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Nonostante i sondaggi la dessero per vincente già al primo turno con oltre il 50% delle preferenze, Zuzana Čaputová ha dato prova che l’elettorato slovacco (l’affluenza è stata del 46,04%) guarda a lei nel desiderio di cambiare il sistema.

Con 870.415 voti conseguiti (40,57%) l’avvocata ambientalista di Bratislava ha ampiamente doppiato Maroš Šefčovič, che si è fermato al 18,66 (400.379 preferenze). Sarà dunque col 52enne diplomatico, attualmente vicepresidente della Commissione europea e Commissario europeo per l’unione energetica, che Čaputováandrà al ballotaggio del 30 marzo.

I risultati del primo turno delle presidenziali confermano, dunque, la netta sconfitta di sovranisti, euroscettici e anti-migranti nonché dell’estrema destra, il cui massimo rappresentante Marian Kotleba, leader del partito neonazista Lsns, si è arrestato al 10,39% con 222.935 preferenze.

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Vicepresidente del partito extraparlamentare Progresívne Slovensko e convinta europeista, Čaputová ha così commentato i risultati del primo turno: «Le percentuali confermano il fatto che la gente vuole il cambiamento. Gli elettori slovacchi riescono a immaginare come presidente una persona che, forse, non era in politica da molti anni ma offre una veduta nuova sulla realtà e nuove soluzioni».

Ha poi ribadito come i valori cristiani (in un Paese a maggioranza cattolica) non siano affatto in contrasto con quelli libertari. «Per me la base sono i valori cristiani – ha dichiarato - quali la compassione e l'amore per il prossimo, anche per le minoranze. Il Paese dovrebbe unirsi su questa base».

L’avvocata 45enne, la cui popolarità è cresciuta nell’ultimo anno per il sostegno ai movimenti di piazza anti-governativi susseguenti all’omicidio del giornalista Ján Kuciak e la lotta alla corruzione istituzionale, è convinta sostenitrice dei diritti delle persone Lgbti, puntando, in particolare, al riconoscimento legale dell’unione tra persone dello stesso sesso e all’accesso all’adozione per le coppie di persone omosessuali.

L’avversario Šefčovič, che gode del sostegno del partito al potere Smer-Sd (sui cui presunti rapporti con la criminalità organizzata aveva appunto investigato Kuciak), ha invece puntato la campagna elettorale sulla difesa della famiglia tradizionale e dei valori cristiani in un’ottica di scontro apologetico con le altre culture a partire da quella islamica.

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L'Australia ha negato il visto a Milo Yiannopoulos per un post sul massacro di Christchurch.

Commentando l’attentato alle due moschee della città neozelandese, che è costato la vita a 49 persone, il giornalista e scrittore britannico, noto per le sue violente posizioni critiche su Islam, ateismo, femminismo e politicamente corretto, ha infatti scritto su Facebook: «Attacchi come questo avvengono perché l'establishment asseconda e coccola l’estrema sinistra e le culture barbariche di altre religioni. Non quando qualcuno osa farlo notare».

Per il ministro australiano dell'Immigrazione David Coleman, che ha annunciato la negazione del visto a Yannopoulos, «le parole sui social media sull'attacco terroristico a Christchurch sono orribili e fomentano l'odio e la divisione»

Il premier Scott Morrison aveva già deciso di non concedere il visto al giornalista, ma poi aveva cambiato posizione per le proteste del Partito Liberale d'Australia al potere. Il governo normalmente non commenta le singole decisioni sui visti ma ha fatto un'eccezione nel caso di Yannopoulos anche perché l'autore della strage di Christchurch, Brenton Tarrant, è un suprematista bianco australiano.

E voce autorevole del suprematismo nonché dell’Alt-right è proprio Yannopoulos, la cui islamofobia è strettamente correlata alla vicinanza agli ambienti catto-conservatori di Church Militant (lo scrittore si professa cattolico praticante: dopo l’università iniziò a scrivere per The Catholic Herald) e al deciso antibergoglismo. Non bisogna dimenticare quanto abbia inciso al riguardo l'esperienza di caporedattore di Breitbart News, il cui direttore esecutivo è stato Steve Bannon, capo stratega di Donald Trump dal 20 gennaio al 18 agosto 2017.

Ciò spiega anche perché Yannopoulos, apertamente omosessuale, ritenga che «i diritti civili ci hanno reso più stupidi» e descriva l’omosessualità come «aberrante» e «una scelta di stile di vita garantita per portare ai gay dolore e infelicità».

