei suoi sodali lo stesso ciellino Camisasca per aver preso parte, il 16 aprile, a un incontro col Gruppo Cristiani Lgbt presso la parrocchia Regina Pacis.

Dopo le dichiarazioni di Don Paolo Cugini a Gaynews i toni hanno raggiunto un tale parossismo da indurre alcuni quotidiani cattolici conservatori a rilanciare per l’occasione i concetti di omosessualismo e omoeresia e spingere taluni a un’operazione di mailbombing nei riguardi di Camisasca perché vietasse “l’indegna veglia”.

Ma gli effetti sono stati esattamente contrari a quelli sperati. Tanto più che il forzare la mano all’autorità episcopale suona ancor più inaccettabile se di quella autorità ci si va proclamando vindici e difensori menzionando Tridentino, Sillabo e Catechismo di S. Pio X. Infatti non solo il vescovo Camisasca non ha annullato la veglia del 20 maggio ma ha ufficialmente comunicato che a presiederla sarà proprio lui.

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In vista della XV° Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia (anche conosciuta con l’acronimo Idahobit), che si celebrerà al solito il 17 maggio secondo il tema dell’anno Solidarietà e alleanze, si è tenuta stamane a Roma, presso Palazzo Madama, la presentazione della raccolta di racconti Storie Fuorigioco. Omosessualità e altri tabù nel mondo del calcio, scritta dall’attivista catanese Rosario Coco.

La manifestazione, organizzata da Gaynews e promossa in collaborazione con Gaycs, è venuta anche  a cadere nel ciclo di eventi in preparazione ai prossimi Eurogames, che si terranno a Roma nel 2019.

Edita per i tipi catanesi Villaggio Maori e prefata da Francesco Lepore, la raccolta di sei racconti ha offerto lo spunto per affrontare in Sala Nassirya il tema delle discriminazioni omo-transfobiche, la loro connessione con il sessismo e con le altre forme di intolleranza attraverso la lente di ingrandimento dello sport.

Ad aprire gli interventi la senatrice Monica Cirinnà che, ricordando l’imminente anniversario dell’approvazione della legge sulle unioni civili e fornendo i relativi dati numerici forniti dal ministero dell’Interno in riferimento alle celebrazioni effettuate fino al 31 dicembre 2017, ha rilevato come proprio il senso di responsabilità (tanto invocata quanto verbalmente abusata negli ultime mesi da politici dei diversi schieramenti) debba animare ciascuno a procedere nel cammino dei diritti. Cammino che, con ogni probabilità, si annuncia tutto in salita per i prossimi anni.

Significative altresì le dichiarazioni della giornalista Delia Vaccarello e del presidente di Aics Bruno Molea, al cui impegno nella scorsa legislatura è da attribuire l’ottenimento della legge conosciuta sotto il nome di ius soli sportivo.

Vari gli esponenti del mondo associativo che hanno indirizzato parole di incoraggiamento all’autore: Adriano Bartolucci (presidente di Gaycs), Leonardo Monaco (segretario di Certi Diritti), Sebastiano Secci (presidente del Circolo Mario Mieli e portavoce Roma Pride), Angela Nava (presidente Coordinamento Genitori Democratici e portavoce del Coordinamento Laicità Scuola Salute), Mattia Di Tommaso (responsabile Nazionale italiana calcio gayfriendly) e Riccardo Russo (componente del gruppo universitario Prisma Sapienza). Il tutto intervallato dalla coinvolgente lettura di alcuni brani del volume presentato da parte di Tom Dacre, Alessandro Paesano nonché di una figura storica del movimento Lgbti italiano quale Vanni Piccolo.

A concludere lo stesso autore che, fra l’altro, ha fatto proprie le parole rilasciate da Franco Grillini, direttore di Gaynews e presidente di Gaynet, a commento dell’iniziativa: «Proprio nel mondo sportivo si concentra la più ampia somma di pregiudizi, di tabù e di vera e propria omofobia. Per questo libri e studi su questo argomento sono importantissimi. Cambiare mentalità nel mondo dello sport significa quasi fare una rivoluzione».

 

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Per il secondo anno a Reggio Emilia si terrà presso la parrocchia di Regina Pacis una veglia di preghiera “per il superamento dell’omofobia, della transfobia e ogni forma di intolleranza”.

Fissata al 20 maggio in occasione della Giornata mondiale contro l’omotransfobia (17 maggio), la manifestazione religiosa sarà caratterizzata dalla riflessione della teologa e pastora battista Lidia Maggi. Un evento, al contempo, in linea di continuità con quel ciclo di lezioni sulla teologia delle donne che, organizzato dal Gruppo Amiche di Reggio Emilia in collaborazione con Cammini di speranza e l’associazione Fondo Samaria, ha visto susseguirsi (dal 18 dicembre 2017 al 23 aprile scorso) presso l’Hotel Astoria nomi dal calibro di Selene Zorzi, Teresa Forcades, Antonietta Potente e Maria Soave Buscemi.

