Sarà presentato questa sera al Florence Queer Festival il documentario Il calciatore invisibile che, scritto e diretto da Matteo Tortora, è stato realizzato grazie alla raccolta fondi per Produzioni dal Basso e al sostegno di Toscana Film Commission, Livorno Film Commission, Regione Toscana e Comune di Livorno. 

Come Rafiki (proiettato il 2 ottobre) Il calciatore invisibile è una delle due anteprime che, nell’ambito dell’importante rassegna giunta alla 16° edizione e diretta da Bruno Casini e Roberta, gode della partnership del Festival dei Diritti promosso dal Comune di Firenze. Incentrato sul tema tabù dell’omosessualità nel calcio, il documentario sarà infatti presentato alle 21:30, presso il Cinema La Compagnia, dal regista, dai giocatori della squadra Revolution Team insieme con gli assessori comunali Sara Funaro e Andrea Vannucci.

Saranno proprio i calciatori della Revolution Team a essere i veri protagonisti della serata, dal momento che la pellicola documentale ripercorre la storia della squadra amatoriale fiorentina composta da giocatori omosessuali.

È noto come negli ultimi anni sempre più atleti, anche di fama mondiale, facciano coming out in quei Paesi dove i diritti della minoranza arcobaleno sono tutelati. Nuoto, atletica, tennis, pallavolo, rugby sono tra le discipline sportive col maggior numero di atleti/e Lgbti a differenza del calcio, dove i coming out effettuti si contano sulle dita.

Il documentario racconta l'attuale stato delle cose, ricordando al pubblico la breve ma complessa lista degli episodi legati alla discriminazione, accaduti in campo, negli spogliatoi o in varie occasioni pubbliche.

Con un impianto classico le interviste ad alcuni dei protagonisti della Serie A italiana, tra cui Alessandro Costacurta, Cesare Prandelli, il vicedirettore della Gazzetta dello Sport Andrea Di Caro, si alternano alle testimonianze dei calciatori della Revolution Team: una squadra da anni in campo, per dimostrare al pubblico che il proprio orientamento sessuale o la propria identità di genere non possono e non devono rappresentare un limite per lo sport che si ama. 

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Lo scorso 15 settembre a Misano Adriatico (Rn) ha avuto luogo la Spartan Race, corsa a ostacoli che, ispirata ai tipici percorsi utilizzati nell'addestramento militare e famosa in tutto il mondo, ha visto partecipare oltre 7000 persone da tutta Europa. 

Come noto, l’appellativo fa riferimento alle prove di iniziazione in uso nella poleis della Grecia antica. A questo termine resta tuttavia sotteso un pesante immaginario maschilista e omofobo.

Ne abbiamo parlato con Andrea Nenci, che oltre a essere appassionato di corse a ostacoli e aver partecipato all’edizione di Misano Adriatico, è anche un maestro di Pole dance: sport, questo, che è spesso principalmente associato a un pubblico femminile

Andrea, che cosa ti senti di dire a chi si mostra sorpreso da una tale accoppiata sportiva? 

Prima di tutto va detto che ci sono moltissime similitudini tra il tipo di lavoro che un individuo affronta durante una routine di pole dance e il superamento di ostacoli come muri, corde, monkey e barre. In questo si caso si sfrutta il proprio peso in maniera funzionale tramite trazionamenti, oscillazioni, tecnica, agilità, endurance, core stability, etc. Inoltre il mio passato da ginnasta riempie completamente il gap di questa "accoppiata sportiva", dandomi anzi una marcia in più in tutte le discipline sportive che mi trovo ad affrontare.

Cos’è successo alla Spartan Race di Misano Adriatico? 

Nel particolare, sia prima sia durante la performance della Spartan Race, ho potuto ascoltare i commenti tra i vari team: si insultavano giocosamente a vicenda dandosi dell'omosessuale o del frocio, come se appunto quell'etichetta contenesse in sé disabilità o incapacità nell’esprimere il proprio vigore fisico e nell'affrontare una prova di alto livello come quella della Spartan Race. Piccoli e bassi commenti, che ho reputato offensivi nei miei confronti: non perchè personalmente diretti a me ma perchè offensivi per un'intera comunità.

Hai reagito o hai visto qualcuno reagire? 

Tutto ciò ha inciso negativamente sul mio tono umorale. Non ho reagito nel caso specifico, perché erano commenti tra componenti dello stesso team. Quindi, lì per lì non ho avuto gli strumenti per decidere che tipo di politica adottare. Ma sicuramente ero pervaso da imbarazzo e malessere. Nessuno ha reagito e non ho riscontrato la presenza di altri componenti della comunità Lgbti.

