Termina oggi per Sodoma il primo tour italiano di presentazione, che ha visto fra l’altro l’autore, Frédéric Martel, parlarne due volte a Roma (presso la Feltrinelli di Galleria Alberto Sordi e la sede del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli).

E, mentre è di ieri la notizia che Papa Francesco avrebbe letto e apprezzato il libro-inchiesta su Vaticano e omosessualità, non del tutto sopita appare la polemica sollevata dallo stesso sociologo francese. Motivo? Una presunta censura da parte del Salone internazionale del Libro di Torino (9-13 maggio) che non ha concesso alcuno spazio a Sodoma, pur essendo oramai un bertseller in oltre 15 Paesi.

 

Per saperne di più abbiamo raggiunto Martel mentre è in procinto di partire per New York.

Frédéric, il 6 maggio lei ha lanciato alcuni tweet, tacciando di atteggiamenti censori il Salone del Libro. Può spiegare cosa è successo?

Sodoma è un libro che parla fondamentalmente di gay in Vaticano. È un libro profondamente pro-gay e ostile all'ipocrisia della Chiesa sulla moralità sessuale. A differenza di tanti cardinali e vescovi, che vivono in coppia, hanno amanti, escort o praticano il chem-sex! Ma è un libro serio, ponderato, non polemico e molto favorevole a papa Francesco.

Da tempo i miei editori avevano previsto che io partecipassi a Torino e ne avevano parlato allo staff. Ho anche bloccato la mia settimana per essere in Italia: il che spiega perché sia stato a Roma e Firenze in questi giorni. Non avendo ricevuto un invito, ma avendo già acquistato il mio biglietto aereo e prenotato la mia settimana per l'Italia (reduce da un importante tour in America Latina mentre sarò lunedì a New York), ho chiesto a diverse persone di avere qualche risposta dal Salone. Il suo direttore, Nicola Lagioia, è stato informato. Sembra che alla fine non fossi il benvenuto, essendo il mio libro troppo "complicato" da difendere.

Non credo che ci sia stata una censura diretta del Vaticano, ma piuttosto un'autocensura degli organizzatori per non danneggiare il Vaticano. Inoltre, a differenza di tutti gli scrittori francesi che hanno avuto un ampio successo librario parlando dell’Italia, non sono stato invitato da Nicola Lagioia a Rai Radio3. Lagioia ha un problema con l'omosessualità? Un fascista omofobico come Francesco Polacchi è stato invitato al Salone di Torino, ma un autore pro-gay che dice la verità sull'Italia e sul Vaticano, no! Questa è chiaramente una censura.

Come giudica il silenzio italiano intorno a Sodoma rispetto al successo in altri Paesi?

Bisogna considerare il tutto alla luce dei numeri. Di Sodoma sono state già vendute 300.000 copie, come riportato in un articolo pubblicato l’8 maggio su L'Obs. Sono invitato alle più grandi rassegne mondiali e il mio libro, già pubblicato in 8 lingue, viene tradotto in una dozzina di altre per un totale di 20. Sodoma è attualmente sulla prima pagina di molte testate in America Latina, Polonia, Portogallo, Usa e sono oltre 1000 gli articoli comparsi in tutto il mondo al riguardi. Il libro è un bestseller in 15 paesi, tra cui Cile, Colombia, Polonia, Portogallo, Australia, Canada. È stato il numero 1 delle vendite in Francia per 8 settimane, dove sono state vendute 100.000 copie: numero mai raggiunto da un libro sulla religione. Ma in Italia sono boicottato da alcuni giornali e da alcuni festival. Si ignora il libro anche se si parla ampiamente dell'Italia! 

Senza aver visionato Sodoma, ad esempio, Matteo Matzuzzi, l’ha attaccato violentemente su Il Foglio ancor prima della sua pubblicazione: tutte le frasi del suo articolo erano false o diffamatorie perché nessuna rifletteva quello che c'era nel libro, di cui ovviamente non aveva letto una sola pagina! 

Il colmo del ridicolo e Matzuzzi era completamente screditato. Ma in Italia è possibile. Mai un giornalista potrebbe farlo in Francia su un giornale serio. "Sodoma – mi ha detto un giornalista in America Latina – è il libro più discusso sul Vaticano nel decennio, più dei libri del Papa". Sono sorpreso delle censure e dai boicottaggi che ho sofferto in Italia! Si tratta di un atteggiamento per nulla pluralista né tanto meno democratico. Ma, soprattutto, serve alla Chiesa per continuare a perpetuare le sue menzogne. Il mio libro ha un requisito di verità che soddisfa il requisito della verità di Papa Francesco.

Cosa pensa dei vaticanisti italiani?

In Francia i vaticanisti non esistono. Non sarebbe mai tollerato che un giornalista si accontenti di riprodurre gli "elementi del linguaggio" del Vaticano senza la necessaria distanza e di essere agli ordini della Santa Sede più che al servizio dei suoi lettori! Ma è quello che succede su Il Corriere della Sera come su La Stampa, Il Foglio o in Rai. Ci sono due tipi di giornalisti che non hanno capito il mio libro e il dibattito globale che suscita: quelli che sono completamente estranei al mondo gay e, quindi, appaiono confusi o increduli di fronte alla realtà che descrivo; coloro che, come i vaticanisti, la conoscono troppo bene, conoscono la verità di Sodoma ma preferiscono, per vari motivi, mantenerla segreta. Per molti di loro si tratta di cose da dire ma non da scrivere! Ebbene, io le ho scritte.

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Si annuncia una puntata esplosiva quella di Report che andrà in onda stasera alle 21:20 su RaiTre.

