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Il Dipartimento di Stato Usa ha invitato i cittadini statunitensi, che decidono di recarsi in viaggio in Tanzania, a "esercitare una più ampia cautela" a causa dei rischi legati alla criminalità, al terrorismo, agli atti discriminatori nei confronti delle persone Lgbti.

In una nota, diffusa il 26 dicembre, l’Ufficio Affari Consolari ha messo particolarmente in guardia contro il rischio di aggressione, rapimento, violenza sessuale, sequestro di auto nel Paese dell'Africa Sud-orientale.

Sollevando timori sull’inadeguatezza delle forze di polizia locali a prevenire e contrastare atti terroristici, il bureau ha avvertito che tali attacchi potrebbero colpire "ambasciate, stazioni di polizia, moschee e altri luoghi frequentati dagli occidentali".

Nella notta viene inoltre ricordato, con riferimento alla campagna lanciata il 28 ottobre da Paul Makonda, governatore di Dar es Salaam, e ai fatti di Zanzibar del 3 novembre, come «componenti della comunità Lgbti siano stati arrestati, bersagliati, molestati e /o accusati di reati non collegati. Le persone arrestate, perché sospettate di rapporti omosessuali, potrebbero essere sottoposte a esami anali forzati».

Motivo per cui l’Ufficio Affari Consolari suggerisce, fra l’altro, a «non lasciare cibo o bevande incustodite», a essere attenti «in tutte le località, specialmente quelle frequentate dagli occidentali», a evitare «pubbliche manifestazioni di affetto, in particolare tra coppie di persone dello stesso sesso».

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Il Comune di Milano ha accolto il riconoscimento del nascituro, comunemente detto riconoscimento “in pancia”, per una coppia di gemelli con due mamme.

A portare all’attenzione degli ufficiali di Stato civile il caso della 43enne Marica Zanolin e della 38enne Irene Gualtieri, unite civilmente, l'associazione Avvocatura per i diritti Lgbti - Rete Lenford, che ha avviato una procedura, ai sensi dell’art. 44 del decreto 396 del presidente della Repubblica (3 novembre 2000), prevista per le coppie eterosessuali non sposate.

La dichiarazione di nascita di norma deve farsi presso l’Ufficio anagrafe dell’ospedale entro tre giorni dalla nascita o, in Comune, entro dieci giorni. Nel caso i genitori siano sposati, la dichiarazione può essere fatta anche da uno solo dei genitori in quanto vige la presunzione di genitorialità per entrambi. Nel caso in cui, invece, i genitori non siano sposati, la dichiarazione di nascita deve essere resa dai due genitori contestualmente. Tale riconoscimento avviene con il consenso della madre che ha partorito.

L’ordinamento giuridico italiano prevede anche la possibilità per i genitori non sposati di riconoscere il nascituro prima del parto, in modo da agevolare le coppie in tutte le situazioni nelle quali al momento della nascita uno dei genitori non possa esserci, come ad esempio quando il padre viva all’estero per lavoro, o in caso di parto a rischio. Per il riconoscimento prima del parto i genitori devono presentare all’ufficiale di Stato civile un certificato di gravidanza e rilasciare una dichiarazione di riconoscimento di nascituro, che avrà efficacia solo dopo la nascita.

Nel caso un questione Marica era finita in rianimazione, il 2 ottobre, per problemi durante il parto.

«I nascituri hanno corso il rischio – così Valentina Pontillo e Maria Grazia Sangalli, legali della coppia – tanto di perdere la madre biologica, tanto quello di non poter essere riconosciuti dall’altra mamma, in quanto il consenso della gestante non era stato raccolto dall’ufficio di stato civile prima della nascita». Fortunatamente la situazione è migliorata e la coppia ha potuto riconoscere tardivamente i figli presso l’anagrafe del Comune.

Il riconoscimento “in pancia” ora è possibile anche per le coppie di madri presso il Comune di Milano e presso un altro comune lombardo che ha accolto un’identica richiesta.

