Elisabetta Cannone

Elisabetta Cannone

A poco più di 48 ore dalla manifestazione di lunedì pomeriggio in Piazza del Campidoglio, che ha visto scendere in piazza diverse generazioni di donne e di uomini in difesa della Casa Internazionale delle Donne – la quale rischia lo sfratto per una morosità conteggiata in 800mila euro –, e il contemporaneo incontro presso il Palazzo Senatorio tra una delegazione di donne della Casa e le assessore Laura Baldassarre (Politiche sociali), Flavia Marzano (Roma Semplice) e Rosalba Castiglione (Patrimonio) assieme alla sindaca Virginia Raggi, la storica sede del movimento femminista, femminile e lesbico di Roma fa il punto della situazione in un’assemblea che chiama a raccolta le associazioni componenti nella sede dell’ex convento del Buon Pastore.

A riprendere le fila del discorso dall’incontro istituzionale, il cui esito è stato definito deludente, è stata la presidente della Casa Francesca Koch che ha aperto il dibattito alle valutazioni politiche di quanto sta vivendo la Casa sotto la giunta capitolina pentastellata e alle future iniziative e posizioni da intraprendere.

Uno dei primi punti da cui vogliono partire è una campagna di contro-informazione che rettifichi e smentisca le voci non vere fatte circolate sulla Casa internazionale delle Donne e definite false.

In primo luogo, il fatto che – secondo quanto scritto nella stessa mozione presentata dalla consigliera comunale Gemma Guerini – la Casa non avrebbe mai presentato le dovute relazioni. Cosa che, sostengono da Via del Buon Pastore, è stata fatta ed è documentata. Quello che invece forse non è stato fatto da parte degli uffici del Comune è l’inoltro dei documenti.

Altri dati smentiti sono quelli relativi alla gestione di “Hotel a cinque stelle” (ovvero la foresteria) e al restauro del Buon Pastore, non pagato con i soldi del Comune, come viene detto, ma dal Governo per il Giubileo. Senza parlare poi dell'accusa d'una gestione in mano a “signore snob” che pretendono per loro dei privilegi a differenza di chi assiste i malati di Sla o i bambini autistici, paga regolarmente l’affitto e sono, quindi, brave persone.

Un’equiparazione inaccettabile, che le donne della Casa rifiutano e rispediscono al mittente bollandola come tentativo, da una parte, di screditare le attività svolte in Via del Buon Pastore e, dall’altra, di contrapporre realtà e storie diverse che offrono tutte servizi a chi ha bisogno e proviene da diverse zone della città.

Il timore che serpeggia e che si intravede nella mozione Guerini – mozione che prevede la messa al bando del luogo e del progetto della Casa – è quello di uno “sgombero burocratico”, ovvero svuotare dall’interno la realtà delle associazioni con trattative al ribasso che ne indeboliscono identità e iniziative. In merito, poi, al “progetto di coordinamento”, gestito da Roma Capitale, di riallineare alle moderne esigenze il progetto della Casa riappropriandosi di un'iniziativa che si sostiene essere dell’amministrazione capitolina, da Via del Buon Pastore ricordano la vera storia di quel luogo: uno spazio costruito grazie alla mobilitazione femminista e dell’allora Giunta che affidava l’ex convento all’affermazione della libertà femminile, individuando proprio nel movimento femminista il soggetto che poteva portare avanti il progetto.

A raccontare a Gaynews cosa sia stata ed è ancora oggi la Casa Internazionale delle Donne e cosa ne significherebbe la chiusura è la stessa presidente Francesca Koch, la quale alle porte dell’anniversario della legge 194 interviene sul tema dei recenti attacchi al diritto all’aborto e risponde sulla legge 40, che disciplina la procreazione medicalmente assistita, in particolare sulla posizione della Casa in merito alla gestazione per altri.

«La Casa delle Donne – ricorda al riguardo Francesca Koch – è un soggetto plurale e, come tale, non ha una posizione univoca. Sulla gpa è aperta al dialogo, per cui non ha nessun diktat o linea da dare. Fermo restando che per noi il principio da salvaguardare è il rispetto dell’autonomia, dell’autodeterminazione, della dignità della donna».

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A un anno di distanza torna il Premio Abbraccio, il riconoscimento ad aziende e personalità che nel lavoro come nella vita personale si sono contraddistinte per il loro impegno nella lotta contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere. Ideato e organizzato da Agedo Roma, quest’anno la manifestazione sarà ospitata all’Off/Off Theatre di Roma a partire dalle 19.15.

Conduttore della serata sarà Pino Strabioli che sarà accompagnato da un’ospite speciale: Piera Degli Esposti. Interverrà anche Francesco Lepore, caporedattore di Gaynews.

A raccontare le ragioni di questa iniziativa è Roberta Mesiti, presidente di Agedo Roma.

Presidente, questa è la seconda edizione del Premio Abbraccio: che significato ha per lei tale iniziativa?

Il significato è quello del Premio Abbraccio in genere. Un premio che affonda le radici nella missione più profonda di Agedo: un'evoluzione culturale dai valori ai modelli di comportamento fino alla consapevolezza collettiva della questione Lgbti.

Qual è lo slogan di quest’anno?

Riconoscere e riconoscersi. Come ormai noto, il Premio Abbraccio è un tributo a personalità e aziende che quotidianamente e concretamente si impegnano per questo cambiamento culturale, anzi parlerei di evoluzione. Noi ci riconosciamo in queste buone pratiche perché sono i nostri valori. Ritengo importante riconoscersi in queste buone prassi, in modelli virtuosi perché diventano un esempio di forza, di determinazione ma anche una fonte di conoscenza e di competenza. Inoltre, con la maggior parte delle realtà premiate abbiamo rapporti di collaborazione. Penso ad Antonella Montano o a Vanni Piccolo, con il quale abbiamo lavorato a eventi molto belli come quello sulla sieropositività in occasione della Giornata Mondiale contro l’Hiv. Con Deutsche Bank Agedo nazionale e tante sedi territoriali – con la collaborazione di Parks - stanno realizzando una formazione interna per il personale.

C’è quindi un riconoscere l’impegno, la competenza e il cambiamento che mettono in atto e che diventa a sua volta una migliore qualità di vita per i nostri ragazzi.

Cosa l'emoziona di più di questo premio?

Mi emoziona trovare queste radici profonde, il senso dell’Agedo di questo tipo di evoluzione e attualizzarla, soprattutto in un momento come questo che per noi genitori è molto difficile. Sentiamo di continue aggressioni di stampo omofobico e purtroppo leggiamo spesso dichiarazioni pubbliche che sono devastanti. È un negare tutto quello che con forza affermiamo da 25 anni, anniversario che sarà celebrato quest’anno.

Le motivazioni delle assegnazioni di quest’anno?

Ovviamente c’è una motivazione per i premi che verranno assegnati.

I premiati di questa edizione saranno:

Antonella Montano, che ha speso tanto della propria vita professionale e personale su diverse tematiche. È stata una delle prime studiose ad aver affrontato e parlato del tema dell’omofobia sociale e interiorizzata. Ha dato voce alle donne lesbiche che subiscono la doppia discriminazione in quanto donne e per il loro orientamento sessuale. È formatrice di terapeuti che prenderanno in carico eventuali situazioni da risolvere. In ultimo, con Il vaso di Pandora, ha fondato l’omonima onlus che si occupa di violenza di genere, delle vittime del trauma e del superamento del trauma dell’abuso. Un progetto che apre uno sguardo doveroso sulla questione di genere, femminile, Lgbti, etc.

