Claudio Finelli

Claudio Finelli

Sul magazine Chi la dichiarazione d’amore di Eva Grimaldi - «L'ho presa per mano e sono passati nove anni» - fa da prologo alla notizia, ormai ufficiale, dell'unione civile con Imma Battaglia.
 
Domenica 19 maggio, due giorni dopo la Giornata internazionale di lotta all’omofobia, Eva e Imma pronunceranno il fatidico "sì". La cerimonia avrà luogo nel sofisticato ma accogliente Resort & Spa di Antonello Colonna, nella silente campagna romana. I circa 230 invitati saranno attesi dal pluripremiato chef Colonna, che si occuperà di coccolare gli ospiti insieme al “direttore d'orchestra” Enzo Miccio.
 
Proprio Miccio, il wedding planner più noto della tv, sta lavorando alacremente per non trascurare nulla: dagli allestimenti creati insieme ad Adriano Ceccotti e al team di Ceccotti Flowers fino allo style delle spose anche perché proprio gli abiti nuziali, per cui c’è grande attesa, saranno firmati da Enzo Miccio.
 
Eva Grimaldi e Imma Battaglia saranno truccate e pettinate dal makeup artist e hairstyle Paolo Di Pofi, noto per la sua attività con le dive dello spettacolo. Sul menù c’è ancora grande riserbo ma si sa che i cibi saranno accompagnati dai vini proposti da Essentia Italian Food, giovane etichetta tranese, che propone in tutto il mondo il meglio dei prodotti Made in Italy e più specificatamente pugliesi.
 
La torta nuziale sarà realizzata dalla storica pasticceria romana Andreotti, dove l'amico e proprietario Marco Andreotti assemblerà la "Torta Imma", il dolce preferito da Imma Battaglia (pan di spagna, crema, fragoline e cioccolato), che Marco e sua madre Miranda creano sempre con tanto affetto in base al gusto dell'attivista e imprenditrice. Sulla torta spiccherà la scultura in pasta di zucchero dell'artista Molly Coppini, che riprodurrà Imma e Eva sulla base della foto scattata per il magazine di Alfonso Signorini.
 
Anche gli ospiti godranno di un dolce ricordo della cerimonia: praline in pasta di mandorle realizzate dalla Famiglia Fieschi, un'azienda pugliese attiva sin dagli anni '40, con ben tre generazioni alle spalle, che per le spose ha immaginato una serie di varianti tradizionali ma dal gusto innovativo e con un'apposita confezione a loro dedicata.
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Dopo il successo registrato nella scorsa stagione teatrale, torna in scena dal 2 al 7 aprile, all’Off/Off Theatre di Roma la pièce teatrale L’effetto che fa.
 
Liberamente ispirata al caso dell'omicidio Varani "l’fffetto che fa" fu la risposta che Manuel Foffo e Marco Prato diedero agli inquirenti quando fu loro chiessto come mai avessero torturato e ucciso il giovane Luca Varani. Lo spettacolo, che prova a penetrare sentimenti, emozioni e sofferenze sia dei carnefici sia della vittima, è scritto e diretto dal giovane regista Giovanni Franci e vede in scena tre attori under 35, coetanei dei veri protagonisti della storia, Valerio Di BenedettoRiccardo Pieretti Fabio Vasco
 
Gaynews ha deciso di contattare i tre attori durante le prove dello spettacolo e chiedere loro come ci si sente a portare in scena personaggi segnati da una storia così profonda di violenza, dolore e sofferenza.
 
Riccardo Pieretti, che in scena interpreta Luca Varani, ha affermato: “Il regista e autore Giovanni Franci ammanta di grande simbolismo la figura di Luca Varani, in senso quasi cristologico. Da attore, nel cercare di adempiere a questo compito, sono posto di fronte ad una responsabilità etica finora insondata in campo teatrale. Che io sappia, infatti, nessuno ha mai interpretato su di un palco la vittima di un omicidio, diventato caso di cronaca nera, accaduto appena tre anni fa. Interpretare Luca Varani comporta un grande rispetto e un grande amore. Il primo nei confronti di chi ha subito gli effetti di questa vicenda, il secondo nei confronti del mio mestiere.”
 
Valerio Di Benedetto, che in scena è Manuel Foffo, il giovane nel cui appartamento al Collatino è avvenuto l’omicidio, ha dichiarato: “L’errore che si potrebbe fare in questi casi è quello di porci con giudizio nelle azioni e nei pensieri del personaggio. Questo porterebbe ad avere distanza e una controproducente superiorità, che ci impedirebbe di riconsegnare la verità più profonda, che invece cerchiamo di fare con questo testo. Non sta a noi giudicare, non è il nostro ruolo. Noi siamo solo a servizio della storia e per farlo dobbiamo empatizzare al massimo con la sofferenza e l’oscurità dei protagonisti, cercando un punto di incontro con quella che è la nostra sofferenza, la nostra oscurità. Toccare l’umanità dell’altro partendo dalla nostra umanità. Questo, per me, è l’unico modo per affrontare un personaggio, qualsiasi esso sia. Non ci dobbiamo mai dimenticare che stiamo raccontando una storia e ogni storia sarà sempre pervasa dall’umanità dei suoi protagonisti.”
 
