Una Stonewall letteraria: si può definire così l’arte prometeica di Touko Laaksonen che, con lo pseudonimo di Tom of Finland, è stato uno dei pionieri dell'arte omoreotica, come racconta in maniera esemplare il biopic di Dome Karukoski, già proiettato a Firenze il 30 settembre e a Roma il 12 ottobre nell'ambito della rassegna Lgbti dell'Acrobax. 

Il film, che ha inaugurato la 32° edizione del Lovers Film Festival di Torino, in Finlandia è stato insignito di vari riconoscimenti, tra cui il premio Fipresci al Festival di Göteborg ed è stato selezionato per rappresentare la Finlandia ai premi Oscar 2018 nella categoria miglior film in lingua straniera.

Per pura coincidenza, poi, come ha sottolineato lo stesso Karukoski, il film è uscito nelle sale in un periodo perfetto. E non solo perché si festeggia il 100° anniversario della Finlandia indipendente ma anche perché, proprio mentre il film su Tom of Finland è stato distribuito nel Paese, il Parlamento ha legalizzato il matrimonio tra persone dello stesso sesso.

Un film di coraggio, di amore e di liberazione. Una ricostruzione d'epoca precisa ed emozionante che narra la vicenda di un uomo che, con le proprie illustrazioni, ha infranto lo stereotipo dell'uomo omosessuale trasfigurandolo in un'immagine di fiera e orgogliosa virilità. Il film di Karukoski porta sul grande schermo la piccola-grande rivoluzione di Touko Laaksonen che, con le sue oltre 3.500 illustrazioni caratterizzate da una forte sessualità, in cui vengono raffigurati uomini muscolosi con peni di grosse dimensioni, ha influenzato la cultura gay del XX secolo, alimentando sia quella forma di leather culture poi portata al cinema da mostri sacri come R. W. Fassbinder (Querelle de Brest) o William Friedkin (Cruising), sia il look in pelle che ha ispirato artisti di fama mondiale come Freddie MercuryFrankie Goes to Hollywood e, naturalmente, Glenn Hughes, il leatherman dei Village People.

Ma il film non si limita a narrare la carriera artistica di Laaksonen ma, anzi, dà ampio spazio alla sua vita. Una vita segnata dall'esperienza traumatica della seconda guerra mondiale. Infatti, fu proprio durante il conflitto bellico che Laaksonen uccise un soldato russo e in seguito, tormentato dal senso di colpa, ritrasse il volto di quell'uomo, sogno e incubo delle sue notti, nelle sue opere di maggior successo. Esercizio a metà tra la volontà di esorcizzare il dolore e l’utopia di restituire la vita.

Fatto sta che Laaksonen è stato il primo artista a erotizzare il mostro del nazifascismo trasfigurandolo in una sorta di esplosivo manifesto del Bdsm, fatto di fantasie impronunciabili e recondite che, in seguito a questa metamorfosi artistica, assumono anche un valore politico e di concreto ribaltamento del male e del delirio maschilista del regime..

Considerando l'argomento del film, in realtà la pellicola contiene molto poco sesso e, al  contrario, si concentra sulle lotte che Laaksonen ha portato avanti come uomo gay in una Finlandia conservatrice. Lotte di rivendicazione politica, umana e sociale che conferirono dignità a questi “figli di un Dio minore”, ma come gli confida sul capezzale un amico malato di Aids (siamo agli inizi della diffusione della malattia del secolo):  “Tu mi hai dato la vita, mi hai fatto capire che potevo amare senza vergogna, non cambierei nulla”, perché in fondo, come lo stesso protagonista ricorda, “Siamo tutti figli di madre natura”, nonché figli più o meno legittimi di Tom of Finland che finalmente, dopo tanto peregrinare, è tornato a casa!

