Claudio Finelli

Claudio Finelli

«Una giornata che rianima le coscienze addormentate. Napoli non sarà mai una città fascista e razzista».

Con queste parole il sindaco Luigi De Magistris ha ricevuto ieri, nella Sala Giunta del Comune, dall’ex partigiano Antonio Amoretti, presidente provinciale dell’Anpi, una pergamena in riconoscimento dell’impegno a diffusione dei valori della Resistenza e dell’antifascismo.

Lo stesso attestato è stato assegnato ad altri cittadini napoletani e alle associazioni che da sempre si distinguono nella divulgazione degli ideali antifascisti.

Svoltasi nell’ambito delle celebrazioni del 75° anniversario delle Quattro Giornate di Napoli (28 settembre – 1 ottobre 1943), la kermesse ha visto, tra i premiati, anche l’assessore comunale alla Cultura e al Turismo, Gaetano Daniele, che ha ricordato quanto sia importante restare antifascista in tempi bui come i nostri. Ma anche il regista e drammaturgo Mario Gelardi, direttore artistico del Nuovo Teatro Sanità, da sempre in prima linea nella difesa dei diritti umani (con un’attenzione particolare per i diritti delle persone Lgbti), e Vincenzo Capuano, direttore del Museo del Giocattolo e leader storico dell’Arcigay di Napoli.

È stato proprio Capuano a consegnare ad Amoretti l’immagine di Ernst Lossa, il 14enne di origini rom (alla cui memoria è dedicato il museo), ucciso nella fase selvaggia dell’eutanasia sistematica nazista.

Tra le associazioni premiate anche il Comitato provinciale Arcigay Antinoo di Napoli. A ritirare la pergamena Corrado Curato, responsabile del gruppo Over The Rainbow, militante da anni impegnato nella lotta alle discriminazioni con un’attenzione specifica allo stigma che colpisce le persone over 50. Corrado, fra l'altro, è figlio del partigiano combattente Giorgio Curato, da cui ha ereditato con orgoglio l’amore per la libertà e l’insofferenza verso qualsiasi forma di fascismo e razzismo.

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Questa notte TvBoy ha “invaso” Milano con una nuova ondata di opere al vetriolo.

Questa volta, obiettivi del sarcasmo graffiante dell’artista autore del celebre bacio tra Salvini e Di Maio, sono stati Chiara Ferragni, ritratta con il figlio in braccio e una bottiglia d’acqua (chiaro riferimento all'edizione limitata dell'Evian firmata dalla celebre fashion blogger) nelle vesti di una Madonna Ausiliatrice dei nostri giorni; Rino Gattuso e Luciano Spalletti, rispettivamente nelle vesti di un americano e di un cinese (con riferimento alla perdita d’identità tipica dell’universo globalizzato).

E ancora Salvini e Di Maio, ripresi in un’emblematica e amara immagine da “guerra dei social”. 

Un’immagine è poi apparsa in costume rainbow ed è quella del fuoriclasse Cristiano Ronaldo

Il graffito ritrae Ronaldo in una posa che vuole ricordare i Bronzi di Riace e rimandare ai canoni di bellezza della tradizione classica greca e romana. Lo street artist gioca sull’ambivalenza del segreto e l’opera allude, palesemente, sia alla presunta omosessualità di Ronaldo sia al fatto che il calciatore dà l’impressione di essere innamorato di se stesso.

Mentre Il Segreto di Ronaldo La Guerra dei social sono comparsi in corso di Porta Ticinese, Santa Chiara con acqua benedetta in via TorinoLa Guerra fredda (ossia il poster con Gattuso e Spalletti) in via Sant'Eustorgio.

ronaldo

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È stato il fotografo Lorenzo Zambello, che qualche mese fa aveva avuto l’onore di fotografarla, e il giornalista Luca Fregona di Alto Adige a dare l’annuncio della morte di Mariasilvia Spolato, avvenuta il 31 ottobre presso Villa Armonia di Bolzano

Antesignana del movimento di liberazione omosessuale italiano, Mariasilvia aveva 83 anni. Fu la prima donna a fare coming out in Italia e a scendere in piazza per i diritti delle persone Lgbti.

La storia di questa donna, che, in seguito alla coraggiosa scelta di dichiarare il proprio orientamento sessuale nel 1972, fu rimossa dall’insegnamento universitario e costretta a una vita da clochard, è certamente paradigmatica di un periodo storico in cui fare coming out era rischioso, da tutti i punti di vista.

Mariasilvia Spolato, insigne matematica che sembrava destinata a una brillante carriera accademica, pagò a caro prezzo il gesto di dignità con cui dichiarò il proprio amore per un’altra donna. Fu tra le fondatrici del FUORI! con Angelo Pezzana e collaborò anche con Massimo Consoli

Negli ultimi anni della sua vita, stando a quanto racconta lo studioso e presidente di GayLib Enrico Oliari, le responsabili dell’Istituto religioso, in cui Mariasilvia era stata accolta, resero impossibile il tentativo dello stesso di mettersi in contatto con l'ex matemarica per raccoglierne la memoria. 

