Alle 17:45 del 22 maggio del 2013 si spegneva presso l’amata comunità genovese di San Benedetto al Porto, da lui fondata nel 1970, don Andrea Gallo.

Partigiano negli ultimi scorci della Guerra di liberazione italiana, sacerdote controcorrente, portavoce di istanze considerate progressiste dalle gerarchie cattoliche, don Gallo fu soprattutto compagno di viaggio delle persone più povere, emarginate, discriminate. Era indicato quale prete di strada. Fu anche etichettato in svariati modi soprattutto da chi ne mal digeriva il parlare schietto e l’agire evangelico.

Ma la vera definizione è quella che diede lui stesso di sé in un’intervista rilasciata nel 2008 a La Repubblica: «Comunista? Eh, la Madonna! Socialista? Ultimo dei no global? Mi sono state attribuite tante etichette ma io non ho scelto un'ideologia. A 20 anni ho scelto Gesù: ci siamo scambiati i biglietti da visita e sul suo c'era scritto: Sono venuto per servire e non per essere servito».

Di lui si ricorda la partecipazione al Pride di Genova del 2009 in pieno dissenso con le posizioni magisteriali sulle persone Lgbti. Ma soprattutto il fattivo sostegno a favore delle persone transgender di Via del Campo nel centro storico del capoluogo ligure. Grazie al suo impegno fu loro evitato lo sfratto dai bassi e fu costituita a tutela delle stesse l’associazione Princesa.

E nel quinto anniversario della morte di Don Gallo è uscito oggi nelle librerie per i tipi reggiani Imprimatur il libro L'amico degli ultimi. Don Gallo visto dalle princesas (pp. 112, euro 13). Ne è autrice Rossella Bianchi, presidente dell’associazione dal 2009 e autrice presso la medesima casa editrice di In via del Campo nascono i fiori (2014) e Angeli con le ali bagnate (2016).

gallo

 

Il perché di un tale omaggio al sacerdote ligure in una data così significativa lo ha spiegato la stessa Rossella Bianchi. «Credo sia un’impresa trovare qualcosa di non detto su don Gallo – ha affermato l’autrice –. Eppure c’è una categoria di persone che può ancora aggiungere altro. Siamo noi transessuali che lavoriamo nel ghetto ebraico del centro storico di Genova.

Andrea ci amava al punto da definirci “i miei apostoli” e noi andavamo fiere di questo appellativo. Solo a lui potevamo permettere di rivolgersi a noi usando il genere maschile».

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Giù la maschera ed Educare le differenze per combattere l’odio. Questi gli slogan nonché i nomi dei rispettivi comitati promotori del Bergamo Pride.

«Un invito – come si legge sul sito ufficiale – a spogliare le maschere dietro cui ci nascondiamo per vivere finalmente in modo libero e consapevole le nostre vite e i nostri affetti ed educare i cittadini alle differenze per combattere l’odio».

E così, dopo giorni di polemica per l’annuncio di un’adorazione riparatrice indetta dal Comitato del Popolo della Famiglia di Seriate presso il locale convento cappuccino ma successivamente annullata per intervento ufficioso del vescovo, la prima marcia orobica dell’orgoglio Lgbti è partita da Piazzale Malpensata alle 15:00 per concludersi in Piazza Matteotti.

Caratterizzato da una forte presenza giovanile, il Bergamo Pride ha visto una significativa partecipazione di associazioni a partire da Arcigay e Rete Lenford.

La prima nella persona, soprattutto, del presidente del locale comitato Marco Arlati. La seconda, invece, - che proprio nel capoluogo lombardo ha la sua sede ufficiale - rappresentata dalla presidente Maria Grazia Sangalli, dal segretario del comitato scientifico Stefano Chinotti nonché da socie e soci.

Tra quanti hanno inviato loro messaggio d’adesione al primo Pride di Bergamo anche Costantino della Gherardesca

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Nella Giornata internazionale contro l’omotransfobia Avellino ha aperto la stagione  dell’Onda Pride 2018. Un primato per il capoluogo irpino, unico tra quelli della Campania a non aver mai ospitato una marcia dell’orgoglio Lgbti.

Marcia che, partita da Piazza Libertà, si è snodata a tappe lungo Corso Vittorio Emanuele con testimonianze dirette e momenti artistici per sensibilizzare la cittadinanza sulle tematiche Lgbti in un territorio dove si parla poco o addirittura si evita di affrontare questi temi. Ad aver organizzato il Pride, cui ha partecipato in veste di testimonial il giornalista Rai Alessandro Baracchini, l’associazione locale Apple Pie.