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È sempre bene ricordare cosa accade quando l’afflato religioso pervade in maniera eccessiva e disorganica la vita di una persona, stimolando reazioni anomale. Reazioni spesso in contraddizione con i dettami di accoglienza e inclusione che dovrebbero essere alla base di ogni religione. E il protagonista di I am Michael, film presentato giovedì 5 ottobre all’interno della rassegna di cinema Lgbti dell’Acrobax di Roma, ne è la prova perfetta.

Ispirato a una vicenda realmente accaduta, I am Michael è l'incredibile storia di Michael Glatze (interpretato da James Franco), un noto attivista Lgbti statunitense che fu al centro di una controversia molto violenta quando diventò pastore cristiano e affermò di non essere più gay. Il film racconta la storia di Michael: dalla sua vita a San Francisco con il fidanzato Bennett, dove persegue l'attivismo politico, una carriera da giornalista all'XY Magazine e l'esplorazione sessuale, fino al momento della personale scoperta spirituale. Infatti, dopo una paura traumatica, Michael inizia a essere afflitto da dubbi e paranoie e intraprende un risveglio religioso che lo porta a rinunciare al suo stile di vita, a rifiutare i suoi amici e a cercare il suo "vero sé" all’interno di esperienze mistiche. Michael, allora, dopo aver esplorato il buddismo e il mormonismo, si lascia coinvolgere da una scuola biblica nel Wyoming rurale dove incontra la sua fidanzata, Rebekah, e dove si forma fino a diventare pastore della propria comunità

Prodotto, tra gli altri, da Gus Van Sant nonché dallo stesso James Franco e presentato sia al Sundance Festival sia alla Berlinale 2015, il film, che non ha avuto distribuzione in Italia se non all’interno di retrospettive dedicate, sembra fatto apposta per far discutere. James Franco, intervistato da La Repubblica, lo ha così presentato: «I am Michael è una storia vera, devastante. Sarà un film che solleverà molte polemiche, la sua vicenda ha riaperto antiche diatribe. L’omosessualità è un fatto genetico? È una malattia? Si può guarire? Si può diventare etero?».

Il film solleva chiaramente l’attenzione sulle pratiche di riorientamento sessuale e quindi sulle terapie riparative che nascono proprio negli Stati Uniti e mirano a cambiare l’orientamento sessuale di una persona, “riparando” l’omosessualità in eterosessualità. Queste terapie di conversione, prive di qualsiasi credito scientifico, presentano spesso una notevole e determinante componente religiosa.

L'opinione delle organizzazioni mediche e psichiatriche è che questi trattamenti, assolutamente antiscientifici e inefficaci, sono potenzialmente dannosi. Tutte le maggiori organizzazioni per la salute mentale, infatti, hanno espresso grande preoccupazione riguardo a questi trattamenti perché la promozione di terapie di cambiamento rinforza gli stereotipi e contribuisce a un clima negativo per le persone lesbiche, gay e bisessuali.

Uno dei temi su cui il film insiste maggiormente è senz’altro la forza che può provenire dall’appartenenza a una comunità: sia che si tratti dell’appartenenza alla comunità Lgbti sia a quella cristiana. Infatti sentirsi parte di una comunità rende l’individuo più facilmente riconoscibile e accettato. Questa forma di garanzia esistenziale può anche poi determinare lo stile di vita del singolo individuo, soprattutto in circostanze di fragilità emotiva e sentimentale. Ma cosa succede quando questo stile di vita non corrisponde alla sua vera e intima dimensione affettiva e sessuale? Quando il modo in cui si è percepiti si scontra con chi si è veramente? Il regista Justin Kelly, che ha lavorato sul film per tre anni, ha detto: «Questo film non è solo la storia di un ‘ex-gay’. È in realtà una storia molto problematica sul potere della fede e il desiderio di appartenenza». 

