Una fila ininterrotta di persone ha fatto ieri visita alla camera ardente di Andrea Berardicurti, in arte La Karl du Pigné, deceduto la sera del 4 settembre dopo dolorosa malattia.

Accolto sulle note di Dancing Queen, il feretro dell’artista è stato collocato tra fiori, foto e abiti da spettacolo (i suoi abiti da spettacolo) nella sala centrale del Circolo di Cultura omosessuale Mari Mieli, di cui era stato socio dalla fine degli anni ’80.

Sulla bara, avvolta in una bandiera arcobaleno, una grande corona di rose bianche con un nastro verde recante la proverbiale frase de La Karl: Datte na' carmata.

Tra le tante persone accorse a salutare la storica figura del movimento Lgbti romano anche Vladimir Luxuria, che ha dichiarato: «Ci siamo conosciuti 25 anni fa nel quartiere dove vivevano, il Pigneto. Al Circolo lo portai io e fui sempre io a chiedergli di salire sul palco e di travestirsi.

Andrea fa parte della mia vita e il suo più grande successo è stato il suo altruismo: si è sempre preoccupato degli altri e riusciva sempre a distendere con le sue battute. Non verrà mai dimenticato».

Per Sebastiano Secci, presidente del Mieli, «se ne va una delle nostre colonne. Se ne va un punto di riferimento per tutta la comunità. Ci ha insegnato che anche con l'ironia si può fare attivismo».

Alle 15:00 si è tenuto il rito laico di commiato, caratterizzato dalle commosse testimonianze di chi è stato accanto e ha amato «un'artista e un'icona Lgbt di forte impegno, di squisita umanità, rara sagacia. Il suo ricordo – così il direttore di Gaynews Franco Grillini in un messaggio di cordoglio al Mieli – sarà soprattutto legato alle serate di Muccassassina, di cui fu ideatore e anima, e al Roma Pride, di cui negli anni era divenuto simbolo e immagine».

Un battimano lunghissimo ha poi accompagnato l’uscita del feretro dalla sede del Mieli mentre risuonavano le parole di Why? di Annie Lennox.

Andrea/La Karl è stato infine ricordato ieri sera sul palco del Padova Pride Village, dove la senatrice Monica Cirinnà, al termine della presentazione del suo libro L’Italia che non c’era, ha invitato i presenti a osservare un minuto di silenzio in memoria di chi ha segnato e contribuito a fare la storia del movimento Lgbti italiano.

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Giunge alla 12° edizione il Queer Lion, il premio collaterale alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia per il “miglior film con tematiche omosessuali & Queer culture”.

Istituito nel 2007 per volere del giornalista Daniel N. Casagrande e dell’allora direttore artistico della Mostra, Marco Müller, e col sostegno del direttore di Gaynews Franco Grillini, il riconoscimento gode del patrocinaio del ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo, dalla Regione Veneto, dalla Città di Venezia e dall’università Ca’ Foscari.

Dieci i film in gara per il Queer Lion Award 2018, la cui assegnazione spetterà ai giurati Rita Fabbri e Jani Kuštrin, sotto la presidenza di Brian Robinson, programmatore del London Lgbt Film Festival. La scelta sarà condotta sulla base d’un triplice criterio (contributo artistico, impatto sociale e impegno civile) tra tutte le pellicole queer presenti trasversalmente nelle sezioni della Mostra: Venezia 75, Fuori concorso, Orizzonti, Biennale College, Giornate degli autori, Settimana internazionale della critica.

A concorrere saranno:

a) C’est ça l’amour di Claire Burger (Francia, 98’);

b) José di Li Cheng (Guatemala, 85’);

c) The Favourite di Yorgos Lanthimos (Regno Unito, Irlanda, Usa, 120’);

d) The Other Side of the Wind di Orson Welles (Usa, Francia, Iran, 122’, 1970-1976, 2018);

e) Suspiria di Luca Guadagnino (Italia, Usa, 152’);

f) Zen sul ghiaccio sottile di Margherita Ferri (Italia, 90’);

g) La quietud di Pablo Trapero (Argentina, 117’);

h) Bêtes blondes di Alexia Walther e Maxime Matray (Francia, 100’);

i) Tchelovek kotorij udivil vseh (L’uomo che sorprese tutti) di Natasha Merkulova e Aleksey Chupov (Russia, Estonia, Francia, 105’);

j) Kucumbu tubuh indahku (Ricordi del mio corpo) di Garin Nugroho (Indonesia, 105’).

Per saperne di più abbiamo raggiunto Daniel Casagrande nel pieno della Mostra del Cinema che, iniziata il 29 agosto, terminerà sabato 8 settembre.

Daniel, qual è il film italiano in concorso?

L’unico film italiano è una pellicola presentata nella sezione Biennale College: Zen sul ghiaccio sottile di Margherita Ferri. Una delle sezioni più creative e innovative della Mostra, perché fa parte di un processo lungo e produttivo che coinvolge la Biennale, che segue alcuni progetti e li porta a compimento. Uno di questi progetti è quello di Margherita Ferri e, poiché è a tematica queer, lo abbiamo inserito all’interno delle pellicole in gara per il Queer Lion.

Quali i criteri sottesi alla selezione delle pellicole in gara al Queer Lion?

Il concorso del Queer Lion non seleziona direttamente le pellicole inserite in gara ma le riceve dalle varie commissioni selezionatrici: dalla Settimana della critica e dalle Giornate degli autori. Infatti, solo dopo la conferenza stampa della manifestazione, che ha luogo a luglio a Roma, l’organizzazione del Queer Lion prende contatti con le commissioni e riceve le indicazioni funzionali a individuare i film, che la giuria del Queer Lion deve vedere per assegnare il proprio premio.

