Una grande novità estiva sta per travolgere le notti della costiera amalfitana. Giovedì 19 luglio, presso il club Music On The Rocks di Positano, arriva la serata Beefcake, presentata da Alessandro Cecchi Paone con il drag queen show di Tiffany Romano & The Divas, la musica live degli Sha’Dong e la selezione musicale di Max Zanotti e Mario Iovieno +Lill8.

Special guest dell’evento sarà Vittoria Schisano, attrice nota, tra l’altro, per essere stata la prima donna ad aver compiuto un percorso di transizione di genere ad apparire sulla copertina dell’edizione italiana di PlayboyUn progetto davvero nuovo che intende offrire, nell’esclusiva e raffinata cornice di Positano, una serata gay-friendly.

Per saperne di più, abbiamo contattato per Gaynews Vittoria Schisano.

Vittoria, come definiresti la serata Beefcake che vi apprestate a inaugurare a Positano?

Credo si tratti di una serata che ha il vanto di essere italiana e internazionale, con un pubblico molto vario che arriva da qualsiasi parte del mondo. L’Italia è un Paese conservatore, questo è vero, ma talora è capace di elaborare progetti e prodotti di livello internazionale.

Beefcake è un progetto gay-friendly?

Mi sembra riduttivo dire solo che è gay-friendly. Beefcake vuole essere una serata in cui tutti possono stare bene senza alcuna forma di esclusione e separazione. Io solo lì anche per questo: io sono l’esempio vivente del superamento di ogni stereotipo di ruolo e di genere.

Pensi che serate del genere abbattano i pregiudizi?

Credo proprio di sì perché il nostro intento è creare un luogo estremamente inclusivo, in cui si possano incontrare persone che esprimono culture e valori diversi. L’incontro tra culture diverse procura arricchimento reciproco. Procura crescita e, inevitabilmente, abbatte il tasso di omotransfobia presente nella società.

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Un ennesimo episodio di discriminazione da orientamento sessuale o identità di genere. Questa volta è capitato a Noemy, una donna transgender 35enne, nota nel mondo dei locali notturni quale spogliarellista. Le è stato infatti vietato d’accedere in una disco romana appunto perché trans.

È stata lei stessa a ricostruire i contorni della vicenda a Gaynews.

Alle 00:45 di oggi s’era recata in compagnia di due amiche al Nice (discoteca in zona Ponte Milvio), dove c’era un tavolo prenotato al loro nome in zona privé. «Ci stavano per far entrare – così racconta ancora incredula Noemy –, quando a un certo punto ci hanno bloccato.

Si è avvicinato allora un uomo e con molta gentilezza ci ha comunicato di essere rammaricato e di provare vergogna di ciò che stava per riferirci. Che, in pratica, non si poteva entrare per colpa mia.

Sono rimasta sbalordita come anche le mie amiche. Gli abbiamo chiesto la motivazione e lui ci  risposto, senza nominarla, che una persona dello staff mi aveva riconosciuta in quanto trans. Per cui io mi sarei dovuta allontanare mentre le mie amiche, se erano “vere” donne biologiche, sarebbero potute entrare».

A distanza di tante ore Noemy ha ancora difficoltà a parlarne.

«Sono ancora scioccata da quanto accaduto – aggiunge –. Io mandata via pubblicamente da un locale pubblico per il solo fatto d’essere trans. In 35 anni non mi era mai capitato di essere vittima d’una discriminazione omotransfobica, di subire una tale umiliazione».

Anziché chiamare carabinieri o polizia Noemy ha preferito denunciare la vicenda attraverso una recensione fortemente negativa sul sito del Nice con tanto di motivazione per omofobia.

«Mi aspettavo una risposta – conclude –. Una richiesta di scuse da parte dei gestori. E, invece, nulla. Soltanto un duraturo e assordante silenzio, che mi ferisce ancora di più».

