Nel pomeriggio di oggi, vigilia del Transgender Day of Remembrance o TDoR, si è tenuto a Roma in Largo dei Lombardi un evento tanto informativo sul tema dell’identità di genere quanto commemorativo delle vittime di transfobia. A organizzarlo il Coordinamento Lazio Trans (CoLT) che ha altresì presentato l’installazione d’arte dal titolo Le pagine che non ho scritto, creata dall’artista Valeria Catania

Presenti alcuni consiglieri regionali, esponenti dell'associazionismo romano e, soprattutto, del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli. Come dichiarato da Cristina Leo, portavoce del CoLT, l'evento è stato particolarmente dedicato «alla ragazza trans assassinata a Roma. Vorremmo donare a questa ragazza morta in solitudine, un pensiero ed una lacrima, per non dimenticarla e per non dimenticare le 325 persone trans uccise nel mondo in questo funesto 2017».

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In occasione del TDoR o Transgender Day of Remembrance, fissato al 20 novembre per fare memoria attiva delle vittime di transfobia, si terranno in alcune città d’Italia varie celebrazioni. Tra queste sono da menzionare le due Trans Freedom March che avranno luogo sabato 18 a Napoli e Torino.

Ma quest’anno è da segnalare in maniera particolare anche Roma che, insieme con la tradizionale accensione di candele commemorative a Termini, vedrà altri importanti eventi. Un programma che, frutto dell’efficace collaborazione tra il Coordinamento Lazio Trans e il Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli, sarà soprattutto caratterizzato dal ricordo della giovane donna transgender uccisa il 10 novembre all’Eur.

Per saperne di più abbiamo raggiunto Cristina Leo, portavoce del Coordinamento.

Si avvicina la giornata del TDoR. A distanza di anni dalla prima celebrazione è sempre attuale una tale commemorazione?

Il Transgender Day of Remembrance, giornata in cui si ricordano le vittime della violenza transfobica, si commemora dal 1999. Il senso di questa commemorazione è sempre tristemente attuale. Pochi giorni fa è stata assassinata qui a Roma una giovane ragazza trans. E quest'anno le persone trans vittime di omicidi nel mondo sono state 325, molte di più del 2016.

Hai parlato di un aumento di casi di delitti a carattere transfobico. Con riferimento al Lazio quante sono state le vittime nell’ultimo anno e, nello specifico, a Roma?

A Roma e nel Lazio quest'anno c'è stata una sola vittima. La 27enne donna trans di origine rumene, di cui parlavo prima.

L’amministrazione Raggi ha dato segnali d’interesse a una realtà così drammatica come la transfobia?

La giunta Raggi ha mostrato sensibilità organizzando a maggio, insieme ai municipi e  alle associazioni, degli eventi per la Settimana Romana contro l'omotransfobia. In molti di questi eventi le persone trans hanno avuto un ruolo di primo piano

Quali sono le manifestazioni previste in preparazione al TDoR e quelle per la giornata del 20?

Ce ne saranno varie. Giovedì 16, alle ore 18.30, presso il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli ci sarà l'inaugurazione della  mostra fotografica Tra le nuvole, Elovun el art centrata sulle persone trans.

Domenica 19 ci saranno due eventi, uno dei quali organizzato proprio dal Co.LT o Coordinamento Lazio Trans e dalle associazioni e gruppi che ne fanno parte. Saremo insieme ad Associazione Libellula 2001, Beyond Differences, Gruppo Amati, Sportello Lili e Tgenus Lazio in Largo dei Lombardi dalle ore 15:00 alle ore 19:00 per informare sul tema della transfobia e commemorare le nostre vittime. Nel corso dell'evento l'artista Valeria Catania presenterà una sua installazione dal titolo Le pagine che non ho scritto.

Infine, lunedì 20 alle ore 19:00, presso la Stazione Termini sul lato di via Giolitti ci sarà una Candlelight in ricordo delle vittime della transfobia organizzata dal Circolo Mario Mieli.

