Sono state oggi approvate per alzata di mano a Strasburgo due risoluzioni che, per quanto non legislative, sono di particolare significato per le persone Lgbti, ancora oggetto di violenza e discriminazione in Europa. Motivo per cui l'Ue e i suoi Stati membri dovrebbero fare di più per proteggere i loro diritti.

È quanto ha messo nero su bianco il Parlamento europeo adottando la risoluzione sulle azioni Lgbti dal 2019 al 2024. Con essa si invita la Commissione europea a garantire che i diritti delle persone Lgbti rappresentino un’assoluta priorità nel suo programma di lavoro per il prossimo quinquennio. 

Come ricordato da Daniele Viotti, copresidente dell'Integruppo per i diritti Lgbti al Parlamento europeo, «i diritti delle persone Lgbti non sono tutelati in modo uniforme in tutta Europa. L’Ue non dispone ancora di una protezione globale contro la discriminazione basata sull'identità di genere, sull'orientamento sessuale o sulle caratteristiche sessuali.

Le unioni omosessuali non sono riconosciute o tutelate in tutti gli Stati membri. La sterilizzazione è un requisito per il riconoscimento giuridico del genere in 8 Stati membri e 18 Stati membri richiedono una diagnosi di salute mentale. Nel frattempo, l'elenco delle azioni rimane limitato in termini di priorità e di impegno e le risposte innovative dell'Ue, come il pilastro dei diritti sociali, non vengono integrate».

L’altra risoluzione approvata a Strasburgo denuncia le violazioni dei diritti umani delle persone intersessuali e chiede alla Commissione e agli Stati membri di intervenire per garantire l'integrità fisica, l'autodeterminazione e l'autonomia dei bambini intersessuali.

In 21 Stati Ue minori intersessuali vengono sottoposti a interventi chirurgici di "normalizzazione" sessuale, senza il consenso della persona interessata. Per questo motivo insistendo sulla necessità d’armonizzare a livello europeo la legislazione in materia sull’esempio di leggi come quella portoghese e maltese, che proibiscono gli interventi chirurgici, la risoluzione ricorda come le identità intersessuali debbano essere depatologizzate e come le persone intersessuali debbano beneficiare dei più alti standard di salute previsti nella Carta delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo.

Viva soddisfazione è stata espressa dall’europarlamentare Viotti per tali risultati, che segnano anche il termine dell’incarico di copresidente dell’intergruppo.

«Con grande orgoglio – ha commentato - ho guidato, prima con Ulrike Lunacek e poi con Terry Reintke, il più grande integruppo presente al Parlamento europeo, portando all'attenzione di questa istituzione situazioni di grave pericolo per le persone omosessuali, come quella in Cecenia, partecipando ad iniziative in giro per il mondo, come al Pride di Instanbul e alla prima conferenza sui diritti gay in Tunisia»

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Sgozzate quella cagna comunista e parassita.

In quelle parole scritte si concentrano i più classici degli stereotipi maschilisti e razzisti: la donna presentata come donnaccia (letteralmente cagna, ndr), la punizione violenta da parte dell’altro, identificabile in chi, nell'immaginario comune, proviene da Paesi, dove lo sgozzamento è subito associato al terrorismo islamici.

Un messaggio di morte che lo scorso lunedì è stato indirizzato alla consigliera dem del Comune di Milano Diana De Marchi - che presiede la Commissione Pari Opportunità e Diritti Civili -, ospite di una locale trasmissione televisiva di Milano. Episodio che De Marchi ha denunciato pubblicamente in un post sul suo profilo Facebook e alle autorità.

A sette giorni esatti da quell’episodio l’assessora Diana De Marchi parla a mente più serena e lucida di quello che le è successo, di violenza contro donne, di discorso di odio e di differenze come valore.

Un lunedì come oggi, proprio sette giorni fa, è stata vittima di minacce di morte. A distanza di tempo, come rivede e giudica quell’episodio?

Quelle parole mi hanno subito sconvolta, ma devo dire che dopo, riflettendoci sopra, ho trovato quei termini interessanti, con rimandi spaventosi ai quali, a dire il vero, subito non avevo pensato a fondo. Quelle parole sono scelte ben precise, così come la definizione di “cagna” per dire donnaccia. Insomma, è stato messo dentro di tutto, dalla religione alla violenza sulle donne. Ecco, credo che dobbiamo ribellarci fortemente a questo. Se ci riflettiamo, anche nel contrasto del dibattito politico noi donne finiamo sempre con l’essere isolate perché tentano di metterci in una condizione di debolezza, dicendo cose gravissime a livello personale, intimo. Diventa un modo per evitare che una donna possa reagire, una forma di maschilismo spaventoso.

Se fosse identificata, non so cosa direi a quella persona, che immagino sia un uomo. Ritengo però che farò, come mi è stato suggerito, un’azione condivisa, costituendomi parte civile assieme ad associazioni donne e di uomini che lavorano per i diritti. Non cerco vendetta, mi metterei al suo stesso livello. 

Una cosa la voglio dire: al di là della solidarietà importante che mi ha espresso il mio partito, e una parte del centro destra, la cosa che mi ha più meravigliato e mi ha fatto piacere è stato ricevere attestati di solidarietà da associazioni come Agedo, Anpi, Non una di meno, Se non ora quando, la Rete delle Reti, realtà con le quali il Pd non ha dei veri contatti. Ma soprattutto dalle persone comuni. Ho trovato che per fortuna c’è una società civile che reagisce e che non apprezza un certo modo di stare e di rapportarsi con gli altri, ed è contraria a una deriva culturalmente orribile che sta dilagando nel quotidiano di parlarsi usando parole aggressive e violente. Occorre responsabilizzare di più le persone, a tutti i livelli, Non è la prima volta che sono stata attaccata in quel modo, ma è la prima volta che ho apertamente raccontato com’è andata, perché credo che la condivisione sia ciò di cui abbiamo bisogno. 

