Negato l’ingresso in Irlanda al pastore californiano Steven Lee Anderson, fondatore e capo della Chiesa Battista della Parola Fedele. A firmare la disposizione con effetto immediato il ministro della Giustizia Charlie Flanagan: si tratta della prima iniziativa del genere mai intrapresa da Dublin da quando è in vigore l'Immigration Act del 1999.

Ha raggiunto così il suo scopo la petizione online che, lanciata da All Out, ha raggiunto 14.000 adesioni.

Anderson, che avrebbe dovuto predicare a Dublino il 26 maggio, s’è imposto alla pubblica attenzione quando il 15 giugno 2016 (tre giorni dopo la strage di Orlando, che costò la vita a 49 persone) pubblicò un video dichiarando: «La buona notizia è che oggi nel mondo ci sono 50 pedofili in meno, perché questi omosessuali sono un branco di pervertiti disgustosi».

Come se non bastasse, il pastore californiano ha sempre predicato che le persone omosessuali debbano essere condannate a morte non solo sulla base del Levitico (18, 22) ma quale «cura per l'Aids». Violentissimi anche i suoi appelli contro le persone transgender.

In quanto ritenuto persona non gradita, Anderson si è visto rifiutare già l’ingresso in Sud Africa, Canada, Giamaica, Malawi e Regno Unito. Il 20 settembre 2016 è stato invece espulso dal Botswana.

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Nonostante fosse stata annullata all’inizio della scorsa setimana per le «nuove tensioni nel contesto internazionale e regionale» con riferimento soprattutto all’acuirsi di attacchi statunitensi contro Cuba nell'ambito della crisi venezuelana, un gruppo di attiviste e attivisti ha deciso comunque di organizzare la tradizionale conga Lgbti (marcia caratterizzata dall’omonima danza popolare locale), scendendo in strada sabato pomeriggio. 

Al grido di Sì, è possibile i manifestanti sono riusciti a percorrere solo 400 metri del Paseo del Prado a L'Avana, prima di essere dispersi dalla polizia. Tre di essi sono stati arrestati.  

«Non mi sembra giusto – ha dichiarato ai media il 31enne Laydel Alfonso, partecipante della marcia –, perché non facciamo nulla di sbagliato».

Ben diversa l'opinione della deputata Mariela Castro Espín, che, come direttrice del Centro nacional de educación sexual de Cuba (Cenesex), ha ritirato il patrocinio inizialmente accordato alla manifestazione perché «controrivoluzionaria».

Raggiunta da Gaynews, la figlia dell'ex presidente e nipote di Fidel Castro, ha parlato di «show anti-cubano, sostenuto da funzionari dell'ambasciata Usa e coperto dalla stampa straniera».

Ha inoltre ricordato come anche quest’anno (per la 12° volta) si terranno, dal 7 al 23 maggio, (in occasione della Giornata internazionale contro l’omotransfobia) oltre 30 eventi Lgbti, noti come Giornate cubane contro l’omofobia e la transfobia.

«La maturità politica e civile della nostra popolazione Lgbti - ha dichiarato - deve prevalere su qualsiasi tentativo di distorcere o sabotare ciò che abbiamo fatto tra tutti noi per più di un decennio e la cui espressione sono i progressi legislativi conseguiti a partire dall'approvazione della nuova Costituzione. Motivo per cui il tema delle Giornate, in questo e  nel prossimo anno, è Tutti i diritti per tutte le persone nell'ambito della campagna Riscrivi la Felicità.

Esorto, quindi, a fare di queste Giornate cubane contro l'omofobia e la transfobia uno spazio per l'unità, nella difesa della Rivoluzione e del socialismo, come l'unico progetto sociale che difende la vera inclusione di tutte le persone». 

A ricordare fra l’altro come proprio a Mariela Castro si debba la prima conga o marcia per i diritti delle persone Lgbti (quando scese in piazza a L’Avana con alcune donne trans) nonché l’avvio del decennale processo antidiscriminatorio cubano ci ha pensato il giornalista di Trabajadores e attivista gay Francisco Rodríguez, più conosciuto col nome di Paquito.