Ma la veglia di preghiera è stata presa d’attacco da alcuni cattolici tradizionalisti che, costituitisi per l’occasione nel Gruppo di preghiera “20 maggio”, hanno annunciato un’opposizione «all'evento in maniera attiva, anche con preghiera di riparazione» alla luce di quanto stabilito in maniera definitiva dal Catechismo di San Pio X.

Una riedizione di quanto già verificatosi nel 2017 allorquando, sotto il nome di Comitato Beata Giovanna Scopelli, per lo più le stesse persone indissero pubbliche preci soddisfattorie, il cui culmine fu costitutito dalla processione in concomitanza col REmiliaPride del 3 giugno. Non senza attacchi reiterati a don Paolo Cugini, responsabile dell’Unità pastorale 5 di Reggio Emilia e parroco pertanto di Regina Pacis, colpevole ai loro occhi d’aver organizzato la veglia di preghiera e aver costituto un gruppo di cristiani Lgbt.

I toni assunsero una tale virulenza da costringere il vescovo di Reggio Emilia Massimo Camisasca a uscire da un riserbo attendista: fu così che il presule, nello scendere in difesa del sacerdote e della bontà della veglia di preghiera da lui organizzata, spese al contempo parole di vicinanza agli organizzatori della susseguente processione riparatrice (pur sconfessandone però la personale partecipazione) e ribadì la dottrina cattolica in materia di omosessualità con riferimento al Catechismo del 1997. Un non facile equilibrismo per il vescovo d’estrazione ciellina e sostenitore di Courage in diocesi che, giorni dopo il REmiliaPride, era  pur sempre a Correggio a partecipare a una delle tante tappe delle conferenze-concerto di Amato-Povia.

Ma ciò non ha salvato quest’anno Camisasca dalle accuse di cerchiobottismo da parte dei cattolici tradizionalisti locali. Per il 31enne Alessandro Corsini, infatti, responsabile del Gruppo di preghiera-riparazione 20 Maggio, se la partecipazione della pastora Maggi aggrava il tutto per «l’orientamento interreligioso-pancristiano dell’evento» sulla base di testi magisteriali quali il Sillabo di Pio IX, la Mortalium animos di Pio XI e l'Orientalis ecclesiae di Pio XII, è parimenti insostenibile la precedente partecipazione del vescovo di Reggio Emilia all’incontro del 16 aprile coi cristiani Lgbt presso la parrocchia di Regina Pacis. Perché per Corsini «a chiamata alla santità per una persona con tendenze omosessuali passa inevitabilmente dallo sposare la castità assoluta».

Sulla questione è intervenuto Alberto Nicolini, presidente del locale comitato d’Arcigay, che ha dichiarato ai nostri microfoni: «Non ci interessano le diatribe interne a correnti ecclesiastiche, ma i fatti: da una parte uno sparuto gruppetto di reazionari, nel senso che non esistono se non quando reagiscono ad altri, e dall'altra un parroco che ascolta le persone e offre comprensione e guida nell'accettare sé stessi o un familiare. Arcigay Reggio Emilia non può che abbracciare un gruppo di sostegno alle persone Lgbti e in particolare un evento che pone la visibilità e la lotta all'omofobia interiorizzata al centro.

Personalmente ho grande stima di Don Paolo, conosco diverse persone che partecipano al gruppo e ne traggono enorme giovamento, e accompagnerò alla veglia alcuni ragazzi nigeriani gay che sono molto religiosi, e che sono sconvolti e felici che esista una chiesa che anziché perseguitarli, li accoglie e li chiama per nome».

Per sapere il parere del diretto interessato, abbiamo contattato il parroco di Regina Pacis.

Don Paolo, com’è nata l’idea di una veglia per superare l’omofobia e la transfobia?

Organizzata per la prima volta lo scorso anno in occasione della Giornata mondiale contro l’omotransfobia, la veglia è stata voluta quale momento forte di preghiera e condivisione alcuni mesi dopo la costituzione in parrocchia del Gruppo di Cristiani Lgbt. È stata fortemente osteggiata al pari di ogni attività connessa al Gruppo.

Come si è costituito il Gruppo di Cristiani Lgbt?

Il gruppo è stato costituito nel settembre 2016. È nato dalla richiesta di una coppia di genitori che avevano scoperto d’avere un figlio omosessuale. Dopo uno stato iniziale di disperazione si sono rivolti ad Agedo Parma e, rasserenatisi, mi hanno proposto di fare qualcosa a Reggio Emilia a sostegno di persone Lgbti e dei loro familiari. E così da un primo momento conviviale seguito da un incontro di preghiera si è sviluppata progressivamente quella realtà che è appunto il Gruppo di Cristiani Lgbt. Secondo uno stile ben preciso: mettere al centro la persona prima della dottrina.