Vanni Piccolo, testimone storico del movimento, che ha fatto tantissimo per la comunità. Da presidente del Circolo Mario Mieli si è segnalato nella lotta contro l’Hiv, già dal suo primo comparire, collaborando con l’Istituto nazionale Malattie infettive "Lazzaro Spallanzani". Un fatto che è storia. Come consigliere del sindaco di Roma Rutelli ha fatto tanto per il Pride. Poi ancora come preside e prima ancora come insegnante si è distinto per progetti di multiculturalità. Ha collaborato con l’Unar contro le discriminazioni in Lazio, Campania, Calabria. Vanni è una delle personalità più riconoscibili e che più si è speso. Certo non l’unico, perché c’è un gruppo storico. Ma di certo è tra chi si è speso di più per i diritti della comunità, anche tra i partiti in anni in cui questo non era consueto.

Silvia Grilli, direttrice di Grazia. Un settimanale che nel tempo sta ponendo molto l’accento sulla condizione femminile e narra anche in maniera realistica e positiva storie di ragazzi e ragazze omosessuali. Questa rappresentazione diffusa e positiva al di fuori degli stereotipi per noi diventa cultura e valore condiviso.

Deutsche Bank, in collaborazione con Parks, sta effettuando delle formazioni interne inclusive per il personale Lgbti. A settembre si terrà un corso a Roma. Come genitori Agedo  sosteniamo questo progetto in diverse città italiane. Inoltre, Parks è una realtà importante che fa formazione per le aziende a favore dell’inclusività.

La manifestazione cade quest'anno nella giornata della Festa della mamma. Cosa ne pensa delle proposte di eliminare una tale ricorrenza assieme a quella del papà perché discriminerebbero le famiglie arcobaleno?

Penso che si possa parlare di festa delle mamme e di festa dei papà. Questa, secondo me, potrebbe essere una soluzione che non urti nessuno. C’è stata una polarizzazione di alcune posizioni che credo sia sbagliata, mentre penso che ci dovrebbe essere un confronto pacato e sereno.

Io lancio, quindi, un’idea: fare una festa delle mamme e dei papà, in cui siano rappresentati più modelli visto che la realtà ci rimanda tantissimi modelli di famiglie. Ci sono mamme in famiglie etero, o single, eterosessuali, rimaste sole o che per motivi economici sono tornate nelle proprie famiglie di origine e vivono e crescono figli assieme alle loro di madri.

Parliamo quindi di papà, di mamme, di famiglie. Penso che sia una visione più omnicomprensiva.

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Il suo nome è legato quasi indissolubilmente a quello di altri. Le sue parole e le sue emozioni hanno dato voce ad altre voci. La prossima canzone del cuore, che racconterà un amore, la sua nascita o la sua fine, che farà scendere una lacrima o storcere la bocca con un sorriso, quasi sicuramente l’avrà partorita lui. Vincenzo Incenzo è uno degli autori di canzoni italiane più prolifici e con le collaborazioni artistiche tra i più alti livelli. Basta fare qualche nome: Patty Pravo, Pfm, Lucio Dalla, Venditti, Zarrillo e poi Renato Zero al quale lo lega una collaborazione ormai ventennale.

Una delle sue creature più amate da un pubblico vastissimo e quanto mai eterogeneo, fenomeno più unico che raro nel nostro Paese, è il musical Romeo e Giulietta ama e cambia il mondo che continua ad andare in scena anche quest’anno, dal debutto nel 2013.

Negli anni, oltre ai fiumi di parole travasate nei testi delle canzoni, nei libri, ha collezionato molti premi ritirati con lo stesso stupore e meraviglia con cui un bambino vede per la prima volta un dolce alla vetrina di una pasticceria.

L’ultima fatica che lo vede ancora una volta al fianco di Renato Zero come co-sceneggiatore e co-regista è il film Zerovskij – solo per amore. Seduti al tavolo di un bar, sorseggiando un succo di frutta, Vincenzo Incenzo racconta il suo lavoro, i suoi progetti e tra una citazione di Dante e una riflessione su Shakespeare dice anche la sua sui diritti e la libertà di amore per le persone lgbti.

Come ti sei approcciato all’ultimo lavoro di Zero?

Tutto è cominciato in maniera molto informale. È un lavoro che aveva sedimentato nel tempo, per cui ci siamo arrivati preparati. Quando abbiamo iniziato a parlare di Zerovskij avevamo già tracciato un percorso che ci avrebbe portato a uno spettacolo che prevedesse canzoni, ma anche una ricca parte di prosa, un’orchestra, attori. L’idea era creare qualcosa in cui Renato non fosse l’unico protagonista.

Abbiamo costruito passo dopo passo la storia, partendo dall’umanizzazione dei sentimenti, e non volendo fare il remake di qualcosa abbiamo inventato una storia nuova, con dei personaggi nuovi.

Quando abbiamo pensato alla location ci è venuto subito in mente la stazione, luogo culto di qualunque partenza, arrivo, abbandono, ritrovamento, aspettativa, speranza, illusione. La stazione, per Renato che non voleva cimentarsi con una vera e propria cronistoria, era una situazione in cui tutto era compresente: le vite passavano senza bisogno di uno sviluppo narrativo, anche se alla fine c’è stato perché Renato ha iniziato a pensare a tutti i personaggi e all’asse verticale: Dio - Adamo ed Eva.

Dell’idea iniziale è rimasto un progetto ambizioso con più di 100 persone sul palco, una scena ricca, una band che si aggiunge all’orchestra con la possibilità di switchare dal classico al pop continuamente. Io ho costruito i monologhi e man mano è stato più facile perché abbiamo cominciato a concepire una storia.

Renato poi ha iniziato a far gravitare Adamo ed Eva come viaggiatori atemporali, di oggi così come quelli mitologici, in questa fantomatica stazione con i problemi attuali: le tasse da pagare, gli abusi a cui ancora la donna purtroppo è costretta a sottostare e poi ha messo anche questo figlio di nessuno, questo NN, che è un po’ il loro figlio rifiutato, una figura che rappresenta tutti gli abbandoni e le persone emarginate. Una sorta di icona che possa comprenderli e abbracciarli tutti. Infine Dio, che dice “sono un uomo mancato”, ammette i suoi errori e pensa addirittura a un secondo progetto avendo fallito il primo.

Qual è la parte che senti tua?

Nei monologhi c’è tanto del mio. Alcune parti del Tempo sono mutuate da un romanzo che ho scritto Romeo e Giulietta nel duemilaniente, dove si racconta l’omologazione, la resa senza violenza a un sistema che ci ha tolto tutto: la libertà, il tempo, la sensibilità visiva e uditiva, relegandoci a caselle di un mosaico che giostra secondo gli imperativi produttivi di questo sistema. Tutta quella parte, digerita nel romanzo, ritorna in una veste nuova.

Il fatto che Renato mi abbia dato tanta fiducia di scrivere liberamente, senza una supervisione e accettando incondizionatamente questi monologhi – forti di un rapporto che va in automatico – mi ha fatto lasciare andare parecchio. Ad esempio, con il monologo di NN con la sua eutanasia della morte, il confronto di odio-amore in una veste completamente ribaltata dove l’amore è quello sconfitto e l’odio vince, sovvertendo un cliché, un plot narrativo universale.

Più che in tante canzoni, ho avuto la possibilità di mettere me stesso.

Hai mai pensato di scrivere una canzone che parli di una storia d’amore di persone omosessuali?

Ci sono canzoni che lo hanno già fatto anche se in maniera molto filtrata, con una metafora sull’impossibilità, o meglio difficoltà, molte volte di accettare una condizione, dichiarare un amore, sentirsi legittimato a una storia d’amore così come la si vuole vivere. Uso spesso la metafora perché credo che la canzone debba operare un salto, un’astrazione dalla realtà, liricizzarla, ma mantenendo tutto il disagio e la bellezza di una condizione.

