Alle 21:00 di stasera, presso l’Off/Off Theatre di Roma, Pino Strabioli presenterà una serata di teatro-documento dedicata a Non sono una donna, il libro dello scrittore transgender Andrea R. Baldestein, che racconta le vicissitudini, gli scontri, le frustrazioni e le delusioni che hanno attraversato la vita di Francesca, che «capisce di essere nata in un corpo sbagliato».

Ogni episodio è scandito dalla tristezza e dall’amarezza di Francesca per non essere nata nel corpo che desiderava. Una tristezza che si acuisce quando il suo cuore inizia ad avere le prime palpitazioni d’amore. La determinazione di Francesca la spingerà, però, a perseguire ad ogni costo la via della felicità e la possibilità di realizzare il suo sogno. Un sogno che accarezzava fin da quando era piccola. 

Quella di Andrea R. Baldestein, autore emergente nato a Roma nel 1961, è una storia autobiografica e affronta un tema di grande attualità: il bisogno di chi percepisce l’urgenza di trasformarsi e rinascere, riappropriandosi della propria identità.

A presentare il libro di Baldestein sarà proprio Pino Strabioli, uomo di cultura e spettacolo da sempre attento alle tematiche sociali e ai diritti delle minoranze.

«Quando Sivano Spada, direttore artistico dell’Off/Off Theatre di Roma  mi ha chiesto di introdurre e accompagnare Andrea in questa serata-confessione – ci racconta Strabioli a telefono -  non ho esitato a dire di sì.

Soffia un vento che non ci piace e mai come in questo momento mi sembra importante dare spazio e voce a storie così profondamente vere, difficili ma anche di riscatto e conquista. Andrea è un uomo come tanti ma come pochi ha dovuto combattere discriminazioni e abbattere muri per raggiungere alla sua “felicità».

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È di un paio di settimane fa la notizia riportata da The Mirror, sull'efferato femminicidio di Nina, una donna transgender, compiuto dal suo compagno nella città russa di Kursk. 

Mikhail Tikhonov, un medico 27enne, ha confessato l’omicidio della propria compagna. Agli inquirenti Tikhonov ha ammesso il macabro delitto, dichiarando di aver strangolato la sua ragazza, Nina Surgutskaya di 25 anni, e di aver provato a disfarsi del cadavere, dapprima smembrandolo e inserendo parti del corpo nel forno per farne evaporare i liquidi e, in seguito, ponendo i resti della vittima in alcuni sacchi di plastica e provando a gettarli nell'immondizia.

Stando ai fatti, proprio in quel momento Thikhonov sarebbe stato raggiunto dalla polizia.

Il movente dell'atroce delitto sarebbe legato alla scoperta da parte di Thikonov della transizione di genere della fidanzata, alla quale alla nascita era stata assegnata il genere maschile.

La vittima ed il suo carnefice si frequentavano da qualche mese, ma quando sono stati a letto per la prima volta la donna ha rivelato di essersi sottoposta a diversi interventi fra i quali quello di conferma di genere, noto in Italia come RCS (Riattribuzione Chirurgica di Sesso) per completare il percorso di transizione.

Sembrerebbe che proprio dopo questa rivelazione da parte di Nina, Thikonov l' avrebbe afferrata per il collo, strangolata e uccisa. Durante gli interrogatori l’uomo ha ammesso tutto alle autorità russe e adesso rischia 20 anni di carcere.

A due settimane dalla Giornata Internazionale contro la LGBTQIA+ fobia, che celebriamo il 17 maggio e alla luce degli innumerevoli episodi di transfobia e transmisoginia che si ripetono quotidianamente nel mondo, fra i quali la recente aggressione a Pozzuoli di un ragazzo trans da parte di un vicino di casa, possiamo tristemente notare come poco si stia facendo per contrastare il pregiudizio transfobico e quanto ancora si professi odio contro la comunità LGBTQiA+ tutta e contro le persone trans, in particolare, brandendo la fantomatica "Teoria del Gender".

Il caso di Nina è oltretutto emblematico di quello che accade alle donne trans quando dopo aver fatto coming out, si ritrovano a perdere "il privilegio cisgender".

A volte, si ha la percezione che le persone trans siano accolte ed accettate nella società, e per fortuna, in parte è vero, ma molto spesso si tratta di una falsa accettazione, legata al fatto che la persona transgender "passi" per cisgender.

