Rosario Coco

Rosario Coco

Roberta Mori, consigliera regionale dell’Emilia Romagna eletta nelle liste del Pd nonché presidente della Commissione per la parità e i diritti delle persone, è candidata alle europee per la lista Partito Democratico - Siamo Europei nella circoscrizione Nord Est (Emilia-Romagna, Veneto, Trentino Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia).

Avvocata Mori, come sta vivendo questi ultimi giorni di campagna elettorale? 

Con grande slancio politico e ideale, perché il corpo a corpo elettorale conferisce alla campagna per il voto il senso vero di un confronto all’altezza degli occhi che non può essere finto, né banale. Non potrei interpretare diversamente il mio ruolo di rappresentanza, soprattutto quando l’impegno è rivolto in particolare alla promozione dei diritti delle persone e alla lotta contro le discriminazioni. Ho bisogno delle persone forse più di quanto loro abbiano bisogno di me. (ride)

Come trasferirà in Europa il suo impegno per la legge regionale contro l’omotransfobia in Emilia? 

La dimensione europea consente un rafforzamento delle garanzie rispetto al diritto delle persone Lgbti di vivere con pienezza e dignitàla propria condizione, le proprie scelte. Il rapporto Ilga Europe 2019 ci consegna uno scenario preoccupante di regressione dei diritti civili. Le politiche contro le disuguaglianze che affliggono il pianeta non possono ignorare azioni concrete contro le discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere. E non possiamo lasciare il pallino della rappresentanza, nella negoziazione dei fondi sociali europei, a forze politiche che promuovono o aderiscono al Congresso della famiglia di Verona o che negano l’esistenza delle famiglie arcobaleno e, ancora peggio, dei loro bimbi. Le risoluzioni per i diritti Lgbti faticosamente approvate dal Parlamento europeo vanno attuate dagli Stati membri e rafforzate dall’azione congiunta di organismi di garanzia e risorse dirette allo scopo della prevenzione oltre che del contrasto.

Come si spiega le resistenze di alcuni membri del suo partito su questa legge? Pensa che certi atteggiamenti si possano ripercuotere anche a livello europeo?

Le resistenze albergano nei partiti e anche in tutte le formazioni sociali, perché sono radicate in una società intrisa di stereotipi patriarcali, che si trasformano in discriminazioni e finanche violenza se non mediate da conoscenza, educazione al rispetto, umanità. Se posso portare un’esperienza vissuta, da giovane Sindaca ho subito non pochi pregiudizi di tanti che mi appiccicavano addosso un vestito che non era il mio, che non mi prendevano sul serio e mi scambiavano per la mia segretaria (ride). C’è voluto un surplus di forza e determinazione per farmi rispettare e non lo dimentico. Le istituzioni hanno il dovere di promuovere leggi e strumenti che in modo strutturale rimuovano gli ostacoli per la realizzazione dell’uguaglianza sostanziale come ci consegna l’art. 3 della nostra Costituzione. La lotta alle discriminazioni non può essere di parte, deve essere di tutt*. Ecco perché in Europa dobbiamo sostenere forze democratiche e progressiste che siano chiare sugli obiettivi di valorizzazione delle diversità, rispetto delle minoranze e delle differenze. Il mio personale impegno è non rassegnarmi mai ai pregiudizi e alle resistenze, ma trasformarli in forza per affermare con ancora più convinzione ciò che è giusto, cercando alleanze dentro e fuori l’Europa.

La legge regionale dopo le Europee. Quando pensa che la vedremo approvata? 

Sono convinta che la Regione Emilia-Romagna, che ha sempre messo al centro le persone e reso i diritti concretamente esigibili, non possa sottrarsi all’impegno di concludere il percorso quanto prima, per permettere fin dalla prossima programmazione di promuovere le azioni concrete previste nella legge, dalla formazione, alla salute, all’osservatorio integrato sulle discriminazioni di genere. Quello che auspico è che temi così importanti per la vita delle persone non siano usati per sterili protagonismi o ancor peggio, bieche strumentalizzazioni politiche.

Quali sono i temi su cui si propone di lavorare maggiormente oltre alle questioni Lgbti?

Offrire un domani di pace e benessere è la nostra ambizione. Per vincere questa sfida mi impegnerò nella lotta a tutte le disuguaglianze e al cambiamento climatico, per l’investimento nel capitale umano e nella conoscenza, per l’innovazione di lavoro e sviluppo partendo dalle potenzialità dei territori. Va ampliato l’accesso al programma Erasmus a tutti i ragazzi e le ragazze fin dalle scuole secondarie, per la costruzione di una cittadinanza europea consapevole e ricca di opportunità. Mi batterò per una Unione Europea che costruisce ponti, culturali e politici, che mette al centro delle sue strategie gli obiettivi dell’Agenda 2030 dell’Onu per lo sviluppo sostenibile del Pianeta. E che lavora per una compiuta emancipazione femminile perché l’attuale gap salariale e occupazionale, la penalizzazione delle donne legata alle attività di cura, sono al pari di ogni altra discriminazione freni allo sviluppo europeo e degli Stati membri, che potremo rimuovere con una legislazione più cogente e rafforzando i programmi di welfare. Va implementato il recente patto globale sulla migrazione per una migliore gestione dei migranti e rifugiati a livello locale, regionale e nazionale, coniugando le regole al rispetto prioritario dei diritti umani. 