Noi accogliamo le persone e le ascoltiamo indistintamente: non c’interessa da dove vengano e che cosa facciano. Lo stile, insomma, indicato da Bergoglio nell’Evangelii gaudium e nell’Amoris laetitia. Siccome tutti provengono da esperienze di discriminazione o di maltrattamento da parte di sacerdoti in Confessionale, abbiamo voluto dar loro l’idea di trovare uno spazio di Chiesa umana. Le persone che bussano alla nostra porta sanno di poter trascorrere delle ore in serenità tra una pizza e momenti di preghiera in comune. Sanno di potersi raccontare in tranquillità.

Che cadenza hanno tali incontri e come sono strutturati?

I nostri sono incontri mensili. Ci ritroviamo un lunedì alle 19:30: si mangia una pizza e poi si prega nella chiesa parrochiale. E arrivano sempre persone nuove: si avvicinano sia genitori di figlie o figli omosessuali – soprattutto mamme – sia coppie di gay e lesbiche. Il nostro gruppo ha due caratteristiche peculiari: la presenza numericamente significativa di donne lesbiche e l’inquadramento dello stesso (un caso quasi unico in Italia) nella pastorale ordinaria. Vengono al riguardo affissi gli avvisi sulle attività del gruppo e se ne dà notizia sul bollettino parrochiale, dove sono pubblicati anche articoli scritti da componenti del Gruppo dei Cristiani Lgbt. Da quest’anno accanto al percorso spirituale abbiamo avviato anche quello formativo: ogni 15 giorni ci si incontra, si leggono testi teologici e si avvia una proficua discussione. Incontri traseversali perché aperti a tutte e tutti i parrocchiani.

Qual è stata la reazione del clero reggiano?

La veglia dello scorso anno, anche se osteggiatissima da gruppi di destra, ha visto la partecipazione di dieci sacerdoti, alcune suore e tantissima gente. Durante l’anno la collaborazione scarseggia anche se agli ultimi incontri mensili hanno preso parte due sacerdoti.

E quella di mons. Camisasca?

Camisasca osserva con attenta cautela. Il vescovo ha partecipato in realtà a due incontri. Dopo una posizione molto rigida in occasione della veglia del 2017, lui ha accettato il mio invito a rendersi conto di persona di quanto avviene nei nostri incontri. La prima volta si è fermato solo per la pizza. La seconda volta, cioè il 16 aprile, ha preso anche parte al momento di preghiera. Ha detto cose molto belle sul mistero della persona, sulla necessità dell’accoglienza.

Che cosa pensa degli attacchi ricevuti dal Gruppo 20 Maggio?

Sono affermazioni che m’intristiscono soprattutto alla luce dei grandi atteggiamenti di apertura messi in campo da Papa Francesco.

E delle affermazioni sull’assoluta castità quale unica via d’uscita per le persone omosessuali alla luce anche di testi magisteriali?

Facciamo fatica noi preti a vivere la castità. Immaginarsi se la si può imporre a vita a persone laiche pur credenti.

È poi interessante il dato dei testi citati da questi soggetti con riferimento, ad esempio, alla partecipazione della pastora Maggi. Si dichiarano supercattolici e poi sono contro il Vaticano II, contro Papa Francesco. I testi che Corsini cita sono tutti antecedenti ai documenti conciliari. Ci bollano come eretici e poi loro stessi sono contro il Concilio e contro il Papa.

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Una lettera con insulti omofobi e minacce di morte. Il tutto corredato d’una foto di due uomini con cappio al collo pronti per essere impiccati. Questa la missiva che, indirizzata al noto massmediologo Klaus Davi (opinionista del programma tv L’Arena condotto da Massimo Giletti su La7) e recapitata nella sede della sua agenzia milanese, viene pubblicata in esclusiva da Gaynews.

Il giornalista è da tempo bersaglio di lettere minatorie e aggressioni fisiche. Episodi sui quali pendono inchieste della Dda di Reggio Calabria e della Procura di Vibo Valentia. Recante il timbro di Lamezia Terme, l’ultima lettera è stata recapitata al suo staff nei giorni scorsi. Tra i vari insulti, anche, Hai rotto il cazzo brutto pezzo di merda frocio

È noto come tra i temi più volte affrontati da Davi ci sia anche la spinosissima questione dell’omosessualità nella 'ndrangheta. A questo proposito il massmediologo si è battuto per fare intitolare a Gioia Tauro una via a Ferdinando Caristena, ucciso nei primi anni '90 del secolo scorso per aver avuto una lunga relazione con l’esponente di una famiglia ndranghitista e per aver tentato di sposarne la sorella. L’inaugurazione è avvenuta il 5 novembre a Gioia Tauro alla presenza dell'attuale procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho, che ha pubblicamente ringraziato il giornalista.

Davi ha anche pubblicato un’intervista a un ragazzo gay che ha rivelato di essersi prostituito nel quartiere di Archi a Reggio Calabria, regno dei boss.