«In questo modo - sottolineano Pontillo e Sangalli - viene garantito l’interesse del nascituro alla formazione dello status di figlio di entrambi i genitori anche in presenza di genitori dello stesso sesso, per i quali, anche se uniti civilmente, non sussiste alcun automatismo nel riconoscimento, come invece avviene per le coppie coniugate».

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A Vittoria oltre 200 persone hanno partecipato, ieri sera, in piazza del Popolo alla manifestazione Contro ogni discriminazione che, organizzata da Arcigay Ragusa Arcobaleno degli Iblei, si è configurata come una pacifica quanto ferma reazione ai recenti casi di omofobia, verificatisi nel comune siciliano.

Il 14 dicembre il 20enne Francesco Tommasi è stato aggredito fisicamente da un branco 6 minorenni, dopo essere stato ripetutamente apostrofato con l’epiteto frocio.

Alcuni giorni dopo a una delegazione della stessa Arcigay Ragusa, recatasi a Vittoria per solidarizzare con  la vittima e incontrare il commissario prefettizio Filippo Dispenza, è toccato d’essere contestata e presa di mira da alcuni passanti.

Ad aderire al presidio numerose associazioni e single sindacali, tra cui Amnesty International, Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, nonché le sezioni provinciali di Agedo, Agesci, Uaar, Rotaract, Cgil, Sinistra Italiana.

«Ieri sera a Vittoria - ha dichiarato Marco Igor Garofalo, presidente del comitato ragusano d'Arcigay - si è celebrata la democrazia. Molte le associazioni che hanno aderito alla manifestazione e i partiti politici. A conferma che c'è una politica attenta alle istanze dei suoi cittadini».

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Nel corso del Congresso territoriale del 15 dicembre il comitato Arcigay Antinoo di Napoli ha eletto il nuovo direttivo e la nuova presidente.
 
A risultare eletta Daniela Lourdes Falanga, componente di spicco della collettività trans italiana, che, da almeno un decennio, svolge un’importante attività di militanza e volontariato a favore delle persone Lgbti e  delle minoranze in generale.
 
L’elezione di Daniela alla guida di un comitato Arcigay di particolare importanza, qual è quello di Napoli, è senza dubbio una notizia positiva anche perché la comunità transessuale/transgender più numerosa d’Europa (seconda al mondo, dopo Rio de Janeiro) risiede proprio a Napoli. 
 
Contattiamo la neopresidente per sapere qualcosa in più del suo progetto politico e delle connesse aspettative .
 
Daniela, quale eredità raccogli dalla precedente gestione e quali saranno le priorità della tua presidenza? 
 
Il passato direttivo ha prodotto molto in sei anni: ha sviluppato un numero tale di reti di collaborazione e azioni sul territorio da renderlo uno dei più attivi in Italia. Siamo stati capofila di numerosi progetti, abbiamo attivato buone prassi e garantito fruibilità e capillarità su tutto il territorio. Abbiamo incontrato migliaia di ragazze e ragazzi nelle scuole. Siamo entrati nelle carceri non dimenticandoci che la dignità è un bene prioritario e non distinto.
 
Ci siamo occupati di tanti migranti Lgbti per sostenerli attraverso permessi speciali e restituirli a una vita più serena. Almeno un po’ più serena. Abbiamo anche acquisito la capacità di realizzare test per Hiv in sede Arcigay, per ovviare ai timori che, a volte, condizionano ragazzi e ragazzi rispetto a contensti e dinamiche sensibili.
 
Sarà prioritario portare avanti tutto questo e quanto ancora dovremo realizzare, rispetto a temi quali il lavoro, la condizione delle persone anziane, la prostituzione. I destinatari sono le persone “rese” fragili per inadempienze istituzionali e discriminazione. Sono numerosi ragazzi e ragazze che, vivendo il disagio della colpa, della solitudine, desiderano realizzare un percorso di consapevolezza e fierezza della propria identità.
 
Una persona trans alla presidenza di un comitato Arcigay. Una vera rivoluzione? 
 