Eppure, nonostante gli attestati di solidarietà, nei vari commenti dei social la violenza verbale ha raggiunto livelli altissimi. 

Non credo si possa parlare di sovraesposizione. Mi rendo conto che ormai un po’ tutti quanti noi ci lasciamo trascinare, non dico dall’odio, ma dall’aggressività, ad esempio quando veniamo attaccati o provocati. È un modo di rispondere che forse prende tutti. 

Sul come fare a contrastare queste forme di violenza, anche se ripeto c’è una società civile diversa che si contrappone a tutto questo, non lo so ma è qualcosa che voglio capire per prima io stessa. Nelle scuole, dove lavoro, c’è una mobilitazione e c’è una risposta nei ragazzi i quali spesso usano questo linguaggio non per dire davvero quelle cose ma perché sono istintivi o più semplicemente perché si è abituati a sentire alcune espressioni.

Per quanto riguarda i social, non vedere una persona concreta di fianco fa pensare di essere autorizzati a dire cose che altrimenti non si direbbero di presenza. Per questo occorre intervenire facendo capire che anche nei social si parla sempre con una persona e di conseguenza si è responsabili delle proprie parole.  

Rimanendo ancora nei social, tra i commenti più ricorrenti contro la “vecchia politica” c’è l’immancabile “e allora il Pd”?. Ma non sarà che, negli ultimi anni, il Pd e la sinistra si sono scollegati dalla realtà lasciando di fatto un vuoto?

Non nego che il Pd abbia fatto errori enormi che si sono visti coi risultati delle elezioni, tuttavia credo che questo chiudersi in se stesso non sia stato una scelta di slegarsi dalla realtà, ma che ci sia veramente persi, anche in una battaglia di impegno e di convinzione di essere sulla strada giusta, però senza ascoltare chi dava una opinione diversa. Il risultato è stato diventare troppo distanti, indipendentemente dall’obiettivo giusto e guidati dall’idea del “ci siamo noi che ci stiamo lavorando, poi capirete”. 

Tuttavia, secondo me, l’elemento delle relazioni avvicina tutte quelle persone che sono contrarie al clima che si è creato e che, indipendentemente dall’orientamento politico anche di chi ha fatto una scelta di protesta e oggi si pente, insieme vogliono cambiare questo modo aggressivo di stare insieme. Le donne, poi, in questi discorsi di odio sono sempre le prime vittime perché la differenza viene fatta diventare diseguaglianza, mentre invece dobbiamo riportarla come ricchezza. Un lavoro che proprio a partire dalle donne diventa preziosissimo e che vale per tutte le differenze. 

In tema di differenza, donne e rifiuto dell’aggressività e dell’odio, lei si è schierata apertamente per la trascrizione in anagrafe dei bambini figli di due papà. Questo, mentre da una parte il sindaco Sala ancora temporeggia in attesa di una sentenza della Corte di Cassazione a Sezioni Unite e, dall’altra, qualche associazione Lgbti e alcune femministe si sono dette fortemente contrarie, fino a osteggiarla. A che punto è la trascrizione e cosa pensa di queste critiche così aspre? 

Come Consiglio comunale abbiamo deciso, a maggioranza, di portare avanti queste trascrizioni, di muoverci per quelle che hanno fatto richiesta e di lavorare perché siano recepite senza barriere e ostacoli, anche per dare il segnale che non siano le sentenze a darci le indicazioni. Purtroppo, al momento, siamo bloccati con il Piano di Governo del Territorio che sta richiedendo più tempo del previsto e poi deve esserci un passaggio in Aula. 

Parliamo di un tema molto dibattuto e non mi riferisco tanto a quello della trascrizione, quanto proprio a quello della gestazione per altri, un tema che non è mai stato affrontato in modo approfondito anche all’interno dello stesso Pd e sul quale quindi siamo impreparati.

Personalmente non mi aspettavo che ci fossero anche all’interno del partito tante difficoltà, ma mi sono resa conto che manca la conoscenza e quindi, proprio perché non si hanno gli strumenti, alcuni slogan si acquisiscono con più facilità. Non credo si tratti di contrarietà, quanto piuttosto di non conoscenza di cosa si parla davvero. Per fortuna il nostro partito, secondo me, ha al suo interno posizioni diverse che fanno comprendere le visioni e i bisogni di più parti. Però è chiaro che alla fine occorre prendere delle decisioni e scegliere, ma non vogliamo restare ostaggio della non conoscenza. Io ho preso l’impegno di lavorare proprio su questo tema.

Per quanto riguarda, invece, gli attacchi, Marina Terragni ha fatto proprio su di me anche un blog che ha portato ovunque. Ma credo che anche quello non sia un modo di confrontarsi. Non si può dire “se accetti le trascrizioni allora sostieni lo sfruttamento del corpo delle donne”, perché le due cose non vanno assolutamente in automatico. Oltretutto è una cosa gravissima, anche nella dichiarazione, perché rivela una incapacità di conoscere le situazioni e di capirle e una non volontà di confrontarsi. Insisto invece che su questo bisogna lavorare. 