Saranno infatti mostrate non solo le immagini inedite dell’incontro tra Steve Bannon e Matteo Salvini grazie all’intermediazione di Federico Arata ma, in esclusiva, anche la lettera indirizzata a papa Francesco dalla Dignitatis Humanae Institute, il think thank conservatore appunto legato all’ex guru della comunicazione di Donald Trump.

Nel servizio firmato da Giorgio Mottola viene infatti ricostruito come si siano fatte pressioni su Bergoglio, perché intervenisse sull’allora ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini  in merito all'eventuale concessione in gestione della a storica certosa di Trisulti nel Comune di Collepardo (Fr) alla DHI (di fatto poi autorizzata dal Mibact per lo spazio di 19 anni).

Nella lettera firmata dal card. Renato Raffaele Martino (all’epoca presidente onorario dell’associazione ma poi dimessosi per il sempre più marcato orientamento antibergogliano assunto dalla stessa) si fa riferimento all'insediamento di una «comunità religiosa di carisma francescano» senza alcun riferimento alla vera natura politica del progetto.

Quella cioè di una scuola di formazione internazionale sovranista, volta a preparare i futuri leader mondiali nell’ottica della lotta alla cristianofobia e della promozione del concetto antropologico dell’uomo imago Dei. A rivelarlo espressamente, mesi fa, lo stesso fondatore della Dignitatis, l’inglese Benjamin Harnwell, pupillo e collaboratore di Bannon, intervistato appunto da Report.

Harnwell, che risiede dal febbraio 2018 a Trisulti, di cui è custode e direttore, non ha nascosto nell’intervista la sua disapprovazione per il Papa (“Parla troppo di politica e di politica di sinistra) e la sua ammirazione per cardinali antibergogliani come Raymond Leo Burke (divenuto presidente onorario della DHI dopo le dimissioni di Martino) e Walter Brandmüller (componente del Comitato consultivo della DHI), entrambi noti anche per l’ossessiva avversione nei riguardi delle persone omosessuali

Le quali, per lo stesso Harnwell, sono – come dichiarato a Report – «disordinate».

Ma Burke e Brandmüller non sono gli unici porporati antibergogliani o comunque d’indirizzo conservatore (tutti, in ogni caso, a essere caratterizzati per posizioni variamente critiche sui diritti delle persone Lgbi) a sedere nell’advisory board dell'associazioneBenché i nomi siano stati rimossi da tempo dal sito della Dignitatis, essi sono: Francis Arinze, Francesco Monterisi, Cormac Murphy-O’Connor (deceduto a Londra il 1° settembre 2017), Edwin Frederick O’Brien, Malcolm Ranjith, Robert Sarah, Angelo Scola, Elio Sgreccia, Peter Turkson, Joseph Zen Ze-Kiun

Tra i patron, inoltre, un legittimista come Carlo di Borbone delle Due Sicilie e, soprattutto, il vescovo Marcelo Sanchéz Sorondo, cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze e della Pontificia Accademia della Scienze Sociali, delle quali proprio Harnwell è stato nominato consultore esterno nel 2016.

Non si può non rilevare come buona parte dei nomi dei cardinali, facenti parte del Comitato consultivo della DHI, si ritrovino a vario titolo nel libro inchiesta Sodoma di Fredéric Martel, sul quale - a differenza di quanto sta succedendo all’estero dov’è da settimane in cima alle classifiche, divenendo così un caso editoriale – in Italia è calata una congiura del silenzio sotto il pretesto di voyerismo e accuse infondate (ma dimenticando, anche se espressamente scritto nel libro, che di tutte le conversazioni con porporati, presuli, sacerdoti, diplomatici e guardie svizzere l’autore conserva le relative registrazioni).

Senza contare, poi, Renato Raffaele Martino, già attaccato nel dossier Viganò come appartenente «alla corrente filo omosessuale» alla pari di O’Brien.

Di Harnwell, che Martel ha incontrato per ben cinque volte, si parla in numerose pagine del volume (nell’edizione italiana per la Feltrinelli alle pp. 41-48, 57-63, 318, 328), frutto di quattro anni d’indagini e perciò rivelatrici di molti aspetti inediti, per quanto uscito soltanto il 21 febbraio scorso.

Ne scegliamo qualcuna più indicativa anche alla luce della puntata odierna di Report:

«“Perché ci sono così tanti omosessuali, qui in Vaticano, tra i cardinali più conservatori e più tradizionalisti?”. Ho fatto la domanda direttamente a Benjamin Harnwell, figura vicina al cardinale Burke, dopo meno di un’ora che stavamo conversando. Harnwell mi stava infatti spiegando la differenza tra cardinali “tradizionalisti” e “conservatori” nell’ala destra della Chiesa. Secondo lui Burke e il cardinale Robert Sarah sono tradizionalisti, mentre Gerhard Müller e George Pell sono conservatori. I primi rifiutano il Concilio Vaticano II, mentre i secondi lo accettano.

La mia domanda lo prende alla sprovvista. Harnwell mi guarda, con tono inquisitore. Infine si lascia andare: Questa è una buona domanda”. 

[…]

Stranamente, dopo questa mia domanda il nostro uomo ha cominciato a esprimersi liberamente. Mentre inizialmente la nostra conversazione era controllata e noiosa, adesso mi guarda sotto un’altra luce. Mi chiedo cosa possa pensare questo soldato del cardinale Burke. […] Il mio interlocutore inglese cerca di distinguere, quasi per compilare una gerarchia dei peccati, tra gli omosessuali che “praticano” e quelli che si astengono: “Se non c’è atto, non c’è peccato. Del resto, se non c’è scelta, non ci sono neanche peccati”.