Il passing si rivela a volte un'arma a doppio taglio e letale è stato per Nina. Pensando che il suo ragazzo l'avrebbe amata per quello che era, una donna trans, ha dovuto affrontare e perire sotto la violenza transfobica del compagno.

Noi persone trans, purtroppo, non possiamo neanche goderci il privilegio della privacy e della riservatezza, perché a tutte e tutti può capitare il Thikonov di turno, e l'unico modo per difenderci è quello di non entrarci in relazione, di non frequentare persone che non ci accolgono e non ci amano per quello che siamo.

Questo è il motivo per il quale da sempre sostengo che tutte le persone trans dovrebbero combattere per i propri diritti e non crogiolarsi nell'illusoria percezione di essere possessori di un privilegio cisgender che da un giorno all'altro può esserci tolto, così come la nostra stessa vita.

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Nei Paesi Bassi minorenni transgender potranno cambiare genere sui documenti prima dei 16 anni, mentre gli adulti potranno autocertificarsi senza una dichiarazione medica.

Sander Dekker, ministro per la Protezione legale, ha dichiarato, l'11 aprile, che i giudici accetteranno le richieste di soggetti d'età inferiore ai 16 anni, previa certificazione medica, solo in «circostanze estreme». Rispondendo alle critiche secondo cui i minori potrebbero «cambiare idea» e ritornare al genere al quale erano stati assegnati alla nascita, ha confermato che a qualsiasi minore, che transizioni legalmente, sarà data solo un'opportunità di cambiare i documenti.

Il percorso verso il riconoscimento legale è stato reso più facile soprattutto per le persone di età superiore ai 16 anni, che ora possono cambiare il loro genere senza la dichiarazione di un medico o uno psicologo.

In base al nuovo percorso le persone trans avranno quattro settimane per annullare il cambiamento del genere legale prima che diventi permanente.

I gruppi Lgbti hanno affermato di essere «soddisfatti dell'abolizione della dichiarazione di esperti», ma hanno sostenuto che le nuove misure non sono abbastanza ampie. Transgender Network Netherlands, Coc e Nnid hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui si legge: «Questa proposta non fornisce alcun sollievo alle persone intersessuali e viola il diritto all'autodeterminazione dei minori transgender».

Le persone intersessuali e non binarie nei Paesi Bassi possono richiedere di appartenere al genere X (genere neutro), ma devono farlo attraverso i tribunali senza alcuna garanzia.  Il ministro Dekker ha indicato che anche questo percorso può essere reso più semplice.

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Non si arresta l’ondata d’odio omotransfobico in Francia con un crescendo preoccupante. Questa volta vittima di pestaggio e insulti Julia, giovanne donna transgender, aggredita domenica scorsa in Place de la République a Parigi durante una manifestazione contro il regime algerino.

«Spero sia fatta giustizia. Spero che la gente capisca e apra gli occhi affinché questo genere di aggressioni non avvenga mai più». Con queste parole Julia ha oggi commentato ai microfoni di Bfm-Paris quanto accadutole. Scena fra l’altro filmata e messa on line da Lyes Alouane, esponente regionale dell'associazione Stop Homophobie, prima di diventare virale sui social.

Nel video si vede la giovane presa di mira da insulti e sberleffi mentre si trova sulle scale della metro. Ad accanirsi contro di lei, sola, sono in parecchi. Julia riesce ad aprirsi un varco tra la folla ma viene raggiunta e colpita da un individuo che le sferra diversi pugni.

 

«C'è stata tanta umiliazione - ha dichiarato oggi in una trasmissione televisiva su Lci -: l'ho vissuta abbastanza male. Le immagini parlano da sé. È traumatizzante che questo accada a Parigi nel 2019. Se fate attenzione non cerco mai di fuggire ma di difendermi. Guardando in faccia il mio aggressore dico: 'Non mi fai paura'».

Una dura condanna per quanto accaduto è stata espressa da larga parte del mondo politico e dalla sindaca di Parigi Anne Hidalgo.

«Questa aggressione chiaramente transfobica in piena Parigi - ha twittato ieri Marlène Schiappa, segretaria di Stato per l'Uguaglianza tra le donne e gli uomini e la Lotta contro le discriminazioni - è inammissibile! Gli autori vanno identificati e portati in tribunale. Le Lgbt+ fobie non sono opinioni ma stupidità e odio. Assaltano e uccidono».