Gli amici che hanno partecipato con te sanno della tua omosessualità? Ci sono persone omosessuali dichiarate che partecipano? 

Il mio team era composto da componenti della mia famiglia e da alcuni esterni molto sereni e open mind. Con loro non ho avuto necessità di dichiarare il mio orientamento sessuale. Nessuna persona, a mio avviso, era dichiaratamente omosessuale all'interno della competizione.

Cosa vorresti dire agli organizzatori? 

Vorrei chiedere sicuramente all'organizzazione di fare uno sforzo per diffondere l’idea che lo sport sia per tutti. Come disse il barone Pierre de Coubertin alla fine del 1800: «Tutti gli sport devono essere trattati sulla base dell'uguaglianza».

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L'Uefa ha assegnato l'#EqualGame inaugurale al calciatore della nazionale georgiana Guram K'ashia. Il premio – che verrà consegnato il 30 agosto a Montecarlo durante la cerimonia del sorteggio per la fase a gironi della Champions League – è «un riconoscimento a un calciatore che è stato un modello nella promozione di diversità, inclusione e accessibilità nel calcio europeo». K'ashia si è aggiudicato il premio per aver preso posizione pubblicamente nei confronti dell'uguaglianza.

Il 29 ottobre 2017 il 31enne difensore centrale, che all’epoca giocava nella Vitesse Arnhem, aveva indossato al braccio la fascia da capitano a tonalità arcobaleno nel corso della partita con la PSV Eindhoven. Un inequivocabile segno a sostegno delle persone Lgbti e parte della prosecuzione di una serie di iniziative organizzate in Olanda per il Coming Out Day.

Ma per questo gesto K’ashia era stato fortemente contestato in alcune zone della Georgia, dove i componenti del movimento di estrema destra Marcia Georgiana erano arrivati a manifestare a Tbilisi dinanzi alla sede della Federazione Calcio Georgiana per chiederne l’estromissione dalla nazionale.

K’ashia però non si è fatto intimidire e ha continuato a sottolineare il suo pieno sostegno a favore delle persone Lgbti.

«Sono onorato che la Uefa mi abbia scelto come vincitore del premio #EqualGame – ha dichiarato il calciatore, che attualmente gioca tra le file dei San Jose Earthquakes –. Credo nell'uguaglianza, indipendentemente da chi ami, chi credi o chi sei. Ringrazio il presidente della Uefa, Alexander Čeferin, per questo riconoscimento. Continuerò a difendere l'uguaglianza ovunque giocherò».

L'iniziativa per fare indossare ai capitani la fascia arcobaleno in Olanda è stata ideata dalla John Blankenstein Foundation, ovvero un'organizzazione dedicata alla memoria dell'ex arbitro olandese che ha come obiettivo l'accettazione delle persone Lgbti nel calcio, nella Federcalcio olandese (Knvb) e nel Consiglio dei Calciatori (Centrale Spelersraad, CSR).

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Dal 4 al 12 agosto Parigi ospiterà la 10° edizione dei Gay Games, il più grande evento di sport e cultura al mondo dedicato all’inclusione delle persone lgbti. Dal 1982 i giochi promossi dalla Federation of Gay Games riuniscono persone da ogni continente all’insegna dello sport amatoriale e della lotta alle discriminazioni.

Paris 2018 Gay Games ha aperto i lavori nel 2013 per arrivare oggi al risultato di 10.000 partecipanti, 300.000 spettatori, 36 sport e 14 eventi culturali.  Un evento che si presenta con lo slogan All equal. Quasi a sottolineare l’apertura anche a chi, da eterosessuale, vuole sostiene la battaglia contro l’omofobia e le varie forme di intolleranza.

Ad arricchire la manifestazione, già sostenuta dal governo francese, dalla regione Ile-de-France e dal comune di Parigi, arriva anche Jean-Paul Gaultier,  che ha disegnato una t-shirt unisex proprio per l’evento. Maglietta che sarà acquistabile solo al Bhv Marais di fronte al Gay Games Village, dal 27 luglio al 4 agosto.

Un’idea che riporta alla mente, per contrasto, la maglietta disegnata da Dolce e Gabbana, lo scorso dicembre 2017, che recitava I’m a not a gay, I’m a man e aveva invece l’intenzione opposta di smarcarsi da qualunque iniziativa lgbti a favore dei diritti.