A proposito di questa tragica scomparsa, Riccardo Lo Monaco di +Europa ha dichiarato: «Mariasilvia Spolato ci ha insegnato ad essere liberi e ci ha insegnato che i diritti, una volta conquistati, bisogna difenderli perché sempre minacciati. Come sta accadendo oggi».

A ricordare Mariasilvia anche il deputato dem Alessandro Zan che su Facebook ha scritto: « Una padovana, Mariasilvia Spolato, scese in piazza a Roma in occasione della Festa della Donna con il cartello LIBERAZIONE OMOSESSUALE. Era la prima donna in Italia a manifestare dichiarando pubblicamente di essere lesbica

In quell’occasione fu fotografata e l’immagine pubblicata su Panorama: questo le costò il posto di lavoro di insegnante e l’allontanamento da parte della famiglia. Sola e senza lavoro per aver rivendicato diritti per cui oggi ancora lottiamo. 

Mariasilvia se ne è andata a 83 anni lo scorso 31 ottobre, in una casa di riposo di Bolzano.

Ricordiamo la sua storia: il suo coraggio non ci deve far arretrare di un millimetro nella lotta per la parità di genere e dei diritti civili».

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A metà novembre arriverà nelle sale italiane il documentario di Alessandra Celesia Anatomia del Miracolo.

Suggestioni, ferite, credenze e miracoli si intrecciano nella vita di tre protagoniste femminili: Sue, una pianista di fama mondiale; Giusy, un'antropologa atea nata con una grave disabilità; Fabiana, una donna transessuale molto devota. Il fil rouge di queste tre donne, che non si incontreranno mai, è la Madonna dell'Arco.

Vincitore del prestigioso riconoscimento Les Ètoile de la Scam, il docufilm ha avuto la sua première al prestigioso Festival di Locarno. In Italia è stato presentato al Festival dei Popoli, festival di rilievo dedicato al cinema documentario, che nella sua 54edizione ha visto proprio Alessandra Celesia, con Il libraio di Belfast, aggiudicarsi il Premio Miglior Film e Premio del Pubblico.

Per saperne di più, abbiamo contattato la regista, italiana di nascita e parigina d’adozione, che da sempre investiga la fragilità e l’umanità nella società contemporanea.

Come è nata l’idea di Anatomia del Miracolo e quale “messaggio” ti interesserebbe esprimere con questo docufilm?

L’idea è nata per caso. Un mio amico mi fece conoscere il rito della Madonna dell’Arco, di cui il nonno era fedele. Io mi ci avvicinai da turista ma rimasi colpita dal fatto che questa madonna avesse un livido e che proprio questo livido, questa ferita, le conferisse un potere miracoloso. Questa circostanza mi ha interessato non per motivi religiosi ma perché ci ho letto qualcosa che riguarda tutti noi, cioè le nostre ferite sono in qualche modo miracolose perché ci insegnano come fare a rimettersi in piedi dopo un grande trauma. Ecco perché ho cercato poi dei personaggi che avessero una propria ferita interna ma che manifestano apertamente la propria volontà di essere vivi e stare al mondo.

Il film affronta in vario modo anche il rapporto di relazione tra gli individui e la fede. C’è qualcosa di veramente sorprendente che hai scoperto perlustrando il “corpo” del miracolo? Come definiresti, da artista e filmaker, la natura del miracolo?

Ho lavorato al film avvicinandomi al concetto di miracolo in maniera laica e non religiosa. Ho però constatato che, comunque tu lo inquadri, io miracolo ha sempre qualcosa che ha a che fare con il mistero e il soprannaturale. Alcuni lo chiamano Dio, altri lo chiamano il mistero della vita. Per me il mistero della vita è fatto di tanti piccoli miracoli quotidiani. Come quello verificatosi durante le riprese del film, quando abbiamo scoperto che il nipotino di Fabiana ha una passione e un talento innato per la musica. Da dove nasca questa propensione non lo sappiamo ma intanto se il ragazzino continuerà a studiare musica forse potrà davvero diventare un bravissimo musicista. Il miracolo è quotidiano se lo sai vedere nelle piccole cose ed è sempre legato a un senso di mistero. Per quanto riguarda la Madonna dell’Arco, il miracolo è atteso durante la processione tra i corpi che si genuflettono. A Napoli il miracolo ha un significato che è decisamente fisico, non si tratta di preghiere bisbigliate. A Napoli è come se ci fosse proprio un legame tra il corpo degli esseri umani e l’Altissimo. C’è bisogno del corpo per far passare il grumo di emozioni e sensazioni che possono generare il miracolo. Per chi crede, è la madonna che genera il miracolo. Per chi, come me, guarda con un occhio esterno, è proprio la fitta convergenza di energie che si verifica in situazioni come quella della processione della Madonna dell’Arco che genera miracoli. C’è una forza e un’energia nello spazio che è davvero impressionante e colpisce anche una persona laica come me.