Grazie a una narrazione chiara e misurata Justin Kelly dirige il proprio esordio con grande equilibrio, peccando forse per un’eccessiva voglia di raccontare che lo spinge a entrare in dettagli e pieghe della vicenda che spezzano e rallentano inutilmente il ritmo della piccola. Kelly sembra essere soprattutto attratto dal modo in cui il protagonista Michael abbia sempre trattato con il massimo della sincerità e dell'etica personale le proprie idee, sia prima sia dopo la “svolta” religiosa, partecipandole e diffondendole con entusiasmo sulla carta stampata, attraverso il suo blog e attraverso la rete. La conversione cristiana e la frequentazione degli ambienti più radicali vengono comprensibilmente ritratti con un po' di ironia e umorismo. Eppure Kelly dimostra una sana forma di curiosità nei confronti delle idee di Glatze. Curiosità che scongiura qualsiasi rischio di facile derisione.

A ogni modo, a prescindere dalle proprie convinzioni religiose e dal proprio orientamento sessuale, l’unica domanda che non può rimanere inevasa è proprio quella implicitamente contenuta all’interno del film e che ha anche la miglior risposta a tutte le teorie riparative, agli integralismi e all’odio che viviamo quotidianamente: «Quale Dio vi punirebbe per aver trovato l’amore?». Ovviamente, nessuno.

 

 

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Buone notizie da Torino per gli amanti di cinema e per coloro che hanno a cuore i diritti Lgbtqi. Sono state annunciate le date del Lovers Film Festival – Torino LGBTQI Visions 2018, diretto da Irene Dionisio e presieduto da Giovanni Minerba: si svolgerà nel capoluogo piemontese presso il Cinema Massimo del Museo Nazionale del Cinema dal 20 al 24 aprile 2018 andando a ricollocarsi nello storico periodo di svolgimento del festival.

Mentre sono stati resi noti i dati del 2017 - 6 giorni di programmazione, 83 film di cui 56 anteprime italiane, 3 europee, 3 internazionali, 31 paesi rappresentati e 23.000 presenze fra proiezioni ed eventi Off – alcune anticipazioni fanno presagire che il Lovers 2018 sarà contraddistinto da uno spirito cinefilo, militante e pop.

Tutto il festival sarà improntato sul tema dei diritti Lgbtqi: sia il concorso cinematografico sia gli eventi speciali e musicali. La direttrice Irene Dionisio, inoltre, ha deciso di ampliare la squadra di selezione aprendola a due esponenti del mondo Lgbtqi scelti dalla comunità stessa, mentre Giovanni Minerba, fondatore con Ottavio Mai del festival, curerà una sezione pensata per valorizzare la storia della rassegna che tanto ha significato per le persone omosessuali e non.

La madrina sarà una delle icone del cinema italiano: l’attrice, regista e produttrice Valeria GolinoRobin Campillo, ultimo vincitore Gran Prix a Cannes della Queer Palm, ha già confermato la propria presenza al festival.

Sempre sul tema dei diritti, in collaborazione con il Coordinamento Pride saranno scelte sette parole chiave e verrà individuato, per ognuna, un film dedicato. Il focus sarà introdotto da un approfondimento dedicato al modo in cui i media rappresentano le persone Lgbtqi a cura di Diversity, l'associazione fondata da Francesca Vecchioni. Madrina d’eccezione di questo focus sarà Monica Cirinnà.

Innovazione e continuità le parole chiave di Lovers come sintetizza Giovanni Minerba: «I cambiamenti portano sempre a una riflessione, la conoscenza è necessaria, fare tesoro del passato per dare la giusta opportunità di guardare al futuro. Il percorso iniziato con la 32° edizione necessita, è, e deve essere un chiaro messaggio di inclusione, tutti insieme daremo il contributo necessario».

Molto determinata nella costruzione di un’edizione 2018 che possa soddisfare tutte e tutti anche la direttrice Irene Dionisio che «è molto felice di poter partire con il giusto anticipo a lavorare all’edizione 2018».

Irene inoltre ci ha detto «che sta già costruendo nuove relazioni internazionali» e «che lavorerà all’insegna del confronto con la comunità Lgbtqi perché il tema dei diritti possa essere affrontato nella sua accezione più ampia».