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A Roma una 27enne transessuale di origini rumene è stata ritrovata esanime intorno alle 14:00 in zona Eur. Ad accorgersi del cadavere riverso a terra in un parco adiacente a Via Romolo Murri un passante, che ha lanciato l’allarme.

I primi esami hanno accertato una grande ferita da taglio al torace che farebbe pensare a un decesso per accoltellamento. Sulla vicenda indaga la Squadra mobile della polizia di Stato.

La morte della 27enne rumena viene a cadere a pochi giorni dal 20 novembre, in cui ricorre la celebrazione del TDoR o Transgender Day of Remembrance volto a ricordare il silenzioso eccidio delle persone trans. Troppe volte doppiamente uccise visto che le loro morti sono spesso avvolte dall’indiffirenza e dall’oblio dei media.

Gaynews ha raccolto al riguardo le dichiarazioni di Cristina Leo, portavoce del Coordinamento Lazio Trans (CoLt): «A pochi giorni dal TDoR, giornata internazionale in cui la comunità trans commemora le vittime di transfobia, la notizia dell'uccisione di una giovane ragazza trans nel quartiere eur di Roma ci addolora e ci ferisce ulteriormente.

Con forza e determinazione diciamo no alla transfobia e chiediamo alle istituzioni preposte l’attuazione di politiche serie contro la discriminazione delle persone trans e a favore della loro inclusione sociale e lavorativa».

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Il caso Braibanti è stato, senza dubbio, uno dei casi giudiziari più clamorosi e drammatici degli anni ’60 del secolo scorso nel nostro Paese. E ha lasciato una ferita mai sanata nell’immaginario collettivo delle persone omosessuali.

Aldo Braibanti (1922-2014), filosofo, poeta, naturalista ed ex partigiano, nel 1964 fu accusato di aver plagiato il 21enne Giovanni Sanfratello. In realtà il giovane, in fuga da una famiglia autoritaria e bigotta, aveva deciso di seguire i propri desideri ed era andato a vivere a Roma con Aldo Braibanti. Non accettando l’omosessualità del figlio, il padre affidò Giovanni agli psichiatri con la speranza di guarirlo dalla “seduzione” che avrebbe subito e denunciò l’artista-filosofo con l’accusa di plagio.

Dalle colonne dei maggiori quotidiani Pier Paolo Pasolini, Elsa Morante, Umberto Eco, Alberto Moravia, Marco Pannella, Cesare Musatti e Dacia Maraini si mobilitarono con trasporto a favore di Braibanti ma i loro appelli, come quelli di molti altri, restarono del tutto inascoltati. Il processo si concluse nel 1968 con la condanna per Braibanti per un reato dichiarato poi incostituzionale nel 1981.

Negli ultimi anni Il caso Braibanti, ricostruito da Massimiliano Palmese con documenti d’archivio, lettere e testimonianze, è diventato una pièce di successo diretta da Giuseppe Marini.

Dal 9 al 19 Novembre Il caso Braibanti, spettacolo nato diversi anni fa all’interno della rassegna Garofano Verde – Scenari di teatro omosessuale, ideata da Rodolfo Di Giammarco, torna a Roma nel nuovissimo Spazio 18b della Garbatella (via Rosa Raimondi Garibaldi, 18b).

Nei panni dei due protagonisti Fabio Bussotti e Mauro Conte che sono sempre in scena con il musicista Mauro Verrone e, sempre secondo il disegno registico, recitano anche la parte degli avvocati, dei preti, dei genitori, caratterizzandoli nelle rispettive inflessioni dialettali.