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Parlando delle donne nel mondo del calcio e dando voce a un sentimento comune, l’ex europarlamentare romeno nonché proprietario della Steaua Bucarest, George (detto Gigi) Becali, ha dichiarato, il 20 dicembre, a una tv locale: «Se la Uefa obbligherà tutti i club ad avere una squadra femminile, io lascerò il mondo del calcio. Le donne possono praticare altri sport come il basket o la pallamano, ma non sono fatte per giocare a pallone: non hanno il fisico adatto, è una cosa contro natura». 

Il 60enne uomo d’affari, noto per l’ardente adesione al cristianesimo ortodosso, ha immancabilmente fatto poi ricorso a motivi religiosi, dicendo che, nonostante abbia commesso numerosi peccati in vita propria, non farà mai «il volere di Satana contro le forme che Dio ha dato alle donne per attirare l'uomo».

Un caso che ricorda, mutatis mutandis, quello del presidente della Lega Nazionale Dilettanti, Felice Belloli, che nel 2015 dichiarò: «Basta dare soldi a queste 4 lesbiche»

Per quanto le dichiarazioni abbiano una portata diversa, riassumono molto bene una rappresentazione ancora molto diffusa in tutta Europa sullo sport e sul calcio femminile: la donna calciatrice è contro natura o, al massimo, lesbica. 

Che non si tratta di battute isolate lo dimostrano i dati. Secondo il rapporto dell'European Institute for Gender Equality (Eige) del 2015, a livello europeo, in media, le donne costituiscono il 14% delle posizioni decisionali nelle confederazioni continentali degli sport olimpici in Europa.  Dallo stesso report si evince che le donne nel ruolo di allenatrici sono tra il 20 e il 30% nei vari Paesi Ue rispetto ai colleghi uomini. 

In questo quadro l'Italia ha un ulteriore gap unico nell'Europa occidentale. Quello, cioè, di non riconoscere il professionismo sportivo: le donne in Italia sono considerate formalmente delle dilettanti, incluse le nostre campionesse Pellegrino, Bruni, Vezzali. Ciò significa che possono avere solo rimborsi spese e non possono accedere a tutte le tutele dei contratti sportivi professionali come normato dalla legge 91/1981. Non a caso, molte donne scelgono la carriera militare per poter praticare sport. 

Insomma, quando parliamo di uguaglianza di genere, lo sport si conferma ancora oggi lo specchio dei pregiudizi più profondi della nostra società. Emergono stereotipi e false rappresentazioni che sono alla base tanto del sessismo quanto dell'omofobia: il principale motivo per cui una persona omosessuale non dovrebbe giocare a calcio è proprio legato al fatto che si tratta di "uno sport da uomini". 

Inoltre lo sport non è solo quello del campo da gioco. Ma è anche quello della tv accesa nelle nostre case, del commento sessista di chi guarda la partita, della notizia di Becali letta su Facebook da una ragazza che magari sta lottando con il padre per iscriversi a una squadra femminile. Lo sport è, di fatto, la terza gamba dell'educazione insieme con scuola e genitori. 

Che il calcio femminile sia qualcosa di estremamente "naturale" ci hanno pensato a ribadirlo le azzurre della Nazionale di Calcio femminile. Quelle azzurre che, quest’estate si sono qualificate ai mondiali al contrario dei loro colleghi più blasonati. 

Ora, per rimanere in tema, "naturale" sarebbe, in pari tempo, che l'Uefa procedesse con pesanti sanzioni. Sanzioni da irrogare prima ancora che Gigi Becali sia costretto a lasciare il calcio pur di non far vedere la luce alla Steaua Bucarest femminile.

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Il coming out, fatto ieri da Marco Carta nel corso della trasmissione Domenica Live condotta da Barbara D’Urso, è apparso a tanti tardivo e quasi una trovata di marketing alla vigilia dell'uscita del suo nuovo single Una foto di me e di te.

Marco lo conoscevano in tanti a Roma e più di una volta è stato visto in party gay-friendly della capitale. Premesso che frequentare le meravigliose feste arcobaleno non vuol dire essere gay, di fronte a un coming out c'è comunque un'importante positività: una persona in più è finalmente libera e, in questo caso, si tratta di qualcuno che lo ha detto di fronte al grande pubblico.

Ciò premesso, caro Marco, è proprio vero che avresti potuto darci una mano molto tempo prima. Pensiamo alla battaglia per le unioni civili o ai tanti e tante teenager Lgbti che, ascoltandoti negli anni addietro, si sarebbero potuti sentire più forti a fronte di un clima diffusamente discriminatorio.