Ricordo di aver chiesto ad alcuni medici napoletani se erano stufi di sentire dai pazienti che le loro guarigioni erano frutto di intercessioni miracolose e non del loro impegno professionale e questi medici mi hanno risposto che, se credere in un miracolo aiuta chi soffre, a loro sta bene perché loro sono ogni giorno davanti al mistero della vita e della morte e non si sentono di escludere a priori nessun campo di indagine. È stata una bella lezione per me, perché mi ha ricordato che le nostre pretese razionali non possono molto davanti al mistero di qualcosa che razionale non è, come la vita.

Il docufilm ha tra le sue protagoniste una donna trans. A pochi giorni dall’uscita nelle sale della pellicola e dal Transgender Day of Remebrance, la società in cui viviamo ti sembra cambiata o la transfobia resta un grande problema della realtà contemporanea? 

Fabiana è un personaggio che ho trattato con grande attenzione e delicatezza e ho capito che nella comunità trans napoletana c’è una grande commistione tra sacro e profano. E la grande lezione che ne ho tratto è che a Napoli c’è un’inimmaginabile inclusione delle differenti identità esistenziali. Fabiana, cresciuta nel suo quartiere come ragazzino, oggi da donna transessuale è a capo dell’associazione di fedeli della Madonna dell’Arco ed è anche una leader del suo quartiere perché le viene riconosciuta una grande finezza intellettiva. Abituata a vivere al nord, abituata ad osservare la grande reticenza che c’è al nord rispetto a queste tematiche, sono rimasta positivamente sorpresa dalla realtà napoletana. Mi ha poi colpito come a Napoli sia molto più difficile accettare la realtà di una ragazza disabile, cioè Giusy, che vive su una sedia a rotelle, che è atea e non crede nei miracoli piuttosto che la realtà di Fabiana, in quanto quella di Fabiana è una condizione totalmente verificata nella stessa tradizione antropologica e culturale della società napoletana.

Si può dire che la città di Napoli è una delle protagoniste del film? 

Certo, Napoli da questo punto di vista è stata una vera scoperta per una nordica come me. A Napoli è normale che una donna transessuale porti a messa i suoi nipotini con il beneplacito del sacerdote e di tutta la comunità. Al nord non sarebbe ipotizzabile. Da questo punto di vista la grandiosità di Napoli sta proprio nelle contraddizioni interne che permettono la convivenza di dimensioni estremamente differenti tra loro. Napoli è un caotico spazio per la libertà.

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Nella notte tra il 1° e il 2 novembre 1975 veniva ucciso, in circostanze che sono ancora poco chiare, uno dei più grandi poeti del '900 italiano, Pier Paolo Pasolini

Intellettuale eretico e profetico – tanto profetico da riuscire a predire perfino la propria stessa morte –, Pasolini fu anche il primo intellettuale italiano dichiaratamente omosessuale. Circostanza, questa, che visse con grande coraggio sia nel modo in cui affrontò la società del tempo sia nell’umiltà gnostica con cui seppe trovare, nelle sue stesse conflittualità emotive, chiavi d’accesso per un’humanitas scevra da qualsiasi dogmatica adesione ideologica.

Per ricordare Pasolini, abbiamo scelto di intervistare Giovanna Cristina Vivinetto, giovanissima poetessa transessuale, che, con il suo lavoro Dolore Minimo (Interlinea), premiato qualche giorno fa con il Premio Lord Byron Porto Venere Golfo dei Poeti, ha raccontato in versi già maturi l’esperienza della sua transizione. 

Giovanna, Pier Paolo Pasolini è stato il primo intellettuale italiano dichiaratamente omosessuale, circostanza che all’epoca risultava decisamente scandalosa. Tu sei una poetessa che racconta in versi la propria transessualità: hai mai percepito fastidio o riprovazione nel pubblico a cui ti rivolgi?

Se 40 anni fa Pasolini destava clamore e disapprovazione in quanto intellettuale omosessuale, oggi una scrittrice transessuale, grazie anche al mutato scenario socioculturale e ai diritti ottenuti dopo immani fatiche, può professarsi tale senza troppi problemi. Eppure, a ben vedere, forme di resistenza, opposizione e sottile discriminazione ancora purtroppo esistono, anche se in forma minore e certamente più subdola perché sottile, ben camuffata. Ad esempio, a parte i beceri attacchi dei sostenitori di ProVita, ho notato una qualche forma di resistenza soprattutto nei miei colleghi coetanei: se, infatti, i poeti maturi hanno apprezzato all'unisono la mia poesia, le critiche sono piombate, e provengono, soltanto dai giovani, che mi accusano soprattutto di aver fatto leva sulla tematica "forte" per ottenere il successo e la visibilità che posseggo.