A dispetto dei due stilisti italiani, a Parigi si ha invece la sensazione che tutti, dalle istituzioni nazionali alla popolazione, abbiano compreso il senso e l’importanza di una manifestazione che porta l’aggettivo “gay” associandovi una grande complessità di significati culturali. 

Prova ne sono le tre conferenze di apertura della giornata di mercoledì 1 agosto, dedicate alla storia della decriminalizzazione dell’omosessualità, al movimento sportivo Lgbti e allo sport come strumento di inclusione.

In particolare, durante il panel Lgbt sports movement against all discriminations promosso dalla rivista Sport and Citizenship, è stato presentato il progetto italiano Outsport di Acs/Gaycs, che a novembre darà i risultati della prima ricerca europea sull’esperienza delle persone Lgbti nello sport, condotta dall’Università dello Sport di Colonia. 

Sempre dall’Italia, infine, ad accogliere i partecipanti alla Cité de la mode e du Design,  c’era anche la delegazione di Roma Eurogames 2019, i “cugini” europei dei GayGames, promossi dalla Eglsf che si svolgeranno il prossimo anno per la prima volta nel nostro Paese. 

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Si è conclusa ieri a Roma la 5a edizione degli Italian Gaymes, l'appuntamento multisportivo contro l'omotransfobia promosso da Gaycs. 

Tra le discipline, svoltesi nella zona dell'Eur, paddle tennis, basket, pallavolo, beach volley, calcio a 5, burraco. Ad arricchire l'evento anche la 4a edizione della Partita dei diritti, promossa e organizzata dalla Nazionale italiana calcio gay Friendly. Per gli amici a quattro zampe, invece, quest'anno si è tenuto, per la seconda volta, il Dog Day - Senza frontiere.

Durante la tre giorni al Gay Village, tra giovedì 12 e sabato 14 luglio, insieme alla madrina Eva Grimaldi si sono alternati gli artisti Andrea Casta (con il suo "violino elettronico"), le cantanti Giorgia Acchioni, Sara Galimberti e Micaela Giovani, gli artisti di Pole Dance con Andy Candy e  Aphrodite.

Tra gli eventi anche la presentazione del libro di Rosario Coco  Storie Fuorigioco, che ha dato vita, venerdì sera, a un dibattito cui hanno preso parte Adriano Bartolucci Proietti (presidente di Gaycs), Imma Battaglia (presidente onoraria Dgp), Sebastiano Secci (presidente del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli), Marilena Grassadonia (presidente Famiglie Arcobaleno), Antonello Sannino (responsabile Sport Arcigay), Roberta Mesiti (presidente Agedo Roma), Francesco Lepore (caporedattore di Gaynews.it). I presenti, insieme ad altre personalità dell'attivismo e dello spettacolo, sono stati nominati "Ambasciatori" dei prossimi Roma EuroGames 2019.

Secondo l'annuncio ufficiale degli organizzatori, infatti, il prossimo anno Roma ospiterà gli EuroGames normati dalla European Gay and Lesbian Sport Federation, la rassegna europea dello sport gay friendly nata nel 1992 che approda per la prima volta in Italia con oltre 4000 atleti e atlete attesi da tutta Europa. 

Tra gli Ambasciatori dei giochi anche la scrittrice Delia Vaccarello, la calciatrice Gaia Ciccarelli, l'allenatrice di serie B Licia Arzilli, il portavoce dei Liberinantes Alberto Urbinati (squadra di rifugiati promossa da Unhcr), l'attivista per i diritti bisex Tom Dacre. 

Sul finale della cerimonia conclusiva, l'importante presenza degli attivisti e delle attiviste transgender e intersex del gruppo It, nato all'interno dell'organizzazione degli EuroGames per lavorare sull'inclusione delle persone "I" e "T" nei giochi. Tra di loro i nomi di Cristina Leo, portavoce di Colt (Coordinamento Lazio Trans), Giovanni Guercio, avvocato esperto in materia che ha seguito la sentenza della Corte Costituzionale del 2015 sul cambio anagrafico del nome, Alessandro Carollo, attivista, ex-atleta e genitore transgender.   

"L'organizzazione dei prossimi giochi - hanno dichiarato gli organizzatori - partirà proprio dai temi dell'inclusione di chi ancora è marginalizzato anche nella stessa collettività lgbti, nonché dalle tematiche della doppia discriminazione".