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«Oggi nella casa del Signore, che ha accolto sia noi che il tuo corpo, mi sono sentita in pace, perché vedevo tutte e tutti emozionati, con gli occhi pieni di lacrime. Tutti lì per te, nella  tua ultima sosta davanti a noi che eravamo desiderosi di rivederti, anche se per l'ultima volta, finalmente libero come un battito di ali liberatorio.

In quel luogo dove un tempo sei stato battezzato, Vincenzo, mi sono aggrappata ad ogni singolo secondo, volevo non passasse mai, ripercorrevo la nostra breve  strada e ho immaginato quando tua madre ti manteneva il capo mentre ricevevi il battesimo, fino al tragico evento e a quel punto avrei voluto urlare: Non è giusto, che questo non è il disegno di Dio ma quello di un mostro.

Poi i palloncini bianchi sono volati in alto. Uno solo si è staccato dal gruppo: forse eri tu che hai voluto salutarci un’ultima volta come solo tu sapevi fare. Sono uscita fuori alla chiesa, ho visto i negozi e la gente che osservava quel che accadeva in una giornata intrisa di sole e di caldo. L’estate mi è sembrata un’ambientazione surreale per questo momento e ho ripensato alla vita che non vivrai piu su questa terra. E. intanto, quel palloncino è volato sempre più in alto fino a sparire».

È questo il saluto commosso che Lia Zeta Pastore, nota esponente della comunità Lgbti napoletana, ha dedicato su Gaynews al suo amico Vincenzo Ruggiero, di cui sono state celebrate a Napoli le esequie a poco meno d’un anno dall’omicidio. Omicidio del quale, come noto, si è accusato Ciro Guarente.

lia zeta

I funerali, cui hanno partecipato più di 400 persone (presente anche una delegazione di Arcigay Napoli), sono stati celebrati nella storica chiesa di Santa Maria di Montesanto, dove Vincenzo era stato battezzato. Rione, del resto, dove il giovane aveva vissuto fino a poco tempo prima della tragedia.

Le parole del parroco Michele Madonna hanno toccato in profondità il cuore di chi era presente al rito esequiale sia per l’invito perentorio a parlare, qualora qualcuno sapesse qualcosa di rilevante per le indagini, sia per il racconto d’un suo incontro con la madre della vittima

«Non porto rancore per chi ha fatto ciò a mio figlio». Questa la risposta data dalla donna al sacerdote che le aveva chiesto se fosse disposta a perdonare l'uccisore del figlio. Parole che sono state accompagnate da lacrime e applausi prolungati.

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Si sono oggi chiusi ad Anversa i lavori del 7° Consiglio del Tgeu –Transgender Europe che, iniziati il 29 giugno, hanno soprattutto puntato sulla necessità di consolidare la prospettiva intersezionale all’interno delle specifiche strategie proprie.

È stato altresì discusso il tema del suprematismo bianco nell’universo trans con la rivendicazione di spazi autonomi da parte di associazioni come Black Trans e PoC (People of Colour).

Un ampio spazio è stato infine dedicato al sexwork declinato sotto molteplici aspetti.

Particolarmenti toccanti sono stati gli interventi di persone trans non udenti e disabili.

Sono state poi elette, per il prossimo biennio, al ruolo di co-presidente Clémence Zamora-Cruz (già componente del board di Tgeu) e Dinah de Riquet-Bons, attivista olandese, nera, sexworker.

Assente, purtroppo, la delegazione turca. Come ricordato da Ottavia Voza, refente nazionale d’Arcigay per le Politiche Trans e presente al VII° Consiglio, «a Janset Kalan, Buse Kiliçkaja e a tutti gli altri attivisti turchi le autorità turche hanno negato il permesso per partecipare al Council. A riprova del clima oppressivo prodotto in quel paese dal regime di Erdogan».

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Recentemente pubblicato dalla casa editrice novarese Interlinea, Dolore Minimo è una raccolta di poesie davvero unica nel panorama della produzione lirica italiana. Essa, infatti, restituisce al lettore il complesso iter esistenziale e spirituale di una donna transessuale che narra la sua luminosa rinascita in versi.