«Il caso Braibanti desterebbe ancora scalpore perché parliamo di un vero e proprio processo farsa – dichiara il regista Giuseppe Marini in una recente intervista radiofonica –. Chi verrà a teatro vedrà e ascolterà le dichiarazioni veramente risibili di periti venduti: ci sono perizie psichiatriche allucinanti, inventate di sana pianta, e non bisogna dimenticare che si tratta di una tragedia che rovinò la vita di un uomo e di un ragazzo per sempre. Nonostante l’appoggio dei più grandi intellettuali del tempo, ad Aldo Braibanti fu comminata una pena di nove anni  e, cosa ancora peggiore, Giovanni Sanfratello fu sottoposto ad atroci trattamenti con elettroshock e coma insulinico».

«Se oggi il nostro Paese è sempre in coda nell’aggiornarsi in tema di diritti civili – aggiunge Massimiliano Palmese - e a distanza di oltre quattro decenni ancora si oppone all’adozione per le coppie omosessuali o a una legge contro l’omofobia, vuol dire che Il caso Braibanti non è pagina del passato ma storia presente, che può e deve, ancora, farci sussultare». 

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Sono state rinnovate ieri sera le cariche sociali del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli. Alla guida della storica e maggiore associazione Lgbti romana è stato eletto l’avvocato Sebastiano Francesco Secci, già tesoriere della stessa nonché portavoce del Roma Pride, che subentra così a Mario Colamarino. Ad affiancarlo, nel ruolo di vicepresidente, Rossana Praitano, che è stata a capo del Circolo per due mandati dal 2004 al 2012. L’incarico di tesoriere è invece andato al siracusano Valerio Colomasi Battaglia.

Raggiunto telefonicamente, il neopresidente ha espresso la sua gioia e ha dichiarato: «Quest'anno, nel suo 35° anniversario, il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli si troverà ad affrontare una serie di importanti sfide politiche: l'iter della proposta di legge regionale contro l'omotransfobia, le elezioni politiche e regionali, la candidatura al WorldPride 2025, solo per citarne alcune. Il nuovo consiglio direttivo del Circolo muovendo dalle mie precedenti esperienze politiche nell'associazione e nel Roma Pride, investe nelle nuove generazioni con la nomina a tesoriere di Valerio Colomasi Battaglia e recupera l'esperienza e l'autorevolezza della vicepresidente Rossana Praitano. Le sfide che abbiamo davanti sono significative ma confidiamo che con questa squadra e con il pieno sostegno dell'associazione tutta riusciremo a scrivere una nuova entusiasmante pagina per il movimento Lgbti italiano».

Felicitazioni da parte di componenti di varie associazioni Lgbti italiane nonché della senatrice Monica  Cirinnà, che ha annunciato il proprio tesseramento al Mieli.

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È sempre bene ricordare cosa accade quando l’afflato religioso pervade in maniera eccessiva e disorganica la vita di una persona, stimolando reazioni anomale. Reazioni spesso in contraddizione con i dettami di accoglienza e inclusione che dovrebbero essere alla base di ogni religione. E il protagonista di I am Michael, film presentato giovedì 5 ottobre all’interno della rassegna di cinema Lgbti dell’Acrobax di Roma, ne è la prova perfetta.

Ispirato a una vicenda realmente accaduta, I am Michael è l'incredibile storia di Michael Glatze (interpretato da James Franco), un noto attivista Lgbti statunitense che fu al centro di una controversia molto violenta quando diventò pastore cristiano e affermò di non essere più gay. Il film racconta la storia di Michael: dalla sua vita a San Francisco con il fidanzato Bennett, dove persegue l'attivismo politico, una carriera da giornalista all'XY Magazine e l'esplorazione sessuale, fino al momento della personale scoperta spirituale. Infatti, dopo una paura traumatica, Michael inizia a essere afflitto da dubbi e paranoie e intraprende un risveglio religioso che lo porta a rinunciare al suo stile di vita, a rifiutare i suoi amici e a cercare il suo "vero sé" all’interno di esperienze mistiche. Michael, allora, dopo aver esplorato il buddismo e il mormonismo, si lascia coinvolgere da una scuola biblica nel Wyoming rurale dove incontra la sua fidanzata, Rebekah, e dove si forma fino a diventare pastore della propria comunità

Prodotto, tra gli altri, da Gus Van Sant nonché dallo stesso James Franco e presentato sia al Sundance Festival sia alla Berlinale 2015, il film, che non ha avuto distribuzione in Italia se non all’interno di retrospettive dedicate, sembra fatto apposta per far discutere. James Franco, intervistato da La Repubblica, lo ha così presentato: «I am Michael è una storia vera, devastante. Sarà un film che solleverà molte polemiche, la sua vicenda ha riaperto antiche diatribe. L’omosessualità è un fatto genetico? È una malattia? Si può guarire? Si può diventare etero?».

