Si è svolta ieri a Dublino la conferenza stampa di presentazione del IX° Incontro mondiale delle Famiglie, che si terrà nella capitale irlandese dal 21 al 26 agosto. Gli ultimi due giorni della kermesse saranno caratterizzati dalla presenza di Papa Francesco.

Un evento al quale, come precisato dall’arcivescovo di Dublino Diarmuid Martin, sono tutti benvenuti. Comprese le persone Lgbti.

Una risposta chiara alle polemiche sollevate per la rimozione, in gennaio, di cinque immagini di coppie omosessuali dai volantini preparatori. Ma anche per le modifiche a un video promozionale dell’evento, in cui il vescovo ausiliare di Los Angeles David O'Connell affermava che tutte le famiglie sarebbero state benvenute all'evento, comprese quelle omogenitoriali. Perché il papa, commentava il presule, riconosce le diverse tipologie odierne di famiglia, anche i genitori single o una coppia di persone dello stesso sesso che alleva bambini.

Di tali interventi censori si era già detto estraneo il cardinale Kevin Farrell che, come prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, ha coordinato l’organizzazione della manifestazione agostana.

Si è detto estraneo anche l’arcivescovo di Dublino: «Non credo di averne colpa – ha dichiarato –. Ma essendo accaduto nel World Meeting of Families, me ne assumo la responsabilità come organizzatore dell'evento e, se si commettono degli errori, mi prendo la responsabilità di quelli».

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Classe 1968, maturità classica e un passato da dipendente aziendale, la deputata pavese Iolanda Nanni è considerata una pasionaria del M5s. Una donna coraggiosa, la cui attuale battaglia è soprattutto quella che sta conducendo contro il cancro.

Componente dell’VIII° Commissione (Ambiente, Territorio e Lavori pubblici) della Camera, la parlamentare è da sempre attenta ai temi delle discriminazioni e dei diritti delle persone Lgbti.

A poco più di due mesi dalla stipula del contratto di governo giallo-verde (o bleu, secondo alcuni) l’abbiamo raggiunta per raccoglierne pareri e valutazioni sulle criticità direttamente relative alla sfera rainbow.

Onorevole Nanni, nel contratto di governo non si fa parola alcuna di diritti civili. Anzi, alcuni parlamentari ed esponenti autorevoli del M5s (Di Battista, ad esempio) hanno detto che, mentre nella scorsa legislatura si è parlato di tali diritti, si affronteranno, nell’attuale, quelli sociali. Non le sembra una contrapposizione inaccettabile tanto più che c’è un’intima correlazione tra di essi?

Il fatto che alcuni parlamentari M5S abbiano dichiarato che il contratto di governo stipulato fra M5S e Lega sia focalizzato sui diritti sociali, non comporta alcuna contrapposizione con i diritti civili né implica che non possano essere portate avanti, in questa legislatura, attività sui diritti civili che, da sempre, sono oggetto del programma del M5s.

Come giudica le dichiarazioni del ministro della Famiglia e della Disabilità Lorenzo Fontana e la blanda presa di distacco da parte dei vertici del M5s?

Nel precisare che non condivido le dichiarazioni del ministro Fontana, che ritengo inaccettabili ed irricevibili, ribadisco anche che, sulle stesse, sono intervenuti vari parlamentari M5s nonché il ministro Bonafede, marcando le distanze fra il nostro pensiero e quello del ministro Fontana. Il M5s ha espresso la sua posizione pro famiglie arcobaleno.

Personalmente sono sempre stata a favore del matrimonio egualitario e della stepchild adoption. Ritengo che non si debba continuare a colpevolizzare il M5s per dichiarazioni fatte da un ministro in quota Lega, “richiamato” dallo stesso Salvini. Ministro che sarà tenuto a rispettare le leggi e che non verrà messo in condizioni di far retrocedere il nostro Paese sui risultati già raggiunti in questo ambito.

Tornando alla questione dei diritti delle persone Lgbti, si ha l’impressione d’una spaccatura del M5s tra periferia e centro. Mentre, infatti, nelle amministrazioni locali e regioanali i pentastellati danno prova di un fattivo impegno al riguardo (penso alla portavoce emiliana Silvia Piccinini o a quella lombarda Monica Forte), lo stesso non può dirsi delle file gialle del Parlamento o del governo. Non crede?

Sulla difesa dei diritti non vedo alcuna differenza fra le attività portate avanti dal M5s a livello territoriale ed a livello nazionale: in entrambi i casi abbiamo sempre perseguito lo stesso obiettivo, cioè la tutela dei diritti civili. Lo hanno dimostrato la nostra sindaca di Torino Appendino e la nostra consigliera Lombardi in Lazio.