Contraddistinto da una rara potenza poetica, il libro di Giovanna Cristina Vivinetto è introdotto da una presentazione della scrittrice Dacia Maraini che, affrontando proprio il tema della rinascita e della fatica di essere madre di se stessa, spiega come la silloge racconti «il difficile compito di partorire un altro da sé che sarà sempre quell’io». Un compito che «assomiglia a uno straziante guardarsi indietro per ritrovare una se stessa lontana e quasi irriconoscibile nei giochi sempre uguali dell’infanzia».

Raggiungiamo telefonicamente Giovanna Cristina che, originaria di Siracusa, vive a Roma dove studia filologia moderna all’Università La Sapienza.

La tua silloge poetica si chiama Dolore Minimo. Qual è il dolore cui alludi nel titolo?

Il dolore raccontato nel mio libro è quello legato alla transizione e al passaggio travagliato da un corpo, che si perde non senza lacerazioni, a un altro, che si conquista faticosamente. Ed è “minimo” perché è la razionalizzazione a posteriori di un dolore profondissimo – quello appunto del mutamento di genere – e, dunque, la sua ponderata accettazione. È una riflessione “a mente fredda” su ciò che è stato il dolore della disforia di genere ed è qualcosa con cui si impara a convivere, che si cronicizza (per questo “minimo”) e da cui non ci si può separare perché, nostro malgrado, ci appartiene.

Le tue poesie narrano, in versi, le diverse stazioni di un processo, quello della transizione, fatto di sofferenze e scoperte. Da cosa nasce l’urgenza di raccontare con la poesia questo tuo iter?

C’è stato un momento all’inizio in cui mi imposi fermamente di non trasporre in letteratura la mia esperienza di vita. Ritenevo, oltre a non disporne i mezzi, fosse un oltraggio all’intimità del mio percorso e un dato inutile da sapere per i lettori; qualcosa, insomma, di troppo personale da mettere in un libro. Col passare del tempo, tuttavia, si è fatta strada in me una necessità di comunicazione fortissima, un bisogno di chiarificazione che non ho potuto controllare. Dolore minimo nasce da questa crisi e, col senno del poi, posso dire che è anche stato la soluzione a questa stessa frattura interiore.

Attraverso la poesia, infatti, non solo ho messo in atto un processo terapeutico che mi ha permesso di conoscermi meglio, accettarmi per quella che ero senza vergognarmi dei cambiamenti, ma ho capito anche che il mezzo letterario era in realtà l’unico con il quale avrei potuto esprimere la mia storia rendendola però universale, comprensibile a tutti. E questo perché la lingua poetica crea delle indiscutibili connessioni viscerali che vanno ben oltre la singola esperienza di vita.

Il tuo libro è anche un libro sulla rinascita e sulla “maternità”. In alcuni versi, racconti che nei riti di rinascita c’è un prezzo da pagare. Tu che prezzo hai pagato per rinascere? E quale prezzo temi debba ancora pagare per esserti fatta “madre di te stessa”?

C’è una strofa di una poesia contenuta nella prima sezione di Dolore minimo che, affrontando il tema della maternità e del rimettersi al mondo, parla molto bene proprio di questo: Ho rinunciato a qualcosa / consegnandoti a questo mondo: / per esempio a un po’ dell’anima / e all’innocenza che usavamo / come schermo ai graffi della vita. È chiaro che in un percorso del genere ci si interroghi sulla portata stessa di tale transito, analizzando i vantaggi e i rischi del caso. Se da un lato, infatti, nel transito ho sempre visto l’unico modo per essere ciò che effettivamente ero, quindi un mezzo per la realizzazione piena di me stessa, dall’altro mi è sembrato a volte una soffocazione di qualcosa che poteva svilupparsi e crescere in un altro modo, quasi un “omicidio” di un’identità pregressa la quale, tuttavia, senza questo volontario annientamento, non avrebbe avuto futuro.