Il film solleva chiaramente l’attenzione sulle pratiche di riorientamento sessuale e quindi sulle terapie riparative che nascono proprio negli Stati Uniti e mirano a cambiare l’orientamento sessuale di una persona, “riparando” l’omosessualità in eterosessualità. Queste terapie di conversione, prive di qualsiasi credito scientifico, presentano spesso una notevole e determinante componente religiosa.

L'opinione delle organizzazioni mediche e psichiatriche è che questi trattamenti, assolutamente antiscientifici e inefficaci, sono potenzialmente dannosi. Tutte le maggiori organizzazioni per la salute mentale, infatti, hanno espresso grande preoccupazione riguardo a questi trattamenti perché la promozione di terapie di cambiamento rinforza gli stereotipi e contribuisce a un clima negativo per le persone lesbiche, gay e bisessuali.

Uno dei temi su cui il film insiste maggiormente è senz’altro la forza che può provenire dall’appartenenza a una comunità: sia che si tratti dell’appartenenza alla comunità Lgbti sia a quella cristiana. Infatti sentirsi parte di una comunità rende l’individuo più facilmente riconoscibile e accettato. Questa forma di garanzia esistenziale può anche poi determinare lo stile di vita del singolo individuo, soprattutto in circostanze di fragilità emotiva e sentimentale. Ma cosa succede quando questo stile di vita non corrisponde alla sua vera e intima dimensione affettiva e sessuale? Quando il modo in cui si è percepiti si scontra con chi si è veramente? Il regista Justin Kelly, che ha lavorato sul film per tre anni, ha detto: «Questo film non è solo la storia di un ‘ex-gay’. È in realtà una storia molto problematica sul potere della fede e il desiderio di appartenenza». 

Grazie a una narrazione chiara e misurata Justin Kelly dirige il proprio esordio con grande equilibrio, peccando forse per un’eccessiva voglia di raccontare che lo spinge a entrare in dettagli e pieghe della vicenda che spezzano e rallentano inutilmente il ritmo della piccola. Kelly sembra essere soprattutto attratto dal modo in cui il protagonista Michael abbia sempre trattato con il massimo della sincerità e dell'etica personale le proprie idee, sia prima sia dopo la “svolta” religiosa, partecipandole e diffondendole con entusiasmo sulla carta stampata, attraverso il suo blog e attraverso la rete. La conversione cristiana e la frequentazione degli ambienti più radicali vengono comprensibilmente ritratti con un po' di ironia e umorismo. Eppure Kelly dimostra una sana forma di curiosità nei confronti delle idee di Glatze. Curiosità che scongiura qualsiasi rischio di facile derisione.

A ogni modo, a prescindere dalle proprie convinzioni religiose e dal proprio orientamento sessuale, l’unica domanda che non può rimanere inevasa è proprio quella implicitamente contenuta all’interno del film e che ha anche la miglior risposta a tutte le teorie riparative, agli integralismi e all’odio che viviamo quotidianamente: «Quale Dio vi punirebbe per aver trovato l’amore?». Ovviamente, nessuno.

 

 

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Venerdì 8 settembre, ore 10:00. Alle pendici del Celio in Roma si sono uniti civilmente il 37enne toscano Senio Bonini e il 29enne campano Rosario Capasso. Ne ha accolto la dichiarazione, nella suggestiva cornice dell’ex complesso benedettino di S. Maria in Tempulo, la conduttrice de La Domenica Sportiva Giorgia Cardinaletti.