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Iniziata poco dopo le 12:00 presso la Sala degli Arazzi del Comune di Verona, la conferenza stampa di presentazione della XIII° edizione del World Congress of Families si è subito aperta con due fuoriprogramma. 

Prima Giovanni Zardini (Circolo Pink) in fondo alla sala ha cominciato a urlare, rivolto al tavolo dei relatori: «Omofobi, integralisti», per poi essere subito accompagnato fuori dalle Forze dell'ordine presenti, sia pur dopo qualche spintone reciproco. Poco dopo, un altro attivista presente si è alzato e, a voce alta, interrompendo i lavori, ha rivendicato «i valori antifascisti oltre a quelli della famiglia» della Costituzione. A sua volta, è stato subito condotto all'esterno della Sala degli Arazzi.

Toni panegiristici, invece, nei riguardi dell'evento da parte dei relatori: Federico Sboarina (sindaco di Verona), Antonio Brandi (presidente di ProVita e chair-man del Wcf), Jacopo Coghe (presidente di Generazione Famiglia e vicepresidente del Wcf), Alberto Zelger (consigliere comunale e componente del Comitato esecutivo del Wcf), Elena Donazzan (assessora all’Istruzione e al Lavoro della Regione Veneto), Massimo Gandolfini (presidente del Family Day), Filippo Savarese (direttore delle campagne della Fondazione CitizenGo).

Il sindaco, in particolare, ha dichiarato: «Sarà uno straordinario laboratorio di idee e promuoverà azioni di sostegno concrete a favore della famiglia, che è e rimane il nucleo fondante della nostra società, secondo anche l'articolo 29 della Costituzione»Ecco perché «il Comune di Verona ha deciso di co-organizzarlo, insieme all'associazione Wcf, concedendo gli spazi della Gran Guardia».

Mentre Jacopo Coghe, presidente di Generazione Famiglia e vicepresidente del Congresso veronese, ha informato della vendita di tutti gli 800 biglietti disponibili, Antonio Brandi, presidente di ProVita e del Wcf scaligero, ha invece ricordato come servano alla realizzazione della tre giorni 200.000 euro, facendo appello alla generosità di sostenitori e simpatizzanti.

In riferimento invece alle polemiche relative alla questione patrocinio/logo del Governo, lo stesso Coghe ha chiesto un incontro tra Vincenzo Spadafora sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri con delega alle Pari Opportunità e ai Giovani, e le associazioni promotrici del World Congress of Families.

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È da oggi al vaglio dell'Alta Corte del Botswana un ricorso per depenalizzare i rapporti omossessuali, attualmente perseguiti dalla Sezione 164 del Codice penale del 1965 con pene fino a 7 anni di reclusione.

A leggere la petizione di L. M. davanti ai magistrati l'avvocato Gosego Lekgowe. «Questi articoli – così il soggetto icorrente - mi impediscono di avere contatti con altre persone che s'identificano come me per timore di essere incarcerate. Non vogliamo che la gente sia d'accordo con l'omosessualità ma che sia tollerante». Abrogare la legislazione in materia consentirebbe alle persone Lgbti di vederne affermati «i diritti umani fondamentali».

Negli ultimi anni il Paese dell’Africa del Sud ha assunto posizioni più distensive in materia d'omosessualità. Nel 2016, ad esempio, la Corte d'appello del Botswana ha stabilito che il ministero dell'Interno ha sbagliato a rifiutarsi di registrare Legabibo, un'organizzazione a tutela delle persone Lgbti.

L'opinione pubblica si è evoluta al riguardo e le leggi sull’impiego hanno bandito le discriminazioni basate sull'orientamento sessuale. In novembre, inoltre, il presidente Mokgweetsi Masisi è intervenuto in un incontro sulla violenza di genere, nel corso del quale ha affermato: «Ci sono molte persone omosessuali in questo Paese che sono state violentate e che hanno anche sofferto in silenzio. Proprio come gli altri cittadini, meritano di vedere tutelati i propri diritti». 