Ogni cambiamento porta con sé una conquista ed una perdita (si vedano, ad esempio, le tre poesie all’inizio del libro che parlano esattamente di questo). E perdita e conquista non si possono scindere. Ho perso e perderò sicuramente qualcosa, ne guadagnerò altre: ciò che è importante è essere consapevoli di questo processo incessante e riconoscere in tutto ciò un’innegabile possibilità di conoscenza continua, di crescita.

Nel tuo libro racconti con orgoglio il tuo percorso e ne affermi la forza e il valore contro il giudizio della società dei presunti “normali”. Ti è mai capitato di essere discriminata perché transessuale? 

Nella mia vita non ho mai subito alcun gesto di discriminazione perché persona transessuale. Sarà per questo che oggi sono una ragazza soddisfatta di sé e della propria esistenza, realizzata e fondamentalmente serena. Forse sono stata fortunata, ma mi piace di più immaginare di essermi sempre circondata di persone “giuste”, cioè intelligenti, sensibili ed in grado di andare oltre le apparenze, d’altro canto allontanando ed evitando i possibili “fattori di rischio”. Ma questa è una “scrematura” che chiunque fa: ognuno di noi, in fondo, si crea delle conoscenze fertili per la propria crescita ed i propri interessi, e tutto ciò che non è utile, anzi dannoso, viene prontamente evitato.

C’è stato recentemente un attacco nei miei confronti da parte degli antiabortisti cattolici ProVita, i quali hanno parlato male del mio libro poiché l’autrice è una trans. Ma questa penosa situazione non la considero un gesto di esclusione poiché da essa è nata, anzi, un’enorme solidarietà che ha fatto solo bene alla diffusione del libro. Dal canto mio, ho le spalle abbastanza larghe per farmi colpire da queste scemenze.

Infine, una donna transessuale che scrive poesia è anche una figura eversiva e di implicito valore politico nell’Italia di oggi?

Una poetessa transessuale è non soltanto una figura eversiva in letteratura, perché mette in crisi le teorie di chi vuole a tutti i costi individuare una “scrittura femminile” e una “scrittura maschile”, introducendo infatti un’autorialità del tutto nuova. È certamente anche una figura che ha un certo peso politico, perché attraverso la sua presenza veicola, implicitamente o meno, tutta una serie di riflessioni sullo “stato di salute” del modo in cui la società rappresenta, tutela e favorisce una minoranza, in questo caso quella transessuale.

Ma la valenza politica è tipica di qualsiasi letteratura: ogni cosa che scriviamo avrà sempre una certa risonanza dal carattere politico, dal quale, quindi, non si può prescindere.

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Debutta in anteprima, al Napoli Teatro Festival, il nuovo progetto drammaturgico di Fortunato Calvino, regista e autore da sempre vicino al mondo alla comunità Lgbti, che ha più volte raccontato la vita e le esperienze delle persone omosessuali e transessuali con un’attenzione particolare per il mondo dei femminielli napoletani.

Il nuovo lavoro, Fuoriscena, oltre ad avvalersi della partecipazione di una protagonista della scena teatrale napoletana e italiana, come Antonella Morea, nei panni di un’attrice sul viale del tramonto, vede la presenza di un noto mattatore della commedia brillante quale Gino Rivieccio che intepreta, per la prima volta, il ruolo di un omosessuale.

Incontriamo Gino Rivieccio a poche ore dal debutto.

Ci può brevemente descrivere il suo personaggio nello spettacolo Fuoriscena?

Premetto che è un lavoro carico di emozioni, e per questo bellissimo, con punte di leggerezza. Manuele è un uomo gay che vive da solo, lacerato dalla morte del compagno avvenuta anni prima. Ha una vicina di pianerottolo, Gloria, un’ex attrice omofoba e insofferente verso gli omosessuali e il loro mondo. Dopo violenti scontri iniziali il loro rapporto cambierà. Sarà la vita con i suoi accadimenti a far scattare quella sensibilità e quella solidarietà, facendo cadere tutte le barriere e i pregiudizi che entrambi hanno verso il mondo dell’altro.