Mi sembra un tentativo di detrimento, di silenziamento che passa attraverso la forma lecita della "critica al libro", quando invece sottintende una certa svalutazione di una tematica fondamentale, necessaria oggi più che mai. E questo voler sottolineare a più riprese la "trovata furba" ci testimonia come, anche nel mondo illuminato della letteratura, siamo ancora lontani dalla piena accettazione delle minoranze e delle diversità.

Pasolini, in maniera profetica, prefigurò già negli Scritti Corsari la progressiva massificazione delle nuove generazioni. Tu sei una poetessa e sei molto giovane. Come ti sei rapportata e come ti rapporti, in virtù della tua giovane età, con la costante omologazione culturale dei nostri tempi? 

La risposta a questa domanda si riallaccia a quanto detto sopra. Certamente Pasolini aveva ragione nella sua chiarissima profezia: oggi l'omologazione è un dato di fatto. La poesia italiana contemporanea soffre di un grave morbo: l'attaccamento spasmodico alla forma, il vezzo della rima, la passione feticista per la metafora e l'immagine ad effetto, tutto a detrimento, invece, del contenuto, ossia della narrazione dei fatti. Ecco, questo è un male che colpisce soprattutto i poeti più giovani, attirati, come falene alla luce piena (ma artificiale) di un lampione: l'abbaglio della perfetta forma metrica, il dover trovare a tutti i costi una struttura, imporre ai versi una gabbia dorata ma priva di qualsiasi efficacia nei contenuti, incapace di reggersi in piedi tolta la "struttura". Aveva ragione Pasolini: andiamo in brodo di giuggiole davanti a una rima baciata.

Pasolini è stato anche un poeta antifascista, un cultore della libertà. Cosa è per te l’antifascismo? Cosa la libertà?

Per me antifascismo significa resistere e persistere nel valore della verità e perseguirla ad ogni costo con le proprie forze intellettuali. Solo con l'esercizio disinteressato della verità si può cogliere appieno il significato di ogni libertà, che altro non è che agire con coerenza, dare alla propria esistenza un concreto sostrato etico e morale.

 

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Con un comunicato diffuso in giornata il comitato Arcigay Antinoo di Napoli ha gettato luce su un caso d’emarginazione sociale, di cui è vittima Sergio, un 40enne omosessuale di Monte di Procida (Na).

Dopo aver accuratamente verificato una serie di segnalazioni pervenute all’associazione, Arcigay Napoli ha denunciato le inumane condizioni di vita in cui, da alcune settimane, si trova a vivere Sergio, invalido al 100% dopo un incidente sulla nave da carico su cui lavorava.

L’uomo è stato cacciato di casa il 2 ottobre scorso di ritorno da una degenza ospedaliera: il fratello che già in altre occasioni l’avrebbe vessato perché gay, gli ha infatti impedito di mettervi piede, buttandone vestiario e oggetti dal secondo piano dell’abitazione.

Da quel giorno Sergio vive in un sottoscala lurido, utilizzando un bidone come wc e lavandosi nottetempo in una fontana nelle vicinanze per la vergogna di essere visto dai vicini durante il giorno.

Nel sottoscala il 40enne condivide lo spazio con alcuni topi e le sue condizioni di salute, già molto precarie, sono messe ancora più in pericolo da questa situazione igienicamente invivibile.

Sergio, che vive in uno stato di totale indigenza, ha problemi concreti di sostentamento e non ha mezzi per provvedere autonomamente alle cure necessarie e ai bisogni minimi di un’esistenza decente.

«Ho incontrato il sindaco e i servizi sociali di Monte di Procida – ha dichiarato Antonello Sannino, presidente di Arcigay Napoli, che ha raggiunto Sergio all’ospedale di Boscotrecase, dove è ricoverato per un'emorragia dovuta ai ripetuti morsi di topi – che mi hanno assicurato un rapido intervento. Queste situazioni di degrado, che appartengono più al Medioevo che al 2018, sono inaccettabili.

Ci auguriamo che l’amministrazione intevenga fattivamente e che la comunità di Monte di Procida si indigni ridando dignità alla vita di Sergio. La tempestività e l’efficienza, con cui le istituzioni e la società tutta daranno risposte concrete alla tragedia di Sergio, saranno cartina di tornasole della civiltà e dell’umanità di una comunità che non piò restare indifferente davanti a questa sconvolgente storia di violenza e omofobia».

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Ad alcune settimane dalla chiusura dell’undicesima edizione del Padova Pride Village, manifestazione che, ideata da Alessandro Zan, coniuga, in una formula vincente, intrattenimento, spettacolo e cultura con il comune denominatore dell’inclusione e del contrasto alle discriminazioni, incontriamo il direttore artistico della kermesse Lorenzo Bosio, per averne una valutazione.
 
Ad alcune settimane dal termine di questa stagione del Padova Pride Village, qual è la valutazione della manifestazione che tu, in qualità di direttore artistico, ti senti di fare? 
 
