In vista della giornata mondiale contro l'omo-transfobia, sono stati presentati i risultati della prima ricerca a livello europeo sull’esperienza delle persone Lgbti pubblicati oggi. In Italia il 41% delle persone Lgbti che praticano sport non fa coming out.

Oltre 5500 persone Lgbti residenti nei 28 paesi dell’Unione europea hanno completato il questionario online proposto dall’ Institute of Sociology and Gender Studies della German Sport University di Colonia nell’ambito del progetto Erasmus+ Outsport coordinato da Aics – Associazione Italiana Cultura e Sport con il supporto del Dipartimento Lgbti Gaycs. L’età dei partecipanti varia dai 16 ai 78 anni con una media di 27 anni.

Il rapporto completo - che, oltre ai dati aggregati a livello di Unione Europea, evidenzia le differenze riguardo l’orientamento sessuale e l’identità di genere e tra i 5 Paesi del progetto (Italia, Austria, Germania, Scozia, Ungheria) - è da oggi disponibile sul sito di Outsport al seguente link e offre una panoramica ricca e articolata del fenomeno dell’omo-transfobia nello sport e per le diverse discipline e contesti sportivi, come vissuto e percepito dalle persone Lgbti.

“Siamo orgogliosi di questo lavoro e confidiamo che i dati contenuti nel nostro report siano fondamentali per le politiche di contrasto alle discriminazioni omo-transfobiche nello sport sia a livello europeo che dei singoli Paesi”, dichiara Rosario Coco, coordinatore di Outsport.

"Quattro persone Lgbt su 10 che praticano sport non dichiarano il proprio orientamento sessuale per timore di discriminazione, o altro - ha commentato Bruno Molea, presidente di Aics - Eppure lo sport deve essere ancora non solo luogo di condivisione e coesione, ma anche terreno di gioco contro ogni forma di discriminazione. Lavoriamo su questo, a partire dalla formazione dei nostri istruttori, per combattere ogni emarginazione".

 "Questo risultato - ha aggiunto Adriano Bartolucci Proietti, responsabile di Gaycs e del Comitato Roma EuroGames 2019,  testimonia un impegno che ci rende fieri in Europa e ci proietta verso i prossimi EuroGames, i giochi dedicati alla lotta contro l'omo-transfobia che si terranno i prossimi 11, 12 e 13 luglio a Roma". 

I principali risultati sono:

  • Il 90% delle e dei partecipanti percepisce l’omofobia come un problema nello sport. La percentuale è ancora più alta per la transfobia.
  • Quasi il 20% di tutte/i le e i partecipanti hanno rinunciato alla pratica di uno sport a causa del proprio orientamento sessuale o identità di genere. Questa percentuale sale al 54% per le persone trans e si riferisce in proporzione maggiore al calcio, alla danza, al nuoto e alla box.
  • Circa un terzo di chi pratica sport non ha rivelato il proprio orientamento sessuale a nessuno in ambito sportivo. Questa percentuale raggiunge il 41% in Italia e il 45% in Ungheria.
  • Il 16% delle e dei partecipanti che sono attive/i in qualsiasi sport hanno avuto almeno una personale esperienza negativa legata al proprio orientamento sessuale o identità di genere negli ultimi 12 mesi. La percentuale sale però al 30% per gli uomini trans, al 36% per le persone non binarie e al 46% per le donne trans.
  • Nel 49% dei casi chi agisce una discriminazione sono compagne/i di squadra. In Italia si sale al 60%.
  • Tra coloro che hanno segnalato esperienze negative l’82% hanno ricevuto insulti verbali e il 75% una discriminazione strutturale. Ma sono comuni anche le minacce (44%), il bullismo (40%), superamento della linea fisica, come spinte o contatti indesiderati (36%) e persino la violenza fisica (20%).
  • Oltre un terzo delle e dei rispondenti non conosce alcuna organizzazione o individuo a cui rivolgersi in caso di esperienze negative.
  • Le tre azioni che vengono indicate come possibilmente più utili nel contrastare l’omo-transfobia nello sport sono: a) il coming out di sportivi famosi, b) campagne di lotta all’omo-transfobia di alto profilo, c) formazione sulla diversity

Il rapporto completo oltre ai dati aggregati, evidenzia le differenze riguardo l’orientamento sessuale e l’identità di genere e tra i cinque Paesi del progetto (Italia, Austria, Germania, Scozia, Ungheria).

