Incontrarsi, discutere e rimettere al centro una soggettività lesbica che vuole essere inclusiva di tutte le soggettività considerate marginali come le donne con disabilità, le donne trans, le migranti, le persone non binarie che si riconoscono nel lesbismo.

È l'obiettivo di Lesbicx. Capire il presente per immaginare il futuro. Il punto tra inclusione e intersezionalità su una soggettività in divenire, la tre giorni che, organizzata dall'associazione Lesbiche Bologna, si terrà a partire da oggi fino al 3 febbraio tra il Cassero Lgbt Center e il Centro delle donne (via del Piombo, 5) nel capoluogo emiliano.

Un'iniziativa di rilievo, che nasce dal bisogno della comunità lesbica, e non solo, di ricominciare a parlarsi su un terreno di confronto costruttivo, superando la fase conflittuale degli ultimi due anni della politica lesbo-femminista italiana, monopolizzati dalla discussione sulla gestazione per altri, dal congresso di ArciLesbica con le successive disaffiliazioni e chiusure di circoli nonché dalle posizioni radicali in senso intollerante verso le persone tanto con disabilità, in riferimento all'assistenza sessuale, quanto transgender.

«Siamo talmente tranquille rispetto all'autorevolezza della soggettività lesbica - commenta Carla Catena, presidente dell'associazione - che non temiamo di dissolverci se nominiamo la nostra volontà di apertura alle altre e alle contemporaneità. L'idea è quella di una rinnovata messa in rete delle soggettività Lgbt e lesbiche per riprendere il discorso con serenità, per dare la possibilità a tante di prendere la parola e non fossilizzarsi solo su alcuni temi». 

Presentata ieri in conferenza stampa con la partecipazione dell'assessora comunale alle Pari Opportunità Susanna Zaccaria, la tre giorni si aprirà oggi pomeriggio, alle 17:30, presso il Cassero con la tavola rotonda BolognaX: giorni di un futuro anteriore che, coordinata da Carla Catena, vedrà intervenire rappresentanti di Associazione di Luki Massa, Associazione Orlando, Cassero Lgbti Center, Famiglie arcobaleno, Gruppo Trans, Laboratorio Smaschieramenti, Mit. Movimento Identità Trans, Non Una Di Meno Bologna, Il Grande Colibrì, Associazione Lesbiche Bologna.

Il 2 febbraio sarà dedicato all'ascolto e al confronto con donne che contribuiscono alla soggettività lesbica. L’intera giornata si svolgerà sempre al Cassero e vedrà interventi di Francesca Talozzi (in sedia a rotelle da dieci anni), Antonia Caruso (attivista transfemminista), Liana Borghi e Lidia Cirillo (intellettuali lesbiche con oltre 50 anni di militanza alle spalle) ma anche di Ilaria Todde, Lucia Leonardi, M. Costanza Di Salvia, Nina Ferrante, Roberta Zangoli, Maya De Leo, Paola Guazzo, Elisa Manici, Carla Catena. Modererà Elena Tebano, giornalista de Il Corriere della Sera.  

Il 3 febbraio, infine, sarà dedicato all'assemblea plenaria che, moderata da Maria Laricchia e Giulia Santoro di Lesbiche Bologna, si terrà al Centro delle donne

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Già nel 2001 Emi Koyama, attivista transgender e intersessuale, nel suo Manifesto Transfemminista descriveva l’atteggiamento trans-escludente di alcune femministe radicali (Terf) nei confronti delle persone trans in generale e delle donne trans in particolare.  

Lo storico episodio del 1991 presso il Michigan Womyn's Music Festival (MWMF o MichFest) che vide l'espulsione di Nancy Burkholder, in quanto donna trans, destò molto scalpore e determinò una serie di botta e risposta tra la comunità lesbica, organizzatrice dell'evento, e la comunità trans americana, che organizzò una serie di contro-eventi. Tra questi il famoso Camp Transorganizzato proprio fuori dal Michigan Womyn's Music Festival, dalle donne transgender e dalle/dai loro alleati/eper protestare contro la politica della kermesse di escludere le donne trans.

In sintesi, quello che accade da circa trent’ anni è che alcune femministe radicali, parte delle quali lesbiche, forti della loro appartenenza a un'élite di donne bianche, cisgender e benestanti, hanno pensato bene di teorizzare sul percorso di transizione delle persone trans, appropriandosi di una narrazione che non le apparteneva e che non le appartiene, per giustificare a se stesse la decisione di allontanare, dai loro ambienti radicali e separatisti, le persone trans.

Le donne trans, ree di non essere “nate donne”, e gli uomini trans, “nati donne” ma rei di aver tradito “le sorelle lesbiche”, per abbracciare il mondo maschile, scegliendo consapevolmente di poter usufruire di quel “privilegio maschile”, che questa scelta ha comportato. Se da una parte le donne trans vengono quindi ostracizzate per non essere “nate donne”, gli uomini trans vengono addirittura considerati traditori della “matria lesbica”.

Peccato che, la decisione, importante e delicata, di intraprendere il percorso di transizione non sia assolutamente legata a un calcolo utilitarista o all’acquisizione di un presunto privilegio. Qualora ci fossero dubbi, chiediamolo a tutte le persone trans che per seguire la loro realizzazione identitaria hanno perso famiglia, affetti, beni e lavoro.

Ricordiamo, che già nel 1949 Simone de Beauvoir nel suo Il secondo sesso aveva affermato che «donna non si nasce lo si diventa».

