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«Non mi fermeranno». Queste le parole pronunciate da Mokgadi Caster Semenya a commento della sentenza emessa ieri a Losanna dal Tas: respingendo il ricorso della mezzofondista sudafricana, il Tribunale arbitrale internazionale dello sport ha dato infatti ragione alla Iaaf, che vuole imporre un calo dei livelli di testosterone a chi come la tre volte campionessa mondiale e due volte campionessa olimpica sugli 800 metri è iperandrogena.

Il verdetto del Tas chiude una lunga querelle giudiziaria, ma non certo il caso politico. La prima immediata conseguenza - subito rimarcata dalla International Association of Athletics Federations – è che la mezzofondista sudafricana ha sette giorni di tempo per sottoporsi alla terapia ormonale che riporti i suoi livelli nel sangue sotto la soglia richiesta dalla stessa Federazione. Pena, l'esclusione dalla gara degli 800 dai prossimi mondiali di Doha a settembre

In ogni caso il Tas non ha accolto del tutto le argomentazioni della Federazione: ha ammesso che la richiesta di terapia ormonale è «discriminatoria ma necessaria per ristabilire equità nelle gare femminili», ma non ha ritenuto che l'iperandroginismo sia un vantaggio anche nelle gare più lunghe degli 800, aprendo alla sudafricana le porte alla partecipazione nei 1.500 anche senza sottostare alla terapia ormonale. 

«Mi hanno preso di mira da tempo, ma non mi hanno mai fermato. E non mi fermeranno neanche questa volta», ha detto Semenya, dichiraratamente lesbica e coniugata con Violet Raiseboya, le cui prestazioni avevano fatto discutere sin dai primi successi in campo internazionale. 

Dopo la prima vittoria ai Mondiali, dieci anni fa, rivali e critici avevavo iniziato a urlare: «È un uomo», alludendo così che l’atleta avesse mentito sul suo sesso biologico

Allora la Iaaf chiese chiarimenti al riguardo e Semenya dovette sottoporsi a dei test, i cui risultati ovviamente non furono resi noti per motivi di privacy. Ma fu poi riammessa alle gare femminili. Emerse successivamente che era un'atleta DSD o iperandrogina: quindi, con testosterone a livello maschile. 

Ora la decisione del Tas, contro la quale si è scagliata a sorpresa anche Martina Navrátilová. La leggenda del tennis, che a febbraio aveva infatti definito un "imbroglio" la presenza in gare femminili di atlete transgender (MtF), adesso invece definisce il verdetto contro Caster Semenya «tremendamente ingiusto nei suoi confronti e sbagliato in linea di principio. È orribile che ora debba assumere farmaci per essere in grado di competere. La questione delle atlete transgender rimane però irrisolta».

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Dopo la risoluzione di condanna, adottata il 18 aprile dal Parlamento Europeo, il sultanato del Brunei continua a essere oggetto di reazioni per le nuove disposizioni delle Parti IV e V del locale Codice penale. 

Entrate in vigore il 3 aprile, esse comminano la pena capitale per determinati atti sulla base della shari’a. Nello specifico, la morte per lapidazione è prevista per i rapporti consenzienti tra maschi (in precedenza puniti con 10 anni di prigione), l’adulterio, l’aborto e la blasfemia (insulto o diffamazione del profeta Maometto) mentre l’amputazione d’una mano o d’un piede per il furto. Pene più clementi, si fa per dire, per i rapporti consenzienti tra donne: 40 frustate e 10 anni di prigione.

Motivo per cui il 29 marzo, pochi giorni prima dell’entrata in vigore delle norme, George Clooney ha lanciato una campagna di boicottaggio dei nove hotel di lusso gestiti dalla Dorchester Collection della Brunei Investment Agency, che, pur facente parte nominalmente del ministero delle Finanze, è proprietà, di fatto, del sultano Hassanal Bolkiah.

Lo stesso Premio Oscar 57enne ne ha fornito, in una lettera aperta a Deadline Hollywood,  la lista: The Dorchester (Londra), 45 Park Lane (Londra), Coworth Park (Londra), The Beverly Hills Hotel (Beverly Hills), Hotel Bel-Air (Los Angeles), Le Meurice (Parigi), Hotel Plaza Athenee (Parigi), Hotel Eden (Roma), Hotel Principe di Savoia (Milano).