Presenti tanti attivisti e attiviste campani, tra cui Eddy Parascandolo, presidente del Coordinamento Campania Rainbow, Giuseppina La Delfa, ex presidente di Famiglie Arcobaleno, Ottavia Voza, referente d’Arcigay Nazionale per le Politiche Trans, Antonello Sannino, presidente di Arcigay Napoli, Daniela Lourdes Falanga, responsabile Diritti Persone Trans per Arcigay Napoli, nonché l’artista Ciro Cascina. Tante le persone in strada o affacciate dalle proprie abitazioni, che hanno salutato con entusiasmo l'Avellino Pride, comprese alcune anziane suore della Casa di riposo Alfonso Rubilli.

suore

Una marcia dell’orgoglio interamente dedicata alle vittime dell’omotransfobia, ricordate al termine della manifestazione davanti alla Villa Comunale col lancio di palloncini colorati sulle note di Hallelujah di Leonard Cohen.

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Il cambiamento per dirsi tale deve passare attraverso gesti concreti. In caso contrario le parole di preannuncio resteranno flatus vocis e suoneranno da scherno a chi ne attendeva l’attuazione.

Gli ultimi due giorni resteranno a tal riguardo indicativi d’un effettivo mutamento di relazionarsi con le persone Lgbti da parte di alcuni esponenti dell’episcopato italiano. E, per giunta, di rilievo.

A partire dall’agire felpato del vescovo di Bergamo Francesco Beschi che, senza pronunciamenti formali, ha spinto il guardiano del convento dei cappuccini orobici ad annullare l’adorazione eucaristica del 21 maggio in riparazione del Pride locale.

Promosso dal Circolo del Popolo della Famiglia di Seriate con l’adesione del Comitato provinciale bergamasco dello stesso partito adinolfiano, del Movimento per la Vita della Val Cavallina, di Intercomunione Bergamo/Brescia, dei circoli locali de La Croce e del Movimento Preghiera delle mamme, il momento paraliturgico non avrà più luogo.

«Il Pdf, per il senso di responsabilità che nutre nei confronti della diocesi di Bergamo - si legge nel comunicato ufficiale del circolo promotore –, ha ritenuto opportuno annullare l’iniziativa, fatto che non impedirà di proseguire il proprio impegno a tutela e salvaguardia della vita e della famiglia».

Da atti inibitori ad atti propositivi: come quello di Corrado Lorefice, arcivescovo metropolita di Palermo, che ha composto il testo d’una preghiera da leggersi al termine delle messe festive del 12 e 13 maggio.

In essa, mentre si deplorano con fermezza le «espressioni malevole e azioni violente» nei riguardi delle persone omosessuali, si invoca per i cristiani un’adesione «alla grazia dell'Evangelo, perché testimonino e annuncino, con audacia profetica, l'incondizionato rispetto dovuto ad ogni persona e denuncino ogni forma di discriminazione ed emarginazione».

Preghiera che, scritta in prossimità della Giornata internazionale contro l’omotransfobia, sarà appunto letta la sera del 17 maggio nel corso della specifica veglia ecumenica itinerante tra Piazza Politeama e la Parrocchia di S. Lucia al Borgo.

Un gesto consimile ma più fortemente significativo arriva da Reggio Emilia, dove il 20 maggio si terrà presso la parrocchia di Regina Pacis la seconda edizione della veglia di preghiera per il superamento dell’omofobia, della transfobia e ogni forma di intolleranza voluta da don Paolo Cugini.

Veglia che, fortemente osteggiata nel 2017 dallo stesso vescovo locale Massimo Camisasca e con toni di corale protesta da gruppi di cattolici tradizionalisti, è stata nelle scorse settimane nuovamente al centro di polemiche infuocate e attacchi reiterati da parte del neonato Gruppo di preghiera-riparazione 20 Maggio.

Tanto più che quest’anno l’iniziativa – agli occhi dei contestatori nostalgici d’un cattolicesimo piano – sarebbe aggravata da un «orientamento interreligioso-pancristiano» dovuto alla partecipazione della pastora battista Lidia Maggi. Ma a finire questa volta nel mirino del presidente Alessandro Corsini e dei suoi sodali lo stesso ciellino Camisasca per aver preso parte, il 16 aprile, a un incontro col Gruppo Cristiani Lgbt presso la parrocchia Regina Pacis.

Dopo le dichiarazioni di Don Paolo Cugini a Gaynews i toni hanno raggiunto un tale parossismo da indurre alcuni quotidiani cattolici conservatori a rilanciare per l’occasione i concetti di omosessualismo e omoeresia e spingere taluni a un’operazione di mailbombing nei riguardi di Camisasca perché vietasse “l’indegna veglia”.