 

 

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Abitano nella stessa via a Roma, a pochi metri di distanza l’uno dall’altro. Sono Daniele Coluccini e Matteo Botrugno, entrambi laureati in storia e critica del cinema, entrambi musicisti (Daniele Coluccini è anche pianista e Matteo Botrugno è anche batterista), entrambi registi de Il Contagio. Pellicola che, dopo il successo di critica della 74° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, è distribuita dal 28 settembre nelle sale di tutta Italia.

Adattamento dell’omonimo romanzo di Walter Siti, Il Contagio affronta le vite di Chiara (Anna Foglietta) e Marcello (Vinicio Marchioni), quelle di Mauro (Maurizio Tesei) e Simona, e quella del boss di quartiere Carmine. Vite che si svolgono in una vecchia palazzina di borgata, in uno scenario umano degradatamente sospeso tra il tragico e il comico. Il questa realtà periferica e marginale irrompe il professor Walter (Vincenzo Salemme), scrittore di estrazione borghese che ha da tempo una relazione con il culturista Marcello. Se gli inquilini della triste palazzina di periferia accettano con rassegnazione le proprie vite intorpidite, Mauro, freddo e ambizioso spacciatore, sembra il solo a sentire la necessità di una svolta. La corruzione giunge così anche in un angolo sperduto della periferia.

Incontriamo Daniele Coluccini e Matteo Botrugno, a pochi giorni dall’uscita del film nelle sale.

Innanzitutto, cosa racconta Il Contagio?

Il Contagio è tratto da un libro di Walter Siti e racconta l’amore di un intellettuale, Walter appunto, per un giovane borgataro palestrato romano. Un amore a pagamento ma il protagonista lo vive come se si trattasse del suo vero grande amore e così viene traghettato da Marcello, l’escort muscoloso, ai suoi occhi bellissimo, in un mondo sconosciuto. Walter è un borghese che viene allora in contatto con un mondo che gli è ignoto. E questa è la prima forma di contagio.

Quindi, si raccontano altre forme di “contagio” nella pellicola?

Certo. Il film si divide in due parti: la prima è ambientata in periferia, la seconda è ambientata al centro di Roma. mùMa potrebbe essere ambientata in qualsiasi altra grande città e qui troviamo un’altra forma di contagio che è quella relativa al livellamento tra una classe sociale e l’altra, l’assenza di differenza nel mezzo tra una classe sociale e l’altra.

Il Contagio, fondamentalmente, racconta la storia di una passione-ossessione…

Assolutamente vero. Infatti con Walter Siti abbiamo fatto delle lunghissime chiacchierate per capire e indagare l’origine della sua passione-ossessione per una certa fisicità muscolosa e palestrata. Ossessione su cui ha scritto diversi libri, tra cui uno che si chiama, appunto, Autopsia di un’ossessione. Noi, però, abbiamo voluto inserire il grande amore di Walter per Marcello all’interno di altri amori e altre storie. Il film è proprio un film corale, un grande affresco della Roma di oggi ed è un film che parla anche di amore: si intrecciano diverse storie d’amore.

Vinicio Marchioni interpreta il personaggio di Marcello, il borgataro che ha la relazione extraconiugale con il prof, interpretato da Vincenzo Salemme in un ruolo drammatico che è assolutamente atipico per lui. La particolarità del personaggio di Marcello è nel carattere. Noi abbiamo fatto allenare per otto mesi Vinicio Marchioni che è diventato davvero molto muscoloso ma, al tempo stesso, lo abbiamo voluto caratterialmente molto infantile: un bambino di sei anni in un corpo da gigante.

Questo è un film che racconta anche Roma, la città in cui vivete. Qual è il suo stato di salute, secondo voi?