Il pensiero, quindi, di una delle più importanti letterate francesi, il cui pensiero viene spesso citato da molte femministe storiche, già, aveva in nuce quello di considerare l'essere donna come un processo, non  ancorato e ancorabile all’ essenzialismo biologista, del quale le Terf sono strenue difensore, ma che per millenni ha relegato la donna ad un destino di sottomissione e subalternità.

Sembra, inoltre, surreale che delle femministe, molte delle quali lesbiche, vogliano rispolverare il cattolico dogma del “contro natura” per attaccare e denigrare percorsi diverso dal loro, percorsi che stando allo stesso dogma, per altro, sarebbero analogamente etichettati come “contro natura”.

Negli ultimi anni, in Italia, sono stati pubblicati vari articoli, anche su quotidiani di tiratura nazionale, nei quali alcune femministe hanno lanciato i loro strali contro la comunità trans, quando la maggior parte delle persone trans, presa dalle battaglie quotidiane, quelle sì, contro lo stigma, l'emarginazione e l'isolamento sociale, di rado, hanno avuto il tempo e il modo di rispondere alle loro critiche.

Ciò che mi preme, in primis, precisare è che mai, credo, un attacco gratuito sia stato inoltrato alle femministe radicali lesbiche da parte di attiviste/i trans o di attiviste transfemministe. Quello che, semmai, è successo molto più verosimilmente è che persone trans si siano dovute difendere dagli attacchi di questa elitè accademica o che abbiano fatto le spese della loro transfobia e transmisoginia, come accaduto negli anni ’80, negli Stati Uniti, quando una femminista radicale ha portato il sistema sanitario a non sostenere più i costi della transizione per le persone trans.

Sappiamo bene che il femminismo separatista è stato, in Italia, un'importante esperienza del femminismo della seconda ondata e sappiamo bene che in passato c’è stato il bisogno di “chiudersi” per proteggersi e “sopravvivere”. Sappiamo, altresì, che i tempi sono cambiati non perché sono le mode a essere cambiate. Ma perché sono le persone a essere cambiate; o meglio altre identità subalterne al patriarcato, come quelle Lgbti, hanno deciso di ribellarsi, di prendere la parola e di rivendicare il proprio diritto all'autodeterminazione.

Orbene, che delle femministe che si sono battute per decenni per l'autodeterminazione delle donne, si impegnino a ostacolare l'autodeterminazione delle persone trans, arrivando perfino a sbeffeggiarle, facendo misgendering e non riconoscendo l'importanza del loro percorso, è paradossale quanto assurdo ed evidenzia la visione ristretta di queste donne.

La pratica femminista dell'autocoscienza, del “partire da sé”, mi impone di parlare per me stessa, non per le altre e gli altri, ma semmai insieme alle altre e agli altri.

L’ essenzialismo che riduce tutto al possedere determinati genitali interni ed esterni è riduttivo. Riduttivo non solo in senso classico biologista (vagina=femmina, pene=maschio), ma anche in modo più complesso, perchè si pretende, in modo surreale, che a una vagina o a un pene siano attribuite caratteristiche di personalità, di intelligenza, di sensibilità, che non possono appartenere a un organo genitale. Al contrario, e in maniera indubitabile, appartengono a un organo che si trova un po' più in alto, il cervello, che “si costruisce” e “si plasma” in base alle molteplici interazioni e relazioni dell’individuo con altri individui e con l’ambiente circostante.

Le persone transgender sono un universo di individualità e di modi altri di vivere la propria unicità. Incastrarci in degli stereotipi è veramente difficile se si osserva, realmente, la varietà e la complessità delle situazioni, cosa che qualsiasi sociologa o sociologo dovrebbe fare, se non vuole essere autoreferenziale.

Le donne trans non vogliono invadere gli spazi delle donne cisgender: sono donne e hanno il diritto di stare negli spazi vissuti dalle donne (se lo vogliono).

Chiedo perciò a queste femministe: È più a rischio l'incolumità di una donna cisgender in un bagno frequentato soprattutto da donne cisgender e dove ogni tanto, per caso, può capitare una donna trans, o l'incolumità di una donna trans sola in un bagno frequentato quasi esclusivamente da uomini cisgenderQuale danno reale possono fare poche migliaia di persone trans, in Italia, a milioni di donne e uomini cisgender? Vogliamo veramente far credere che una minoranza storicamente stigmatizzata e oppressa possa diventare oppressore?

Do loro la mia risposta laconica: è impossibile.

Non sarà, molto più semplicemente, che le persone trans, dopo secoli di negazione e sopraffazione, vogliono riappropriarsi della parola negata e vivere serenamente la loro vita senza avere costantemente puntato addosso il dito del pregiudizio di una elitè privilegiata? Chiedo, pertanto, alle stesse di piantarla con le strumentalizzazioni dei nostri vissuti. Altrimenti, congedatevi, una volta per tutte, dal mondo femminista perché è chiaro che non ne fate più parte

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Omicidio volontario aggravato di L. Muñoz, la 43enne trangender d’origine peruviana trovata morta, il 4 febbraio, a Cinisello Balsamo (Mi).

Con tale accusa Giovanni Amato, un netturbino 42enne con precedenti penali, è stato stamani arrestato dai carabinieri del nucleo operativo di Sesto San Giovanni, che hanno eseguito un'ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip del Tribunale di Monza. Attualmente è detenuto nel carcere milanese di San Vittore.

