Dopo la risoluzione di condanna, adottata il 18 aprile dal Parlamento Europeo, il sultanato del Brunei continua a essere oggetto di reazioni per le nuove disposizioni delle Parti IV e V del locale Codice penale. 

Entrate in vigore il 3 aprile, esse comminano la pena capitale per determinati atti sulla base della shari’a. Nello specifico, la morte per lapidazione è prevista per i rapporti consenzienti tra maschi (in precedenza puniti con 10 anni di prigione), l’adulterio, l’aborto e la blasfemia (insulto o diffamazione del profeta Maometto) mentre l’amputazione d’una mano o d’un piede per il furto. Pene più clementi, si fa per dire, per i rapporti consenzienti tra donne: 40 frustate e 10 anni di prigione.

Motivo per cui il 29 marzo, pochi giorni prima dell’entrata in vigore delle norme, George Clooney ha lanciato una campagna di boicottaggio dei nove hotel di lusso gestiti dalla Dorchester Collection della Brunei Investment Agency, che, pur facente parte nominalmente del ministero delle Finanze, è proprietà, di fatto, del sultano Hassanal Bolkiah.

Lo stesso Premio Oscar 57enne ne ha fornito, in una lettera aperta a Deadline Hollywood,  la lista: The Dorchester (Londra), 45 Park Lane (Londra), Coworth Park (Londra), The Beverly Hills Hotel (Beverly Hills), Hotel Bel-Air (Los Angeles), Le Meurice (Parigi), Hotel Plaza Athenee (Parigi), Hotel Eden (Roma), Hotel Principe di Savoia (Milano).

Campagna, che rilanciata e condivisa da star internazionali del cinema, della musica, dello spettacolo, è stata espressamente menzionata nella risoluzione di Strasburgo, in cui si è chiesto l'inserimento nella 'lista nera' dei nove hotel del sultano nonché il congelamento dei beni.

Ieri l’iniziativa di Clooney ha incassato il sostegno di Jamie Dimon alla guida del colosso bancario JP Morgan. Seguendo le orme di Deutsche Bank, i vertici dell’istituto statunitense hanno inviato una lettera all’intero staff  con l’invito a evitare gli hotel che fanno capo ad Hassanal Bolkiah

Se si tratta d’iniziativa meritoria al pari dell’eventuale adozione «a livello Ue – come cita la risoluzione di Strasburgo - di misure restrittive per gravi violazioni dei diritti umani, compreso il congelamento di beni e il divieto di visti», lascia non poco perplessi la mancanza di interventi istituzionali e similari campagne di boicottaggio nei riguardi di un Paese come l’Arabia Saudita, dove il 23 aprile sono state condannate a morte 37 persone (tra cui il 16enne sciita Abdulkareem al-Hawaj per presunti reati commessi nel corso di una manifestazione anti-Saʿūd). Condanne eseguite al termine di processi palesemente irregolari basati su confessioni estorte con la tortura 

Dal 1° gennaio di quest’anno in Arabia Saudita «sono state giustiziate – come denunciato da Amnesty Internationalalmeno 104 persone: almeno 44 erano cittadini stranieri, la maggior parte dei quali condannati per reati di droga. In tutto il 2018 le esecuzioni erano state 149».

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Negli ultimi anni il tema della prevenzione dell’Hiv/Aids sembra registrare un calo d’attenzione anche da parte dell'Unione Europea

A rilevarlo senza giri di parole l’euparlamentare uscente Daniele Viotti (ricandidato dal Pd alle imminenti elezioni di maggio), che al contrario ha costantemente alimentato, durante il suo mandato, il relativo dibattito e promosso efficaci campagni di comunicazione.

 «L'Hiv – spiega Viotti a Gaynews –  continua a rappresentare  un grave problema di salute pubblica nei paesi Ue, con oltre 25.000 nuovi casi segnalati ogni anno. Per questo, in vista del 1° dicembre mi faccio sempre promotore di una campagna comunicativa per riportare al centro il tema. Nel 2018 ho lanciato un concorso la cui premiazione è avvenuta a Bruxelles il 9 aprile». 

La cerimonia di consegna ha concluso il convegno Creativity Saves, nel cui ambito si è reso evidente, grazie soprattutto alla segnalazione di Anlaids Lombardia, come il programma dell'Unione europea per la salute abbia ridotto il finanziamento dei bandi dal 2016 a oggi, passando dagli oltre 46 milioni di euro a pochi milioni di euro. Bandi, giova rilevarlo, finanziati dall'Agenzia esecutiva per i consumatori, la salute e la sicurezza alimentare (Chafea).