Sinceramente, adesso Roma non sta in condizioni buone: ravvisiamo una certa mancanza di cooperazione e condivisione. Roma oggi è una città incattivita, arrabbiata, che va sempre di fretta. Certo, questo è un problema di tutta l’Italia ma a Roma viene amplificato. A Roma si parlano tantissime lingue, anche nel nostro film si intrecciano tanti dialetti:  Roma è innegabilmente lo specchio del nostro Paese. 

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Sarà proiettato domani sera in Australia al Perth International Queer Film Festival Aeffetto Domino di Fabio Massa. Per il regista stabiese è il secondo lungometraggio dopo Linea di Konfine (2009).

Uscito in Italia il 16 marzo scorso e prodotto da Goccia Film e Pragma, la nuova pellicola di Massa ha ricevuto importanti riconoscimenti nell’ambito di alcuni festival nazionali e nei prossimi mesi sarà in rassegna allo Ze Festival. Festival du Film Lesbien Gay Bi Trans de Polychrome (Marsiglia, 7 ottobre), al Gay Film Nights International Film Festival (Cluj-Napoca [Romania], 24 novembre), al Loft Theatre (South Lake Tahoe [California], 18 gennaio 2018).

Senza dimenticare che Aeffetto Domino è stato selezionato dall’Agiscuole per il suo alto valore didattico. Il film coinvolge infatti lo spettatore in un intenso viaggio dentro e fuori di sé. Quello, cioè, di Lorenzo che lavora in un’associazione per bambini disagiati. Tra questi c’è Kalid un giovanissimo africano che ben presto gli trasmette il suo amore per il “continente nero”. Quando gli si propone di operare proprio in Africa, Lorenzo non ha nessun dubbio. La sua nuova esperienza però viene ridimensionata quando è costretto a tornare in Italia a causa di un melanoma in fase avanzata. Da qui un effetto domino sulla sua vita: il rapporto con la sua famiglia, l’amore, l’amicizia, le sue scelte.

Alla vigilia della prima australiana abbiamo raggiunto telefonicamente Fabio Massa che ha dichiarato: «Aeffetto Domino è un lavoro a cui sono molto legato. Mi ha fatto crescere tanto come persona e come professionista: è il mio secondo lungometraggio da regista e dodicesimo da attore. Mi sono messo alla prova sia fisicamente, perdendo 12 chili per girare la seconda fase del film, sia come studio del personaggio, avendo avuto a che fare da vicino con malati di melanoma, cercando di coglierne ogni singolo respiro, ogni movenza, ogni difficoltà. Da autore è probabilmente quello che esprime maggiormente il mio modo di esprimermi in immagine.

Dopo tanti corti apprezzati in tutto il mondo sentivo l’esigenza di raccontare un tema sociale a modo mio. Ci tengo a sottolineare che non è una pellicola sulla malattia: voglio raccontare un cambiamento, un nuovo stadio della vita con tutto ciò che ne deriva, il momento della vita in cui tutto può cambiare. Mi piace definirlo un lavoro svolto sui sentimenti, sull’amore. Ho avuto il privilegio di avere nel cast attori di indubbia qualità del cinema italiano. Il che mi dà una forte responsabilità ma, nello stesso tempo, mi gratifica».

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Marvin è il film vincitore del Queer Lion Award 2017. Il premio è stato consegnato ieri alle 18:00 presso la Villa degli Autori del Lido di Venezia.

Come motivato dal programmatore del London Lesbian and Gay Film Festival Brian Robinson in veste di presidente di giuria, si tratta di «un adattamento sensibile ed ispirato del romanzo autobiografico di Édouard Louis Il caso Eddy Bellegueule che racconta la crescita ed il difficile coming out di un giovane gay in un villaggio rurale dei Vosgi. La pellicola diretta da Anne Fontaine tratteggia il percorso di questo ragazzo, da adolescente bullizzato a scuola e vessato a casa ad artista sicuro di sé ed in grado di trasformare la propria storia in una esperienza artistica catartica ed ispirata. Sia il giovanissimo Jules Porier che Finnegan Oldfield forniscono un'interpretazione eccellente di Marvin in momenti differenti della sua vita, in un film che è tanto toccante quanto avvincente».