Qual è l’attuale stato di salute del cinema a tematica queer?

Il cinema si è trasformato negli ultimi anni e il cinema queer ha sfruttato queste trasformazioni: con il digitale si sono infatti abbassati i costi di produzione e si è eliminata tutta una serie di ostacoli che prima c’erano e adesso non ci sono più. Questo ovviamente non fa sì che la qualità aumenti o i film queer necessariamente migliorino.

Come tutto il cinema, anche il cinema queer ha annate buone e altre meno buone. Cinematografie più vitali e altre meno vitali. La cinematografia queer è trasversale.

     

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Un’informazione mirata alle tematiche Lgbti è diventata sempre più importante nel panorama giornalistico dei nostri tempi. Non solo perché la collettività rainbow è riuscita a esprimere in maniera decisa le proprie istanze di rivendicazione. Ma anche perché si è registrata, nel tempo, una graduale e costante richiesta di notizie puntuali e corrette su la vita, la cultura e le politiche relative all’universo Lgbti.

Uno dei massimi riferimenti nazionali per tale informazione è, da qualche anno a questa parte, Francesco Lepore, latinista, saggista ed ex sacerdote: spirito brillante e anticonformista, dal maggio 2017 è caporedattore del quotidiano Lgbti online più “antico” d’Italia, cioè Gaynews.it, diretto da Franco Grillini, leader storico del movimento Lgbti italiano.

A lui Giovanni Caloggero, presidente di Arcigay Catania e consigliere nazionale di Arcigay nonché figura di spicco della lotta di rivendicazione per i diritti Lgbti in Italia, ha voluto porre alcune domande.

Francesco, com’è nato in te il desiderio di svolgere questo lavoro di informazione?

La passione per il giornalismo mi accompagna dall’adolescenza, trascorsa a Benevento. Scrivevo articoli di cultura per alcuni quotidiani e settimanali locali. Tale passione è stata poi coltivata negli anni di sacerdozio. Sì, perché ho esercitato il ministero presbiterale per sette anni, prima di deporre “la tonaca” nel 2006, per vivere apertamente la mia condizione omosessuale.

Durante il triennio di permanenza in Vaticano (2003-2006), dove sono stato officiale prima della Segreteria di Stato quale latinista poi della Biblioteca Apostolica Vaticana quale segretario del card. Jean-Louis Tauran, sono stato collaboratore della Terza Pagina de L’Osservatore Romano (il cui direttore dell’epoca Mario Agnes mi voleva bene come un figlio) e ho scritto, a volte, recensioni di libri per La Civiltà Cattolica.

Una volta abbandonato il ministero, è stato per me quasi conseguenziale dedicarmi a tempo pieno all’attività d’informazione. Ho fatto il mio praticantato presso la redazione di Sky TG24.it. Quindi il concorso per giornalista professionista, cui sono successivamente seguiti il master in Digital journalism presso la Pul, lo stage presso Huffington Post e l’impegno come caporedattore presso Pride Online.it e, a partire dal maggio 2017, presso Gaynews.it.

Tu non sei associato, crediamo, a nessuna organizzazione politica Lgbti: questo elemento costituisce per te un fattore positivo?

Sì, è così. Ciò costituisce, a mio parere, un fattore enormemente positivo, perché mi permette autonomia e indipendenza valutativa su quanto attiene al variegato universo associativo Lgbti italiano.

Il lavoro di giornalista richiede una deontologica equidistanza da ogni soggetto “politico” e, quindi, la massima oggettività nel racconto editoriale. Quanto ti impegna questa attività soprattutto nella ricerca delle fonti e dei fatti oggettivi?

Premesso che ognuno è soggetto a condizionamenti di vario tipo, pongo personalmente la massima cura nel garantire un’informazione che si attenga il più possibile all’oggettività. La ricerca è la stessa che attua qualsiasi giornalista innamorato della propria professione. Occupa, dunque, la maggior parte di ogni singola giornata.

Recentemente nell’accesissimo dibattito sulle ben note posizioni di ArciLesbica abbiamo rilevato toni assai forti e posizioni nettamente contrapposte da tutte le parti ivi comprese quelle di chi fa informazione. Quale è la posizione di Gaynews in merito? In particolare, ritieni questa vicenda come un momento dialettico forte dentro il movimento o pensi che ArciLesbica sia e debba essere considerata fuori dal movimento?

La posizione di Gaynews è totalmente scevra da ogni sorta di preclusione alla questione gpa, da cui appare invece ossessionata in maniera unilaterale ArciLesbica Nazionale. La dice lunga che a polarizzare quasi esclusivamente la loro attenzione sia la condanna di quanto, al pari di Lega, Fratelli d’Italia e cattoreazionari, chiamano con toni spregiativi “utero in affitto” – complesso lemmatico che connota negativamente a priori tale pratica di pma – . Condanna che va di pari passo con una visione biologistica non solo della maternità ma anche della femminilità, da cui scaturiscono i ben noti attacchi alle donne transgender non sottoposte a intervento chirurgico di riattribuzione del sesso. Sul resto, da parte loro, ne verbum quidem. Non meraviglia pertanto che, dopo l’ultimo congresso elettivo, molti circoli si siano disaffiliati e abbiano costituito quella nuova realtà che è Alfi.

Contrariamente a quanto vanno dichiarando nei loro comunicati – come l’ultimo sulla nomina di Sergio Lo Giudice a responsabile del Dipartimento Diritti civili del Pd – la maggior parte delle donne lesbiche italiane non si sente e non è affatto rappresentata da un’entità sempre più esigua ed esangue, che condivide le proprie vedute con partiti/enti parapolitici di destra e alcune frange conservatrici del femminismo italiano. Quindi più che considerare ArciLesbica al di fuori del movimento, ritengo che sia ArciLesbica ad essersi posta automaticamente fuori dal movimento con tali prese di posizione antilibertarie e antidialogiche.