Campagna, che rilanciata e condivisa da star internazionali del cinema, della musica, dello spettacolo, è stata espressamente menzionata nella risoluzione di Strasburgo, in cui si è chiesto l'inserimento nella 'lista nera' dei nove hotel del sultano nonché il congelamento dei beni.

Ieri l’iniziativa di Clooney ha incassato il sostegno di Jamie Dimon alla guida del colosso bancario JP Morgan. Seguendo le orme di Deutsche Bank, i vertici dell’istituto statunitense hanno inviato una lettera all’intero staff  con l’invito a evitare gli hotel che fanno capo ad Hassanal Bolkiah

Se si tratta d’iniziativa meritoria al pari dell’eventuale adozione «a livello Ue – come cita la risoluzione di Strasburgo - di misure restrittive per gravi violazioni dei diritti umani, compreso il congelamento di beni e il divieto di visti», lascia non poco perplessi la mancanza di interventi istituzionali e similari campagne di boicottaggio nei riguardi di un Paese come l’Arabia Saudita, dove il 23 aprile sono state condannate a morte 37 persone (tra cui il 16enne sciita Abdulkareem al-Hawaj per presunti reati commessi nel corso di una manifestazione anti-Saʿūd). Condanne eseguite al termine di processi palesemente irregolari basati su confessioni estorte con la tortura 

Dal 1° gennaio di quest’anno in Arabia Saudita «sono state giustiziate – come denunciato da Amnesty Internationalalmeno 104 persone: almeno 44 erano cittadini stranieri, la maggior parte dei quali condannati per reati di droga. In tutto il 2018 le esecuzioni erano state 149».

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Negli ultimi anni il tema della prevenzione dell’Hiv/Aids sembra registrare un calo d’attenzione anche da parte dell'Unione Europea

A rilevarlo senza giri di parole l’euparlamentare uscente Daniele Viotti (ricandidato dal Pd alle imminenti elezioni di maggio), che al contrario ha costantemente alimentato, durante il suo mandato, il relativo dibattito e promosso efficaci campagni di comunicazione.

 «L'Hiv – spiega Viotti a Gaynews –  continua a rappresentare  un grave problema di salute pubblica nei paesi Ue, con oltre 25.000 nuovi casi segnalati ogni anno. Per questo, in vista del 1° dicembre mi faccio sempre promotore di una campagna comunicativa per riportare al centro il tema. Nel 2018 ho lanciato un concorso la cui premiazione è avvenuta a Bruxelles il 9 aprile». 

La cerimonia di consegna ha concluso il convegno Creativity Saves, nel cui ambito si è reso evidente, grazie soprattutto alla segnalazione di Anlaids Lombardia, come il programma dell'Unione europea per la salute abbia ridotto il finanziamento dei bandi dal 2016 a oggi, passando dagli oltre 46 milioni di euro a pochi milioni di euro. Bandi, giova rilevarlo, finanziati dall'Agenzia esecutiva per i consumatori, la salute e la sicurezza alimentare (Chafea).

Come se non bastasse, la prevenzione di malattie sessualmente trasmissibili quali Hiv/Aids non è considerata in questi programmi un’azione prioritaria.

Aspetti, questi, che sono stati esplicitamente sollevati dallo stesso Viotti in un’interrogazione a Palazzo Berlaymont che, depositata il 12 aprile, si chiude nei seguenti termini: «Considerata la situazione sopradescritta e la fondamentale importanza dell’informazione e della prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili per tutelare la salute di tutti cittadini, la Commissione può riferire quali azioni intende adottare per ripristinare un finanziamento adeguato per tali progetti?».

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Dopo il caso delle due mamme di Fidenza la procura di Parma torna a opporsi al riconoscimento della bigenitorialità per coppie di persone dello stesso sesso.

Questa volta il procuratore capo Alfonso D'Avino e il sostituto procuratore Umberto Ausiello hanno presentato ricorso nei confronti di quattro atti di riconoscimento di bambini, compiuti, il 21 dicembre, da donne unite civilmente o conviventi con le madri naturali. I riconoscimenti erano stati fatti dinanzi al sindaco di Parma, Federico Pizzarotti, in qualità di ufficiale dello Stato civile. 