L’edizione 11, o la 10+1 come mi piace chiamarla, è stata molto soddisfacente come numeri e sopratutto come gradimento del pubblico: si è consolidata fortemente l’energia positiva tra pubblico e artisti e personalità che hanno calcato il nostro palco.
 
Quale, tra gli eventi che avete proposto, credi abbia incontrato maggior gradimento della vostra utenza? 
 
Eventi che hanno incontrato più interesse sicuramente, a parte l’apertura con Malgioglio e D’Urso che è stata un record straordinario, devo dire che personalità uniche come Sandra Milo con la sua storia e carriera affascinante, il coraggio di Federica Angeli, Cristina D’Avena che è l’idolo di tutte le famiglie sotto il segno del rispetto e l’evasione e sicuramente l’energia e la forza di cambiare di Monica Cirinnà. 
 
Secondo te, che ruolo gioca la programmazione di eventi culturali o di spettacolo nella realizzazione di un format la cui mission è l’inclusione e l’abbattimento di stereotipi e pregiudizi?
 
Sicuramente scegliere di dare una pluralità di eventi e un ricco palinsesto che si muove dal intrattenimento, al teatro, all’attualità, alla cultura fino arrivare alla grande musica è importante poiché è sotto un cielo di rispetto, che solo le arti dello spettacolo possono offrire, che si può creare inclusione e  “una festa di tutti” tranne che degli omofobi e dei gretti.
 
Quale artista, infine, ti piacerebbe poter portare al Padova Pride Village? 
 
Il personaggio che vorrei arrivasse sul nostro palco ? Sicuramente Raffaella Carrà ... ma chi lo sa?
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Un grave caso di discriminazione sul lavoro è stato denunciato nei giorni scorsi a Piacenza. Vittima un 28enne che, dopo essere stato minacciato verbalmente dal suo tutor («Se sei gay, t’investo con il muletto»), si è visto anche negare il rinnovo del contratto presso un’azienda cittadina .

In prima linea accanto al giovane Davide Bastoni, presidente del locale comitato Arcigay Atomo, che ha subito condannato con fermezza l’accaduto. Lo abbiamo raggiunto per saperne qualcosa di più.

Ciao, Davide: puoi raccontarci che cosa è esattamente accaduto?

Abbiamo saputo di questa vicenda direttamente dalla vittima che è nostro socio. È stato lui ad avvertirmi circa una settimana fa. Lui era stato assunto da una ditta della logistica di Piacenza, a inizio settembre, tramite agenzia interinale. Come di prassi, era stato affiancato da un tutor che gli insegnasse il lavoro. È stato proprio questo tutor a dirgli, durante una conversazione, di odiare i culattoni, aggiungendo che se fosse stato gay, l’avrebbe messo sotto con il muletto.

Nei giorni seguenti il clima tra il nostro socio e il tutor è diventato sempre più freddo e teso fin quando il suo contratto non è stato più rinnovato con motivazioni poco credibili. Allora il nostro socio è andato dal direttore dell’azienda per avere spiegazioni ma questi si è inizialmennte negato. Poi, quando ha capito che il nostro socio avrebbe potuto adire le vie legali, ha deciso di riceverlo alla presenza di altri. L’incontro, avvenuto nel suo ufficio, è stato inizialmente sgradevole perché il direttore e i presenti non credevano al racconto del nostro socio e continuavano ad avere un tono di beffa, minimizzando la grave minaccia omofoba subita dal giovane. 

Per fortuna un altro impiegato dell’azienda ha confermato quanto raccontato dalla vittima. A quel punto il direttore ha dovuto chiedere scusa, nonostante l’aggressore fingesse di non ricordare le sue minacce. Di fatto, però, il nostro socio è stato lasciato a casa. Infatti, come detto, non gli hanno in rinnovato il contratto con una scusa che sembra davvero raffazzonata: l’intolleranza alla polvere.

Come Arcigay, qual è stata la vostra reazione?

Appresa la vicenda, come Arcigay ci siano mobilitati e abbiamo chiesto aiuto anche ad altre associaIoni presenti sul territorio, tra cui Telefono Rosa, la cui presidente è un’avvocata che ci ha dato una grande mano.

Ieri siamo poi usciti con un comunicato stampa per informare la cittadinanza dell’accaduto, omettendo il nome della ditta e della vittima. Noi non abbiamo un intento punitivo ma vogliamo sensibilizzare la popolazione.

Piacenza è a tuo parere una città omofoba?

Questo avvenimento è la punta di un iceberg in un territorio che non ha mai conosciuto episodi eclatanti di omofobia diretta come questo che abbiamo denunciato. Però è innegabile che il nostro è certamente un territorio provinciale in cui sono diversi i fenomeni di omofobia indiretta che andrebbero segnalati e stigmatizzati. Ecco perché abbiamo chiesto alla stampa di aiutarci ad informare i più giovani, e non solo i più giovani, che qualora fossero stati vittime di fenomeni di omofobia, anche indiretta e meno plateale, ci contattino così da denunciare l’accaduto.