Anch’io mi sono battuta, nello scorso mandato da consigliere regionale M5s della Lombardia, promuovendo un convegno al Pirellone sulle famiglie arcobaleno e presentando una mozione che chiedeva a Regione Lombardia di farsi promotrice per la trascrizione nei registri di stato civile dei matrimoni, contratti all’estero, fra persone dello stesso sesso e la costituzione di registri delle unioni civili nei comuni lombardi. Nella mozione proponevo anche di estendere le agevolazioni regionali, previste per i nuclei familiari, a coloro che sono iscritti nei registri. Purtroppo la mozione fu bocciata dalla maggioranza con 37 voti contrari e 31 favorevoli.

Queste attività territoriali sono la diretta conseguenza, e vanno di pari passo e coerentemente, con un percorso programmatico nazionale del M5s che ha come motto Nessuno deve rimanere indietro.

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Strattonato, picchiato, gettato a terra dopo essere stato insultato quale ricchione. È successo nella notte  Barano d’Ischia, dove un gruppo d’adolescenti ha aggredito Giorgio Di Costanzo, noto militante locale di Rifondazione Comunista.

Dopo l’aggressione, avvenuta in piazza Mar del Plata in località Testaccio, gli aggressori si sono dileguati (ma sono stati identificati nella tarda mattinata di oggi) mentre la vittima veniva successivamente soccorsa i carabinieri della vicina stazione di piazza San Rocco.

Trasportato presso l’ospedale Rizzoli di Lacco Ameno, Di Costanzo è stato medicato nonché sottoposto a tac.

Per Antonello Sannino il pestaggio di Barano d’Ischia sarebbe l’ennesima riprova di un’emergenza omotransfobia in Campania e, in generale, nel Paese. «Dal 1° giugno – ricorda il presidente d’Arcigay Napoli –  è il settimo caso nell'area metropolitana di Napoli (35° in Italia). Solidarietà e vicinanza a Giorgio.

Il clima d'odio leghista, generato da alcuni ministri salviniani, rende sempre più insicuro e violento il nostro Paese».

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Il clima non è solo quello delle cerimonie ufficiali. Si respira soprattutto aria di famiglia nella sfarzosa cornice della Sala Giunta di Palazzo San Giacomo, dove Luigi De Magistris ha da poco proceduto all’annotazione dei nomi di sette coppie di mamme e due coppie di papà sui rispettivi atti di nascita dei loro 11 bambini.

Un gesto di significativa importanza quello compiuto dal sindaco di Napoli a poco più d’un mese dalle dichiarazioni negazionistiche del ministro Lorenzo Fontana sulle famiglie arcobaleno. Cui hanno poi tenuto dietro gli esposti di CitizenGo e Generazione Famiglia contro i sindaci di Torino, Bologna, Milano, Firenze, Gabicce Mare.

Viva soddisfazione è stata espressa da Marilena Grassadonia, presidente di Famiglie Arcobaleno, che ha così commentato quanto avvenuto a Palazzo San Giacomo: «Siamo felici di questo risultato ottenuto grazie al lavoro di squadra tra amministrazione comunale e la nostra associazione. A tale proposito un grazie va all’avvocata Francesca Quarato, del nostro gruppo legale, cha ha seguito passo passo la vicenda.

Mentre sempre più sindaci seguono la strada della giustizia sociale e giuridica, confermando che è quella giusta da percorrere, i nostri figli crescono. È urgente e improrogabile che la politica nazionale si assuma le proprie responsabilità, approvando una legge chiara sulla responsabilità genitoriale che riconosca a tutte le famiglie pari diritti e medesimi doveri».

Per conoscere il parere d’una testimone diretta della cerimonia, abbiamo raggiunto Simona Marino, consigliera comunale con delega alle Pari Opportunità.

Professoressa Marino, qual è il valore civile e politico di questa registrazione degli atti di nascita dei figli di nove coppie omogenitoriali?

In questi mesi, insieme all'assessora Sardu e ai servizi Anagrafe e Pari opportunità, su precisa indicazione del sindaco, abbiamo lavorato con tenacia ed entusiasmo alla realizzazione di un diritto che è un atto di giustizia, ma anche un atto di civiltà. In questo progetto siamo stati affiancati da rappresentati delle Famiglie Arcobaleno e dalla loro avvocata che ci hanno sostenuto in un percorso non facile.

La registrazione degli atti di nascita di bambini nati in famiglie omogenitoriali è infatti un atto che anticipa una legge di cui il nostro Paese non si è ancora dotato, nonostante alcune sentenze di tribunali ne abbiano riconosciuto il valore e alcuni Comuni lo stiano applicando. La sua importanza non consiste solo nella tutela e protezione dei minori - cosa di per sé di grande rilevanza - ma assume un significato civile e politico perché supera un'idea della coppia genitoriale eterosessuale come fondamento esclusivo della famiglia, aprendo così la possibilità di riconoscere il valore sostanziale della relazione d'amore tra persone dello stesso sesso.