La vittima era stata trovata riversa sul letto, agonizzante e macchiata del sangue che le fuoriusciva dalla bocca, nella propria abitazione in via Friuli, 29

A farne, quella notte, la scoperta la sua coinquilina, anche lei peruviana, che aveva subito allertato il 118 e i carabinieri, sopraggiunti per constatarne il decesso

In prima battuta il medico legale aveva escluso una morte violenta

L'autopsia aveva poi confermato la presenza di un piccolo foro da arma da fuoco sulla schiena, che hanno portato i carabinieri della compagnia di Sesto San Giovanni, sotto il coordinamento della Procura di Monza, a individuare in una penna-pistola l’arma usata da Amato.

Non ancora accertato il movente del delitto, ma non è escluso che l'uomo abbia agito per sottrarre beni e denaro alla vittima. Il netturbino è infatti ritenuto uno degli autori della rapina e del ferimento messi in atto con un complice, il giorno susseguente l'omicidio, ai danni di un 35enne cinese, proprietario di un bar a Segrate. 

La penna-pistola, dotata di silenziatore, potenziata e appartenente ad Amato, è infatti risultata essere la stessa l'arma con cui è stata uccisa la donna transgender ed è stato ferito, con quattro colpi, il titolare dell'esercizio commerciale. 

«È stata un'indagine complessa - ha spiegato stamani in conferenza stampa la procuratrice della Repubblica di Monza Luisa Zanetti -. I carabinieri hanno esaminato migliaia di fotogrammi di immagini di videosorveglianza, per risalire all'auto dell'omicida».

Si tratta di una Fiat Punto che, stando a un testimone-chiave, aveva precise caratteristiche (un faro molto luminoso, specchietti e fiancate colorate) ma non sufficienti, inizialmente, a identificarne il proprietario.

Grazie a un'impronta lasciata da Amato su una lattina di Coca-Cola trovata in casa della vittima, gli inquirenti sono potuti risalire a lui, quando era stato già arrestato per la rapina di Segrate. 

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Da mesi ormai il mondo lesbico femminista italiano è attraversato da un conflitto che ha ridefinito i confini del movimento Lgbti+ e che ha generato un nuovo arcipelago di associazioni femminili e femministe. La radicalizzazione, in chiave neoreazionaria, di ArciLesbica ha determinato la nascita di Alfi (Associazione Lesbica Femminista Italiane) che mette in rete tutti quei circoli che si sono autosospesi e si sono dissociati da ArciLesbica. E che a Bologna invece ha trovato concretezza in Lesbiche Bologna, legittime eredi della fu Arcilesbica Bologna e altrettanto legittime assegnatarie della sede del Cassero.

Nell’arcipelago lesbico italiano però qualcuno si dimentica sempre di noi, donne lesbiche, bisex, pamsex, transex, intersex, asex, queer, che militiamo in Arcigay o in altre associazioni Lgbti+ e che, non per questo, ci sentiamo meno lesbiche, meno femministe, meno donne, meno emancipate. Eppure agli occhi dei più noi non esistiamo.

Non importa se siamo presidenti di circoli territoriali. Non importa se lo siamo anche in città grandi e attive come Torino per citarne un, o se lo siamo state (fino ad alcuni mesi fa) in territori ostici come Salerno tanto per citarne un’altra. Non importa se siamo brave.  Non importa se facciamo parte dei gruppi dirigenti delle nostre associazioni e se siamo parte attiva di un’elaborazione politica che fa dell’acronimo Lgbti+ non un insieme di consonanti, ma un insieme di persone, che lottano per decostruire quegli stereotipi di genere che affliggono la nostra società e di cui ognuno di noi è vittima inconsapevole.

Noi, che ci sporchiamo le mani per ridefinire i confini di genere perché crediamo profondamente nell’autodeterminazione di qualsiasi individuo, non esistiamo. E, quando qualcuna di quelle compagne lesbiche, femministe si ricorda di noi, è per sbeffeggiarci. Noi che "gigioneggiamo con gli uomini” (come disse Cristina Gramolini a Ferrara il 1 dicembre 2018), che siamo le mogli dei gay, complici del loro innato, radicato e insradicabile maschilismo.

Talmente tanto dimenticate o non considerate che, ogni volta che una lesbica femminista muove un’accusa ad Arcigay o ad altra associazione Lgbti+, lo fa rivolgendosi sempre al maschile e sempre e comunque solo ai maschi, ai G di quell’acronimo. Noi donne Lgbti+, militanti di associazioni Lgbti+, non contiamo nulla. Ma non per i nostri compagni di lotte, dai quali abbiamo continue dimostrazioni di stima e rispetto, ma proprio per quelle donne che lottano per la parità e fanno della differenza un plusvalore.

E cosi ancora una volta mi tocca leggere frasi del tipo: La mia solidarietà ad #Arcilesbica che rappresenta la storia del movimento #Lgbt italiano e a cui tutte noi donne #lesbiche dobbiamo essere grate. Il movimento omosessuale italiano dovrebbe riflettere. Non si fa politica così. (Paola Concia, profilo Fb, 14 maggio 2018)

Ecco cara Paola, di cui non ricordo una lunga militanza nel movimento (ma forse sono io ad avere la memoria corta), e care compagne lesbiche femministe, fatevene una ragione! Il “movimento omosessuale” non è fatto di soli uomini. Le decisioni non le prendono solo gli uomini, gli indirizzi politici non sono il frutto di elaborazioni maschili e maschiliste. Il movimento che voi chiamate omosessuale è il movimento Lgbti+ italiano, fatto di persone che la pensano diversamente da voi, fatto di tante donne (cis, trans, queer, gender fluid) che lottano per l’autodeterminazione della donna anche quando questa passa dalla libera scelta di gestare per altri (perché l’utero è mio e me lo gestisco io, non voi).