Sulla base di questa indagine sono stati intervistati i responsabili di alcune organizzazioni sportive ombrello e federazioni sportive sulle loro strategie di contrasto all’omo-transfobia e i risultati di quest’ultima indagine saranno pubblicati il prossimo 8 novembre in occasione della final conference di Outsport a Budapest.

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«Non mi fermeranno». Queste le parole pronunciate da Mokgadi Caster Semenya a commento della sentenza emessa ieri a Losanna dal Tas: respingendo il ricorso della mezzofondista sudafricana, il Tribunale arbitrale internazionale dello sport ha dato infatti ragione alla Iaaf, che vuole imporre un calo dei livelli di testosterone a chi come la tre volte campionessa mondiale e due volte campionessa olimpica sugli 800 metri è iperandrogena.

Il verdetto del Tas chiude una lunga querelle giudiziaria, ma non certo il caso politico. La prima immediata conseguenza - subito rimarcata dalla International Association of Athletics Federations – è che la mezzofondista sudafricana ha sette giorni di tempo per sottoporsi alla terapia ormonale che riporti i suoi livelli nel sangue sotto la soglia richiesta dalla stessa Federazione. Pena, l'esclusione dalla gara degli 800 dai prossimi mondiali di Doha a settembre

In ogni caso il Tas non ha accolto del tutto le argomentazioni della Federazione: ha ammesso che la richiesta di terapia ormonale è «discriminatoria ma necessaria per ristabilire equità nelle gare femminili», ma non ha ritenuto che l'iperandroginismo sia un vantaggio anche nelle gare più lunghe degli 800, aprendo alla sudafricana le porte alla partecipazione nei 1.500 anche senza sottostare alla terapia ormonale. 

«Mi hanno preso di mira da tempo, ma non mi hanno mai fermato. E non mi fermeranno neanche questa volta», ha detto Semenya, dichiraratamente lesbica e coniugata con Violet Raiseboya, le cui prestazioni avevano fatto discutere sin dai primi successi in campo internazionale. 

Dopo la prima vittoria ai Mondiali, dieci anni fa, rivali e critici avevavo iniziato a urlare: «È un uomo», alludendo così che l’atleta avesse mentito sul suo sesso biologico

Allora la Iaaf chiese chiarimenti al riguardo e Semenya dovette sottoporsi a dei test, i cui risultati ovviamente non furono resi noti per motivi di privacy. Ma fu poi riammessa alle gare femminili. Emerse successivamente che era un'atleta DSD o iperandrogina: quindi, con testosterone a livello maschile. 

Ora la decisione del Tas, contro la quale si è scagliata a sorpresa anche Martina Navrátilová. La leggenda del tennis, che a febbraio aveva infatti definito un "imbroglio" la presenza in gare femminili di atlete transgender (MtF), adesso invece definisce il verdetto contro Caster Semenya «tremendamente ingiusto nei suoi confronti e sbagliato in linea di principio. È orribile che ora debba assumere farmaci per essere in grado di competere. La questione delle atlete transgender rimane però irrisolta».

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Il noto arbitro calcistico Marco Guida ha ricevuto venerdì a Torre Annunziata (Na), sua città natale, una targa in riconoscimento dell’impegno profuso nell’abbattere i muri della discriminazione e della stigmatizzazione delle persone Lgbti nel mondo sportivo.

Voluta dale associazioni Pochos Napoli e Pride Vesuvio Rainbow, la consegna sarebbe dovuta avvenire a Napoli, il 2 febbraio, in occasione della Copa Adelante 2019, torneo nazionale dilettantistico di calcio a 5 con squadre di giocatori gay, per la quale era prevista la partecipazione di Guida nelle vesti di testimonial.

Impegni lavorativi impedirono però all’arbitro torrese di prendervi parte non senza una mail agli enti organizzatori: in essa esprimeva il grande dispiacere per l’impossibilità di partecipare a un evento cui teneva tanto. 

Alla premiazione, tenutasi presso Nonsolocaffè Reload, ha preso parte anche don Ciro Cozzolino, responsabile del comitato locale di Libera, che ha ribadito la necessità di reagire alle discriminazioni delle persone Lgbti.