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Succede che il deputato dem Ivan Scalfarotto, già sottosegretario allo Sviluppo Economico durante il Governo Renzi, lanci un tweet in occasione dell’elezione della leghista Stefania Pucciarelli a presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato.

Tweet fortemente negativo alla luce di alcune dichiarazioni passate della parlamentare sarzanese e, d'altra parte, pienamente in linea con le valutazioni espresse a voce o sui social, il 14 novembre scorso, circa tale elezione da esponenti della classe politica e associazionistica. 

Succede però che la senatrice Pucciarelli sporga querela per diffamazione aggravata a mezzo social contro Scalfarotto, che ha ieri ricevuto dalla Procura della Repubblica de La Spezia la notifica della conclusione delle relative indagini preliminari.

Scalfarotto, che ha ribadito di confermare integralmente la sua valutazione «totalmente negativa sulla nomina alla presidenza di una Commissione preposta a tutelare i diritti delle minoranze, degli esclusi e dei più deboli di una persona con le opinioni espresse a più riprese da Stefania Pucciarelli», ha subito dichiarato: «Pur discutendosi di una valutazione tutta politica, e come tale parte essenziale del mio mandato di deputato della Repubblica, rinuncerò all'immunità prevista dalla Costituzione per le dichiarazioni espresse dai parlamentari e in tal senso ho già dato mandato all'avvocato Davide Steccanella del Foro di Milano».

Abbiamo raggiunto il deputato per saperne qualcosa di più.

On. Scalfarotto, qual è stata la prima reazione quando ha ricevuto la notifica?

Mi ha stupito il fatto che la senatrice Pucciarelli volesse riaprire una vicenda che sul piano politico per lei mi pare essere oggettivamente molto imbarazzante. Al suo posto mi sarei guardato dal rimettere una  nomina come la sua a capo di quella specifica Commissione, francamente vergognosa date le sue precedenti dichiarazioni in tema di diritti umani, sotto i riflettori.

Aveva mai parlato con la senatrice Pucciarelli dopo il tweet?

No, non conosco personalmente la senatrice. Non le ho mai parlato e non l’ho mai incontrata.

Nessun timore, dunque, nel subire un processo o ci ripenserà come Salvini?

Se la magistratura deciderà di procedere nei miei confronti, non ci sarà nessun problema da parte mia: anzi, come ho detto si tratterà di una grande occasione per riaprire la discussione pubblica su uno dei punti più bassi della vicenda politica di questo governo di destra razzista e xenofoba. Certo, sarà interessante anche discutere sulla legittimità della querela a un parlamentare per l’espressione di un giudizio politico, cosa che la Costituzione espressamente vieta. Ma questa è evidentemente un’ulteriore dimostrazione della maturità democratica di questo governo e di questa maggioranza: chi si oppone alle loro malefatte, va querelato. Io, al contrario di Salvini, leader della senatrice Pucciarelli, non cercherò di sottrarmi al giudizio.

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Cofirmata da 30 deputati del Pd il 21 gennaio e annunciata il 22, l’interpellanza parlamentare 2-00217 di Ivan Scalfarotto al ministro per gli Affari Esteri e la Cooperazione Internazionale Enzo Moavero Milanesi sulle «iniziative di competenza, anche in sede europea, per la tutela dei diritti delle persone Lgbt in Cecenia» ha ricevuto oggi risposta in Aula.

A dare lettura del testo preparato dalla Farnesina, successivamente giudicato da Scalfarotto quale insoddisfacente «perché - diciamo così - conosco il linguaggio governativo, appunto per esperienza personale e so che si tratta di parole di circostanza», il sottosegretario del medesimo dicastero Ricardo Antonio Merlo, che ha detto: «La lotta contro ogni forma di discriminazione, anche in base all'orientamento sessuale e all'identità di genere, costituisce una delle direttrici della nostra azione internazionale nell'ambito dei diritti umani e figura fra le priorità del mandato italiano nel Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite per il triennio 2019-2021.

Per questo, seguiamo con particolare preoccupazione la questione delle discriminazioni, anche basate sull'orientamento sessuale, nella Federazione Russa e, soprattutto, i recenti casi di gravi violazioni dei diritti umani e delle libertà fondamentali ai danni delle persone LGBT+I in Cecenia.

Fin dalla ripresa delle segnalazioni, a dicembre 2018, da parte di media russi, abbiamo condiviso e sostenuto le principali iniziative avviate a livello internazionale e locale, anche in coordinamento con le istanze dell'Unione europea per accertare i fatti, nella convinzione che sia necessario fare piena luce sulla vicenda

Più nel dettaglio, abbiamo concorso con i partner dell'Unione Europea alla formulazione di un intervento congiunto sul tema al Consiglio permanente dell'OSCE. In tale dichiarazione, ribadendo la nostra profonda preoccupazione per quanto sta avvenendo in Cecenia ai danni di persone LGBT+I, abbiamo ribadito l'appello della Federazione Russa di condurre indagini tempestive, efficaci e approfondite, garantendo la consegna alla giustizia dei responsabili o complici di tali atti. 

Inoltre, l'Italia è intervenuta sul tema delle discriminazioni nella Federazione Russa anche nell'ambito dell'ultimo esercizio di revisione periodica universale cui si è sottoposta la Russia, in sede ONU, a maggio 2018. In tale occasione, abbiamo formulato una raccomandazione al Paese di adottare misure concrete per combattere tutte le forme di discriminazione, incluse quelle basate sulla religione e sull'orientamento sessuale. 