Donne che si sentono diverse, ma uguali alle compagne trans perché non è quello che abbiamo tra le gambe che fa la differenza ma quello che siamo, quello che sappiamo di essere sin da piccole.

Siamo donne che rivendicano con orgoglio la libertà di fare del sesso un mestiere, senza per questo sentirsi vittime di un sistema patriarcale, ma semplicemente libere di determinare cosa fare del proprio corpo e della propria vagina. Donne che lottano perché le persone disabili tutte, di qualsiasi genere siano, debbano avere il diritto a una sessualità. Donne il cui utero non è un tempio sacro, per cui la genitorialità non passa esclusivamente dalla maternità. Donne libere dai quei meccanismi patriarcali di cui voi siete vittime. Perché il patriarcato è una pratica che voi applicate ogni qualvolta vi erigete a paladine della tutela delle altre donne.

Non ho mai avuto bisogno di essere tutelata da nessuno, uomo o donna che sia: io mi tutelo da sola ed esisto in quanto donna lesbica e femminista, che vi piaccia o no, anche se sono la presidente di un circolo il cui suffisso è gay. E sono favolosa!

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Quella di Boston è la più antica tra le maratone annuali nel mondo. Disputata la prima volta nel 1897, è stata riservata fino al 1972 a partecipanti di sesso maschile.

Ma dopo l’apertura alle donne la storica maratona bostoniana ha segnato quest’anno un ulteriore passo in avanti. I funzionari di gara hanno ufficialmente permesso alle persone transgender di poter competere nelle categorie maschile o femminile secondo il genere con cui si identificano.

«Prendiamo le persone in parola e registriamo le persone come si specificano - ha detto Tom Grilk, presidente dell’ente organizzatore, la Boston Athletic Association –. I membri della comunità Lgbt hanno avuto molto da affrontare nel corso degli anni e preferiremmo non aggiungere anche questo peso».

Almeno cinque donne apertamente transgender risultano iscritte per correre, il 16 aprile, attraverso Boston e la sua periferia i 42,195 km di rito. In passato alcune persone transgender si erano semplicemente registrate e avevano corso. «Ma molte altre avevano troppa paura di provare» ha detto Amelia Gapin, una donna transgender di Jersey City, che è iscritta alla gara di quest'anno.

L’esempio bostoniano sta facendo scuola. Gli organizzatori delle maratone di Chicago, New York City, Londra e Los Angeles hanno tutti dichiarato che la registrazione avverrà sulla base del genere indicato durante le iscrizioni. «Vogliamo essere inclusivi e sensibili nei riguardi di tutti i soggetti partecipanti», ha affermato Carey Pinkowski, direttore esecutivo della Maratona di Chicago. E per far ciò, ha aggiunto, «non riteniamo di dover richiedere certificazioni legali o mediche o qualcosa del genere».

Ma resta una questione spinosa. Quella legata, cioè, al dibattito relativo alle gare olimpiche che, negli ultimi anni, si è concentrato sulle donne transgender, richiedenti interventi chirurgici o farmaci per abbassare i livelli di testosterone. Nel 2016 i funzionari olimpici hanno emesso nuove regole sulla base delle quali le donne trans possono competere se i loro livelli di testosterone rimangono al di sotto di un certo limite. Regole che sono generalmente seguite nelle competizioni d’élite.

Ora quella di Boston è sì una maratona per dilettanti ma rigidamente basata sul rispetto rigoroso dei tempi di qualificazione in base all'età e al sesso. Sui social alcuni commentatori hanno affermato che le donne transgender hanno un vantaggio fisico ingiusto rispetto alle altre. Al riguardo Stevie Romer, una donna transgender di Woodstock afferma di essersi iscritta a Boston come donna perché è quello che è sebbene non abbia fatto nulla per abbassare i suoi livelli di testosterone. «Amo correre - ha detto - da quando ho memoria, ma sono transgender».

D’altra parte esperti medici sostengono che non ci sono prove di un vantaggio atletico per le donne trans che non abbassano i livelli di testosterone. «Questo è un equivoco e un mito - ha detto il dottor Alex Keuroghlian, direttore dei programmi di istruzione e formazione presso il Fenway Institute, un centro di salute e difesa della comunità Lgbt di Boston -. Piuttosto, le donne trans che assumono farmaci per abbassare i loro livelli di testosterone spesso affrontano effetti collaterali come disidratazione, lentezza e resistenza ridotta».

Amelia Gapin ha detto che ha dovuto superare importanti battute d'arresto durante la sua transizione: mentre prendeva i bloccanti per il testosterone, il suo ritmo diminuiva di più di un minuto al miglio. Poi ha subito un intervento chirurgico e ha dovuto attendere mesi dall'allenamento per riprendersi. Amelia ha lavorato per tre anni come donna apertamente transgender prima di qualificarsi per Boston. Anche se sa che a qualcuno potrebbe non piacere, ha intenzione di correre la gara questo mese. «Voglio solo correre per divertimento - ha detto -. In realtà correre è una sorta di giro di fortuna per quello che ho realizzato».

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In El Salvador, Guatemala e Honduras la vita e la sicurezza delle persone Lgbti sono sempre più minacciate perché le autorità di questi Paesi non assicura loro alcuna protezione. Cosa questa che le costringe a fuggire dalla loro terra e affrontare altri pericoli in Messico.

A evidenziarlo è Amnesty International nel nuovo rapporto No Safe Place che, pubblicato ieri, descrive l’odissea di omosessuali e donne transgender in fuga dalla discriminazione e dalla violenza di genere. Realtà queste che, a opera di bande criminali ed esponenti delle forze dell’ordine, stanno registrando un vertiginoso aumento in El Salvador, Guatemala e Honduras.