Di fronte all’ondata di critiche sollevatasi dai social, una considerazione è però d'obbligo: è solo Marco il problema? 

Esiste una generazione di artisti che è nata per un pubblico ben preciso con un dettagliato studio del target alle spalle. Ma questi artisti non sono soli: ci sono le produzioni, i manager, le case discografiche. Che altro non fanno se non prendere spunto da noi, noi società, che siamo i destinatari finali di quei prodotti. 

Intendiamoci: nessuno può dire che qualcuno abbia costretto Marco a non dichiararsi. Ma quel «ho vissuto questo processo – come dichiarato ieri – dando dei pesi alla mia carriera» vuol dire molte cose. Sono scelte di immagine, di opportunità, compiute volontariamente ma a denti stretti. 

Forse è sul nostro immaginario che dobbiamo riflettere. Ragionando sul perchè non abbiamo ancora avuto artisti dichiaratamente omosessuali fin dalla più tenera età, almeno in Italia.

Detto questo, tra l'Italia del 2008 e quella del 2018 ci sono delle differenze. Forse i tempi sono maturi. Ma per tutti quelli "arrivati prima", come Marco, avremo tanti altri infiniti coming out "tardivi". A loro non chiederemo mai di essere stati coraggiosi, semplicemente perchè non sono personaggi noti.

Forse allora tutta questa vicenda andrebbe semplicemente presa per quello che è: una persona, con i suoi tempi, ha trovato il coraggio di fare coming out. Tocca far sì che ai prossimi il coraggio non serva più. 

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Si è conclusa oggi a Bruxelles la 22° conferenza annuale di Ilga-Europe (International Lesbian and Gay Association), intitolata Politics 4 Change.

Sul tavolo anche importanti riforme statutarie per un organismo ormai storico e punto di riferimento delle più importanti associazioni Lgbti europee. Dall'Italia erano presenti Certi DirittiArcigay Palermo, Arcigay Varese, Arco (Associazione Ricreativa Circoli Omosessuali), Gaycs, Cild (Coalizione Italiana Diritti e Libertà), Circolo Tondelli di Bassano del Grappa. Di queste, Arcigay Palermo e Gaycs hanno anche dato un contributo ai workshop tematici, rispettivamente su prevenzione e sport. 

Abbiamo rivolto alcune domande a Yuri Guaiana, componente italiano del board di Ilga-Europe, che è stao riconfermato nel ruolo di co-segretario

Nei tempi di populismo reazionario Bruxelles sembra essere una roccaforte dei diritti. Come mai questa scelta da parte di Ilga-Europe? È davvero così o c'è bisogno di riflettere anche nell'Europa occidentale su risultati e strategie? 

È l'assemblea annuale di Ilga-Europe a scegliere di anno in anno la sede delle future conference. Due anni fa Bruxelles è stata votata a maggioranza dai delegati e dalle delegate. Nonostante l'Europa occidentale sia uno degli angoli del mondo più avanzati in termini di diritti Lgbti, ci sono diverse questioni che si pongono, come ad esempio quelle relative alle mutilazioni dei bambini e delle bambine  intersessuali.

Solo Malta ha una legge che vieta simili interventi di vera e propria mutilazione, che non vanno considerati solo in funzione delle persone che li subiscono ma in base al loro portato di pregiudizio e binarismo di genere. Portato che investe nello specifico la classe medica, ma che va considerato anche nel quadro dell'opinione pubblica. Tenere alta l'asticella delle rivendicazioni è sicuramente uno modo per prepararci all'urto dell'ondata populista alle prossime europee.  

Quali sono stati secondo te i temi più innovativi di questa edizione?

Il programma è stato molto ricco e non sono mancati i temi ormai cari a Ilga-Europe, dal dialogo tra le fedi al sex working. Probabilmente i workshop più innovativi hanno riguardato il rapporto tra movimento Lgbti e mondo del business, con una riflessione sul come trarre vantaggio da esso senza che si verifichi solo il contrario. Poi il tema del digitale, in merito alla sicurezza e ai rischi delle app, ad esempio, ma anche alle opportunità che esse offrono per le campagne e l'attivismo. 

Non è stato da meno il dibattito sulla libertà di movimento in Eurpopa per le famiglie omosessuali, specie in ottica delle elezioni europee. 

Quali sono i principali punti di distanza con il dibattito italiano sui temi Lgbti? 

Rispetto alle organizzazioni europee, l'Italia si sta concentrando maggiormente sul tema delle famiglie omogenitoriali piuttosto che sui temi dell'intersessualità e del transgenderismo. Per il resto l'Italia è inserita nelle principali tematiche di discussione, anche se il dibattito sulle diverse intersezionalità, ovvero la sovrapposizione di più elementi di rivendicazione e di lotta alll'interno della società, risulti molto più sviluppato in Europa. Infine, va detto che le tensioni tra le diverse identità in cui si riconoscono le attiviste e gli attivisti Lgbti, si stanno facendo sentire anche in Ilga-Europe, ad esempio nel dibattito sulle quote.