Il finale a sorpresa rivelerà tutto il crogiolo di sentimenti e di emozioni nascoste fino a quel momento. 

È la prima volta che lei interpreta la parte di personaggio omosessuale? Quanto è difficile non cadere nel cliché e realizzare, invece, un personaggio credibile e reale?

Sì, è la prima volta che mi è stato proposto un personaggio omosessuale. Oggi riconosco che ad ogni attore dovrebbe capitare l'occasione di misurarsi in un ruolo simile. Forse era quello che mi mancava nella mia lunga carriera e mi rendo conto dell'arricchimento interiore che questo ruolo mi ha donato.

Io credo di aver affrontato questa prova semplicemente da attore, immedesimandomi nel personaggio ed evitando qualsiasi macchiettizzazione del gay come, invece, è stato fatto troppo spesso in un certo deprimente cinema commerciale.

Fuoriscena è una pièce che parla anche di esclusione e solitudine. Lei crede che oggi l’Italia sia un Paese che include le persone omosessuali o invece le discrimina? 

Personalmente frequento un ambiente, quello artistico, dove non esistono esclusioni: siamo tutti un po’ matti e un po’ strani, per cui non viviamo il problema dell'accettazione. Ho tanti amici gay tra cantanti e attori, per cui proprio non sento il problema dell'omofobia. Però ti posso dire che spesso c'è un atteggiamento, al contrario, molto selettivo da parte dei gay: probabilmente è un modo di mantenere alte le difese e proteggersi da una società che non è ancora del tutto matura all'accettazione dell'altro.

Ma i tempi sento che sono maturi. Mi auguro che lo diventino anche quelli che finora hanno mostrato un crescente strabismo verso il tema.
 

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Alle 17:45 del 22 maggio del 2013 si spegneva presso l’amata comunità genovese di San Benedetto al Porto, da lui fondata nel 1970, don Andrea Gallo.

Partigiano negli ultimi scorci della Guerra di liberazione italiana, sacerdote controcorrente, portavoce di istanze considerate progressiste dalle gerarchie cattoliche, don Gallo fu soprattutto compagno di viaggio delle persone più povere, emarginate, discriminate. Era indicato quale prete di strada. Fu anche etichettato in svariati modi soprattutto da chi ne mal digeriva il parlare schietto e l’agire evangelico.

Ma la vera definizione è quella che diede lui stesso di sé in un’intervista rilasciata nel 2008 a La Repubblica: «Comunista? Eh, la Madonna! Socialista? Ultimo dei no global? Mi sono state attribuite tante etichette ma io non ho scelto un'ideologia. A 20 anni ho scelto Gesù: ci siamo scambiati i biglietti da visita e sul suo c'era scritto: Sono venuto per servire e non per essere servito».

Di lui si ricorda la partecipazione al Pride di Genova del 2009 in pieno dissenso con le posizioni magisteriali sulle persone Lgbti. Ma soprattutto il fattivo sostegno a favore delle persone transgender di Via del Campo nel centro storico del capoluogo ligure. Grazie al suo impegno fu loro evitato lo sfratto dai bassi e fu costituita a tutela delle stesse l’associazione Princesa.

E nel quinto anniversario della morte di Don Gallo è uscito oggi nelle librerie per i tipi reggiani Imprimatur il libro L'amico degli ultimi. Don Gallo visto dalle princesas (pp. 112, euro 13). Ne è autrice Rossella Bianchi, presidente dell’associazione dal 2009 e autrice presso la medesima casa editrice di In via del Campo nascono i fiori (2014) e Angeli con le ali bagnate (2016).

gallo

 

Il perché di un tale omaggio al sacerdote ligure in una data così significativa lo ha spiegato la stessa Rossella Bianchi. «Credo sia un’impresa trovare qualcosa di non detto su don Gallo – ha affermato l’autrice –. Eppure c’è una categoria di persone che può ancora aggiungere altro. Siamo noi transessuali che lavoriamo nel ghetto ebraico del centro storico di Genova.