Ma il rapporto pone sotto accusa anche le autorità messicane, resposabili di non proteggere dalla sistematica violazione dei diritti i profughi Lgbti all’interno del Paese, e denuncia l'insostenibile esperienza vissuta nei centri statunitensi di detenzione per migranti.

«A causa della loro identità di genere e del loro orientamento sessuale – ha dichiarato Erika Guevara-Rosas – queste persone subiscono una crudele discriminazione in America centrale. E non c'è alcun luogo dove possano trovare salvezza». La direttrice di Amnesty International per le Americhe ha quindi aggiunto: «Terrorizzate nei loro Paesi e sottoposte a violenza estrema quando cercano riparo altrove, queste persone costituiscono uno dei gruppi più vulnerabili di rifugiati delle Americhe. Il comportamento delle autorità messicane e statunitensi, che stanno a guardare, è semplicemente criminale».

Secondo le cifre ufficiali El Salvador, Guatemala e Honduras hanno alcuni dei più alti tassi di omicidio al mondo: su ogni 100mila abitanti 81,2 in El Salvador, 59,8 in Honduras e 27,3 in Guatemala.

Di fronte a tali livelli di violenza (comprendenti anche aggressioni ed estorsioni) e alla costante discriminazione la maggior parte dei richiedenti asilo e dei rifugiati Lgbti, incontrati da Amnesty International, ha raccontato di non aver avuto altra scelta che fuggire. L'alto livello d'impunità e la corruzione nei loro Paesi rendono improbabile che gli autori di reati contro le persone Lgbti siano puniti, soprattutto quando a compierli sono stati agenti delle forze dell’ordine. Secondo l'ong Cattrachas in Honduras, tra il 2009 e il 2017, sono state uccise 264 persone Lgbti. Nella maggior parte dei casi gli autori non sono stati mai stati perseguiti penalmente.

La maggior parte delle persone, le cui dichiarazioni sono servite per la redazione del rapporto No Safe Place, ha inoltre riferito di aver subito ulteriore discriminazione e violenza da parte di pubblici ufficiali in Messico. Secondo uno studio dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, tra il 2016 e il 2017 due terzi dei rifugiati Lgbti provenienti dall’America centrale sono state vittime di abusi sessuali in Messico.

Alcune donne transgender, che erano riuscite a concludere indenni il viaggio all'interno del Messico, hanno invece denunciato il disumano trattamento ricevuto nei centri di detenzione statunitensi. Altre, poi, sono state espulse dagli Usa e dal Messico per essere rinviate nei Paesi d’origine.

Cristel, una 25enne transgender salvadoregna, ha denunciato di essere stata posta in isolamento in un centro di detenzione per migranti non appena varcata la frontiera con gli Usa nell'aprile 2017. Dopo una settimana è stata trasferita in una piccola cella dove c'erano otto uomini. Alla fine è stata rimandata in El Salvador, dove continua a subire le minacce delle bande criminali. «Io non voglio essere clandestina – ha dichiarato ad Amnesty International –. Non voglio altro che vivere in sicurezza».

Alla luce di tali dati Erika Guevara-Rosas ha commentato: «Più le autorità di El Salvador, Guatemala, Honduras, Messico e Usa non agiranno per proteggere alcune delle persone maggiormente vulnerabili delle Americhe, più le loro mani saranno macchiate di sangue. I governi di questi Paesi devono intraprendere azioni decisive per contrastare il moltiplicarsi di violenze contro le persone Lgbti. Devono altresì migliorare le loro politiche e procedure per garantire l'accesso alla protezione internazionale a tutte le persone che ne hanno bisogno».

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Pensavamo a una svolta in Sicilia con la candidatura di una donna transessuale sia pure tra le file dell’Udc. Invece ci sbagliavamo e, ancora una volta, dobbiamo tristemente verificare quanto diffuso sia lo stigma omotransfobico proprio tra le stesse persone Lgbti.

È il caso di Roberta Giulia Mezzasalma, candidata trans dell’Udc alle prossime regionali, che ieri mattina, ai microfoni di Radio Cusano Campus, non ha perso occasione per definire la condizione delle persone Lgbti una “disgrazia” che le rende infelici. Come se non bastasse, la ristoratrice di Vittoria ha definito il Pride un fenomeno da baraccone e ha rifiutato di essere accostata a Vladimir Luxuria, sostenendo che lei, a differenza di quest’ultima, si è sempre comportata correttamente e non ha mai dato scandalo.

Insomma, un vero e proprio florilegio di luoghi comuni e pregiudizi che, come tutti sanno, sono le fondamenta su cui si radica, nella nostra società, la sofferenza e l’esclusione sociale delle persone Lgbti. Luoghi comuni e pregiudizi ancora più odiosi se a esternarli è una persona transessuale, che ha compiuto il percorso di transizione da quasi vent’anni e che, dunque, sa bene come sia mortificante confrontarsi col subdolo pregiudizio e la palese discriminazione della società.

A tale proposito, raccogliamo lo sfogo accorato di Marco Igor Garofalo, presidente del comitato Arcigay di Ragusa che, indignato e deluso dalle esternazioni di Roberta Mezzasalma, le si è rivolto ricordandole che «non siamo qui per esprimere giudizi né epiteti sul transessualismo e sull’identità di genere. Stiamo a condividere lotte e diritti comuni che "altro" sono dallo stereotipo da te citato e cioè che essere omosessuali o transessuali sia una vera disgrazia». Rispetto ai Pride, aggiunge Garofalo, «siamo certamente lontano dai tempi di Sylvia Rivera che lanciò la bottiglia a Stonewall. Ma, se in passato non ci fossero state persone che con la loro visibilità o "baracconata", come asserito da Roberta Mezzasalma, fossero scese in piazza, oggi molti diritti, compresa la legge 164 del 1982, non avrebbero avuto modo di esistere».