Uno di loro è già stato rintracciato e posto in stato di fermo, prima di venire rilasciato in attesa della conclusione dell'inchiesta. Sulla vicenda indaga la polizia della capitale.

Intanto sui social network Julia ha ricevuto migliaia di messaggi di sostegno. Anche se lei continua a deplorare che molti «associno la sua aggressione all'Algeria. Ho visto messaggi di odio, di razzismo. Non bisogna confondere tutto. Chi mi ha aggredito sono persone ignoranti, nulla a che vedere con le religioni o col fatto che siano algerini». Quanto alla denuncia che ha sporto in commissariato, plaude al lavoro della polizia: «Mi hanno trattato molto bene, chiamandomi: Madame».

Julia ha poi parlato della sua vita, dei non facili rapporti con i genitori, del fatto che in molti la percepiscano ancora come "un uomo travestito", ma anche della "fortuna" di essere stata compresa dal suo datore di lavoro.

«Ha accettato la mia transizione - ha concluso -. Mi ha accompagnata, sostenuta, e non ho perso il posto come invece succede a tante persone nella mia situazione». 

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È stata oggi celebrata la 6° edizione della Giornata internazionale della Visibilità Transgender (TDoV), che fino al 2014 ha mantenuto un carattere prettamente locale. La ricorrenza era stata istituita nel 2009 da Rachel Crandal, attivista trans del Michigan, per sopperire alla mancanza di una data specifica dedicata alla visibilità delle persone transgender all’interno della collettività Lgbti e alla sensibilizzazione contro le discriminazioni verso le stesse.

Su il significato, i valori e i limiti di una tale giornata abbiamo contattato tre voci autorevoli e diversificate del panorama nazionale dell’attivismo trans.

Per la psicologa Cristina Leo, coordinatrice del Coordinamento Lazio Trans (Colt), «in una società patriarcale, maschilista,  etero-sessista e cisessista in cui è imposto il binarismo di genere, ossia la divisione della società in due generi, rivendicare la propria visibilità, per una persona trans, è un atto politico, rivendicazione dell'essere e dell'esserci, di un modo, il mio/il nostro delle persone trans (ma non solo) di essere nel mondo.

Rivendico il diritto all'esistenza e all'identità non solo per me e per le mie/i miei compagn@ di battaglie, ma soprattutto per chi questa possibilità di esprimersi non ce l'ha, perchè vive situazioni o contingenze che le/gli impediscono di esprimere pienamente se stess@, cercando di dare voce a chi questa voce non ce l'ha.

Non siamo ideologia o teoria, siamo storia, siamo cultura, siamo esperienza che si ripete nel mondo, in diverse forme, da millenni..

Siamo un modo altro di essere nel mondo, un modo spesso condannato e ostracizzato (non sempre), ma che merita dignità, rispetto, diritti, al pari di quanto spetterebbe a tutt@ le/gli esseri umani».

Pur essendo d’accordo sulla bontà delle motivazioni sottese all’istituzione di una tale ricorrenza, la giovane attivista transfemminista Valentina Coletta ritiene «che sia una giornata inutile, perché tutti i giorni le persone trans e femminelle sono visibili con i propri corpi fuori dalla norma. Le trans e i trans fanno i conti con l'eterocisnorma dei corpi in ogni momento. La visibilità è 365 giorni all'anno.

Quelli che non sono visibili ai più sono le esigenze delle persone trans, dall'accesso al diritto allo studio, al lavoro, al diritto all'identità fino al diritto alla salute che in queste settimane in Italia è sospeso per alcune persone per la difficoltà a reperire i farmaci per la terapia ormonale sostitutiva per chi fa un percorso dal femminile verso il maschile, nonostante il continuo interfacciarsi delle maggiori associazione trans del nostro paese con l'Agenzia per il farmaco».  

Alla luce di tali elementi l’attivista d’origini beneventane rinominerebbe «questa ricorrenza in Giornata mondiale della Visibilità delle Esigenze Trans senza dimenticare che la lotta per il riconoscimento per i nostri diritti avviene tutto l'anno». 

