Francesco Lepore

Francesco Lepore

C’è grande attesa per Sodoma l’ultimo libro-inchiesta di Frédéric Martel. Edito in Italia dalla Feltrinelli e tradotto in otto lingue, il volume sarà nelle librerie di 20 Paesi a partire dal 21 febbraio. Giorno in cui avrà inizio, in Vaticano, l’incontro tra il Papa e i presidenti delle Conferenze episcopali di tutto il mondo in tema di abusi su minori e adulti vulnerabili.

Fil rouge del volume è, in realtà, non la pedofilia clericale ma la doppia vita omosessuale tanto di semplici sacerdoti quanto di prelati capace d’influire - nell’ottica di quel clericalismo costantemente deprecato da Bergoglio - sulla gestione del potere ecclesiastico.

Ad aiutare l’autore nella decifrazione di una realtà così complessa cardinali (41), vescovi e monsignori (52), nunzi apostolici e officiali del corpo diplomatico (45), sacerdoti e seminaristi (oltre 200) nonché 11 Guardie Svizzere.

Forte d’un curriculum di tutto rispetto, che lo ha visto negli anni ’90 collaboratore del primo ministro francese Michel Rocard e consigliere di gabinetto dell’allora ministra della Solidarietà Martine Aubry, Martel ha avuto porte aperte ovunque.

A Roma ha soggiornato anche in palazzi della Santa Sede (compresa la Domus Internationalis, il cui direttore è il prelato dello Ior Battista Ricca) e ha raccolto le confidenze di porporati di diverso orientamento: da Burke a Tauran, da Sarah a Martino, da Sandri a Camillo Ruini, solo per citarne alcuni. Pochi i no ricevuti: tra questi quello di Angelo Sodano, potente Segretario di Stato sotto Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, a differenza d’un altro wojtyliano di ferro, quale Stanisław Dziwisz, che, da arcivescovo di Cracovia, ha spalancato a Martel le porte del proprio episcopio in Polonia.

Con l’aiuto d’un’équipe linguistica di 80 collaboratori, sparsi per il mondo, Martel ha incontrato non solo componenti del clero. Ma anche laici di rilievo come Benjamin Harnwell, collaboratore di Steve Bannon e fondatore del Dignitatis Humanae Institute, il think thank conservatore (il presidente del cui Comitato consultivo è il cardinale ultraconservatore Raymond Burke), che nella certosa di Trisulti (Fr) vuole preparare i futuri leader mondiali nell’ottica della lotta alla cristianofobia e della promozione del concetto antropologico dell’uomo imago Dei.

A parlare con lui anche ex-sacerdoti, spinti da un’idiosincrasia verso il doppiopesismo dei superiori gerarchici d’un tempo e l’omofobia di non pochi d’essi. Soprattutto, poi, se a esternarla sono quanti, nello slang clericale, vengono indicati come “praticanti” o “della stessa parrocchia”.

Già, perché, come appare anche nel libro, più un prelato tuona in pubblico contro le persone omosessuali, più è probabile che conduca in privato una spensierata vita gaia. Insomma, quella doppia vita, per chiosare Bergoglio, di cui la rigidità è comodo paravento e della cui validità valutativa proprio il Papa avrà ulteriore contezza nel leggerlo.

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Nel giorno di San Valentino 13 coppie omosessuali (cinque di donne e otto di uomini) fanno causa al Governo giapponese per discriminazione rispetto alle omologhe eterosessuali in materia matrimoniale. Chiedono inoltre d'essere risarcite.

Nel ricorso si denuncia la vigente normativa proibente il matrimonio tra persone dello stesso sesso in violazione del principio costituzionale della piena uguglianza “di tutti i cittadini davanti alla legge”. Inoltre l’articolo 24 della Costituzione nipponica non interdice formalmente il same-sex marriage ma semplicemente non lo contempla. Motivo per cui i legali delle 13 coppie sono pronti ad adire alla Corte Suprema.