Andrea ci amava al punto da definirci “i miei apostoli” e noi andavamo fiere di questo appellativo. Solo a lui potevamo permettere di rivolgersi a noi usando il genere maschile».

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Sarà inaugurato venerdì 20 aprile a Lahore The Gender Guardian, la prima scuola pakistana per persone transgender. Si registrano al momento 30 iscrizioni da tutto il Paese.

Asif Shahzad, proprietario dell’istituto privato, ha dichiarato d’aver deciso d’aprire The Gender Guardian a seguito del violento attentato che nel 2016 colpì colpì una scuola indonesiana frequentata da giovani transgender. «Inizialmente - ha spiegato Shahzad - terremo un corso di quattro mesi con due giorni di lezioni la settimana» in vista dell’espansione dell’istituto e dell’avvio di programmi educativi pieni.

Un altro segnale positivo dunque dalla Repubblica islamica del Pakistan, dove il Senato ha approvato, lo scorso 7 marzo, un disegno di legge tutelante le persone transgender. La nuova norma consentirà loro il dato anagrafico del “terzo genere” su documenti d’identità rilasciati dalle pubbliche amministrazioni o dal governo.

In linea, dunque, con l’ultimo censimento nazionale che, iniziato il 15 marzo 2017 e terminato il 25 maggio dello stesso anno, ha per la prima volta registrato le persone transgender (10.418 anche se, secondo l’associazione legale Trans Action della provincia del Khyber Pakhtunkhwa, sarebbero in realtà quasi 500mila) sia pur sotto la discutibile categoria di “terzo genere”.

Per la giornalista Marvia Malik, che da marzo è la prima transgender pakistana a condurre un tg, sarebbe infatti necessario per le persone trans avere «pari diritti ed essere considerate non di terzo genere ma cittadini comuni».

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Svolgere attività di volontariato nelle carceri italiane è sempre difficile soprattutto a causa di problemi legati al sovraffollamento e all’assenza di moltissimi servizi. Secondo gli ultimi dati del ministero della Giustizia al 31 marzo 2018 i soggetti detenuti (compresi quelli in attesa di giudizio) sono 58.223, di cui 19.811 stranieri.

Per le persone trans, poi, non abbiamo un numero preciso. Ma per loro il carcere è un luogo di ulteriori sofferenze caratterizzato da ghettizzazione e maggiore discriminazione. Da tempo nel Paese alcune associazioni trans e non operano all’interno di queste strutture con esperienza e professionalità.

A Roma nella casa di reclusione di Rebbibia porta il suo sostegno e il suo aiuto l’Associazione Libellula. A Leila Pereira Daianis, che ne è esponente di spicco, abbiamo fatto alcune domande per comprendere qualcosa di più al riguardo.

Le problematiche carcerarie legate alle persone transgender sono moltissime. Spesso si sente parlare di assenza di diritti anche i più elementari: è cosi?

Era così ma attualmente, grazie all’intervento delle associazioni come Libellula, la situazione è migliorata e i diritti sono più rispettati. Nel carcere di Rebibbia nel “reparto trans” vi erano molti problemi ma noi abbiamo lavorato molto soprattutto per controllare i disagi e la conseguente collera delle detenute trans soprattutto in riferimento alla ghettizzazione. Abbiamo lavorato molto con incontri ma anche attraverso l’esperienza teatrale come strumento di consapevolezza e autostima.

Quale sono le vostre principali iniziative all'interno e all'esterno del carcere in sostegno delle persone trans?

Tutti i mercoledì, dalle ore 16:00 alle ore 18:00, teniamo aperto uno sportello e cerchiamo di ascoltare le loro esigenze e richieste. La maggior parte delle persone transgender detenute, essendo straniere, ha bisogno di contatto con le autorità diplomatiche dei loro Paesi per contattare i propri familiari. Quando escono cerchiamo di dare sostegno con una ricerca di lavoro e c’impegniamo a inviarle, secondo le diverse  necessità, ad altri servizi territoriali.