A questo proposito, cosa è cambiato in Ilga con le ultime modifiche statutarie? 

Dopo la richiesta di Tgeu (la principale organizzazione europea di realtà transgender) si era arrivati, attraverso un ampio dibattito interno, a una proposta di modifica statutaria da parte del board che eliminasse tutte le quote nel direttivo, che fino ad oggi erano state, per un totale di 10 componenti, 4 donne, 4 uomini (compresi uomini e donne trans) e due persone che non si identificassero nè come uomini nè come donne, in particolare non binary e agender.

Le femministe del sindacato inglese Unison sono riuscite a far cadere la proposta di abolizione di tutte le quote, facendo mancare il 75% dei voti e hanno poi presentato un emendamento che eliminava solo le quote maschili. Pur di andare nella direzione di una riduzione delle quote, iniziando almeno un percorso, il board si è espresso a favore della proposta, preferendo una situazione in cui solo 4 posti risultano "riservati" anziché 8 come nella situazione precedente. L'emendamento è quindi passato.

La battaglia vera resta, a mio avviso, quella di poter finalmente avere una competizione di merito tra persone, senza alcuna pregiudiziale sull'identità di genere. Lo dimostra anche il trend dell'elezione delle cariche di Ilga-Europe negli ultimi anni, in cui sono state elette più donne rispetto agli uomini nonostante ci fosse una percentuale di uomini candidati di uno o due punti più alta. I tempi sono maturi affichè ci possa essere una vera eguaglianza nelle opportunità. 

Secondo te le associazioni italiane dovrebbero lavorare di più sul panorama europeo?

Da presidente di un'associazione transnazionale come Certi Diritti posso solo rispondere in modo assolutamente affermativo. Lavorare in Europa significa per il nostro movimento poter formare i propri attivisti e attiviste, poter imparare strategie e buone pratiche, poter aquisire contatti e strumenti validi sul territorio e a livello nazionale. Basti pensare anche alle unioni civili. Uno degli eventi fondamentali che ha aperto la strada al dibattito sulla legge Cirinnà è stata la sentenza della Cedu che condannava l'Italia per l'assenza di riconoscimento delle coppie same sex: una sentenza che è stata anche il risultato del lavoro sul piano internazionale di Certi Diritti insieme all'avvocato Schuster. 

Ci sono quindi moltissime opportunità da cogliere ed è sicuramente auspicabile una presenza più corposa dell'Italia all'interno di Ilga-Europe.

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A rispondere al secondo manifesto di ProVita e Generazione Famiglia in versione femminile ci ha pensato il sindaco di Fiumicino (Rm) Esterino Montino.

«A Fiumicino c'è una nuova famiglia». Ha esordito così ieri su Facebook il primo cittadino della cittadina laziale nell’annunciare l’iscrizione anagrafica della piccola Ginevra, nata in Italia, alla quale sono state riconosciute sul certificato di nascita le sue due mamme: Claudia e Ilaria.

«Fiumicino deve essere la città di tutti e di tutte le famiglie - ha proseguito Montino -. Riconoscere entrambe le mamme di Ginevra significa riconoscere a lei tutti i diritti e ai suoi genitori tutti i doveri.

Sebbene non ci sia ancora una legge che riconosca le famiglie arcobaleno in Italia, i tribunali hanno tracciato una strada che non possiamo ignorare e che si basa sul principio imprescindibile del superiore interesse del minore».

Ad associarsi all'esultanza di Montino sua moglie, la senatrice Monica Cirinnà, che ha preferito rilanciarne su Facebook alcune parole: «Dove alcuni tacciono davanti ai bisogni dei cittadini e altri discriminano i bambini per il colore della pelle o per l'orientamento sessuale dei genitori, noi non ci tiriamo indietro».

Soddisfatto il commento di Marilena  Grassadonia, presidente appena riconfermata di Famiglie Arcobaleno: «Ginevra è una bimba fortunata perché crescerà con le sue due mamme che si prenderanno cura di lei assumendosi la piena responsabilità di essere genitori. Ginevra è una bimba fortunata perché vive nel ‘posto giusto’».

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Lo scorso 15 settembre a Misano Adriatico (Rn) ha avuto luogo la Spartan Race, corsa a ostacoli che, ispirata ai tipici percorsi utilizzati nell'addestramento militare e famosa in tutto il mondo, ha visto partecipare oltre 7000 persone da tutta Europa. 

Come noto, l’appellativo fa riferimento alle prove di iniziazione in uso nella poleis della Grecia antica. A questo termine resta tuttavia sotteso un pesante immaginario maschilista e omofobo.

Ne abbiamo parlato con Andrea Nenci, che oltre a essere appassionato di corse a ostacoli e aver partecipato all’edizione di Misano Adriatico, è anche un maestro di Pole dance: sport, questo, che è spesso principalmente associato a un pubblico femminile

Andrea, che cosa ti senti di dire a chi si mostra sorpreso da una tale accoppiata sportiva? 