Nella canzone L’elefante e la farfalla (cantata da Michele Zarrillo, ndr) si racconta la differenza. Sentirsi prigionieri di un retaggio culturale e familiare che indirizza le scelte è una cosa che mi affascina molto raccontare, perché la vivo personalmente con situazioni familiari. Questo tema c’è ancora di più in Ama e cambia il mondo, quando si dice con parole molto precise: “Ama senza confine, ama non c’è peccato”. Secondo me quella di Romeo e Giulietta è una storia che può essere metafora di tante altre, anche di persone dello stesso sesso. In fondo è la storia di due persone che attraverso l’amore cercano il loro posto nel mondo, al di là di qualunque condizionamento, di retaggi, sovvertendo i loro codici, la loro cultura, vanno contro le loro famiglie. Quale metafora più attuale di questa? Penso che Shakespeare abbia pensato in maniera cosciente a questa possibilità e al valore aggiunto di una storia come questa. In Romeo e Giulietta i ruoli di genere vengono poi scavalcati. Giulietta è di fatto l’uomo, per quel periodo, prendendo in mano la situazione. Lei per prima va contro le regole della famiglia a costo di morire.

C’è il rischio di banalizzazione nel raccontare una storia d’amore Lgbti?

L’unica paura che ho, ogni volta che sento parlare i grandi movimenti su questo argomento, è di irretire il mondo omosessuale in una categoria economica. Il rischio è che diventino strumento di un percorso che è prima economico e poi di valore. Un pericolo che c’è ogni volta che si crea ghettizzazione. Sono poche le canzoni che ho sentito sull’argomento e hanno dato un contributo serio alla causa. Il più delle volte hanno colorito in maniera insoddisfacente un tema che non ha bisogno di essere difeso. Già nel concetto di tollerare c’è per me un insulto. È tempo di sdoganare definitivamente il punto di osservazione di chi parla, di chi ascolta altrimenti siamo sempre agli Uomini sessuali di Checco Zalone che ha avuto l’intelligenza, secondo me, in quella canzone di mettere a fuoco un modo di pensare paternalistico, della carezza, che francamente mi sembra offensivo.

Oggi c’è voglia di essere rappresentati il più possibile e nella propria “banale quotidianità”? Tu che ne pensi?

Mi chiedo: oggi gli omosessuali hanno bisogno di essere difesi? Evidentemente ancora sì, perché la libertà resta un fatto non previsto o non automatica. Io lavoro da vent’anni con persone omosessuali e non mi sono mai accorto di persone diverse da me: da Lucio Dalla a Peparini e altri ancora, tutte persone serenamente omosessuali, Arias (Alfredo Arias regista, ndr) quando abbiamo fatto Dracula, così come tanti attori che sono in Zerovskji. Mi fa piacere che ci sia questa serenità in tante persone oggi. Perché non dovrebbe essere così, insomma? Sono convinto che il bisogno di questa costante rappresentazione venga dal volersi sentire in una moltitudine, costruirsi una massa anche quando non c’è.

Chi è omosessuale dovrebbe dirlo?

Bisognerebbe vedere qual è la forma di gratifica che scatta in ognuno dopo aver fatto coming out. Io non sento la necessità di saperlo e lo dico da persona che vive "il problema", nell’accezione nobile del termine, avendo amici e parenti. Se può essere un fatto che aiuta… Penso a tante persone che conosco che non vivono bene la propria omosessualità, non l’accettano. Credo che ci debba essere la libertà di dirlo o meno, tutto qui. Se libertà ci deve essere, libertà ci sia. In tutto. Anche perché a volte non si è solo omosessuali, si è bisessuali, trisessuali e quindi è un discorso complesso. Ciascuno deve vivere come sente. Io non dichiaro di essere eterosessuale e se qualcuno pensa che sia omosessuale non mi infastidisce. Sono stato forse fortunato a vivere in una famiglia molto aperta. Mi rendo conto però che in realtà provinciali, nei paesi, ci può essere una condanna, una sorta di prevaricazione.

Nei tuoi progetti futuri c’è anche quello di scrivere per te?

Ci penso, ci sto pensando seriamente… Non è detto che non accada. Con il tempo sento sempre di più il fatto che con gli altri puoi dire tanto, ma non tutto. Ed è anche giusto. Penso alla metafora dantesca che ognuno ha il suo posto, si riempie di quello che è. Non importa che il bicchiere sia grande o piccolo, quanto sia pieno. Quindi alla fine non ce n’è uno più pieno, lo sono entrambi. Sono supergratificato di riempire grandi bicchieri come Renato Zero, Lucio Dalla, Pfm. Però sento spesso il bisogno di riempire un bicchiere più piccolo: il mio che molte volte rimane a metà.

Tra tutte le tematiche che hai scritto quale ti manca?

Credo che la canzone abbia un valore terapeutico. Anche quando parla d’amore può essere fortemente politica, sociale o viceversa. Modugno, ad esempio, ha fatto bene a questo Paese. Così Orietta Berti quando ha raccontato un’Italia rassicurante. Probabilmente utile quanto un buon amministratore, un politico. Credo che la canzone diventi sociale per necessità, anche se scrivi una canzone prettamente d’amore.

Io ho sempre cercato di scrivere in maniera trasversale: parlare d’amore con dei sottotesti, oppure di politica con delle seconde chiavi di lettura, in modo che tutto si contaminasse. L’elefante e la farfalla può essere una canzone d’amore, sociale, ma anche di guerra. L’importante è avere la capacità, come diceva Lucio Dalla, di scrivere il giornale di domani, scrivere canzoni particolari e universali. Dalla con Futura ha parlato di tutti i figli, anche quelli che non verranno mai. Con L’anno che verrà di tutti gli anni che verranno. Le grandi canzoni raccontano il presente sempre, anche fra venti – trent’anni.

Qual è la tua canzone, quella che ti rappresenta?

Forse come approccio e manifesto L’acrobata di Zarrillo, un pezzo che è andato a Sanremo. È un po’ la rilettura dell’Albatro del poeta maledetto (C. Baudelaire, ndr): la nostra condizione di sentirci vivi solo quando sogniamo e di sentire la caduta quando torniamo a terra. La necessità di stare sempre in equilibrio su qualcosa. Lucio Dalla diceva che le canzoni sono una pagina da mettere sotto i piedi per cercare di sembrare più alti. Un’illusione. Però è il soffio che ti dà l’arte, il bisogno di creare e ristabilire un equilibrio, un’armonia con un vuoto che si ha, che si è vissuto, che forse si avrà sempre. L’acrobata racconta questo grande sogno di essere migliore, il conflitto costante tra ciò che siamo e quello che vorremmo essere e il grande aiuto che ci dà l’arte quando, come l’amore, ci rende migliori. Ci mette le ali…

 

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Impegno politico e sociale a 360 gradi, arrivando perfino a traguardi importanti nella guida delle istituzioni locali. Il tutto con passione, dedizione e onestà in anni e luoghi “caldi” in cui la violenza non temeva la legge e la sfidava perfino alla luce del giorno, in pieno centro e aveva il colore rosso del sangue delle vittime che faceva.

José Calabrò è una delle politiche più rappresentative della sinistra siciliana, una comunista che nell'agosto 1985 è perfino riuscita a essere eletta tra le file del Pci a sindaca del proprio paese, Misterbianco un comune alle porte di Catania. Prima donna a ricoprire questa carica nella Sicilia Orientale

JOSE CALABRO

La sua però sarà un'esperienza destinata a durare poco. A deciderne le sorti non è la qualità della sua attività amministrativa, ma il clima politico e sociale di quegli anni. La sua sindacatura finisce a novembre dello stesso anno, quando viene fatta decadere. “Pochi mesi, forse troppi” commenta la Calabrò. “Dopo la mia lezione sono diventata uno degli epicentri di una stagione spaventosa – continua –. Ero alternativa, disinteressata ad accordi e interessi economici e quindi non conciliabile con i poteri oscuri che stavano entrando nella gestione di un comune che si macchiò presto di sangue. Furono uccisi un imprenditore, un dipendente comunale, il segretario di un partito e un ragazzo che fu bruciato”.