Come rilevato in febbraio da Neela Ghoshal, componente di Human Rights Watch, in 28 dei 49 Paesi subsahariani vigono leggi che criminalizzano i rapporti omosessuali. In base alla Shari'a la pena di morte è prevista in Mauritania, Sudan e Nigeria settentrionale, ma nessuna esecuzione è stata recentemente segnalata. Nella Somalia meridionale, invece, si sono invece registrate esecuzioni in un'area controllata dal gruppo jihadista sunnita Al-Shabaab

A partire dal 2015 Mozambico, Seychelles e Angola hanno invece abrogato le leggi penali contro le persone omosessuali, mentre l'Alta Corte di Nairobi sta valutando una simile soluzione per il Kenya. Per quanto infine riguarda il Sudafrica, direttamente confinante col Botswana, la sua Costituzione proibisce la discriminazione basata sull'orientamento sessuale e identità di genere.

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«Sostegno a un’organizzazione terroristica», ossia ai Fratelli Musulmani. Questa l'accusa che si è sentita rivolgere dal pubblico ministero Malak al-Kashif, la 19enne donna transgender, arrestata lo scorso 7 marzo nella sua casa di Giza e detenuta in isolamento per tre giorni nella stazione di polizia di Al Haram. Qui secondo la Commissione per i Diritti e le Libertà Malak sarebbe stata oggetto di molestie e abusi, compreso il test anale forzato

In Egitto i rapporti omosessuali, pur non condannati formalmente, sono perseguiti sulla base della legge 10/1961 contro la «dissolutezza e la perversione» direttamente finalizzata al contrasto della prostituzione. Una normativa anfibola, grazie alla cui elastica interpretazione le forze di sicurezza procedono con facilità soprattutto all’arresto di donne transgender, in quanto accusate di licenziosità o prostituzione, e alle connesse ispezioni corporee.

Ma la traduzione in carcere di Malak al-Kashif è formalmemte da correlarsi a diverse motivazioni come indicato dall'organizzazione Front Line Defenders, per la quale l’arresto è avvenuto in un'operazione della polizia condotta con il coinvolgimento della madre della giovane attivista. L'anziana donna sarebbe stata costretta a telefonarle e chiederle di venirla a trovare, motivando la richiesta con un peggioramento delle personali condizioni di salute. All'arrivo nell'abitazione materna la 19enne ha trovato la polizia, che l'ha immediatamente arrestata. 

Come messo in luce da Lorenzo Forlani, inviato dell’Agi a Beirut ed esperto della situazione mediorientale, «l'aspetto quasi surreale è l'accusa che si è sentita rivolgere dal pubblico ministero: "sostegno a una organizzazione terroristica". Il riferimento implicito è ai Fratelli musulmani, che usando un eufemismo non certo noti per la loro solidarietà verso la causa Lgbt. Malak al-Kashif non ha mai ottenuto, in questi anni, i documenti che attestano il cambiamento di genere, motivo per cui c'è la concreta possibilità che venga incarcerata in una prigione maschile.

La donna è nota per essere una promotrice dei diritti umani e attivista per la comunità Lghbt, ma non solo: dopo il deragliamento di un treno al Cairo lo scorso 27 febbraio, nel quale sono rimaste uccise 22 persone, al-Kashif è stata una delle più attive nel richiedere sui social media che i responsabili fossero puniti dalla legge, partecipando anche ad alcune proteste in solidarietà coi familiari delle vittime. 

Negli ultimi anni in Egitto sono stati arrestati migliaia di attivisti di diversa affiliazione e orientamento, spesso con accuse vaghe. Per "legittimare" in qualche modo la repressione del dissenso le autorità egiziane tendono ad attribuire con estrema facilità agli accusati l'appartenenza o il sostegno alla Fratellanza musulmana, designata come organizzazione terroristica dal regime di Abdel Fattah Al Sisi, in gran parte dei casi senza alcuna prova».

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In linea con le direttive del presidente Trump e la sentenza della Corte Suprema del 22 gennaio il Dipartimento statunitense della Difesa ha ieri varato una serie di restrizioni per le persone trans, che prestano servizio nelle forze armate.

Le nuove regole, che entreranno in vigore il 12 aprile, consentiranno alle persone transgender attualmente in servizio e alle stesse arruolate entro quella data di poter continuare a sottoporsi a trattamenti ormonali o a eventuali interventi di riassegnazione chirurgica del sesso.

Dopo il 12 aprile nessuna persona con diagnosi di disforia di genere potrà essere arruolata a meno che non serva in base al genere di nascita. Sarà conseguentemente esclusa dall’accesso ai trattamenti ormonali o all’intervento chirurgico, pena l’immediata dimissione.