Ma gli effetti sono stati esattamente contrari a quelli sperati. Tanto più che il forzare la mano all’autorità episcopale suona ancor più inaccettabile se di quella autorità ci si va proclamando vindici e difensori menzionando Tridentino, Sillabo e Catechismo di S. Pio X. Infatti non solo il vescovo Camisasca non ha annullato la veglia del 20 maggio ma ha ufficialmente comunicato che a presiederla sarà proprio lui.

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«Siamo spiacenti di comunicare che non è possibile accogliere l’istanza in quanto non rientra tra le priorità strategiche della politica regionale».

Poche parole quelle provenienti dal Pirellone per notificare ad Arcigay Varese che non è stato concesso il patrocinio della Regione Lombardia alla locale marcia dell’orgoglio Lgbti fissata al 16 giugno.

Una conseguente risposta alle dichiarazioni rilasciate dal presidente Attilio Fontana (già sindaco di Varese) a pochi giorni dalla sua elezione. «Io credo – ebbe a dire l’11 aprile – che sia una manifestazione divisiva e che quando le manifestazioni sono divisive non sono mai da sostenere. Io sono eterosessuale, ma non è che faccio una manifestazione per accreditare la mia eterosessualità. Le scelte in questo campo devono rimanere personali, sbandierarle è sbagliato». 

E così la questione patrocinio torna ad agitare gli animi tanto più che è facile arguire la non concessione per tutti gli altri Pride sul territorio lombardo (Bergamo, Mantova, Milano, Pavia).

Contattato da Gaynews, il presidente d’Arcigay Varese Giovanni Boschini, riprendendo quanto scrittio su Fb, ha dichiarato: «La Regione Lombardia dice che l'evento “non rientra tra le priorità strategiche della politica regionale”, ma noi pensiamo che la lotta alle discriminazioni debba essere una priorità di qualsiasi amministrazione che ci tenga al benessere dei propri cittadini. I casi di discriminazione in famiglia nei confronti delle persone Lgbti sono persistenti anche nella provincia di Varese e voler far finta di niente non aiuterà la situazione.

Il diniego tuttavia non ci stupisce affatto: nel 2016 la giunta Fontana negò all'unanimità il patrocinio al primo Varese Pride e al momento per quanto ci risulta non esiste nessuna iniziativa a tutela della comunità Lgbti nella regione Lombardia, assurdo per una Regione come la nostra che conta circa dieci milioni di abitanti».

E anche quest'anno in concomitanza «dell'oltraggiosa sfilata» del Pride si terrà presso il Sacro Monte di Varese una preghiera pubblica di riparazione «al Sacratissimo Cuore di Gesù» per l'«ennesimo osceno atto di propaganda omosessualista e di esaltazione del peccato impuro contro natura».

Ad annunciarlo un non meglio specificato Comitato Beato Miguel A. Pro, sacerdote e martire, dietro cui - alla luce di quanto successo lo scorso anno a Varese - sono sicuramente da ravvisarsi gli stessi esponenti di gruppi della galassia cattoconservatrice.

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Tutto pronto per l’Onda Pride, che interesserà l’intero Paese con 28 marce dell’orgoglio Lgbti e centinaia di eventi. Quest’anno tutto avrà inizio da Avellino, il prossimo 17 maggio in cui si celebra Giornata mondiale contro l’omotransfobia.

Per l’occasione è stato realizzato un video spot dalle attiviste e dagli attivisti di Apple Pie con riprese e montaggio di Giulio di Rienzo. Esso ha come protagonista la Sidigas Scandone Avellino, squadra ai vertici del basket italiano ed europeo nonché finalista, in questi giorni, della Fiba Europe Cup.

Un messaggio importante, dunque, proveniente  da campioni italiani ed europei di uno degli sport più seguiti al mondo.

Per l’occasione abbiamo intervistato la Presidente di Apple Pie Mara Festa, il vicepresidente Antonio De Padova e la tesoriera Rebecca Piu.

Parlateci  di Apple Pie: come è nata e quale sono gli obiettivi di questa nuova associazione Lgbti ad Avellino?

Apple Pie nasce a giugno 2017 come gruppo di parola Lgbti per sensibilizzare il territorio alla cultura del rispetto,  attraverso incontri di condivisione delle proprie esperienze.

In occasione della Giornata mondiale contro l’omotransfobia il Coordinamento Campania Rainbow ha deciso di organizzare insieme con voi un grande evento regionale ad Avellino: di cosa si tratta?

Si tratta di una marcia contro le discriminazioni: una marcia a tappe con testimonianze dirette e momenti artistici per sensibilizzare la cittadinanza sulle tematiche Lgbti, proprio in un territorio dove si parla poco o addirittura si evita di affrontare questi temi. L'aspettativa è di far conoscere, riflettere e creare condivisione e sinergie sul territorio.