Gli anni di sindacatura al femminile di Misterbianco coincisero con quelli in cui la mafia dettava legge a colpi di proiettile per strada, in centro, in pieno giorno ma anche all'interno dei consigli comunali dove progetti urbanistici e di sviluppo economico non riuscivano mai a vedere la luce e diventare legge. Conclusa l’esperienza da sindaca e dopo essere uscita dai Ds, l’impegno politico di José Calabrò non smette, ma continua nella vita sociale e civile di Misterbianco con le associazioni femminili e il movimento cittadino No discaricaPiù di recente la pubblicazione di un volume del quale è la curatrice e nel quale ha fatto confluire diversi lavori di uomini e donne della cittadina alle porte di Catania: “Le case dei gelsi. Misterbianco, una storia di donne e di uomini lungo un millennio”, pubblicato dalla casa editrice Maimone. 

In occasione dell’8 marzo, Giornata internazionale della donna, José Calabrò dà una sua personale lettura della presenza femminile nella tornata elettorale appena conclusa e nella società in generale.

Come sono andate, secondo lei, le elezioni 2018 dal punto di vista delle donne?

Secondo me si è andati indietro rispetto alle precedenti elezioni, nelle quali c’erano state una visibilità e una forza delle donne maggiori. Credo che in questo caso siano state messe a fuoco altre cose e quindi questa forza femminile sia stata meno rappresentata che nell’ultima campagna elettorale. Tutto ciò malgrado in questo momento le donne stiano riprendendo la parola, dopo che per tanto tempo sono state invece afone. Negli ultimi tempi si assiste a un non ritorno della visibilità delle donne, soprattutto sulla questione della violenza. Però ripeto in questa campagna elettorale non mi è sembrato che abbiano rappresentato un nodo importante.

In tema di violenza il caso Weinstein, ad esempio, ha suscitato diverse reazioni…

Il ritorno alla parola da parte delle donne non è stato soltanto rispetto al caso Weinstein, ma anche ai grandi casi di cronaca. Tutto questo ha dato centralità al tema della violenza. Io però sono sempre dell’idea che le donne debbano riprendere la parola su tanti temi, ad esempio quello del lavoro, e che non ci si può solo focalizzare su questa vicenda. Devono lanciare parole in positivo, con proposte per il mondo. Questo in effetti mi sembra un po’ un limite degli ultimi anni, mentre in quelli precedenti si è parlato più a 360 gradi. In ogni caso si può parlare di una ripresa di iniziative e questo per me è un fatto importante.

Una donna, che in politica è riuscita a ottenere recentemente risultati positivi, è stata la senatrice Monica Cirinnà, appena rieletta. Il suo nome è associato soprattutto alla legge sulle unioni civili. Lei cosa ne pensa di questa norma?

Credo che sia stato importante averla fatta. Durante l’ultimo periodo di governo sono stati fatti dei passi in avanti sulla questione dei diritti civili. Sicuramente però non ci sono stati sul piano dei diritti sociali. Questo è stato un limite forte che ha condizionato molto probabilmente le elezioni e il voto. Occorre riconoscere tuttavia che è stata una legislatura che ha varato dei provvedimenti che possono essere condivisi nel dettaglio o no, ma con la quale tutto sommato si è andati avanti. Su questo non c’è dubbio. Quella delle unioni civili è stata una legge di mediazione È chiaro. Di sicuro non è stata la legge che volevano i soggetti più consapevoli su queste vicende. Però, ripeto, si tratta pur sempre di un passo in avanti rispetto a prima, anche se una mediazione. Onestamente non mi sentirei di dire parole del tutto negative, questo assolutamente no.

 

 

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Dodici momenti di perfetta, assoluta e normale quotidianità: la famiglia a tavola. Torna così, in uno dei momenti più intimi e veritieri il calendario di Agedo Roma 2018, l’associazione di genitori, parenti e amici di persone Lgbti. Perché è attorno alla tavola di casa che ci si riunisce, si parla, si litiga, si mangia, si fanno domande e si danno, spesso, risposte inaspettate o che già si conoscono. Famiglie come tante che sono protagoniste degli scatti dei fotoreporter Mauro Rosatelli, Claudio Laconi e Michela De Nicola

Roberta Mesiti, presidente di Agedo Roma, spiega il perché di questa iniziativa che in questa seconda edizione porta il titolo di Ricette di Famiglia – L’Amore è servito, come è nata e le speranze per il futuro che riposano, ancora sulla carta, nella tanto agognata legge contro l’omolesbotransfobia.

Anche quest'anno Agedo Roma si fa promotrice di un calendario, quale sarà il tema?

Il tema del calendario Agedo Roma 2018 è la tavola, intesa come momento di convivialità e condivisione. Nei dodici scatti siamo rappresentati noi soci Agedo, le nostre famiglie, i nostri figli, nipoti e amici.

Perché lo avete scelto?

Abbiamo iniziato a pensare al tema del calendario la scorsa estate, durante le ultime riunioni settimanali. Emilio Sturla Furnò ha avuto questa idea che ci è piaciuta subito. La cucina è un luogo simbolico, in cui ci si ritrova, raccontando un po' di se stessi e della propria giornata, possibilmente davanti a un buon piatto. Molti soci, del resto, raccontano del coming out dei propri figli, avvenuto proprio in casa, in cucina.

Cosa significa per le famiglie di Agedo questo calendario?

Il progetto del calendario è un momento importante per noi. Con gioia e un pizzico di stupore, ci è capitato di vedere lo scorso calendario nei luoghi più impensati (studi professionali, luoghi d'incontro ecc).  Il calendario è un veicolo per raccontare di noi, del nostro impegno, dei nostri valori, delle nostre vite in maniera immediata, arrivando ovunque sia possibile. Questo, del resto, è esattamente uno degli obiettivi di Agedo: allargare il dibattito sulla questione Lgbt+ fornendo uno spunto di riflessione generale.

Un resoconto di quest'anno che si sta per chiudere?

Per Agedo Roma l'anno che sta per concludersi è stato estremamente positivo. Il numero di persone che si rivolgono a noi continua a crescere, così come aumentano le richieste di tesseramento. Un dato per me importante è l'incremento di famiglie con figlie e figli giovanissimi, che sentono il bisogno di condividere il proprio orientamento sessuale o la propria identità di genere. Questa dinamica indica una grande fiducia nel proprio nucleo di origine, e ci dà l'opportunità di operare per il benessere globale delle famiglie. Altro dato positivo per Agedo Roma è stato il numero di attività esterne che ci ha coinvolto: penso alla settimana contro l'omolesbotransfobia che ci ha visto molto impegnati; penso al premio Abbraccio; penso alla collaborazione con molte realtà associative; penso a una serie di dibattiti e formazioni che abbiamo organizzato (l'ultimo, l'evento Hiv: tra memoria storica e prospettive future in occasione della Giornata contro l'Aids), oppure alle svariate richieste di interventi nell'ambito culturale.

La legislatura sta ormai per concludersi e con certezza non si metterà mano alla legge contro l'omotransfobia. Come giudicata questa mancata approvazione e cosa chiederete al nuovo Governo?

La mancata approvazione di una legge contro l'omotransfobia, per noi, rappresenta una mancata risposta delle istituzioni alle esigenze concrete dei nostri figli e delle nostre figlie.