Robinson e i giurati Adriano Virone, Rich Cline, Daniel N. Casagrande, Marco Busato (gli ultimi due rispettivamente fondatore del Queer Lion e vicepresidente dell’Apa Queer Lion) hanno condotto la scelta sulla base d’un triplice criterio (contributo artistico, impatto sociale e impegno civile) tra le pellicole queer presenti trasversalmente nelle sezioni della Mostra internazionale d’arte cinematografica.

Gli altri titoli in competizione erano Una famiglia di Sebastiano Riso (Italia, 105’), The Prince and the Dybbuk di Elwira Niewiera e Piotr Rosołowski (Polonia-Germania, 82’), Martyr di Mazen Khaled (Libano, 80’), Il contagio di Matteo Botrugno e Daniele Coluccini (Italia, 110’), Les garçons sauvages di Bertrand Mandico (Francia, 110’), Team Hurricane di Annika Berg (Danimarca, 94).

Rispetto a quanto antecedentemente annunciato non hanno invece più concorso per il Queer LionThree Billboards Outside Ebbing, Missouri del maestro dello humour nero Martin McDonagh (Uk, 110') né Ammore e malavita di Manetti Bros. 

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Regista, sceneggiatrice, fotografa, studiosa di storia lesbica ma innanzitutto donna. Donna dalla straordinaria umanità e cultura eclettica, al cui entusiasmo inventivo si deve il Some Prefer Cake – Bologna Lesbian Film Festival. Luki Massa era tutto questo e molto più di questo.

A un anno dalla scomparsa, avvenuta lo stesso giorno di quella d’un’altra figura di spicco del movimento Lgbti quale Marcella Di Folco, era perciò doveroso che le fosse dedicata la IX edizione del  festival internazionale di cinema lesbico. Sotto la direzione artistica di Marta Bencich la kermesse cinematografica si svolgerà a Bologna dal 21 al 24 settembre presso il Nuovo Cinema Nosadella (Via dello Scalo 21, Via Lodovico Berti 2/7).  

Tanti i titoli in cartellone ripartiti in cinque sezioni:

1) Lungometraggi narrativi: The Misandrists (Germania, 91’), A Date for Mad Mary (Irlanda 82’), Women Who Kill (Usa, 93’), Awol (Usa, 85’), The Book of Gabrielle (Uk, 80’).

2) Documentari: Chavela (Usa, 90’), Donna Haraway: Story Telling for Earthly Survival (Francia – Belgio, 81’), Jewel’s Catch One (Usa, 85’), The F Word (Usa, 60’), Lina Mangiacapre artista del femminismo (Italia, 45’), Man for a Day (Germania, 96’).

3) Corti: BobbyAnna (Usa, 20’), Pussy (Polonia, 8’), Era ieri (Italia 15’), De Amores Libres (Argentina, 1’,57’’), Chromosome Sweetheart (Giappone, 5’), Open Recess (Usa, 2’,56’’), Carole Support Groupe (Usa, 7’,50’’), Etages (Germania, 14’), Blind Sex (Francia, 31’, 26’’).

4) Serie web: 10percento (Italia, 27’53’’), Wonders Wander (Spagna, 62’), Guapa (Itali, 4’43’’).

5) Sperimentali: The Ladies Almanack (Usa, 87’),.

Sabato 23, infine, un particolare omaggio a Luki con una tavola rotonda di ricordo politico, la proiezione dei suoi corti, letture di poesie e musica dal vivo.  

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Sarà assegnato venerdì 8 settembre (alle ore 18.00) presso la Villa degli Autori di Venezia Lido il Queer Lion Award, istituito nel 2007 per volere del giornalista Daniel N. Casagrande e dell’allora direttore artistico della Mostra internazionale d’arte cinematografica Marco Müller non senza il fattivo sostegno di Franco Grillini.