Prima di tutto va detto che ci sono moltissime similitudini tra il tipo di lavoro che un individuo affronta durante una routine di pole dance e il superamento di ostacoli come muri, corde, monkey e barre. In questo si caso si sfrutta il proprio peso in maniera funzionale tramite trazionamenti, oscillazioni, tecnica, agilità, endurance, core stability, etc. Inoltre il mio passato da ginnasta riempie completamente il gap di questa "accoppiata sportiva", dandomi anzi una marcia in più in tutte le discipline sportive che mi trovo ad affrontare.

Cos’è successo alla Spartan Race di Misano Adriatico? 

Nel particolare, sia prima sia durante la performance della Spartan Race, ho potuto ascoltare i commenti tra i vari team: si insultavano giocosamente a vicenda dandosi dell'omosessuale o del frocio, come se appunto quell'etichetta contenesse in sé disabilità o incapacità nell’esprimere il proprio vigore fisico e nell'affrontare una prova di alto livello come quella della Spartan Race. Piccoli e bassi commenti, che ho reputato offensivi nei miei confronti: non perchè personalmente diretti a me ma perchè offensivi per un'intera comunità.

Hai reagito o hai visto qualcuno reagire? 

Tutto ciò ha inciso negativamente sul mio tono umorale. Non ho reagito nel caso specifico, perché erano commenti tra componenti dello stesso team. Quindi, lì per lì non ho avuto gli strumenti per decidere che tipo di politica adottare. Ma sicuramente ero pervaso da imbarazzo e malessere. Nessuno ha reagito e non ho riscontrato la presenza di altri componenti della comunità Lgbti.

Gli amici che hanno partecipato con te sanno della tua omosessualità? Ci sono persone omosessuali dichiarate che partecipano? 

Il mio team era composto da componenti della mia famiglia e da alcuni esterni molto sereni e open mind. Con loro non ho avuto necessità di dichiarare il mio orientamento sessuale. Nessuna persona, a mio avviso, era dichiaratamente omosessuale all'interno della competizione.

Cosa vorresti dire agli organizzatori? 

Vorrei chiedere sicuramente all'organizzazione di fare uno sforzo per diffondere l’idea che lo sport sia per tutti. Come disse il barone Pierre de Coubertin alla fine del 1800: «Tutti gli sport devono essere trattati sulla base dell'uguaglianza».

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Il 23 settembre è la Giornata mondiale dell'Orgoglio bisessuale. Per tale data il mondo Bisex, il coordinamento delle associazioni e dei collettivi bisessuali italiani, ha indetto una manifestazione a Roma in piazza Madonna di Loreto (ore 16:00, sotto la Colonna Traiana).

Ne abbiamo parlato con l’attivista veronese Tom Dacre, 29 anni, da tempo residente a Roma. Tom è tra gli organizzatori dell’iniziativa.

Perchè una manifestazione per le persone bisessuali? 

I pregiudizi sono tanti. Quante volte avete sentito dire: “È un’omosessuale che si nasconde”? Purtroppo oltre all’omofobia, chi è bisessuale subisce anche la bifobia di quanti, anche all'interno della comunità, sostengono che la bisessualità non esiste. Un altro luogo comune è che la bisessualità sia solo una fase. Eppure a me questa fase dura da dodici anni e conosco persone alle quali questa “fase” sta durando da molti anni.

I miei studi classici mi riportano alla mente Giulio Cesare, noto oltre che per le sue strategie militari anche per i suoi appetiti sessuali estesi a entrambi i sessi, tanto da essere chiamato “Il marito di tutte le mogli e la moglie di tutti i mariti”.  Questa “fase” pare sia durata fino alla sua uccisione; chissà, forse se Bruto e Cassio non lo avessero ucciso sarebbe giunta al termine.

Cosa rispondete a chi dice che le persone bisessuali non sanno scegliere? 

Che la bisessualità è sia un orientamento sessuale più preposto di altri al tradimento è un’altra delle convinzioni più radicate. Come se le persone eterosessuali e omosessuali non tradissero. In altri casi si pensa che le persone bisessuali sono per forza di cose poliamorose, quando invece come negli altri casi, ci sono persone bisessuali monogame e persone bisessuali poliamorose. Io appartengo ald secondo gruppo, ma si tratta della mia situazione personale. Alcuni pensano invece che essere bisessuali possa essere un vantaggio, in quanto si può benissimo lasciare perdere la parte omosessuale e intraprendere una relazione eterosessuale, come se autoreprimersi fosse un vantaggio.

Quali sono stati i coming out più rilevanti per la bisessualità?