Come se non bastasse, la prevenzione di malattie sessualmente trasmissibili quali Hiv/Aids non è considerata in questi programmi un’azione prioritaria.

Aspetti, questi, che sono stati esplicitamente sollevati dallo stesso Viotti in un’interrogazione a Palazzo Berlaymont che, depositata il 12 aprile, si chiude nei seguenti termini: «Considerata la situazione sopradescritta e la fondamentale importanza dell’informazione e della prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili per tutelare la salute di tutti cittadini, la Commissione può riferire quali azioni intende adottare per ripristinare un finanziamento adeguato per tali progetti?».

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In una lettera indirizzata al Parlamento europeo, che il 18 aprile ha adottato una risoluzione sul Brunei, il sultano Hassanal Bolkiah ha difeso le nuove disposizioni delle Parti IV e V del locale Codice penale. 

Entrate in vigore il 3 aprile, esse comminano la pena capitale per determinati atti sulla base della shari’a. Nello specifico, la morte per lapidazione è prevista per i rapporti consenzienti tra persone dello stesso sesso (in precedenza puniti con 10 anni di prigione), l’adulterio, l’aborto e la blasfemia (insulto o diffamazione del profeta Maometto) mentre l’amputazione d’una mano o d’un piede per il furto.

In quattro pagine, datate il 15 aprile e recapitata a Strasburgo alla vigilia dell'approvazione della risoluzione il sultano ha difeso tali disposizioni facendo notare, in particolare, come la pena capitale per persone omosessuali e adultere sia stata introdotta per «salvaguardare la sacralità della discendenza familiare e del matrimonio». Ha tenuto poi a precisare che le condanne saranno poche, essendo necessari almeno due uomini di «elevata moralità e provata fede come testimoni» in una con l’assoluta esclusione di «ogni forma di prova circostanziale». 

Hassanal Bolkiah ha quindi invocato «tolleranza, rispetto e comprensione» dell'Ue nei confronti del Brunei, che si sforza di preservare i suoi valori tradizionali

Ma la risposta giunta da Strasburgo è stata durissima.

L’Europarlamento, infatti, oltre a condannare il «Codice penale retrogrado», ha anche invitato il Servizio europeo per l'azione esterna (Seae), in caso di effettiva attuazione dello stesso, «a considerare l'adozione a livello Ue di misure restrittive per gravi violazioni dei diritti umani, compreso il congelamento di beni e il divieto di visti».

Inoltre, in linea con la campagna di boicottaggio lanciata da George Clooney e Sharon Stone e sostenuta da star internazionali del cinema, della musica, dello spettacolo, si è chiesto l'inserimento nella 'lista nera' dei nove hotel luxury appartenenti alla Brunei Investment Agency, di cui è proprietario Hassanal Bolkiah.

Tra questi figurano anche il Principe di Savoia (Milano) e l’Eden (Roma), dove ultimamente si è tenuto il ricevimento per le nozze del primogenito dell’ex ministro della Giustizia Clemente Mastella e della senatrice forzista Alessandra Lonardo.

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Continua in Polonia la campagna elettorale per le europee con l’ex primo ministro Jarosław Aleksander Kaczyński, presidente del partito conservatore Prawo i Sprawiedliwość (Diritto e Giustizia), che guarda al contempo, nel suo tour comiziale, a quelle autunnali per il rinnovo del Parlamento di Varsavia.

Euroscetticismo in ottica sovransista e contrasto al riconoscimento dei diritti delle persone Lgbti continuano a essere i punti cardine delle sue dichirazioni pubbliche come quelle rilasciate oggi a una convention di partito nella città di Lublino.

Ancora una volta il politico 70enne, sostenuto dalle gerarchie cattoliche, è tornato ad attaccare l'opposizione con l’accusa di promuovere quello che, sotto forma di tutela dei diritti delle persone Lgbti, costituisce un serio pericolo per la stabilità della società e delle famiglie polacche.

Dichiarazioni forti, oggi, anche contro l’adozione dell’euro. «Diciamo no all'euro, diciamo no ai prezzi europei - ha detto Kaczynski -. Il trattato di adesione all'Ue non specifica la data di adozione dell'euro: un giorno lo faremo, ma questo accadrà quando il nostro livello di ricchezza si avvicinerà a quello della Germania».