Anche se le normative non rispondono pienamente alla volontà di Trump, che voleva una totale messa al bando delle persone trans dalle forze armate, esse sono state ampiamente  condannate da Adam Smith, presidente della Commissione dei Servizi armati presso la Camera dei Rappresentanti, che ha ha chiesto al Pentagono di astenersi dall'attuarle. «Chiunque sia qualificato e disponibile – ha dichiarato - dovrebbe essere autorizzato a servire apertamente il proprio Paese: questo è un divieto discriminatorio per le persone transgender e continueremo a lottare contro questa politica bigotta».

Critiche anche dalla no-profit Gay & Lesbian Alliance Against Defamation (Glaad), che ha affermato: «L'amministrazione Trump è ancora una volta crudele e ingiustamente rivolta contro le persone transgender che hanno servito questo Paese per anni».

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Condannato a sei anni di carcere per abusi sessuali commessi su due 13enni negli anni '90, potrà chiedere la libertà su cauzione dopo tre anni e otto mesi. Questa la pena irrogata al cardinale George Pell dal giudice Peter Kidd della County Court di Victoria a Melbourne, la cui giuria si era già espressa all'unanimità, l'11 dicembre scorso, per la condanna. 

Secondo i 12 giurati il porporato 77enne, già componente del Consiglio dei Cardinali (detto comunemente C9 bergogliano) e prefetto della Segreteria (Vaticana) per l’Economia, aveva molestato nel 1996 i due adolescenti, componenti del coro della cattedrale di Saint Patrick a Melbourne (quando Pell ne era arcivescovo), dopo che gli stessi gli avevano servito messa. La giuria aveva anche dichiarato che il presule si era reso colpevole di aver aggredito in modo indecente uno dei due 13enni in un corridoio più di un mese dopo.

La lettura della sentenza è stata trasmessa in diretta tv per la durata di un'ora, nel corso della quale il magistrato ha descritto gli abusi di Pell come «un attacco sessuale alle vittime sfrontato e forzato. Gli atti erano sessualmente evidenti: entrambe le vittime erano visibilmente e udibilmente angosciati durate le molestie. Vi è stato un ulteriore livello di umiliazione che ciascuna delle vittime deve aver provato nel sapere che l'abuso avveniva in presenza altrui».

Pell, che ha ascoltato in silenzio la lettura della sentenza, continua a professarsi innocente.

I suoi legali hanno presentato appello presso la relativa Corte di Victoria: saranno auditi il 5 e 6 giugno sulla base di tre argomenti, fra cui quello di irragionevolezza del verdetto dell'11 dicembre in quanto basato sulle dichiarazioni di una sola delle due vittime (l'altra è morta nel 2014 per overdose d'eroina). Verdetto, dunque, che non sarebbe supportato dalla necessaria evidenza.

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Sarà revocato ogni utilizzo del logo della Presidenza del Consiglio dei ministri per il Congresso mondiale delle Famiglie, che si terrà a Verona dal 29 marzo al 31 marzo. È quanto si apprende da fonti di Palazzo Chigi.

Nei giorni scorsi il premier Giuseppe Conte aveva preso le distanze dall'iniziativa che, promossa da Family Day, Generazione Famiglia e ProVita con l'appoggio  dei ministri Marco Bussetti (Istruzione), Lorenzo Fontana (Famiglia e Disabilità), Matteo Salvini (Interno), risultava formalmente patrocinata dal Governo con tanto di logo.

«Si tratta di una iniziativa autonoma del ministro per la Famiglia Lorenzo Fontana - era scritto in una nota di Palazzo Chigi -, attraverso procedure interne agli uffici e che non hanno coinvolto direttamente la Presidenza del Consiglio».

Ciò aveva spinto la senatrice Monica Cirinnà a presentare, il 7 marzo, una specifica mozione (cofirmata da 58 senatori) al riguardo, mentre All Out aveva lanciato, il giorno prima, due campagne contro il patrocinio. 

Ora si apprende che sarà revocato anche l'uso del logo della Presidenza del Consiglio dei ministri dal materiale informativo e cartellonistica del Congresso di Verona.

Il primo a esprimersi al riguardo è stato Nicola Fratoianni, segretario nazionale di Sinistra Italiana e deputato di LeU, che ha dichiarato: «Se confermata la notizia che Palazzo Chigi oltre al patrocinio revocherà pure l'uso del logo ufficiale del Governo italiano, utilizzati dal cosiddetto Congresso Mondiale delle Famiglie che si svolgerà a Verona, è una buona cosa.