Le persone Lgbt+, nel nostro Paese, sono diversi milioni: ogni giorno sperimentano le difficoltà legate a discorsi, gesti, atteggiamenti discriminatori e lesivi della propria dignità, e in tanti casi sperimentano violenze fisiche e psicologiche. Vorrei sottolineare che proprio la scorsa estate abbiamo assistito a un aumento di atteggiamenti legati all'omofobia, riportati dalla stampa nazionale. È importante agire sia a livello culturale, sia a livello normativo. Al prossimo Governo chiederei di affrontare globalmente la questione Lgbt+, sono molti gli ambiti in cui è urgente un intervento: omolesbotransfobia, genitorialità, matrimonio egualitario. Senza mai dimenticare l'attenzione e la formazione nelle scuole e negli ambienti lavorativi.

Puoi spiegare perché è importante per le persone Lgbti e le loro famiglie una legge del genere?

Gli interventi legislativi, e l'auspicabile cambio culturale legato ad essi, conferiscono piena dignità e pieni diritti. Oltre alle persone direttamente colpite, esiste una rete sociale e affettiva che condivide le difficoltà legate all'ignoranza e alle discriminazioni. Mi riferisco ai genitori, alle famiglie, agli amici delle persone colpite da atteggiamenti e pensieri omotransfobici, che vivono con disappunto, talvolta rabbia, talvolta sconforto un clima ostile e irrispettoso per le persone più preziose.

La presentazione ufficiale di “Ricette di Famiglia – L’Amore è servito”, realizzato grazie al contributo del Cesv, Centro servizi per il volontariato del Lazio, si è tenuta questa domenica, dalle ore 19.15 alle ore 21.00, negli spazi del Istituto A.T. Beck in Via Gioberti 54 a Roma

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Tanti passi in avanti, tante conquiste ottenute nella lotta contro le disuguaglianze, le discriminazioni e le violenze contro le donne. Eppure ancora oggi, nel 2017, le donne sono costrette a scendere unite in piazza in tutti gli Stati per reclamare diritti fondamentali. Tra questi il rispetto alla propria persona e individualità, la libertà di essere se stesse e di autodeterminarsi senza essere colpevolizzate né tantomeno subire costrizioni di alcun tipo.

Una strada ancora lunga da percorrere che va fatta unite, anche con gli uomini. Attorno alla Giornata internazionale contro la violenza sulle donne sono state tantissime le iniziative organizzate e che hanno visto in prima linea professioniste impegnate in diversi ambiti della società: avvocate, giornaliste, attrici, cantanti, attiviste, politiche. Denominatore comune la necessità di ripensare a una società diversa che ripudia la violenza, che non consideri la donna come un oggetto e con la quale ci si relaziona di conseguenza, ovvero elargendo al massimo qualche concessione.

Di quello che occorre ancora fare se n’è parlato a Roma nel corso dell’incontro – confronto dal titolo La via delle Donne: un percorso comune per contrastare le discriminazioni e la violenza di genere cui hanno partecipato anche l’avvocata Andrea Catizone, presidente dell’associazione Family Smile, Anna Maria Bernini, vicepresidente vicaria al Senato del gruppo Forza Italia, Vittoria Doretti, responsabile della Rete regionale Codice rosa della Regione Toscana, Donatella Ferranti, presidente della Commissione Giustizia alla Camera, e il procuratore del Pool antiviolenza alla Procura di Roma Pantaleo Polifemo.

«Serve una nuova cultura delle relazioni tra le persone che superi le disparità e bandisca l’aspetto della violenza – ha detto l’avvocata Andrea Catizone, prima organizzatrice del convegno  -. Oggi siamo di fronte a una recrudescenza del conflitto che si risolve in una dinamica continuativa di atti e comportamenti violenti a danno della parte più fragile della coppia.

Dobbiamo lavorare per attenuare quelle disparità che sono inattuali e contrarie ai diritti fondamentali di ogni essere umano e promuovere una grammatica educativa che faccia recuperare la funzione educativa della società anche a favore delle giovani generazioni».

Dalla voce di una realtà sociale che si occupa di diritti e di tutela di chi è più fragile a un’altra altrettanto concreta come quella proveniente dalla dottoressa Doretti, ideatrice del protocollo Codice rosa, che rappresenta uno strumento fondamentale per la tutela delle donne che hanno subito violenza e grazie al quale possono così sentirsi sicure, rispettate e curate, e magari trovare il coraggio di denunciare. Da parte loro, gli operatori, possono intervenire in un ambiente che preserva la privacy e consente un intervento tempestivo.

«Credo che per aiutare la parte offesa in un Paese obiettivamente maschilista nonché omofobico come il nostro – ha spiegato la senatrice Bernini – occorra essere innanzitutto sensibili e poi essere formati con la cultura e l’educazione che deve venire dalla scuola, dalle famiglie, dalle parrocchie ed evitare così la violenza e non dover arrivare a punire un uomo». La necessità quindi di un cambio di passo che possa portare a cambiamenti significativi, così com’è stato anche nel recente passato nelle legislature di pochi governi fa, quando si sono ottenuti dei risultati importanti perché ci si è creduto.

«Ricordo, ad esempio, la legge contro lo stalking nata da un governo di centro destra» ha continuato la capogruppo dei senatori di Forza Italia che ha quindi aggiunto: «C’è un humus culturale che oggi rende ostile la denuncia e anche il background normativo non ci aiuta. Occorre smetterla con l’ipocrisia.

Il lavoro con le associazioni è fondamentale perché chi denuncia poi è costretta a tornare a casa con il proprio orco. Non esiste una cura senza una corretta diagnosi e ribadisco che occorre una giusta mentalità di cosa debba intendersi per violenza: ogni atto sessuale compiuto o parziale deve essere il frutto di una libera scelta».

 

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Non ce la farà, con tutta probabilità (anche se forse sarebbe meglio dire certezza) a concludere positivamente il suo iter la legge nazionale contro l’omotransfobia. Altre priorità, altre urgenze che si è dato a quanto pare questo Governo. La non volontà concreta di riconoscere il bisogno di tutelare diritti negati e persone. In questo scenario, lo scorso giugno, alla Regione Lazio è stata presentata una proposta di legge regionale - quindi con altri ambiti di competenza e di intervento - contro contro atti discriminatori, vessazioni, se non proprio violenze psicologiche e fisiche contro le persone Lgbti.

Tra i depositari di questa proposta di legge c’è anche la consigliera regionale Marta Bonafoni alla quale abbiamo chiesto di fare un po’ il punto della situazione.

Com’è nata questa proposta di legge regionale contro l’omotransfobia?

È nata da una doppia esigenza: da una parte produrre un testo quadro che potesse mettere insieme e rilanciare le politiche che già in questi anni abbiamo messo in campo con grande convinzione in Regione contro l’omotransfobia. Ad esempio la norma sui servizi sociali e approvata due anni fa, in cui tutti i servizi sono destinati a tutte le famiglie senza distinzione tra omogenitoriale o eterosessuale. C’è poi il più grande progetto contro l’omofobia nelle scuole messo in campo già dal primo anno dell’amministrazione Zingaretti o della legge contro il bullismo che richiama esplicitamente l’articolo 21 della Carta europea dei diritti dell’uomo e quindi le discriminazioni per orientamento sessuale o in ultimo i patrocini che non sono mai mancati al Pride come al Gay Village fino a quest’anno con l’inserimento di Roma e del Lazio nel pacchetto turistico nazionale e internazionale come città gay-friendly. L’esigenza è stata dunque quella di fare sistema di queste politiche. Per implementarle ha dato vita a questa proposta di legge quadro.