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Durante la rassegna sportiva dei ventottesimi Giochi del Mediterraneo, nati nel 1948 come una sorta di olimpiade dei Paesi che si affacciano sull’omonimo mare, le atlete azzurre Maria Benedicta Chigbolu, Ayomide Folorunso, Raphaela Lukudo e la campionessa europea Libania Grenot hanno trionfato  nella specialità atletica della staffetta grazie ad un tempo di 3:28.08.

Si è subito creato il classico carro dei vincitori, su cui sono saltati in molti, compreso chi continua a parlare a mezzo stampa e sui social del quartetto “di colore”.

Quasi a dire: Ecco, se vengono e corrono per noi allora va bene. Eppure sembra alquanto ipocrita parlare di integrazione nello sport senza considerare lo stesso sport come parte integrante della società. Le ragazze hanno vinto non solo perché "lo sport unisce" (uno slogan che può voler dire qualsiasi cosa), ma perchè ci sono segmenti e contesti sociali molto più avanti del dibattito politico, in grado di unire anche grazie allo sport. 

Per parlare di sport bisogna immaginare un organismo complesso, di cui le vetrine di Olimpiadi e Mondiali sono solo le vette più alte di un movimento di proporzioni vastissime. Bisogna pensare ai campi e alle palestre di periferia, agli enti di promozioni, ai comitati federali locali, che riguardano la capacità delle scuole di lavorare in termini sostegno allo sport e all’integrazione. L’ondata di razzismo di oggi, i morti in mare, le parole d’odio del vocabolario politico, saranno sicuramente una ferita profonda nella mente di tanti futuri e atleti e atlete migranti di seconda generazione. Perché possibilmente quei futuri atleti e atlete stanno tra gli 800.000 bambini e bambine ai quali è stato negato lo ius soli, ad esempio. 

Per fortuna c’è chi dimostra una volta per tutte che l’italianità non è fatta dal colore della pelle, ma da tutto quello che rende unico un Paese: i valori, la cultura, i cibi, i territori, le organizzazioni, il modo di creare movimento, compreso lo sport. 

Multiculturalità non significa avere “qualcun altro” che va bene quando c’è da correre, ma vuol dire inclusione di tradizioni diverse come valore fondate della propria cultura. E anche qui lo sport può insegnarci tantissimo. Qualcuno forse penserà che i nomi di queste ragazze non sono abbastanza “italiani”. Basta vedere i cognomi di alcuni giocatori della nazionale argentina ai mondiali: Armani, Tagliafico, Di Maria, Mascherano, Ansaldi, Biglia, Fazio. I loro bisnonni erano tutti migranti che venivano dall’Italia.

Infine, la vittoria delle nostre ragazze riporta alla ribalta la questione del professionismo femminile. Come Rachele Bruni e Federica Pellegrino, il quartetto che celebriamo oggi è ufficialmente un gruppo di atlete dilettanti. L’Italia è ancora l’unico Paese Europeo a non riconoscere come professioniste le atlete. Questa è una delle sfide da vincere nell’immediato ed è ormai una sfida globale considerando anche lo stretto legame tra il pregiudizio sessista e quello omofobico, che si riflette anche nella Carta Olimpica internazionale ormai dal 2014. 

È innegabile, ad esempio, che molti passi avanti delle donne nei Paesi di cultura araba abbiano beneficiato di immagini di impatto mondiale come quelle delle giocatrici di beach volley egiziane e tedesche a confronto scattate a Rio 2016, le prime completamente coperte con tanto di velo, le seconde in bikini. 

Non solo quell’immagine è stata motore di visibilità e cambiamento, ma, a sua volta, il coraggio delle atlete egiziane arrivate fin lì era testimone di un cambiamento già in essere, seppur lento e faticoso, in tema di diritti delle donne nel mondo arabo. 

Lo sport può cambiare la società insomma, a patto che a partire dai media e dalla politica non sia visto come una mera vetrina, ma come uno strumento fondamentale per leggere e intervenire sui processi culturali. 

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Nel 49° anniversario dei Moti di Stonewall e in occasione della partita della Pride Night con l'Fc Dallas Collin Martin, centrocampista del Minnesota United, ha annunciato di essere gay. È così, di fatto, l’unico atleta ad aver pubblicamente rivelato la propria omosessualità tra quelli ancora in attività nelle principali leghe sportive professioniali.