Infine, Fabio Vasco, che interpreta Marco Prato, il personaggio forse più controverso della drammatica notte al Collatino, ha detto: “Sicuramente per me è stato difficile approcciarmi al personaggio di Marco Prato ma dall’altra parte è stata una sfida poterlo interpretare, studiarlo e capire la sua disperazione. Quando interpreti un personaggio molto lontano da te, la cosa che non bisogna assolutamente fare è giudicarlo ma bisogna cercare di entrare nella sua testa e capire perché si è arrivati a tanto e cosa lo ha portato a fare qual che ha fatto. Sono partito da alcune cose in comune con Prato, per esempio l’insicurezza adolescenziale, poi ho sviluppato tutto il suo percorso formativo, umano ed emotivo tramite il testo di Giovanni in cui viene fuori tanto di Marco Prato, della sua vita e della sua famiglia.”
 
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I-dentity Gen, pubblicato lo scorso anno dalla casa editrice L’Erudita, è un libro davvero singolare nel suo genere. Scritto da Paolo Di Petta, questo lungo racconto prova a recuperare l’identità fratta di una generazione, quella degli anni ‘90, stretta tra il graduale collasso di tutte le ideologie e l’incipiente avvento delle generazioni digitali. Un’identità fratta e multipla, che viene raccontata con una narrazione che procede per tessere e ritratti, assecondando un progetto di restituzione della memoria collettiva che, proprio nella destrutturazione della storia e delle storie, trova la forma più coerente con la temperatura umana e sociale di un “passato analogico” da cui sembriamo distanti anni luce. E, a distanza di quasi trent’anni, la vita e l’identità di Greg e dei suoi amici, sembrano molto più libere e fluide di quelle che osserviamo quotidianamente nel nostro “maledetto” mondo digitale. 

Ma per saperne di più, contattiamo l’autore all’indomani della fortunata presentazione napoletana. 

Paolo, I-dentity Gen è un racconto che, attraverso frammenti e ritratti, restituisce l’immagine identitaria di una generazione pre-digitale. Che senso ha, oggi, recuperare quella dimensione esistenziale e generazionale?

Oggi siamo pienamente nell’età della tecnica. Lo avevano previsto i filosofi della Scuola di Francoforte, Marcuse, poi Adorno, Gunter Anders,  Garimberti in Psiche e Techne. La tecnica non promuove un senso, non si pone problemi etici, non apre scenari di salvezza, non svela verità: la tecnica funziona. Siamo diventati tutti es-posti, ossia posti fuori da noi. La nostra identità non ci appartiene più, perché è condivisa in una dimensione allargata ma eterea che sostituisce al mondo reale il world wide web. Pur di sentirci in questa nuova dimensione di mondo, abbiamo perso il nostro, quello intimo, segreto. Le generazioni precedenti all’i-Generation, che io codifico i-dentity Generation, erano invece tutte centrate su uno spirito identitario forte, che ha generato le controculture del ’68 e del ’77, o alimentato i movimenti degli anni Novanta. Recuperare quella dimensione significa ricordarsi della dialettica, del dibattito, del corpo, della sessualità, del desiderio, in due parole, della relazione umana, che oggi tende ad essere virtualizzata.

Quanto è importante, secondo te, il concetto di identità nel terzo millennio?

Rimettere al centro il tema dell’identità ci ricorda la dimensione della scelta, aiuta a sviluppare autonomia di pensiero. Rischiamo di diventare gli schiavi del mito della caverna di Platone che fruiscono solo delle ombre proiettate del mondo, della sua rappresentazione. Lavorare sulla propria cultura, sul proprio pensiero aiuta a difenderci dai condizionatori di pensiero, dai trend lanciati dall’economia, dal mercato.

Il fatto che il tuo racconto proceda attraverso una destrutturazione dei segmenti memoriali, vuole forse indicare che oggi è necessario recuperare un’idea fluida e non monolitica dell’identità?