L’altro impulso ci è stato dato dalla grande spinta del circolo Mario Mieli e delle associazioni in considerazione della spinta culturale che può rappresentare una regione grande come il Lazio. Il tutto per sbloccare una legge nazionale contro l’omotransfobia, ancora in Parlamento e che purtroppo non muove i propri passi.

Quali sono i punti principali della proposta di legge?

La legge parla in egual modo di prevenzione e di contrasto e della presa in carico delle vittime dell’omotransfobia. Quando parliamo di prevenzione parliamo di scuola e formazione e pertanto una grande alleanza tra studenti – famiglie – docenti impegnati in corsi di formazione, progetti di sensibilizzazione, vere campagne contro la discriminazione, sugli stereotipi di genere e l’orientamento sessuale.

C’è poi il welfare e politiche del lavoro, il pari accesso, una modulistica che potrà sembrare banale sul come si viene nominati, ad esempio uomo – donna o cosa, si tace l’orientamento sessuale dal quale dipende anche il riconoscimento del proprio esistere e il diritto a essere ciò che si è. Centri di ascolto per le vittime, sulla falsariga di quello che la Regione sta facendo da anni contro la violenza sulle donne e poi per le politiche attive del lavoro garantire parità di accesso. La legge fa peraltro riferimento anche alla Regione e ai dipendenti regionali, guardando anche in casa propria.

Politiche attive che si concretizzano in una formazione adeguata sulla vigilanza rispetto alla possibilità e opportunità di poter fare carriera per le persone omosessuali, transessuali, di eguale retribuzione rispetto ai loro colleghi eterosessuali. C’è poi anche una parte dedicata alla responsabilità sociale delle imprese e un loro monitoraggio, su quelle laziali. Altrettanto importante è l’ambito socio-sanitario con servizi di integrazione letti e declinati in virtù della lotta all’omotransfobia. Infine il capitolo comunicazione e cultura.

Un articolo è dedicato al Corecom – organismo di controllo sulla comunicazione presente in Regione e prevista in tutte le Regioni – che può promuovere progetti e segnalare le emittenti che si distinguono per una buona informazione o, al contrario, per una cattiva informazione su questi tipo di temi. Quindi direi formazione, informazione sensibilizzazione e la prevenzione.

In cosa consisterebbe la modulistica per l’accesso al lavoro di cui parlava prima?

L’esempio cui ci siamo rifatti è quello di Facebook che al momento consente di segnarsi come “uomo”, “donna” o “altro”. Una questione su cui il Movimento “No Gender” - e che è un altro elemento di allarme che ci ha spinto a depositare questa proposta di legge – sta partendo con una iniziativa dal nome Il bus della libertà dove anche la modulistica sarà oggetto di interesse. Una campagna contro la libertà di orientamento sessuale e di scelta e che individua in questo aspetto dei problemi dal loro punto di vista. Questa estate si sono verificati diversi casi di strutture turistiche che non hanno ricevuto coppie gay e qui si rientra nel campo del monitoraggio che magari consentiranno una premialità alle imprese cosiddette virtuose. Ad esempio la partecipazione o meno a un bando.

Secondo lei questa proposta di legge nel suo iter sarà oggetto di ostruzionismo da parte dell’opposizione?

C’è una certezza, non c’è un timore! Viviamo tempi di regresso, di paura del diverso e invece di impegnarci a valorizzare le differenze e renderle parte comune cisi chiude nelle certezze che vacillano. C’è stato, da questo punto di vista, un discorso di grande schiettezza con il movimento lgbti e reciproca. Si tratta di una legge depositata lo scorso giugno e per la quale si può dire che non vedrà la conclusione del proprio iter in questa legislatura che si concluderà nella prima metà del 2018. La scommessa su cui punteremo da autunno è l’apertura dei tavoli di partecipazione che a partire da questo testo di legge possano rendere la proposta più ricca e completa. Credo che dovrà essere tra i punti prioritari della prossima legislatura, tanto più che con certezza che il Governo non avrà legiferato. Altrettanto certamente troveremo ostacoli molto ideologici, poco informati e diretti da una ben organizzata ideologia “No Gender” che ha i suoi addentellati nelle istituzioni.

In parlamento giace, come detto, la legge nazionale contro l’omotransfobia. Se questa proposta di legge regionale venisse approvata potrebbe rappresentare uno stimolo per l’approvazione di quella nazionale?

Se approvata, noi ovviamente agiteremo la legge regionale. Un tentativo che vogliamo fare da subito, dialogando con il livello nazionale, in particolare con i tavoli di partecipazione di fare sia da pungolo per quella nazionale ma con una nostra legge messa in sicurezza, in quanto si chiedono solo deleghe regionali che evitano l’attesa di una legge nazionale senza la quale quella regionale non può essere operativa. L’approvazione significherebbe ridare forza a un intero movimento che continua a farsi sentire fuori ma che non trova una voce forte all’interno delle aule parlamentari.

Altre regioni vi hanno chiesto informazioni su questa proposta di legge per presentarne una propria?

Non in termini di consiglieri regionali, ma so che altri rappresentanti territoriali del movimento si sono incuriositi e vorranno fare la stessa operazione nelle loro regioni di appartenenza. D’altronde penso che anche questo sarà il valore aggiunto dei tavoli di cui parlavo prima, per aprirsi al confronto anche con altre regioni.

Perché, secondo lei, nel nostro Paese è così difficile approvare una norma che tutela le persone lgbti e punisce invece chi viola i diritti di queste persone soprattutto quando questo ostruzionismo proviene non da aree politiche di centro destra, bensì dalla sinistra stessa?  

Questa è la domanda delle domande… Quando sono entrata in politica, non pensavo di incontrare un tale livello di barriera rispetto a certi temi. Da una parte c’è l’egoismo, il nichilismo, cifre del nostro tempo trasversali nel rapporto con tutti i diversi: migranti rifugiati, donne. La fragilità economica del nostro Paese è diventata anche culturale e di tenuta democratica e d’altra parte c’è una politica che ha smesso di avere un ruolo di progresso dell’intera società ponendosi di fatto dall’altra parte della barricata rispetto alla politica degli anni, quella dei diritti conquistati delle donne, del sistema sanitario, di un percorso in salita per i diritti. Oggi quella salita la fanno chi cerca di difendere quei diritti acquisiti e di affermarne di nuovi. Solo con un grande lavoro di rete fra i pezzi di società sia dentro sia fuori dalle istituzioni si potrà avere una chance. Personalmente in questo momento non sono ottimista, trovo che c’è una bella effervescenza ma che dall’altra parte non c’è quel livello di mobilitazione e dialogo con le istituzioni che riesca a fare andare a dama certe battaglie che possono rappresentare una vittoria per tutti, perché è bene ribadirlo non si tolgono diritti ma se ne aggiungono.

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Quello che ha legato Dacia Maraini a uno dei più noti e controversi intellettuali del nostro Paese, Pier Paolo Pasolini, non era solo una vicinanza professionale tra scrittori, ma soprattutto uno legame molto stretto di amicizia, di rispetto e di condivisione di valori e di vedute della società e della vita. Dacia Maraini è una scrittrice e intellettuale molto prolifica e molto apprezzata anche all’estero, un’attentata osservatrice della nostra società, di come si sta evolvendo e dei cambiamenti culturali che si stanno imponendo nei cittadini.

Gaynews l’ha intervistata sul suo rapporto professionale e umano con Pasolini e su cosa pensi di alcune temi quali le unioni civili, la gestazione per altri e la recrudescenza di fenomeni di omotransfobia che hanno caratterizzato questa estate.

Qual era il suo rapporto con Pasolini?

Quando ho conosciuto Pasolini non era il mito che è oggi anzi, era un uomo molto attaccato, molto osteggiato e nei suoi confronti c'era tanta ostilità. Dopo la sua morte invece è diventato un personaggio proverbiale. Ma prima no, non era così. La mia conoscenza risale a un tempo difficile per lui: doveva affrontare continuamente dei processi, lo attaccavano puntualmente sui giornali e anche politicamente.