A darne notizia, anche questa volta, D'Avino in un comunicato che per uno dei casi parmensi ha espressamente richiamato la somiglianza con quello relativo al Comune di Fidenza, pur rilevando che l'ufficiale di Stato civile aveva rifiutato di ricevere l'atto di riconoscimento. Cosa che aveva portato le due donne fidentine a presentare ricorso al Tribunale e a spingere la Procura a intervenire, chiedendo il rigetto del ricorso.

Anche la vicenda di Parma si inserisce, secono la Procura, «nel solco del delicato problema della possibilità che un bambino, riconosciuto alla nascita soltanto dalla madre, venga poi riconosciuto come proprio figlio anche dalla donna, convivente o unita civilmente con la madre naturale». Possibilità «che, nell'ordinamento italiano, ad oggi - viene osservato - nessuna norma consente o prevede».

Nonostante lo sbarramento normativo i sindaci di alcuni Comuni hanno ritenuto di poter ricevere le dichiarazioni di riconoscimento successivo, mentre in altri casi, quando la richiesta non è stata accolta dal Comune, alcuni Tribunali hanno ordinato all'ufficiale di Stato civile di ricevere gli atti di riconoscimento. «La Procura di Parma, invece, rifacendosi ai principi della separazione dei poteri e del rispetto della legge - si legge ancora nel comunicato di D'Avino - ha sostenuto l'illegittimità degli atti di riconoscimento in questione».

Nel ricorso la Procura ha infatti evidenziato che, secondo le norme del Codice civile e dell'ordinamento dello Stato civile, «l'atto di riconoscimento successivo è previsto solo per il figlio nato fuori dal matrimonio e può essere effettuato esclusivamente dalla madre e dal padre che non lo abbiano riconosciuto al momento della nascita». Pertanto, visto che nei quattro casi in questione il riconoscimento originario del bambino era stato effettuato solo dalla madre, quello «successivo poteva essere effettuato esclusivamente dal padre e non da un'altra donna, che ovviamente non è madre né tantomeno può essere padre».

A sostegno della tesi contraria al riconoscimento, la Procura ha prodotto anche una relazione tecnica da parte dell'Ufficio di Stato civile di Parma, «che si è espresso nel senso di ritenere non accoglibile il riconoscimento richiesto dalle coppie omosessuali, proprio perché non previsto dal nostro ordinamento (tanto che il sindaco è dovuto personalmente intervenire per ricevere gli atti di riconoscimento successivo)».

La Procura ha poi passato in rassegna alcune pronunce giudiziarie precedenti (che avevano ritenuto ammissibili i riconoscimenti), criticandone le motivazioni, proprio per lo stridente contrasto con l'attuale normativa. Infine D'Avino è tornato, come già fatto per il caso fidentino, a dichiarare: «Neppure la legge Cirinnà, che ha introdotto le unioni civili tra coppie dello stesso sesso, ha inteso legiferare in materia di filiazione di coppie omosessuali». Il Tribunale dovrà ora fissare l'udienza per la decisione sui ricorsi.

Non si è affatta attendere la risposta di Pizzarotti, che su Fb ha scritto: «La procura di Parma ha annunciato ricorso contro il nostro riconoscimento di 4 bambini da parte di coppie dello stesso sesso. Donne che si amano con semplicità, e che al mondo chiedono soltanto di poter amare, curare e crescere i loro bambini.

Rispetto le idee e le opinioni di tutti, ma sui diritti è necessario essere coraggiosi e andare avanti. Se la politica nazionale non ha coraggio, e anzi spesso fomenta odio su questi temi creando leggi lacunose e interpretabili, sta ancora una volta ai sindaci porsi come frontiera dei diritti dei propri cittadini.

In Italia sono stati fatti decine di riconoscimenti in questi anni, ma evidentemente un confronto in punta di legge doveva vedere Parma come la prima città a dover difendere un dirittoLo faremo ancora una volta perché Parma era, è e resterà la Città dei Diritti».

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Le associazioni Lgbti emiliano-romagnole non si rassegnano a quella che appare sempre più come un’operazione d’affossamento del pdl regionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere.