Ci sono stati coming out di personaggi famosi in tal senso puntualmente ignorati: la cantante italiana Gianna Nannini, dichiaratasi bisessuale nel 2002 è tutt’ora vista dai più come una lesbica non dichiarata; il campione mondiale dei pesi medi della boxe dal ‘62 al ’67, lo statunitense Emile Griffith, che nel 2005 ormai anziano dichiarò la propria bisessualità (che non aveva mai nascosto pur non avendola mai formalmente dichiarata); i rapper Frank Ocean e Taylor Bennet, entrambi dichiaratisi bisessuali, il primo nel 2012 e il secondo quest’anno; oppure si potrebbe parlare del cantante Michele Bravi, che venne preso di mira da molte persone e considerato un omosessuale represso quando annunciò nel 2017 di avere una relazione con un ragazzo e di apprezzare anche le donne.

Cosa è cambiato oggi rispetto al passato?

Oggi la bisessualità è più accettata rispetto al passato ed inizia ad essere considerata come una realtà a sé stante. La strada è tuttavia ancora molta per poter superare le discriminazione. L’invisibilità nella cultura di massa rende la bisessualità inevitabilmente qualcosa da “accettare”. Per questo è importante, non solo per le persone bisessuali, ma anche per quelle eterosessuali, omosessuali e asessuali, scendere in piazza e dare visibilità alla realtà bisessuale.

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Dal 4 al 12 agosto Parigi ospiterà la 10° edizione dei Gay Games, il più grande evento di sport e cultura al mondo dedicato all’inclusione delle persone lgbti. Dal 1982 i giochi promossi dalla Federation of Gay Games riuniscono persone da ogni continente all’insegna dello sport amatoriale e della lotta alle discriminazioni.

Paris 2018 Gay Games ha aperto i lavori nel 2013 per arrivare oggi al risultato di 10.000 partecipanti, 300.000 spettatori, 36 sport e 14 eventi culturali.  Un evento che si presenta con lo slogan All equal. Quasi a sottolineare l’apertura anche a chi, da eterosessuale, vuole sostiene la battaglia contro l’omofobia e le varie forme di intolleranza.

Ad arricchire la manifestazione, già sostenuta dal governo francese, dalla regione Ile-de-France e dal comune di Parigi, arriva anche Jean-Paul Gaultier,  che ha disegnato una t-shirt unisex proprio per l’evento. Maglietta che sarà acquistabile solo al Bhv Marais di fronte al Gay Games Village, dal 27 luglio al 4 agosto.

Un’idea che riporta alla mente, per contrasto, la maglietta disegnata da Dolce e Gabbana, lo scorso dicembre 2017, che recitava I’m a not a gay, I’m a man e aveva invece l’intenzione opposta di smarcarsi da qualunque iniziativa lgbti a favore dei diritti.

A dispetto dei due stilisti italiani, a Parigi si ha invece la sensazione che tutti, dalle istituzioni nazionali alla popolazione, abbiano compreso il senso e l’importanza di una manifestazione che porta l’aggettivo “gay” associandovi una grande complessità di significati culturali. 

Prova ne sono le tre conferenze di apertura della giornata di mercoledì 1 agosto, dedicate alla storia della decriminalizzazione dell’omosessualità, al movimento sportivo Lgbti e allo sport come strumento di inclusione.

In particolare, durante il panel Lgbt sports movement against all discriminations promosso dalla rivista Sport and Citizenship, è stato presentato il progetto italiano Outsport di Acs/Gaycs, che a novembre darà i risultati della prima ricerca europea sull’esperienza delle persone Lgbti nello sport, condotta dall’Università dello Sport di Colonia. 

Sempre dall’Italia, infine, ad accogliere i partecipanti alla Cité de la mode e du Design,  c’era anche la delegazione di Roma Eurogames 2019, i “cugini” europei dei GayGames, promossi dalla Eglsf che si svolgeranno il prossimo anno per la prima volta nel nostro Paese. 

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Lo scorso sabato, proprio nel giorno del Pride di Napoli, l’attivistaAndrea Giulianoè stato aggredito da una coppia nel quartiere Pianura che lo ha accusato di essersi “mostrato nudo” alla finestra.

Non è purtroppo la prima volta per Andrea. Dopo aver vissuto per parecchi anni in Ungheria, è diventato bersaglio di gruppi neonazisti locali per un messaggio satirico durante il Pride di Budapest del 2014. Da allora ha dovuto cambiare casa continuamente.

Sfuggito a tentati attacchi anche sul posto di lavoro, è adesso in attesa che la corte di Strasburgo possa dar inizio a un processo contro chi ha messo addirittura una “taglia” sulla sua testa, in quanto le autorità ungheresi hanno respinto ogni tentativo di denunciare i persecutori. Da questa storia è nato due anni fa anche il video documentario The right to provoke.

Ma intanto, con l’episodio di sabato, piove sul bagnato. Dopo la corsa al pronto soccorso e alcuni giorni di dolori invalidanti alle costole e alla testa, abbiamo contattato Andrea per capire meglio i fatti.

L'aggressione che hai subito a Napoli, così come è stata raccontata, non sembra essere iniziata da motivazioni di stampo omofobico. Ci puoi dire come sono andati i fatti?