Insomma un vera e propria marcia dell'orgoglio Lgbti ad Avellino per la prima volta: vi candidate dunque per ospitare il primo Pride regionale nel 2019?

È una giornata importante per la nostra città e per tutti coloro che si sentono trattati come persone di serie B. Sì, sicuramente per la città di Avellino questo è passo significante, vediamo dove ci porterà.

Il video promo per l’evento del 17 maggio è davvero bello: come è nato?

Nasce dall'idea di Antonio De Padova che ha contattato la responsabile della comunicazione della Sidigas Scandone Avellino, Maria Picariello, e le ha proposto di coinvolgere la squadra per sostenere l'evento. Nel giro di pochi giorni, si è scritto lo spot, si  è colorata una palla da basket con i colori dell’arcobaleno e grazie al videomaker, Giulio di Rienzo, si sono fatte le riprese con la squadra. Non possiamo far altro che ringraziare infinitamente la squadra, il coach Stefano Sacripanti, la responsabile dell'Ufficio stampa e tutto lo staff per il sostegno e la sensibilità che hanno mostrato nell'affrontare questa tematica.

Lo sport è ancora un baluardo di omofobia e machismo, soprattutto in alcune discipline. Eppure, una squadra importante come la Sidigas Scandone Avellino è la protagonista del video per il 17 maggio ad Avellino. Quanto è importante per Avellino e per l’Italia intera questo messaggio contro l’omotransfobia proveniente da grandi campioni della sport?

Amar’e Stoudemire, ex stella del basket Nba dichiarò: Se sapessi che un mio compagno di squadra è gay, mi farei la doccia dall’altra parte della strada e mi assicurerei che i miei vestiti fossero dietro l’angolo. Lo sport resta una delle ultime frontiere da superare nella lotta per i diritti lgbt. È vero c’è ancora molto da fare ma il sostegno ricevuto dalla  Scandone Avellino ci fa ben sperare. Gli sportivi della Scandone rappresentano un esempio per moltissime persone e, questo messaggio contro l’omotransfobia e la discriminazione in generale, rappresenta un grande passo per lo sviluppo della cultura del rispetto.

Speriamo che il messaggio di pace che proviene da una cittadina piccola come Avellino, possa trovare una forte eco in tutta Italia. Ringraziamo tutti ma in particolare Jason Rich, Ariel Filloy, Marteen Leunen il capitano, Bruno Fitipaldo, Lorenzo D’Ercole, Stefano Sacripanti il coach, Andrea Zerini e l’amica Maria Picariello.

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Il Comune di Salerno, retto da Vincenzo Napoli (Pd), dà il patrocinio alla tre giorni del Pride locale (24-26 maggio) ed è bagarre.

A dare fuoco alle polveri la Lega (poi seguita a ruota dal Popolo della Famiglia attraverso il segretario regionale Raffaele Adinolfi) nella persona dei coordinatori provinciale e cittadino Mariano Falcone e Cristian Santoro nonché del consigliere comunale Giuseppe Zitarosa (un berlusconiano di lungo corso folgorato sulla via di Pontida meno d’un mese fa) che hanno affermato: «Il Comune di Salerno, senza interpellare nessuno, elargirà un contributo di 2.513,20 euro per il Salerno Pride 2018. È una manifestazione di sapore carnevalesco che sfilerà tra le strade della città mettendo alla berlina chi vive in modo legittimo la propria sessualità».

Per gli esponenti salernitani del Carroccio i soldi pubblici dovrebbero essere utilizzati «per dare servizi ai cittadini». Dopo aver invocato «la difesa dei diritti naturali e fondamentali delle famiglie» col ribadire a gran voce il proprio «no alle unioni civili, alle adozioni da parte delle coppie gay e alle teorie gender», la compagine leghista ha invitato «le autorità ecclesiastiche, le forze politiche del centrodestra e le associazioni in difesa della famiglia» a prendere una posizione «chiara, ribadendo la propria contrarietà all'utilizzo di fondi pubblici per una sfilata con espliciti richiami sessuali in pieno giorno».

Alla Lega ha risposto l'assessora comunale alle Politiche Giovani e all'Innovazione Mariarita Giordano che ha liquidato come «polemiche sterili fine a se stesse» le osservazioni avanzate. «Saranno giorni di eventi, incontri, laboratori – ha specificato –. Sarà un interessante momento di confronto organizzato da Arcigay con il supporto e il coinvolgimento di tante associazioni. Il 26 io stessa parteciperò a una iniziativa che si terrà alla Camera di Commercio con la senatrice Monica Cirinnà. Alla fine dell'incontro, una piccola delegazione di persone andrà da piazza Portanova fino al lungomare cittadino. Si tratterà di un convegno dove si parlerà di diritti e avremo anche l'onore di ospitare la Cirinnà.