Robbie Rogers aveva fatto coming out nel 2013 quando giocava nel Los Angeles Galaxy ma si è ritirato a novembre scorso. Anche il cestista della Nba Jason Paul Collins e il giocatore di football della Nfl Michael Alan Sam, Jr avevano rispettivamente dichiarato la loro omosessualità nel 2013 e 2014 per poi ritirarsi poco dopo.

Martin, che ha giocato sei campionati (compresi i quattro con la Dc United), ha dichiarato su Twitter come già da alcuni anni avesse comunicato il proprio orientamento sessuale a familiari, amici e compagni di squadra.

«Oggi – ha aggiunto – sono orgoglioso che l’intero team e i dirigenti del Minnesota United mi conosca come gay. Ho ricevuto solo attestati di gentilezza e accoglienza da parte di tutti nella Major League Soccer».

Ha voluto poi rivolgere  parole d’incoraggiamento a quanto giocano a livello professionale o dilettantistico perché abbiano «la sicurezza che lo sport darà loro il benvenuto con tutto il cuore». Ha infine aggiunto: «Giugno è il mese del Pride e io sono orgoglioso di giocare per la Pride Night e di giocare come uomo gay».

Cyd Zeigler, co-fondatore di Lgbt Outsports.com, ha confermato che Martin è l'unico atleta maschile professionale tra quelli in attività ad aver fatto coming out.

 

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In vista della XV° Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia (anche conosciuta con l’acronimo Idahobit), che si celebrerà al solito il 17 maggio secondo il tema dell’anno Solidarietà e alleanze, si è tenuta stamane a Roma, presso Palazzo Madama, la presentazione della raccolta di racconti Storie Fuorigioco. Omosessualità e altri tabù nel mondo del calcio, scritta dall’attivista catanese Rosario Coco.

La manifestazione, organizzata da Gaynews e promossa in collaborazione con Gaycs, è venuta anche  a cadere nel ciclo di eventi in preparazione ai prossimi Eurogames, che si terranno a Roma nel 2019.

Edita per i tipi catanesi Villaggio Maori e prefata da Francesco Lepore, la raccolta di sei racconti ha offerto lo spunto per affrontare in Sala Nassirya il tema delle discriminazioni omo-transfobiche, la loro connessione con il sessismo e con le altre forme di intolleranza attraverso la lente di ingrandimento dello sport.

Ad aprire gli interventi la senatrice Monica Cirinnà che, ricordando l’imminente anniversario dell’approvazione della legge sulle unioni civili e fornendo i relativi dati numerici forniti dal ministero dell’Interno in riferimento alle celebrazioni effettuate fino al 31 dicembre 2017, ha rilevato come proprio il senso di responsabilità (tanto invocata quanto verbalmente abusata negli ultime mesi da politici dei diversi schieramenti) debba animare ciascuno a procedere nel cammino dei diritti. Cammino che, con ogni probabilità, si annuncia tutto in salita per i prossimi anni.

Significative altresì le dichiarazioni della giornalista Delia Vaccarello e del presidente di Aics Bruno Molea, al cui impegno nella scorsa legislatura è da attribuire l’ottenimento della legge conosciuta sotto il nome di ius soli sportivo.

Vari gli esponenti del mondo associativo che hanno indirizzato parole di incoraggiamento all’autore: Adriano Bartolucci (presidente di Gaycs), Leonardo Monaco (segretario di Certi Diritti), Sebastiano Secci (presidente del Circolo Mario Mieli e portavoce Roma Pride), Angela Nava (presidente Coordinamento Genitori Democratici e portavoce del Coordinamento Laicità Scuola Salute), Mattia Di Tommaso (responsabile Nazionale italiana calcio gayfriendly) e Riccardo Russo (componente del gruppo universitario Prisma Sapienza). Il tutto intervallato dalla coinvolgente lettura di alcuni brani del volume presentato da parte di Tom Dacre, Alessandro Paesano nonché di una figura storica del movimento Lgbti italiano quale Vanni Piccolo.

A concludere lo stesso autore che, fra l’altro, ha fatto proprie le parole rilasciate da Franco Grillini, direttore di Gaynews e presidente di Gaynet, a commento dell’iniziativa: «Proprio nel mondo sportivo si concentra la più ampia somma di pregiudizi, di tabù e di vera e propria omofobia. Per questo libri e studi su questo argomento sono importantissimi. Cambiare mentalità nel mondo dello sport significa quasi fare una rivoluzione».

 

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Tutto pronto per l’Onda Pride, che interesserà l’intero Paese con 28 marce dell’orgoglio Lgbti e centinaia di eventi. Quest’anno tutto avrà inizio da Avellino, il prossimo 17 maggio in cui si celebra Giornata mondiale contro l’omotransfobia.