A dare una lettura della visibilità delle persone trans nell’ottica del connesso tema dell’orgoglio è invece l’attivista d’origine catanese Sandeh Veet (ma da anni residente a Torino), per la quale «orgoglio trans è una parola che ha perso di significato nel mio percorso di vita. Non trovo orgoglio nell’essere usata come oggetto per abbellire i carri dei Pride. Non trovo orgoglio nell'apparire nelle trasmissioni tv per impietosire i telespettatori sul dramma di essere trans. Non trovo orgoglio nel sentire usare la frase “sono nata in un corpo sbagliato”. Non trovo orgoglio nell'osservare di quanta superficialità è intriso il mondo trans.

Non trovo orgoglio leggere commenti inneggianti a Salvini da molte donne trans. Non trovo orgoglio nell’inconsapevolezza del momento storico che l’Italia sta attraversando specialmente per le donne e le donne trans. Per tutto ciò non ho nulla per essere orgogliosa».

Per questo motivo l’attivista 55enne, che è l’ideatrice della Trans Freedom March, cofondatrice del Divine Queer Film Festival e presidente di Sunderam Identità Transgender Torino Onlus, conclude: «È il momento di capovolgere i paradigmi: basta con l’orgoglio, basta con la presunzione di essere “normali”, basta con la sudditanza. Quando questo sarà realizzato, sarò felice di celebrare una giornata in onore dell’essere trans».

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«Sostegno a un’organizzazione terroristica», ossia ai Fratelli Musulmani. Questa l'accusa che si è sentita rivolgere dal pubblico ministero Malak al-Kashif, la 19enne donna transgender, arrestata lo scorso 7 marzo nella sua casa di Giza e detenuta in isolamento per tre giorni nella stazione di polizia di Al Haram. Qui secondo la Commissione per i Diritti e le Libertà Malak sarebbe stata oggetto di molestie e abusi, compreso il test anale forzato

In Egitto i rapporti omosessuali, pur non condannati formalmente, sono perseguiti sulla base della legge 10/1961 contro la «dissolutezza e la perversione» direttamente finalizzata al contrasto della prostituzione. Una normativa anfibola, grazie alla cui elastica interpretazione le forze di sicurezza procedono con facilità soprattutto all’arresto di donne transgender, in quanto accusate di licenziosità o prostituzione, e alle connesse ispezioni corporee.

Ma la traduzione in carcere di Malak al-Kashif è formalmemte da correlarsi a diverse motivazioni come indicato dall'organizzazione Front Line Defenders, per la quale l’arresto è avvenuto in un'operazione della polizia condotta con il coinvolgimento della madre della giovane attivista. L'anziana donna sarebbe stata costretta a telefonarle e chiederle di venirla a trovare, motivando la richiesta con un peggioramento delle personali condizioni di salute. All'arrivo nell'abitazione materna la 19enne ha trovato la polizia, che l'ha immediatamente arrestata. 

Come messo in luce da Lorenzo Forlani, inviato dell’Agi a Beirut ed esperto della situazione mediorientale, «l'aspetto quasi surreale è l'accusa che si è sentita rivolgere dal pubblico ministero: "sostegno a una organizzazione terroristica". Il riferimento implicito è ai Fratelli musulmani, che usando un eufemismo non certo noti per la loro solidarietà verso la causa Lgbt. Malak al-Kashif non ha mai ottenuto, in questi anni, i documenti che attestano il cambiamento di genere, motivo per cui c'è la concreta possibilità che venga incarcerata in una prigione maschile.

La donna è nota per essere una promotrice dei diritti umani e attivista per la comunità Lghbt, ma non solo: dopo il deragliamento di un treno al Cairo lo scorso 27 febbraio, nel quale sono rimaste uccise 22 persone, al-Kashif è stata una delle più attive nel richiedere sui social media che i responsabili fossero puniti dalla legge, partecipando anche ad alcune proteste in solidarietà coi familiari delle vittime. 

Negli ultimi anni in Egitto sono stati arrestati migliaia di attivisti di diversa affiliazione e orientamento, spesso con accuse vaghe. Per "legittimare" in qualche modo la repressione del dissenso le autorità egiziane tendono ad attribuire con estrema facilità agli accusati l'appartenenza o il sostegno alla Fratellanza musulmana, designata come organizzazione terroristica dal regime di Abdel Fattah Al Sisi, in gran parte dei casi senza alcuna prova».