Viva soddisfazione per la riuscita dell’evento, che ha visto un’ampia partecipazione, è stata espressa da Danilo De Leo, referente di Pride Vesuvio Raimbow, e Antonello Sannino, presidente di Pochos Napoli e responsabile del Mediterranean Pride of Naples 2019 nonché esperto di omo-transfobia in ambito sportivo.

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Visto in tutto il mondo da oltre 6.000.000 di spettatori, il musical australiano Priscilla la regina del desero, tratto dall’omonimo film cult, torna anche nei nostri teatri, dopo il successo degli anni addietro con un pubblico di circa 350.000 persone.

Basato sul libretto di Stephan Elliott e Allan Scott, l’edizione italiana si avvale della regia di Matteo Castaldo e della direzione musicale di Fabio Serri.

Nella versione con oschestra dal vivo il musical è in cartellone a Roma presso il Teatro Brancaccio fino al 31 marzo. Ma la première, che ha avuto luogo giovedì 7, ha assunto un significato particolare e altamente simbolico, perché ha dato formalmente il via all’iter preparatorio degli EuroGames 2019.

Al Brancaccio, infatti, Adriano Bartolucci Proietti, presidente della XVII° edizione dei giochi internazionali dei diritti Lgbt, ha portato sul palco i saluti dell’intero staff accendendo idealmente la fiaccola della tre giorni sportiva, che avrà luogo a Roma dall’11 al 13 luglio.

Raggiunto telefonicamente, Bartolucci Proietti si è detto profondamente emozionato del pubblico intervento alla prima di Priscilla e ha dichiarato: «Con la serata del 7 marzo abbiamo dato ufficialmente inizio alle attività di promozione sul territorio della XVII° edizione degli EuroGames che vedrà impegnata la città di Roma dall'11 al 13 luglio nell'evento sportivo multidisciplinare Lgbt aperto a tutti, più importante d'Europa. Diciassette discipline sportive tra quelle ufficiali e quelle di supporto (Roma Right Run e Roma Right Bike) animeranno la capitale italiana all'insegna della rivendicazione dei diritti delle persone Lgbt attraverso l'esaltazione della pratica sportiva, che da sempre unisce i popoli al di là di ogni diversità contro ogni forma di razzirmo o persecuzione.

Oggi più che in altri momenti storici l'impegno di tutti deve volgere al superamento di ogni barriera soprattutto transnazionale. Lo sport è e deve essere al centro di questo processo inclusivo. La possibilità di confrontarsi con atleti e non provenienti da oltre 60 Paesi del mondo ci darà la forza per porre al centro dell'agenda italiana la lotta all'omolesbotransfobia, vera piaga di questo secolo.

Roma EuroGames 2019 potrà fare molto anche grazie alla collaborazione importante con le migliori realtà sportive Lgbt italiane, europee ed internazionali. L'appuntamento di luglio rappresenta un importante traguardo per tutti e un punto di partenza fondamentale nel processo di rivendicazione dei diritti Lgbt in Italia».

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Oggi pomeriggio, alle ore 18:00, presso il Campo Sportivo XXV Aprile (Via Marica 80) nel quartiere romano di Pietralata si terrà Black and White Against Homophobia, incontro di calcio nell’ambito del mese di azione europeo Football vs Homophobia (Fvh).
 
La campagna, partita dall'Inghilterra nel 2009, sostiene nel mese di febbraio eventi contro l'omofobia nel calcio e attraverso il calcio, dal livello amatoriale a quello professionistico. Negli anni, diverse squadre della Premier League e di altri campionati europei hanno mostrato la propria adesione.
 
Nell'aderire a Fvh 2019, la Nazionale italiana Gay Friendly sceglie di incontrare Liberi Nantes, la storica squadra per i diritti dei rifugiati, creata a Roma con il supporto dell’Unhcr. Come scrivono gli organizzatori, si vuole lanciare «un potente messaggio contro l'omofobia e il razzismo insieme, per unire le battaglie contro le discriminazioni». Durante l'evento il pubblico sarà invitato a partecipare insieme ai giocatori agli scatti fotografici per la campagna social europea #Fvh2019.
 