Alcune vengono rimpatriate e altre, invece, chiedono dal carcere protezione internazionale. Molte purtroppo tornano a prostituirsi, perché rassegnate come ex detenute o prostitute. La prostituzione per queste persone è l’unico mezzo di sostentamento.

Alta presenza di persone trans immigrate in carcere. Puoi dirci quali sono i Paesi maggiormente rappresentati a Rebibbia?

Al carcere di Rebibbia la maggior parte delle persone detenute trans sono soggetti MtF e straniere: 80% brasiliane, 7% colombiane, 5% argentine, 2% ecuadoriane, 2% peruviane, 1% marocchine, 1% tunisine. E poi per il 2% italiane.

Come è oggi il rapporto tra voi volontari e l'istituzione carceraria a Roma?

Dopo tanti anni di attività sono aumentate le azioni e sono cresciute le associazioni che intervengono nel reparto carcerario delle persone trans. Ho iniziato a svolgere la mia azione di volontariato quando ancora facevo parte de Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli. Nel 1998 si è costituita presso il Comune di Roma una Consulta cittadina permanente per i problemi penitenziari. E da allora ad oggi abbiamo realizzato tantissimi progetti sia a livello locale che nazionale per la tutela dei diritti delle e dei detenuti. Il Circolo Mario Mieli e l’Associazione Libellula hanno sempre avuto un’attenzione importante verso le persone detenute transgender.

Numericamente quante siete a lavorare a Rebibbia?

Di Libellula siamo in quattro ad alternarci. Le altre associazioni hanno sempre due persone ciascuna.

C’è qualche storia di successo, conseguito col vostro operato, che puoi raccontarci?

Purtroppo è difficile parlare di successo. Nel carcere le donne trans sono isolate nel reparto maschile dagli altri detenuti e quando escono sono ancora più fragili. Più di una ha affermato che si sente più protetta all’interno del carcere che fuori. Molte sono dipendenti da alcool e droga.

Una, ad esempio, era felicissima perché una comunità cattolica per tossicodipendenti aveva promesso di accoglierla. Quando hanno però saputo che si trattava di una persona trans e per di più Rom hanno rifiutato, affermando che non c’erano più posto.

Non abbiamo una casa per accogliere le persone trans in misura alternativa al carcere. Con riferimento, soprattutto, a soggetti MtF alcune sono riuscite ad essere rimpatriate e non vogliono mai più tornare in Italia. Altre sono uscite dalla detenzione e hanno trovato un compagno. Avere precedenti penali significa non trovare un lavoro e regolarizzarsi.

Posso però affermare che per noi la storia di una donna trans brasiliana, laureatasi, in carcere può definirsi un grande un successo. Come quella d’una detenuta trans di nazionalità argentina che, condannata a una pena molta lunga,  ha deciso di riprendere i suoi studi. E quest’anno inizia il primo anno d’Università. Ma questi casi sono purtroppo molto rari.https://ssl.gstatic.com/ui/v1/icons/mail/images/cleardot.gif

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Grande partecipazione a Roma per la presentazione L’Aurora delle Trans cattive. Storie, sguardi e vissuti della mia generazione transgender.

Edito in gennaio per i tipi Alegre, l’ultimo libro di Porpora Marcasciano si pone a metà strada tra l’autobiografia e il saggio storico. Perché la storia di Porpora è coincisa e continua a coincidere da decenni con quella del transfemminismo italiano e internazionale.

Benché quella odierna non sia la prima né l’ultima delle presentazioni romane, essa assume una duplice importanza particolare.

Non solo per il luogo scelto (il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli) ma anche per i relatori che hanno dialogato con l’autrice: Paolo Patanè, ex presidente d'Arcigay, e Rossana Praitano, vicepresidente del Mieli, che con Porpora sono stati le “Tre P” – come venivano scherzosamente indicati - dell’Europride del 2011.

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