Non è da dimenticare come, secondo un sondaggio di Dentsu dello scorso ottobre, il 78% della popolazione giapponese, tra i 20 e i 59 anni, sia favorevole al matrimonio egualitario. D’altra parte, la società giapponese è stata, storicamente, sempre abbastanza tollerante nei confronti dell'omosessualità, come dimostra l’enorme documentazione sui samurai che avevano rapporti con uomini. Per non parlare delle numerose raffigurazioni artistiche nelle tradizionali ukiyo-e.

Ma con la piena restaurazione del potere imperiale a opera di Meiji, il Giappone nel 1868, nella misura in cui si apriva alla cultura occidentale (soprattuto quella britannica), industrializzandosi e modernizzandosi, ne accoglieva anche le posizioni dannatorie in materia d’omosessualità.

Al momento il Giappone e l’Italia (anche se nel nostro Paese sono state approvate, l’11 maggio 2016, le unioni civili) restano gli unici due Paesi del G7 a vietare il matrimonio tra persone dello stesso sesso.

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Un’audizione conoscitiva di cinque ore sul pdl regionale contro l’omotransnegatività e le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere quella verificatasi stamani in Commissione Parità in Regione Emilia-Romagna.

Ad anticipare il dibattito sono stati i due relatori di maggioranza e di minoranza: rispettivamente, Roberta Mori del Partito Democratico («Le competenze della Regione sono ristrette, ma fondate su azioni di prevenzioni e quindi su azioni culturali») e Michele Facci del Movimento sovranista («Non credo che questo progetto di legge sia indispensabile, credo che le discriminazioni possano essere perseguite con i mezzi che già esistono»). 

Il progetto di legge regionale poggia le basi su quello presentato dai Consigli comunali di Bologna, Parma, San Pietro in Casale e Reggio Emilia. Ed è stata l'assessora alle Pari opportunità del Comune di Bologna, Susanna Zaccaria, a rilevare come «questa legge dovrà essere di coordinamento per azioni che vengono già svolte». Una legge, però, che sul versante politico, è avversata non solo dalle opposizioni (escluso il M5s, che è convinto sostenitore d’una tale normativa anche se ha presentato un proprio pdl specifico) ma anche da ben cinque consiglieri del Pd.

Una cinquantina le persone audite, soprattutto, a nome di associazioni.

Sul fronte avverso le associazioni cattoliche, che in blocco vedono il pericolo di introdurre una discriminazione al contrario nei confronti di altre categorie 'deboli' e chiedono correttivi, come, ad esempio, Acli e Associazione Giovanni XXIII. Totalmente contrari i rappresentanti del Family Day e di Generazione Famiglia. Mentre il gandolfiniano David Botti ha voluto domandare provocatoriamente: «Che non sia più urgente una legge contro l'eterofobia e contro chi odia la famiglia naturale?», per Matteo Di Benedetto, in rappresentanza dell’associazione presieduta da Jacopo Coghe, si tratterebbe di una «legge ideologica e indottrinante, pericolosamente liberticida e autoritaria».

A favore, invece, Cgil e Uisp ma soprattutto le associazioni Lgbti, per le quali sono stati auditi: Valeria Savazzi (Ottavo Colore), Alberto Nicolini (Arcigay Reggio Emilia), Tony Andrew (Arcigay Reggio Emilia/MigraBO), Valeriano Scassa (Il Grande Colibrì), Samantha Picciaiola (Educare alle differenze - Bologna), Maurizio Betti (Telefono Amico - Bologna), Cira Santoro (Ater- Teatro Arcobaleno), Marco Tonti (Arcigay Rimini), Cristina Contini (Ass. Nazionale Sentire le voci - Reggio Emilia), Carlo Samlaso (Presidente Piazza Grande - Bologna), Michele Giarratano (Gay Lex e Famiglie Arcobaleno), Christian Cristalli (Gruppo Trans), Anita Lombardi (Lesbiche Bologna ), Valeria Roberti e Giuseppe Seminario (Centro Risorse LGBTI e Gruppo Scuola Cassero), Flavio Romani (Cild), Sara De Giovanni (Centro di documentazione Cassero), Valentina Coletta (Mit), Nicoletta Manzini (Mondinsieme - RE), Antonella Parrocchetti (Agedo - Modena), Francesco Donini (Arcigay Modena), Stefano Pieralli (Plus), Andrea Zanini (UniLgbtq). 