E poi abbiamo chiesto all’amministrazione  di Piacenza di porre in essere dei progetti per contrastare la violenza omofobica in modo tale che questi atti di discriminazione non avvengano. Attualmente la Giunta è di destra e la Lega ha un peso preponderante con una parte vicina alle frange ultraconservatrici cattoliche, come i ProVita.nE un anno fa, il comune di Piacenza è uscito dalla Rete Ready. Ripetendo perciò quanto già detto in un’intervista, vorrei ricordare alla sindaca, che tra l’altro si candida ad essere la sindaca migliore del mondo, che per essere tale bisogna occuparsi anche di discriminazioni.

Noi stiamo facendo un grande lavoro da un anno a questa parte, facendo rete con tante altre associazioni del territorio come Non Una Di Meno, Amnesty, Telefono Rosa, Anpi, perché quella contro tutti i fascismi è ormai una lotta intersezionale.

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A partire da oggi fino a domani si terrà a Napoli, città storicamente simbolo dell’accoglienza per le persone transgender, il congresso internazionale La popolazione transgender e gender nonconforming: i differenti contesti dell’intervento.

Luogo dell’assise convegnistica sarà l’ex complesso monastico dei SS. Marcellino e Festo, sul cui chiostro monumentale si affacciano le differenti sale ospitanti il Museo di Paleontologia e il Dipartimento di Scienze naturali della Federico II. 

Quello dell’ateneo partenopeo è, fra l'altro, solo uno dei patrocini di cui gode il congresso e tra i quali non possono non menzionarsi quelli del Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei ministri, dell’Istituto Superiore di Sanità, della Regione Campania e del Comune di Napoli.

Un’iniziativa di livello, la cui ideazione e promozione sono da ascriversi a una personalità del mondo accademico federiciano quale Paolo Valerio.

Non a caso la due giorni è stata organizzata dall’Osservatorio nazionale sull’identità di genere (Onig), di cui l’ordinario di psicologia clinica è presidente, in collaborazione con l’Osservatorio universitario sulle differenze, il Centro di Ateneo SInAPSi (che si occupa di promuovere la cultura dell’inclusione tra quante e quanti frequentano i corsi universitari) e il Dipartimento  di Neuroscienze e Scienze riproduttive ed Odontostomatologiche delle Federico II.

Tra i relatori di caratura internazionale, che possono vantare un’esperienza decennale sui temi trattati, bisogna ricordare Jack DrescherAlain Giami, Thomas D. Steensma, Giancarlo Spizzirri, Alexander Schuster. Ospite d’eccezione sarà invece la psicologa Mariela Castro Espín, figlia dell’ex presidente cubano Raúl e presidente del Centro nacional de educación sexual de Cuba (Cenesex).

Né mancheranno gli interventi di figure di rilievo del transgenderismo nazionale e locale come Porpora Marcasciano, Regina Satariano, Ottavia Voza, Loredana Rossi, Daniela L. Falanga.

A poche ore dall’inizio della manifestazione è il prof. Paolo Valerio a precisare a Gaynews l’utenza a cui intende rivolgersi questo evento: «Questo congresso internazionale è rivolto a tutti coloro che sono interessati ad avere un confronto sui temi legati alle questioni di genere, affrontando le ricerche più attuali sui differenti contesti dell’intervento rivolti alla popolazione transgender e gender nonconforming».

Per il presidente dell’Onig «punti di forza dell’iniziativa sono la prospettiva depatologizzante e lo sguardo multidisciplinare, che vede l’integrazione tra professionisti di diversa formazione (psicologi, medici, sociologi, avvocati etc.)».

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Un libro denso di spunti di riflessione e di interessanti considerazioni sulle diverse possibilità di essere e di relazionarsi, che affronta il nodo esistenziale dell’identità in maniera antidogmatica e ironica. Potremmo presentare così in sintesi il libro 100 Punti di ebraicità (secondo me) di Anna Segre, pubblicato dalla casa editrice romana Elliot.

Per la precisione si tratta di un campionario di voci legate a una forma di ebraismo laico e dissacrante, restituite ai lettori da Anna Segre, cattolica per gli ebrei, ebrea per i cattolici, medico per gli psicoterapeuti, psicoterapeuta per i medici, non proprio connotata come omosessuale, ma abbastanza lesbica per gli eterosessuali. In equilibrio instabile, comunque, sulle etichette sociali.

Un libro, in ogni caso, che non può essere compreso appieno senza la lettura di 100 Punti di lesbicità (secondo me), pubblicato anch’esso, in contemporanea, dalla Elliot. 

Contattiamo Anna Segre e proviamo a capire con lei qualcosa in più di queste opere gemelle.

Dottoressa Segre, che cosa significa per una persona laica come lei questo sentimento di ebraicità e com’è nata l’esigenza di scrivere un tale libro?