Minacce di morte e insulti omofobi sono all’ordine del giorno. Molti commenti si possono leggere tranquillamente  sulle bacheche dei filmati di Davi e non lasciano adito a dubbi: uno vero e proprio stillicidio di insulti, ingiurie, attacchi omofobi e minacce alla sua incolumità. Interpellato, il  giornalista preferisce non commentare: “Sono all’ordine del giorno per chi fa questo lavoro. Sarò presto a Rosarno e nella Locride per continuare le mie inchieste.” 

Proprio in questi giorni sta per iniziare un processo a Vibo Valentia per le percosse subite da Davi ad opera di esponenti d'un clan locale dopo che aveva tentato di intervistare la mamma di un pentito. 

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La platea e il palco sono ricoperti da foglie di carta, rosse e gialle. Sulla scena la testiera in metallo di un letto, e una finestra montata su una cornice autoreggente su ruote.

Quando lo spettacolo inizia una giovane donna, illuminata solamente da una lampadina tascabile, si rivolge al giudice in quella che sembra la deposizione per un crimine da lei commesso.

Poi, un giovane uomo, in divisa della prima guerra mondiale, si rivolge a sua moglie Louise, augurandosi di tornare presto da lei mentre la vita della trincea lo attanaglia e lo vince.

Ecco dunque un’altra donna, una ferita sanguinante alla tempia, che si avvicina al giovane soldato, cantando le parole di Parle moi d’amour, accovacciandosi per stare alla sua altezza mentre lui saggia il sangue che le esce dalla ferita.   

Chi sono questi personaggi? Sono il giovane Paul Grappe e sua moglie Louise Landy passati alla cronaca lui come disertore che per evitare l’arresto e la fucilazione ha assunto identità femminile, con lo pseudonimo di Suzanne Landgard, lei per aver sparato a morte al marito, nel 1928, per difendere se stessa e il loro figlioletto di due anni, che morirà a causa di una meningite pochi giorni dopo il padre.

Conosciamo questa storia dalle pagine dei giornali, che si occuparono del caso di Paul che, presentatosi alle forze dell’ordine per beneficiare dell’amnistia, ottenne notorietà per il suo passato en-travesti, e per l’istruttoria della polizia in seguito all’omicidio di Paul per mano di Louise.

Il loro caso, celebre in Francia alla stregua di quelli successivi delle Sorelle Papin e di Violette Nozière, è stato portato ala ribalta nel 2011 dal libro La garçonne et l'assassin: Histoire de Louise et de Paul, déserteur travesti dans le Paris des années folles di Fabrice Virgili e Danièle Voldman, ed. Payote. Il libro è stato pubblicato in italiano nel 2016, mantenendo il titolo originale, La garçonne e l'assassino. Storia di Louise e di Paul, disertore travestito, nella Parigi degli anni folli per Viella editore, con l’aggiunta preziosa di un approfondimento storico di Teresa BertilottiChloè Cruchadet nel 2013 ne trae la graphic novel Mauvaise Genre (t.l. Genere cattivo) pubblicata in Italiano nel 2014 col titolo Poco raccomandabile per la Cocconino Press.

La storia di Paul/Suzanne è molto semplice nella sua eccentricità. Non potendo essere uomo e disertore in tempo di guerra Paul assume identità femminile come Suzanne senza per questo cambiare il proprio orientamento sessuale (come potrebbe?) continua infatti a prediligere le donne. Essendo però, almeno esternamente, donna anche lui, per potersi permettere storie con donne. Suzanne deve frequentare donne che cercano altre donne e inizia a frequentare così locali per lesbiche e posti di incontro e rimorchio come il parco Bois de Boulogne.

In quel contesto Paul/Suzanne scopre anche gli uomini senza che il suo comportamento omosessuale metta in discussione la sua eterosessualità. Non basta infatti andare a letto con qualcuno dello stesso sesso per essere omosessuali. Non è il sesso che ci fa etero gay o lesbiche quanto, piuttosto, l’affetto, i sentimenti, la sfera relazionale.

Anche per questo la psicologia e la sessuologia distinguono tra comportamento sessuale (con chi facciamo sesso) e orientamento sessuale (di chi ci innamoriamo, con chi, oltre al sesso, costruiamo relazioni affettive). È interessante vedere come questa storia venga trattata nei testi che Tamara Balducci, Linda Gennari e Lorenzo Garozzo hanno consultato per scrivere Suzanne portato in scena per la compagnia Le città visibili e la regia di Cèsar Brie.

Nel libro di  Fabrice Virgili e Danièle Voldman, tutto sviluppato su un racconto romanzato non comprovabile, più affine alle ricostruzioni tutte torbidi dettagli e malcelati (pregiu)dizi di certi programmi televisivi  che al rigore di una ricostruzione storica che possa dirsi tale, Il travestitismo di Paul è visto come un indice di omosessualità secondo il trito cliché dell’inversione sessuale. Paul/Suzanne è presentato come un personaggio ambiguo, al di là dei due generi, senza mai uscire però dall’ambivalenza del binarismo,  arrivando a suggerire che Paul non sia il padre del figlio di Suzanne data la sua scarsa virilità (sic!) comprovata dalla sua diserzione.