Hai seguito, durante questa stagione di Onda Pride oramai quasi al termine, tutti i Pride dandone per ciascuno ampie informative senza tralasciarne nessuno. Quale è la tua valutazione di questa stagione?

L’Onda Pride 2018 è stata d’eccezionale importanza non tanto per il numero delle singole marce dell’orgoglio Lgbti e dei rispettivi partecipanti. Elemento, questo, non da poco, se si considera che il Roma Pride con le sue 500.000 presenze ha suscitato una reazione piccata da parte di Salvini. Ma è stato soprattuto d’eccezionale importanza, perché ha ricordato che le persone Lgbti non sono unicamente ricurve su sé stesse. Ma sentono come proprie le battaglie di tutte quelle minoranze, che vedono conculcati i propri diritti e la propria dignità da politiche sempre più fascisteggianti.

Catania e Siracusa sono state da te raccontate nei minimi dettagli prima, durante e dopo i rispettivi Pride. Hai rilevato delle peculiarità in queste due manifestazioni?

I Pride gemellati di Catania e Siracusa mi hanno affascinato per il loro documento politico e la scelta dello slogan quanto mai attuale Mare, Umanità, Resistenza. Quella resistenza, che le forze dell’ordine hanno tentato a Siracusa di arginare con la rimozione di un innocuo cartello contestatorio nei riguardi del ministro dell’Interno. Perché alla fine, ieri come oggi, è la manifestazione del proprio pensiero a suscitare timore. Ma quel gesto ha avuto un solo effetto: la riproposizione dello stesso cartello in molti Pride successivi, per ribadire che niente e nessuno potranno soffocare il dissenso.

Tu non sei siciliano, anche se hai un compagno sicilianissimo. Cosa ti ha spinto a dedicare attenzione così puntuale sia ai Pride siciliani sia alle attività che si svolgono in Sicilia?

L’attenzione è dovuta al fatto che considero la Sicilia un po’ come la mia seconda casa dopo aver conosciuto Michele. Senza dimenticare l’elemento storico, per me sempre fondamentale. La nascita del primo circolo di quella che sarebbe diventata la prima realtà associativa Lgbti italiana, cioè Arcigay, è infatti correlata al tristemente noto delitto di Giarre.

Arcigay andrà a congresso a novembre a Torino. Cosa ti aspetti e cosa vorresti da questo congresso?

Credo che quanto vorrei sia di nessuna importanza. In ogni caso mi aspetto che Arcigay trovi un rinnovato slancio all’indomani del congresso di Torino. Ho notato negli ultimi anni un certo appiattimento a livello centrale – differentemente da quello locale contrassegnato da una forte dinamicità – e una scarsa incidenza sul piano politico rispetto al passato. Colpa non certamente attribuibile ai vertici dell’associazione. Si tratta in realtà di un riflesso delle condizioni generali in cui versa l’intero movimento.

Sarebbe forse opportuna anche una certa “creatività” nella scelta delle cariche. Mutatis mutandis, mi sento di citare, a tal proposito, le parole spesso dette da un vescovo a parroci anziani che, attaccati al privilegio dell’inamovibilità, non volevo essere destinati altrove. «Il ricambio – osservava – farà bene alle realtà in cui siete stati e farà bene a voi stessi. Altrimenti sarebbe la morte per entrambi».

Cosa vorresti e ti aspetti dalla Sicilia Lgbti?

Un impegno fedele alle linee delle tante e tanti attivisti del passato. La Sicilia ne annovera veramente tante e tanti. Sarebbe poi auspicabile che le tante persone omosessuali – che ancora per diversi motivi celano la propria condizione – abbiano il coraggio di spezzare il muro dell’omertà personale, fare coming out e collaborare per rendere questa terra sempre più libera da ogni forma di discriminazione.

Tu sei un latinista: sappiamo che scrivi anche in latino e, avendoti letto anche in questa lingua, abbiamo visto che scrivi correttamente e con stile latino diremmo perfetto. Raccontaci qualcosa di questa tua passione.

La mia passione per la lingua latina è la più bella eredità che mio padre mi ha lasciato. Sin da piccolo mi ha educato all’amore non solo per i classici ma anche per il latino medievale. Da seminarista e, poi, da sacerdote – a fronte di una progressiva ignoranza del sermo patrum da parte dei chierici – ho coltivato una tale passione per il desiderio di andare direttamente alle fonti e comprenderne il genuino significato.

C’è poi stata l’accennata quanto proficua esperienza presso la Sezione Lettere Latine in Segreteria di Stato, accompagnata da pubblicazioni e cura di edizioni critiche come quella data alle stampe nel 2003 e relativa a un sermone di Davide di Benevento (fine VIII° secolo). Uno dei miei hobby è tuttora quello di “andare a caccia” di epigrafi sepolcrali in latino come anche quella di comporne su commissione. Infine curo su Huffington Post un blog in latino, Gaia Vox. Un passatempo piacevole, che mi permette di scrivere ironicamente e provocatoriamente di questioni Lgbti in quella che di fatto resta la lingua ufficiale della Chiesa.

Spesse volte hai toccato il tema della fede e omosessualità, tema abbastanza delicato e forse anche divisivo. Quale è la tua posizione in merito e quanto in essa influisce la tua esperienza personale?