La Lega, dunque, parla di qualcosa che non c'è. Non ci sarà alcuna 'sfilata carnevalesca', ma solo un'aggregazione di persone. Non sarà un gay pride ma si chiamerà solo Pride proprio perché i temi trattati saranno tanti e trasversali: si andrà dall'ambiente alla scuola, senza dimenticare i diritti declinati in ogni forma. Voglio altresì ricordare che la Corte di Strasburgo ci ha condannati per non aver, nel 2015, ancora una legge sulle unioni civili. Se queste critiche sono contro una legge del governo, allora non vedo come ci possano essere i presupposti, per i salviniani di governare».

Al Popolo della Famiglia e alla Lega il presidente di Arcigay Salerno Francesco Napoli ha ricordato che «siamo tutte e tutti cittadini e che dunque i soldi pubblici devono essere a buon diritto utilizzati per tutte e tutti, compresa la comunità Lgbti e tutta la rete di soggetti che daranno vita al Pride». Ha quindi aggiunto: «Il fatto poi che il Pride di Salerno raccolga intorno ai temi dei diritti un’ampia platea di questioni non significa voler rendere più educato il Pride stesso, ma rivendicare e rendere chiaro che non esistono diritti più importanti di altri, ma i diritti in quanto patrimonio dell’intera comunità di persone».

Contattata telefonicamente, la senatrice Cirinnà ha dichiarato: «Ancora una volta la Lega dà prova di promuovere la diseguaglianza delle persone e di osteggiare la piena parità dei diritti. Ancora una volta dà prova di vuoto argomentativo nel parlare di genitorialità e unioni civili, le quali – sarebbe ora che se ne facciano una ragione – fanno parte del nostro ordinamento giuridico.

Al solito eccoli agitare, anche in questo caso, lo spauracchio della fantomatica idelogia gender, di cui neanche loro conoscono il significato essendo del tutto inesistente. Farebbero poi bene in materia di Pride a pensare a un nuovo mantra perché quello di sfilata carnevalesca è così trito e ritrito da far oramai piangere se non facesse ridere.

Se solo sapessero che cosa è successo a Stonewall nel ’69 e quale relazione con quei moti abbiano le annue marce dell’orgoglio Lgbti, sarebbero forse portati a definire carnevalate altro a partire da certe adunate con presunti riti celtici».

Alla senatrice ha fatto eco Ottavia Voza, già presidente di Arcigay Salerno e responsabile nazionale d’Arcigay per le Politiche Trans. «La Lega – ha dichiarato – definisce il Pride una carnevalata, ignorando il significato e il valore della marcia dell’orgoglio Lgbti a partire dalla prima organizzata a Chicago, il 27 giugno 1970, per ricordare Stonewall.

Nessuna carnevalata, dunque, ma semplicemente uno sfilare con orgoglio per ribadire la pari dignità e uguaglianza delle persone Lgbti. Per ribadire che esse sono fiere di ciò che sono non c’è nulla di vergognoso nel proprio orientamento sessuale o nella propria identità di genere».

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Il 16 giugno Caserta vivrà, dopo quello del 2016, il suo secondo Pride. Ma quest’anno la marcia dell’orgoglio Lgbti nella città della Reggia si connota d’un’importanza particolare visto che porrà al centro dell’attenzione la realizzazione di una casa d’accoglienza a Castel Volturno.

L’11 aprile, infatti, l’amministrazione del Comune litoraneo ha assegnato un bene confiscato alla camorra a Rain Arcigay Caserta, che vi realizzerà il Centro Lgbt del Mediterraneo.

Per saperne di più, abbiamo raggiunto il presidente di Arcigay Caserta Bernardo Diana.

Presidente, come è nato il progetto Social Housing di Castel Volturno e che cosa è concretamente?

Nel 2016, il Comune di Castel Volturno, (un comune sul litorale Domizio tra i più martoriati dalla criminalità) tramite una manifestazione d’interess,e invita gli enti del terzo settore a iscriversi al tavolo di concertazione per il riutilizzo dei beni confiscati alla camorra. Si tratta di circa 120 beni. Al tavolo di concertazione, dopo un lungo iter burocratico, viene ammessa anche Arcigay Caserta. Solo dopo aver svolto un primo sopralluogo al Parco Faber nei quali sono collocati gli edifici confiscati ci siamo resi conto che sarebbe stato il luogo  per noi migliore per realizzare l’idea del progetto Social Housing.

L’idea progettale è tesa a due ordini di valori : a) ridare dignità a un territorio caratterizzato culturalmente da pregiudizi e stigma nei confronti delle persone Lgbti e non solo; b) contribuire a migliorare quei processi di riqualificazione urbana che sono interconnessi con l’impegno quotidiano che come associazione svolgiamo sul territorio.