Ho sempre pensato che le narrazioni destrutturate come quella del cineasta Won Kar Wai nel film 2046 o di Eliot ne Le terre desolate, di Shepard in Motel Chronicles dessero l’opportunità al fruitore di ricucire la storia seguendo il flusso del tempo attraverso una percezione sentimentale. Frantumata l’unità della fabula, i piani temporali del prima e del dopo si alternano nella narrazione in modo scomposto, sta al lettore ricomporre. In I-dentity Gen, Greg, Gibli e gli altri personaggi sono a caccia delle proprie identità che sfuggono, si riattualizzano, si annichiliscono e una struttura narrativa frammentata si piega alle loro vite e ne veicola la liquidità. Credo che anche oggi un’identità fluida, aperta e multipla sia più adatta ad affrontare la complessità che è una cifra del tempo che viviamo, sempre più volatile e precario.

Quali risorse aveva la generazione predigitale di cui parli? Era una generazione più inclusiva di quella attuale?

In particolare la generazione raccontata è quella che ha vissuto i suoi venti-trent’anni nel periodo della caduta del Muro di Berlino, della Primavera democratica cinese di Tienanmen, che ha tentato con la Pantera di opporsi alla privatizzazione incondizionata della Scuola e dell’Università. Non ha ottenuto risultati tangibili perché la storia economica del mondo è andata avanti, ha mostrato, però, la capacità di creare reti umane, pur avendo tecnologie ancora rudimentali. Facendo leva sulla voglia di incontro e sul dibattito sociale, che hanno dato luogo all’esperienza dei centri sociali e dell’associazionismo, ha dato prova di spirito di solidarietà e inclusione verso le diversità. Erano gli anni in cui è nato l’Erasmus e l’Interrail consentiva di girare, a basso costo, tante città europee, miscelando modelli e culture. La coesistenza e l’incontro con l’altro non veniva percepita come una minaccia ma come un’ opportunità. I personaggi di I-dentity Gen rappresentano questo spirito del tempo, muovendo le proprie esperienze tra Napoli,  Londra, Parigi e Bruxelles, inseguendo il proprio viaggio esistenziale.

Protagonista del tuo racconto è la periferia di una grande città. Che significato ha la periferia? Come si è trasformata l’identità delle periferie negli ultimi trent’anni?

I personaggi di I-dentity Gen vivono in una periferia metropolitana che è la città moderna. Non è quella che entra nello stereotipo di  Gomorra che ne ha riverberato solo l’aspetto violento o delle conflittuali banlieue filmate da Kassovitz ne L’odio. Oggi la periferia è quella in cui viviamo quasi tutti, è la città diffusa che si estende all’esterno della cinta muraria dei centri e si dilata continuamente, attorno a stazioni Tav, a centri commerciali. A Roma circa due milioni di persone vivono in periferia, il centro appartiene alla rappresentanza e al turismo. Per questo l’umanità non è più quella povera e contadina delle borgate di Pasolini, ma è estremamente varia, ci siamo tutti dentro. Spesso tra le pieghe di cemento di questi non luoghi (di cui Traversa di I-dentity Gen ne è un simbolo), ci sono tante riserve di bellezza e di energia, come dice lo stesso Renzo Piano. Si trovano esistenze che la cultura ha aiutato a vivere, consentendo loro di risemantizzare gli spazi, dare forma ai sogni. Vi puoi trovare il Salvador, geniale pittore surrealista, che spaccia le sue opere per pagarsi vizi e piaceri, Ghibli che si sente un nichilista in un mondo che è un grande Fight Club o Nick, ex musicista, ex studente geniale, prigioniero e guardiano della Traversa come il Pianista Novecento sul suo Transatlantico.

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«Truman Capote è stato, ed è, quello straordinario scrittore che rivoluzionò la letteratura americana e non, con un romanzo agguerrito e terribile come A sangue freddo. A dispetto di quel titolo, in me, come attore e come essere umano, è caldissimo il sangue quando me lo vesto addosso, quando provo a piegarni verso di lui, come canna al vento, come sarebbe piaciuto a Grazia Deledda

Mi vesto di lui e io mi svesto, come se rimanessi nudo al suo cospetto. Rimane la mia anima lì su ogni palcoscenico. E ogni recita diventa una delle tante "preghiere esaudite"».

Con queste parole Gianluca Ferrato presenta Truman Capote – Questa cosa chiamata amore, pièce di cui è assoluto protagonista, in scena al Teatro Off/Off di Roma fino a stasera.

Lo spettacolo, dedicato a Capote, scritto da Massimo Sgorbani con la regia di Emanuele Gamba, è un omaggio ad uno dei più grandi scrittori americani del '900, autore di grandi classici della letteratura come Colazione da Tiffany o A sangue freddo.