Tornando all'attacco, in una lunga lettera aperta, scritta da Vincenzo Branà (presidente del Cassero Lgbti Center) e cofirmata da Chiara Calestani (Associazione Lgbti Aldo Braibanti di Parma), Eva Croce (Arcigay Ferrara), Ciro Di Maio (Arcigay Ravenna), Francesco Donini (Arcigay Modena), Alberto Nicolini (Arcigay Reggio Emilia) e Marco Tonti (Arcigay Rimini), si ricorda il «retroscena» in base al quale il Pd avrebbe rassicurato nei mesi scorsi le Acli sul fatto che la legge non si sarebbe fatta o sarebbe passata con l'oramai famigerato emendamento anti-gpa a firma Paruolo-Boschini. Ebbene quello scenario, osservano i firmatari, «si sta avverando, in maniera pedissequa». 

I presidenti citano a questo proposito anche le dichiarazioni di Francesca Puglisi, candidata del Pd alle imminenti europee, così coe riportate in un post di Chiara Pazzaglia, portavoce delle Acli di Bologna, dove l'ex deputata è stata appunto ospite nei giorni addietro: «Piuttosto che una cattiva legge regionale meglio nessuna legge regionale. E questo a fronte dei contrasti e delle divisioni interne che ci sono state».

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Proprio ciò, affermano i firmatari, che il capogruppo Pd in Regione Stefano Caliandro e il segretario regionale del partito Paolo Calvano avrebbero assicurato alle Acli in un «incontro privato». Siccome, «ovviamente, i retroscena, quando non possono contare su prove concrete - scrivono- vanno tutti verificati. Perciò chiediamo, semplicemente: tutto questo è vero? Se non lo fosse in Pd avrebbe una strada facile per smentire questa storia: approvare subito una buona legge, senza quell'emendamento e in barba alle malelingue».

Attacco frontale poi contro i consiglieri dem, che hanno firmato l'emendamento XXIV (Paruolo-Boschini) anti-gpa.

«È legittimo - si legge - che Paruolo e gli altri nove consiglieri abbiano una posizione proibizionista sulla gpa e sulla prostituzione. Ma in democrazia le idee diverse di confrontano e si misurano con la scala del consenso. Quando invece si tenta di vietare a priori l'espressione di posizioni diverse, esiste una sola parola: fascismo. È questo che vogliono fare nove consiglieri del Pd?».

Con quell'emendamento, sostengono infatti i firmatari del testo, «si vuole tenere in ostaggio l'intera maggioranza. O così o niente. Una prova di forza tra correnti di partito, un ricatto, un modo attraverso il quale una minoranza impone la sua dittatura. E infatti gli otto firmatari (in gran parte muti) tacciono proprio tutti e tutte su un punto: ma senza quell'emendamento la legge loro la voterebbero? Su questo sarebbe onesto che i rappresentanti dei cittadini della nostra regione dicessero una parola chiara: sì o no».

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Alle 16:30 di oggi Franco Grillini, ex parlamentare e direttore di Gaynews.it, riceverà a Torino il Premio Milk, che il Lovers Film Festival assegna a personalità distintesi nella lotta per i diritti. 

La cerimonia di consegna avverrà nella Sala Rondolino presso il Cinema Massimo e sarà seguito dalla proiezione in anteprima speciale di State of Pride (Usa 2019, 70') di Robert Epstein e Jeffrey Friedman.

Un riconoscimento che il direttore del nostro quotidiano, da lui avviato nel 1998, ha dichiarato, in un videomessaggio, di voler dedicare all’intera collettività Lgbti, rivolgendo altresì un grato pensiero a Giovanni Minerba, presidente e cofondatore con Ottavio Mai della storica rassegna cinematografica.

Ne approfittiamo per ripercorrere le principali tappe della lunga esperienza politica e attivistica di Franco Grillini.

Nato a Pianoro (Bo) il 14 marzo del 1955, è impegnato politicamente già all’età di 16 anni. Protagonista del movimento studentesco bolognese negli anni ’70 del secolo scorso, arriva infatti a ricoprire e l’incarico di responsabile nazionale studenti medi del PdUP, partito di cui è stato anche segretario organizzativo per la federazione di Bologna fino al 1984. 

Laureato in pedagogia nel 1979, consegue successivamente i titoli di psicologo e giornalista pubblicista. Nel 1990 è eletto in Consiglio Provinciale a Bologna, per esservi poi riconfermato nel ’95 e nel ’99. 