L'incontro è promosso da Gaycs, dipartimento Lgbti di Aics, e Liberi Nantes in collaborazione col progetto Outsport Roma EuroGames2019, il principale evento sportivo Lgbti a livello continentale che avrà luogo dal 11 al 13 luglio a Roma. 
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«Non so se ho mai giocato con un compagno omosessuale. Se l’ho fatto, non me ne sono accorto. Non avrei potuto: un giocatore omosessuale non è diverso da uno etero. Ma queste sono solo parole, perché se c’è bisogno di un libro che racconta dei calciatori gay e ci fa sapere che ci sono, allora siamo ancora molto distanti da un mondo sportivo sano. Peggio ancora, siamo dentro un calcio fatto di ignoranza».

Con queste considerazioni, Tomas Locatelli, ex giocatore di serie A, avvia la propria prefazione al libro Giochiamo anche noi. L’Italia del calcio gay della giornalista sportiva Francesca MuzziUn libro reportage, che raccoglie testimonianze e storie importanti che ci restituiscono la dimensione di un mondo in cui lo sport, invece di unire, crea ancora separazioni e distanze.

D’altronde, Francesca Muzzi spiega molto bene nella sua prefazione che «essere gay in un mondo machista non è molto diverso dall’essere donna in un mondo di soli uomini» e il mondo del giornalismo sportivo è certamente un mondo prevalentemente maschile.

Il libro è un viaggio attraverso un’Italia ancora poco conosciuta, fatta di ragazzi, che si sono organizzati e hanno deciso di coltivare la loro passione per il calcio, formando squadre Lgbt, organizzando tornei, creando reti d’inclusione e sana sportività.

Qualche esempio. La storia di Giorgio, ragazzo napoletano, che fino a 26 anni ha fatto il fantino e, ora, calca i palcoscenici italiani come attore. Storia, che ci restituisce la temperatura di un’esistenza fatta di paure affrontate e vinte, quella per i cavalli, quella legata alla balbuzie e quella relativa al suo orientamento sessuale, che ha sconfitto mettendo su una squadra di calcio gay, i Pochos Napoli, la cui presentazione alla stampa, nel 2013, fu un clamoroso coming out mediatico.

Oppure la storia di Andrea, arbitro e gay, cacciato dalla federazione dell’Aia, per aver arbitrato amichevolmente, senza permesso, una partita di squadre formate da ragazzi gay a Torre del Lago. O, ancora, la divertentissima storia del Fantacalcio Gay, ideato da un ragazzo omosessuale, che oggi conta circa sessanta giocatori sparsi in tutta Italia.

E poi, particolarmente interessante, il contributo di Antonello Sannino, ex presidente di Arcigay Napoli con delega nazionale allo Sport, che analizza le ingerenze costruttive tra associazionismo Lgbti e mondo dello sport.

Insomma, le storie narrate da Francesca Muzzi sono davvero tantissime e, nate con l’intento di riscattare il silenzio e l’esclusione, ci parlano soprattutto di rinascite, di battaglie vinte e di conquiste importanti. Di trofei. Trofei esistenziali

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Si è svolta ieri, presso il caffè letterario Intra Moenia di Napoli, la presentazione in conferenza stampa della 3° edizione della Coppa Adelante, torneo dilettantistico nazionale di calcio a cinque contro ogni tipo di stigma e discriminazione. Il torneo, organizzato dall'Asd Pochos Napoli e da Aics Napoli, si svolgerà oggi presso lo Sporting club Caravaggio.
 
Alla manifestazione prenderanno parte 12 squadre di ragazzi omosessuali (e non solo), provenienti da Roma, Napoli, Bologna, Torino, Firenze e Milano. 
 
Durante la conferenza stampa è intervenuto, tra gli altri, Antonello Sannino, presidente dell’Asd Pochos Napoli, che, ricordando l’impegno dell’Aics e delle istituzioni del territorio nell’organizzazione dell’evento, ha dichiarato: «Manifestazioni come questa sono importanti perché dal mondo dello sport si leva un messaggio di inclusione e uguaglianza che, in momenti di recrudescenza della violenza e delle discriminazioni, sono sognali preziosi che spero siano presto potenziati nell’ambito delle Universiadi di Napoli». 
 
Anche Giorgio Sorrentino, capitano e fondatore dei Pochos Napoli, ha rimarcato il valore inclusivo della manifestazione e ne ha ricordato le potenzialità aggregative e inclusive.
 
Inoltre, la conferenza stampa è stata anche occasione per iniziare a presentare il progetto teatrale Cantiere Pochos (titolo provvisorio), che il regista Benedetto Sicca sta elaborando con un gruppo di attori proprio a partire dall’esperienza della squadra Lgbt partenopea. 
 