In questo contesto e all’interno del progetto Social Housing, abbiamo pensato alla costruzione di un centro di accoglienza denominato Centro Lgbti del Mediterraneo che si svilupperà all’interno di una villa di tre piani inserita in un parco residenziale chiamato Parco Lago Allocca ma da poco rinominato in Parco Faber. In questo luogo ci sono circa trenta ville confiscate alla camorra che si affacciano su un lago artificiale ricavato da una vecchia cava.

La struttura da risanare in origine era un'unica casa. Ci è sembrato bello riprendere l’originaria funzione con lo scopo di dare casa a chi, nella nostra comunità, non ne ha. Per i primi anni una volta aperta “l’aspetto dell’accoglienza” l’obiettivo è quello di riuscire ad offrire uno spazio ospitale che possa essere definito, anche, come “la casa dalle persone Lgbti in difficoltà”.

La ristrutturazione prevede una spesa di 60.000 Euro. Un progetto indubbiamente ambizioso: cosa comporterà ciò per Arcigay Caserta?

La cifra di € 60.000 servirà per la ristrutturazione edilizia e per i primi arredi: la struttura è stata abbandonata per vent’anni e sono necessari ingenti lavori di ristrutturazione per rendere la stessa sicura e accogliente in tutti i suoi spazi. Questo è un progetto molto impegnativo per l’associazione e per riuscire a veicolarlo abbiamo scelto di renderlo uno dei temi chiave del manifesto del Caserta Pride 2018 del 16 giugno.

Speriamo che la visibilità del Pride possa aiutarci nella raccolta dei fondi e in futuro, a centro avviato, ipotizziamo che un gruppo di volontari di Rain Arcigay Caserta possa dedicarsi completamente alla gestione di questo bene. 

La gestione quotidiana della struttura sarà una sfida?

Sarà davvero una sfida perché sarà necessario avere 24 ore su 24 personale disponibile in struttura oltre al pagamento delle utenze e dei servizi che saranno offerti. Da soli sarà impossibile, ma ci auguriamo che con la collaborazione di eventuali partner questo progetto possa resistere. 

Siete impegnati in un’area economicamente depressa. Come avete pensato di reperire fondi?

Sul sito del Caserta Pride abbiamo uno strumento per raccogliere fondi online che servirà a finanziare entrambe le attività al quale si aggiunge la possibilità di poter effettuare un tradizionale bonifico. Fino al Caserta Pride del 16 giugno e oltre, e  in tutti gli eventi ci sarà possibilità di donare e vogliamo inserire su una parete del Centro i nomi di coloro che hanno contribuito a questo sogno.

Si tratta di un bene confiscato alla camorra che è stato “assegnato alla comunità omosessuale di Castel Volturno”. Che cosa significa per voi volontari Lgbti? 

Assegnato alla comunità omosessuale come sinonimo di aggiudicato alla comunità Lgbti ci riempie di fierezza. Il Centro Lgbti del Mediterraneo, oltre alla sua vocazione di social housing, vuole essere anche un luogo di promozione della cultura e uno spazio per studiare e lavorare. È una grande sfida perchè vorremmo aiutare le persone Lgbti e sostenere il territorio stesso ad un migliore sviluppo inclusivo. Il Centro Lgbti del Mediterraneo non è nostro: è di tutte e tutti!

Quale reazione ha suscitato nelle istituzioni e nella cittadinanza il progetto d’una casa d’accoglienza per persone Lgbti vittime di discriminazione?

Il nostro unico referente attualmente è stata l’amministrazione comunale di Castel Volturno che sinceramente si è mostrata imparziale per i cinque progetti che sono stati selezionati (tra cui i nostro) e rispetto ai quindici presentati da tutte le associazioni.

Per ciò che concerne le razioni della cittadinanza lo scopriremo al prossimo Consiglio comunale, durante il quale ci sarà l’assegnazione definitiva e la notizia diventerà di dominio pubblico. Più della cittadinanza, sono preoccupato dai residenti del Parco. Prima di entrare nella struttura mi piacerebbe fare un incontro conoscitivo con tutti loro.

Quali sono le principali difficoltà che le persone Lgbti incontrano nel Casertano?

La difficoltà comune è quello che accade di frequenza dopo il coming out. Molti volte devono allontanarsi da casa. La situazione è più grave per e nei confronti delle persone trans che hanno anche maggiori difficoltà a concludere gli studi o a trovare un lavoro. A Castel Volturno sono ancora troppe le persone che, a vario titolo, sono costrette alla prostituzione.

 

 

 

 

 

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Fissato al 26 maggio, il primo Pride novarese ottiene in giornata il patrocinio della Regione Piemonte ma non quello del Comune.