La mia posizione è quella di un osservatore della realtà ecclesiale che, piaccia o no, non si può altezzosamente liquidare come di nessun rilievo. Ritengo di non essere più credente – o, almeno, non nel senso cattolico del termine – ma questo non mi porta a condannare aprioristicamente quanto dicono o fanno papa, vescovi e preti. I tunicati hanno pieno diritto di dire la loro su ogni questione. Noi, però, abbiamo pieno diritto di valutare tutto e, all’occorrenza, criticare. Soprattutto, quando, in ambiti, squisitamente attinenti alla vita privata degli individui e alla laicità dello Stato, si nota una volontà di condizionare l’azione degli uomini e delle donne delle istituzioni.

Resto, comunque, sempre del parere che, se ciò avviene, la colpa non è tanto di Oltretevere quanto di parlamentari proni ad Petri pedes e pronti a rendere più vicine quelle rive che, invece, dovrebbero sempre restare ben distanziate.

E, infine, qual è il tuo rapporto con Franco Grillini e quanto la figura di questo gigante del movimento influisce sulla tua attività?

Il mio rapporto con Franco è quello di reciproca stima e affetto. Per me è punto di riferimento quotidiano. Ci sentiamo e scriviamo via WhatsApp più volte al giorno. Anche perché lui è il direttore di Gaynews. Resto piacevolmente sorpreso della pressoché totale comunanza di vedute. Aspetto, questo, che ha permesso al quotidiano di affermarsi sempre più sul piano dell’informazione Lgbti italiana. Non è un caso che, a fronte dei reiterati proclami giustizialistici a seguito della ben nota vicenda della Locanda Rigatoni, la linea del dialogo e del confronto sia stata e resti quella condivisa da entrambi sin dal primo momento.

Franco costituisce poi per me un punto di riferimento quale memoria storica degli ultimi decenni di attività del movimento. Da parte sua noto, invece, un grande interesse per il latino e questioni ecclesiali con quesiti e valutazioni, che costituiscono momenti veramente piacevoli delle nostre conversazioni

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«Si sono radunate 30.000 persone per sfilare sul lungomare al tramonto per i diritti e per la dignità di tutti. Un corteo coloratissimo, pieno di musica e di allegria». Così Marco Tonti, dinamico presidente di Arcigay Rimini, ha commentato, poco dopo le 19:00, la partenza del Summer Pride nella capitale della movida romagnola.

Un numero straordinario, al cui confronto scompare la processione riparatrice del mattino che, indetta dal Comitato Baeta Giovanna Scopelli, ha visto la partecipazione di 250 persone provenienti da Parma, Reggio Emilia, Forlì, Ravenna e Modena.

Molte di esse indossavano t-shirt recanti la scritta Instaurare omnia in Christo, motto programmatico di Pio X (il papa fustigatore del modernismo, tanto amato dal ministro della Famiglia Lorenzo Fontana). In maglietta nera, invece, con tanto di scritta Identità, Tradizione attivisti di Forza Nuova Rimini e tre componenti dell’associazione femminile forzanovista Evita Perón.

Al canto delle Litaniae Sanctorum e alle volute d’incenso dai turiboli fumiganti – che hanno dato l’impressione di una Rimini balzata indietro nel tempo – si è contrapposta in serara l’esplosione di colori e musica del Summer Pride. Oltre ai numerosi carri anche i furgoncini dell'Anpi di Santarcangelo e del movimento Non una di meno tra lo sventolio delle bandiere arcobaleno.

Dietro lo striscione d'apertura, invece, presenti, tra gli altri, il presidente d’Arcigay Flavio Romani, il direttore di Gaynews e storico leader del movimento Lgbti Franco Grillini nonché l’avvocata Cathy La Torre.

Una marcia dell’orgoglio Lgbti, quella riminese, che ha assunto anche un importante significato politico col «numero impressionante di patrocini e di sostegno da parte delle istituzioni locali (in particolare Comune di Rimini, Comune di Ravenna e Regione Emilia Romagna) – come affermato da Marco Tonti – e anche una lettera del presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani».

Tonti ha anche ricordato «il sostegno delle Pari opportunità della Repubblica di San Marino, dove si sta discutendo una legge per le unioni civili. Anche in Regione Emilia Romagna è in discussione una legge regionale contro l'omofobia e ci auguriamo che questa travolgente partecipazione gli dia slancio».

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Nel pomeriggio di oggi sono stati resi noti i nomi dei nuovi Responsabili dei 28 Dipartimenti tematici del Pd, che affiancheranno il Segretario e la Segreteria nazionale in vista del lavoro dei prossimi mesi. Tra questi l’avvocata Andrea Catizone alle Pari Opportunità e Sergio Lo Giudice ai Diritti civili.

L’ex senatore, già presidente d’Arcigay, ha così commentato una tale nomina su Facebook: «Sono stato nominato da Maurizio Martina responsabile del Dipartimento Diritti civili del Partito Democratico. Ringrazio il Segretario per la fiducia data a me e all’esperienza che rappresento.

Spero di essere utile nell’unico modo in cui i dipartimenti tematici Pd potranno svolgere un ruolo efficace nella fase che si apre: contribuire alla costruzione di un percorso congressuale vero e partecipato, in cui tante voci, interne ed esterne al partito, possano ricostruire un progetto di cambiamento.

In questi mesi si sente dire spesso che il Pd avrebbe dovuto spendersi più per i diritti sociali e meno per i diritti civili. È vera solo la prima parte: l’aver trascurato di trovare le risposte adeguate ad alcuni bisogni sociali non ha a che vedere con quelle importanti (ma comunque ancora insufficienti) azioni sui diritti civili, peraltro a basso costo, messe a segno in questi anni.