Benjamin Harnwell, che inizialmente diceva di avere fretta e poco tempo da dedicarmi attendendo la coincidenza tra due treni, sembra non volermi più lasciare. Ora mi invita a bere qualcos’altro. Vuole parlarmi di Marine Le Pen, per cui ha delle simpatie, e anche di Donald Trump, di cui approva la politica. Vuole parlare anche della questione gay. Torniamo dunque sul tema che mi interessa, e Harnwell sembra non volersi fermare. Mi propone di cenare insieme.

[…]

Quasi un anno dopo il mio primo incontro, seguito da molti altri, con Benjamin Harnwell, sono stato invitato a passare con lui un fine settimana nella Certosa di Trisulti a Collepardo, dove ormai vive, lontano da Roma.

L’associazione Dignitatis Humanae Institute che dirige con Burke si è vista aggiudicare la gestione della certosa cistercense da parte del governo italiano, con il vincolo della conservazione di questo patrimonio classificato come monumento nazionale. Vi abitano ancora due monaci e, la sera del mio arrivo, mi sorprende vederli seduti alle due estremità del tavolo a forma di U, mentre mangiano in silenzio.

Sono gli ultimi due fratelli di una comunità religiosa molto più grande, i cui membri sono tutti morti. Ognuno aveva il suo posto e gli ultimi due sono seduti dove erano sempre stati, men tre le sedie attorno a loro si svuotavano,” mi spiega Harnwell.

Perché questi due anziani rimangono in questo monastero isolato, continuando a celebrare all’alba di ogni mattina la mes-sa per pochi fedeli? Mi interrogo sul senso inquietante e magnifico di questi due religiosi. Si può essere non credenti – come me – e trovare ammirevoli tanta devozione, tanta pietà, tanto ascetismo, tanta umiltà. Questi due monaci, che rispetto profondamente, rappresentano per me il mistero della fede. 

A fine pasto, mentre ripongo le posate nell’austera ma vasta cucina, vedo un calendario da parete che celebra il Duce. Ogni mese, c’è un’immagine diversa di Mussolini.

È molto frequente qui, nel Sud Italia, trovare immagini di Mussolini,” cerca di giustificarsi Harnwell, ovviamente imbarazzato dalla mia scoperta.

Il progetto di Harnwell e Burke è di fare di questo monastero il quartier generale e il luogo di formazione dei cattolici ultra-conservatori. Secondo i suoi piani, che mi descrive a lungo, Harnwell intende offrire a centinaia di seminaristi e fedeli americani un luogo di “ritiro”. Trascorrendo qualche settimana o qualche mese nella Certosa di Trisulti, questi nuovi missionari riceveranno una formazione, impareranno il latino, torneranno alle fonti e pregheranno insieme. In prospettiva, Harnwell vuole creare un vasto movimento di mobilitazione per mettere ordine nella Chiesa “nella giusta direzione”, e capisco che intende combattere le idee di papa Francesco.

Per condurre questa battaglia, l’associazione di Burke, il Dignitatis Humanae Institute, ha ricevuto anche il sostegno di Donald Trump e del suo ex consigliere di estrema destra Steve Bannon. Come mi conferma Harnwell, l’incontro tra Burke e Bannon è avvenuto nella stessa anticamera dell’appartamento in cui ho atteso a lungo il cardinale americano, e l’intesa tra i due uomini è stata “istantanea”. La loro affinità è cresciuta incontro dopo incontro. Harnwell parla di Bannon come se fosse il suo maestro, e lui è il riferimento dello stratega americano ogni volta che c’è di mezzo il Vaticano.

Dal momento che il nocciolo della questione è il “fundraising”, Harnwell cerca anche di raccogliere denaro per finanziare il suo progetto ultra-conservatore. Si è rivolto a Bannon e a fon- dazioni americane di destra per cercare sostegni. Deve anche fare la patente per poter andare in autonomia alla Certosa di Trisulti! In occasione di un altro pranzo a Roma mi annuncia, tutto sorridente, la buona novella: “Sono riuscito a farla! Finalmente a quarantatré anni ho la patente”.

In questi ultimi anni, Trump ha inviato un altro emissario presso la santa sede: Callista Gingrich, terza moglie dell’ex presidente repubblicano della Camera dei rappresentanti, nominata ambasciatrice. Harnwell e Burke la trattano entrambi amorevolmente da quando è arrivata a Roma. È oggettivamente nata un’alleanza tra l’estrema destra americana e l’ultra-destra vaticana. (Burke mostra gentilezza verso gli europei ricevendo il ministro dell’Interno Matteo Salvini e il ministro della Famiglia Lorenzo Fontana)”.

Ma, per concludere, legami anche tra Dignitatis Humane Institute e Lega curati non direttamente da Salvini – che a Trisulti non avrebbe mai messo piede – ma dal fedelissimo Armando Siri, come assicurato dallo stesso Harnwell a voce. 

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È toccato alla fine al card. Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, incontrare il gruppo di una cinquantina di attivisti, politici, giudici, impegnati a livello internazionale nella difesa dei diritti delle collettività Lgbt e intenzionati a chiedere un impegno della Chiesa contro la criminalizzazione delle relazioni tra persone dello stesso sesso, vigente in 68 Paesi (70 se si considera che de facto esse sono perseguite in Egitto e Iraq).

A guidare la delegazione Raúl E. Zaffaroni, professore emerito di Diritto penale presso l’Università di Buenos Aires e giudice della Corte Suprema argentina nonché amico intimo di Bergoglio, e Leonardo J. Raznovich, che avrebbero dovuto in realtà presentare a Papa Francesco i risultati preliminari di una ricerca sulla criminalizzazione delle relazioni omosessuali nei Caraibi, condotta da un comitato facente capo all'Inter American Institute of Human Rights col sostegno dell'International Bar Association (che raggruppa 80.000 avvocati di 170 Paesi in difesa dei diritti umani) e dell'agenzia Onu ILANDU.