Particolarmente applaudito l’intervento di Franco Grillini, direttore di Gaynews e padre storico del movimento, che, richiamando l’ultima inchiesta de L’Espresso intitolata Caccia all’omo, ha affermato: «La situazione è drammatica: c'è una recrudescenza dell'omofobia e nessuna città è immune. Nessuno si illude che una legge faccia sparire la discriminazione. Ma si deve dire che è sbagliato discriminare». L'ex parlamentare ha inoltre aggiunto: «Questa legge già esisterebbe, se la passata legislatura non fosse stata interrotta. Purtroppo, non è una legge contro l'omofobia, perché la Regione non ha competenze nell'ambito del diritto penale. Ma di sicuro è utile per tutelare le persone».

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Epilogo drammatico per Anas, il 22enne tunisino, aggredito, violentato e derubato il 2 gennaio da un uomo, che aveva conosciuto su Facebook, e da un complice. Recatosi, lo stesso giorno, presso la stazione di polizia di Sidi el Bhari per sporgere denuncia, il giovane è stato arrestato per omosessualità e sottoposto a test anale.

L’altroieri il tribunale di prim'istanza di di Sfax lo ha condannato a otto mesi di prigione, con esecuzione immediata della sentenza, per sodomia (sei mesi) e falsa testimonianza (due mesi). Medesima condanna anche per i due aggressori ma, nel loro caso, sei mesi per sodomia e due per aggressione.

L’arresto del giovane (durato 40 giorni) dopo la denuncia, la sottoposizione a test anale forzato e la condanna ultima per omosessualità hanno suscitato la ferma reazione di Human Rights Watch nonché delle associazioni tunisine Damj e Shams. A essere coralmemte condannati l’imprigionamento di una vittima di stupro, l’applicazione dell’art. 230 del Codice penale criminalizzante i rapporti omosessuali e il persistere del ricorso a test anali forzati nonostante l’impegno del governo tunisino, nel 2017, presso il Consiglio dei diritti dell’uomo di porre fine a una pratica assimilata alla tortura.

Il giorno stesso della condanna di Anas All Out ha fatto pervenire al primo ministro tunisino Youssef Chahed le oltre 25.000 firme, raccolte in una specifica campagna realizzata con Shams e volta a chiedere l’immediata scarcerazione del 26enne.

Nella giornata d’ieri ha espresso il suo sdegno per la condanna emessa dal tribunale di Sfax anche l’attivista francese Guillaume Mélanie, fondatore e copresidente di Urgence Homophobie, che il 16 ottobre 2018 è stato vittima di pestaggio a Parigi.

Sempre l'11 febbraio altri due uomini sono stati condannati a sei mesi di carcere per sodomia oltre a sei settimane per furto e due settimane per comportamento violento. Come denunciato da Shams, sta aumentando vertiginosamente in Tunisia il numero delle condanne di persone omosessuali: ben 127 nel 2018, rispetto alle 79 dell'anno precedente e alle 56 nel 2016.

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Nato Bordj Bou Arreridj (a circa 200 km da Algeri) il 9 marzo 1997, Assil Belalta frequentava il 3° anno della Facoltà di Medicina presso l’Università d'Algeri 1 in Ben Aknoun. Parlava arabo, francese, inglese e tedesco e s’identificava come bisessuale. Ma la sua vita è stata spezzata domenica scorsa a soli 21 anni d’età.

Il 10 febbraio, infatti, dopo essere rientrato nella sua camera presso la città universitaria Taleb-Abderrahmane 2 a Ben Aknoun (comune a 7 km dal centro di Algeri), è stato aggredito e sgozzato da due uomini. Col suo sangue gli assassini hanno vergato su un muro della stanza la scritta in inglese He is gay, per poi dileguarsi con le chiavi dell’auto del 21enne.

A scoprirne il cadavere, la sera di domenica, alcuni amici, che hanno sporto denuncia alla polizia, la quale è arrivata sul posto intorno alle 22:30.