I diritti civili vanno intesi per quel che sono: una parte della più ampia famiglia dei diritti umani fondamentali - penso oggi ai diritti dei migranti di cui questa squadra dovrà riuscire a farsi carico - intrecciati, mai contrapposti ai diritti sociali, con cui viaggiano assieme.

Buon lavoro a tutti/e noi, a quel popolo della sinistra che insieme dovrà trovare una nuova strada per assolvere al suo compito maestro: ridurre le ingiustizie e le diseguaglianze di ogni tipo».

Soddisfatto e contento di una tale scelta Franco Grillini, direttore di Gaynews e presidente di Gaynet, che ha dichiarato: «Esprimiamo i nostri più sentiti auguri nonché viva soddisfazione per la nomina di Sergio Lo Giudice a responsabile nazionale del Dipartimento Diritti civili del Partito Democratico. Crediamo che Maurizio Martina, segretario del Pd, abbia fatto molto bene a scegliere Sergio Lo Giudice per un incarico che, di per sé, connota chiaramente il partito in materia di diritti della persona.

D’altra parte Martina, partecipando il 7 giugno all’imponente Roma Pride, aveva riaffermato che il Pd è apertamente schierato per la laicità dello Stato e i diritti civili».

Per Franco Grillini «quella di Sergio Lo Giudice è una storia di militanza di lungo corso. Storia che lo qualifica, a mio parere, come la persona più adatta per svolgere un compito particolarmente impegnativo in questo difficile momento politico.

Tale militanza si è soprattutto concretata in tre grandi battaglie. Quella per una legge efficace contro l’omofobia e la transfobia a partire dall’estenzione della legge  Mancino a tali specifici reati.

Quella per la conquista della piena uguaglianza delle coppie omosessuali attraverso il matrimonio egualitario e il riconoscimento dell’omogenitorialità con buona pace dei ministri Fontana e Salvini. Quella, infine, per la concessione di servizi alle persone Lgbti in difficoltà».

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Non smette di far discutere il caso delle cinque educatrici della Coop Dolce, che gestisce il centro estivo per bambini in età prescolare presso il nido Meridiana a Casalecchio di Reno. Educatrici che, come noto, hanno incentrato, venerdì 6 luglio, le attività formative pomeridiane sul tema dell’imminente Bologna Pride.

Dopo le prime reazioni negative del deputato forzista Galeazzo Bignami (che ha annunciato un’interrogazione parlamentare ai ministri Bussetti e Fontana) e del senatore Pier Ferdinando Casini nonché del sindaco dem di Casalecchio si è espresso ieri anche Pietro Segata, presidente della cooperativa, che ha contestato alle sue educatrici «la leggerezza con cui hanno fatto l’iniziativa, non tanto perché con i bambini hanno affrontato il tema della differenza, uno dei nostri capisaldi pedagogici, ma perché l’hanno collegato al Gay Pride, iniziativa politica fortemente connotata, che non può trovare posto in un asilo.

Per non sbagliare potevano fare una giornata arcobaleno dedicata a tutte le diversità, non esclusivamente agli omosessuali».

Ma per Segata a essere particolarmente grave è la libertà d’iniziativa con cui le educatrici hanno agito senza previa consultazione coi vertici della cooperativa e, soprattutto, dei genitori. «In questo periodo estivo – ha infatti aggiunto – si apre il nido anche a bambini esterni che non conoscono l’asilo, le educatrici e i programmi svolti abitualmente, quindi bisognava essere caute. L’altro errore grave è stato quello di apparire come una struttura che si sostituisce ai genitori nella loro funzione educativa».

Il tweet del ministro Fontana e le critiche di Gualmini

Nonostante i mea culpa di Segata sono arrivati, sempre nella giornata d’ieri, gli affondi del ministro della Famiglia e della Disabilità Lorenzo Fontana, sollecitato a esprimersi al riguardo da Il Resto del Carlino che, sulla prima pagina del 13 luglio, aveva sollevato per primo il polverone sulla vicenda.

Fontana, che si è detto allibito per quanto accaduto, ha poi lanciato un tweet: «Ma è possibile che si faccia una cosa del genere all'insaputa dei genitori, tra l'altro a bambini fra 1 e 5 anni? Educazione o ideologia? Adesso i buonisti e i politicamente corretti non hanno niente da dire?».

Gli ha fatto immediatamente eco Massimo Gandolfini, leader del Family Day nonché amico di vecchia data del ministro, che ha ricollegato il caso casalecchiese alla questione dell’ideologia gender e ai moniti bergogliani. «Le colonizzazioni ideologiche sono arrivate anche nei centri estivi – ha dichiarato –. In Emilia si è andati oltre ogni limite. Facciamo appello a tutte famiglie italiane di buon senso affinché si oppongano a queste nuove scuole di indottrinamento ideologico che si permettono di violentare la serena crescita umana dei più piccoli. Cosa che solamente le disumane dittature del XX secolo avevano avuto la sfrontatezza di attuare».

Critiche anche da Elisabetta Gualmini, vicepresidente della Regione Emilia-Romagna, per la quale, «a prescindere da come la si pensi, non si può fare politica strumentalizzando i bambini». 

La Curia di Bologna all'attacco

E, dulcis in fundo, è arrivata oggi la condanna della Curia arcivescovile di Bologna attraverso un editoriale sul settimanale diocesano Bologna Sette: «La Chiesa di Bologna ha appreso con sconcerto che al centro estivo di una scuola dell'infanzia di Casalecchio di Reno è stato presentato l'evento del Gay Pride a bambini in una fascia di età delicata come quella prescolare. Un tema così complesso meriterebbe di essere affrontato con maggiori cautele e sicuramente con il coinvolgimento pieno delle famiglie, prime responsabili dell'educazione dei figli». 