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In linea con le direttive del presidente Trump e la sentenza della Corte Suprema del 22 gennaio il Dipartimento statunitense della Difesa ha ieri varato una serie di restrizioni per le persone trans, che prestano servizio nelle forze armate.

Le nuove regole, che entreranno in vigore il 12 aprile, consentiranno alle persone transgender attualmente in servizio e alle stesse arruolate entro quella data di poter continuare a sottoporsi a trattamenti ormonali o a eventuali interventi di riassegnazione chirurgica del sesso.

Dopo il 12 aprile nessuna persona con diagnosi di disforia di genere potrà essere arruolata a meno che non serva in base al genere di nascita. Sarà conseguentemente esclusa dall’accesso ai trattamenti ormonali o all’intervento chirurgico, pena l’immediata dimissione.

Anche se le normative non rispondono pienamente alla volontà di Trump, che voleva una totale messa al bando delle persone trans dalle forze armate, esse sono state ampiamente  condannate da Adam Smith, presidente della Commissione dei Servizi armati presso la Camera dei Rappresentanti, che ha ha chiesto al Pentagono di astenersi dall'attuarle. «Chiunque sia qualificato e disponibile – ha dichiarato - dovrebbe essere autorizzato a servire apertamente il proprio Paese: questo è un divieto discriminatorio per le persone transgender e continueremo a lottare contro questa politica bigotta».

Critiche anche dalla no-profit Gay & Lesbian Alliance Against Defamation (Glaad), che ha affermato: «L'amministrazione Trump è ancora una volta crudele e ingiustamente rivolta contro le persone transgender che hanno servito questo Paese per anni».

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Malak al-Kashif, donna transgender, è stata arrestata all’alba d’ieri nella sua casa a Giza e tradotta in una prigione maschile. Prossima a sottoporsi a intervento di riassegnazione chirurgica del sesso, Malak non ha ancora ottenuto la rettifica dei dati anagrafici ed «è perciò registrata come uomo».

A denunciare l’accaduto Amnesty International, che informa come Malak sia stata incarcerata per aver pubblicato appelli a manifestare pacificamente in seguito al recente disastro ferroviario presso la stazione centrale del Cairo.

Non è chiaro dove sia detenuta ma, come rilevato da Magdalena Mughrabi, responsabile di Amnesty International per il Medio Oriente e il Nord Africa, «ci sono reali timori per l'integrità fisica e il benessere psicologico di Malak al-Kashif. A causa della sua identità di genere Malak è ad alto rischio di tortura da parte della polizia, incluso lo stupro e la violenza sessuale, come anche di aggressioni da parte di altri detenuti.

Le autorità egiziane sono responsabili della sua sicurezza fisica e psicologica. Devono immediatamente rivelare dove si trova e, in attesa della sua liberazione immediata e incondizionata, assicurarsi che sia protetta dalla tortura e da altri abusi». Torture che, come denunciato dalla stessa Magdalena Mughrabi, includono il test anale forzato.

Come ricordato dal sito Egyptian Streets, la giovane transgender, che ha oggi 19 anni, aveva già fatto parlare di sé nel 2017, quando postò su Facebook foto relative al suo percorso di transizione, nonché lo scorso anno quando, dopo aver tentato il suicidio, ebba a denunciare: «La società mi ha ucciso». 

La condizione delle persone Lgbti in Egitto s'è progressivamente aggravata a partire dal 2017 quando un giovane, che aveva sventolato una bandiera arcobaleno nel corso del concerto della band libanese Mashrou' Leila, fu arrestato. Ne seguì, all'epoca, una vasta campagna di repressione contro persone sospettate di essere omosessuali.

Solo poco più d'un mese fa il noto conduttore tv Mohammed al-Gheiti è stato invece condannato a un anno di carcere da un tribunale di Giza per aver intervistato, nel 2018, una persona omosessuale.

Benché in Egitto i rapporti omosessuali non siano formalmente vietati dal Codice penale, un articolo della legge anti-prostituzione, varata oltre mezzo secolo fa, commina da tre a cinque anni di reclusione a chi «incita alla dissolutezza e all'immoralità»: una normativa anfibola che consente di fatto il perseguimento giuridico delle persone Lgbti. 