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Zuzana Čaputová è la quinta presidente della Repubblica della Slovacchia. A sceglierla ieri, al secondo turno delle presidenziali, 1.056.582 di elettori, che hanno così garantito all’avvocata ambientalista di Bratislava il 58,40% dei voti a fronte delle 752.403 preferenze incassate da Maroš Šefčovič. Il vicepresidente della Commissione europea, che ha puntato la propria campagna principalmente sulla tutela della famiglia tradizionale, si è così fermato al 41,59%.

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I principali sondaggi davano in realtà Čaputová già per vincente al primo turno con oltre il 50% delle preferenze. Ma il 16 marzo l’avvocata si era comunque attestata in prima posizione col 40,57% dei voti a riprova della considerazione da parte dell’elettorato slovacco, che sin da subito ha guardato a lei nel desiderio di cambiare il sistema. 

Eccezionale oratrice, la 45enne Zuzana Čaputová ha visto la sua fama crescere progressivamente per aver sostenuto le proteste di piazza anti-governative a seguito dell’omicidio del giornalista investigativo Ján Kuciak e della sua fidanzata Martina Kušnírová il 21 febbraio 2018. 

Quando fu assassinato, Kuciak stava conducendo un’inchiesta per il sito Aktuality su casi di corruzione e truffe intorno ai fondi strutturali dell’Unione Europea, arrivando a sostenere l’esistenza di rapporti tra la 'ndrangheta calabrese e alcuni componenti del Governo. La massicce reazioni popolari avrebbero portato di lì a poco, il 22 marzo, il primo ministro Robert Fico alle dimissioni

Madre di due figli adolescenti e con un divorzio alle spalle, Čaputová, che è sostenuta dal presidente uscente Andrej Kiska, è una convinta europeista e vicepresidente del partito Progresívne Slovensko, attualmente fuori dal Parlamento di Bratislava. Al centro del suo programma, sintentizzato nello slogan Combattiamo il male insieme, ci sono state la lotta alla corruzione ela revisione d’un sistema giudiziario che, a suo parere, è gravemente distorto e a beneficio di politici e loro sostenitori. In un Paese alle prese col populismo Čaputová si differenzia dagli altri candidati per la sua ferma opposizione alle spinte sovraniste e nazionaliste.

Componente di Environmental Law Alliance Worldwide, la pasionaria di Bratislava è stata l'artefice della battaglia legale contro la discarica illegale di Pezinok, cuore dell'omonimo distretto vinicolo della Slovacchia, e nel 2016 ha vinto il prestigioso Premio Goldman per l'Ambiente. In un Paese a maggioranza cattolica Čaputová, infine, è sostenitrice del riconoscimento legale dell’unione tra persone dello stesso sesso e dell’accesso all’adozione per le coppie di persone omosessuali.

Nel ringraziare gli elettori per averla scelta come capo di Stato, Čaputová ha dichiarato nel primo discorso che la sua presidenza avrà «un chiaro orientamento pro-europeo» sì da garantire un forte segnale di «cambiamento». Per sottolineare che sarà la presidente di tutti, anche delle minoranze, il discorso, davanti ad una folla che gridava: Zuzana, Zuzana, è stato pronunciato in slovacco, ceco, ungherese e in romanes, la lingua dei rom.

L’avvocata 45enne s’insedierà il 15 giugno, diventando la prima donna a essere stata eletta presidente della Repubblica di Slovacchia. Unica donna presidente, inoltre, nel gruppo dei Paesi di Visegrad, Caputova diventerà così il volto di un centro Europa alternativo al populismo nazionalista di estrema destra dell'ungherese Viktor Orbán.

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Sono cinque i candidati in testa ai sondaggi per le elezioni presidenziali in Slovacchia, che si terranno il 16 marzo: Zuzana Čaputová, Maroš Šefčovič, Štefan Harabin, Marian Kotleba, Béla Bugár. 

Ma secondo i sondaggi ad aggiudicarsi la vittoria, già al primo turno, con ben oltre il 50% delle preferenze sarebbe la 45enne Čaputová, avvocata ambientalista ed eccezionale oratrice, la cui fama è cresciuta progressivamente per aver sostenuto le proteste di piazza anti-governative a seguito dell’omicidio del giornalista investigativo Ján Kuciak e della sua fidanzata Martina Kušnírová il 21 febbraio 2018.