Cruchadet nella sua graphic novel è convinta invece che Paul volesse proprio essere donna, come fa dire a Louise. Il testo teatrale di Tamara Balducci, Linda Gennari e Lorenzo Garozzo, ha invece un approccio molto più rispettoso e attento ai personaggi, con una visione scevra da pregiudizi e niente affatto interessata al sensazionalismo o al dettaglio sessuale (come nella graphic novel).

Nello spettacolo viene sottolineato molto bene (senza i dettagli grandguignoleschi del fumetto) lo shock che Paul subisce durante i due anni di guerra in trincea e che lo hanno indotto a disertare (non certo per la poca virilità). L’orrore della guerra è evocato da Suzanne quando spiega a Louise i motivi per cui lei nel libertinaggio che pratica al Bois de Boulogne fiorisce e si sente libera e amata.

Peccato che la riduzione teatrale si soffermi di più sugli uomini che Suzanne frequenta e non sulle donne (una delle quali abitò per un poco con lei e sua moglie…): crediamo più per esigenze drammaturgiche che per un (pre)giudizio “omosessuale” su Paul.

Dopo la trasformazione di Paul in Suzanne, che lo spettacolo risolve più sul piano del portamento e dell’attitudine che su quello fisico (Paul eliminò la barba con l’elettrocoagulazione, una tecnologia già esistente negli anni 20 che nello spettacolo viene nominata ma non portata in scena) è una donna a interpretare Suzanne mentre l’attore che interpreta Paul rimane come doppio quasi sempre presente in scena.

Una bella intuizione drammaturgica che sposta l’attenzione dal fatto che Suzanne sia una donna travestita al fatto che sia una donna tout court senza mettere in atto quella critica al binarismo di genere o all’eterosistema che sono temi contemporanei ma estranei agli anni '20 quando si sono svolti i fatti.

Lo spettacolo vuole restituire il dolore interno di Paul che non è certo quello di un uomo tormentato dalla sua omosessualità, ma quella di un giovane traumatizzato (come tanti) dalla guerra che ha trovato nell’attenzione che donne e uomini gli davano ne panni di una donna come a un risarcimento per una vita altrimenti dura e faticosa.

Una presentazione dei fatti intellettualmente onesta e delicata che non violenta personaggi e situazioni ma appronta un discorso mesto, profondo e doloroso ma mai cupo o morboso. Molto molto meglio delle fonti di cui autrici e autore si sono serviti per scriverlo. Tamara Balducci fa di Suzanne una vera regina del Bois (com’era ricordata), invitando il pubblico, al quale si rivolge direttamente, a entrare nel parco raggiungendo una intensità indimenticabile ed emozionante.

Linda Gennari interpreta una Louise innamorata e timida (splendida la scena quando Suzanne la accompagna al Bois e le due donne  osservano gli e le astanti attraverso il vetro di un’anta della finestra che si trasforma in una sorta di “lente di osservazione” e dove viene spiegato bene che a frequentare il Bois non c’erano talmente balordi e balorde ma anche l’alta società di Parigi) mentre Lorenzo Garozzo sa restituire il trauma del giovane soldato Paul con un dolore talmente vivo che anche il pubblico può toccarlo con mano.

La regia riesce a gestire in maniera esemplare il punto di vista cangiante dello spettacolo che passa elegantemente e senza soluzione di continuità da quello di Louise che trova in Suzanne una complice e una sorella (non manesca come suo marito Paul) e quello di Paul/Suzanne che rappresenta le due facce di una molteplicità di specchi: quello sociale uomo donna che serve a Paul per disertare, quello culturale che permette.a Suzanne comportamenti altrimenti preclusi a Paul e quello intimi e privato di un uomo così attratto dalle donne da eccitarsi a vestine egli stesso i panni.

Uno specchio scenicamente illustrato dalla finestra le cui ante ora chiuse ora aperte rappresentano il limine tra un interno borghese e un esterno altro da esplorare scavalcandone il confine. Una macchina scenografica di una elegante semplicità perché quando si hanno cose da dire non servono coup de théâtre o istallazioni complesse e macchinose.  

Suzanne è uno spettacolo riuscitissimo che evoca situazioni emozioni e contesti con una misura anche nella durata (che sfiora l’ora). Uno spettacolo prezioso che costituisce anche una risposta coraggiosa alle esegesi fin troppo disinvolte piene di pregiudizi e luoghi comuni sull’omosessualità, l’inversione sessuale e il libertinaggio.