È il Capote più irriverente, quello che emerge dal testo in scena nell’elegantissimo spazio di via Giulia: il Capote dandy, esibizionista, personaggio pubblico e irriverente prima ancora che grande scrittore. Ma anche l'anticonformista per eccellenza, che può permettersi di parlare con la stessa dissacrante arguzia di Hollywood e della società letteraria newyorkese, di Jackie Kennedy e Marilyn Monroe, di Hemingway e Tennessee Williams, senza mai risparmiare se stesso, i suoi vizi, le sue manie, i suoi successi e fallimenti.

Il suo stile, decadente, ironico e iconoclasta, ha segnato la letteratura degli Stati Uniti, dopo un'infanzia difficile e con l'aggravante, per l'America dell'epoca, dell'omosessualità. Capote, sotto i lustrini di feste e copertine di riviste, ha saputo raccontare tanto la frizzante società newyorkese quanto il cuore più nero del suo Paese. Il tutto con una lingua costruita alla perfezione, vero elemento distintivo della sua produzione, tanto quanto i temi di cui si è occupato nei suoi libri.

Partito dai bassifondi, lavorando come fattorino, Capote ha conosciuto il successo con i racconti, per poi imporsi definitivamente con il romanzo-verità A sangue freddo (1966), storia del massacro di una famiglia e capostipite di un nuovo tipo di giornalismo letterario. Poi alcol e droga hanno infiacchito il suo talento, a lungo cristallino e unico. Ma 30 anni dopo la sua morte, per cirrosi epatica nell'agosto del 1984, a neppure 60 anni di età, non possiamo che rimpiangere il suo genio e anche la sua candida e disperata voglia di stupire e, probabilmente, di essere apprezzato e amato.

«Quando Dio ti concede un dono, ti consegna anche una frusta; e questa frusta è intesa unicamente per l'autoflagellazione». Se per Capote il suo talento è stato una frusta, per tutti noi è stato e resta solo piacere puro.

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«Oggi Olimpia ha ricevuto un messaggio per un casting di un concorso. Il messaggio recita: “Gentilissima Olimpia, tra le tante ragazze che abbiamo visionato attraverso le foto del profilo Facebook, nel complimentarci per il suo bell’aspetto fisico, abbiamo il piacere di comunicarle che è stata selezionata per poter essere scelta e fare parte delle 60 finaliste del concorso per aspiranti modelle e fotomodelle Miss International Model 2019”. 

Purtroppo scopriamo che non può, perché da regolamento le partecipanti devono essere di sesso femminile dalla nascitaLa conferma mi è stata data dall'organizzatore del concorso, il quale ha asserito che, pur non avendo egli stilato il regolamento, capisce che la presenza di una donna trans potrebbe creare risentimento e preoccupazione nei genitori delle altre partecipanti. Premesso che sono stati loro a contattare Olimpia dopo averne apprezzato la bellezza in foto, hanno idea della mortificazione e umiliazione che potrebbe aver causato una tale forma di discriminazione?

Una donna trans ha il diritto di partecipare a qualunque concorso o sfilare  come modella, perché si parla di bellezza esteriore e non di cromosomi o corredo genetico. In alternativa, tutte le donne biologiche che abbiano subito interventi di chirurgia estetica dovrebbero essere eliminate. Con l'appoggio degli avvocati Tito Flagella e Giovanni Guercio porteremo avanti questa causa, per difendere il diritto di tutte le donne trans ad essere riconosciute donne a tutti gli effetti e in tutti gli ambiti».

Con queste parole, Mariella Fanfarillo, madre di Olimpia e autrice del libro Senza rosa né celeste (Villaggio Maori, Catania 2018), in cui racconta la storia sua e della figlia che ha ottenuto dal Tribunale di Frosinone l'autorizzazione al cambio anagrafico di sesso senza previo intervento di riattribuzione chirurgica del sesso quando era ancora minorenne, ha denunciato sui social, il 14 marzo, la grave esclusione della giovane dal concorso di bellezza perché transessuale.

Alla luce di tali parole abbiamo contattato Giovanni Guercio, il cui nome resta legato alla storica sentenza della Corte di Strasburgo a tutela di una donna trans italiana, che ha dichiarato: «Olimpia  non aveva nemmeno richiesto di partecipare al concorso. È stata invitata a farlo dagli organizzatori, per poi vedersi sbattere in faccia l’ennesima discriminazione: non puoi aderire perché la competizione è riservata a chi è nata donna ..

Nella mia posizione di avvocato, nonché attivista nelle tematiche Lgbt+, devo ancora una volta, amaramente, constatare come l’Italia sia lontana da quella “rivoluzione politicamente corretta” che tanti Paesi, europei e non, hanno posto in essere ormai da tempo.

Ne è esempio la canadese Jenna Talackova, la quale vinse il titolo di Miss Vancouver nel 2012, ma venne squalificata perché scoperta transgender, la cui battaglia ha cambiato il mondo dei concorsi, conducendoli all’apertura completa senza pregiudizi.