Quando fu assassinato, Kuciak stava conducendo un’inchiesta per il sito Aktuality su casi di corruzione e truffe intorno ai fondi strutturali dell’Unione Europea, arrivando a sostenere l’esistenza di rapporti tra la 'ndrangheta calabrese e alcuni componenti del Governo. La massicce reazioni popolari avrebbero portato di lì a poco, il 22 marzo, il primo ministro Robert Fico alle dimissioni. E proprio oggi, all’antivigilia del voto, è stato incriminato quale mandante dell’omicidio l’uomo d’affari Marián Kočner, già in prigione dallo scorso anno per frode e al centro dell’inchiesta di Kuciak.

Madre di due figli adolescenti e con un divorzio alle spalle, Čaputová, che è sostenuta dal presidente uscente Andrej Kiska, è una convinta europeista e vicepresidente del partito Progresívne Slovensko, attualmente fuori dal Parlamento di Bratislava. Al centro del suo programma, sintentizzato nello slogan Combattiamo il male insieme, la lotta alla corruzione e la revisione d’un sistema giudiziario che, a suo parere, è gravemente distorto e a beneficio di politici e loro sostenitori. In un Paese alle prese col populismo Čaputová si differenzia dagli altri candidati per la sua ferma opposizione alle spinte sovraniste e nazionaliste.

Componente di Environmental Law Alliance Worldwide, la pasionaria di Bratislava è stata l'artefice della battaglia legale contro la discarica illegale di Pezinok, cuore dell'omonimo distretto vinicolo della Slovacchia, e nel 2016 ha vinto il prestigioso Premio Goldman per l'Ambiente. In un Paese a maggioranza cattolica Čaputová, infine, è sostenitrice del riconoscimento legale dell’unione tra persone dello stesso sesso e dell’accesso all’adozione per le coppie di persone omosessuali.

Per le particolari doti oratorie ha letteralmente incantato il pubblico nei dibattiti televisivi, superando ampiamente nei gradimenti il principale concorrente Maroš Šefčovič, che ha puntato la propria campagna principalmente sulla tutela della famiglia tradizionale. A nuocere non poco all’ex comunista 52enne, sposato e padre di tre figli, l'aperto sostegno da parte del partito al potere Smer-Sd, benché egli corra come indipendente. Vicepresidente della Commissione europea e Commissario europeo per l’unione energetica dal 2014, Šefčovič è pro-Ue ma rifiuta di essere visto come "gentiluomo di Bruxelles".

Ampiamente indietro nei sondaggi, invece, i due candidati antisistema Harabin e Kotleba, rispettivamente al terzo e al quarto posto.

Presidente della Corte Suprema dal 1998 al 2003 e dal 2009 al 2014, il 61enne Štefan Harabin è stato ministro della Giustizia durante il Governo Fico I dal 2006 al 2009, quando fu travolto dallo scandalo per la pubblicazione di una conversazione telefonica con un boss della mafia nel 1994. Nel 2006 arrivò a licenziare in due giorni sette presidenti di tribunali regionali senza giustificazioni. Euroscettico e convinto sostenitore della revoca delle sanzioni europee contro Mosca, è stato ampiamente criticato per aver pubblicato sul proprio profilo Fb notizie false sui migranti. Candidato di Ľs-Hzds, è come Šefčovič paladino della tutela della famiglia tradizionale

Medesima posizione congiunta a marcata omofobia quella del 41enne Marian Kotleba, leader del partito d’estrema destra Lsns (che nel 2016 ha ottenuto i primi seggi in Parlamento) e presidente della regione di Banská Bystrica fino al 2017. Noto per aver sfilato coi sodali di partito in uniforme neo-nazista, Kotleba è stato indagato per incitamento all’odio. Oltre alle violente campagne contro i rom e contro l’accoglienza dei migranti, visti quale minaccia ai valori cristiani della Slovacchia e fonte d'imbastardimento della cultura locale, Kotleba è un nostalgico del regime di Jozef Tiso.

L’unico candidato della minoranza ungherese (8,5% della popolazione slovacca) è Béla Bugár, leader del partito Most-Híd, facente parte dell’attuale coalizione di governo. 

Parlamentare da 27 anni e amante del giardinaggio, il 60enne Bugár, soprannominato il "George Clooney della politica slovacca", è europeista e a favore della Nato. In materia di diritti civili è contrario alle unioni civili tra persone dello stesso sesso (anche se nel 2014 fu tra i 18 parlamentari che votarono contro l'emendamento costituzionale per il divieto del matrimonio egualitario) e all'adozione di bambini da parte di coppie di persone dello stesso sesso. È noto inoltre per le sue battaglie contro la legalizzazione dell’eutanasia mentre circa l'aborto ritiene che si tratti di materia esulante dalle competenze del legislatore.