Al termine di un lungo post, apparso sul suo blog il 7 maggio, ha quindi osservato: «Dobbiamo concentrarci sugli scopi principali che ci attendono. I cambiamenti legislativi che devono accompagnare la nuova magna charta sono essenziali e dobbiamo lavorare per disinnescare qualsiasi preoccupazione, inqietudine o riserva che le situazioni congiunturali - come nel caso della conga - se non siamo in grado di serrare le fila e agire con intelligenza e unità. 

Come dice il detto popolare sulla processione, la nostra conga entra dentro. Non importa che quest'anno ci chiedano di non farla. Ciò che è già stato ballato - e ciò che rimane per noi ballare - non ci sarà portato via».

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Nonostante sia considerato persona non gradita e come tale gli sia stato vietato l’ingresso in Sud Africa, Canada, Giamaica, Malawi e Regno Unito (mentre il 20 settembre 2016 è stato espulso dal Botswana), il pastore battista Steven Lee Anderson sembra non demordere.

Il 26 maggio è infatti previsto un suo ciclo di predicazioni a Dublino quale parte di quello che è stato ribattezzato “tour dell’odio”.

Fondatore della Chiesa Battista della Parola Fedele, Anderson s’è imposto alla pubblica attenzione quando il 15 giugno 2016 (tre giorni dopo la strage di Orlando, che costò la vita a 49 persone) pubblicò un video dichiarando: «La buona notizia è che oggi nel mondo ci sono 50 pedofili in meno, perché questi omosessuali sono un branco di pervertiti disgustosi».

Come se non bastasse, il pastore californiano ritiene che le persone omosessuali debbano essere condannate a morte non solo sulla base del Levitico (18, 22) ma quale «cura per l'Aids». Violentissimi anche i suoi appelli contro le persone transgender.

Per questo motivo All Out ha lanciato una petizione per chiedere che ad Anderson non sia permesso di entrare in Irlanda.

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Il 17 aprile Nicole García Aguilar, donna transgender honduregna, è tornata finalmente libera dopo sei mei di detenzione presso il reparto maschile del Cibola County Correctional Center nel New Mexico.

Sopravvissuta a stupro, tentato omicidio e abusi da parte della polizia honduregna, Nicole era fuggita dal suo Paese nell'aprile 2018 verso gli Stati Uniti, per esservi arrestata da componenti dell’Agenzia federale per la Sicurezza delle frontiere e dell’immigrazione (Ice).

Nell’ottobre un giudice le aveva riconosciuto il diritto di asilo e lo status di rifugiata. Decisione perà subito impugnata dall’Ice, che, come noto, è un’agenzia dipendente dal Dipartimento della sicurezza interna degli Stati Uniti d'America.

Trasferita presso il Centro di detenzione per migranti della Contea di Cibola, Nicole ha trascorso tre mesi in isolamento e gli altri tre presso un’unità abitativa maschile. Un calvario che, come denunciato dall'American Civil Liberties Union (Aclu), le ha fatto perdere un terzo del suo peso corporeo.

Dopo la chiusura di una struttura specifica per migranti Lgbti nella città di Santa Ana (24 maggio 2017), il Cebola County Center è divenuto luogo di detenzione per migranti transgender senza, però, alcuna considerazione della loro identità di genere. Il 25 maggio 2013 un’altra donna trans honduregna, la 33enne Roxsana Hernández Rodriguez, vi ha perso la vita mentre era sotto custodia dell’Ice. Un’autopsia, condotta nel novembre 2018, ha rivelato come Roxsana fosse stata vittima di violenze e maltrattamenti.

Come noto, l’Honduras, al pari dei confinanti El Salvador e Guatemala, è tra i Paesi coi più alti tassi di omicidio al mondo: su ogni 100mila abitanti 81,2 in El Salvador, 59,8 in Honduras e 27,3 in Guatemala.