Tante le persone familiari e amiche – compreso il nostro collaboratore Rosario Murdica –,  che hanno fatto corona a Rosario, direttore amministrativo del canale tv ÈliveRoma, e a Senio, volto noto del giornalismo televisivo e già inviato di RaiNews24. Da lunedì inizierà infatti per lui l'avventura di neoconduttore dello storico Moviolone della trasmissione Agorà su Rai3.

Una giornata d’emozioni che, vissuta sull’onda dei ricordi e delle prospettive future, si è conclusa con un elegante party presso il Castello Orsini nel comune romano di Nerola.

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Simone Panella e Andrea Pacifici, soci nel lavoro e compagni nella vita, danno l’annuncio su Facebook: Vanity Dance Studio, l’accademia di danza che avevano sognato e realizzato a Roma in zona Centocelle, chiude. E non chiude certo perché è venuta meno la passione e l’abnegazione dei due artisti fondatori. Chiude perché è impossibile lavorare tra minacce e intimidazioni più o meno velate. E chiude perché, due settimane fa, le pareti della scuola di danza sono state imbrattate con scritte omofobe e disegni osceni. Froci via di qui: questo il messaggio ripetuto varie volte a caratteri cubitali e scritto con una vernice spray rossa sulle pareti bianche del Vanity Dance Studio.

E, mentre Imma Battaglia lancia un duro comunicato di condanna e chiede un incontro con la sindaca Virginia Raggi perché dia un segnale forte contro l'omofobia rimontante in Roma, abbiamo intervistato Simone Panella per saperne di più. 

Simone, come mai avete atteso quindici giorni prima di denunciare la grave aggressione che la vostra scuola ha subito?

Sinceramente non abbiamo denunciato immediatamente l’accaduto per una sorta di vergogna. Solo ieri abbiamo deciso di rendere pubblica la notizia, spinti dal consiglio di un amico. Ovviamente, oltre a pubblicare la notizia sulla pagina Facebook della Scuola, esporremo formale denuncia anche alle forze dell’ordine.

Da quanto si legge nel post. la violazione degli ambienti della scuola da parte di terzi con le offese omofobiche che vi “intimano” ad andare via sono solo l’ultimo atto di una serie di problemi che avete registrato durante l’anno…

Sì, infatti abbiamo avuto molti problemi, soprattutto con una coppia di vicini che hanno più volte manifestato il proprio fastidio per la nostra presenza. Erano molto aggressivi e una volta hanno anche fatto delle battute omofobiche. Chiamavano i vigili con la scusa che erano infastiditi dalla musica ma poi i vigili riscontravano che era tutto regolare e che non era materialmente possibile che la nostra musica si sentisse anche a casa loro perché il loro appartamento non è adiacente all’accademia.

Una volta sono state lanciate anche delle uova contro il nostro cancello d’ingresso. Naturalmente, non ho alcuna prova che mi consenta di dire che la coppia che mostrava insofferenza per la nostra presenza abbia una qualche responsabilità nella vicenda delle uova o in quella, assai più grave, delle scritte all’interno dell’accademia, fatto sta che il clima è diventato pesante e insostenibile e in queste condizioni non si può lavorare, ecco perché chiudiamo.

Aprirete altrove la vostra scuola?

Al momento posso dire solo che chiudiamo questa. Non so se ne apriremo un’altra. Non nell’immediato. Avevamo investito tantissimo in questa struttura e non abbiamo risorse per aprire altrove. Ma non possiamo neppure andare avanti così. Siamo costretti ad andare via e abbandonare il nostro sogno.

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Il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli ha presentato la candidatura per organizzare il World Pride del 2025 a Roma. La storica associazione Lgbti, che da anni promuove importanti manifestazioni ed è stata promotrice di eventi come il World Pride del 2000 e l’Europride del 2011 con la partecipazione di Lady Gaga, ha diffuso la notizia in un comunicato.