Continueremo a seguire con la massima attenzione il tema e ad attivarci in tutte le sedi utili, opponendoci ad ogni forma di discriminazione e violenza».

Ma a lasciare perplessi non è tanto il tenore della risposta  soprattutto in riferimento «alla formulazione di un intervento congiunto sul tema al Consiglio permanente dell'OSCE”. Dichiarazione, questa, non rispondente al vero come ricordato dallo stesso Scalfarotto nell’illustrare previamente l’interpellanza: «All'interno dell'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, 15 Paesi, ma purtroppo non l'Italia, hanno chiesto di attivare il cosiddetto meccanismo di Vienna, cioè di porre delle questioni, delle domande precise al Governo russo […].

La rappresentante lituana ha detto che Mosca ha risposto, ma senza entrare nel merito della vicenda, quindi questi Paesi si sono dichiarati insoddisfatti; e con l'aggiunta ancora di un altro Paese che è stato il Belgio, ma ripeto, non l'Italia, hanno innestato un altro meccanismo che, ironia della sorte, si chiama meccanismo di Mosca, che prevede la formazione di una commissione di tre persone, una delle quali può essere indicata dal Governo russo, per indagare sulla vicenda».

La cosa grave è un’altra. Il sottosegretario ha infatti volontariamente omesso la lettura di termini significativi nonché di un intero capoverso quanto mai nodale. Gaynews è entrato in possesso del testo cartaceo portato in aula da Merlo e recante le cancellazioni a penna delle parti su indicate. 

Al quarto capoverso non solo dopo «indagini tempestive, efficaci e approfondite» è stato depennato «sulle segnalazioni ricevute» ma a essere cassato è stato il qualificativo «esecrabili» in riferimento agli «atti» persecutori. 

Completamente cancellato il capoverso successivo, che recitava: «In ambito europeo, continuiamo a sostenere il mantenimento di canali di dialogo fra la Delegazione Ue a Mosca e l’Ombusdperson russo, incoraggiando anche contatti dell’Ue con il Consiglio Presidenziale per i Diritti Umani, principale organo consultivo in materia dell’amministrazione presidenziale russa. Il binario dell’Unione Europea consente infatti di iscrivere i nostri interventi di sensibilizzazione in un quadro più ampio e, tendenzialmente, più incisivo».

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Con un post pubblicato in tarda mattinata sulla propria pagina Facebook, Russian Lgbt Network ha annunciato di aver avviato il trasferimento delle «persone sopravvissute alla nuova ondata di persecuzione omofoba in Cecenia».

Come precisato dalla stessa ong, presieduta da Igor Kochetkov, le vittime superstiti alla repressione «confermano il carattere su larga scala della persecuzione. Testimoniano anche che la persecuzione era già iniziata all'inizio di dicembre 2018 e che le persone sono trattenute negli uffici di polizia non solo ad Argun, ma anche a Grozny».

Sulla nuova purga anti-Lgbt le autorità cecene continuano ad avere un atteggiamento negazionistico e a puntare il dito contro l’Occidente.

La scorsa settimana il ministro dell'Informazione Dzhambulat Umarov ha infatti liquidato come falsa la notiza che le forze dell'ordine cecene avessero detenuto illegalmente una quarantina di persone omosessuali, uccidendone almeno due.

«È una totale fesseria», così in un’intervista video a Kavkaz Realii, cui ha anche dichiarato: «Non seminate i semi della sodomia nella benedetta terra del Caucaso. Non cresceranno come nella pervertita Europa. Lasciate in pace la Repubblica cecena».

Dall’Italia continua invece il pressing sul governo, perché intervenga sull’omologo russo. In prima linea, sin dall’inizio, Certi Diritti, il cui presidente Yuri Guaiana si è fatto promotore, come responsabiwl delle campagne di All Out, di un appello al presidente del Consiglio Giuseppe Conte e ai leader mondiali, riuniti da oggi presso il Forum economico mondiale di Davos, perché «denuncino pubblicamente queste atrocità e chiedano alle autorità russe di assicurare i responsabili alla giustizia».

La settimana scorsa, invece, dopo la specifica interrogazione parlamentare, che ha visto Alessandro Zan quale primo firmatario, è stata presentata dal deputato dem Ivan Scalfarotto un’interpellanza parlamentare al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale Enzo Moavero Milanesi.

Interpellanza, che cofirmata da ben altri 30 parlamentari del Pd, è volta a chiedere «Se il ministro interpellato sia a conoscenza dei fatti descritti nella premessa e quali siano le sue valutazioni sull’argomento;

Quali iniziative, per quanto di competenza, intenda mettere in campo - e in quali tempi - perché cessino gli arresti illegali e le violenze e per ristabilire le garanzie dei diritti umani nei confronti delle persone Lgbt che vivono in Cecenia;

Quali iniziative intenda intraprendere, anche nei confronti del Governo della Federazione Russa, per poter ottenere informazioni e rassicurazioni sulla gravissima situazione in cui versano la comunità Lgbt e, più in generale, i diritti umani in quel Paese;

Quali iniziative intenda intraprendere, anche nei confronti del Governo della Federazione Russa, perché cessino senza ritardo le violazioni della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (Cedu), avuto particolare riguardo ai temi della discriminazione e della violenza di cui sono fatte oggetto le persone sulla base dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere;

Quali iniziative intenda intraprendere in sede di Unione Europea affinché l’Unione si faccia parte attiva per ristabilire la piena tutela dei diritti dei cittadini e delle cittadine omosessuali nella Repubblica di Cecenia».