LE CITTÀ VISIBILI

SUZANNE

Liberamente tratto da La Garçonne et l'assassindi Fabrice Virgili e Danièle Voldman

drammaturgia di Tamara Balducci, Linda Gennari e Lorenzo Garozzo

regia César Brie

con Tamara Balducci, Giacomo Ferraù e Linda Gennari

luci e spazio scenico César Brie

scenografia Matteo Fiorini

costumi Ree Do Lab di Cristiana Curreli

sound designer Marco Mantovani

assistenti Vera Dalla Pasqua e Nicola Sorcinelli

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Arriva oggi in circa 150 sale italiane, grazie a Vision Distribution, il biopic The Happy Prince. Il ritratto di Oscar Wilde, scritto, girato e interpretato da Rupert Everett.

L’attore di Norwich, in realtà, più che recitare sembra reincarnare il profeta del decandentismo d’Oltremanica, di cui ripercorre gli ultimi anni di vita. Anni segnati dalla povertà, dal disprezzo della pubblica opinione, dalla malattia. Cui si contrappongono quelli segnati dal lusso, dalla fama letteraria, dagli innamoramenti travolgenti per giovani uomini. Tra essi, soprattutto, Lord Alfred Douglas, l’amato-odiato Bosie: la loro tormentata relazione, come noto, fu all’origine della lite giudiziaria col di lui padre, John Sholto Douglas, IX marchese di Queensberry. Lite che portò Wilde a due processi, il secondo dei quali da imputato e poi terminato con la condanna a due anni di carcere per sodomia.

Tema, questo, che è stato affrontato sotto diverse angolature, lunedì 10 marzo, nel corso d’un’affollata conferenza stampa presso la Casa del Cinema di Roma, dove è stato proiettato in anteprima nazionale il film. Presenti anche alcuni attivisti Lgbti a partire da Sebastiano Secci, presidente del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli.

In sala anche la senatrice Monica Cirinnà, che ha dichiarato: «The Happy Prince è un film che conquista e commuove. La vita di Wilde assume per ognuno un ruolo paradigmatico perché ricorda che, tra le alterne vicende della vita, solo l’amore vince e dà senso alla nostra esistenza.

Il dramma personale del processo e incarcerazione è inoltre di grande attualità con riferimento a quelle persone che ancora in tanti Paesi vengono perseguiti penalmente e, in alcuni casi, mandati a morte a causa del loro orientamento sessuale o identità di genere. O anche in quelli, in cui un clima di odio o di disprezzo verso le stesse persone Lgbti si traduce in atti di violenza verbale e fisica. Come purtoppo accade anche in Italia e come è dimostrato, in questi ultimi giorni, dai gravi pestaggi omofobi di Roma e Parma».

E, al riguardo (e non solo), Gaynews ha rivolto queste domande a Rupert Everett.

Secondo lei, quale messaggio lascia oggi Wilde alle persone Lgbti?

Un messaggio sempre attuale perché lo stesso movimento Lgbti inizia in realtà con lui. Credo che la sua storia possa dare l'opportunità, come è stato per me, di fare un confronto tra quello che accadeva allora alle persone omosessuali e quello che accade oggi.

Wilde è stato perseguitato, disprezzato, condannato per la sua omosessualità (anche se questo termine si affermò solo anni dopo la sua morte). Ancora oggi gli omosessuali vengono perseguitati in Russia, Giamaica, Cina e India. Né bisogna dimenticare quanto accade anche a casa nostra con l'Ukip in Gran Bretagna e l'avvento della Lega omofoba in Italia. L'omofobia è sempre più diffusa. Un esempio è la città di Genova, che non ha concesso il patrocinio al Pride. Sono molto preoccupato. C'è insomma una rinnovata fobia contro le persone Lgbti e, rispetto a queste cose, bisogna essere vigilanti e attivi.

Non posso, infine, dimenticare la mia esperienza personale. Lavorare nel mondo del cinema negli anni ’80 equivaleva a scendere a compromessi se eri gay. E ,prima o poi, finivi con lo scontrarti contro un muro. Forse oggi la situazione è cambiata: ma negli anni ‘80 e ‘90' del secolo scorso è stato così.

Per questo Oscar Wilde è stato una grandissima fonte di ispirazione. Vorrei ricordare che a Londra è stato illegale avere rapporti omosessuali fino al 1968. Quindi, nella mia situazione, ho ripercorso un po' le orme di Wilde.

Nel suo film ci sono vari richiami scritturali come, ad esempio, nelle scene della rievocazione della permanenza nel carcere di Reading (in cui c’è una sorta d’identificazione mistica tra Wilde e il Cristo schernito, maltratto, crocifisso) e della parte finale del racconto del Principe Felice (le parole: I discepoli dormono sono un chiaro riferimento alla narrazione lucana del Getsemani). Sono reminiscenze personali e quanto ha giocato il suo rapporto con la fede?

Io ho ricevuto una formazione cattolica e vorrei ricordare che Wilde è stato sempre attratto dal cattolicesimo.

Egli – e lo testimoniano ampiamente i suoi scritti – è stato soprattutto attratto dalla figura di Cristo. Oscar era un grande genio ma anche un grande essere umano. Una cosa che lo avvicina a Cristo. Nella pena, nel patimento, egli vedeva una discesa agli inferi che si sarebbe conclusa con una sorta di rinascita. Nella prigionia, appunto, egli ha visto un'opportunità di rinascita sull’esempio di Cristo.