Lo stesso Marco Igor Garofalo, pur augurandosi una rapida smentita della candidata dell’Udc, invita, infine, tutte e tutti a riflettere maggiormente prima di enfatizzare o generalizzare in situazioni pubbliche e mediatiche quelle che sono, casomai, semplici elucubrazioni personali sulla propria esperienza soggettiva.

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Nativa di Comiso (Rg), Roberta Giulia Mezzasalma è una 45enne che gestisce a Vittoria (Rg) il ristorante Né Picca Né Assay. Col nome di Angioletta, il suo alter ego, dirige settimanalmente un simpatico quanto accurato corso di cucina. Vincitrice del concorso di bellezza Donna In riservato alle over 40, è in corsa per un seggio all’Assemblea regionale siciliana nel collegio di Ragusa. La lista è quella dell’Udc a sostegno del governatore di centrodestra Nello Musumeci.

L’assoluta novità di questa candidatura sta nel fatto che Roberta è una donna transessuale, il cui cambio di sesso risale al 1998. Di battaglie ne ha sostenute tante a partire da quella coi genitori in difesa della propria identità di genere. «Nulla mi può fermare – ha dichiarato sul suo profilo Fb –. Neppure la morte. Credevo di essere uccisa quando avrei detto a mio padre che volevo essere sua figlia e non suo figlio. Ma pensai che era meglio morire anziché vivere così. Una volta morta, m’arrifriscu». Poi l’esperienza delle nozze con Stefano Garlassi nel Nord Italia. Un’esperienza travolgente ma dall’epilogo tragico. Il 17 luglio 2007 il padre di Stefano le comunicò che il suo matrimonio era terminato. Poco prima della mezzanotte Roberta si ritrovò internata nel reparto psichiatrico dell’ospedale di Verbania. Orfana di entrambi i genitori e completamente sola, superò quell’incubo grazia alla dottoressa Giovanna Calò e, come scrive lei stessa su Facebook, uscì dall’inferno.

Poi il rientro in Sicilia e la su accennata affermazione lavorativa. Il suo carattere battagliero è ben noto a Vittoria con diverse campagne sui social. Ultima in ordine di tempo quella per l'acqua pubblica con denunce nei confronti degli amministratori. Nelle ultime ore Roberta è divenuta un caso mediatico a seguito della vandalizzazione della propria auto. «Se qualcuno per caso pensa di intimorirmi – ha scritto su Fb – con questi mezzucci, forse ancora non ha capito che ha sbagliato persona. Forse ho proprio ragione quando dico che una babba fa tremare anche i muri».

Ma perché la candidatura con l’Udc (o, come lei stessa dice, con lo scudocrociato) per una donna che ha scelto come suo programma la battaglia per i diritti di tutti? Roberta l’ha spiegato in una videoclip in cui alterna simpaticamente l’italiano al dialetto ragusano. «Da trent'anni sono al potere sempre le stesse persone, io ci ho sempre messo la faccia con tutti. Mi sono messa contro delinquenti e mafiosi, ho dimostrato di volere il bene di questa città, se volete cambiare qualcosa sappiate che sono candidata nel partito dell'Udc, se volete fare un moto di protesta e portare alla Regione una persona che veramente rappresenti la vostra terra, votate per me». E ha aggiunto: «Sapete tutti i miei cambiamenti che ho fatto a volte mi stupisco di quello che riesco a fare. Sapete la mia storia, quando decisi di cambiare sesso, da Gianluca a Roberta Giulia: non sapevo come dirlo a mio padre, ma quando lotto per le cose giuste non guardo in faccia nessuno. Meglio morire».

In realtà risulta molto difficile ravvisare quale voto di protesta quello all’Udc o allo scudocrociato che richiama al contrario il lungo quanto drammatico passato politico della Sicilia. È pur vero che Roberta si richiama alla specifica realtà di Vittoria (e di parte del Ragusano), che è una storica roccaforte della sinistra. D’altra parte lei stessa ha detto che bisogna votarla «per i suoi ideali e non per i simboli».

Insomma una candidatura sui generis per una donna trans, che in ogni caso è sempre andata controcorrente.

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I due casi di violenza a danno di una donna polacca e di una donna trans peruviana, avvenuti l'uno a poco distanza dall'altro a Rimini, hanno suscitato una corale indignazione. Non senza disparità di trattazione da parte dei media, che al solito hanno liquidato in poche battute lo strupro della giovane transgender non senza il ricorso dell'inacettabile qualifica "il trans". Sulla duplice vicenda è intervenuto Marco Tonti, presidente di Arcigay Alan Turing di Rimini, col seguente comunicato

L'episodio di violenza avvenuto a Rimini, con il pestaggio di un ragazzo e lo stupro di due donne, non deve limitarsi a sollevare il giusto sdegno e la richiesta di una durissima punizione nei confronti del branco. Dare la colpa alla droga o all'alcol è un facile alibi morale per pulirci la coscienza, ma come società civile dobbiamo avere il coraggio di guardare alla sub-cultura maschilista di cui questi comportamenti si nutrono.