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Sulla nuova ondata di arresti e torture a morte di persone Lgbti in Cecenia si erano già espressi nella giornata d’ieri i Radicali Italiani e l’Associazione Radicale Certi Diritti, chiedendo un intervento esplicito del ministro dell’Economia Giovanni Tria presso il premier russo Dmitrij Anatol'evič Medvedev.

Nella giornata di oggi è intrevenuto al riguardo il deputato del Pd Alessandro Zan con una specifica interrogazione parlamentare indirizzata al ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale Enzo Moavero Milanesi.

Interrogazione che, cofirmati dagli omologhi di partito Roberto Giachetti, Luca Rizzo Niervo, Francesca La MarcaEnza Bruno Bossio, Martina Nardi, Angela Schirò, Antonella Incerti, Stefania Pezzopane, Lucia Ciampi, Maria Chiara Gadda, appare così motivata: «Si apprende da numerosi organi stampa nazionali e internazionali che in Cecenia, Repubblica della Federazione Russa, sono in corso operazioni di polizia volte all’identificazione, al fermo, all’arresto e alla deportazione di persone ritenute omosessuali. Secondo fonti appartenenti ad associazioni locali per la tutela dei diritti umani e Lgbt, le persone arrestate sarebbero poi trasferite in un campo di prigionia ad Argun, sottoposte a tortura, fino anche all’eliminazione fisica. Il quotidiano Novaja Gazeta, tra gli ultimi indipendenti in Russia, ha confermato gli arresti di decine di persone e l’uccisione di due uomini, in quanto omosessuali.

Già nella primavera del 2017 erano state denunciate dalla stampa alla comunità internazionale sistematiche persecuzioni in Cecenia contro la comunità Lgbt, ordinate direttamente da Ramzan Kadyrov (presidente ceceno che ha di fatto reso la regione una dittatura islamica), il quale aveva smentito tali operazioni con la frase “non si possono arrestare o reprimere persone che non esistono nella Repubblica Cecena”, negando quindi l’esistenza stessa delle persone omosessuali».

Fatti, questi, che, secondo gli interroganti, «rappresentano una gravissima violazione della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (Cedu), di cui la Federazione Russa e quindi anche la Repubblica Cecena sono firmatarie», sì da presentarsi quale urgente «un intervento della Repubblica Italiana nelle opportune sedi internazionali per verificare i fatti e, nel caso, ripristinare lo stato di diritto e il pieno rispetto dei diritti umani, oltre che dovere del governo italiano applicare il comma 3 dell'articolo 10 della Costituzione italiana e garantire dunque immediato asilo alle persone attualmente perseguitate».

Alla luce di tali elementi Zan e gli altri cofirmatari hanno domandato: «se il governo sia a conoscenza dei fatti sopra esposti e quali iniziative il ministro interrogato intenda porre in essere per far cessare queste sistematiche violenze contro la comunità Lgbt cecena e garantire in futuro piena la piena libertà e il pieno rispetto dei diritti umani nella Repubblica Cecena».

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Da più parti si dava per certa, entro la giornata del 17 dicembre, la parola fine alla querelle della cosiddetta “trascrizione dei due padri”. Appellativo esemplato su quello dell’omonima Commissione consiliare milanese, istituita a Palazzo Marino in rispondenza a una mozione dell’opposizione (recante anche però la firma della dem Roberta Osculati e della capogruppo del gruppo di maggioranza Elisabetta Strada) e agli appelli di associazioni come ArciLesbica, Rua, Snoq – Libere.

Oggetto di dibattito la trascrizione degli atti di nascita esteri di quattro bambini, rispettivamente figli di tre coppie di papà, rimandata da più mesi in ragione della tecnica medica della gpa a seguito della quale sono stati dati alla luce. Aspetto, questo, rispetto al quale il sindaco Beppe Sala preferisce da tempo glissare adducendo quale motivazione della estenunate procrastinazione la volontà di adeguarsi alla sentenza della Cassazione a Sezioni Unite (prevista in gennaio) su un analogo caso trentino di trascrizione. 

Ma un tale argomento è suonato a tanti quale deresponsabilizzante. Il tutto in un gioco di gesuitici equilibri al fine di non scontentare né la maggior parte delle associazioni Lgbti (per la tutela dei cui diritti Sala passa quale vindice e difensore: basti solo pensare ai vibranti discorsi annui sul palco di uno dei più importanti Pride d’Italia qual è quello milanese) né quella fetta di femminismo radicale che, per quanto minoritario, ha un’incidenza non del tutto irrilevante in area meneghina.

Ma quali i risultati raggiunti dalla Commissione Consiliare?

Nella prima seduta, tenutasi il 12 dicembre, l’argomento trascrizioni è stato introdotto dall’assessora alla Trasformazione digitale e Servizi civici Roberta Cocco e dal direttore dei Servizi Civici Andrea Zuccotti, che hanno parlato del perimetro giuridico entro il quale gli organi del Comune devono agire. Ribadendo che il preminente interesse del minore sia il principio che debba guidare l’azione degli organi amministrativi, in primis l’ufficiale di Stato Civile, hanno rilevato come non possa né debba il Comune entrare nel merito di come, da chi e quando la vita del bambino abbia avuto origine. 