Di fronte a tali livelli di violenza (comprendenti anche aggressioni ed estorsioni) e alla costante discriminazione la maggior parte dei richiedenti asilo e dei rifugiati Lgbti negli Usa, incontrati due anni fa da Amnesty International, aveva raccontato di non aver avuto altra scelta che fuggire. L'alto livello d'impunità e la corruzione nei loro Paesi rendono improbabile che gli autori di reati contro le persone Lgbti siano puniti, soprattutto quando a compierli sono stati agenti delle forze dell’ordine. 

Secondo la rete lesbica femminista Cattrachas proprio in Honduras, tra il 2009 e il 2019, sono state uccise 307 persone Lgbti. Di esse 98 erano transgender.

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«Il mio nome è Pete Buttigieg. Mi chiamano sindaco Pete. Sono un figlio orgoglioso di South Bend, Indiana. E correrò per la presidenza degli Stati Uniti». Con questo parole, davanti a una folla entusiasta, il 37enne Pete Buttigieg, sindaco di South Bend, ha lanciato ufficialmente la sua campagna per le presidenziali del 2020 in un ex impianto industriale, chiuso ormai da decenni, e ora diventato un centro di formazione nell'ambito di un progetto della sua città. 

«Libertà, sicurezza, democrazia. Questi sono i nostri punti. La mia storia è alternativa al Make America Great Again - ha detto -. Il Paese ha bisogno di un cambio generazionale e di un modo diverso di vedere il più grande Paese al mondo. La sicurezza o l'idea di democrazia non devono dipendere dalla volontà di un solo partito, ma appartenere a tutti gli americani. Così come il futuro delle politiche riproduttive, non può essere deciso da un gruppo di pochi uomini». 

Eletto sindaco di South Bend nel 2011 a 29 anni, Buttigieg fu riconfermato nel 2015 con l'80% dei voti dopo aver fatto coming out su un quotidiano. Il 16 giugno dello scorso anno si è sposato, presso la cattedrale episcopaliana di St. James, col proprio compagno Chasten Glezman.

Ex riservista della Marina, reduce della guerra in Afghanistan e decorato al valore militare per l’impegno nella lotta al terrorismo, Buttigieg ha tentato lo scorso anno, ma senza successo, di diventare presidente del comitato nazionale democratico.

Secondo molti analisti Buttigieg potrebbe essere la vera grande sorpresa delle primarie democratiche. Appena tre mesi fa era accreditato all'1%. Ma poche settimane di dibattiti e qualche apparizione tv lo hanno portato alla ribalta, al punto da aver già affiancato, come popolarità, Kamala Harris e Beto O'Rourke.

La sua giovane età, il fatto che sia dichiaratamente gay (ha aperto il comizio ringraziando i genitori e suo marito), l'essere un veterano di guerra lo hanno reso fin dall'inizio un personaggio di rottura, un nuovo Obama, che piace anche per quello che dice e per come lo dice. Ossia con competenza, ironia, capacità di improvvisare.

È diventata virale la sua risposta in norvegese a una giornalista scandinava, rivelando la sua conoscenza della lingua. Buttigieg ne parla ben sette in modo fluente, senza contare le due due lauree, conseguite a Harvard e Oxford. E una settimana fa, attaccando il vicepresidente Mike Pence per le sue posizioni anti-Lgbti, Buttigieg, che rivendica d'essere cristiano, ha spiazzato tutti col rispondere: «Mike, tu non stai combattendo me, ma Dio».

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Il 12 aprile sono entrate in vigore negli Stati Uniti le normative che, varate il 13 marzo dal Dipartimento della Difesa, impediscono alle persone transgender di prestare servizio nelle forze armate.

A partire da venerdì, infatti, nessuna persona con diagnosi di disforia di genere potrà essere arruolata a meno che non serva in base al genere di nascita. Sarà conseguentemente esclusa dall’accesso ai trattamenti ormonali o all’intervento chirurgico, pena l’immediata dimissione.