Forse una rivoluzione in atto, ma non la prima. Diverse compagne e compagni in questo momento vivono l’esperienza della presidenza. Non è facile. Arcigay rimane un’associazione prevalentemente maschile, per quanto se ne voglia dire, con dinamiche annesse. Prima di essere una persona trans, sono una donna. Forse la più grande rivoluzione ancora da compiersi: è abbattere dall’interno una politica di genere prioritariamente maschile.
 
Ti trovi a guidare il comitato di Napoli in un momento di evidente criticità politica nazionale per le persone Lgbti. Cosa credi che sia opportuno fare? 
 
Dobbiamo ripartire dalla storia del nostro Movimento, ricordarci delle battaglie per i diritti acquisiti, ricordarci di essere ancora di quella parte che la voce la deve alzare per raggiungere l’uguaglianza. Bisogna rivivere le piazze: farlo concretamente come adesso ci stiamo ricordando e ricordano soprattutto le donne. Dobbiamo attraversarci in maniera complessa, attraverso analisi politiche profonde e di massa, e concentrarci in un fronte comune, maturo, che sappia fronteggiare la politica dei moralismi. Che sappia far crescere la consapevolezza che un diritto negato è una battaglia di tutti, perché la libertà è un diritto inalienabile umano.
 
I confini reggono le politiche attuali e hanno provocato troppa morte e disumanità. Allora dobbiamo essere migranti, donne. Bisogna essere persone trans, disabili, omosessuali: bisogna aver chiaro che la storia si cambia quando non ci sentiamo diversi per le battaglie dei diritti.
 
Cosa significa per te l’impegno nel volontariato? Quanto dedica della propria vita, una donna impegnata come te, all’azione nel sociale?
 
Per me il volontariato è una missione, una vocazione. È prioritario il bene comune prima di qualsiasi bene che possa toccare la mia persona. Trovo egoistico non pensare in questi termini. Incontriamo persone che vogliono ritrovare speranza. Vederli sorridere è ciò che mi preoccupa più di tutto. Il sociale è la mia vita e non smetti di viverlo mai, neppure la notte, perché non ha confini, appunto.
 
Un tema sensibile per tutte quelle persone, che scelgono di viverlo, anche da professionisti, e rimangono precari a vita, nell’ingiusta incuria dello Stato che invece dovrebbe prendersi cura di innumerevoli risorse che portano avanti, con pochi mezzi e grandi responsabilità, emergenze continue. Ma se muoiono bambini in mare, come si può pensare che ci siano risorse umane? Resistenza.
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«Un diritto in più per un bambino o bambina, per una coppia che si vuole bene, non può e non deve essere visto come un torto per altri. Quando c'è amore la necessità è più forte di qualsiasi altra cosa. Parma è ancora una volta città dei diritti e della civiltà».

Così Federico Pizzarotti ha commentato su Facebook il riconoscimento del genitorialità delle tre madri non biologiche sugli atti di nascita dei loro rispettivi quattro bambini. Annotazione avvenuta ieri nella Sala di Rappresentanza del Comune emiliano.

Gli atti sono stati firmati dalle tre coppie alla presenza del vicesindaco con delega ai Servizi Demografici Marco Bosi e dall’assessora alle Pari Opportunità Nicoletta Paci.

«Donare felicità e amore – ha spiegato il primo cittadino di Parma – non può e non deve essere rivoluzionario. Quando la società corre più veloce della politica, è la politica a doversi adeguare ai cambiamenti della società, con il pensiero rivolto sempre verso i diritti della persona».

Per il vicesindaco «l'anagrafe ha il compito di cogliere le esigenze di una società in continuo mutamento. Quella di Parma è considerata all'avanguardia sotto vari aspetti e oggi ha voluto compiere un altro passo avanti, attraverso il riconoscimento di famiglie che esistono, nonostante la politica non abbia ancora avuto il coraggio di riconoscerle a pieno».

L'assessora Paci ha invece espresso «una profonda soddisfazione. Questo è un atto che permetterà a queste famiglie di vivere una vita con maggiori possibilità, senza preoccupazioni di alcuna sorta, per sé e per i propri figli».