Ma l’udienza privata con Bergoglio è saltata dopo che il giornalista Frédéric Martel, autore del libro-inchiesta Sodoma, ne aveva dato previamente informazione annunciando, fra l’altro, uno “storico discorso” del pontefice su tale argomento.

Cosa che aveva subito creato malumore al di là del Tevere con una secca smentita da parte del direttore ad interim della Sala Stampa della Santa Sede, Alessandro Gisotti. Ma è stata un’operazione quanto mai maldestra, perché prorio oggi Martel ha pubblicato una relativa lettera di Zaffaroni e Raznovich, il cui contenuto è inequivocabile.

Oltre a rendere noto alla stampa come «qualche giorno fa ci sia stato comunicato che [il Papa] non poteva» presenziare all’incontro, i delegati hanno aggiunto: «Il cardinale Parolin è stato molto chiaro: la violenza è inaccettabile e ha insistito sul rispetto della dignità umana».

Gli stessi hanno auspicato che «con oggi si sia attivato un processo, un dialogo con il Vaticano» da continuare nei prossimi tempi. In particolare sono stati presentati al Segretario di Stato alcuni casi specifici di Paesi in cui l'omosessualità è perseguita penalmente.

Ci sono situazioni in cui «la Chiesa locale - è stato detto nella conferenza stampa - non supporta questa battaglia per la difesa dei diritti». Per questo i componenti della delegazione internazionale hanno deciso di rivolgersi direttamente al Vaticano nella speranza che ci sia un orientamento univoco della Chiesa su tali questioni.

È stato poi citato il caso del Belize, dove l'episcopato locale aveva fatto appello contro la decisione governativa di decriminalizzare l'omosessualità. Appello poi ritirato, come dichiarato dai delegati, «grazie all'intervento di Papa Francesco».

In ogni caso, secondo Leonardo Raznovich, si ha bisogno di una «chiara dichiarazione della Chiesa cattolica che denunci la criminalizzazione dell'omosessualità». E, questo, come ha rilevato la baronessa britannica Helena Ann Kennedy, parlamentare della Camera dei Lord e direttrice dell'International Bar Association, nel pieno rispetto delle posizioni magisteriali cattoliche.

Mentre, infine, Helen Kennedy, direttrice dell'associazione canadese Égale, ha definito un «momento storico» l'incontro odierno con Parolin, Ruth Baldacchino, ex segretaria dell'Ilga, ha espresso l'auspicio che dal Vaticano sia lanciato «un messaggio chiaro al mondo che non c'è nulla di male a essere Lgbt».

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Condannato a sei anni di carcere per abusi sessuali commessi su due 13enni negli anni '90, potrà chiedere la libertà su cauzione dopo tre anni e otto mesi. Questa la pena irrogata al cardinale George Pell dal giudice Peter Kidd della County Court di Victoria a Melbourne, la cui giuria si era già espressa all'unanimità, l'11 dicembre scorso, per la condanna. 

Secondo i 12 giurati il porporato 77enne, già componente del Consiglio dei Cardinali (detto comunemente C9 bergogliano) e prefetto della Segreteria (Vaticana) per l’Economia, aveva molestato nel 1996 i due adolescenti, componenti del coro della cattedrale di Saint Patrick a Melbourne (quando Pell ne era arcivescovo), dopo che gli stessi gli avevano servito messa. La giuria aveva anche dichiarato che il presule si era reso colpevole di aver aggredito in modo indecente uno dei due 13enni in un corridoio più di un mese dopo.

La lettura della sentenza è stata trasmessa in diretta tv per la durata di un'ora, nel corso della quale il magistrato ha descritto gli abusi di Pell come «un attacco sessuale alle vittime sfrontato e forzato. Gli atti erano sessualmente evidenti: entrambe le vittime erano visibilmente e udibilmente angosciati durate le molestie. Vi è stato un ulteriore livello di umiliazione che ciascuna delle vittime deve aver provato nel sapere che l'abuso avveniva in presenza altrui».

Pell, che ha ascoltato in silenzio la lettura della sentenza, continua a professarsi innocente.

I suoi legali hanno presentato appello presso la relativa Corte di Victoria: saranno auditi il 5 e 6 giugno sulla base di tre argomenti, fra cui quello di irragionevolezza del verdetto dell'11 dicembre in quanto basato sulle dichiarazioni di una sola delle due vittime (l'altra è morta nel 2014 per overdose d'eroina). Verdetto, dunque, che non sarebbe supportato dalla necessaria evidenza.

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Colpevole di molestie sessuali su due 13enni secondo cinque capi d'accusa: uno per aggressione e quattro per attentato al pudore.

Questo il verdetto che, emesso all’unanimità l’11 dicembre dai 12 giurati della County Court di Victoria a Melbourne nei riguardi del cardinale George Pell, è stato reso pubblico soltanto oggi dopo che il medesimo tribunale ha revocato il divieto ai media di notificare la condanna. Anche se sembra essere sfuggita a tutti la menzione esplicita fattane da Frédéric Martel nel suo ultimo libro Sodoma, dove a p. 118 si legge: «Il suo primo processo, che conta migliaia di pagine d’audizioni, si è concluso con la sua condanna alla fine del 2018».

Secondo la giuria, il porporato 77enne, già componente del Consiglio dei Cardinali (detto comunemente C9 bergogliano) e prefetto della Segreteria (Vaticana) per l’Economia, molestò nel 1996 i due adolescenti, componenti del coro della cattedrale di Saint Patrick a Melbourne (quando Pell ne era arcivescovo), dopo che gli stessi gli avevano servito messa. La giuria ha anche dichiarato che il presule si è reso colpevole di aver aggredito in modo indecente uno dei due adolescenti in un corridoio più di un mese dopo.