Nel condannare «l'atto ignobile e motivato da un sentire omofobo», l’associazione algerina Lgbti Alouen ha rilevato come «esso sia avvenuto due settimane dopo le dichiarazioni del presidente del sindacato dei magistrati algerini Laudouni.

Egli ha dichiarato che le associazioni per i diritti umani e le ong, richiedenti la depenalizzazione dell'omosessualità in Algeria e la lotta contro l'omofobia, stanno "calpestando i valori e le fondamenta del popolo algerino, che non mostra tolleranza verso le persone omosessuali", e i magistrati agiranno "contro chiunque voglia far stabilire leggi che vanno contro le peculiarità del popolo algerino".

Qualche tempo prima il primo ministro Ouyahia, intervistato da una giornalista tedesca sui diritti delle persone omosessuali e la lotta contro l'omofobia in Algeria, s'è rifiutato di trattare la questione, poiché "l'Algeria è una società che ha le sue tradizioni" e che "non non siamo coinvolti nell'universale corrente d'evoluzione".

Questa omofobia istituzionale e statale è banalizzata. E l'incitamento all'odio contro le minoranze sessuali in Algeria diventa moneta corrente per fare scalpore e scadere nel populismo. I politici e alcuni mezzi di comunicazione omofobi sono i veri colpevoli di questo crimine omofobo, che ieri ha scosso la città universitaria».

L’omicidio di Assil ha suscitato un’ondata di sdegno a partire dalla realtà universitaria di Ben Aknoun. Ieri, dalle 11:00 alle 12:00, si è tenuto un sit-in nel cortile della Facoltà di Medicina con un minuto di silenzio e la recita dei sette versetti della Fātiḥa, prima sura del Corano, per commemorare il 21enne.  

Al grido di Justice pour Assil tantissime persone, soprattutto studenti, hanno preso parte alla manifestazione, finalizzata anche a denunciare la mancanza di sicurezza nella città universitaria. Soltanto alcuni giorni fa è stato infatti ucciso uno studente proveniente dallo Zimbabwe.

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«Ho capito che il fatto di essere considerata un po’ diversa sotto alcuni aspetti ha spinto, in alcune occasioni, soggetti giovani a pensare: Posso avere una possibilità oppure Potrei provarci. Mi sento diverso ma potrei provarci».

A parlare così in riferimento a persone Lgbti, che si sentono incoraggiate a fare richiesta per essere reclutate nelle file della polizia britannica, Cressida Dick, prima donna e prima lesbica dichiarata alla guida di Scotland Yard, nel corso del programma d’intrattenimento Desert Island Discs andato in onda, stamattina alle 11:15, su BBC Radio 4.

A capo della Metropolitan Police di Londra dal 10 aprile 2017, Cressida Dick ha in primo luogo affermato di considerare la propria sessualità «una delle cose meno interessanti di me stessa»

Ha però subito precisato come l’aver fatto coming out nel 2017 abbia contribuito non poco ad abbattere non pochi pregiudizi e a indurre persone, che in passato non si sarebbero mai aspettate di poter essere arruolate, a farsi avanti, convinte di avere adesso una chance . 

Quanto al rapporto ancora sbilanciato fra poliziotti uomini e donne nel Regno Unito, l'auspicio di Dick è quello di un graduale riequilibrio: «Nel lungo termine, per arrivare al meglio del meglio, mi piacerebbe un rapporto di 50 a 50. Ma non succederà durante il mio mandato».

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Da oggi fino a sabato 16 New York ospiterà la Settimana della Moda per l'autunno-inverno 2019/2020. Nell’ambito del variegato programma è da segnalarsi lo show #YOLO: You Only Live Once, che, promosso dal bimestrale Supermodels Unlimited Magazine, vedrà oggi sfilare modelle e personalità del mondo dello spettacolo per aiutare a prevenire il suicidio tra adolescenti Lgbti e richiamare l’attenzione sul relativo rischio per oltre 1 milione di giovani.