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Si è svolta, il 20 dicembre, al Cinema Odissea di Cagliari l’anteprima ufficiale del nuova pellicola di Giovanni (Jo) Coda Mark’s Diary per l’organizzazione di Sardegna Film Commission. Presenti all’evento, oltre al cast al completo, Giovanni Minerba, presidente del Lovers Film Festival di Torino, e Rosario Murdica, collaboratore di Gaynews.

È stata una serata all’insegna dell’arte, del cinema, della poesia e della visibilità di ciò che si vuole invisibile.

Mark’s Diary nasce dall’impellente esigenza di giustizia che ha nel cuore e nella “testa dura” l’uomo (prima ancora che regista) Jo Coda. Sempre in prima fila per i riconoscimenti dei diritti e contro ogni forma di discriminazione dei soggetti più deboli come ha dimostrato con Il rosa Nudo sui campi di sterminio per le persone omosessuali, Bullied to death sul bullismo omofobico e, successivamente, Xavier dedicato al poliziotto ucciso durante l’attentato agli Champs-Élysées.  

Con questo nuovo film Jo non manda a riposare né il cuore né la testa e racconta, con la sua solita delicatezza poetica, come l’amore non abbia confini e debba essere un diritto di tutti. Anche delle persone con disabilità.

Il film è ispirato al romanzo LoveAbility di Maximiliano Ulivieri che tratta dell’aspetto sessuale nella vita delle persone con disabilità. Jo, a cui piace usare il cinema come strumento per raccontare tematiche sociali, superando ogni sorta di tabù e discriminazione, ha saputo coniugare, ancora una volta, ogni aspetto, politico, sociale e artistico per regalarci un lungo “pianosequenza” di poesia. 

I protagonisti Maximiliano Ulivieri e Giacomo Curti, insieme al regista, al suo aiuto Marco Oppo, a tutti gli altri attori, ci hanno dimostrato come la sessualità e l’uso dei corpi siano un modo rivoluzionario e necessario per realizzare una politica della libertà. Una poltica perché ha nessuno sia negata la sessualità e la felicità.

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Alla 63° edizione di Miss Universo, conclusasi domenica 16 ottobre a Bangkok con l'elezione della filippina Catriona Gray, ha partecipato anche Ángela Ponce.

Miss Spagna 2018, la 27enne sivigliana è stata la prima candidata trans a concorrere per il titolo mondiale. Anche se eliminata ldal novero delle 20 semifinaliste, l’organizzazione ha voluto renderle un particolare omaggio E lo ha fatto attraverso un video, che è stato trasmesso davanti alle persone partecipanti e alla giuria di sette donne.

All'indomani della serata finale Ángela Ponce ha incontrato proprio a Bangkok, dove si trovava per una visita di controllo, la giovane 18enne Olimpia e sua madre Mariella Fanfarillo, autrice di Senza rosa né celeste. Diario di una madre sulla transessualità della figlia (Villaggio Maori, Catania 2018).

Al termine dell'incontro Ángela ha rivolto un breve saluto alle lettrici e ai lettori di Gaynews.

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Quasi 6 giovani su 10 (58,9%) considerano un gesto fisico violento, come uno schiaffo o uno spintone, motivo sufficiente per interrompere una relazione sentimentale. Appare tuttavia significativo che per gli altri 4 su 10 il gesto di violenza è “tollerabile”. Sono più numerose le donne che considerano il gesto violento ragione sufficiente per interrompere una relazione (69,2% contro il 45,5% degli uomini), mentre quasi un terzo delle intervistate (30,8%) non porrebbe necessariamente fine al rapporto

È quanto emerge dal nuovo lavoro dell'Eurispes Amore malato: dinamiche disfunzionali di coppia che, dopo quello di fine novembre su Sesso, erotismo e sentimenti: i giovani fuori dagli schemi, ha deciso di indagare, tra individui di un'età compresa tra i 18 e i 30 anni, le dinamiche e i meccanismi disfunzionali della coppia. 