È quello che abbiamo chiesto pubblicamente e in varie interrogazioni parlamentari delle ultime settimane. Nessun riconoscimento, nessuno spazio a chi vuole riportare la condizione delle donne del nostro Paese al Medioevo».

Soddisfazione anche da parte della senatrice Monica Cirinnà che, pur attendendo una conferma ufficiale da Palazzo Chigi, ha dichiarato: «La parte più libera e laica del Paese non potrebbe che sentirsi sollevata. Vedere accomunato il logo del Governo su una locandina con tanti volti e nomi di persone note nel mondo per le loro politiche discriminatorie è un'offesa alla laicità dello Stato e alla nostra Costituzione.

La mozione presentata in Senato, a mia prima firma, era dunque fondata, oltre che ampiamente condivisa: il patrocinio del Governo avrebbe garantito alibi e coperture a tali posizioni retrograde. Se alcuni ministri si sentono vicini a tali posizioni oscurantiste e liberticide, è giusto che se ne prendano la responsabilità e partecipino a titolo personale. Sono certa che questo giusto atto di Palazzo Chigi contribuirà a svelenire il clima e a consentire uno svolgimento tranquillo delle contromanifestazioni, già indette il 30 marzo a Verona».

Ha fatto loro eco, in area associativa, Marilena Grassadonia, presidente di Famiglie Arcobaleno, che con Sebastiano Secci, presidente del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli, e Leonardo Monaco, segretario di Certi Diritti, s'era fatta portavoce, già in gennaio, della necessità d'una tale revoca presso Vincenzo Spadafora.

«Se sarà confermata, la notizia della revoca dell'utilizzo del logo della Presidenza del consiglio dei ministri per il Congresso mondiale delle famiglie che si terrà a Verona dal 29 al 31 marzo, è una vittoria delle associazioni e di chi, nella società civile e nella politica, si è attivato in queste settimane per contrastare un'iniziativa scandalosa e vergognosa - così in una nota Grassadonia -. Dietro l'asettica dicitura “Congresso mondiale delle famiglie” si nasconde una inquietante Internazionale del peggio della misoginia e dell'omofobia della galassia dell'ultradestra europea, asiatica e americana.

Per questo come Famiglie Arcobaleno, insieme ad altre associazioni, avevamo chiesto formalmente il ritiro del patrocinio e di ogni appoggio da parte del Governo durante l'ultimo incontro con il sottosegretario Spadafora.

Allo stesso modo ringraziamo i tanti e le tante parlamentari che hanno preso posizione e, in primo luogo, la senatrice Monica Cirinnà, promotrice di una mozione in Parlamento che chiedeva il ritiro del patrocinio e che ha ottenuto appunto consensi trasversali. Adesso tutte e tutti a Verona, il prossimo 29-31 marzo, per dimostrare che l'Italia non è Dio, patria e famiglia, ma un Paese inclusivo e accogliente, dove i diritti dei migranti, delle donne, delle minoranze, il valore dell'autodeterminazione sono un patrimonio che sta alle fondamenta della convivenza civile, come per altro prescrive la Costituzione».

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Visto in tutto il mondo da oltre 6.000.000 di spettatori, il musical australiano Priscilla la regina del desero, tratto dall’omonimo film cult, torna anche nei nostri teatri, dopo il successo degli anni addietro con un pubblico di circa 350.000 persone.

Basato sul libretto di Stephan Elliott e Allan Scott, l’edizione italiana si avvale della regia di Matteo Castaldo e della direzione musicale di Fabio Serri.

Nella versione con oschestra dal vivo il musical è in cartellone a Roma presso il Teatro Brancaccio fino al 31 marzo. Ma la première, che ha avuto luogo giovedì 7, ha assunto un significato particolare e altamente simbolico, perché ha dato formalmente il via all’iter preparatorio degli EuroGames 2019.

Al Brancaccio, infatti, Adriano Bartolucci Proietti, presidente della XVII° edizione dei giochi internazionali dei diritti Lgbt, ha portato sul palco i saluti dell’intero staff accendendo idealmente la fiaccola della tre giorni sportiva, che avrà luogo a Roma dall’11 al 13 luglio.