Per l’occasione è stato realizzato un video spot dalle attiviste e dagli attivisti di Apple Pie con riprese e montaggio di Giulio di Rienzo. Esso ha come protagonista la Sidigas Scandone Avellino, squadra ai vertici del basket italiano ed europeo nonché finalista, in questi giorni, della Fiba Europe Cup.

Un messaggio importante, dunque, proveniente  da campioni italiani ed europei di uno degli sport più seguiti al mondo.

Per l’occasione abbiamo intervistato la Presidente di Apple Pie Mara Festa, il vicepresidente Antonio De Padova e la tesoriera Rebecca Piu.

Parlateci  di Apple Pie: come è nata e quale sono gli obiettivi di questa nuova associazione Lgbti ad Avellino?

Apple Pie nasce a giugno 2017 come gruppo di parola Lgbti per sensibilizzare il territorio alla cultura del rispetto,  attraverso incontri di condivisione delle proprie esperienze.

In occasione della Giornata mondiale contro l’omotransfobia il Coordinamento Campania Rainbow ha deciso di organizzare insieme con voi un grande evento regionale ad Avellino: di cosa si tratta?

Si tratta di una marcia contro le discriminazioni: una marcia a tappe con testimonianze dirette e momenti artistici per sensibilizzare la cittadinanza sulle tematiche Lgbti, proprio in un territorio dove si parla poco o addirittura si evita di affrontare questi temi. L'aspettativa è di far conoscere, riflettere e creare condivisione e sinergie sul territorio.

Insomma un vera e propria marcia dell'orgoglio Lgbti ad Avellino per la prima volta: vi candidate dunque per ospitare il primo Pride regionale nel 2019?

È una giornata importante per la nostra città e per tutti coloro che si sentono trattati come persone di serie B. Sì, sicuramente per la città di Avellino questo è passo significante, vediamo dove ci porterà.

Il video promo per l’evento del 17 maggio è davvero bello: come è nato?

Nasce dall'idea di Antonio De Padova che ha contattato la responsabile della comunicazione della Sidigas Scandone Avellino, Maria Picariello, e le ha proposto di coinvolgere la squadra per sostenere l'evento. Nel giro di pochi giorni, si è scritto lo spot, si  è colorata una palla da basket con i colori dell’arcobaleno e grazie al videomaker, Giulio di Rienzo, si sono fatte le riprese con la squadra. Non possiamo far altro che ringraziare infinitamente la squadra, il coach Stefano Sacripanti, la responsabile dell'Ufficio stampa e tutto lo staff per il sostegno e la sensibilità che hanno mostrato nell'affrontare questa tematica.

Lo sport è ancora un baluardo di omofobia e machismo, soprattutto in alcune discipline. Eppure, una squadra importante come la Sidigas Scandone Avellino è la protagonista del video per il 17 maggio ad Avellino. Quanto è importante per Avellino e per l’Italia intera questo messaggio contro l’omotransfobia proveniente da grandi campioni della sport?

Amar’e Stoudemire, ex stella del basket Nba dichiarò: Se sapessi che un mio compagno di squadra è gay, mi farei la doccia dall’altra parte della strada e mi assicurerei che i miei vestiti fossero dietro l’angolo. Lo sport resta una delle ultime frontiere da superare nella lotta per i diritti lgbt. È vero c’è ancora molto da fare ma il sostegno ricevuto dalla  Scandone Avellino ci fa ben sperare. Gli sportivi della Scandone rappresentano un esempio per moltissime persone e, questo messaggio contro l’omotransfobia e la discriminazione in generale, rappresenta un grande passo per lo sviluppo della cultura del rispetto.

Speriamo che il messaggio di pace che proviene da una cittadina piccola come Avellino, possa trovare una forte eco in tutta Italia. Ringraziamo tutti ma in particolare Jason Rich, Ariel Filloy, Marteen Leunen il capitano, Bruno Fitipaldo, Lorenzo D’Ercole, Stefano Sacripanti il coach, Andrea Zerini e l’amica Maria Picariello.

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Settimo decennale d’attività per l’Unione italiana sport per tutti (Uisp), nata a Roma nel 1948 col nome d’Unione italiana sport popolare. Riconosciuta dal Coni come ente di promozione sportiva, assunse il nome attuale negli anni ’80 del secolo scorso.