Ecco perché credo che la Chiesa Cattolica abbia tanto da imparare da Wilde.

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Esce oggi in varie città italiane The Constitution – Due insolite storie d’amore di Rajko Grlić. Pellicola distribuita nel nostro Paese da Cineclub Distribuzione.

A Torino l’appuntamento è domani alle 21,15 al Cinema Esedra con il presidente del Lovers Film Festival (Torino, 20/24 aprile) Giovanni Minerba e con il coordinatore del Torino Pride Alessandro Battaglia, che introdurranno la proiezione. Per avere diritto al biglietto ridotto la “parola d’ordine” è Coordinamento.

The constitution

Intolleranza e odio non sono concetti sconosciuti in Europa. Negli ultimi anni è come se si stesse diffondendo una nuova ondata di intolleranza, ideologie accecanti e fanatismo. Un odio aggressivo tra diverse nazioni e religioni, tra nativi e immigrati, tra chi ha e chi non ha...”

“Voglio raccontare cose difficili con un sommesso sorriso sulle labbra, con il calore affettuoso che si può provare anche per i personaggi più negativi. Solo allora potrò raggiungere coloro che la pensano diversamente e vedono le cose in modo differente, coloro che odiano a priori e che non mettono mai in dubbio l’odio che provano.”

Queste dichiarazioni del regista Rajko Grlić potrebbero bastare per andare con fiducia a vedere questo bellissimo film che racconta la Croazia attraverso il personaggio principale, Vjeko, un insegnante di scuola superiore che ha dedicato tutta la sua vita allo studio della lingua e alla storia della nazione.

Vjeko è omosessuale. Vive in un appartamento nel centro di Zagabria con il padre che, durante la seconda guerra mondiale, era un ufficiale dell’esercito fascista croato e ora è costretto a letto da oltre sei anni.

Ma i suoi giorni passano nel ricordo dell’amore della sua vita, il violoncellista Bobo, che lui celebra attraverso un “rito” quasi quotidiano, notturno, nelle passeggiate a notte fonda vagando per le vie di Zagabria vestito da donna.

Una notte un gruppo di uomini lo ferma, lo picchia e lo abbandona in strada privo di sensi. In ospedale incontra Maja, un’infermiera che abita nel seminterrato del suo stesso palazzo. La donna lo riconosce e inizia a prendersi cura di lui e di suo padre. In cambio Vjeko accetta di aiutare il marito di Maja, il poliziotto Ante, a preparare un esame sulla Costituzione croata. La storia di tre persone molto diverse tra loro, e che, inaspettatamente e contro la loro volontà, si ritroveranno unite e dipendenti l’una dall’altra.

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The Happy Prince. L’ultimo ritratto di Oscar Wilde può considerarsi il film per antonomasia di Rupert James Hector Everett.

Scritta, diretta e interpretata dal 58enne attore di Norwich nei panni del protagonista, la pellicola ripercorre gli ultimi anni della vita di Wilde. Quelli compresi tra la primavera del 1897 e l’autunno del 1900. Quelli, cioè, che vanno dalla scarcerazione dal penitenziario di Reading alla morte, avvenuta a Parigi il 30 novembre del primo anno del XX° secolo in una misera stanza dell’Hotel d’Alsace (oggi il lussuoso Hotel de Beaux-Arts).

Stanza in cui si rincorrono i ricordi di Wilde che, affetto da sifilide e otite purulenta, è circondato dalla sola presenza affettuosa di Robbie Ross (interpretato da Edwin Thomas) e di Reggie Turner (interpretato da Colin Firth).

Uno straordinario Rupert Everett offre così un inedito ritratto del lato più intimo di uno dei geni di tutti i tempi che visse e morì per amore.

Amore per Lord Alfred Douglas (Colin Morgan), che fu all’origine della tristemente nota lite giudiziaria col di lui padre, il marchese di Queensberry. Lite che portò Wilde a due processi, il secondo dei quali da imputato e poi terminato con la condanna a due anni di carcere per sodomia.

Amore per la moglie Constance (Emily Watson), vissuto nell’implacabile rimorso per aver gettato lei e i loro figli nello scandalo all’indomani della condanna.

Prodotto da Palomar, Maze Pictures, Entre Chien et Loup, il film d’esordio alla regia di Rupert Everett sarà distribuito nelle sale italiane da Vision Distribution a partire dal 12 aprile. In anteprima nazionale sarà proiettato il 10 aprile a Roma, Milano Torino

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Dal 10 al 15 aprile, al Teatro Out Off di Milano (via Mac Mahon, 16), andrà in scena l’interessante studio teatrale su Mario Mieli, prodotto dal giornalista Maurizio Guagnetti e da Irene Serini. L'attrice, che ha già lavorato con Luca Ronconi, Tonino Conte, Gioele Dix, Serena Sinigaglia e altre importanti realtà artistiche della scena italiana, è anche regista e interprete d'uno spettacolo dai trenta intensi minuti.