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Sono state oggi approvate per alzata di mano a Strasburgo due risoluzioni che, per quanto non legislative, sono di particolare significato per le persone Lgbti, ancora oggetto di violenza e discriminazione in Europa. Motivo per cui l'Ue e i suoi Stati membri dovrebbero fare di più per proteggere i loro diritti.

È quanto ha messo nero su bianco il Parlamento europeo adottando la risoluzione sulle azioni Lgbti dal 2019 al 2024. Con essa si invita la Commissione europea a garantire che i diritti delle persone Lgbti rappresentino un’assoluta priorità nel suo programma di lavoro per il prossimo quinquennio. 

Come ricordato da Daniele Viotti, copresidente dell'Integruppo per i diritti Lgbti al Parlamento europeo, «i diritti delle persone Lgbti non sono tutelati in modo uniforme in tutta Europa. L’Ue non dispone ancora di una protezione globale contro la discriminazione basata sull'identità di genere, sull'orientamento sessuale o sulle caratteristiche sessuali.

Le unioni omosessuali non sono riconosciute o tutelate in tutti gli Stati membri. La sterilizzazione è un requisito per il riconoscimento giuridico del genere in 8 Stati membri e 18 Stati membri richiedono una diagnosi di salute mentale. Nel frattempo, l'elenco delle azioni rimane limitato in termini di priorità e di impegno e le risposte innovative dell'Ue, come il pilastro dei diritti sociali, non vengono integrate».

L’altra risoluzione approvata a Strasburgo denuncia le violazioni dei diritti umani delle persone intersessuali e chiede alla Commissione e agli Stati membri di intervenire per garantire l'integrità fisica, l'autodeterminazione e l'autonomia dei bambini intersessuali.

In 21 Stati Ue minori intersessuali vengono sottoposti a interventi chirurgici di "normalizzazione" sessuale, senza il consenso della persona interessata. Per questo motivo insistendo sulla necessità d’armonizzare a livello europeo la legislazione in materia sull’esempio di leggi come quella portoghese e maltese, che proibiscono gli interventi chirurgici, la risoluzione ricorda come le identità intersessuali debbano essere depatologizzate e come le persone intersessuali debbano beneficiare dei più alti standard di salute previsti nella Carta delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo.

Viva soddisfazione è stata espressa dall’europarlamentare Viotti per tali risultati, che segnano anche il termine dell’incarico di copresidente dell’intergruppo.

«Con grande orgoglio – ha commentato - ho guidato, prima con Ulrike Lunacek e poi con Terry Reintke, il più grande integruppo presente al Parlamento europeo, portando all'attenzione di questa istituzione situazioni di grave pericolo per le persone omosessuali, come quella in Cecenia, partecipando ad iniziative in giro per il mondo, come al Pride di Instanbul e alla prima conferenza sui diritti gay in Tunisia»

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«Secondo resoconti credibili dei media e delle organizzazioni internazionali per i diritti umani almeno 40 persone Lgbti nella Repubblica russa di Cecenia sono state detenute da agenti delle forze locali dell'ordine, imprigionate e torturate dal dicembre 2018. I rapporti indicano anche che almeno due delle persone detenute sono morte a causa delle torture da parte dei loro aggressori. Queste gravi violazioni dei diritti umani si aggiungono alla lunga lista di quelle promosse a livello statale in Cecenia».

Così si è espressa oggi Maja Kocijancik, portavoce del Servizio europeo per l’azione esterna (Eeas), sulla nuova ondata di repressione omofoba nella Repubblica federata russa di Cecnie, di cui hanno dato notizia Novaya Gazeta e Russian LGBT Network.

«Le autorità russe – conclude Kocijancik – hanno il dovere di proteggere tutti i loro cittadini nel pieno rispetto dei principi dei diritti umani. Dovrebbero e devono urgentemente garantire la sicurezza di tutte le persone a rischio in Cecenia a causa del loro orientamento sessuale. Dovrebbero inoltre svolgere indagini in modo rapido, completo e trasparente.

L'Unione europea si aspetta che le autorità russe svolgano indagini rapide, complete e trasparenti sulla persecuzione denunciata, sulle torture e sulle uccisioni di persone Lgbti in Cecenia. Si aspetta, inoltre, che dalle stesse piena garanzia che chiunque sia riconosciuto colpevole o complice in tali crimini sia consegnato alla giustizia».