Attribuito al “miglior film con tematiche omosessuali & Queer culture” e patrocinato dal ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo, dalla Regione Veneto, dalla Città di Venezia e dall’università Ca’ Foscari, il riconoscimento fa parte del palmarès ufficiale dei premi collaterali alla prestigiosa rassegna cinematografica, giunta alla 74° edizione.

Nove i film in gara per il Queer Lion Award 2017, la cui assegnazione spetterà ai giurati Adriano Virone, Rich Cline, Daniel N. Casagrande sotto la presidenza di Brian Robinson, programmatore del London Lesbian and Gay Film Festival. La scelta sarà condotta sulla base d’un triplice criterio (contributo artistico, impatto sociale e impegno civile) tra tutte le pellicole queer presenti trasversalmente nelle sezioni della Mostra: Concorso, Fuori concorso, Orizzonti, Biennale College, Venezia classici, Giornate degli autori, Settimana internazionale della critica.

A concorrere saranno:

     a) Una famiglia che, per la regia di Sebastiano Riso, affronta il tema della gestazione per altri e delle coppie impossibilitate ad avere figli (Italia, 105').

     b) Three Billboards Outside Ebbing, Missouri del maestro dello humour nero Martin McDonagh (Uk, 110').

     c) Ammore e malavita di Manetti Bros., che affrontano il tema dell’amore tra musica, azione e pallottole sullo sfondo dei vicoli e del golfo di Napoli (Italia, 133').

     d) Marvin che, per la regia di Anne Fontaine, esplora il tema della stigmatizzazione legata alla diversità e la costruzione dell’identità (Francia, 115').

    e) The Prince and the Dybbuk di Elwira Niewiera e Piotr Rosołowski, che offrono un docufilm sulla vita del produttore omosessuale hollywoodiano Mosze Waks (Polonia-    Germania, 82').

     f) Martyr di Mazen Khaled, che incentra la sua attenzione su un gruppo di ragazzi di Beirut provati dalla tragica morte di un coetaneo, rivelativa delle divisioni interne alla città e alla società libanese (Libano, 80').

    g) Il contagio che, per la regia di Matteo Botrugno e Daniele Coluccini, presenta tra l’alternarsi delle vicende personali e familiari dei condomini d’una palazzina di borgata romana la relazione di Walter, professore e scrittore borghese, col giovane palestrato Marcello (Italia, 110').

     h) Les garçons sauvages (di Bertrand Mandico), i cui protagonisti sono cinque adolescenti che cambiano sesso e accettano il cambiamento come forma di erotismo. «Se Adinolfi la sera ha gli incubi, sogna questo film» ha dichiarato al riguardo Giona A. Nazzaro, delegato generale della Settimana internazionale della critica (Francia, 110')

     i) Team Hurricane di Annika Berg, che mescola elementi di fantasia con materiale documentario su ragazze dal differente orientamento sessuale (Danimarca, 94').

Il Queer Lion Award 2017 sarà preceduto dal party d’apertura che avrà luogo, venerdì 1 settembre, nel parco dell’aeroporto Nicelli del Lido di Venezia e vedrà impegnato alla consolle Brian dj del Queever di Torino.

Sponsor della serata Prodigiodivino, che con i suoi vini Uvagina e Vinocchio sostiene da sempre iniziative legate ai diritti civili della comunità Lgbti. Parte dell’incasso sarà devoluto all’associazione MaiMa di Schio (Vicenza) per sostenere il relativo progetto finalizzato a prevenire il bullismo omofobico nelle scuole.

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Ogni anno, dal 2008 a oggi, vengono realizzati circa 700 film a tematica Lgbti in Europa e Sud America. Pellicole che, fortunatamente, non hanno soltanto finali tragici e devastanti, come accade nella maggior parte di quelli realizzati e distribuiti nel nostro Paese. Ma per riuscire a vederli è spesso necessario frequentare rassegne di film tematici, interessanti e underground, come quella ospitata dal centro sociale Acrobax di Roma.