L'udienza di condanna inizierà domani. Il cardinale, che rischia fino a 50 anni di carcere, continua a dichiararsi innocente e il suo avvocato prevede di ricorrere in appello.

Conservatore della linea ratzingeriana e pubblicamente critico nei riguardi di Bergoglio, soprattutto all’indomani della pubblicazione dell’Esortazione apostolica post-sinodale Amoris Laetitia (in riferimento alla quale ha supportato i Dubia, sottoscritti dai cardinali Brandmüller, Burke, Caffarra, Meisner), George Pell, che ama celebrare secondo il messale di Pio V o tridentino, si è reso noto in Australia come paladino dei valori tradizionali del cattolicesimo.

Noto per le sue crociate contro la legalizzazione dell’eutanasia e del matrimonio tra persone dello stesso sesso, il porporato si è sempre pronunciato criticamente contro l'ordinazione sacerdotale delle donne e l'abolizione del celibato cleriale.

Promosso nel 2001 ad arcivescovo di Sidney da Giovanni Paolo II (che lo avrebbe creato cardinale due anni dopo) ed entrato in diocesi il 10 maggio, Pell ebbe allora a dichiarare nell'omelia per la presa di possesso canonico: «L'insegnamento cristiano sulla sessualità è solo una parte dei Dieci Comandamenti, delle virtù e dei vizi. Ma è essenziale per il benessere umano e specialmente per il corretto sviluppo dei matrimoni e delle famiglie, per la continuità della razza umana».

Nel 2009, a seguito delle dichiarazioni di Benedetto XVI su la monogamia e l'astinenza sessuale quale soluzione all'Hiv/Aids in Africa, fecero enorme scalpore le affermazioni del porporato ben al di là degli stessi postulati ratzingeriani. 

«L'idea di poter risolvere - disse all'epoca nel corso di un'intervista televisiva - una grande crisi spirituale e sanitaria come l'Aids con alcuni congegni meccanici come i condom è ridicola. Se si guarda alle Filippine, si vedrà che l'incidenza dell'Aids è molto più bassa rispetto alla Thailandia, che è inondata di preservativi. Ci sono preservativi ovunque, eppure il tasso di infezione è enorme. I preservativi incoraggiano la promiscuità; i preservativi, dunque, incoraggiano l'irresponsabilità».

Si è fatto anche notare per l'opposizione alle tesi ambientalistiche del cambiamento climatico (in pieno accordo col pensiero di Trump) non risparmiando attacchi all'enciclica bergogliana Laudato si'.

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C’è grande attesa per Sodoma l’ultimo libro-inchiesta di Frédéric Martel. Edito in Italia dalla Feltrinelli e tradotto in otto lingue, il volume sarà nelle librerie di 20 Paesi a partire dal 21 febbraio. Giorno in cui avrà inizio, in Vaticano, l’incontro tra il Papa e i presidenti delle Conferenze episcopali di tutto il mondo in tema di abusi su minori e adulti vulnerabili.

Fil rouge del volume è, in realtà, non la pedofilia clericale ma la doppia vita omosessuale tanto di semplici sacerdoti quanto di prelati capace d’influire - nell’ottica di quel clericalismo costantemente deprecato da Bergoglio - sulla gestione del potere ecclesiastico.

Ad aiutare l’autore nella decifrazione di una realtà così complessa cardinali (41), vescovi e monsignori (52), nunzi apostolici e officiali del corpo diplomatico (45), sacerdoti e seminaristi (oltre 200) nonché 11 Guardie Svizzere.

Forte d’un curriculum di tutto rispetto, che lo ha visto negli anni ’90 collaboratore del primo ministro francese Michel Rocard e consigliere di gabinetto dell’allora ministra della Solidarietà Martine Aubry, Martel ha avuto porte aperte ovunque.

A Roma ha soggiornato anche in palazzi della Santa Sede (compresa la Domus Internationalis, il cui direttore è il prelato dello Ior Battista Ricca) e ha raccolto le confidenze di porporati di diverso orientamento: da Burke a Tauran, da Sarah a Martino, da Sandri a Camillo Ruini, solo per citarne alcuni. Pochi i no ricevuti: tra questi quello di Angelo Sodano, potente Segretario di Stato sotto Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, a differenza d’un altro wojtyliano di ferro, quale Stanisław Dziwisz, che, da arcivescovo di Cracovia, ha spalancato a Martel le porte del proprio episcopio in Polonia.

Con l’aiuto d’un’équipe linguistica di 80 collaboratori, sparsi per il mondo, Martel ha incontrato non solo componenti del clero. Ma anche laici di rilievo come Benjamin Harnwell, collaboratore di Steve Bannon e fondatore del Dignitatis Humanae Institute, il think thank conservatore (il presidente del cui Comitato consultivo è il cardinale ultraconservatore Raymond Burke), che nella certosa di Trisulti (Fr) vuole preparare i futuri leader mondiali nell’ottica della lotta alla cristianofobia e della promozione del concetto antropologico dell’uomo imago Dei.

A parlare con lui anche ex-sacerdoti, spinti da un’idiosincrasia verso il doppiopesismo dei superiori gerarchici d’un tempo e l’omofobia di non pochi d’essi. Soprattutto, poi, se a esternarla sono quanti, nello slang clericale, vengono indicati come “praticanti” o “della stessa parrocchia”.