Composta attualmente di 142 comitati regionali e territoriali, l’Uisp con 20 strutture nazionali d’attività e oltre 1.345.000 soci promuove una cultura dello sport basata non sulla competizione ma sulla partecipazione allargata a tutti senza discriminazioni di genere, età, nazionalità, orientamento sessuale nonché sulla solidarietà e sul rispetto dell'ambiente.

In occasione del settimo anniversario di fondazione Gaynews ha raggiunto Manuela Claysset, responsabile nazionale Politiche di genere e Diritti, per sapere qualcosa in più soprattutto delle politiche attuate dall’Uisp verso le persone Lgbti.

L’Uisp compie 70 anni. Quale rapporto tra la finalità originaria di “sport popolare” e quella attuale di “sport per tutti”?

Oggi come 70 anni fa la Uisp è impegnata nella promozione dello sport e della pratica motoria, perché sono un diritto per tutti e per tutte. Sono cambiate molte cose dal 1948 quando lo sport era patrimonio di poche persone, quasi un'élite. Per questo l’idea di sport popolare, per portare lo sport verso le persone, per dare voce a quella richiesta di socializzazione e di rinascita che caratterizzava il nostro Paese nel dopoguerra.

Ancora oggi occorre riaffermare che lo sport è un diritto perché troppe sono le fasce di popolazione che hanno difficoltà ad accedere alla pratica sportiva. Basti pensare che ancora oggi circa 23 milioni di italiani non fanno assolutamente nulla: sono i sedentari.  

La visione dello sport basata sulla partecipazione allargata a tutti comporta l’abbattimento di qualsivoglia discriminazione. Che cosa ha fatto e sta realizzando l’Uisp con riferimento a quelle da orientamento sessuale e identità di genere?

Il nostro impegno è su vari fronti. Prima di tutto un impegno per promuovere una diversa cultura di inclusione, con il confronto e la collaborazione con diverse associazioni e reti istituzionali.  Un impegno che ha visto la realizzazione di diverse campagne di sensibilizzazione, iniziative e progetti anche a livello europeo. Ad esempio, il progetto Football for equality con lo slogan: Ora che lo sai, cosa cambia? con la foto  delle scarpe di calcio appese all’interno di uno spogliatoio. Così come la realizzazione di tornei, manifestazioni diffuse sul territorio e che vedono un continuo confronto con l’ssociazione e le persone Lgbti, un percorso non facile ma che ha visto in questi anni un sempre maggiore coinvolgimento del nostro mondo sportivo.

In diversi casi siamo passati dalla collaborazione o realizzazione saltuaria al coinvolgimento nelle attività consolidate, con la partecipazione di squadre Lgbti nei nostri campionati.  Inoltre siamo impegnati per la formazione sia per i dirigenti ma anche per le figure tecniche, per gli educatori e le educatrici che sono impegnati ogni giorno nelle attività. Per dare maggiori strumenti a che si impegna nelle attività ed essere sempre più attenti e inclusivi.

Omofobia, transfobia e sessismo sono ancora molto radicati in attività sportive come il calcio. Sono a suo parere atteggiamenti strettamente correlati tra loro? E  quali sono le strategie da attuare per giungere a un loro ridimensionamento?

Anche per questo serve un impegno ampio e trasversale, a partire dai vertici federali, dallo sport di livello. Assistiamo troppo spesso a dichiarazioni sessiste e omofobe da parte di personaggi importanti, dirigenti del sistema sportivo. Un pessimo esempio che facilmente ritroviamo anche nello sport di base, nel linguaggio e negli slogan dei tifosi, nei mezzi di comunicazione e che non sempre vengono contrastati con la dovuta attenzione. Credo che su questo occorra una riflessione per un cambiamento radicale, che vada oltre le sanzioni economiche e che sia in grado di coinvolgere tutti i diversi soggetti.

Accanto a questi episodi di razzismo e di discriminazione, esistono anche buone pratiche, attività di inclusione contro ogni forma di violenza. Occorre dare visibilità a queste esperienze e questo è il nostro impegno. Penso a manifestazioni come i Mondiali antirazzisti, a progetti come Il Calciastorie, ma anche i tornei, le attività che hanno completamente cambiato le regole del calcio per essere più inclusivi: esempi che occorre far conoscere e diffondere maggiormente sul territorio.

Con riferimento alle persone transgender, che hanno intrapreso il percorso di transizione, l’Uisp prevede la procedura alias. Può spiegare di cosa si tratta e quali risultati comporta? 