Il Nord-Ovest appare quale l'area più "intransigente": oltre 7 su 10 (71,2%) ritengono il gesto di violenza motivo per porre fine a una storia d'amore (57,9% al Sud, 53,3% al Centro, 50,5% al Nord-Est, 49,5% nelle Isole). A un titolo più alto di studio corrisponde poi una più netta insofferenza alla violenza: interromperebbe la relazione il 64,3% dei laureati, il 63% di specializzati e dottori di ricerca a fronte di un 54,2% dei diplomati e del 52,3% dei possessori di licenza media. 

Un quarto dei giovani (24,2%) si è sentito dire dal partner che se lo avesse lasciato avrebbe compiuto gesti estremi contro se stesso. A sorprendere, come rileva l’Eurispes, il dato che ai giovani questa circostanza è capitata più spesso che alle ragazze (26,5% contro il 22,5%). Il picco di risposte affermative è stato riscontrato nel Nord-Est (39,2%) e tra i separati/divorziati è più elevata la quota di chi ha vissuto questa situazione (57,1%).

Un dato ancora più allarmante è che, secondo i risultati del sondaggio, oltre un giovane su cinque (22,5%) è stato minacciato di gesti estremi dal partner, qualora lo avesse lasciato. E, inaspettatamente, i maschi sono vittime di minacce più delle donne. Il 26,1% dei ragazzi ha infatti dichiarato di essere stato minacciato di gesti estremi, contro il 18,8% delle ragazze.

Il picco di conflittualità si rileva tra le persone omosessuali di sesso maschile: addirittura il 34,7% si è sentito minacciare in caso di abbandono (contro il 30% dei bisessuali e il 20,2% degli eterosessuali).

La netta maggioranza delle coppie sulle quali ha pesato una minaccia di violenza è arrivata alla separazione ma non subito: in una minoranza dei casi, meno di un quinto (19,9%) ciè è venuto come immediata conseguenza; nel 30,8% dei casi si è aspettato un po' di tempo prima di chiudere, nel 15,5% ci si è lasciati di comune accordo. Mentre quasi due su dieci (18,6%) stanno ancora insieme. 

«Si può, quindi, dedurre – osserva Eurispes – che è tutt'altro che trascurabile la percentuale di chi non prende troppo sul serio le parole violente e non le ritiene motivo sufficiente per interrompere la relazione». 

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Il 12 dicembre il Parlamento europeo ha approvato in plenaria a Strasburgo la Relazione annuale sui diritti umani e la democrazia nel mondo nel 2017 e sulla politica dell'Unione europea in materia a firma del lituano Petras Auštrevičius (Gruppo dell'Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l'Europa).

Al paragrafo 48 del documento c’è un equilibrato inciso sulla pratica della gpa in correlazione a eventuali violazioni dei diritti umani. [Il Parlamento] «chiede di introdurre chiari principi e strumenti giuridici – si legge –  per far fronte alle violazioni dei diritti umani correlate alla gravidanza surrogata».

Gli eurodeputati hanno pertanto respinto (271 no, 270 sì, 77 astenuti) l’emendamento 48bis che, presentato dallo slovacco Miroslav Mikolášik (Ppe), si presentava quale formula dannatoria della gpa tout court.

Eccone il testo: [Il Parlamento] «ribadisce la sua condanna della pratica della surrogazione, che compromette la dignità umana della donna dal momento che il suo corpo e le sue funzioni riproduttive sono usati come una merce; sottolinea che la pratica della gestazione surrogata, che prevede lo sfruttamento riproduttivo e l'uso del corpo umano per un ritorno economico o di altro genere, in particolare nel caso delle donne vulnerabili nei paesi in via di sviluppo, deve essere vietata e trattata come questione urgente nell'ambito degli strumenti per i diritti umani». 

14 gli europarlamentari italiani, che hanno votato contro l’emendamento 48bis: i forzisti Remo Sernagiotto e Fulvio Martusciello, Stefano Maullu di Fratelli d'Italia, i dem Brando Benifei, Sergio Cofferati, Andrea Cozzolino, Michela Giuffrida, Daniele Viotti, la pasionaria di Possibile Elly SchleinAntonio Panzeri, Massimo Paolucci e Flavio Zanonato di Mdp, Eleonora Forenza e Barbara Spinelli di Lista Tsipras. Ad astenersi, invece, Pina Picierno (Pd) e Giulia Moi (M5s).