Raggiunto telefonicamente, Bartolucci Proietti si è detto profondamente emozionato del pubblico intervento alla prima di Priscilla e ha dichiarato: «Con la serata del 7 marzo abbiamo dato ufficialmente inizio alle attività di promozione sul territorio della XVII° edizione degli EuroGames che vedrà impegnata la città di Roma dall'11 al 13 luglio nell'evento sportivo multidisciplinare Lgbt aperto a tutti, più importante d'Europa. Diciassette discipline sportive tra quelle ufficiali e quelle di supporto (Roma Right Run e Roma Right Bike) animeranno la capitale italiana all'insegna della rivendicazione dei diritti delle persone Lgbt attraverso l'esaltazione della pratica sportiva, che da sempre unisce i popoli al di là di ogni diversità contro ogni forma di razzirmo o persecuzione.

Oggi più che in altri momenti storici l'impegno di tutti deve volgere al superamento di ogni barriera soprattutto transnazionale. Lo sport è e deve essere al centro di questo processo inclusivo. La possibilità di confrontarsi con atleti e non provenienti da oltre 60 Paesi del mondo ci darà la forza per porre al centro dell'agenda italiana la lotta all'omolesbotransfobia, vera piaga di questo secolo.

Roma EuroGames 2019 potrà fare molto anche grazie alla collaborazione importante con le migliori realtà sportive Lgbt italiane, europee ed internazionali. L'appuntamento di luglio rappresenta un importante traguardo per tutti e un punto di partenza fondamentale nel processo di rivendicazione dei diritti Lgbt in Italia».

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Stuprata dal padre e maltrattata per anni. Punita per un'unica colpa: quella di essere lesbica. Ieri Francesca, oggi 23enne, è stata ammessa parte civile dal gup di Termini Imerese, Michele Guarnotta, nel processo a carico dei genitori orchi. 

La sostituta procuratrice Annadomenica Gallucci ha chiesto il rinvio a giudizio del padre e della madre. I due sono accusati di maltrattamenti in famiglia e atti persecutori, mentre solo il padre di violenza sessuale aggravata. La decisione del gup è fissata al 9 maggio

La giovane, che vive in un paese del Palermitano, è difesa dall'avvocato Giuseppe Bruno. «Francesca - ha dichiarato il legale - ha manifestato grande coraggio nel denunciare anni di abusi. Dopo le violenze subite dal padre da quando aveva 7 anni, a 12 scopre di essere lesbica e a quel punto il padre la punisce per la sua scelta con ulteriori violenze, di cui la madre era al corrente». 

L'inchiesta cominciò nel 2016 quando Francesca denunciò i genitori di gravi maltrattamenti e il padre di aver abusato sessualmente di lei prima all'età di 7 anni e poi all'età di 12, quando ne scoprì l'omosessualità. «Meglio morta che lesbica», le avrebbe all’epoca urlato la madre dopo averla rinchiusa nella sua camera uscendo. 

Accanto alla 23enne si è schierato il direttivo del Palermo Pride, che in un comunicato ha dichiarato: «Apprendere dell'abominevole vicenda della giovane palermitana è stato un brusco risveglio. Riteniamo questa storia, che pare un terribile rigurgito del passato ma che invece accade oggi, un chiaro sintomo del polso del Paese, un Paese che persevera nel negare diritti e accoglienza e che permette abusi, violenze e discriminazioni, perfino tra le mura domestiche, nella totale assenza di politiche di tutela.

La storia di coraggio di “Francesca” è una storia dell'orrore con un epilogo positivo ma deve imporre una riflessione ai vertici del Governo e ai cittadini di tutta Italia: la strada per il riconoscimento della felicità di ognuno è ancora lunga ed è necessario schierarsi. Chi ritiene che gli eventi, gli incontri e i cortei del Pride non servano prenda immediatamente coscienza del tempo in cui viviamo. Chi ascolta, vede o percepisce comportamenti discriminatori denunci e chi assiste a casi di violenza si ribelli e tenda la mano a difesa di chi è in difficoltà e in pericolo.

Le porte del Palermo Pride sono e restano aperte, oggi più che mai».

Oggi anche Arcigay Palermo è intervenuto denunciando «l'ennesima storia di violenza e abusi familiari, aggravati dal coming out della figlia e da un contesto patologicamente disfunzionale in cui l'omosessualità è un affronto da "riparare" a qualsiasi costo. 

Una vicenda che per fortuna si è conclusa meglio di molte altre, con la ragazza in salvo e i genitori a processo, ma che diventa emblematica oggi 8 marzo, in cui celebriamo la lotta contro la violenza di genere. Al fianco di Francesca, al fianco di chi subisce e di chi lotta».

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