In ogni caso le misure adottate non rispondono pienamente alla volontà di Donald Trump, che voleva una totale messa al bando delle persone trans dalle forze armate. Il presidente aveva infatti detto che a nessuna persona transgender sarebbe stato permesso di servire nelle forze armate, sottolineando come il mantenimento di soldati richiedenti trattamenti medici sostanziali «presenti un rischio considerevole per l'efficacia militare». Affermazione, questa, che è stata smentita dalle analisi dei bilanci destinati alle spese mediche di militari.

Aspetto, questo, che il Pentagono, a fronte delle proteste e delle critiche non unicamente d’area democratica, si è affrettato a rimarcare con l’affermare che le normative non vogliono essere discriminatorie. Come noto, infatti, esse consentiranno alle persone transgender attualmente in servizio e alle stesse arruolate entro quella data di poter continuare a sottoporsi a trattamenti ormonali o a eventuali interventi di riassegnazione chirurgica del sesso.

Un distinguo, invece, che, secondo Sarah McBride di Human Rights Campaign, «non fa altro che rafforzare la natura crudele ed arbitraria di questo divieto». Il 12 aprile l'organismo statunitense ha lanciato un tweet a sostegno delle persone trans. «Con l'odierna entrata in vigore del #ogni patriota transgender dovrebbe sapere che una nazione riconoscente lo sostiene».

Si stima che siano 15.000 le persone transgender all'interno delle forze armate. 

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È stata oggi celebrata la 6° edizione della Giornata internazionale della Visibilità Transgender (TDoV), che fino al 2014 ha mantenuto un carattere prettamente locale. La ricorrenza era stata istituita nel 2009 da Rachel Crandal, attivista trans del Michigan, per sopperire alla mancanza di una data specifica dedicata alla visibilità delle persone transgender all’interno della collettività Lgbti e alla sensibilizzazione contro le discriminazioni verso le stesse.

Su il significato, i valori e i limiti di una tale giornata abbiamo contattato tre voci autorevoli e diversificate del panorama nazionale dell’attivismo trans.

Per la psicologa Cristina Leo, coordinatrice del Coordinamento Lazio Trans (Colt), «in una società patriarcale, maschilista,  etero-sessista e cisessista in cui è imposto il binarismo di genere, ossia la divisione della società in due generi, rivendicare la propria visibilità, per una persona trans, è un atto politico, rivendicazione dell'essere e dell'esserci, di un modo, il mio/il nostro delle persone trans (ma non solo) di essere nel mondo.

Rivendico il diritto all'esistenza e all'identità non solo per me e per le mie/i miei compagn@ di battaglie, ma soprattutto per chi questa possibilità di esprimersi non ce l'ha, perchè vive situazioni o contingenze che le/gli impediscono di esprimere pienamente se stess@, cercando di dare voce a chi questa voce non ce l'ha.

Non siamo ideologia o teoria, siamo storia, siamo cultura, siamo esperienza che si ripete nel mondo, in diverse forme, da millenni..

Siamo un modo altro di essere nel mondo, un modo spesso condannato e ostracizzato (non sempre), ma che merita dignità, rispetto, diritti, al pari di quanto spetterebbe a tutt@ le/gli esseri umani».

Pur essendo d’accordo sulla bontà delle motivazioni sottese all’istituzione di una tale ricorrenza, la giovane attivista transfemminista Valentina Coletta ritiene «che sia una giornata inutile, perché tutti i giorni le persone trans e femminelle sono visibili con i propri corpi fuori dalla norma. Le trans e i trans fanno i conti con l'eterocisnorma dei corpi in ogni momento. La visibilità è 365 giorni all'anno.

Quelli che non sono visibili ai più sono le esigenze delle persone trans, dall'accesso al diritto allo studio, al lavoro, al diritto all'identità fino al diritto alla salute che in queste settimane in Italia è sospeso per alcune persone per la difficoltà a reperire i farmaci per la terapia ormonale sostitutiva per chi fa un percorso dal femminile verso il maschile, nonostante il continuo interfacciarsi delle maggiori associazione trans del nostro paese con l'Agenzia per il farmaco».  