Ed è proprio la rassegna di cinema gay dell'Acrobax ad aver programmato una deliziosa commedia leggera, Famille verpflichtet (in italiano potrebbe essere trdotto in Obblighi di famiglia) che ha partecipato, tra l'altro al Festival Lgbt di Rochester. Questo film, diretto da Hanno Olderdissen nel 2015, è una commedia sui conflitti culturali, familiari, generazionali, religiosi e culturali, in una prospettiva divertente e allo stesso tempo profonda.

David e Khaled, i due protagonisti della storia, sono una coppia di omosessuali arabo-ebraica di Hannover che deve imparare a imporsi sulle aspettative dei genitori: vorrebbero sposarsi e vivere una vita libera e autodeterminata ma sono stretti nella morsa tradizionalista delle loro famiglie. Se c'è una dimensione socialmente universale, che coinvolge tutti allo stesso modo, è la famiglia – in tutte le sue declinazioni – e i valori a essa associati, come il riconoscimento, il rispetto, la tolleranza e l'amore.

“Nessuno è perfetto” ci verrebbe da dire con il grande Billy Wilder osservando il comportamento delle famiglie dei due protagonisti: da un lato quella di Khaled con un padre profondamente omofobo, che non sa nulla dell'omosessualità del figlio ma non è affatto antisemita e ricorda, quasi con nostalgia, il tempo in cui musulmani ed ebrei vivevano in pace nella stessa terra. Dall'altro la famiglia di David con una madre molto presente e ossessiva che non è affatto omofoba ma è piena di pregiudizi nei confronti dei musulmaniSvolta narrativa della storia è una nottata di bagordi in cui David, sotto i fumi dell'alcol e delle droghe, ha un rapporto sessuale con una donna molto giovane e concepisce un bambino. Bambino che diventerà il figlio di Khaled e David.

Si tratta, insomma, di un gradevole racconto di tentativi, più o meno riusciti, di integrazione tra gay ed etero, musulmani ed ebrei, sciiti e sunniti. Se è vero che il film risente talora di una certa mancanza di messa a fuoco per le numerose scene che si intrecciano nella sceneggiatura, l’accennata mancanza di realismo è però abbondantemente compensata da uno script semplice ed efficace. Script che regala momenti di divertimento assoluto anche laddove si potrebbe sfiorare il dramma, grazie alla direzione equilibrata degli attori, tutti assolutamente credibili e in parte.

La battuta sovrana del film la dice la sorella di Khaled a proposito del modo in cui questi dovrà fare coming out con il padre: «La buona notizia: diventerò papà. La cattiva: io sono la mamma».  

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Roberto Azzurro, attore e regista da sempre attento alla centralità della parola e alla drammaturgia che infranga stereotipi e luoghi comuni, è stato ripetutamente accoltellato nel Sannio, mentre era in auto, vicino allo svincolo di Paupisi, sulla statale 372.

Le coltellate sferrate su tutto il corpo hanno ridotto l’artista in gravissime condizioni. Non si sa ancora quali le motivazioni del crimine: fatto sta che l’aggressore, che aveva sottratto l’auto ad Azzurro, è stato fermato ed arrestato nei pressi di Campobasso.

Noto per aver portato in scena con grande successo Oscar Wilde, Marcel Proust e diversi altri personaggi con il preciso intento di supportare con la sua arte la lotta alle discriminazioni fondate su orientamento sessuale e identità di genere, Roberto Azzurro, dopo aver subito in nottata una delicata operazione, è ora ricoverato all’Ospedale Rummo di Benevento.

Tutto il mondo della cultura, dello spettacolo e dell’attivismo Lgbti si sta stringendo intorno a Roberto, sperando che possa presto tornare al suo teatro e intanto chiede a gran forza che, anche in quest’occasione, sia fatta al più presto luce sull’aggressione.

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