Secondo i Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie, uno dei principali organismi del Dipartimento della salute e dei servizi umani degli Stati Uniti d'America, nel 2015 quasi un terzo di studenti liceali Lgbti ha preso seriamente in considerazione il suicidio rispetto al 6% di quelli/e eterosessuali. Secondo, inoltre, uno studio specifico dell'Università dell'Arizona il 50,8% di adolescenti transgender hanno tentato il suicidio tra il 2017 e il 2018.

Tutti i proventi saranno destinati a The Trevor Project, la nota organizzazione no-profit impegnata nella prevenzione del suicidio tra persone Lgbti di età inferiore a 25 anni. 

Raggiunto telefonicamente da Gaynews, il talentuoso fashion designer Marco Rambaldi, la cui collezione autunno-inverno 2018-2019 Vogliamo anche le rose s'è imposta lo scorso anno alla comune attenzione. «Un’iniziativa come #Yolo - ha dichiarato - dovrebbe fare riflettere sul dramma che stiamo vivendo nel 2019, in cui i ragazzi Lgbtiq rischiano ancora il suicidio molto più degli altri. Un’epoca buia, in cui bisogna ancor più lavorare per una società della comprensione e della fratellanza.

Fulcro di una società moderna è infatti la pluridiversità di genere, etnia, orientamento sessuale. È ciò in cui io e il mio team crediamo e con cui ci confrontiamo quotidianamente, cercando nel nostro piccolo di portarlo alla luce attraverso il nostro lavoro».

L'evento odierno ha raccolto il sostegno di modelle, musicisti e star della tv nonché di componenti delle associazioni Lgbti. Sfileranno tra le altre anche la modella Jeana Turner, concorrente di America's Next Top Model, e la fotografa di moda Erika Barker, che percorrerà la passerella anche per rendere omaggio alle persone transgender operanti nelle forze armate statunitensi e colpite dalle recenti disposizioni trumpiane.

Chiuderà lo show la cantante Effie Passero, che ha partecipato all’ultima stagione di American Idol

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Il 2019 è un anno significativo per la collettività arcobaleno mondiale.

Il 28 giugno ricorrerà, infatti, il 50° anniversario dei Moti di Stonewall, da cui ebbe inizio la collettiva riscossa delle persone Lgbti. Motivo per cui Madonna, nell’esibirsi il 1° gennaio, presso lo Stonewall Inn Bar di New York (dove scoppiò la rivolta, raccontata per la prima volta, da The Village Voice), ha parlato di «storico anno».

E storiche saranno le celebrazioni anniversarie che si terranno nella Città della Grande Mela, perché in esse la memoria si farà profezia, annuncio, monito a riguardare il passato come inizio e stimolo per un rinnovato movimento di liberazione dalle forme contemporanee d’oppressione.

Un passato cui riandare costantemente perché, come ricordato da Sylvia Rivera nel corso del Pride di New York del ’94 con tanto di cartello Justice for Marsha (in riferimento a Marsha P. Johnson, protagonista dei Moti di Stonewall, deceduta 26 anni fa in circostanze sospette), “Noi siamo la vostra storia”. 

Un appuntamento, dunque, di primaria importanza quello del World Pride del 30 giugno, cui parteciperà anche una delegazione italiana che, promossa dal Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, si comporrà di oltre 50 associazioni Lgbti: Agedo, Alfi, Arc Cagliari, Arcigay Antinoo – Napoli, Arcigay Catania, Arcigay Makwan Messina, Arcigay Palermo, Arcigay Pisa, Arcigay Rainbow Vercelli Valsesia, Arcigay Rovigo, Arcigay Siracusa, Arcigay Tralaltro Padova, Arco - Associazione Ricreativa Circolo Omosessuali, Associazione Frame, Associazione Libellula, Associazione TGenus, Azione Gay e Lesbica Firenze, Beyond Differences, Cassero Lgbti Center, Certi Diritti, Chimera Arcobaleno - Arcigay Arezzo, Circolo Red Bologna, Colt - Coordinamento Lazio Trans, Comitato Bologna Pride, Coordinamento Liguria Rainbow, Coordinamento Palermo Pride, Coordinamento Torino Pride, Cromatica - Associazione Nazionale Cori Arcobaleno, Di’Gay Project, Edge. Excellence and Diversity by Glbt Executives, Famiglie Arcobaleno, Gaycs, Gaynet, Globe-Mae, Gruppo Trans* Bologna, I-Ken, I Mondi Diversi, Ireos, I Sentinelli di Milano, La Fenice Gay, L.E.D. Libertà e Diritti Arcigay Livorno, Lesbiche Bologna, Mit - Movimento Identità Trans, Mos - Movimento Omosessuale Sardo, NovarArcobaleno, Nudi - Associazione Nazionale di Psicologi per il benessere Lgbtiq, Omphalos Lgbti Perugia, Pinkriot, Pochos Napoli Asd, Polis Aperta, Politropia, Pride Vesuvio Rainbow, Rete Genitori Rainbow, Rete Lenford, Roma Eurogames 2019, Stonewall Siracusa, Toscana Pride, Vicenza Pride.