Ma la Curia felsinea ritiene comunque positive le scuse della Coop Dolce . «Immaginiamo – continua l’editoriale - che i genitori dei bambini non avessero dato mandato alle educatrici di affrontare queste tematiche. L'effetto di questa arbitraria iniziativa ha scatenato contrapposizioni e strumentalizzazioni che non giovano alla costruzione di un clima sereno di reciproca fiducia tra la scuola e i genitori.

Interpretiamo come un gesto che va nella direzione di un dialogo positivo le scuse presentate dall'ente educatore. Poiché siamo consapevoli della complessità del cammino di crescita dei nostri figli, questo ci sta a cuore. Tutto ciò può avvenire in una stretta alleanza educativa tra scuola e famiglia».

La replica di Franco Grillini

Ma, a stretto giro, è arrivata, sulle colonne de Il Corriere di Bologna, la replica del direttore di Gaynews Franco Grillini che ha parlato di «vicenda grottesca».

Dichiarandosi dalla parte delle educatrici, l’ex parlamentare ha dichiarato: «C'è una campagna ossessiva contro di noi, ogni volta che un rappresentante della comunità Lgbti viene invitato in una scuola scoppia una polemica. E sull'educazione non accettiamo lezioni dalla diocesi».

Nessuno sbaglio dunque da parte delle educatrici? «No – incalza Grillini –. Se il problema è l'età dei bambini accolti nelle strutture, non si capisce bene perché in una materna si possa parlare di religione e non di Pride. Allora stabiliamo che tutte le volte che si affrontano temi religiosi, i genitori devono essere avvisati».

Grassadonia (Famiglie Arcobaleno): "Ma dov'è la strumentalizzazione politica?"

Contattata da Gaynews, si è detta invece sorpresa dell’accaduto Marilena Grassadonia, presidente di Famiglie Arcobaleno: «Non capisco come si possa parlare di strumentalizzazione politica con riferimento a cartelloni coi colori dell’arcobaleno o alla lettura di libri come Buongiorno postino e Piccolo uovo, che parlano delle varie realtà familiari.

Famiglie Arcobaleno sosterrà sempre la validità di attività formative che non vogliono indottrinare i nostri figli ma renderli soltanto sensibili ai temi dell’inclusione, del rispetto e della solidarietà».

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Mare, Umanità, Resistenza. Fedele al suo motto programmatico è stato tutto questo il Catania Pride che, partito alle 18:00 da Piazza Cavour e snodatatosi lungo l’elegante Via Etnea, si è da poco concluso davanti al Teatro Massimo.

Una marea arcobaleno, composta da 10.000 persone, si è infatti riversata lungo le strade della città siciliana per ribadire non solo il proprio orgoglio Lgbti ma la ferma opposizione a ogni forma di discriminazione, razzismo, insensibilità verso i migranti.

Una rivoluzione gentile – per usare le storiche parole di Franco Grillini – contro i fascismi e le prese di posizione di chi brandisce rosari e poi inneggia alla chiusura dei porti, al censimento dei rom, alle “famiglie tradizionali”

Differentemente da quanto successo al Siracusa Pride del 16 giugno, la Digos non ha applicato alcun intervento censorio nei riguardi di manifesti antisalviniani. Anzi è stato portato in parata lo striscione con la scritta X sempre in lotta contro Salvini, l’omofobia e tutti i confini che, proprio a Siracusa, era stato rimosso per intervento delle forze dell'ordine.

salvini

Ma quello di Catania è stato anche un Pride all'insegna della memoria, volto a ricordare un pioniere del movimento Lgbti quale Dick Leitsch che, morto nella notte a New York, è stato definito dal consigliere nazionale d'Arcigay Giovanni Caloggero «patrimonio della nostra storia gay, lesbica e transessuale».

Ed è soprattutto all'impegno di Giovanni Caloggero che si deve il felice esito della marcia catanese dell'orgoglio Lgbti che, quest'anno, è stata gemellata con quella di Siracusa. A sfilare in testa al corteo, insieme coi rappresentanti di altre associazioni, il portavoce dei due Pride Armando Caravini

Tante le delegazioni presenti, tra cui quelle di Amnesty International e Cgil. Tra i partecipanti anche il sindaco uscente Enzo Bianco.

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Tra i più vivaci comitati d’Arcigay e più fattivamente attenti all’esigenze dei migranti, Gioconda di Reggio Emilia ha da due giorni una nuova sede di 100 m². Avvenuta nel pomeriggio del 3 giugno presso i locali del Circolo Gardenia, l’inaugurazione ha visto la presenza del sindaco Luca Vecchi, della consigliera regionale Pd Claudia Mori, del presidente nazionale d’Arcigay Flavio Romani, del direttore di Gaynews Franco Grillini, dell’ex presidente d’Arcigay Reggio Emilia Fabiana Montanari.

200 le persone partecipanti alla cerimonia d’apertura, nel corso della quale la senatrice Monica Cirinnà, socia del circolo Gioconda, ha rivolto un saluto in diretta telefonica. Allestita, per l'occasione, una mostra storico-documentaria sui 22 anni d'attività del comitato reggiano.

Il presidente Alberto Nicolini ha così commentato ai nostri microfoni l’inaugurazione della nuova sede nel capoluogo emiliano, che si è candidato a ospitare il prossimo Congresso nazionale elettivo della storica associazione Lgbti.

«Ora Arcigay a Reggio Emilia – ha dichiarato – ha una sede di 100 metri quadri, ad uso esclusivo. Finalmente potremo tenere aperto più ore, ospitare eventi e formazioni, offrire rifugio alle persone Lgbti e non solo. Lo abbiamo detto, che saremo rifugio in questi anni bui, e lo saremo concretamente in una casa accogliente per famiglie, studenti, migranti, persone sieropositive, giovani, trans, donne vittime di tratta e la brava gente che crede nei diritti civili: la nostra casa è la loro casa.