Per saperne di più, abbiamo incontrato il presidente Mario Colamarino.

Come mai candidare proprio Roma per il World Pride del 2025 e che prospettive di successo ha la candidatura?

Il World Pride è nato a Roma nel 2000 su iniziativa del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli. Ha rappresentato uno spartiacque nella storia del movimento Lgbti italiano e mondiale. Vogliamo perciò che il 2025 possa diventare un’altra tappa storica nel cammino della nostra comunità. Il comitato InterPride si è dimostrato favorevole alla nostra idea di riportare il World Pride a Roma. La candidatura è stata appena presentata: c'è un iter da seguire ma in poche ore è già arrivato il sostegno di tante realtà Lgbti e non. C'è tanto entusiasmo e non solo in Italia all'idea che il World Pride ritorni a Roma per celebrare un anniversario così importante.

È mera coincidenza che sia stato proposto proprio il 2025, anno in cui ricorrerà nuovamente il Giubileo?

Il World Pride è nato nel 2000: è normale che il 2025 rappresenti un anniversario importante. A noi non interessa un'inutile polemica con la Chiesa cattolica. Anche se è vero che l'attuale Chiesa non ha la stessa ostilità di quella del 2000, a noi interessa piuttosto realizzare un 'giubileo' per la nostra comunità. Una celebrazione di 25 anni di lungo lavoro per l'equiparazione dei diritti che, si spera, per allora pienamente raggiunta anche in Italia.

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Lunedì 31 luglio, alle 21.30, ai Giardini della Filarmonica di Roma (all’interno della rassegna I Solisti del Teatro) l’associazione culturale Dragqueenmania presenterà lo spettacolo TutteMie – Amiamo le differenze. Si tratta di uno spettacolo/concerto nato qualche anno fa da un’idea di Giovanni Amodeo, cantante e interprete. È un tributo musicale a sette grandissime interpreti: Aretha Franklin, Barbra Streisand, Mia Martini, Milva, Mina, Ornella Vanoni e Patty Pravo. Sul palcoscenico un susseguirsi di brani con arrangiamenti originali che raccontano la carriera e la personalità delle artiste.

In scena un Pinocchio/bambola/Alice che attraverso un racconto “pungente” restituirà il tema della diversità ma soprattutto il senso dell'essere. E Alice e Pinocchio sono in cerca di se stessi. Presenza straordinaria nello spettacolo sarà Andrea Berardicurti, in arte La Karl du Pignè, artista e militante Lgbti, che da anni porta in scena con successo la sua celebre drag chic, vintage e pop.

Incontriamo Andrea Berardicurti durante le prove di TutteMie e ne approfittiamo per avere qualche notizia in più sullo spettacolo e non solo.

Lo spettacolo a cui prenderai parte, con il tuo strepitoso personaggio de La Karl du Pignè, si intitola TutteMie - Amiamo le differenze. Che significato ha avuto e ha nella tua vita il termine "differenza"? Qual è, secondo te, il senso della differenza?

La differenza, nella mia vita, è stata croce e delizia. Quando ero meno corrazzato di adesso, era però una croce per via dell'inevitabile sensazione di inadeguatezza che essa portava nel quotidiano. Essere diverso (da chi nemmeno lo capivo) era un po' un marchio con connotazione negativa: era diverso  il pizzaiolo egiziano, era diverso il bambino down del sesto piano, era diverso il frocetto (io) del terzo. Solo col tempo, con l'esperienza e la fortuna di aver incontrato, nel mio percorso di vita, tante persone differenti, ho capito che per fortuna di persone differenti ce ne sono svariati miliardi su questo globo e che lo scambio di differenze porta quasi inevitabilmente ricchezza.