Già, perché, come appare anche nel libro, più un prelato tuona in pubblico contro le persone omosessuali, più è probabile che conduca in privato una spensierata vita gaia. Insomma, quella doppia vita, per chiosare Bergoglio, di cui la rigidità è comodo paravento e della cui validità valutativa proprio il Papa avrà ulteriore contezza nel leggerlo.

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Il tema dell’omosessualità nel clero e nella vita religiosa torna a essere al centro delle dichiarazioni di Bergoglio.

Nel libro intervista La fuerza de la vocación. La vida consagrada hoy, che, curato dal sacerdote claretiano Fernando Prado e pubblicato in dieci lingue (in Italia comparirà per i tipi bolognesi delle Dehoniane), sarà in vendita nelle librerie a partire dal 3 dicembre, papa Francesco ritiene la questione «qualcosa che mi preoccupa», per la quale occorre più attenzione in riferimento ai candidati nei seminari e nelle case religiose. 

Ribadendo le nuove direttive in materia di formazione risalenti a Benedetto XVI (anche se sembra che il pontefice tenda a dimenticare la recenziorità di tali posizioni magisteriali-disciplinari), dichiara infine che le persone omosessuali devono essere esortate a «vivere pienamente il celibato» e a lasciare il ministero «piuttosto che vivere una doppia vita».

Ecco in anteprima la domanda specifica e la relativa risposta di Francesco come appariranno nel libro.

Non è un segreto come nella vita consacrata e nel clero ci siano anche persone con tendenze omosessuali. Cosa dire di questo?

È qualcosa che mi preoccupa, perché forse a un certo punto non è stata ben affrontata. In linea con ciò di cui stiamo parlando, direi che dobbiamo curare molto la maturità umana e affettiva

Dobbiamo discernere con serietà e ascoltare la voce dell'esperienza che anche la Chiesa possiede. Quando il discernimento non è curato al riguardo, i problemi crescono. Come ho detto prima, succede che al momento forse non mostrano i loro volti, ma in seguito appaiono per quello che sono.

La questione dell'omosessualità è una questione molto seria che deve essere oggetto di corretto discernimento fin dall'inizio, se è il caso, con i candidati. Dobbiamo essere esigenti. Nelle nostre società sembra addirittura che l'omosessualità sia di moda e che questa mentalità influisca, in qualche modo, anche sulla vita della Chiesa.

Ho incontrato qui un vescovo un po’ scandalizzato che mi ha detto d’aver appreso che nella sua diocesi, una diocesi molto grande, c'erano diversi preti omosessuali e che doveva affrontare tutto questo, intervenendo, prima di tutto, sulla formazione per formare un altro clero distinto. È una realtà che non possiamo negare

Non mancano casi nella vita consacrata. Un religioso mi ha detto d’essere rimasto sorpreso durante la visita canonica a una delle province della sua congregazione. Vide che c'erano dei buoni giovani studenti e che persino alcuni religiosi già professi erano gay.

Lui stesso aveva dubbi sulla questione e mi ha chiesto se ci fosse qualcosa di sbagliato in ciò. «In fondo – diceva – non è così grave: è solo un'espressione di affetto». Questo è un errore. Non è solo un'espressione di affetto. Nella vita consacrata e nella vita sacerdotale non c’è posto per questo tipo di affetti. 

Per questo motivo, la Chiesa raccomanda che le persone con tale tendenza radicata non siano ammesse al ministero o alla vita consacrata. Il ministero o la vita consacrata non sono il loro posto

I sacerdoti, i religiosi e le religiose omosessuali devono essere esortati a vivere pienamente il celibato e, soprattutto, a essere squisitamente responsabili, cercando di non scandalizzare né le loro comunità né il santo popolo fedele di Dio vivendo una doppia vita. È meglio che lascino il ministero o la loro vita consacrata piuttosto che vivere una doppia vita.

 

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È stato approvato ieri sera, con la maggioranza qualificata dei due terzi, il Documento finale del Sinodo sui giovani, che si concluderà in mattinata con la concelebrazione eucaristica in piazza San Pietro, presieduta da papa Francesco

Tanti i punti trattati nei 167 paragrafi che, oggetto di singola votazione uno per uno e ripartiti in tre parti e 12 capitoli per un totale di 60 pagine, sono tutti letti nell’ottica dell’approccio e delle richieste del mondo giovanile: dai migranti, «paradigma del nostro tempo», alle diverse forme ecclesiatiche di abuso (di potere, economico, sessuale), in riferimento alle quali è necessario fare verità e chiedere perdono; dalla promozione della giustizia contro la cultura dello scarto alle arti, alla musica, allo sport quali risorse pastorali; dall’accompagnamento pastorale al rigetto tanto dei moralismi quanto del benignismo; dalla sfida digitale alla sinodalità della Chiesa quale forma primaria da concretare per una piena partecipazione di tutti i suoi componenti e il contrasto al clericalismo (considerato anche come vera ragione degli abusi sessuali su minori da parte di ecclesiastici).

Punto, quest’ultimo, che è stato oggetto di contrapposizioni in riferimento agli specifici paragrafi 121-122  (raccogliendo rispettivamente, su 248 votanti, il primo 51 non placet, il secondo 43). Tema che potrà apparire ai più bizantineggiante e di nessun rilievo ma che può costituire la chiave di volta per il progressivo passaggio da una Chiesa romanocentrica e verticistica a una «Chiesa partecipativa e corresponsabile».

Non a caso a suscitare divergenze e a ricevere 30 non placet è stato il paragrafo sul ruolo delle donne nella Chiesa che, secondo il mondo giovanile, dovrebbe essere riconosciuto e valorizzato. Raccomandando di rendere tutti più consapevoli «dell'urgenza di un ineludibile cambiamento» al riguardo, si dice: «Molte donne svolgono un ruolo insostituibile nelle comunità cristiane, ma in molti luoghi si fatica a dare loro spazio nei processi decisionali, anche quando essi non richiedono specifiche responsabilità ministeriali. L'assenza della voce e dello sguardo femminile impoverisce il dibattito e il cammino della Chiesa, sottraendo al discernimento un contributo prezioso».