Per il sindaco leghista Alessandro Canelli la marcia dell’orgoglio Lgbti all’ombra della cupola antonelliana non è altro che «inutile ostentazione» e manifestazione folcloristica dagli effetti controproducenti. Argomenti, invero, non molto dissimili daa quelli utilizzati da un uomo del centrosinistra quale Ugo Rossi, presidente della Provincia autonoma di Trento, nel negare il patrocinio al Dolomiti Pride.

E così il Comune di Novara si aggiunge alla lista di quelle amministrazioni locali (Regione Lombardia, Provincia di Trento, Comune di Firenze, Comune di Genova) che non intendono sostenere ufficialmente i vari Pride sui territori di loro competenza.

Immediata la reazione del Pd novarese che he definito quella di Canelli «una decisione anacronistica e discriminatoria» In una nota i locali vertici dem hanno dichiarato: «Il sindaco Canelli, che appena eletto si è affannato a dichiarare urbi et orbi che sarebbe stato il sindaco di tutti, alla prova dei fatti si dimostra essere prevedibile e scontato nel ruolo di moralizzatore.

Mentre la Regione Piemonte e la Provincia di Novara hanno dato il patrocinio e sosterranno l'iniziativa, il Comune di Novara sarà assente dando prova di non rappresentare realmente tutti i novaresi. Il Pd della Provincia di Novara non solo ha aderito al Pride ma sfilerà insieme ai tanti che parteciperanno alla giornata di festa per riaffermare che i diritti, l'autodeterminazione e la non discriminazione vinceranno sempre contro i pregiudizi e il finto moralismo».

Ferma reazione anche da parte di Nino Boeti, presidente del Consiglio regionale e del Comitato Diritti umani, che in un post su Fb ha scritto: «Spiace che il Comune di Novara abbia deciso di negare il patrocinio al Novara Pride. Penso che certe battaglie di libertà e di civiltà debbano appartenere a tutti.

Come Consiglio regionale del Piemonte, attraverso il Comitato Diritti umani, anche quest’anno sosterremo con un contributo il Coordinamento Lgbt per l’organizzazione delle iniziative del Pride. Perché è una festa di tutti».

Non si è fatto attendere il duro j’accuse a Canelli da parte del Coordinamento Torino Pride, l’associazione di secondo livello a cui fa capo il coordinamento del Piemonte Pride che prevede, oltre a Novara, altre due parate ad Alba e a Torino.

«Il Pride – così Alessandro Battaglia, coordinatore del Torino Pride – è storicamente la rappresentazione di come siamo e chi siamo. È quindi visibilità, è orgoglio, è il modo di dire a tutte e tutti “vedeteci siamo qui e scendete in piazza con noi”.

Ci mettiamo in mostra per non essere trasparenti e invisibili. Ci piace fare sfoggio, farci vedere ed essere rumorosi, gioiosi. Del resto anche il sindaco di Novara, Alessandro Canelli, ha dato prova del suo orgoglio con le dichiarazioni che negano il patrocinio della Città al primo Pride di Novara. Ha sfoggiato un atteggiamento omofobo, discriminatorio, ha sbandierato la sua incapacità di essere il sindaco di tutte e tutti. Perché il Pride non è una manifestazione simbolico-folkloristica.

Certo, non ci aspettavamo molto da un sindaco che si è vantato di non celebrare le unioni civili perché “questo Paese ha tanti altri problemi urgenti da affrontare e perché le unioni civili sono discriminatorie nei confronti della legge che va a tutelare la famiglia”. Forse che il sindaco non riesce ad affrontare i tanti problemi tutti insieme?

Un sindaco che mostra con perseveranza tanto bigottismo non rappresenta una città ma una sua piccola parte. Il sindaco ritiene che il Pride “non può apportare il giusto contributo alla crescita e alla consapevolezza su problemi di questo tipo. Ritengo possa essere addirittura controproducente rispetto alle finalità che si intendono raggiungere”, addirittura si erge ad interprete delle istanze che da molti decenni vedono un’intera comunità lottare e adoperasi su più fronti per attenere qualche piccola legge a tutela dei più deboli.

Magari dovrebbe iscriversi ad una delle nostre associazioni».

Quindi la conclusione: «A Novara il 26 maggio erano attese forse 2.000 persone. Credo che dopo le mirabolanti dichiarazioni del sindaco saremo ancora di più, con allegria, determinazione e soprattutto orgoglio da tutta la regione. Per questo ogni città dovrebbe celebrare il proprio Pride, un’ottima occasione per smascherare gli amministratori inadeguati e omofobi.

E comunque a Torino e ad Alba le decisioni prese sono fortunatamente e diametralmente opposte».