Ma senza doverci allontanare così tanto, Angela Ponce, già Miss Cadiz 2015 e Miss Spagna 2018, è stata la prima concorrente transgender a partecipare a Miss Universo, eppure anche lei, come Olimpia, si era sentita dire che non avrebbe mai potuto partecipare. Angela non si è mai arresa e, forte di una famiglia che non la ha mai ostacolata, favolosamente riferiva: A scuola se qualcuno rideva perché mettevo il cerchietto, il giorno dopo mi presentavo con una corona. L’unica differenza tra Angela ed Olimpia è che la prima è stata fortunata a nascere in Spagna, un esempio di inclusione, rispetto e diversità per tutto il mondo».

Per Guercio è totalmente diversa la situazione italiana, «dove, a tutt’oggi, all’art.8) comma b) ove vengono indicati i requisiti per l’ammissione al Concorso di Miss Italia, ancora si legge “essere di sesso femminile sin dalla nascita”, malgrado già dal 2014 l’organizzazione avesse anticipato un’apertura per l’anno successivo anche alle ragazze transessuali. D’altronde la legge, così come interpretata dalla giurisprudenza corrente, riconosce la rettifica del sesso e del nome alle ragazze transessuali sulla base di documentazione scientifica inequivocabile che accerta la natura femminile del soggetto.

La normativa regolamentare relativa ai concorsi di bellezza nel nostro paese sembra invece non avere ancora compreso che, come la stessa Angela ha affermato, non è avere una vagina che “trasforma” una ragazza transessuale in una donna: lei è già una donna, ben prima della nascita, perché quella è la sua identità.

Miss Mondo è addirittura aperto alle candidate transgender e transessuali già dal 2012. Non sono quindi sogni o pretese, bensì sacrosanti diritti, riconosciuti da tempo a tutte le ragazze, indipendentemente dalla loro nascita biologica. 

Personalmente, sogno di svegliarmi un giorno in un Paese dove una donna trans può essere tutto ciò che desidera: un’insegnante, una madre, una dottoressa e, perché no, perfino una miss».

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Con l’hashtag #LegittimiDiritti è stata ieri ufficializzata la data del Mediterranean Pride di Napoli 2019: il 22 giugno.

L’evento, che ha una matrice dichiaratamente mediterranea ed extraterritoriale, è giunto alla sua sesta edizione consecutiva, benché si possa definire nato già nel 1996 come primo Gay Pride del Sud Italia.

Il Comitato Antinoo Arcigay Napoli, il Circolo Le Maree Napoli Alfi, l’Associazione Transessuale Napoli (Atn) e Famiglie Arcobaleno, che, con il supporto del Coordinamento Campania Rainbow, hanno convocato la manifestazione, si dicono certi di ottenere anche quest’anno il massimo supporto del Comune di Napoli e delle istituzioni locali, sempre sensibili alle istanze e alle lotte della comunità Lgbt. 

Il Mediterranean Pride of Naples 2019, incardinato come di consueto nella marea arcobaleno dell’Onda Pride che attraverserà l’Italia da maggio in poi, sarà  fortemente legato al Roma Pride del prossimo 9 giugno. A 25 anni dal primo pride italiano, quello di Roma del 1994, e a 50 anni dai moti di Stonewall del 1969, il Mediterranean Pride seguirà il Roma Pride e anticiperà di una settimana il World Pride di New York

L’hashtag politico scelto quest’anno è, come accennato, #LegittimiDiritti, finalizzato a rimarcare il vero problema di sicurezza nel nostro Paese, ovvero quello di una violenza crescente ai danni delle persone socialmente più fragili, donne, migranti, Lgbt, disabili, anziani, che vivono in tutto il Paese, ma soprattutto a sud, condizioni di grande marginalità sociale e per questo sono maggiormente esposti all’esclusione e alla violenza.

Infine, le stesse associazioni che hanno convocato il Mediterranean Pride, convocheranno presto un’assemblea cittadina per recepire tutti i contributi che potranno arrivare dalla società civile e dalla cittadinanza che interverrà all’assemblea. 

Contattato da Gaynews, Antonello Sannino, responsabile Pride di Arcigay Napoli, ha dichiarato: «È necessario rimarcare l’importanza del diritto alla conoscenza e a una narrazione corretta dei fatti. In un paese come il nostro, in cui le statistiche ufficiali ci dicono che diminuiscono gli omicidi e i reati ma non diminuiscono gli atti di violenza contro le donne, i migranti, i rom e le persone Lgbt, il vero problema sicurezza riguarda i soggetti più deboli che oggi sono sempre più emarginati e discriminati dalla politica nazionale che, paradossalmente, poi rivendica più sicurezza».