Iniziata la sua militanza per i diritti civili nel 1982 con l’inaugurazione della sede dell’allora Circolo di cultura omosessuale 28 giugno presso il Cassero di Porta Saragozza, nel 1985 fonda, insieme ad altri, Arcigay Nazionale (di cui è l’ideatore), diventandone prima segretario e poi presidente, nel dicembre '87, al congresso di Rimini.

Nel 1987 idea e fonda con altri la Lila, Lega Italiana per la lotta contro l’Aids, divenendo, inoltre, componente della Consulta nazionale per la lotta contro l’Aids del ministero della Sanità per oltre dieci anni.

Nella sua qualità di pubblicistà dà vita nel 1989 alla rivista CON/TATTO, di cui è direttore responsabile, collaborando inoltre con numerosi giornali e periodici. Il 29 maggio ’98 apre su internet il quotidiano on line N.O.I. Notizie Omosessuali Italiane, che nel 2004 N.O.I si trasforma in Gaynews.itNel marzo ’98 fonda l’associazione omosessuale d’informazione Italia Gay Network, in sigla Gaynet (di cui è tuttora presidente nazionale), che gestirà la rivista N.O.I prima e Gaynews.it poi e, a partire dal 2013, organizzerà i corsi di formazione per giornalisti in collaborazione con l’Ordine nazionale dei Giornalisti.

Volto noto in tv, dove a partire dal 1985 partecipa a dibattiti di argomento vario, viene nominato presidente onorario d'Arcigay al congresso nazionale di Roma (5-6-7 giugno ’98). Eletto alla Camera dei deputati il 13 maggio 2001 nelle liste dei Ds, vi viene rieletto nel 2006 in quelle dell’Ulivo.

In qualità di parlamentare presenta numerose interpellanze e interrogazioni relative ai diritti civili e al tema del diritto alla salute e alla prevenzione delle malattie a trasmissione sessuale.

È protagonista in primo piano della battaglia sulla legge Giovanardi contro le discoteche, legge che poi viene bocciata dopo un'accesa discussione in aula alla Camera, così come verrà ritirata grazie alla ferma opposizione di Grillini ed altri la legge sulla prostituzione della ministra Prestigiacomo, che voleva vietare la prostituzione di strada e colpevolizzare i clienti .

Dal 1° luglio 2004 riesce a iscrivere all’ordine del giorno della Camera in Commissione Giustizia la proposta di legge sul Pacs (Patto Civile di Solidarietà), di cui inizierà la discussione in sede parlamentare. Nel secondo mandato parlamentare Grillini riesce a far approvare alla Commissione Giustizia della Camera, prima dello scioglimento della legislatura, la legge contro l’omofobia.

Su sua iniziativa la presidenza del Consiglio dei ministri attribuisce il vitalizio per meriti culturali ad Aldo Braibanti, notissimo per aver ingiustamente subito un processo per "plagio" negli anni '60. Contribuisce in modo rilevante all’iter della legge sulla “protezione internazionale” delle persone perseguitate nel loro Paese, che viene approvata in via definitiva nel 2007. È infine l’autore dell’emendamento alla finanziaria 2007, che intendeva estendere ai conviventi lo sconto in materia successoria previsto per i coniugati (da questa discussione il Governo partirà per l’elaborazione della legge sui Dico) poi ritirato su ricatto della senatrice Binetti.

Nei sette anni di mandato parlamentare Grillini, per la sua passione per l'innovazione tecnologica, è stato presidente dell'Associazione amici delle nuove tecnologie (di cui era presidente onorario Francesco Cossiga) L'allora ministro per le telecomunicazioni Gentiloni riconobbe i meriti dell'associazione nella liberazione delle frequenze per il Wi-Max. 

Nel 2010 viene eletto, con 2593 voti di preferenza, consigliere regionale nelle liste emiliano-romagnole dell’Idv. È poi stato eletto alla  presidenza della Commissione Politiche Economiche della Regione Emilia Romagna. 

Negli ultimi anni Franco è colpito da un tumore cronico: inizia allora la sua battaglia per una radicale riforma del welfare a favore dell’assistenza alle persone con mobilità ridotta o non autosufficienti.

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Ieri a Caltanissetta, dov’era giunto per sostenere la candidatura a sindaco di Oscar Aiello, Matteo Salvini è stato interrotto da un gruppo di contestatori che, oltre a cantare «Bella, ciao», hanno gridato più volte: «Vergogna».