Infine, la giornalista sportiva Francesca Muzzi ha presentato il proprio volume Giochiamo anche noi, dedicato al mondo calcistico gay: un reportage documentatissimo di esperienze di calciatori e sportivi omosessuali che tentano, con quotidiana perseveranza, di scardinare, grazie alla propria passione calcistica, pregiudizi ancora ben radicati nel mondo del calcio. Mondo, questo, da sempre machista e maschilista
 
Un gruppo di giovani attori, coordinati da Benedetto Sicca, ha poi interpretato alcune letture del volume di Francesca Muzzi.

 

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Parlando delle donne nel mondo del calcio e dando voce a un sentimento comune, l’ex europarlamentare romeno nonché proprietario della Steaua Bucarest, George (detto Gigi) Becali, ha dichiarato, il 20 dicembre, a una tv locale: «Se la Uefa obbligherà tutti i club ad avere una squadra femminile, io lascerò il mondo del calcio. Le donne possono praticare altri sport come il basket o la pallamano, ma non sono fatte per giocare a pallone: non hanno il fisico adatto, è una cosa contro natura». 

Il 60enne uomo d’affari, noto per l’ardente adesione al cristianesimo ortodosso, ha immancabilmente fatto poi ricorso a motivi religiosi, dicendo che, nonostante abbia commesso numerosi peccati in vita propria, non farà mai «il volere di Satana contro le forme che Dio ha dato alle donne per attirare l'uomo».

Un caso che ricorda, mutatis mutandis, quello del presidente della Lega Nazionale Dilettanti, Felice Belloli, che nel 2015 dichiarò: «Basta dare soldi a queste 4 lesbiche»

Per quanto le dichiarazioni abbiano una portata diversa, riassumono molto bene una rappresentazione ancora molto diffusa in tutta Europa sullo sport e sul calcio femminile: la donna calciatrice è contro natura o, al massimo, lesbica. 

Che non si tratta di battute isolate lo dimostrano i dati. Secondo il rapporto dell'European Institute for Gender Equality (Eige) del 2015, a livello europeo, in media, le donne costituiscono il 14% delle posizioni decisionali nelle confederazioni continentali degli sport olimpici in Europa.  Dallo stesso report si evince che le donne nel ruolo di allenatrici sono tra il 20 e il 30% nei vari Paesi Ue rispetto ai colleghi uomini. 

In questo quadro l'Italia ha un ulteriore gap unico nell'Europa occidentale. Quello, cioè, di non riconoscere il professionismo sportivo: le donne in Italia sono considerate formalmente delle dilettanti, incluse le nostre campionesse Pellegrino, Bruni, Vezzali. Ciò significa che possono avere solo rimborsi spese e non possono accedere a tutte le tutele dei contratti sportivi professionali come normato dalla legge 91/1981. Non a caso, molte donne scelgono la carriera militare per poter praticare sport. 

Insomma, quando parliamo di uguaglianza di genere, lo sport si conferma ancora oggi lo specchio dei pregiudizi più profondi della nostra società. Emergono stereotipi e false rappresentazioni che sono alla base tanto del sessismo quanto dell'omofobia: il principale motivo per cui una persona omosessuale non dovrebbe giocare a calcio è proprio legato al fatto che si tratta di "uno sport da uomini". 

Inoltre lo sport non è solo quello del campo da gioco. Ma è anche quello della tv accesa nelle nostre case, del commento sessista di chi guarda la partita, della notizia di Becali letta su Facebook da una ragazza che magari sta lottando con il padre per iscriversi a una squadra femminile. Lo sport è, di fatto, la terza gamba dell'educazione insieme con scuola e genitori. 

Che il calcio femminile sia qualcosa di estremamente "naturale" ci hanno pensato a ribadirlo le azzurre della Nazionale di Calcio femminile. Quelle azzurre che, quest’estate si sono qualificate ai mondiali al contrario dei loro colleghi più blasonati. 

Ora, per rimanere in tema, "naturale" sarebbe, in pari tempo, che l'Uefa procedesse con pesanti sanzioni. Sanzioni da irrogare prima ancora che Gigi Becali sia costretto a lasciare il calcio pur di non far vedere la luce alla Steaua Bucarest femminile.

