Scritto e diretto dal regista francese Robin Campillo, 120 battiti al minuto è uscito, il 5 ottobre scorso, in Italia, nelle cui sale è stato distribuito da Teodora Film. Non senza un’ondata di polemiche per il divieto ai minori di 14 anni imposto dalla commissione di censura del Mibact (Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo).

Ma reazioni alla pellicola, vincitrice del Gran Prix speciale della Giuria e della Queer Palm a Cannes, si sono registrate anche in altri Paesi. Solo domenica 4 febbraio a Bucarest manifestanti ultranazionalisti ne interrompevano la proiezione al grido La Romania non è Sodoma.

Ma 120 battiti al minuto è uno di quei film che, al dire di Pedro Almodovar si ama « dal primo minuto sino all’ultimo. Non mi sarebbe potuto piacere di più. Campillo ha raccontato storie di eroi veri che hanno salvato molte vite».

E da pochi giorni la pellicola, che narra dell’attività di Act-Up Paris nei primi anni ’90 del secolo scorso per combattere l’indifferenza nei riguardi delle vittime dell’Aids e le idee stereoripate contro le stesse, è finalmente disponibile in Dvd e Blu Ray (su CG Entertainment) e in digital download su (iTunes, Google Play, Youtube, Chili, Rakuten Tv, Infinity).

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Complice soprattutto la mancanza d’informazione, le persone Hiv positive continuano a essere colpite da stigma e pregiudizi. Per abbattere in maniera originale attraverso l’arte lavorano i Conigli Bianchi. Associazione di persone sierocoinvolte che attraverso il fumetto e progetti artistici «hanno dichiarato guerra a un mondo che odia e teme la sieropositività».

Per saperne di più, abbiamo contattato Luca Modesti, “artivista” dei Conigli Bianchi.

Luca, puoi dirci attraverso la tua esperienza associativa come le persone eterosessuali vivono la sieropositività? Hai qualche esempio da raccontare?

Pur essendo la possibilità di contagio trasversale, il mondo eterosessuale si ostina a non sentirsi chiamato in causa quando si parla di Hiv. Dei circa 150mila sieropositivi italiani il 44% è eterosessuale e il 40% omosessuale. Un dato che non dovrebbe stupire ma che, non essendo il nostro Paese per metà omosessuale, racconta un'incidenza che riguarda da vicino anche la popolazione Lgbt.

I pregiudizi secondo i quali il virus sia appannaggio di una categoria specifica fanno sì che le persone non si proteggano e privino, in primis, gli eterosessuali degli strumenti per evitare oppure gestire un’eventuale diagnosi positiva. L’imbarazzo, la fiducia cieca (che si pretende e si concede anche quando non si fa un test da anni) e la faticosa negoziazione sull’uso del profilattico sono elementi, ad esempio, che aggravano la posizione di vulnerabilità delle donne, che nella maggioranza dei casi contraggono l’Hiv proprio dal marito o dal partner stabile.

Da sieropositivo quali sono per te e secondo la tua esperienza i punti di forza e di debolezza di questa condizione?

Per me è stato come scalare una montagna: faticoso ma adesso che sto sulla cima la vista mi ripaga di tutto. Credevo potesse isolarmi dagli altri o fratturarmi irreparabilmente, ma ho scoperto che mi ha avvicinato sia a me stesso sia al mio partner. Al netto dei giochi di parola, è un bilancio ‘positivo’.

In termini di stigma e pregiudizio quali sono le prime risposte che si hanno quando si dice di essere sieropositivo (amici, famiglia, lavoro)?

Il coming out ‘sierologico’ assomiglia agli altri coming out: le reazioni non sono mai scontate. Di certo il livello di ignoranza è altissimo e la sieropositività spaventa ancora come se fossimo negli anni ‘90. Di tutti i fronti caldi che illustriamo attraverso il progetto Conigli Bianchi, ce n’è uno su cui insistiamo sempre: nel 2017 una persona sieropositiva e in terapia non è infettiva. Per quanto stupore e diffidenza questa informazione possa generare, la comunità medica mondiale ha convenuto da anni che chi si cura correttamente ha una possibilità di trasmettere il virus pari allo 0%. Sono convinto che la lotta allo stigma sia l’altra faccia della prevenzione, perché alimentare la paura non serve, mentre abbattere il tabù può fare la differenza.