Lo spettacolo TutteMie è un tributo musicale a sette grandissime interpreti: Aretha Franklin, Barbra Streisand, Mia Martini, Milva, Mina, Ornella Vanoni e Patty Pravo. Ma se La Karl du Pignè dovesse eleggere la sua artista-icona del cuore, chi sceglierebbe? Che ruolo ha avuto la musica pop nella tua "educaZione sentimentale" e quale canzone ha segnato la tua vita, o un momento di essa, in maniera fondamentale?

A questa domanda non dovrei rispondere, perché non sarò più in grado di paludare la mia età. A parte gli scherzi ho avuto per anni una smisurata adorazione per Annie Lennox e gli Eurythmics ma in verità sono cresciuta a pane e Patty Pravo, Shirley Bassey, Blondie, Cindy Lauper, tanto per citarne alcune. Ma non ho nemmeno disdegnato U2,Pink Floyd, Genesis. Insomma una rockettara pop! Di loro ho amato quasi tutto e mi è difficile trovare una canzone guida, forse Diva di Annie Lennox ma solo perché era nel mio repertorio di drag shows.

TutteMie è uno spettacolo musicale che investiga la possibilità che abbiamo di conoscere a fondo le nostre identità. Il tema dell'identità è indubbiamente centrale in questo spettacolo. Cosa è l'identità per te che, proprio con l'identità, giochi continuamente in scena con il personaggio de La Karl du Pigné?

Di identità si parla ormai sempre più spesso. Non ti nascondo che per me il gioco tra Andrea e La Karl Du Pignè è ormai talmente connaturato che mi riesce difficile separare le due cose. Per tutte e tutti, sono a volte Andrea a volte La Karl senza che questo provochi in me o negli altri nessun tipo di crisi. Ti rispondo con una battuta che ho in scena in Tuttemie: "Ma che domanda è? Sono quello o quella che sono: sono me".

La società e il giudizio sociale ci portano spesso a smarrire la vera natura della nostra identità. Almeno nella sua interezza. C'è una parte della tua identità, di uomo, di attore e militante, che in questi anni hai smarrito e che ti piacerebbe recuperare?

Onestamente no. Sarà per l'età, sarà per l'esperienza, sarà anche, mi ripeto, per avere avuto la fortuna di aver incontrato tante persone così grandi che mi hanno insegnato come muovermi e dalle quali ho assorbito così tanto, che da questo punto di vista mi sento una persona completa e realizzata. Posso solo dire che, se fosse possibile, ma questa è cosa facile col senno del poi, il mio percorso di accettazione della other side of me lo comincerei molto molto prima.

Spettacoli come TutteMie sono anche utili per scardinare stereotipi e luoghi comuni, pregiudizi e ruoli di genere. Come valuteresti oggi la società italiana relativamente alla capacità di includere e non discriminare chi è "differente"?

Paradossalmente ci sono stati periodi della mia vita nei quali mi sono sentito/a più leggera/o e quindi più libera/o. Ma la storia è ondivaga, così come la sensazione che una libertà acquisita diventi improvvisamente evanescente e sparisca. La società oggi sembra più incline e disponibile all'inclusione, ma vedo che ci sono delle sacche di resistenza piene di pregiudizio, discriminazione verso il diverso e che, rispetto alle libertà sessuali, esiste sempre quella sottile opposizione a un diritto acclarato ma, come dicono Wilkler e Strazio nel loro libro, considerato "abominevole" (e la citazione ci voleva), sta tutto lì, altrimenti non si spiegherebbe questa fottuta favola del gender, no?

Infine, La Karl du Pignè è una dragqueen ormai di fama internazionale. Andrea Berardicurti si è mai sentito "oppresso" dalla presenza ingombrante del personaggio che ha creato?

Macchè internazionale! Mi conoscono a Londra perché seimila gay romani si sono trasferiti, tutto lì. Sinceramente no, per fortuna questa simbiosi funziona perfettamente, a tal punto che ogni tanto mi chiedo se non sia La Karl Du Pignè che ha plasmato Andrea Berardicurti, e non viceversa. Siamo molto felici, entrambi, di condividere lo stesso corpo e lo stesso cervello.

 

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