«Uno che crede nel comunismo nel 2019 – ha risposto il ministro dell'Interno - va abbracciato come un panda. Saluto i comunisti che stanno contestando e ricordo che istituiremo di nuovo l'educazione civica nelle scuole. Se voi amate i clandestini, ci lasciate conto corrente e li mantenete voi»

Ma non solo. Perché la reazione più significativa è arrivata dalle 19enni Gaia Parisi e Matilde Rizzo, che hanno colto di sorpresa il vicepremier, cui avevano chiesto di fare un selfie, baciandosi invece davanti a lui.

A darne notizia su Fb e a pubblicare le foto del bacio, divenute subito virali, Marco Furfaro, fondatore e coordinatore di Futura, che ha scritto: «Caltanissetta, contestatrici. Amore batte odio 3-0. Trollare Salvini dal vivo: livello estremo. Immense Gaia e Matilde».

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Nel pomeriggio i vertici del governo di Londra e Dublino, al pari di rappresentanti di tutti i partiti nordirlandesi, si sono uniti uniti a migliaia di persone in lutto per i funerali della giornalista Lyra McKee.

Lesbica dichiarata e attivista Lgbti, la giovane 29enne, originaria di Belfast, è morta, giovedì scorso, a Londonderry dopo essere stata colpita da un proiettile vagante nel corso d’una sparatoria tra militanti del New Ira (gruppo di dissidenti repubblicani che si ispira all’Ira) e agenti di polizia.

Accompagnato da un picchetto d’onore della National Union of Journalists (Nuj), il feretro ha percorso le strade di Belfast tra la commozione generale non senza una sosta davanti al Kremlin Bar, dove è stato accolto da un gruppo di persone con bandiere arcobaleno.

I funerali sono stati officiati, presso la cattedrale anglicana di Sant’Anna, dal reverendo Martin Magill, curato della chiesa di St. John (parrocchia natale di Lyra). Con riferimento al gruppo del New Ira, che ieri ha ammesso le proprie responsabilità nell'uccisione della giornalista, ha dichiarato: «Lyra McKee, giornalista e scrittrice, è un potente esempio che la penna è più forte della spada». 

Durante il rito esequiale Stephen Lusty, amico della giornalista, ha dichiarato che Lyra aveva intenzione di fare prossimamente una proposta di matrimonio alla compagna Sara Canning  durante un viaggio a New York. «Mi ha mostrato le foto dell'anello – ha riferito Lusty –  che le aveva comprato e mi ha detto che voleva farle la proposta a maggio e sposarsi in Donegal nel 2022».

Con Sara e i familiari di Lyra si è intrattenuta la premier britannica, Theresa May, presente in chiesa insieme al leader dell'opposizione Jeremy Corbyn, al presidente e al premier irlandesi Michael D. Higgins e Leo Varadkar.

In una dichiarazione rilasciata prima del funerale, la famiglia McKee e Sara hanno descritto Lyra come una donna gentile e risoluta, che credeva appassionatamente nella giustizia, nell'inclusione e nella verità.

«Chiediamo che la vita di Lyra e la sua personale filosofia di vita - hanno scritto - siano usate come esempio per tutti noi mentre affrontiamo questa tragedia tutti insieme. La risposta di Lyra sarebbe stata semplice: l’unico modo di vincere l’odio e l’intolleranza è con l’amore, la comprensione e la gentilezza».

Dopo il rito esequiale la salma di Lyra è stata sepolta nel cimitero di Carnmoney.

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Sarà aperta il 26 aprile, presso la Serenity Funeral Service di Huntsville (capoluogo della contea di Madisono in Alabama), la camera ardente per l’ultimo saluto a Nigel Shelby, i cui funerali si terrano invece l’indomani presso il Rock Worship Center.

Nato il 1° febbraio 2004, il 15enne si è tolto la vita il 19 aprile, incapace di reggere alle continue vessazioni e umiliazioni da parte di studenti dell’Huntsville High School, che avevano iniziato a bullizzarlo dopo il suo coming out risalente a due anni fa.