Il tema dell’Hiv è al centro di un film come 120 Battiti al Minuto, interessato da non poche polemiche. Che cosa ne pensi e quale considerazione puoi fare sul divieto ai minori di 14 anni? 

Amo questo film, ma ti premetto che il mio livello di coinvolgimento è alto, vivendo io con Hiv e militando in Act Up London. Trovo che renda giustizia a un movimento politico avanzato e riesca, pur essendo un’opera di finzione, a non infantilizzare l’attivismo come spesso fa il cinema. Rispetto ad altri film che hanno trattato il tema, ha il merito di rompere il binomio Hiv=morte e sostituire al pietismo la vitalità dei corpi, all’impotenza l’azione.

A chi ha posto il divieto ai minori di 14 anni ricorderei che la pubertà inizia a 11 anni e che il fatto che in Italia non si faccia educazione sessuale e affetiva è un dato di arretratezza culturale che si riflette nei comportamenti di tutti. 

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Si è tenuta stamane presso l'Hotel Sofitel Roma Villa Borghese la conferenza stampa del film 120 Battiti al Minuto, che sarà proiettato in anteprima questa sera presso il Cinema Eden alla presenza del regista e del cast 

La pellicola, che uscirà in Italia il 5 ottobre, è stata scritta e diretta da Robin Campillo. Siamo a Parigi nei primi anni '90 del secolo scorso: gli attivisti di Act Up (associazione nata nel 1989 nella capitale francese) lottano per rompere il silenzio sull’epidemia di Aids che proprio in quegli anni vede mietere numerose vittime. Su questo sfondo si dipana la storia di Nathan che decide di unirsi ai volontari di Act Up e condividere con loro anche azioni di protesta spettacolari. Azioni che sono una riprova della rabbia verso un establishment, la cui passività e i pregiudizi avevano prodotto una gestione irresponsabile di ciò che stava accadendo.

Una passività, un pregiudizio, uno stigma che comunicavano anche un messaggio sbagliato relegando “la malattia” solo alle persone omosessuali, drogate o a quelle che vivevano fuori dalla “regole”. È un film sulla presa di coscienza e della partecipazione attiva delle persone sieropositive e non solo. L’azione concreta di un'associazione che si era resa conto che la comunità sociale e non solo andava istruita. Vi era la voglia di essere visibili e tutto avveniva anche nel limite della legalità. E questo limite diveniva la forma più importante per far sentire la propria voce. Il film è stato selezionato per rappresentare la Francia ai Premi Oscar 2018 nella categoria Miglior film straniero. Lo stesso presidente della giuria  Pedro Almodóvar ha espresso la sua commozione. 

Presenti alla conferenza stampa, abbiamo chiesto al regista Robin Campillo:

Secondo lei qual è oggi rispetto al passato l’esperienza della sieropositività?

Dobbiamo dire che all'epoca avere una diagnosi di sieropositività e di Aids era una come una sentenza senza futuro e molte erano le difficoltà che le persone avevano per andare a fare il test, perché la paura era terribile. Anch'io subii questa paura. E il silenzio cadeva non solo fra le altre persone sieropositive ma anche nella stessa comunità Lgbti. Essere sieropositivo oggi è meno problematico: dà meno inquietudine e più che nel passato si vive e si può vivere.

Tuttavia le persone hanno paura di andare a fare il test, comprese quelle che avevano 20 anni all'epoca dei fatti. C’è bisogno di una maggiore comunicazione e dare maggiori informazioni sulla prevenzione, sulle diagnosi e sulle possibili terapie che sono molto avanzate. E, non dimentichiamo, inoltre, che oggi sussiste ancora un forte stigma nei riguardi delle persone sieropositive e omosessuali. Uno stigma che era assurdo nel passato e che lo è ancora di più oggi. 

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