L’ebraismo, per come lo vedo io (c’è anche nel sottotitolo), più che una religione, è un sistema: etico, morale, comportamentale, sociale, cognitivo. Anche senza fede, se sei nata da madre ebrea e sei stato educata in una famiglia ebraica, potresti, sì (o anche non), sapere le preghiere, ma di certo hai un senso di ebraicità, di differenza, di letterarietà, di eventualità di persecuzione. Hai una memoria collettiva di strage, una memoria familiare di leggi razziali tali da rendere l'‘essere ebrea’ un’identità a tutto spessore che coinvolge ogni sistema motivazionale. L’ebraismo non chiede fede, chiede di attenersi alla legge. Il tuo rapporto con Dio è personale; il tuo rapporto con la comunità, invece, ci riguarda ed è normato da regole condivise e non baipassabili. Ecco perché, sempre nel mio specifico caso, essere ebrea filtra l’essere cittadina, condomina, professionista, amica, donna, essere umano. 

L’esigenza di scriverlo? Mi sono accorta che questi aspetti, forse, di origine ebraica del mio comportamento sono talmente intrinseci da diventare identitari. Salvo che il discorso dell’identità è proprio quello su cui sono ambivalente, critica e nevrotica.

Tra i 100 Punti di ebraicità ce n’è uno che riporta al senso della precarietà e all’idea dei confini. Oggi, in epoca di migrazioni, il tema sembra riguardare più popoli. Cosa è per lei il senso della precarietà? Cosa ne pensa dei confini?

I confini sono appannaggio degli Stati e dei governi. I governi, per quanto necessari, sono spaventosi nella loro possibilità di chiudere o aprire, di legiferare pro o contro. Con questa questione gli ebrei della diaspora si confrontano da millenni (le migrazioni ci sono da sempre); c’è una quantità di letteratura e di testimonianze sull’essere respinti al confine o buttati fuori confine. Una brava mamma ebrea ti educa a viaggiare leggera, a essere pronta a cambiare casa, paese, lingua, scuola, moneta, vita. Per rimanere viva. La condizione di migrante mi riguarda, suscita in me una forte empatia, un neurone specchio forse anche più identitario dell’ebraismo, anche se sono nata e vissuta in Italia a Roma e il mio massimo spostamento è stato da Cassia a Ostiense.

Se dovesse individuare il punto di ebraicità più importante, in questa sua campionatura, quale individuerebbe?

L’ebraismo come nevrosi minoritaria.

Un altro punto, che in realtà poi tratta ampiamente nell’altro libro, è relativo al lesbismo. C’è un conflitto tra la propria condizione omosessuale e il senso d’appartenenza alla cultura ebraica, sia pure laica? Le è capitato di vivere più lo stigma omofobico o quello antisemita?

Essere lesbica mi ha portato innanzitutto un conflitto interno, rispetto a quanto io ritenevo che la mia famiglia, il mio mondo si aspettassero da me e che io stessa mi aspettavo da me. Ma che il mio desiderio e naturale propensione contraddicevano nettamente.

La domanda sospesa era: Potrò ancora far parte di voi (famiglia, comunità, mondo) anche se amo solo donne? O dovrò rinunciare a quell’amore, per conservare il vostro?

Ed è probabile che io fossi così impegnata a cercare una mediazione (che allora mi pareva impossibile) da non accorgermi forse degli sguardi maliziosi e di quanto l’essere lesbica condizionasse la mia carriera o la mia socialità. Ma, ecco, cercavo di tagliare la testa al toro presentandomi così: Piacere, Anna Segre, ebrea, lesbica. A chi non fosse piaciuto, si sarebbe allontanato subito: una sorta di selezione.

Essere lesbica condiziona fortemente ogni tuo movimento interpersonale, anche se sembra di no. Non è una condizione agile, non è prevista, non è agevolata dalle banche, dalle leggi notarili, dalle offerte di viaggio, dalle logiche sociali. È una salita. Non serve violenza, vengono ‘solo’ frapposti innumerevoli piccoli ostacoli da niente che rendono la vita degli altri un percorso, la tua giochi senza frontiere. Gli ebrei hanno tutti i diritti civili, gli omosessuali no.

Sull’antisemitismo, che è arrivato negli ultimi anni travestito da antisionismo, invece, sfuggo come un’anguilla. Io, in quanto ebrea, dovrei rispondere degli atti di un governo di uno Stato in cui non abito e che non ho votato. Come se i cittadini di uno Stato fossero tutti responsabili e dovessero dare ragione degli atti del loro governo, oltretutto. E sono considerata, in quanto ebrea, sostenitrice di governo, esercito, guerra e, presuntivamente, atti politici. Beh, mi ribello: non mi farò mettere addosso etichette e non credo di dover dare ragione delle mie idee in proposito poiché sono ebrea. È un ring da rifiutare.

D’altra parte, dopo la Shoà, in quanto ebrea, mai nessuno mi ha apostrofato malamente. E credo che sia nodale, la Shoà, per questa mia vita fortunata. 