La mostra storica rappresenta da dove veniamo, come abbiamo lottato, e dove vogliamo andare. Se siamo qui è grazie a chi a Reggio, nel 1996, aveva il coraggio di uscire dal buio, venire allo scoperto, parlare chiaro.

Ecco, vogliamo un’Arcigay che parli chiaro, che incida nelle vite, che non creda che l’azione politica si faccia con dichiarazioni sobrie e chiacchiere nei corridoi dei partiti. Per questo candidiamo ufficialmente Reggio Emilia, città del tricolore e della prima unione civile, a sede del XVI° congresso nazionale di Arcigay a novembre.

Sarà una bella festa, perché siamo persone favolose: mai più nascoste, mai più spaventate, mai più inesistenti, sempre a viso alto».

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Un Pd che frena sulla legge regionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere. E, per giunta, in una regione considerata roccaforte storica della sinistra.

È quanto succede da anni in Emilia-Romagna, dove il progetto di legge, presentato nella scorsa legislatura dall’allora consigliere Franco Grillini, non è mai arrivato in Aula per la discussione nonostante le rassicurazioni d’approvazione dello stesso entro il 2018 da parte del presidente Stefano Bonaccini.

Ma all’etica della parola data di richettiana memoria si è contrapposta l’urgenza della «piena condivisione del testo da parte del partito». Questo il motivo invocato, il 17 maggio scorso, dal segretario del Pd Emilia-Romagna Paolo Calvano in risposta alla manifestazione di protesta delle associazioni Lgbti davanti al Palazzo della Regione. Condivisione però chimerica, viste le resistenze della cosiddetta compagine cattodem alla stessa discussione del progetto di legge e subito codificate, proprio il 17 maggio, nelle dichiarazioni del consigliere regionale Giuseppe Paruolo.

Ma ieri colpo di scena. I Consigli comunali di Bologna, Parma e Reggio Emilia – senza contare quella precedente del 26 maggio a Modenahanno deliberato a maggioranza l’adesione al progetto di legge (divenuto d’iniziativa popolare) col raggiungimento, in tal modo, della quota di elettorato necessaria all’obbligatoria discussione in Regione. Approvazioni, queste, raggiunte anche coi voti favorevoli del M5s.

Ma per conoscere più approfonditamente le posizioni dei pentastellati al riguardo, abbiamo raggiunto la capogruppo e consigliera regionale Silvia Piccinini.

Consigliera, il progetto di legge regionale contro l’omotransnegatività giace da anni in una sorta di limbo. Come giudica un tale ritardo da parte di un’amministrazione di centrosinistra?

Lo giudico come una prova, purtroppo non la prima e senza dubbio non l'ultima, del fatto che il centro sinistra in Emilia-Romagna non risponde più da tempo ai valori della tradizione della nostra terra e nemmeno ai bisogni della società, delle comunità, delle persone di questa regione.

Ma “ritardo” non è la parola giusta. Forse bisognerebbe parlare di vera e propria “scomparsa”  del tema dall’agenda della maggioranza. Ma questi sono i tempi del renzismo ed è evidente che anche per il centro sinistra e la sinistra emiliano- romagnola le priorità ora sono altre. Io però non ne farei più una questione ideologica o di appartenenza politica. La lotta contro l’omotransfobia è una questione di civiltà, una battaglia che dovremmo abbracciare tutti quanti.

Il presidente Bonaccini aveva promesso nel settembre scorso che la legge si sarebbe fatta entro un anno. Ma nell’incontro coi manifestanti il segretario del Pd Calvano ha parlato di necessità di condivisione del testo col partito. Che fine ha fatto, secondo lei, l’etica della parola data in politica?

Senza etica la politica diventa semplice ricerca del proprio interesse. E, nel momento in cui alle promesse non corrispondono i fatti e ci si limita alle dichiarazioni propagandistiche, il danno è doppio. Oltre alla perdita di credibilità si alimenta la disaffezione dei cittadini alla politica e alla partecipazione alle scelte che li riguardano. E questo non va bene. Nel caso specifico è evidente come gli interessi spiccioli di partito e “la tutela” delle loro contraddizioni interne abbiano la priorità, rispetto ad un tema su cui si potrebbe agire subito e senza esitazioni e che ci dovrebbe vedere tutti concordi e sullo stesso fronte.

I casi di omotransfobia non accennano a diminuire. Il M5s sosterrebbe per un senso di responsabilità e sensibilità verso le persone Lgbti un tale progetto di legge - magari integrandolo con proprie proposte - sull’esempio di quanto dichiarato dalla capogruppo M5s alla Regione Lazio Roberta Lombardi?

Abbiamo esaminato il testo e siamo pronti a votarlo, non per senso di responsabilità o opportunità politica, ma perché crediamo sia un provvedimento semplicemente giusto e necessario. Il problema qui però, come dicevo, sono le divisioni interne alla maggioranza. Temiamo infatti un ulteriore rallentamento dei tempi che servirà a loro per trovare l’accordo con i “malpancisti” su un testo che molto probabilmente sarà annacquato e depotenziato e, quindi, utile solo come bandierina da sventolare nelle giuste occasioni.

Noi per evitare questo abbiamo depositato, la scorsa settimana, un nostro progetto di legge - crediamo migliorativo -, che recepisce anche alcuni elementi positivi contenuti nella legge umbra e ne chiederemo l’immediata iscrizione in commissione.