L’impegno di Uisp per i diritti delle persone Lgbti ha visto in questi anni la realizzazione di diversi momenti e confronti pubblici. Da una specifica riflessione sulla transessualità, grazie alla collaborazione di una base associativa come Asd Bugs di Bologna, con i ragazzi e le ragazze del Gruppo Trans di Bologna nel maggio 2017 abbiamo avuto la possibilità di confrontarci in merito ai problemi che le persone trans riscontrano nello svolgimento delle attività sportive.

Sono problemi e difficoltà molteplici: le persone trans hanno bisogno di una diversa attenzione nell’ambito sportivo, di spazi adeguati negli impianti, di essere riconosciute ed accolte. Essere riconosciute ed accolte, anche attraverso il tesseramento. Per questo la Uisp ha intrapreso il tesseramento alias per le persone transessuali, seguendo le esperienze  avviate nel mondo accademico e in diverse amministrazioni pubbliche o aziende.

Ai fini del tesseramento le persone transessuali, che cambieranno i propri dati anagrafici solo al termine di un lungo e faticoso iter, potranno essere socie della Uisp richiedendo di acquisire un'identità alias, cioè avere un nome differente  dal sesso anagrafico e che potrà essere utilizzato nello svolgimento delle attività della nostra associazione, con tutte le coperture assicurative garantite ai nostri associati.

Questo impegno nasce anche grazie alla disponibilità di Marsh, broker assicurativo e dell’aiuto, che diversi soggetti hanno messo in campo come la Rete Lenford – Avvocatura per i Diritti delle persone Lgbti. Questa opportunità del tesseramento Uisp è diventato uno spot promozionale, un'idea nata dal Gruppo Trans Bologna che insieme all’Ufficio Comunicazione Uisp Nazionale, hanno realizzato un breve video, una storia per dare voce a questa esperienza. Crediamo che l’inclusione sia fatta anche attraverso azioni concrete e questa del tesseramento alias sicuramente è una di queste.

Qual è la collaborazione in tale ambito tra Uisp e Centro SInAPSi?

Con SInAPSi è nata una collaborazione e un protocollo che ci ha visto in questi anni impegnati in diversi momenti comuni, a partire dal Convegno realizzato nell’aprile del 2015 Terzo Tempo fair Play – Lo sport contro l’omofobia e la transfobia, di cui  lo scorso anno abbiamo pubblicato  gli atti. Un incontro e una collaborazione molto importante che ci ha permesso di realizzare alcuni appuntamenti formativi, con momenti specifici  che abbiamo svolto per  dirigenti sportivi, con i tecnici, educatori ed educatrici di varie discipline, ma anche coinvolgendo giovani, i giornalisti sportivi e altre figure coinvolte nello sport.

Siamo consapevoli che c’è ancora molto da fare per cambiare questa cultura ancora discriminatoria che troppo spesso caratterizza l’ambiente sportivo. La formazione e la sensibilizzazione sono fondamentali. Collaborare con centri come SInAPSi per noi significa una crescita culturale, utile per tutto il mondo sportivo, che ci vedrà impegnati anche in futuro.

Maratona di Boston: quest’anno hanno partecipato ufficialmente cinque donne trans nella categoria femminile. Come giudica ciò soprattutto in riferimento al fatto che alcune di loro non assumono farmaci per abbassare il livello di testosterone?

Credo sia un segnale importante, un'azione concreta. Nello sport abbiamo assistito spesso a gesti e azioni che hanno fatto la storia e che hanno portato grandi cambiamenti. Questa decisione degli organizzatori della Maratona certamente è un altro passo. Fa piacere che nasca da quella di Boston, che è rimasta nella storia per diversi motivi.

Era il 1967 quando Kathrine Swizter divenne la prima donna a partecipare alla Maratona di Boston, iscrivendosi con un nome falso alla competizione: le donne allora non potevamo partecipare ufficialmente alle gare di fondo perché erano considerate troppo fragili per questo tipo di manifestazione. Nonostante i giudici di gara avessero tentato in tutti i modi di fermarla, Kathrine arrivo al traguardo, protetta anche da gli altri maratoneti uomini.

Questo gesto cambiò il mondo dello sport, aprendo la strada alla sempre maggior presenza delle donne nelle competizioni sportive. Il fatto che la Maratona di Boston si apre finalmente alla partecipazione di donne trans senza sottoporle ai controlli sul livello di testosterone è un segnale molto forte di attenzione e inclusione, che parla soprattutto allo sport di base. 

 

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