È stata chiara, fin da subito, la propensione della maggioranza a porre fine al limbo giuridico in cui versano i quattro bambini figli delle tre coppie di papà e a procedere all’immediata trascrizione – come peraltro previsto dalle norme di diritto Internazionale – degli atti redatti all’estero, valutandone esclusivamente l’eventuale contrarietà all’ordine pubblico internazionale e non la componente morale o sociale. Più volte durante le sedute è stato rimarcato come la «non contrarietà all’ordine pubblico dei certificati di nascita redatti all’estero sia stata ribadita in ben tre sentenze della Corte di Cassazione, oltre che dalle due recenti sentenze del Tribunale di Milano che ha ordinato al Comune di Milano di procedere alla trascrizione».

Prima di dare il via al dibattito la presidente della Commissione Arianna Cenci ha invitato gli audiendi ad attenersi esclusivamente all’oggetto della Commissione, ovvero la richiesta di trascrizione degli atti, evitando polemiche e divagazioni. Invito che da talune è stato puntualmente disatteso. 

La scrittrice Marina Terragni – il cui intervento ha sforato quasi del doppio i cinque minuti concessi – non solo ha divagato sulla contrarietà della pratica della gpa alla legge della pratica ma ha presentato la questione delle problematiche apportate da tutte le pratiche di fecondazione alle donne che vi si assoggettano. Ha quindi invocato il ricorso all’istituto delle adozioni in casi particolari, ignara che tali casi sono ben normati dall'articolo 44 della legge 184/1983.

Cristina Gramolini, presidente di ArciLesbica Nazionale, ha preferito invece attaccare Famiglie Arcobaleno, arrivando, nella foga polemica, ad assimilare gli ufficiali di Stato Civile che accettano di trascrivere gli atti di nascita ai gerarchi nazisti che eseguivano gli ordini del regime.

Nei numerosi interventi successivi, soprattutto quelli di giuristi, è stato riportato il focus sulla tutela dei diritti dei bambini, che devono essere pieni e immediatamente disponibili, senza discriminazioni discendenti dal genere o dall’orientamento sessuale dei loro genitori.

I consiglieri comunali sono stati invece auditi nella seduta conclusiva di venerdì 14. Tra i tanti che hanno preso la parola a favore della trascrizione immediata dei detti atti Angelo Turco (che, insieme con la presidente della Commissione comunale Pari Opportunità Diana de Marchi, si è impegnato sin dalla prima ora al riguardo)Anita Pirovano, Filippo Barberis.

Completamente contraria la presidente del gruppo consiliare di maggioranza Beppe Sala Sindaco Noi, Milano Elisabetta Strada, che è stata la prima firmataria della richiesta di audizione in commissione congiunta, promossa dall’opposizione.

Strada ha fra l’altro chiesto di non procedere nemmeno alle trascrizioni imposte dal Tribunale di Milano, senza tenere in conto che ciò configurerebbe il reato d'omissione d’atti di ufficio.

Le hanno fatto eco i consiglieri dell’opposizione a partire dall’ex direttore di Tempi Luigi Amicone, che ha negato il diritto alla genitorialità per le coppie omosessuali e ha definito legittimi atti come la non trascrizione quale deterrente per le stessea proseguire nei loro progetti familiari. 

Ma parole di forte contrarietà sono state pronunciate dalla consigliera del Pd Roberta Osculati, giunta a dichiarare che la gpa non dovrebbe essere considerata una tecnica di procreazione medicalmente assistita.

Ma gli interventi degli altri consiglieri di maggioranza hanno però confermato la volontà di procedere alla trascrizione degli atti attualmente sospesi. Tra questi quello della presidente della Commissione Arianna Cenci, che ricordato come «un diritto in più non toglie un diritto ad altri» e definito come «inevitabile» il procedere e dar corso alle richieste pendenti da troppo tempo e che ledono e discriminano i diritti di tanti bambini.

Ma quell’inevitabile, che fonti autorevoli di Palazzo Marino avevano datato al lunedì successivo, è tuttora sospeso.

Un inevitabile che, col passare dei giorni, sembra sempre più rarefarsi mentre si avvicina gennaio, mese in cui ci sarà la sentenza della Cassazione. Mese che appare come il più rispondente all’attendismo di Sala, dato che, come l’etimologia ricorda, gennaio è pur sempre il mese di quel Giano venerato ed effigiato come Bifronte.

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Il 12 dicembre il Parlamento europeo ha approvato in plenaria a Strasburgo la Relazione annuale sui diritti umani e la democrazia nel mondo nel 2017 e sulla politica dell'Unione europea in materia a firma del lituano Petras Auštrevičius (Gruppo dell'Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l'Europa).

Al paragrafo 48 del documento c’è un equilibrato inciso sulla pratica della gpa in correlazione a eventuali violazioni dei diritti umani. [Il Parlamento] «chiede di introdurre chiari principi e strumenti giuridici – si legge –  per far fronte alle violazioni dei diritti umani correlate alla gravidanza surrogata».

Gli eurodeputati hanno pertanto respinto (271 no, 270 sì, 77 astenuti) l’emendamento 48bis che, presentato dallo slovacco Miroslav Mikolášik (Ppe), si presentava quale formula dannatoria della gpa tout court.