Antonella Capone, presidente del Circolo Le Maree Alfi di Napoli, ha rimarcato come «l’Italia viva un momento di attacco alla libertà, di costante battaglia culturale. che coinvolge tutti i livelli dello Stato e della cittadinanza. Per questo e per tanto altro scendiamo in piazza, per rivendicare i “legittimi diritti” di tutte e di tutti, come cittadine/i e come persone. Per ricordare che la libertà, la democrazia, le pari opportunità vanno conquistati, ma anche difesi, ogni giorno. Tra questi giorni, il 22 giugno spiccherà, con gli occhi di migliaia e migliaia di persone, volti verso i “legittimi diritti” di tutte e di tutti».

Loredana Rossi, vicepresidente di Atn, ha infine dichiarato: «A 50 anni dai moti Stonewall molto è stato fatto per i diritti della nostra collettività. Ma tanto resta da fare, soprattutto per le persone trans. La strada è ancora in salita e il pericolo di tornare indietro c'è sempre. Quindi mai abbassare la guardia. Il Pride sarà come sempre momento di rivendicazione, di colore e di gioia».

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Lo scorso autunno Eva Grimaldi e la compagna Imma Battaglia erano state “paparazzate” nel quartiere Piramide, in compagnia di Enzo Miccio, il wedding planner più noto della televisione italiana che ultimamente ha curato il matrimonio Bossari-Lagerbäck.

Dopo qualche mese svelato l’arcano di quell’incontro: Eva Grimaldi e Imma Battaglia stanno per celebrare la propria unione civile ed Enzo Miccio le accompagnerà al fatidico passo. Per la prima volta in Italiadue donne note al pubblico, ognuna per la propria vicenda personale e lavorativa, convoleranno a giuste “nozze” dopo una storia d'amore lunga più di otto anni.

A darne notizia la stessa Battaglia con un post su Facebook.

L’unione della coppia Grimaldi-Battaglia si svolgerà nel maggio 2019 in un luogo ancora non definito dall'entourage, ma che quasi certamente sarà a Roma, dove la coppia convive da anni. 

L'unione tra le due donne, accompagnata dai due hashtag scelti dalla coppia (#EvaImmaWeddingDay e #LePromesseSpose), era già stata annunciata lo scorso giugno 2018, ma la storia d'amore fu resa nota da una trasognante Eva durante l'Isola dei Famosi 2017.

Al momento, restano top secret la data, il tema e la location dell’unione civile, ma Enzo Miccio, abituato ai matrimoni sotto i riflettori, ha in mente già qualcosa. 

«Sarà un matrimonio - ha dichiarato il wedding planner - che parlerà di Eva e di Imma, del loro amore, del loro percorso come coppia e delle loro passioni. Un vero e proprio inno alla semplicità e all'amore, senza mai dimenticare l'anima militante di questo sentimento».

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Family Spray, nuovo libro di Anna Paolucci, che sarà presentato sabato 9 marzo alle 17 presso l’elegante spazio del Teatro Off/Off di via Giulia 20 a Roma, racconta  quel che accade durante una tranquilla cena in famiglia in cui, tra sorrisi e scherzi, i genitori dialogano con i propri figli, dopo una faticosa giornata di lavoro e apprendono, improvvisamente, dell’omosessualità del primogenito che si svela innamorato di un uomo.

Ma la famiglia è una famiglia accogliente e amorosa e quel che accade è un vero Family Spray tra ironia, similitudini e spunti imprevisti.

A presentare il libro, oltre all’autrice, anche Maria Laura Annibali, leader storica del movimento Lgbt e presidente di Di’Gay Project, a cui il libro è dedicato. 

Ed è proprio Annibali che, raggiunta telefonicamente dalla nostra redazione, dichiara: «Family Spray di Anna Paolucci è un testo importante per vari motivi, primo fra tutti perché descrive una famiglia popolana i cui genitori ascoltano il coming out dei due figli, Fausto e Ludovica, entrambi omosessuali.

È una famiglia amorosa che accoglie lo svelamento di quelle storie diverse con una specie di sapienza antica, quasi arcaica, contro complicati ragionamenti, false accettazioni, inutili sensi di colpa che spesso sono il risultato di un coming out,  in seno magari a famiglie più evolute. Inoltre, in questo tempo buio, dove un padre stupra per anni la figlia lesbica per riportarla sulla retta via, Family Spray spruzza aria pulita sul Family Day e questo libro ha tutti i colori rainbow».