Un appuntamento significativo, dunque, per celebrare un pezzo della loro storia comune proprio «nella città – come recita il comunicato congiunto oggi diffuso - dove tutto ha avuto inizio: New York». Ma senza dimenticare che «il 2019 sarà una data importante anche per noi in Italia. Nel 1979, infatti, si tenne a Pisa il primo Corteo del Movimento Omosessuale Italiano e quest’anno ne ricorre il 40esimo anniversario.

Nel 1994, poi, a 25 anni dalla rivolta che ha cambiato la nostra storia, a Roma si è tenuto il primo Pride unitario. Migliaia di persone si sono riversate per le strade della Capitale dando inizio a una manifestazione che, nel corso degli anni, si è affermata come il più grande evento di piazza LGBT+ italiano e uno dei maggiori tra del Paese.

Nel corso di questi 25 anni Roma ha ospitato il primo World Pride della storia, nel 2000. Ideato, organizzato e fortemente voluto contro tutto e tutti dal Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli che ha candidato la Capitale per ospitare di nuovo, dopo 25 anni, il World Pride del 2025».

Un’iniziativa, questa, a riprova del dinamismo del Mieli soprattutto negli ultimi anni, segnati, in particolare, dal fondamentale contributo alla stesura del testo del primo progetto di legge regionale in Lazio contro l’omotransfobia che, avente come prima firmataria la consigliera Marta Bonafoni e presentata nel giuno 2017 (ma ripresentata nell'aprile 2018), è adesso al vaglio della Commissione preposta.

Nei prossimi giorni, infine, sarà resa nota anche la composizione della delegazione organizzata da Arcigay Nazionale.

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Entra nel vivo la 489° edizione del Bacanal del Gnoco, il carnevale veronese, legato alla storica maschera del Papà del Gnoco.

L’elezione di chi dovrà rivestirne quest’anno i panni avverrà il 10 febbraio in piazza San Zeno e, come comunicato dal comitato organizzatore domenica scorsa, restano al riguardo confermate le candidature di Sebastiano Ridolfi (in arte Fox) e Francesco Gambale (in arte Franz). Candidature in bilico fino alla settimana scorsa a seguito delle polemiche sulla partecipazione del sindaco Federico Sboarina a un convegno che, dedicato al Bacanal, è stato organizzato da Fortezza Europa.

Come noto, il gruppo neonazista, presieduto da Emanuele Tesauro, aveva attaccato, il 31 dicembre, la candidatura di Fox in quanto strumentalizzatore della «maschera sanzenate per la promozione di fantomatici diritti Lgbt». Lo stesso giorno Luca Castellini, coordinatore di Forza Nuova per il Nord Italia, aveva a sua volta insultato l’attivista in un post: «Stop ai provocatori dello sbiancamento anale».

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L’ondata di sdegno per tali attacchi ha visto pronunciarsi a sostegno di Ridolfi, oltre a esponenti del locale mondo politico dem, l’attrice veronese Eva Grimaldi, compagna di Imma Battaglia, che in un’intervista a L’Arena del 2 febbraio, ha definito la candidatura «stupenda! E io sono dalla sua parte. Certo Verona è una città che non fa niente per il movimento Lgbti, anzi».