A votare, invece, a favore Salvatore Cicu, Elisabetta Gardini, Giovanni La Via, Barbara Matera, Massimiliano Salini per Forza ItaliaMara Bizzotto, Mario Borghezio, Angelo Ciocca, Oscar Lancini, Giancarlo Scottà, Marco Zanni per la Lega; i pentastellati Isabella Adinolfi, Laura Agea, Tiziana Beghin, Fabio Massimo Castaldo, Ignazio Corrao, Rosa D'Amato, Eleonora Evi, Dario Tamburrano, Marco Valli, Marco Zullo; Goffredo Bettini, Renata Briano, Nicola Caputo, Caterina Chinnici, Silvia Costa, Paolo De Castro, Isabella De Monte, Giuseppe Ferrandino, Elena Gentile, Roberto Gualtieri, Luigi Morgano, Alessia Mosca, Patrizia Toia, Damiano Zoffoli per il Pd; Herbert Dorfmann (Svp).

A distanza di giorni la bocciatura dell’emendamento ha suscitato reazioni tra alcune femministe che, utilizzando il complesso lemmatico 'utero in affitto', hanno stilato una lista di proscrizione di parlamentari europei nostrani «da non votare più», i quali corrispondono ovviamente ai citati 14 contrari. Menzionate anche le due eurodeputate astenutesi nonché i 15 assenti al momento del voto.

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Un bambino che si sente bambina. Una bambina che fin da piccola si sente intrappolata in un corpo maschile. Creato e firmato dal premio BAFTA (Oscar britannici) Tony Marchant, Butterfly sarà trasmesso in prima visione assoluta (tutti e tre gli episodi) stasera dalle 21.00 su FoxLife (Sky 114): è tra i drama più attesi della stagione e racconta la complessa relazione che vive una coppia di genitori separati, Vicky, il premio Emmy Anna Friel (Limitless e Goal!) e Stephen, interpretato da Emmett J. Scanlan (Hollyoaks, The Fall), nell’affrontare la richiesta di cambio di sesso da parte del figlio minore Max (Callum Booth-Ford).

La serie, che ha fatto il boom di spettatori in Inghilterra, racconta con delicatezza la storia di un bambino di undici anni in lotta con sé stesso e con la propria natura.

Il conflitto centrale tra i due genitori è caratterizzato dal fatto che entrambi vogliono proteggere Maxine, ma hanno idee completamente diverse sul come farlo. Stephen, il padre, continua ad aggrapparsi all’idea che, quella del figlio, sia ancora una fase passeggera, mentre per Vicky è importante solo che Maxine stia bene fisicamente e mentalmente al di là di tutti i problemi.

La serie abbraccia il pensiero di una famiglia trigenerazionale con diversi punti di vista e diverse sensibilità. Ad esempio la nonna di Maxine, Barbara interpretata da Alison Steadman (Dolce è la vita, Orgoglio e pregiudizio) è ancora legata ai principi classici del passato e incarna lo stupore e lo scetticismo della vecchia generazione davanti ai cambiamenti come se fossero “assurdità moderne”.Il regista Anthony Byrne (Peaky Blinders) in Butterfly racconta in modo potente e realistico la delicatezza con cui è stata creata una famiglia credibile e amorevole nonostante le difficoltà, facendoci immedesimare nei personaggi e facendoci chiedere come avremmo reagito se una cosa simile fosse successa a noi.La colonna sonora di Butterfly è stata scritta dal duo che ha composto la colonna sonora di Stranger Things: Kyle Dixon e Michael Stein.

Nessuna marcia indietro, dunque, da parte di Sky di fronte alle richieste di gruppi cattoreazionari come Fondazione CitizenGO Italia che, in ottobre, aveva lanciato una petizione online con l'hastag #StopGender.

Petizione, che firmata da 15.000 persone, era volta a «chiedere a Sky di non farsi strumento di un bombardamento ideologico che sta gettando nella confusione più totale le famiglie e i bambini con conseguenze drammatiche per la loro salute fisica e psichica». 

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