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Nella splendida cornice di Via Baltea 3 – Laboratori di Barriera, nella periferia più controversa e stimolante di Torino, dal 1° al 3 marzo si è svolta la quarta edizione del Divine Queer Film Festival, la rassegna di cinema internazionale organizzata dall’associazione Taksim, che infrange stereotipi, pregiudizi, tabù e paure sulle persone trans, con diversabilità e migranti, raccontando in modo ironico e positivo le storie di chi, quotidianamente, continua a lottare per cambiare il mondo.

Madrina dell’evento Valérie Taccarelli, storica attivista del Mit – Movimento Identità Trans di Bologna e musa ispiratrice di Alfredo Cohen, tra i primi attivisti del F.U.O.R.I., che a lei dedicò l’omonima canzone.

Dei 450 film e documentari proposti, la direzione artistica, composta da Achille Schiavone, Sandeh Veet e Murat Cinar, ha selezionato 36 film di produzione indipendente provenienti da 22 Paesi, dall’Armenia al Venezuela, dalla Cina alla Turchia passando per l’Iran. Tutti i film sono stati concessi a titolo gratuito.

Il festival, totalmente autofinanziato, si è avvalso della collaborazione gratuita delle figure professionali, del supporto economico della Città di Torino, che ha fornito gli interpreti Lis, della Circoscrizione 6 e delle donazioni di privati attraverso la piattaforma di crowdfunding promossa su Facebook.

Quest’anno, il Divine Queer Film Festival è stato dedicato a un attore che si è saputo distinguere per la sua incredibile capacità di catturare l’attenzione del pubblico: Paolo Poli, omaggiato durante la serata inaugurale dai racconti di Alberto Jona e Daniel Pastorino e dalla voce della cantante Natalie Lithwick.

Poli fu eclettico artista e regista teatrale, famoso per le sue esibizioni en travesti; celebrava il teatro che fluisce oltre i confini classici ispirandosi a grandi e brillanti commedie del passato per comporre i suoi spettacoli. Memorabile l’esibizione a Milleluci, trasmissione in onda sul Programma Nazionale nel 1974, con Mina e Raffaella Carrà, in cui si esibirono scambiandosi gli abiti tipici del genere di appartenenza.

Il Divine ha deciso di celebrare l’artista a partire dalla grafica, che raffigura Paolo Poli con un vestito vittoriano dai colori tipici della bandiera per i diritti delle persone transgender.

Per questa 4° edizione, il Festival non è stato solo cinema, ma anche fotografia. Durante i pomeriggi della rassegna, la fotografa Chiara Dalmaviva ha allestito un set fotografico chiamato Ritratto Divine, immortalando l’essenza queerdivine e beyond queer delle persone partecipanti, che hanno preso parte all’esperimento sfoggiando pose, indumenti e sguardi che sentivano più spontanee. Le fotografie diventeranno parte di una mostra.

Per la rassegna di quest’anno si è voluto dedicare un ricordo a una persona, attivista queer, transfemminista e intersezionale, scomparsa di recente, che ha creduto nel progetto e che ha sempre sostenuto i temi e le rivendicazioni del Festival: Marti. In arte Marti Bas, poeta e volontario, il Divine ha celebrato la sua grandissima vitalità e profondità con la proiezione di due cortometraggi e il party ufficiale chiamato PartyMarti, allestito con i versi più queer delle poesie del suo ultimo libro FrasiDiVersi/RaccontiInVersi.

Al termine della tre giorni sono stati assegnati tre premi ai film in concorso. La giuria, composta da Indrit Aliu, Irene Dionisio, Mara Signori, Monica Affatato e Silvia Nugara, ha premiato due film ex equo: Off Broom, un film olandese del 2018 del regista Roald Zom, racconta la storia di Rein, portiere transgender di una squadra di Quidditch, che ha trovato la forza di autodeterminarsi con il supporto della sua squadra; Sunken Plum, film cinese del 2018 dei registi Xu Xiaoxi e Roberto Canuto, narra la storia di una ragazza transgender alle prese con le relazioni famigliari dopo la morte della madre, in una Cina rurale e complessa.

La menzione speciale della giuria è coincisa con il premio del pubblico, che è andato al film Transit, della regista Mariam El Marakeshy, girato tra la Grecia e la Turchia per raccontare le storie delle persone migranti che hanno rischiato la vita attraversando il mare Egeo per raggiungere l’Europa. Ultimo ma non ultimo, la Direzione artistica ha premiato Khilauna, il cortometraggio indiano del 2018 di Prashant Ingole, che racconta la dolce e delicata storia di un ragazzino musulmano che subisce la fascinazione di Ganesh, la divinità induista, in uno scontro tra culture religiose e la delicatezza poetica della fanciullezza.