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Nel giorno in cui Federica Angeli (che dal 2013 vive sotto scorta per le sue inchieste sulle mafie a Ostia) è a Bruxelles per raccontare ai colleghi europei la situazione del giornalismo italiano, l’europarlamentare Daniele Viotti, presidente dell’intergruppo parlamentare per i diritti Lgbti, ha presentato un’interrogazione urgente alla Commissione europea in riferimento alla Tanzania.

Un Paese in cui gli attacchi ai giornalisti vanno di pari passo con quelli a oppositori politici, artisti, attivisti per i diritti umani. In un Paese in cui sussiste un’aperta violazione dei diritti umani con riferimento particolare, negli ultimi due anni – come ha dichiarato ieri Michelle BacheletAlta Commissaria delle Nazioni Unite per i diritti dell’uomo –, alle persone Lgbti.  

Ed è proprio quest’ultimo aspetto a essere oggetto dell’interrogazione di Daniele Viotti, che si è richiamato alle ben note vicende degli ultimi giorni.

«Lo scorso 31 ottobre – ha scritto l’europarlamentare - Paul Makonda, governatore della Provincia del Dar es Salaam in Tanzania, ha annunciato la creazione di squadre di sorveglianza per individuare gli uomini gay, anche alla luce di quanto pubblicato sui social media. Inoltre, il 2 novembre, il Ministro del Turismo Hamisi Kigwangalla ha dichiarato che le persone omosessuali che intendono entrare in Tanzania saranno respinte nel loro Paese di origine.

Nonostante il Governo abbia dichiarato che la posizione di Makonda non sia ufficiale, ma che rappresenti solo delle “opinioni personali, la Tanzania rimane un Paese in cui l’omosessualità è illegale. La retorica anti-LGBTI, supportata dal ceto politico e dalla Chiesa Evangelica, ha persino portato alla chiusura di cliniche private che fornivano trattamenti medici a persone HIV positive.

La notizia che l’ambasciatore UE in Tanzania sia stato richiamato a Bruxelles per riferire sullo stato di diritto e il rispetto dei diritti umani è positiva».

Viotti ha chiesto pertanto alla Commissione:« Se intende sospendere totalmente o parzialmente i benefici commerciali garantiti dall’accordo EPA tra UE e Comunità dell’Africa Orientale; se intende reindirizzare i fondi per la cooperazione e lo sviluppo dal

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«Negli ultimi due anni le persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender sono oggetto di violenze, molestie e discriminazioni, così come le associazioni che le difendono hanno subito arresti arbitrari».

Con queste parole Michelle Bachelet è oggi intervenuta sulla situazione di aperta violazione dei diritti umani in Tanzania e sul rinnovato clima di caccia alle streghe che, nella regione di Dar es Salaam, il governatore Paul Makonda ha instaurato nei confronti delle persone Lgbti.

L’Alta Commissaria delle Nazioni Unite per i diritti dell’uomo ha ricordato al governo del Paese dell’Africa Sud-orientale come l’annunciato piano di «curare le persone omosessuali sia una pratica ritenuta dannosa, immorale e senza fondamento scientifico dal Comitato contro la tortura e l’Organizzazione mondiale della sanità».

Chiedendo, inoltre, una revisione delle leggi tanzaniane che criminalizzano le relazioni consensuali tra persone dello stesso sesso, Bachelet ha evidenziato la necessità di un impegno da parte di politici e religiosi nel «combattere il pregiudizio basato sull'orientamento sessuale e l'identità di genere».

Al monito dell’Alta Commissaria delle Nazioni Unite si è aggiunto quello proveniente da Bruxelles, dove è stato convocato per colloqui informativi l’Ambasciatore europeo in Tanzania Roland van de Geer, cui sabato il governo Magufuli aveva chiesto l’allontanamento come persona non gradita.

Dicendosi «rammaricata» per il peggioramento della situazione dei diritti umani e dello stato di diritto nel paese africano, l’Ue ha annunciato «un'ampia revisione delle sue relazioni con la Tanzania»

Ma sotto la pressione internazionali delle contestazioni già stamani il governo tanzaniano ha preso  le distanze dalle dichiarazioni del governatore Makonda. In una nota il ministro degli Esteri Augustine Mahiga ha dichiarato: «La campagna è la visione personale del governatore Paul Makonda e non rappresenta la posizione del governo», aggiungendo che la Tanzania continuerà a rispettare le convenzioni internazionali sui diritti umani e «sostenere tutti i diritti umani previsti dalla Costituzione»

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