Non era tanto la sua omosessualità a disturbare i benpensanti ma il fatto che fosse provocatorio e avesse un atteggiamento di sfida. Pasolini era molto critico nei confronti della società in cui viveva, nei confronti del suo tempo, del governo democristiano, del potere in genere. Basti pensare, ad esempio, all'episodio del '68 quando nel periodo delle manifestazioni si schierò con i poliziotti difendendoli in quanto figli del popolo, contro i sessantottini che lui chiamava “figli di papà”.

Molte delle critiche rivolte a Pasolini non erano solo di tipo politico, ma si richiamavano alla sua omosessualità. Qualcuno lo definiva anche pedofilo. Lei  cosa risponde a queste accuse?

No, Pasolini non imponeva mai la sua sessualità, al contrario voleva essere punito e maltrattato. Chi legge Petrolio sa che il suo era un atteggiamento di ricezione e quindi non di imposizione. Pasolini aveva  un rapporto di gioco col sesso e non di “presa”, da predatore. Ripeto, leggendo Petrolio, si capisce esattamente qual era il suo atteggiamento con questi ragazzi con cui cercava di giocare; un gioco che sconfinava nel sesso ma che ripeto non era affatto di tipo impositivo.

Tra gli intellettuali omosessuali di oggi secondo lei c’è qualcuno che possa essere o diventare il nuovo Pasolini?

Direi che Pasolini resta abbastanza unico. Era un uomo che agiva su tanti campi: era poeta e regista contemporaneamente e non è così facile trovare una persona che abbia queste qualità, la capacità di andare a fondo in mestieri diversi. E poi era una persona che prestava grande attenzione sociale e politica al suo tempo. Non dico, ovviamente, che non ci siano tante persone di qualità oggi, però certamente lui aveva qualcosa di unico.

In tema di diritti civili, cosa pensa delle unioni civili tra persone dello stesso sesso?

Credo che sia un traguardo che è stato raggiunto ed è un bene. Ritengo che non si possa restare ancorati a delle idee prestabilite. Il mondo va avanti e prima o poi sarebbe accaduto. Non si può pensare di anteporre  i principi alla realtà concreta. Si deve tenere conto di quello che accade, delle nuove esigenze e delle richieste che vengono fatte dalle persone, dai cittadini.

Questa estate ci sono state diverse polemiche all’interno del movimento Lgbti sul tema della gestazione per altri vista quale ulteriore sfruttamento del corpo femminile. Qual è la sua posizione in merito alla Gpa?

Se si tratta di un accordo fatto per generosità non ci trovo niente di male, se invece viene fatto per denaro allora qualcosa di ambiguo c’è. Tuttavia ci sono cambiamenti che rientrano nell’evoluzione del nostro secolo, pertanto vanno elaborati pubblicamente senza idee assolutiste. Occorre vedere qual è la prassi: una persona saggia ascolta gli altri, valuta il comportamento delle persone e in particolare se questo non provoca danni ad altri.

Questa estate è stata segnata anche da molti episodi di omotransfobia. Come interpreta questo rigurgito di violenza nei confronti delle persone Lgbti?

Viviamo in un momento di ritorno della destra e della conservazione, dovuti a paura, a nuovi movimenti di popolo che portano le persone a chiudere le porte e a difendersi, e non solo per la crisi economica o l’immigrazione. Tutto questo non fa altro che suscitare allarmi e sentimenti di rivolta. La paura è la peggiore consigliera in quanto conduce all’intolleranza, all’odio che finiscono per governare la vita delle persone.

Spero che la parte sana del Paese prevalga. Di solito succede così, che alla fine i cambiamenti siano più forti delle paure. Ma nel frattempo questi atteggiamenti possono  fare danni.

D’altra parte il fatto che ci sia un ritorno della destra lo dimostra il presidente americano Trump, che rappresenta un esempio di grave svolta a destra ed è inquietante che questo accada in un grande Paese che abbiamo sempre considerato democratico e aperto: si direbbe che l’America stia seguendo le involuzioni della  Cina e della Russia.

Tuttavia voglio essere ottimista: se si pensa che non c'è niente da fare, la reazione finisce per vincere sull’intelligenza. 

È sempre importante impegnarsi in una resistenza di tipo culturale e sono convinta che alla fine questa vincerà su chi vuole che la realtà  si fermi. Ci possono essere periodi bui in cui una società prende paura e questo la porta a essere intollerante nei confronti di tutto e tutti quelli che sembrano strani, diversi. Il pericolo ripeto viene da movimenti reazionari, di chi vuol tornare indietro, di chi mette in campo l’intolleranza religiosa o morale legato com’è alla tradizione. Alla fine però perderanno, anche se nel frattempo i conflitti possono portare  danni alle persone più deboli socialmente come accade per gli omosessuali.

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Sabato 5 giugno si è svolto a Roma, a poca distanza dall'Ambasciata russa, il sit-in di protesta contro le persecuzioni, cui sono soggette le persone omosessuali in Cecenia. All'incontro, organizzato da Amnesty International Italia, hanno partecipato alcune associazioni Lgbti romane, componenti di All Out e il segretario di Certi Diritti Leonardo Monaco

Si sarebbero dovute consegnare le scatole contenti le firme, raccolte tramite la petizione online di Amnesty, ma non si è consentito agli attivisti neppure di avvicinarsi ai cencelli dell'Ambasciata. Al termine della manifestazione Gaynews ha intervistato Yuri Guaiana che, l'11 maggio scorso, era stato arrestato a Mosca mentre cercava di consegnare le oltre 2.000.000 di firme raccolte sulla piattaforma All Out per chiedere giustizia e verità sui gay ceceni.

 

 

 

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Arrestati, privati della loro libertà e torturati per il solo fatto di essere omosessuali e costretti a fare i nomi di altre persone. Accade in Cecenia, in realtà un Paese non molto lontano dal nostro eppure nella quasi totalità di assenza di informazione. Quello che succede lì, come in altre parti del mondo anche se per motivazioni e a volte con modalità differenti, non si può classificare come “semplice” violenza: siamo di fronte a casi concreti di tortura. A confermarlo è una voce autorevole, quella di Riccardo Noury di Amnesty International Italia a cui abbiamo chiesto quali sono le iniziative che sta promuovendo l'ong e anche di spiegarci perché in Italia ancora non esista il reato di tortura.

Come si pone Amnesty international Italia nei confronti dei fatti della Cecenia, dove le persone omosessuali vengono arrestate e torturate?

Qui siamo in pieno di reato di tortura: persone private della loro libertà, nelle mani dei rappresentanti o funzionari dello Stato vengono picchiate brutalmente. Questa è la tortura nella sua accezione più classica.

Quali sono le vostre iniziative a riguardo?

Lunedì 5 giugno faremo un sit-in a Roma, alle 12.00, in piazza Castro Pretorio. Inoltre sul nostro sito amnesty.it c'è anche un appello da firmare in cui chiediamo alle autorità russe di fare un'inchiesta seria, non l'indagine preliminare che hanno avviato, per individuare i responsabili e soprattutto garantire protezione alle persone omosessuali.

Nel nostro Paese per fortuna casi così eclatanti e gravi, sistematici, non avvengono: eppure non sono mancati e non mancano fatti di cronaca che dimostrano che anche nel Belpaese la tortura è una pratica che viene attuata. Si pensi per esempio a quanto accaduto alla Diaz, a Bolzaneto, in occasione del G8 di Genova del 2001, oppure all'arresto e alla morte di Stefano Cucchi o a quella di Riccardo Magherini e, sebbene al di fuori del nostro territorio, l'omicidio di Giulio Regeni in Egitto per il quale si chiede ancora verità e giustizia.