Eccone il testo: [Il Parlamento] «ribadisce la sua condanna della pratica della surrogazione, che compromette la dignità umana della donna dal momento che il suo corpo e le sue funzioni riproduttive sono usati come una merce; sottolinea che la pratica della gestazione surrogata, che prevede lo sfruttamento riproduttivo e l'uso del corpo umano per un ritorno economico o di altro genere, in particolare nel caso delle donne vulnerabili nei paesi in via di sviluppo, deve essere vietata e trattata come questione urgente nell'ambito degli strumenti per i diritti umani». 

14 gli europarlamentari italiani, che hanno votato contro l’emendamento 48bis: i forzisti Remo Sernagiotto e Fulvio Martusciello, Stefano Maullu di Fratelli d'Italia, i dem Brando Benifei, Sergio Cofferati, Andrea Cozzolino, Michela Giuffrida, Daniele Viotti, la pasionaria di Possibile Elly SchleinAntonio Panzeri, Massimo Paolucci e Flavio Zanonato di Mdp, Eleonora Forenza e Barbara Spinelli di Lista Tsipras. Ad astenersi, invece, Pina Picierno (Pd) e Giulia Moi (M5s).

A votare, invece, a favore Salvatore Cicu, Elisabetta Gardini, Giovanni La Via, Barbara Matera, Massimiliano Salini per Forza ItaliaMara Bizzotto, Mario Borghezio, Angelo Ciocca, Oscar Lancini, Giancarlo Scottà, Marco Zanni per la Lega; i pentastellati Isabella Adinolfi, Laura Agea, Tiziana Beghin, Fabio Massimo Castaldo, Ignazio Corrao, Rosa D'Amato, Eleonora Evi, Dario Tamburrano, Marco Valli, Marco Zullo; Goffredo Bettini, Renata Briano, Nicola Caputo, Caterina Chinnici, Silvia Costa, Paolo De Castro, Isabella De Monte, Giuseppe Ferrandino, Elena Gentile, Roberto Gualtieri, Luigi Morgano, Alessia Mosca, Patrizia Toia, Damiano Zoffoli per il Pd; Herbert Dorfmann (Svp).

A distanza di giorni la bocciatura dell’emendamento ha suscitato reazioni tra alcune femministe che, utilizzando il complesso lemmatico 'utero in affitto', hanno stilato una lista di proscrizione di parlamentari europei nostrani «da non votare più», i quali corrispondono ovviamente ai citati 14 contrari. Menzionate anche le due eurodeputate astenutesi nonché i 15 assenti al momento del voto.

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Una risoluzione per supportare a livello tecnico-giuridico i Comuni dell’Emilia-Romagna intenzionati a registrare all’anagrafe figli e figlie di coppie omogenitoriali. Con la connessa intenzione di portare la questione «in Parlamento per colmare un vuoto normativo», cui hanno cercato di ovviare alcuni sindaci coraggiosi a partire dalla prima cittadina di Torino «Chiara Appendino che ha riconosciuto la doppia genitorialità. E, poi, Bologna, Gabicce, Firenze, Milano, e tanti altri. Atti di grande coraggio resi possibile anche dalla legge 40 sulla procreazione assistita e dalla legge Cirinnà».

Questo, in sintesi, il contenuto del provvedimento presentato dalla consigliera pentastellata nonché portavoce del M5s presso la Regione Emilia-Romagna Silvia Piccinini. Ma in Aula il provvedimento, che ha incassato il voto favorevole di Sinistra Italiana, è stato ieri respinto con il no di Lega, Fdi, Fi, e Pd.

A sconcertare non certamente la contrarietà di Fratelli d’Italia (il consigliere Giancarlo Tagliaferri ha parlato di «diritto dei bambini ad avere una mamma e un papà» e di «famiglie omosessuali ultimo dei problemi in Italia») e Lega (con Massimiliano Pompignoli che ha ribadito il trito assunto del sostegno alla «famiglia tradizionale composta da madre e padre»), ma quella del Partito Democratico.

Il capogruppo Stefano Caliandro ha così argomentato: «Il tribunale di Roma nel 2014 si è già occupato dell'adozione parentale. Il Pd ha già scelto di approvare la legge Cirinnà: su questo non ci sono dubbi. Ma i minori vanno tutelati a tutti i livelli e il Movimento 5 stelle sembra dimenticare i figli dei migranti».

Secca la risposta di Silvia Piccinini, che ha dichiarato: «Sempre più evidenti le divisioni interne, che Caliandro ha cercato di mascherare con un patetico tentativo di spostare l'attenzione sul piano politico.

Il Pd ha affossato la nostra risoluzione che chiedeva alla Regione di sostenere i Comuni nelle operazioni connesse all'iscrizione all'anagrafe dei bambini di coppie omogenitoriali. Un atteggiamento sconcertante e che va contro la loro stessa legge votata in Parlamento e approvata nella scorsa legislatura. Questa è la loro coerenza». 

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Classe 1975, il monzese Pippo Civati è stato deputato nel corso della XVII° legislatura. Eletto tra le file del Partito Democratico, ne è uscito nel 2015 in aperto dissenso con le linee politiche dell’allora segretario nonché presidente del Consiglio Matteo Renzi.

Il 26 maggio di quel medesimo anno ha annunciato la nascita di Possibile, di cui è stato primo segretario fino al 17 marzo scorso.

A poche settimane dalla creazione della compagine Lgbti del partito da lui fondato l’abbiamo raggiunto per raccoglierne impressioni e valutazioni in riferimento all’attuale scenario politico italiano ed europeo.

On. Civati, facciamo un passo indietro fino al 26 maggio 2015. Perché Possibile?