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Le dichiarazioni di Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, sulla non concessione del patrocinio al Pride (decisione, in ogni caso, condizionata dalla posizione degli “alleati”) continuano a dividere gli animi al di là dei confini insubri.

A dare il fuoco alle polveri, come già ricordato, la senatrice Monica Cirinnà con un duro  tweet del 12 aprile. Le hanno fatto subito eco Diana De Marchi, delegata i Diritti della Segreteria regionale lombarda del Pd, e il segretario regionale Alessandro Alfieri in una nota congiunta.

E se nella giornata d’ieri Fontana ha incassato il sostegno dei sodali e neoparlamentari leghisti Simone Pillon e Paolo Grimoldi, plaudenti a una presa di posizione volta a frenare “carnevalate gender” quali i Pride, ha anche dovuto subire reazioni a catena non solo dal fronte del centrosinistra ma anche da quello pentastellato. E, queste, direttamente sul versante lombardo.

Le critiche del sindaco di Milano

A partire dal sindaco di Milano Giuseppe Sala, che ha dichiarato: «È la sua idea. Secondo me sbaglia perché questo vuol dire negare quella che è la realtà. La società è diventata così. Quindi penso che chi ha responsabilità su nuclei cittadini complessi non può che pensare a tutti». Ha poi aggiunto: «Noi invece su tutto il tema dei diritti siamo decisi a non fare nessun passo indietro ma semmai passi avanti».

Affermazioni, le sue, che hanno trovato un riscontro charificatorio in quelle di Pierfrancesco Majorino, assessore comunale alle Politiche sociali, che sui social ha scritto: «Regione Lombardia nega il proprio patrocinio al Pride. Noi, ancora una volta e con orgoglio, faremo il contrario. (Ed anzi lì presenteremo ulteriori novità sulla strada dei diritti)».

 

Simone Sollazzo (M5s): "Fontana esca dal Giurassico"

Durissimo, invece, il consigliere regionale M5s Simone Sollazzo, che ha affermato: «Ci troviamo davanti all’ennesima dimostrazione della demagogia leghista che si arroga il diritto di stabilire quali eventi siano inclusivi e quali possano addirittura essere nocivi per l'ordine pubblico. Le dichiarazioni del presidente Fontana sono solo un’immagine di triste continuità con la precedente Giunta Maroni che ha promosso la stessa scritta a favore del Family Day sul Pirellone. Passa il tempo e cambiano le facce ma la retorica rimane la stessa».

E se Monica Cirinnà aveva parlato di Lombardia nel «Medioevo dei diritti» grazie a Fontana, Simone Sollazzi non è stato da meno affermando: «Fontana deve uscire dal Giurassico! Non è tollerabile nel 2018 ascoltare affermazioni di tale natura. Non si giudicano le persone per l'orientamento sessuale».

L’omologa Monica Forte ha precisato il suo pensiero in una nota esprimente, fra l'altro, la posizione ufficiale del M5S lombardo. «Fontana - ha così affermato - sbatte la porta in faccia ai diritti civili. Il Pride è una manifestazione che accoglie, integra e diffonde la cultura del rispetto per tutte e tutti.

Dopo l’orribile sparata sulla razza bianca Fontana nega quello che in una regione all’avanguardia dovrebbe essere un patrocinio dovuto. Fontana, come altri presidenti, farebbe bene a partecipare alla manifestazione insieme a migliaia di lombardi che chiederanno uguaglianza, diritti e libertà.

La sua è una scelta antistorica, che vuole riportarci al medioevo del pregiudizio e della discriminazione. Il Gruppo M5S Lombardia è determinato a lavorare per la difesa dei diritti Lgbt. La Lombardia e Milano sono, da sempre, città simbolo della lotta per i diritti umani, e i Pride difendono conquiste di parità tutt’altro che scontate».

Le dichiarazioni dell'attivista M5S Giuseppe Polizzi 

Sulla questione è intervenuto anche l'attivista Giuseppe Polizzi, portavoce M5S presso il Comune di Pavia, che ha dichiarato a Gaynews: «Il Pride è un patrimonio per tutta la Lombardia. Reputo le parole di Fontana sbagliate nel merito e nel metodo. Nel merito: perché i Pride uniscono, mentre le sue affermazioni dividono. Nel metodo: perché ogni anno i Pride vedono la partecipazione di decine di migliaia di giovani alla vita politica del Paese e della Lombardia, mentre le parole di Fontana creano sfiducia nei confronti delle Istituzioni.

Spero che Fontana desista dall’idea di illuminare il Pirellone della scritta Family Day: perché nel Family Day, per come successo negli anni delle sue edizioni, non si parla di tutela della famiglia, cosa che sarebbe anche giusta, si fa esclusivamente propaganda omofobica. E l’omofobia crea bulli, sofferenza, violenza. L’omofobia uccide».

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