Purtroppo abbiamo assistito a una frequenza di violenze nei confronti di donne che non può lasciare indifferenti e che dimostra come ancora non si faccia abbastanza per contrastare il maschilismo predatorio che alimenta le violenze. È una battaglia lunga e difficile che incontra anche molte resistenze tra benpensanti e tradizionalisti, a dimostrazione di quanto è radicato il maschilismo nella nostra cultura. È anche superficiale incolpare la cultura maschilista di provenienza di chi si macchia di questi crimini, se qui, in Italia, non trovano una chiara e ripetuta condanna culturale di questi atteggiamenti di disparità sessista.

Nel caso poi della donna transessuale violentata, bisogna dire chiaramente che è una vittima al pari delle altre due e non un "danno collaterale" come a volte pare essere considerata, anche nelle manifestazioni di solidarietà. Si tratta inoltre di una transessuale, al femminile, perché quella persona si identifica come donna e vive la sua vita in quanto tale e che certo non merita di essere violentata anche nella sua identità.

Marco Tonti
Presidente Arcigay "Alan Turing" Rimini

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A seguito d'un articolo in lingua inglese postato l'8 agosto sulla pagina Fb di ArciLesbica nazionale si è scatenata una grande polemica nella collettività Lgbti e non. Polemica che è stata accompagnata da un'ondata di violenza verbale sui social network nei riguardi delle donne transgender.

Abbiamo contattato Mirella Izzo, scrittrice, femminista translesbica e presidente onoraria dell'associazione Rainbow Pangender Pansessuale Gaynet Liguria, per raccoglierne l'opinione in merito a quanto sta succedendo.

L'articolo I am a woman. You are a Trans Woman. And that distinction matterspostato l'8 agosto sulla pagina fb di ArciLesbica nazionale, ha suscitato un'ondata di reazione nella collettività Lgbti e, soprattutto, tra le persone trans. Perché a tuo parere?

Vero ma non soprattutto trans. Sono rimasta piacevolmente sorpresa nel vedere moltissime donne della stessa ArciLesbica o anche non lesbiche inorridire di fronte a quel post il cui succo essenziale è che le donne transgender non sono veramente donne. Altrimenti perché chiedere spazi separati e persino bagni separati a causa soprattutto della “differenza che conta”, cioè il pene.

Poi hanno un po’ corretto il tiro parlando di vissuti diversi infantili e di argomenti cui noi non avremmo diritto di parola come, ad esempio, le mestruazioni, la gravidanza e persino lo stupro. Non so se hanno idea di quante ragazze transgender vengono stuprate già in famiglia e non possono denunciare o non ne hanno la forza. Mi chiedo se le donne che hanno uteri “non funzionanti”, che soffrono di amenorrea e non possono avere figli sarebbero accolte da queste lesbofemministe Terf, che in italiano suona come lesbiche radicali trans-escludenti. Per loro le donne trans sono delle imitazioni delle donne “cis”. Sì, cis: ora posso dirlo dopo che il Dizionario di Oxford ha incluso questo prefisso nell’indicazione di genere delle persone, considerandolo giusto. Basterà darci un'occhiata.

Cosa è sotteso, a tuo parere, alla difesa di ArciLesbica nazionale da parte di alcune femministe?

La risposta sarebbe: Non lo so. Poi è evidente che ci si fa delle opinioni proprie, specie se si è tentato di dialogare sia con queste femministe Terf sia con la direzione di ArciLesbica. La mia, di opinione, è che la domanda andrebbe rovesciata. Siamo in presenza, a mio parere, di un'opa (ostile? Sicuramente per molta base sì) da parte di questo micropezzo di femminismo,  ma che ora ha trovato, in Italia, una visibilità inaudita attraverso la “conquista” di ArciLesbica Nazionale. C’è una bella differenza se una cosa la dice una femminista non lesbica o un’associazione che fa parte del movimento cui partecipano anche le associazioni rransgender. A questo punto deflagra il movimento Lgbt.

Sia chiaro. La mia è un’opinione e non ha prove: solo interpretazioni mie di comportamenti che mi fanno pensare a degli indizi. Anche il fatto che, ora che è scoppiato il casino, qualche femminista prende le distanze da quel che accade in ArciLesbica con “io non c’entro” ecc. sa di excusatio non petita. Ma resta una mia sensazione. Quella in ogni caso d'una persona che fa attività politica dall'età di 14 anni.

Comunque, che qualcosa del genere sarebbe prima o poi accaduta, io l’avevo capito anni fa quando ero ancora presidente di Crisalide AzioneTrans e decisi di uscire dalla lista del “movimento”, motivandone le ragioni che poi ho raccolto e ampliato, con una nuova proposta di forma associativa, nel libro Oltre le gabbie dei generi. Ora il movimento si ricompatta contro ArciLesbica ma esistono altre contraddizioni interne che prima o poi scoppieranno e provo a spiegarlo nei dettagli nel libro.

Una precisazione: quando dico che queste femministe sono un'estrema minoranza, mi si potrebbe obiettare che anche le donne transgender sono poche. Ma c’è una bella differenza tra condizione e pensiero. Le persone intersessuali sono poche ma hanno importanza. Un “partito” dello 0,0001% decisamente meno, tanto per esemplificare.

Hai tentato ultimamente un dialogo con le femministe Terf. Qual è stato il risultato del tuo impegno?

Devo dire che quando, parlando con loro, ho espresso i miei dubbi sulla gpa (gestazione per altri), subito ho avuto post, numeri di telefono e disponibilità estrema. Quando però qualcuna di loro, cui è riconosciuta anche una certa leadership, ha visto che non cedevo sulla questione delle donne trans, ha immediatamente cambiato toni. Al che mi sono chiesta e le ho chiesto se quei toni accondiscendenti nascondessero un tentativo di opa verso una persona nota (seppur in pensione) nel movimento Lgbt. Avere un’intellettuale trans dalla loro parte sarebbe stato un bel colpo.