I premi sono stati realizzati dalle ragazze e i ragazzi del progetto Artemista, rivolto a persone disabili dichiarate non idonee a una collocazione lavorativa nell’odierno mercato del lavoro. Durante la cerimonia di chiusura, la madrina Valérie Taccarelli ha consegnato i premi ai registi presenti in sala e ha ricordato i moti di Stonewall a cinquant’anni da quella fatidica notte che cambiò la percezione delle persone Lgbtqi+, prima di lasciare spazio all’esibizione di Atma Lucia Casoni, prima persona transgender a praticare la danza dei dervishi roteanti, solitamente riservata a persone di genere maschile.

Il Festival è stato patrocinato dalla Regione Piemonte, dalla Città Metropolitana, dalla Città di Torino, dalla Circoscrizione 6 e daAmnesty International.

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Loredana Rossi, vicepresidente di Atn (Associazione Transessuale Napoli) e storica voce dell’attivismo trans a Napoli, ha ieri ottenuto dal Tribunale civile partenopeo la rettifica dei dati anagrafici senza previo intervento chirurgico di riassegnazione del sesso. Ad assisterla legalemente l’avvocata Ilena Capurro, presidente di Atn, che ne ha sostenuto le parti presso il giudice Stefano Celentano.

A darne notizia la diretta interessata in un post su Facebook: «Finalmente è giunto anche il mio momento. Oggi in tribunale con l'avvocata Ileana Capurro mi è stato riconosciuto il mio diritto ad avere il nome Loredana anche sui documenti. Voglio ringraziare il giudice Stefano Celentano per l'umanità nella gestione della causa». E poi con quel tocco di veracità e ironia, che la contraddistingue, ha scritto: «Ue' ue' so femmena».

Un passo che la 58enne Loredana Rossi non considera primario ma bensì altamente significativo e simbolico. 

«Mi si chiede – così a Gaynews – perché ho deciso solo ora per il cambio anagrafico del nome. Ti dirò che non era per me un bisogno primario ma una, seppur necessaria, formalità. Dentro sono Loredana da sempe e il mio percorso di transizione  esteriore è compiuto da anni.

Ma da quando la Cassazione ha emesso una storica sentenza sul cambio del nome anche senza intervento chirurgico, mi sono data molto da fare. Ma non per me. Ho aiutato tantissime ragazze.

Non bisogna dimenticare che, oltre a essere e sentirmi favolosa, sono un'operatrice sociale. L'ho fatto ora perchè ho avuto tempo da dedicare a me. Sono ovviamente orgogliosa che anche sulla carta d’identità compaia finalmente il mio vero nome: Loredana.  Insomma, anche per lo Stato adesso so femmena». 

Non ha mancato, infine, d’auspicare una legge specifica sulla questione della rettifica dei dati anagrafici per le persone trans nonché quella contro l’omotransfobia, «perché assistiamo a un’escalation di aggressioni fisiche e verbali, di fronte alle quali non è più possibile volgersi dall’altra parte. Le più vulnerabili restano al solito le persone trans, che sono oggetto di maggiori discriminazioni in tutti gli ambiti. Maggiormente maltrattate anche dai media attraverso una narrazione spesso insultante».

Una mattinata d'emozioni quella di ieri anche per Ileana Capurro, che ha dichiarato: «Loredana si è inserita in un percorso oramai standardizzato a Napoli e, in particolare, presso il Tribunale di Napoli Nord, i cui giudici hanno una grande sensibilità al riguardo.

Bisogna ricordare come in virtù di un protocollo, che Atn ha attivato col Policlinico di Napoli grazie all'interessamento del prof. Paolo Valerio, vengano redatte delle perizie psicologiche con valenza legale. Ciò permette una velocizzazione del processo, il che evita il passaggio attraverso i Ctu.

Ci tengo a dire che Loredana è un pezzo della mia vita e una maestra di vita. Devo confessare che ho dovuto insistere molto con lei per presentare il ricorso presso il Tribunale, perché lei pensa sempre prima agli altri e poi a sé stessa».

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