Irene Serini recupera la formula del teatro antico che vede il pubblico seduto in cerchio. E, all’interno di questo cerchio, proverà a rievocare la figura e lo spirito di Mario Mieli, rivoluzionario precursore delle lotte italiane di rivendicazione Lgbti. Primo filosofo nostrano ad aver indagato il difficile rapporto con la femminilità propria di ogni essere umano, con l'identità sessuale e con il desiderio represso.

Lo spettacolo si chiama Abracadabra. Incantesimi di Mario Mieli, il mago del gender. Rappresentato per la prima volta lo scorso anno a IT Festival, arriva all'Out Off di Milano con Studio#2, il secondo atto di uno spettacolo non finito e per certi versi infinito.

Per conoscerne di più, raggiungiamo telefonicamente Irene Serini.

Irene, ci spiega come e perché si è avvicinata figura di Mario Mieli? E quali sarebbero i suoi incantesimi?

Il primo a parlarmi di Mieli fu un giornalista e grande amico: Maurizio Guagnetti. Mi diede in mano Elementi di critica omosessuale e, in un giorno d'influenza, lessi la prima pagina: mi staccai dal libro tre giorni dopo. L'influenza era passata ed ero avvolta dalla strana sensazione di essere una persona diversa da prima, non solo per questioni di temperatura. Come se quel libro fosse stato un medicinale iniettato nel cervello, in grado di cambiare il mio sguardo sul mondo. Magia? Chissà. 

Da lì in poi molti sono stati gli incontri: sia con chi ha conosciuto Mieli direttamente (divertendosi assai e avendo molto da ricordare) sia coi libri di chi ha portato avanti il suo pensiero elaborandolo all'interno dei gender studies. Ritrovo gli ingredienti delle sue "pozioni magiche" in alcuni tratti del pensiero di Judith Butler ma anche di Flavia Monceri, quando propone d'interrogarsi a fondo e con cura su cosa sia l'identità, chi sia a determinarla e a chi serva questa [benedetta o maledetta o comunque noiosissima] identità.

Decisi di portare tutto questo a teatro. Ma compresi fin da subito che la natura di Mieli imponeva l'evasione. Che bisognava scombussolare leggi e confini. Fu lì che ritrovai Maurizio, il mio iniziatore, ed insieme elaborammo un progetto di cui il monologo non è che il primo mattone e che prevede, tra le varie, la realizzazione di un docufilm che finanzieremo attraverso una campagna di crowdfunding.

Il suo spettacolo è una specie di seduta spiritica per rievocare domande che più dividono la società contemporanea in tema di sessualità e identità di genere. Ma qual è l’interrogativo che ritiene più pressante e più divisivo in questo momento?

Quando smetti di recitare? Cosa trovi al di là della recita? Può sembrare strano ma questi sono interrogativi realmente incandescenti in questo percorso.

L'identità di genere quanto la sessualità hanno a che fare con la rappresentazione più di quanto non si possa intuire, hanno a che fare con la riconoscibilità da parte degli altri. Aveva ragione Shakespeare: Tutto il mondo è un teatro e gli uomini e le donne non sono che attoriAttori a cui Mario Mieli propone di smettere di recitare per "scoprire le straordinarie risorse dell'esistenza...al di là della recita" È necessario superare i limiti imposti, per scoprire se stessi e l'universo circostante.

Sinteticamente, cosa fece di Mario Mieli un pensatore scomodo e anticonformista? C’è un aspetto dell’eccentricità di Mieli nei confronti della quale lei ha delle reali perplessità?

Del pensiero di Mario Mieli accolgo tutto. Consapevole di avere a che fare con un pensatore anni '70. Anni aggressivi rispetto ai nostri, in cui la provocazione era una modalità d'espressione molto presente. Oggi provocare sembra in parte passato di moda, difficilmente fa ottenere risultati evidenti, tanto meno fa guadagnare una buona qualità d'ascolto da parte di chi la pensa diversamente.

Ribadisco: nulla del pensiero di Mario Mieli mi disturba, perché lo accolgo instaurando un dialogo con esso, e non considerandolo istruttivo alla maniera di una vecchia lezione scolastica. Inoltre in tutto quel che lo riguarda, anche nella cosa più schifosa, risuona sempre uno stato di grazia.

Il suicidio di Mario Mieli è stato spiegato in vari modi. Secondo lei, qual è stata la molla scatenante della sua decisione finale?

Lo spettacolo non indaga la vita di Mieli e la sua aneddotica. Portiamo in scena il suo pensiero, la sua meraviglia. Togliersi la vita è un fatto intimo. Inviolabile. Silenzioso. Le uniche parole che riesco ad accettare in circostanze del genere sono quelle che scrisse Cesare Pavese prima di morire: Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.

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