Mi trovavo a Napoli per le riprese di un documentario prodotto da Deriva Film su disabilità, corpo, sessualità e attivismo, il cui protagonista è Giuseppe Varchetta, attivista Lgbti disabile. La mattina di sabato ho “osato” alzare le persiane della camera in cui alloggiavo, in via Montagna Spaccata 231, per vedere com’era il tempo, appena prima di farmi la doccia.

Mi sono sporto sul balcone letteralmente per qualche secondo, nudo. Mentre rientro in camera sento un urlo, ma non capisco né di cosa si tratta né da dove viene. Prendo l’asciugamano che avevo messo ad asciugare la notte prima accanto alla porta e vado di nuovo sul balcone, avvolgendomelo in vita. Le grida aumentano, ma di nuovo non capisco: la strada davanti a me è vuota. Vado in bagno a lavarmi. Dopo qualche minuto il mio vicino di stanza mi chiede, ridendo, se fossi stato nudo sul balcone, perché in strada c’è un uomo che vuole picchiarmi.

Nel giro di mezz’ora vengono chiamati i condomini, l’amministratore e il proprietario dell’alloggio in cui stavamo. Ricevo la telefonata del proprietario dell’appartamento, gli racconto quello che ho fatto, la telefonata finisce con lui che dice che forse è stato tutto un inutile allarme.

E poi quasi 12 ore dopo, di ritorno dal Pride, mi trovo verbalmente aggredito da una sconosciuta, che mi dice: Fai schifo, come ti permetti, qui ci sono bambini!, e da un un uomo fuoribondo che, mentre mi attacca, mi dice: Io ti ammazzo, mongoloide, frocio! La mia faccia schiacciata sul cofano di un taxi, gli occhiali da sole rotti, i manici della borsa spezzati. E poi le botte in testa, sulle costole, le mani che mi afferrano e mi tirano per la barba.

A che punto si è manifestato l'insulto omofobo?

L'insulto omofobo si è manifestato nel momento in cui sono riuscito a divincolarmi dall'aggressore. Siccome mi ha aggredito alle spalle, quella sera non aveva ancora visto il mio viso. Ma una volta che mi sono girato, lui mi ha guardato in faccia e ha visto che ero ancora truccato dal Pride e che sul petto avevo una spilla arcobaleno. A quel punto ho nuovamente scatenato la sua rabbia, ha ricominciato ad attaccarmi e all'insulto si è pure aggiunta la minaccia: Ti ammazzo. Fortunatamente, avendocelo di fronte, sono riuscito a difendermi dai suoi colpi. Preciso anche che l'intero gruppo con cui mi trovavo è stato bersagliato. Questi froci vengono a Napoli a fare queste cose era un chiaro riferimento sia al Pride sia al vivere liberamente il proprio corpo.

Ma non finisce qui: quello che secondo me è il punto più basso di questo tristissimo episodio è l'uso dell'epiteto mongoloide. Amio avviso è stato diretto all'attivista Lgbti disabile Giuseppe Varchetta, che durante la prima parte dell'attacco si trovava a un paio di metri da me. L'aggressore deve aver notato che Giuseppe ha difficoltà motorie, mentre si affrettava a risalire sul taxi per proteggersi.

Esiste un legame, secondo te, tra lo scandalo che desta la nudità e l'omofobia?

Certo che esiste. Sono sicuro che, se fossi stato una donna, il mio corpo nudo sul balcone avrebbe attirato un tipo di attenzione molto diversa. Anziché avere un violento in strada che vuole picchiarmi, avrei forse ricevuto delle avances o, più probabilmente, delle molestie. Viviamo in un periodo storico dove l'oggettificazione del corpo ha raggiunto livelli preoccupanti, dove la nudità è indissolubilmente legata al sesso, dove la pornografia (prevalentemente fatta per un pubblico maschile eterosessuale) è a disposizione di chiunque. Ma anche in questo mondo ipersessualizzato la vista di un corpo maschile nudo in un contesto per niente sessuale continua a destare indignazione. Forse è proprio perché mostrare un uomo per quello che è, senza filtri bellezza, senza secondi fini e senza che sia circondato dalla cultura machista, fa paura.

Come possiamo giustificare questa preoccupazione per i bambini quasi a giustificare un pestaggio del genere?

I bambini non sono altro che uno strumento. In quale civiltà degna di essere chiamata tale è accettabile insegnare ai bambini che se qualcuno non ci piace possiamo picchiarlo e, al tempo stesso, imprimere nella loro mente il fatto che la cosa più naturale che abbiamo, vale a dire il nostro corpo, è qualcosa di cui vergognarsi e da nascondere, a meno che non venga usata per picchiare qualcuno?

Quali conclusioni hai tratto da questa vicenda e che appello vorresti lanciare alle associazioni?

Mi piacerebbe vedere il mondo associativo italiano aprire gli occhi e vedere che serve a poco avere una (mezza) legge sulle unioni civili, se prima non esistono legislazioni volte alla protezione di tutte le minoranze oppresse (che non sono solo di genere e sessuali ma anche etniche, religiose, economiche e disabili). La stessa mezza legge, che abbiamo raggiunto in quasi 50 anni di storia di lotte e rivendicazioni, presenta gravi mancanze in fatto di tutela dei bambini presenti all'interno di queste coppie ed è spesso ostacolata da sindaci obiettor,i che non vogliono rispettarla.