Alla presentazione all’Off/Off Theatre di Roma interverranno inoltre Gina Di Francesco, responsabile della collana Le Ginestre di Herald Editore, Cristina Leo, psicologa e portavoce del Coordinamento Lazio Trans, Roberta Mesiti, presidente Agedo Roma e il sessuologo Roberto Perini. Le letture saranno a cura dell’attore Gino Zucca

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La tematica della Schiavitù sarà al centro dell’appuntamento romano di Strane Coppie, la rassegna culturale itinerante ideata e condotta dalla scrittrice Antonella Cilento che, giunto al terzo incontro di quest'edizione, avrà luogo oggi pomeriggio, alle 18:00, nella splendida cornice di Palazzo Altieri.

Per l’occasione si racconteranno i romanzi Jane Eyre di Charlotte Brontë, Il grande mare dei Sargassi di Jean Rhys e Il colore viola di Alice Walker. Ospiti dell’evento ad ingresso gratuito, This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it., saranno lo scrittore e sceneggiatore Francesco Costa e la scrittrice e saggista Valeria Viganò, mentre le letture saranno affidate all’attrice Margherita Di Rauso. Immagini e musica a cura di Marco Alfano. 

Di schiavitù e discriminazioni, in terre e epoche passate, si parlerà ripercorrendo le storie raccontate da grandi scrittrici che ancora possono illuminare il presente e la cultura contemporanea. Tra i personaggi del capolavoro di Charlotte Brontë, Jane Eyre (1847), un classico della letteratura e anche del cinema, di rado si nota quello in apparenza secondario di Bertha Antoinetta Mason, prima moglie folle e segregata di Rochester. Pochi considerano che Bertha viene dalla Jamaica e che rappresenta il lato oscuro della politica colonialista e schiavista inglese e un oggetto di censura sociale e umana da parte di Rochester. 

Ci ha pensato nel 1966 Jean Rhys, scrittrice britannica di origine caraibiche, che con Il grande mare dei Sargassi compone un vero e proprio prequel a Jane Eyre, occupandosi appunto della vicenda di Antoinette Cosway, di fatto la Bertha narrata da Charlotte, in chiave postcoloniale e femminista.

Il terzo romanzo, Il colore viola di Alice Walker (1982), anch’esso divenuto un grande film girato da Spielberg, sposta il tema negli Stati Uniti dove schiavitù non è solo oppressione di bianchi su neri, ma anche di uomini neri su donne nere.

La violenza di genere e l’omosessualità femminile sono centrali nel romanzo dI Walker, la cui protagonista, Celie, vive una relazione con Shug, donna anticonformista: ed è proprio questo amore a offrirle un’importante svolta esistenziale, liberandola dalla sottomissione e da legami fasulli, che può così sostituire con sentimenti veri.

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Un grande appuntamento all’Off/Off Theatre di Roma: dal 5 al 10 marzo sarà in scena Tangeri, spettacolo scritto da Silvano Spada e interpretato dal cantante e attore Gianni De Feo in un viaggio nella Spagna degli anni '30 e '40.

Al centro della pièce è la figura del celebre cantante e ballerino spagnolo Miguel de Molina, mito di Pedro Almódovar, vissuto durante la dittatura franchista e perseguitato per le sue idee antifasciste e la sua dichiarata omosessualità. Al racconto si intersecano le canzoni spagnole, tra quelle più celebri di Miguel de Molina. La presenza di temi musicali in evidente contrasto tra loro, dalla chitarra classica al barocco di Vivaldi, passando per il minimalismo di Philippe Glass e il tango argentino, farà da contrappunto alla storia, restituendo atmosfere dai differenti colori.

Centrale nel progetto scenico è il mito di Tangeri, ricordo struggente e poesia, isola di libertà e dissolutezza, tanto amata da quei poeti e dagli artisti di tutto il mondo che l’hanno conosciuta: Delacroix, Matisse, Francis Bacon, Tennessee Williams, Samuel Beckett, Jean Jenet, Paul Bowls, William Burroughs, Allen Ginsberg, Jack Kerouac e, tra gli altri, oggi anche Mick Jagger dei Rolling Stones.

Per saperne di più, contattiamo Gianni De Feo durante le prove dello spettacolo. 

Gianni, iniziamo dal titolo dello spettacolo che stai per mettere in scena. Cosa rappresenta nel nostro immaginario il mito poetico ed erotico di Tangeri?

Tangeri è intanto un suono evocativo, vibrante, capace di risvegliare a un tratto ricordi atavici, primitivi, apparentemente assopiti in qualche zona del nostro inconscio. Come le madeleines imbevute nel te' con cui Proust dà il via alla sua lunga ricerca di un Tempo infinito, ne senti il profumo, l'aroma avvolgente. È accattivante l'erotismo racchiuso in questo suono musicale capace di spandersi come l'aroma dell'oppio che dagli spazi più angusti può sconfinare oltre ogni limite.