Eppure sulla tortura e sulla sua introduzione come reato nel nostro codice, della quale si dibatte da circa trent'anni, si è ancora su di un binario morto. Uno stallo che non è solo della politica, dato che anche i nostri connazionali sembrano non avere le idee chiare o quantomeno univoche.

Lo dimostra, per esempio, un sondaggio Doxa per Amnesty International che ha interpellato un campione rappresentativo di ben 43,2 milioni di italiani over trenta. I dati che vengono fuori dall'indagine sono discordanti e pongono il dovere alla riflessione. Solo per il 33% degli intervistati, infatti, sa che anche in Italia ci sono casi di tortura, mentre per un numero elevato di connazionali, il 50%, questo fenomeno non riguarda il nostro Paese. Infine il 17% dichiara di non sapere.

A questo dato si oppone invece un altro, quello relativo all'introduzione del reato di tortura. Qui le cose cambiano, anzi si ribaltano nelle percentuali e nella portata. Sempre lo stesso sondaggio Doxa dice infatti che 6 italiani su 10 vorrebbero l'introduzione del reato di tortura.

Perché gli italiani non riconoscono la tortura in Italia, ma solo in alcuni Paesi?

C'è una sensazione di fondo che però è infondata, che la tortura così come a volte altre violazioni dei diritti umani, riguardino Paesi lontani o comunque parzialmente l'Europa, ma soprattuttoaltri continenti. Come se non fosse accettabile o possibile l'idea stessa che in un Paese occidentale, come l'Italia, si possa torturare. Di conseguenza si allontana geograficamente, ma non solo, la preoccupazione che da noi si possa essere in presenza di atti di tortura.

Cos'è la tortura per gli italiani?

Il sondaggio è stato fatto su un campione con più di 30 anni, quindi con una memoria, anche se vaga, dei fatti di Genova del 2001 tanto da essere citati, assieme a quelli più recenti di Stefano Cucchi e Giulio Regeni, sebbene avvenuti in due Paesi e contesti diversi. Tuttavia sono eventi che richiamano l'idea della tortura sistematica e prolungata.

È come se si percepisse, da parte degli intervistati, che a queste persone sia stato fatto qualcosa di grave ma non c'è l'immediata associazione con l'aspetto giuridico, ovvero su come chiamare questa cosa. Sono fatti gravi, ma mancando il reato di tortura in Italia non si ha come definirli.

Credo che siano considerati sempre casi isolati. Non sarebbe nemmeno sbagliato chiamarli così. Però bisogna intendersi su cosa vuol dire isolati. Anche un caso all'anno di tortura, sebbene statisticamente isolato, porta a introdurre un elemento di sistematicità.

Come legge i due dati, discordanti, del sondaggio: mancanza di percezione della tortura ma richiesta di una legge che la preveda come reato?

Apparentemente sono contraddittori. Io voglio dare una lettura ottimista: c'è una maggioranza delle persone intervistate che ritiene che l'Italia abbia un obbligo nei confronti delle Nazioni unite per una Convenzione che ha ratificato e dunque, a prescindere dall'esistenze o meno di casi di tortura, quel reato ci voglia. Cosa che da sempre sostiene Amnesty International. Non occorre che ci sia un reato di tortura perché la polizia torturi e viceversa. D'altra parte sono decenni che ci viene negato il tema della tortura: c'è un vero tabù sull'uso di questa parola e quindi alla fine ci si abitua alla sua inesistenza.

Quale è la definizione di tortura che si dovrebbe inserire come reato nel nostro codice?

Esattamente quella contenuta nell'articolo 1 della Convenzione Onu contro la tortura: né più né meno. Quello che si è fatto in questi 28 anni, con molta creatività e fantasia aggiungendo, togliendo, mettendo via punti e virgola con l'obiettivo politico di annacquare la definizione, sottoponendo alcune forme di tortura a verifica e restringendone la portata ha avuto un obiettivo: rendere inaccettabile la definizione o inattuabili le sue disposizioni.

Perché i nostri politici e i Governi che si sono succeduti sono così restii a introdurre questo tipo di reato?

Penso che ci sia alla base un'idea di fondo sbagliata, che introducendo il reato di tortura si getterebbe  uno stigma sull'intera forza di polizia come corpi, organismi dello Stato che verrebbero associati genericamente alla tortura. Come dire che “se ci dicono di volere il reato di tortura, vuol dire che ci torturano”. È un'idea errata. È proprio l'assenza del reato di tortura che oggi porta ad avere in teoria persone che hanno compiuto atti di tortura in servizio, impunite, non processate. Sosteniamo questo tipo di reato da quasi trent'anni a vantaggio delle forze di polizia, di quella percentuale enorme di funzionari dello Stato che svolge il proprio dovere con professionalità, rispetto dei diritti umani e a volte in condizioni estremamente difficili.

Quali sono i pericoli nel non riconoscere questo reato?

Intanto che non ci sia giustizia per le vittime. Che non si riconosca che la tortura è un reato eccezionale, tra i più gravi reati del diritto internazionale e non va confuso con altre cose. Un reato di tortura non solo assolverebbe a una funzione repressiva nei confronti di eventuali autori riconosciuti di questo crimine, avrebbe anche funzione preventiva, dissuasiva. Senza un reato di tortura si ha la sensazione che si possa rimanere impuniti.

Oggi, senza questo reato, cosa rischia chi tortura?

Prima di tutto tempi di prescrizione molto brevi, perché il magistrato deve andare a cercare nel codice penale quegli articoli che contengano la definizione che bene o male possa sostituire quello di tortura: lesioni, violenza con l'aggettivo grave eventualmente. Il reato che, di fatto, sostituisce quello assente di tortura implica una responsabilità minore. Come pena è punito blandamente ed è sottoposto a prescrizione. Se nessuno per i fatti di Genova è stato punito per tortura, è perché è scattata la prescrizione.

Quali sono le vostre iniziative?

Le nostre iniziative concrete sono ad esempio le proposte di firmare un appello. Le 40mila firme solo in Italia e le circa 648mila nel mondo sono azioni concrete. Le firme poi vengono raccolte, consegnate alle Ambasciate che sono disponibili a riceverle e incontrarci e fanno pressione. Il nostro obiettivo è sollecitare i Paesi o gli organismi internazionali che hanno rapporti con i Paesi in questione (a cui sono indirizzate le firme, ndr) e, in generale, con Paesi in cui la situazione dei diritti umani, in questo caso la Russia, è critica affinché modifichino le leggi, le adottino quando mancano, proteggano le persone, svolga indagini serie.

Come si fa a sostenere e aiutare Amnesty?

Sul sito amnesty.it è scritto come si può diventare attivisti, partecipare come volontari alle attività dei gruppi sul territorio e anche soprattutto come donare. Nonostante possa sembrare che Amnesty sia una sorte di Nazioni unite dei diritti umani, nonostante tutte le accuse secondo le quali siamo mantenuti o finanziati da chissà quale magnate internazionale, noi in realtà siamo assolutamente auto finanziati. Amnesty è tanto più efficace quanto più ci sono persone che donano, che devolvono ad esempio il 5x1000: gesto semplice e di tremenda efficacia che non è un onere aggiuntivo per il contribuente ma è la decisione di devolvere a una organizzazione non governativa quanto, in caso contrario, andrebbe nelle mani dello Stato. Si può lasciare un bene o fare una donazione alla fine della loro vita. Mettere una firma sul sito è un atto semplice e incoraggiamo a farlo. Ogni anno quel denaro - salvo quello che dobbiamo al movimento internazionale con un meccanismo di tassazione interna - lo reinvestiamo in campagne.

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