Ieri è stata la volta di Ivana Spagna, nativa di Valeggio sul Mincio, che in un messaggio privato ha scritto: «Caro Sebastiano, ti faccio tanti in bocca al lupo per la tua candidatura al Papà del Gnoco. Saresti un Sire dal cuore nobile. Un abbraccio. Ivana».

Oggi Fox ha incassato il sostegno del comico Daniele Gattano, che ha realizzato il video con lo slogan Make Verona Gnoco Again!

Ma, a sorpresa, anche quello di Don Alemanno, l’autore di Jenus, che ha realizzato un fumetto ispirato alle dichiarazioni di Fortezza Europa e Forza Nuova. Fumetto raffigurante Gesù, che, intervistato davanti all’arena di Verona, alla domanda: Signor Cristo, lei cosa pensa di questa storia dello sbiancamento?” risponde: Ahhh, non ne so nulla! Il mio è una Fortezza.

Don Alemanno ha pubblicato poi il disegno sulla sua pagina Facebook, spiegandone così i motivi: «Un'associazione di estrema destra veronese, Fortezza Europa, ha prontamente palesato il proprio prurito per questa scomoda rivelazione, opponendosi alla candidatura di "Fox" (così viene chiamato Ridolfi). Ha poi organizzato un... incontro culturale... no va be', non era proprio culturale. Diciamo che era una cena, ecco... a cui ha partecipato anche il sindaco di Verona Federico Sboarina.

Puntuale come un treno è arrivato il supporto dei militanti di Forza Nuova, i quali non hanno mancato di dire la propria sui social con argomentazioni che oserei definire "birbantelle".

Insomma, il polverone è tale che il direttivo Bacanal del Gnoco ha valutato l'ipotesi di annullare le elezioni e decidere tutto in conclave.

Vi starete chiedendo se è un fatto di una gravità tale da doverne parlare qui sulla mia pagina. No, effettivamente raccontato così non sembra esserlo. Si tratta solamente di una maschera, di un carnevale, di qualche post e di una... cena. Il fatto in sé non sembra essere degno di particolare attenzione se non da parte delle persone direttamente coinvolte e dei cittadini di Verona.

Ma ho deciso di parlarvene perché io e Fox la pensiamo in maniera diametralmente opposta sul cosa preferire tra Gnoco e gnocca. Io non vivo nella sua pelle e NON SO cosa si provi a venire mortificati per il proprio orientamento sessualeNon so cosa si provi a sapere che non saranno le mie parole e le mie azioni a definirmi come individuo, ma sempre e comunque un alone fucsia attorno, e un post-it in fronte con su scritto "Fr0C10"Io non so cosa significhi tutto questo, ma l'ho intuito per un attimo. E quell'attimo ho voluto condividerlo con voi».

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Una riabilitazione a tutti gli effetti quella di don Vitaliano Della Sala da parte della Chiesa cattolica. Già, perché il sacerdote irpino, vicino al movimento no-global e dissenziente dai dettami magisteriali, soprattutto, in materia di morale sessuale, è stato nominato dal vescovo di Avellino, Arturo Aiello, parroco delle parrocchie dei SS. Pietro e Paolo e dell’Annunziata in Mercogliano (Av). Come se non bastasse, gli è stato affidato anche l’incarico di vicedirettore della Caritas diocesana.

Ma è necessario fare un passo indietro. Il 22 novembre 2002 don Vitaliano era stato rimosso dall’ufficio di parroco della parrocchia di San Giacomo Apostolo in Sant’Angelo a Scala, che ricadeva all’epoca sotto la giurisdizione dell’abbazia territoriale di Montevergine

Nel decreto di rimozione a firma dell’abate ordinario Tarcisio Giovanni Nazzaro (lo stesso che aveva da poco tuonato contro la juta dei femminielli a Montevergine) venivano contestati al prete barricadero il suo aperto dissenso dal «Magistero dei Pastori, prendendo più di una volta posizioni contro i pronunciamenti della Sede Apostolica» e il suo perseverare «nella frequenza di "centri" e "associazioni" ben noti per la diffusione di idee in contrasto con la dottrina e l'insegnamento della Chiesa e che non rifuggono neanche dalla violenza». 