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Il 24 novembre i giocatori della Nazionale francese di rugby utilizzeranno, nel corso della partita contro le Fiji, lacci arcobaleno per scarpe da gioco .

Il gesto, come spiegato dal vicepresidente della Federazione rugbistica francese Serge Simon, vuole essere un attestato di solidarietà e affetto all’ex campione britannico Gareth Thomas.

«Tutto il rugby francese è con te – ha twittato Simon – per l'aggressione omofoba di cui sei stato vittima». 

Il 44enne ex capitano della Nazionale di rugby del Galles con 100 presenze in maglia biancorossa (che, fra l’altro, ha giocato dal 2004 al 2007 in Francia per lo Stade Toulousain, aiutandolo a diventare campione europeo nel 2005) è stato infatti aggredito nel centro di Cardiff, nella notte tra venerdì scorso e sabato, da un branco d’omofobi.

A denunciarlo su Twitter è stato lo stesso Thomas, che fece coming out nel 2009 quando ancora giocava. In un video, dove appare con il volto segnato dai colpi ricevuti, Thomas racconta di essere stato «vittima nella mia stessa città di un crimine di natura omofoba, per via della mia sessualità. Alcuni dei miei aggressori avevano il chiaro intento di ferirmi. Ma sfortunatamente per loro erano di più quelli che hanno voluto aiutarmi».

L'intervento della polizia è stato tempestivo ed è già stato arrestato un 16enne, che ha ammesso d’aver aggredito l'ex rugbista.

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Ha stupito ancora una volta Paola Egonu, più che per il coming out, per la semplicità e la serenità con cui ha dichiarato di essersi confortata con la sua ragazza dopo la finale del mondiale di pallavolo, persa contro la Serbia in Giappone. Il suo coming out si aggiunge a quello di Rachele Bruni e va a inserirsi nell'ancora ristrettissima cerchia di atleti e altlete di alto profilo, che hanno manifestato liberamente il proprio orientamento sessuale.
 
Di alto profilo, già, perché non possiamo chiamare Paola professionista, in quanto le donne in Italia, unico Paese europeo, non sono riconosciute come atlete a livello professionale
 
Paola è divenura, quindi, un'atleta simbolo per quell'Italia che ancora combatte per i diritti, i diritti delle persone Lgbti, i diritti dei migranti, i diritti delle atlete. E simbolo di quelle persone, non a caso, che si trovano a subire più di una discriminazione
 
A questo proposito, è proprio notizia di questo weekend la presentazione dei primi risultati della ricerca, promossa dal progetto Outsport di Aics e Gaycs e coordinata da Rosario Coco, nell'ambito della conferenza Diversity in Sport 2018 conclusasi sabato a GlasgowSi tratta della prima indagine di questo genere condotta a livello europeo e ha raccolto risposte da oltre 5.500 partecipanti dai 28 Paesi dell'Ue.
 
Come ha spiegato il team di ricerca dell'Università dello Sport di Colonia, partner scientifico del progetto Outsport diretto dalla docente Ilse Hartmann Tews, la maggioranza delle partecipanti si sono identificate di genere femminile (48%), seguite da un 39% di genere maschile e dal 13% di non binari. Il campione vede partecipanti dai 16 ai 78 anni con un età media piuttosto bassa di 27 anni e una forte adesione di under 25.
 
Quanto all'orientamento sessuale il 32% si sono definiti gay, il 25% lesbiche, il 25% bisessuali e il 18% altro.
 

Dalle risposte emerge che 9/10 del campione totale considera l'omofobia e la transfobia nello sport un problema attuale. Il 12% di coloro che praticano regolarmente attività sportiva riporta esperienze negative a causa del loro orientamento sessuale e/o identità di genere negli ultimi 12 mesi. Tra queste quelle più frequenti sono insulti omofobici e transfobici (82%) e discriminazione (75%), ma allarmanti sono anche i casi dichiarati di maltrattamenti e violenze fisiche vere e proprie (38%) e le minacce verbali (45%).

La percentuale di chi ha subito esperienze negative negli ultimi 12 mesi sale fino al picco del 31% per le donne transgender (MtF).

I dati completi saranno resi noti nei prossimi mesi. Ma questi numeri bastano a focalizzare lo sport come un insieme di spazi sociali che necessita di grande attenzione, specie per il suo carattere intrinsecamente intersezionale, che unisce persone, temi e discriminazioni di ogni tipologia e provenienza. 

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