Ovviamente in risposta ho ricevuto toni scandalizzati e aggressivi alla mia domanda. Ho tentato la via del dialogo - è un caposaldo del pensiero pangender - ma la questione poi è stata posta con un “o stai di qui o di là”. E come potevo stare con chi non riconosce il mio essere donna e vorrebbe obbligarmi ad andare a fare pipì nei vespasiani a pochi centimetri dagli uomini? E poi io non riesco più a farla in piedi. Detto francamente, mi piscerei sulle cosce proprio come le cis. 

Perché secondo te le persone trans sono oggetto in questi ultimi giorni d'una violenta campagna offensiva sui social da parte di tali femministe? Donne che odiano le donne?

No, donne che odiano le donne non mi piace. Le donne sono sempre state accoglienti nei confronti di noi transizionanti da maschio a femmina. A volte persino materne con le più giovani o all’inizio del percorso. Soprattutto, finita la transizione, si dimenticano che siamo trans. Più di una volta mi è capitato di donne, ex colleghe, che mi parlassero nei dettagli di tamponi e mestruazioni. Fui io a ricordar loro che sulla specifica cosa non avevo grandi competenze. Proprio ieri una donna etero ha voluto il mio pensiero di donna, che conosce meglio il “maschile”, su un suo dubbio rispetto a un uomo che temeva avesse comportamenti “pericolosi”.

Noi siamo donne con specifici diversi ma possiamo essere molto utili alle donne cis proprio sulle questioni del “maschilismo” e le sue peggiori conseguenze.  Le donne, rispetto agli uomini, sono  nove volte su dieci contente di noi. Capiscono perfettamente le sofferenze che subiamo per poi passare dal privilegio alla doppia discriminazione (donna e transgender). Diamo troppa importanza a questo genere di femminismo. Non è un caso se la maggioranza dei circoli di ArciLesbica ha lanciato la campagna Un'altra ArciLesbica per dissociarsi nettamente dalla dirigenza.

Qualche giorno fa hai scritto una bellissima e articolata riflessione dal titolo Fallocentrismo e vaginocentrismo: l'altro verso della stessa "medaglia". Che cosa intendi per vaginocentrismo e quali sono i pericoli di questa posizione?

L’ho scritto e lo ripeto: non è tanto importante il vaginocentrismo ma il “centrismo”, il mettere una condizione sopra le altre e con il diritto di giudicarle e classificarle. Sono contro tutti gli integralismi identitari: dall’Isis alle Terf. Sono la morte del movimento Lgbt, che io chiamo, volutamente, L+G+B+T per la quasi assenza di integrazione delle diverse identità che invece, sotterraneamente, in parte, si disprezzano. Molti esempi li ho fatti nel libro Così non si va da nessuna parte. Il vaginocentrismo è equivalente a ginocentrismo ma più chiaramente esplicito rispetto alle motivazioni date dalle Terf per non riconoscere le donne trans.

C'è chi ha tentato di collegare gli attacchi ricevuti ultimamente dalla presidente Boldrini con quelli che avrebbe ricevuto la segreteria nazionale di ArciLesbica. Che cosa ne pensi?

Penso che un qualsiasi giudice saprebbe distinguere le offese gratuite alla presidente Boldrini rispetto al loro attacco contro le donne transgender e contro i gay per la questione gpa, per il quale hanno ricevuto adeguate risposte nel 90% dei casi. Poi c’è sempre chi sbrocca: ma da una parte e dall’altra. L’uomo che ha proposto di andare a pisciare sotto la sede di ArciLesbica ha scelto un pessimo modo di esporre il suo dissenso. Purtroppo gli uomini sono stati educati fin da neonati a considerare il pene una sorta di arma. D’altra parte gli stessi genitori lo chiamano pistolino… Ma dall’altra parte c’è stata l’affannosa ricerca di immagini o dichiarazioni di transgender che, secondo loro, dimostravano che non erano donne a denominazione d’origina controllata (da chi?) e garantita (da chi?).

Secondo Mirella Izzo la visione pansessuale potrebbe essere d'aiuto al superamento di tali contrapposizioni e, soprattutto, a una rinnovata riflessione coesa all'interno della collettività Lgbt?

Io preferisco il termine pangender perché, senza sapere di che gender sei, non puoi definire neppure il tuo orientamento sessuale. Quindi il termine include pansessuale. Ma andrebbe beinssimo un “Pride Pangender e Pansessuale” che sia aperto anche alle donne e agli uomini etero che rifiutano di essere catalogati come “giusti” per qualcosa che non hanno scelto, ma che hanno ereditato dalla nascita e non vogliono pensare che un loro eventuale figlio gay, lesbica o transgender, debba fare una vita di discriminazioni anche pesanti. E ce ne sono di etero consapevoli.

Tutti dentro ma con una discriminante: le condizioni sono infinite sia di identità sia di orientamento ma nessuna è superiore o comunque “distaccata” dalle altre. Ha degli specifici ma siamo fondamentalmente esseri umani sessuati. Punto. L’unico discrimine è ovvio, cioè che ogni genere di orientamento sia tra adulti e consenzienti. E dovremmo anche iniziare a studiare la differenza tra orientamento sessuale e orientamento amoroso o affettivo. Anche questi, non sempre combaciano perfettamente! 

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