Ma quello più controverso con 65 non placet e 178 placet è risultato essere il 150 sull’omosessualità che recita: «Esistono questioni relative al corpo, all'affettività e alla sessualità che hanno bisogno di una più approfondita elaborazione antropologica, teologica e pastorale, da realizzare nelle modalità e ai livelli più convenienti, da quelli locali a quello universale. Tra queste emergono in particolare quelle relative alla differenza e armonia tra identità maschile e femminile e alle inclinazioni sessuali.

A questo riguardo il Sinodo ribadisce che Dio ama ogni persona e così fa la Chiesa, rinnovando il suo impegno contro ogni discriminazione e violenza su base sessuale. Ugualmente riafferma la determinante rilevanza antropologica della differenza e reciprocità tra l'uomo e la donna e ritiene riduttivo definire l'identità delle persone a partire unicamente dal loro 'orientamento sessuale'.

Esistono già in molte comunità cristiane cammini di accompagnamento nella fede di persone omosessuali: il Sinodo raccomanda di favorire tali percorsi. In questi cammini le persone sono aiutate a leggere la propria storia; ad aderire con libertà e responsabilità alla propria chiamata battesimale; a riconoscere il desiderio di appartenere e contribuire alla vita della comunità; a discernere le migliori forme per realizzarlo. In questo modo si aiuta ogni giovane, nessuno escluso, a integrare sempre più la dimensione sessuale nella propria personalità, crescendo nella qualità delle relazioni e camminando verso il dono di sé».

Ma 43 Padri sinodali hanno espresso voto negativo anche su altri due paragrafi correlati in un certo qual modo alla questione omosessualità.

Si tratta del paragrafo 3 sulla relazione tra l’Instrumentum Laboris (in cui compare l’acronimo Lgbt) e il Documento Finale: «Il primo - si legge in esso - è il quadro di riferimento unitario e sintetico emerso dai due anni di ascolto; il secondo è il frutto del discernimento realizzato e raccoglie i nuclei tematici generativi su cui i Padri sinodali si sono concentrati con particolare intensità e passione. Riconosciamo quindi la diversità e la complementarità di questi due testi.

Il presente Documento è offerto al Santo Padre e anche a tutta la Chiesa come frutto di questo Sinodo. Poiché il percorso sinodale non è ancora terminato e prevede una fase attuativa, il Documento finale sarà una mappa per orientare i prossimi passi che la Chiesa è chiamata a muovere».

Ma, soprattutto, il paragrafo 39, che registra come «frequentemente la morale sessuale è causa di incomprensione e di allontanamento dalla Chiesa, in quanto è percepita come uno spazio di giudizio e di condanna». Il documento riconosce che «i giovani, anche quelli che conoscono e vivono tale insegnamento, esprimono il desiderio di ricevere dalla Chiesa una parola chiara, umana ed empatica. Dunque di fronte ai cambiamenti sociali e dei modi di vivere l'affettività e la molteplicità delle prospettive etiche, i giovani si mostrano sensibili al valore dell'autenticitò e della dedizione, ma sono spesso disorientati. Essi esprimono più particolarmente un esplicito desiderio di confronto sulle questioni relative alla differenza tra identità maschile e femminile, alla reciprocità tra uomini e donne, all'omosessualità».

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Dopo un’intensa attività svolta fino a tarda sera del 22 ottobre dalla Commissione per la Redazione, è stato ieri presentato nell’Aula del Sinodo, ubicata nel vasto edificio vaticano progettato da Pier Luigi Nervi, il progetto di Documento finale dell’assise dedicata ai giovani (3-28 ottobre).

252 i Padri presenti, mentre i giovani partecipanti ne accompagnavano l’annuncio con un lungo applauso.

Suddiviso in 173 paragrafi e ancora riservato, il testo sarà oggi oggetto di valutazioni da parte dei Padri sinodali, che potranno proporre emendamenti e integrazioni. Sabato, poi, penultimo giorno dell’Assemblea, esso sarà votato paragrafo per paragrafo con maggioranza dei due terzi.

È molto sicuro che il documento finale affronterà anche le tematiche Lgbti. A dichiararlo, nel corso del briefing d’ieri, il card. Louis Antonio Tagle, arcivescovo di Manila, che ha però specificato di non sapere «in che forma» ciò avverrà. 

«Negli interventi in aula e nei gruppi linguistici – ha dichiarato il porporato filippino nonché presidente della Caritas Internationalis, elevato alla dignità cardinalizia da Ratzinger che ne apprezzava le competenze teologiche – la questione, l'approccio della Chiesa alla comunità dei cosiddetti Lgbt, è stata presente, è stata sollevata molte volte».

Questa la risposta che Tagle ha dato a chi, in Sala Stampa domandava se il termine Lgbt, presente nell'Instrumentum Laboris. I giovani, la fede e il discernimento vocazionale, sarebbe stato impiegato anche nel Documento finale. 

«L'appello alla Chiesa di essere accogliente, una Chiesa che guarda all'umanità di tutti, è sempre presente, non solo su un singolo tema, ma come spirito di fondo – ha continuato l’arcivescovo di Manila –. Abbiamo avuto la bozza solo questa mattina, ed è spessa: passeremo il pomeriggio e la sera a leggerloMa devo dire che penso che il tema nel documento sarà presente, in che forma e con quale approccio non so, ma sono fiducioso che sarà parte del documento». 