Possibile vuole reagire nettamente a chi ripete come fosse un’ossessione che non ci sono alternative. E anche a chi promette cose irrealizzabili. Il «possibile» si colloca nel futuro ma senza scorciatoie, senza slogan eccessivi e smisurati. E si lega a tutte le esperienze che vogliono tentare strade inedite, con l'obiettivo della riduzione delle disuguaglianze, questione che abbiamo collocato nel nostro simbolo, come vera e propria madre di tutte le battaglie.

Il tema migrazione è uno dei più attualmente scottanti e non solo in Italia. È sempre più diffusa la narrazione di un’Europa che si va sfaldando a fronte della gestione di una tale problematica. Cosa ne pensa? 

L'Europa non è un Europa astratta. Ma è l'Europa di una destra moderata che non ha voluto fare i conti con le storture della globalizzazione e con le disuguaglianze sociali e non ha avuto ambizioni per rendere l'Europa più forte proprio per non disturbare alcuni interessi da cui la politica evidentemente continua a dipendere. Penso alle migrazioni, alle questioni fiscali, al rapporto con le concentrazioni di potere economico e quindi con le multinazionali. Un'Europa che già molto sovranista perché sono sempre gli Stati nazione a decidere. In questo senso il sovranismo tanto agognato dai nazionalisti (perché il sovranismo è inevitabilmente sovranita, e non è un caso che Salvini sia il modello) è soltanto il punto di arrivo di un'impostazione politica che conosciamo molto bene: ci vuole qualcosa di completamente diverso che lo mette in discussione l'Europa ma che finalmente la faccia.

Senza l’Europa sarebbe più facile, a suo parere, l’avvento di poteri meno democratici?

Ovviamente sì, nel nostro caso avremo un sovranismo in ritirata, un nazionalismo della disperazione, non certo quello di una grande potenza, alle prese con problemi insormontabili, come si è già visto in questa fase politica, in cui il cialtronismo ha raggiunto livelli sorprendenti. Il modello Orbán che piace tanto a Salvini è già una realtà: autoritarismo e discriminazioni sono due ingredienti che vanno di pari passo. Per le minoranze, d’ogni tipo, se si affermerà quell’impostazione, i tempi saranno molto cupi. È per questo che si deve reagire. Sì. Forse ora se ne rendono conto tutti, che bisogna agire, dopo anni di acquiescenza e di torpore. Tocca a ciascuno di noi, singolarmente, e insieme, seguendo ciò che si muove e organizzando un campo che la politica istituzionale ha letteralmente devastato. Non bisogna avere fretta, non bisogna però nemmeno perdere tempo. 

Le forze di destra, anche quelle più estreme, avanzano in tutta Europa. Anche in Italia ne è cresciuta la presenza. Cosa sta accadendo secondo lei?

Il nostro Paese ha conosciuto vent'anni di progressiva - anzi, regressiva - deriva culturale. In questo senso la stagione dell'antipolitica così come la vediamo, soprattutto in questi mesi in cui è arrivata al governo, ha raccolto l'eredità nel ventennio precedente. In questa confusione ideologica e questo continuo rovesciamento sono emerse pulsioni antiche, autoritarie e razziste, che realtà ci sono sempre state, in questo paese, ma che ora non trovano ostacoli né anticorpi come accadeva un tempo. In questo senso il fascismo quello delle camicie nere e quello più sottile e pericoloso di chi non considera la Costituzione e non si cura della legge e della dignità istituzionale ha campo libero.

Si registra un generale disfattismo nei riguardi della sinistra. Al contempo l’idea di uno Stato forte sembra passare tra il pensiero populista e quello sovranista. C’è ancora uno spazio per un’aggregazione forte in grado di rispondere a questa idea? 

Più che dell'aggregazione forte che assomiglia a un’ammucchiata senza politica, c'è bisogno che emergano pensieri, parole, proposte che non abbiano nulla a che fare con quello che abbiamo visto finora. Nonostante la débacle del 4 marzo mi pare che tutto si svolga in una sinistra (questa sì, sinistra) continuità con ciò che è accaduto prima. Nessuna vera riflessione su ciò che si può fare per ottenere nuovamente la fiducia dei cittadini. Nessun progetto di società. Nessuna storia, vera, da raccontare. Su questo dobbiamo lavorare.

In Italia sono al momento oltre i 4 milioni le persone in stato di povertà. Il reddito di cittadinanza vuole essere una delle tante risposte di questo governo. Che cosa ne pensa? 

Sono sempre stato favorevole a reddito minimo garantito e lo sono da prima che lo proponesse grillo qualche anno fa. Con Possibile e con Davide Serafin in particolare abbiamo fatto proposte sostenibili in questo senso e ho come l'impressione che dopo i mesi di ubriachezza da parte della maggioranza si finirà con il convergere su quanto dicevamo noi. Qualcosa di molto diverso dalla propaganda di Di Maio e dalle semplificazioni di questo governo.

La collettività Lgbti continua a denunciare casi di violenza omofobica e transfobica nel paese. Come si può arginare, a suo parere, una tale violenza?

Da tempo sostengo la necessaria convergenza dei diritti civili e dei diritti sociali. So che in questo momento nel nostro Paese sono contrapposti ma chi li contrappone vuole negare entrambi. Per questa ragione la difesa dei diritti e la promozione dei diritti, soprattutto, si sposa perfettamente con quell'urgenza di reagire alle cose, di cui abbiamo parlato finora e con quella voglia di uguaglianza di cui parlavo descrivendo Possibile.

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