Alla luce di tali elementi l’attivista d’origini beneventane rinominerebbe «questa ricorrenza in Giornata mondiale della Visibilità delle Esigenze Trans senza dimenticare che la lotta per il riconoscimento per i nostri diritti avviene tutto l'anno». 

A dare una lettura della visibilità delle persone trans nell’ottica del connesso tema dell’orgoglio è invece l’attivista d’origine catanese Sandeh Veet (ma da anni residente a Torino), per la quale «orgoglio trans è una parola che ha perso di significato nel mio percorso di vita. Non trovo orgoglio nell’essere usata come oggetto per abbellire i carri dei Pride. Non trovo orgoglio nell'apparire nelle trasmissioni tv per impietosire i telespettatori sul dramma di essere trans. Non trovo orgoglio nel sentire usare la frase “sono nata in un corpo sbagliato”. Non trovo orgoglio nell'osservare di quanta superficialità è intriso il mondo trans.

Non trovo orgoglio leggere commenti inneggianti a Salvini da molte donne trans. Non trovo orgoglio nell’inconsapevolezza del momento storico che l’Italia sta attraversando specialmente per le donne e le donne trans. Per tutto ciò non ho nulla per essere orgogliosa».

Per questo motivo l’attivista 55enne, che è l’ideatrice della Trans Freedom March, cofondatrice del Divine Queer Film Festival e presidente di Sunderam Identità Transgender Torino Onlus, conclude: «È il momento di capovolgere i paradigmi: basta con l’orgoglio, basta con la presunzione di essere “normali”, basta con la sudditanza. Quando questo sarà realizzato, sarò felice di celebrare una giornata in onore dell’essere trans».

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Le candidate e i candidati democratici alle prossime elezioni presidenziali statunitesi del 2020 prenderanno parte, il 10 ottobre, un forum incentrato sulle questioni della collettività Lgbti

Organizzato da Human Rights Campaign Foundation (Hrc) e dalla Luskin School of Public Affairs dell’Università della California (Ucla) di Los Angeles, il meeting si svolgerà presso lo storico edificio accademico della Royce Hall. La data è stata scelta per la sua portata significativa, essendo il 10 ottobre la Giornata Nazionale del Coming Out.

Tra gli argomenti in agenda la prevenzione e il contrasto ai crimini d'odio, le restrizioni alle terapie di conversione e diritti delle persone transgender. Tutti temi caldi su cui nell'era Trump si discute moltissimo negli Stati Uniti. 

«I diritti di milioni di componenti della comunità Lgbti - ha spiegato il presidente di Hrc Chad Griffin -  sono la posta in gioco nelle presidenziali del 2020. Ma siamo anche un potente blocco di elettori, che aiuterà a determinare il risultato». 

Gary Segura, decano della Luskin School, ha invece affermato: «Siamo entusiasti di collaborare con Human Rights Campaign per portare a una maggiore attenzione del pubblico le questioni Lgbti e le posizioni politiche dei candidati». 

Per essere invitati, i partecipanti dovranni avere almeno conseguito l'1% delle preferenze in tre sondaggi nazionali o ricevuto 65.000 donazioni da persone di 20 stati Usa.

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Italia al 41° posto con Bolivia, Ecuador, Mozambico, Nepal e Taiwan nella classifica dei Paesi Lgbti-friendly del 2019, stilata dalla guida Spartacus Gay Travel. La lista viene aggiornata annualmente appunto per informare i viaggiatori sulla situazione delle persone Lgbti in 197 Paesi e regioni.

Basata su fonti autorevoli quali, ad esempio, l’organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch e la campagna delle Nazioni Unite Free & Equal, l'index viene redatto secondo 14 criteri in tre categorie.