Questo accade perché manca una base: manca una legge decente sull'omo-lesbo-bi-transfobia, manca l'educazione sessuale e affettiva, mancano il monitoraggio e l'applicazione di quei pochi strumenti a nostra disposizione per mantenere il nostro Stato laico e antifascista.  E, infine, manca il concetto di intersezionalità. Mi fa piacere sapere che le persone L e G, se vogliono, se possono permetterselo e se vivono in coppia possono unirsi civilmente. Ma chi si occupa dei diritti fondamentali delle persone single in generale e delle persone B, T e I? E se queste persone sono povere, disabili, straniere, rifugiate politiche? Svegliamoci, i diritti di pochi sono solo privilegi.

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Durante la rassegna sportiva dei ventottesimi Giochi del Mediterraneo, nati nel 1948 come una sorta di olimpiade dei Paesi che si affacciano sull’omonimo mare, le atlete azzurre Maria Benedicta Chigbolu, Ayomide Folorunso, Raphaela Lukudo e la campionessa europea Libania Grenot hanno trionfato  nella specialità atletica della staffetta grazie ad un tempo di 3:28.08.

Si è subito creato il classico carro dei vincitori, su cui sono saltati in molti, compreso chi continua a parlare a mezzo stampa e sui social del quartetto “di colore”.

Quasi a dire: Ecco, se vengono e corrono per noi allora va bene. Eppure sembra alquanto ipocrita parlare di integrazione nello sport senza considerare lo stesso sport come parte integrante della società. Le ragazze hanno vinto non solo perché "lo sport unisce" (uno slogan che può voler dire qualsiasi cosa), ma perchè ci sono segmenti e contesti sociali molto più avanti del dibattito politico, in grado di unire anche grazie allo sport. 

Per parlare di sport bisogna immaginare un organismo complesso, di cui le vetrine di Olimpiadi e Mondiali sono solo le vette più alte di un movimento di proporzioni vastissime. Bisogna pensare ai campi e alle palestre di periferia, agli enti di promozioni, ai comitati federali locali, che riguardano la capacità delle scuole di lavorare in termini sostegno allo sport e all’integrazione. L’ondata di razzismo di oggi, i morti in mare, le parole d’odio del vocabolario politico, saranno sicuramente una ferita profonda nella mente di tanti futuri e atleti e atlete migranti di seconda generazione. Perché possibilmente quei futuri atleti e atlete stanno tra gli 800.000 bambini e bambine ai quali è stato negato lo ius soli, ad esempio. 

Per fortuna c’è chi dimostra una volta per tutte che l’italianità non è fatta dal colore della pelle, ma da tutto quello che rende unico un Paese: i valori, la cultura, i cibi, i territori, le organizzazioni, il modo di creare movimento, compreso lo sport. 

Multiculturalità non significa avere “qualcun altro” che va bene quando c’è da correre, ma vuol dire inclusione di tradizioni diverse come valore fondate della propria cultura. E anche qui lo sport può insegnarci tantissimo. Qualcuno forse penserà che i nomi di queste ragazze non sono abbastanza “italiani”. Basta vedere i cognomi di alcuni giocatori della nazionale argentina ai mondiali: Armani, Tagliafico, Di Maria, Mascherano, Ansaldi, Biglia, Fazio. I loro bisnonni erano tutti migranti che venivano dall’Italia.

Infine, la vittoria delle nostre ragazze riporta alla ribalta la questione del professionismo femminile. Come Rachele Bruni e Federica Pellegrino, il quartetto che celebriamo oggi è ufficialmente un gruppo di atlete dilettanti. L’Italia è ancora l’unico Paese Europeo a non riconoscere come professioniste le atlete. Questa è una delle sfide da vincere nell’immediato ed è ormai una sfida globale considerando anche lo stretto legame tra il pregiudizio sessista e quello omofobico, che si riflette anche nella Carta Olimpica internazionale ormai dal 2014. 

È innegabile, ad esempio, che molti passi avanti delle donne nei Paesi di cultura araba abbiano beneficiato di immagini di impatto mondiale come quelle delle giocatrici di beach volley egiziane e tedesche a confronto scattate a Rio 2016, le prime completamente coperte con tanto di velo, le seconde in bikini. 

Non solo quell’immagine è stata motore di visibilità e cambiamento, ma, a sua volta, il coraggio delle atlete egiziane arrivate fin lì era testimone di un cambiamento già in essere, seppur lento e faticoso, in tema di diritti delle donne nel mondo arabo. 

Lo sport può cambiare la società insomma, a patto che a partire dai media e dalla politica non sia visto come una mera vetrina, ma come uno strumento fondamentale per leggere e intervenire sui processi culturali. 

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