Ma come si disse sin da allora e come confermato da fonti interne alla comunità monastica di Montevergine, l’abate Nazzaro fu costretto a procedere canonicamente contro don Vitaliano a seguito di specifiche disposizioni vaticane.

Al sacerdote non si perdonava soprattutto la partecipazione al World Pride dell’8 luglio del 2000. Partecipazione che, preceduta da una lettera aperta all’allora Vicario di Roma, card. Camillo Ruini, si concretò in un focoso discorso sul palco del Pride, durante il quale attaccò l’arcivescovo di Lima Juan Luis Cipriani Thorne (che Giovanni Paolo II avrebbe elevato alla porpora cardinalizia l’anno seguente) ma soprattutto i cardinali Angelo Sodano (all’epoca segretario di Stato) e Pio Laghi (all’epoca prefetto della Congregazione per l’Educazione Cattolica), per aver sostenuto e tratto vantaggio dalle dittature militari di Augusto Pinochet in Cile e di Jorge Rafael Videla in Argentina. 

Di un tale discorso ecco come ne parlò lo stesso abate Nazzaro nel decreto di rimozione: «Sconvolgente e scandaloso rimane il discorso tenuto a Roma nella giornata del World Gay Pride 2000 in cui arriva a sostenere: che esiste un'altra Chiesa. Ma sono qui anche a testimoniarvi che esiste un'altra Chiesa oltre a quella del Vaticano, che ci sono personaggi compromessi con regimi dittatoriali e sanguinari che invece nella Chiesa fanno carriera.

Accusa l'arcivescovo di Lima, un vescovo dell'Opus Dei; il card. Pio Laghi, una carriera fatta sul sangue dei desaparecidos in Argentina; il card. Sodano, diventato addirittura segretario di stato facendo carriera sul silenzio delle stragi di Pinochet in Cile; il card. Ruini... Perciò la Chiesa (di Roma, il Vaticano) deve cominciare: a riflettere su di voi, su cosa significa essere gay; a confrontarsi con voi; a non considerarvi né peccatori, né gay, né diversiSeguono poi tre Guai a voi... contro gli uomini del Vaticano... 

Dall'alto della sua autoesaltazione si è spinto perfino a sporgere denunzia contro il cardinale Biffi (assolto con formula piena) e a persistere nel sostenere la denunzia anche su RaiTv 1 ne "Il caso" di Biagi in diretta tv.

Nei giorni immediatamente seguenti al Gay Pride di Roma ha osato addirittura giudicare e disapprovare, sia pure con parole vellutate, il S. P. Giovanni Paolo II che aveva espresso il suo dolore per la giornata dei gay. Don Vitaliano si dichiarava dispiaciuto per le parole del Sommo Pontefice e concludeva: È come un papà che sbaglia!».

Nonostante i divieti ricevuti, don Vitaliano continuò a «partecipare a manifestazioni di dissenso». Il che indusse, il 22 febbraio 2005, l’abate Nazzaro a sospenderlo a divinis per la durata di sei mesi. 

Ma, proprio il 15 maggio di quell’anno, l’abbazia di Montevergine – anche in ragione di gravi dissesti finanziari che avrebbero spinto nel 2006 Nazzaro a rassegnare le dimissioni – veniva privata della giurisdizione sulle sue 9 parrochie (compresa quella di Sant’Angelo a Scala), la cui cura pastorale fu ceduta alla diocesi di Avellino.

Iniziò così la parziale reintegrazione di don Vitaliano negli uffici pastorali. Anche se non riconfermato parroco a Sant’Angelo della Scala (ma potè tornare a celebrare in paese), il sacerdote nel 2009 fu nominato dal vescovo Francesco Marino amministratore parrocchiale della chiesa madre dei SS. Pietro e Paolo a Mercogliano.

Infine, con la nomina di Arturo Aiello a vescovo di Avellino, il 6 maggio 2017, quella piena riabilitazione, che, in ogni caso, non ha comportato alcun cambio sostanziale in don Vitaliano. Il quale continua a esse prete di strada, in prima linea nel lottare in difesa di chi subisce povertà, emarginazione, discriminazione.

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