E forse per questa ragione Tangeri ha ispirato gli artisti e i poeti di tutto il mondo che l'hanno conosciuta, trasformando questo lontano esotico luogo del Marocco nel "rifugio" legittimo dove poter vivere anche l'illegalità come pura poesia. Primo tra tutti Paul Bowls. Ma anche Jean Genet, Francis Bacon, Tennesse Williams, Truman Capote, Mick Jagger e quanti ancora. Tangeri ispira ricordi insani, profondi, morbosi. Ma è anche ricordo struggente e mito, dove le notti sono notti di sospiri e la vita è vita.

Il protagonista di Tangeri è un cantante e ballerino spagnolo particolarmente caro a Pedro Almódovar: Miguel de Molina. Ci presenti, velocemente, questo personaggio? Perché è importante recuperarne il mito?

Miguel de Molina è un personaggio di grande spessore sicuramente poco conosciuto in Italia. Nato in una poverissima Andalusia, a Malaga nel 1908, ha attraversato tutto il periodo della repressione franchista senza mai rinunciare alla sua personalità dichiaratamente ambigua e senza mai nascondere le proprie idee liberali. È diventato un simbolo per la Spagna moderna e un esempio di ribellione. Questo è senz' altro uno dei motivi per cui Pedro Almodovar ha utilizzato spesso la sua voce e il suo canto in alcuni suoi film. Tra le sue più celebri canzoni " La bien paga' ". 

Perseguitato, osteggiato dagli studenti gesuiti, picchiato dalla polizia, all' apice del successo è costretto a emigrare riparando in Argentina. Lì conclama il suo successo e diventa molto amico di Evita Peron. Muore a Buenos Aires nel 1993, dove è sepolto. Ma il re di Spagna Juan Carlos qualche anno dopo la sia morte lo decora con l'Ordine di Isabella la Cattolica. Strano il destino di certi artisti dopo tante umiliazioni. Ma il mondo spesso va così.

Penso che ricordando certe personalità attraverso le loro biografie si possano stimolare un poco le coscienze per indicarci un futuro più giusto. Ogni volta che facciamo un passo in avanti sappiamo che dietro di noi c'è sempre qualcuno che ha pagato un prezzo caro per permetterci di avanzare. Siamo dei nani sulle spalle dei giganti. 

L'Ambasciata di Spagna a Roma per questo spettacolo ha concesso il suo patrocinio.

Nella pièce si rievoca anche la figura di Federico Garcia Lorca. Quanto deve la cultura occidentale del ‘900 alla poesia e alla forza rivendicativa dei versi del grande poeta?

Miguel de Molina amò molto Garcia Lorca provando per lui una profonda ammirazione. Rivive con emozione il ricordo del primo incontro con il poeta a Granada e la descrizione di quel viso da bambino illuminato da un sorriso contagioso e emtusiasmante. I due si ritrovano poi a Madrid agli inizi degli anni trenta quando il clima politico cominciava ad essere più perturbato. Li unisce lo stesso destino di perseguitati. Ma diversamente si conclude per Federico Garcia Lorca che sarà barbaramente fucilato il 18 agosto 1936 su una strada alla periferia di Granada. Rimane viva l'eco della sua poesia come canto di libertà e di giustizia.

Questo lavoro teatrale è anche un lavoro sulla ricerca dell’identità, una ricerca che coinvolge tutte e tutti e che, spesso, crea sofferenze e conflitti. Quanto è importante, per un artista come te, la ricerca dell’identità? Qual è il prezzo che paga un artista, ma anche un uomo comune, per non tradire la sua identità? Per essere, insomma, sempre fedele a se stesso e a quel che vuole essere?

In questa costruzione teatrale alla figura di Molina si contrappone quella di uno scrittore di successo dei nostri giorni che decide di mollare tutto per cambiare la sua vita e andare a vivere appunto a Tangeri.  I due personaggi che qui interpreto alternando l'uno all' altro in un ritmo crescente fino al punto di farli diventare un unico individuo, sono alla continua, infaticabile ricerca di un'identità vera, non falsificata da condizionamenti e imposizioni.

La ricerca dell' identità passa molto spesso attraverso dubbi, trasformazioni, la volontà e il coraggio di ribaltare certezze e convinzioni.  In questo senso, il teatro o meglio l"arte della rappresentazione e, per così dire, della finzione, mi aiuta ad avventurarmi in un continuo percorso di conoscenza. La libertà di essere se stessi ha un prezzo, a volte più caro a volte meno, ma sempre vale la pena imparare a difenderla.

Si può essere fedeli a se stessi ma attraverso l'esperienza dell' infedeltà. Perché ogni attimo ha un valore a sé.

E così, quando il sipario si chiude rimane l'attesa del prossimo turno. E intanto senti che qualcosa è cambiato.

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