Come giudica le valutazioni del consigliere Giuseppe Paruolo?

Alla luce di quanto dichiarato penso che amichevolmente gli regalerò una copia dell’art. 3, comma 2 della Costituzione che recita: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

Le sue sono parole arcaiche, fuori dal tempo e dalla storia, che mi sarei aspettata da un esponente conservatore di destra, non del Pd. La nostra regione si è dotata da qualche anno di una legge contro le discriminazioni femminili. Integrare questa visione con la lotta alle discriminazioni di tutti gli orientamenti sessuali e di tutte le identità di genere, sostenendo un principio fondamentale che è quello dell’autodeterminazione di ogni persona, sarebbe un gesto minimo di civiltà.

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Un’odissea quella della legge regionale contro l’omotransnegatività in Emilia-Romagna. Nella scorsa legislatura si era a un passo dall’approvazione quando il governatore Vasco Errani si dimise.

Una battuta d’arresto cocente per l’allora consigliere regionale Franco Grillini che, primo firmatario del progetto di legge contro le discriminazioni e la cultura omofobica, era comunque convinto d’un logico quanto rapido ottenimento di tale risultato con l’insediamento della nuova Giunta nel novembre 2014. Ma, invece, in un gioco illogico di rimbalzi e promesse – non ultima quella del presidente Bonaccini che, nel 2016, aveva dato pubblica rassicurazione sull’approvazione del pdl nel giro d’un anno – si è arrivati fino a oggi senza che il testo sia mai arrivato in Commissione per la pre-discussione.

Cosa che ha portato, il 17 maggio, le associazioni Lgbti dell’Emilia-Romagna a organizzare un presidio di protesta in Viale Aldo Moro, conclusosi con un incontro, definito deludente dalla delegazione di attiviste e attivisti, col capogruppo Pd Stefano Caliandro e il segretario regionale dem Paolo Calvano ancorati a un concetto di “piena condivisione partitica del progetto di legge”. Condivisione ovviamente inesistente, viste le resistenze della compagine cattolica

Da qui l’ulteriore estenuante rimpallo ai Consigli comunali per tentare la strada del progetto di legge d’iniziativa popolare. Che, oggi, proprio grazie all’approvazione dei Consigli comunali di Bologna, Reggio Emilia, Parma – cui si va aggiungere quella precedente degli omologhi modenesi in data 26 maggio – ha finalmente trovato una soluzione irreversibile.

Il Consiglio comunale di Bologna ha infatti approvato la relativa delibera con 23 voti favorevoli (Partito Democratico, Città comune, Movimento 5 stelle, Clancy-Coalizione civica), un astenuto (Martelloni di Coalizione civica) e 7 contrari (Lega nord, Forza Italia, Insieme Bologna). Il sindaco Virginio Merola così ha commentato il risultato a Gaynews: «Con il voto di oggi diventa obbligatorio discutere in Consiglio regionale la legge contro le discriminazioni per i cittadini Lgbti. La città di Bologna infatti con il suo voto ha già raggiunto la quota di elettorato necessaria. Si aggiungeranno altri Comuni ampliando la richiesta. Voglio che la Regione legiferi in materia come tante altre hanno già fatto».

Stesso risultato, in giornata, anche a Reggio Emilia. Alberto Nicolini, presidente del locale comitato Arcigay, ha dichiarato: «In una giornata in cui l'Italia intera discute di Istituzioni e processo democratico, Reggio Emilia regala ancora una volta un grande segnale a favore dei diritti e delle persone. Poche ore fa, infatti, il Consiglio comunale della città del tricolore si è chiaramente espresso perché la Regione discuta nel merito la legge contro l'omofobia-bi-lesbo-transnegatività: una legge orientata alla formazione e al miglioramento delle vite delle persone Lgbti, una legge che permetterà di ridurre i reati e le situazioni discriminatorie. Un grazie sincero ad Articolo 1-Mdp, M5s, Pd e Si. Un primo passo è stato fatto, e siamo pronti alla corsa che ci aspetta. Ora parli la Regione».

E alle 21:20, di un lungo consiglio comunale iniziato alle 15:00, anche a Parma è stata approvata la delibera circa la legge regionale contro l'omofobia. 21 i voti favorevoli (18 Effetto Parma, 3 Pd). Unico astenuto Pezzuto del Pd mentre i consiglieri di Lega Nord e d'altri schieramenti hanno preferito allontanarsi dall'aula consiliare.

Su tali risultati, che adesso impegnano la Regione a legiferare in materia, così si è espresso il direttore di Gaynews Franco Grillini: «La legge è già in vigore in numerose Regioni tra cui Toscana, Liguria, Umbria e in discussione in diverse altre tra cui Lazio, Calabria, Campania, Puglia, Basilicata. Si tratta ora di fare lo stesso in Emilia-Romagna, dove c’è tutto il tempo necessario prima della fine di questa legislatura (oltre un anno e mezzo).

È stata ampiamente superata oggi quella percentuale di cittadini rappresentati per l’immediata discussione in Commissione e in Aula in Consiglio Regionale. Facciamo affidamento alla volontà politica espressa dallo stesso Pd e dalle altre forze della sinistra in Consiglio Regionale, a cui si è aggiunto di recente anche una proposta del gruppo 5 Stelle prefigurando un’ampia maggioranza anche senza i clericali, detti cattodem. Con essi, comunque, vogliamo discutere nel tentativo di convincerli che le discriminazioni vanno combattute anche con provvedimenti legislativi così come hanno fatto le numerose altre regioni in Italia e in Europa.

Sarebbe veramente incomprensibile che ciò non si facesse in una Regione che si vuole all’avanguardia dei diritti come la Regione Emilia-Romagna.»

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