(Mi chiedo inoltre: Le librerie ebraiche compreranno anche 100 punti di lesbicità? Le librerie femministe Lgbt vorranno leggere anche 100 punti di ebraicità? E tu come mai ti riferisci solo a ebraicità? In fondo, in ebraicità si parla di omosessualità e in lesbicità di ebraismo: come mai si decide per l’uno o l’altro?)

Alla luce di quanto ha appena dichiarato, come si integrano i 100 punti di ebraicità coi 100 punti di lesbicità

Vorrei dire con questo lavoro: Ti rendi conto di quanto siamo simili, anche se sto parlando di ebraismo e tu non sei ebreo? Ti rendi conto che l’omosessualità è una delle possibili sessualità ed è analoga alla tua? Vorrei chiamare i lettori a una coralità, che non significa intonare una sola nota, ma capire che cantiamo la stessa canzone.

I due libri sono connessi poiché esprimono lo stesso concetto sovraordinato. Ebraismo e omosessualità in copertina negano nel testo le parole stesse della stigmatizzazione: vogliono usare l’etichetta per sovvertirla in quanto tale. Siamo tutti gli ebrei di qualcuno, siamo tutti froci perseguitati in quanto innamorati della persona ‘sbagliata’. Nulla è più scespiriano di un amore osteggiato e noi siamo tutti figli di Romeo e Giulietta. Tu, cattolico eterosessuale, sai perfettamente cosa vuol dire, malgrado le tue facilitazioni sociali. Eppure (o forse di conseguenza), le parole lesbicità e ebraicità in copertina hanno  un effetto identitario: i libri sono spesso acquistati separatamente con logiche di appartenenza.

Sarebbe stato meraviglioso, un goal da cannoniere, se i miei amici maschi ebrei eterosessuali si fossero fotografati con il libro 100 punti di lesbicità in libreria. Ma l’hanno fatto con 100 punti d'ebraicità, affettuosi e sostenitori della mia pubblicazione. Capisco perché e so aspettare la loro lettura: forse, dopo, la penseranno diversamente. Se così non fosse, posso comunque dire che ci ho provato: ci ho provato fino all’ultimo, fino a dire una parola così difficile - lesbica, ebrea - in copertina. 

Come giudica, da donna lesbica, l’attuale frattura esistente tra le donne lesbiche italiane relativamente a temi come la gpa e l’inclusione d'istanze specifiche nel quadro dei quelle dell’intero movimento Lgbti?

Le dico cosa pensodi questa questione, anche se, leggendomi, l’avrà già capito. In una società patriarcale, l’utilizzo dell’utero è normato da leggi che garantiscono, appunto, i padri. Per essere certi della paternità, la società umana è basata sul matrimonio. Lo sa che il contratto di matrimonio ebraico è un contratto di acquisto della sposa? Si chiama Ketubà. Sulla compravendita sarei interlocutoria, se permetti, visto che la mercificazione del corpo della donna è di legge da 5.000 e rotti anni.

Ecco. Io credo che, se mai avessi voluto usare il mio utero per fare figli (e non è stato così per scelta), l’avrei fatto partendo dall’assunto che si trattava del mio corpo. E, metti che io volessi portare avanti una gravidanza per dare un figlio a una coppia sterile, di qualsiasi coppia si trattasse, sarebbe stata una mia insindacabile scelta. Perché? Perché l’utero è mio e me lo gestisco io, anche se non vorrei sembrarle troppo anni ‘70.

La frattura c’è perché la chiesa, tutte le chiese, patriarcali e garantiste del sistema così com’è, imbeve le nostre coscienze con etica e morale tuonanti sulla sacralità e unica possibilità della maternità. Io sono per la gpa, ovviamente.

Infine, quale tra i 100 punti di lesbicità le sta più a cuore?

Mi permetto di rispondere con la poesia Fuori che è nel libro:

Fuori.

All'addiaccio dell'altrui sguardo.

Rivèlati. Dì la verità.

Che non è la vera verità,

Ma l'acqua in cui tutti hanno sciacquato i piatti sporchi del loro pregiudizio,

E poi il laido sei tu.

Dillo a mamma, dillo a Dio, dillo agli amici.

Fai un atto politico,

Véndicati dell'esilio nella discrezione

Con una postura scandalosa: a testa alta.

Fai un atto di coraggio,

Porgi la faccia agli schiaffi,

Che l'ha già fatto un maestro del contropiede:

Il prezzo è alto,

Ma sappiamo che il messaggio potrebbe passare.

A un metro da te quell'ultimo confine

Di ombra:

Fai il passo.

Non lasciargli la scusa dell'ignoranza,

Non lasciargli la manovra del 'non sapevo',

Trascinalo nella piena luce di te,

In fondo cosa è la co-scienza,

Se non il sapere insieme?

Il coraggio è contagioso

Quanto la paura.

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