La prima categoria è relativa ai diritti civili: sono, fra l’altro, valutati l’accesso di persone gay e lesbiche al matrimonio o a partnership civili, l’esistenza di leggi antidiscriminatorie o l’uguaglianza tra coppie eterosessuali e omosessuali circa l’età del consenso. Qualsiasi discriminazione è invece valutata nella seconda categoria, come, ad esempio, le restrizioni di viaggio per persone sieropositive e il divieto di sfilare ai Pride o ad altre manifestazioni Lgbti. Nella terza categoria sono considerate le minacce alla persona in seguito a persecuzioni, pene detentive o capitali.

Secondo tali criteri il 1° posto della lista 2019 è detenuto, con Canada e Svezia, dal Portogallo, che ha promosso miglioramenti legali per le persone trans e intersessuali in una con iniziative anti-odio.

Una delle stelle emergenti del 2019 è l'India, che, grazie alla depenalizzazione dell'omosessualità e al miglioramento del clima sociale, è passata dal 104° al 57° posto nella classifica Spartacus.

Al contrario è peggiorata la situazione dei viaggiatori Lgbti in Brasile, Stati Uniti e Germania. Sia in Brasile sia negli Stati Uniti i governi conservatori di destra hanno introdotto o avviato la messa in atto d'iniziative volte a revocare i diritti conseguiti. Queste azioni hanno portato a un aumento di casi di aggressioni omofobiche e transfobiche.

Registrato anche in Germania un aumento della violenza contro le persone Lgbti. Una legislazione moderna inadeguata per proteggere le persone transgender e intersessuali e la mancanza d'un piano d'azione contro la violenza omofobica hanno fatto sì che la Germania scendesse dal 3 ° al 23 ° posto.

Un’attenzione particolare va prestata al Nord Africa, alcuni dei cui Paesi, tradizionali mete di viaggio preferite nel passato da persone soprattutto gay, vivono una stagione di maggiori discriminazioni e violenze omotransfobiche.

Tra essi il posto “migliore” è occupato dalla Tunisia: 122°. Segue poi il Marocco che, rispetto allo scorso anno, scende dal 157° al 159° dov'è allo stesso livello di Senegal, Mauritania, Russia, Haiti, Giamaica, Maldive e Zambia. L’Egitto è invece al 179° insieme col Sudan. Mentre, infine, l’Algeria non è registrata, la Libia è al 190° posto con Afghanistan ed Emirati Arabi.

Ultimi nella classifica quali Paesi più pericolosi per i viaggiatori Lgbti nuovamente Arabia Saudita, Somalia, Iran e Cecenia. 

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In linea con le direttive del presidente Trump e la sentenza della Corte Suprema del 22 gennaio il Dipartimento statunitense della Difesa ha ieri varato una serie di restrizioni per le persone trans, che prestano servizio nelle forze armate.

Le nuove regole, che entreranno in vigore il 12 aprile, consentiranno alle persone transgender attualmente in servizio e alle stesse arruolate entro quella data di poter continuare a sottoporsi a trattamenti ormonali o a eventuali interventi di riassegnazione chirurgica del sesso.

Dopo il 12 aprile nessuna persona con diagnosi di disforia di genere potrà essere arruolata a meno che non serva in base al genere di nascita. Sarà conseguentemente esclusa dall’accesso ai trattamenti ormonali o all’intervento chirurgico, pena l’immediata dimissione.

Anche se le normative non rispondono pienamente alla volontà di Trump, che voleva una totale messa al bando delle persone trans dalle forze armate, esse sono state ampiamente  condannate da Adam Smith, presidente della Commissione dei Servizi armati presso la Camera dei Rappresentanti, che ha ha chiesto al Pentagono di astenersi dall'attuarle. «Chiunque sia qualificato e disponibile – ha dichiarato - dovrebbe essere autorizzato a servire apertamente il proprio Paese: questo è un divieto discriminatorio per le persone transgender e continueremo a lottare contro questa politica bigotta».

Critiche anche dalla no-profit Gay & Lesbian Alliance Against Defamation (Glaad), che ha affermato: «L'amministrazione Trump è ancora una volta crudele e ingiustamente rivolta contro le persone transgender che hanno servito questo Paese per anni».

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