«Abbiamo il cuore spezzato per la morte di Nigel Shelby, una matricola quindicenne della Huntsville High School – così su Fb lo staff del Rocket City Pride –. Nigel si è tolto la vita perchévittima di bullismo in quanto gay. Non ci sono parole che possano essere dette per dare un senso a queste notizie devastanti».

Intanto nella giornata di ieri è stato sollevato dall’incarico Jeff Graves, vice-sceriffo della contea di Madison, per aver scritto commenti omofobi al di sotto di un post in memoria di Nigel. Tra questi (successivamente rimossi) uno in forma iniziale di acrostico, che, realizzato sulla base delle lettere dell’acronimo Lgbtq, recitava: “Libertà, Armi (Guns, ndr), Bibbia, Trump, Bbq. Questo è il mio modello di Lgbtq».

In un comunicato lo sceriffo Kevin Turner ha condannato duramente i commenti di Graves, esprimendo in pari tempo condoglianze ai familiari di Nigel e plaudendo a ogni forma di sensibilizzazione contro il bullismo nelle scuole.

Non bisogna dimenticare come secondo i Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie, uno dei principali organismi del Dipartimento della salute e dei servizi umani degli Stati Uniti d'America, nel 2015 quasi un terzo di studenti liceali Lgbti ha preso seriamente in considerazione il suicidio rispetto al 6% di quelli/e eterosessuali. Secondo, inoltre, uno studio specifico dell'Università dell'Arizona il 50,8% di adolescenti transgender hanno tentato il suicidio tra il 2017 e il 2018. 

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Lo status di rifugiato o la protezione sussidiaria non possono essere negati a persone migranti che, in conseguenza della loro dichiarata omosessualità, corrono «rischi effettivi» per la loro incolumità una volta rimpatriati.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione accogliendo il ricorso dell'ivoriano Bakayoko Aboubakar S. contro la sentenza della Corte d'appello di Catanzaro, che aveva confermato il rigetto della richiesta presentata alla Commissione territoriale di Crotone.

Coniugato con due figli e di religione islamica, l'uomo aveva dichiarato di essere «oggetto di disprezzo e di accuse da parte di sua moglie e di suo padre, imam del paese» per una relazione omosessuale, lamentando «la discriminazione e l'assenza di effettiva protezione delle persone omosessuali in Costa d'Avorio da parte delle autorità statali». Ma la Commissione aveva escluso che sussistessero i presupposti della protezione dato «l'ambito strettamente familiare delle minacce» ma anche in considerazion del fatto che «in Costa d'Avorio, al contrario di altri Stati africani, l'omosessualità non è considerato un reato».

Per i giudici della Suprema Corte, invece, «l'assenza di norme che vietino direttamente o indirettamente i rapporti tra persone dello stesso sesso non è, di per sé, risolutiva ai fini di escludere la protezione internazionale, dovendo altresì accertarsi se lo Stato, in tale situazione, non possa o voglia offrire adeguata protezione alla persona omosessuale e dunque se questi possa subire, a causa del suo orientamento sessuale, la minaccia grave ed individuale alla propria vita o alla persona e dunque l'impossibilità di vivere nel proprio paese di origine, senza rischi effettivi per la propria incolumità psico-fisica, la propria condizione personale».

Nella sentenza viene quindi osservato: «Non risulta che la Corte abbia considerato la specifica situazione del ricorrente ed abbia adeguatamente valutato la sussistenza di rischi effettivi per la sua incolumità in caso di rientro nel paese di origine, a causa dell'atteggiamento persecutorio nei suoi confronti, senza la presenza di adeguata tutela da parte dell'autorità statale».

Secondo la Cassazione, inoltre, «non appare sufficiente l'accertamento che nello Stato di provenienza del ricorrente, la Costa d'Avorio, l'omosessualità non è considerata alla stregua di reato, dovendo altresì accertarsi la sussistenza, in tale paese, di adeguata protezione da parte dello Stato, a fronte delle gravissime minacce provenienti da soggetti privati».

È stato infine rilevato come si sia omesso «di valutare la sussistenza della condizione di vulnerabilità del ricorrente, alla luce della particolare situazione personale prospettata nel ricorso e del concreto pericolo che egli possa subire, in conseguenza della propria condizione di omosessualità, trattamenti degradanti e la privazione della titolarità e dell'esercizio dei diritti umani al di sotto dello statuto della dignità personale in caso di rimpatrio».

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