Quanto allo specifico tema dell'ammissione di persone omosessuali in seminario, Tagle ha dichiarato: «È molto chiaro che, mentre abbiamo un costante rispetto la dignità umana, ci sono anche alcuni requisiti ai quali dobbiamo guardare per l'esercizio proprio di un ministero: speriamo che una posizione umana non sia vista come contraddittoria con i requisiti per uno specifio lavoro».

 

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Bergoglio ha oggi canonizzato in piazza San Pietro sette beati. Tra questi anche Óscar Arnulfo Romero y Galdámez, l’arcivescovo salvadoregno ucciso da un cecchino degli squadroni della morte il 24 marzo 1980, e papa Paolo VI (1897-1978).

In un periodo come quello attuale, in cui non tendono a scemare le voci sulla presunta lobby gay in Vaticano e su prelati nonché porporati omosessuali menzionati nel dossier Viganò, non si può non ripensare a simili polemiche in riferimento alla persona di Giovanni Battista Montini.

L’omosessualità del primo collaboratore di Pio XII e poi arcivescovo di Milano – che Pacelli non volle mai elevare alla dignità cardinalizia – era vociferata al di là del Tevere ancor prima che questi fosse eletto, il 21 giugno 1963, successore di Giovanni XXIII. A farsene portavoce, attraverso chiacchiere di palazzo, fu il cosiddetto pentagono pacelliano e, soprattutto, l’allora cardinal Vicario Clemente Micara, la cui antipatia verso Montini era ben nota. 

Chiacchiere che si ingigantirono a dismisura, quando Paolo VI si fece prosecutore dei lavori del Vaticano II e ne attuò le auspicate riforme. Furono soprattutto i presuli conservatori e certa stampa libellistica a diffondere l’immagine di un pontefice progressista, omosessuale e, secondo don Luigi Villa, massone. Una ripresa del classico topos della letteratura eresiologica, che vedeva nel devius a recta fide il devius a recta praxi.

Ma a dare pubblico rilievo a un Montini omosessuale fu il celebre diplomatico e scrittore francese Roger Peyrefitte (profondo conoscitore d’Oltretevere), che nel 1976, due anni prima della morte del pontefice, parlò - nel corso di un'intervista prima al magazine francese Lui, poi al quotidiano romano Il Tempo, dove fu pubblicata il 4 aprile col titolo Mea culpa? Ma fatemi il santo piacere - di colui che ne sarebbe stato l’amante: l'attore Paolo Carlini, protagonista di celebri sceneggiati televisivi come Il romanzo di un giovane povero o L'ultimo dei Baskerville. Peyrefitte sostenne che, proprio in onore dell'amato, Montini avrebbe scelto di chiamarsi Paolo una volta eletto pontefice.

Siccome la Congregazione per la Dottrina della Fede aveva da poco emanato il documento Persona humana (29 dicembre 1975), nel cui paragrafo 8 veniva riconfermata la condanna magisteriale dei rapporti omosessuali, si volle leggere nell’accusa di Peyrefitte una reazione calunniosa a una tale dichiarazione.

Argomento, questo, che lo stesso Paolo VI utilizzò durante l’Angelus del 4 aprile 1976: «Noi sappiamo che il nostro Cardinale Vicario e poi la Conferenza Episcopale Italiana vi hanno invitati a pregare per la nostra umile persona, fatta oggetto di scherno e di orribili e calunniose insinuazioni di certa stampa, irriguardosa dell'onestà e della verità. Noi ringraziamo voi tutti di codeste dimostrazioni di filiale pietà e di morale sensibilità. Così siamo riconoscenti a quanti hanno corrisposto a queste esortazioni di spirituale solidarietà. Grazie, grazie di cuore. 

Ci siamo ricordati, quasi a nostro malgrado, d’una bellissima parola degli Atti degli Apostoli: "una preghiera saliva incessantemente a Dio dalla Chiesa per lui»", Pietro (Act. 12, 5). Ancora, grazie! Noi ricambiamo codeste attestazioni di religiosa fedeltà invocando dal Signore per tutti lo Spirito di verità e la cristiana franchezza di dare sempre a cotesto senso cristiano, con la parola e con la vita, generosa testimonianza.

Siccome questo e altri deplorevoli episodi hanno avuto pretestuosa origine da una recente dichiarazione della nostra Congregazione per la Dottrina della Fede circa alcune questioni di etica sessuale, noi vi esortiamo a dare a questo documento e al complesso di insegnamenti, di cui esso fa parte, un'attenta considerazione ed una virtuosa osservanza, tali da tonificare in voi uno spirito di purezza e di amore, che faccia argine al licenzioso edonismo diffuso nel costume del mondo odierno, e che alimenti nei vostri animi la padronanza delle umane passioni accrescendo il senso forte e gioioso della dignità e della bellezza della vita cristiana».

Le vibranti parole di Montini non bastarono a tacitare le voci tanto più che Carlini, morto nel 1979 a un anno dal pontefice, non le smentì mai. L’argomento omosessualità, come noto, è stato poi affrontato nelle Positiones compilate in vista del processo di beatificazione e canonizzazione di Paolo VI, sia pur liquidate come prive di fondamento.

A meno che non compaiano prove documentali – e gli archivi sanno sempre regalare sorprese – resterà quel dubbio, da cui all’epoca furono rosi moltissimi presuli cattolici.

È noto il caso d’un vescovo lombardo che, dopo aver tuonato dall'ambone contro l’infame di Parigi (ossia Peyrefitte), nell’attraversare il presbiterio, dove erano riuniti i canonici del Capitolo Cattedrale, si rivolse loro a bassa voce: «Ma non è che sarà vero?».

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