Il punto dirimente è domandarsi su che cosa si fonda il concetto di famiglia. Al di là dei legittimi convincimenti religiosi che vanno rispettati, in una visione laica la famiglia è un istituto giuridico e storico, per cui è modificabile nel tempo e come tale assume configurazione diverse che, a secondo delle culture e delle prospettive politiche e sociali, si trasforma.

Noi, con un atto di responsabilità, abbiamo accolto le istanze di tante persone che reclamavano il diritto a essere genitori di bambini nati da una relazione d'amore e circondati dalla cura e dall' affetto dei propri cari. Siamo convinti che questa scelta dell'amministrazione abbia un alto valore simbolico perché scardina una visione fondamentalista e oscurantista, che purtroppo in questo momento grava sul nostro Paese, consentendo a tutti/e di realizzare il loro sogno d'amore.

Quali emozioni le ha suscitato questa cerimonia? 

L'emozione è stata grande, dal momento in cui i bambini sono entrati nella sala Giunta di Palazzo San Giacomo, tenuti per mano dalle loro mamme o dai loro papà. Li avevo già intravisti al Pride sul trenino, cantare e urlare al megafono la loro gioia di esistere e il loro desiderio di urlarlo al mondo intero.

Trovarseli di fronte emozionati, increduli e felici è stata un'esperienza commovente e intensa che fa capire quanto i sentimenti debbano contaminare la politica e reclamare di essere ascoltati. Ne va della nostra libertà e del diritto di ciascuno/a alla felicità.

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Uomini single e coppie gay non potranno avvalersi della gpa in Israele. Lo ha deciso la Knesset respingendo un emendamento, a firma Ohana (Likud), alla legge, approvata ieri, che estende alle donne single la possibilità di accedere ai programmi di surrogacy supervisionati dallo Stato.

La precedente norma del 1996 consentiva la gpa solo alle coppie eterosessuali sposate, e fissava ulteriori, stringenti paletti. Troppi, se è vero che moltissimi israeliani hanno preferito in questi due decenni utilizzare agenzie in Paesi stranieri (fra cui il Nepal).

Gioiscono i partiti religiosi indispensabili alla maggioranza di governo, si infuriano le associazioni Lgbti e i loro sostenitori, specialmente presenti nei partiti laici e di sinistra, da Meretz al Labour al centrista Yesh Atid, che ne hanno approfittato per attaccare Netanyahu, bollato come banderuola per aver prima appoggiato le rivendicazioni gay e poi votato contro l’emendamento di Amir Ohana, suo compagno di partito ora accusato di fare da foglia di fico in un Likud sempre più prono ai diktat dell’estrema destra.

Andò così anche sul compromesso del Kotel, ovvero il piano di apertura di un terzo settore, non ortodosso, al Muro del Pianto: accordo sponsorizzato da Netanyahu e senza preavviso cestinato quando i partiti religiosi minacciarono di far cadere il governo.

Adesso Bibi promette su Facebook di sostenere un eventuale progetto di legge che estenda la surrogacy “ai padri”. Legge che non potrebbe mai passare senza provocare una crisi di governo e che, quindi, non giungerà mai in aula.

Mentre il movimento Lgbti chiama per Tisha BeAv, il giorno di lutto per eccellenza del calendario ebraico, cioè dopodomani, quando tutti digiunano in ricordo della distruzione del Tempio e varie altre tragedie nazionali, una giornata di sciopero simbolico. Ma già ieri centinaia di attivisti hanno inscenato a Tel Aviv una prima manifestazione. Nell'ora di punta serale un corteo di dimostranti ha bloccato il traffico automobilistico nel centrale incrocio stradale delle Torri Azrieli, dove si trovano diversi uffici governativi.

Più che piangere su Echà, il Libro delle Lamentazioni, si rifletterà sull’appannarsi dei record “civili” di Israele, che su questi temi campa di rendita dagli anni '90, mentre nell’ultimo decennio è stato superato da gran parte del mondo occidentale e non solo, dove il matrimonio same-sex è realtà e anche le adozioni sono diritti acquisiti. Italia esclusa naturalmente.

In Israele per le coppie gay adottare è teoricamente possibile, ma quasi impossibile nella pratica. Grave discriminazione per una società in cui quasi tutti, gay o etero che siano, vogliono avere figli, come si vede osservando per le strade di Tel Aviv decine di coppie gay con passeggino: per la maggior parte figli avuti all’estero. E così continuerà ad essere per il prevedibile futuro.

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Domani, alle ore 10.30, nella Sala Giunta di Palazzo San Giacomo il sindaco Luigi de Magistris registrerà il nome del genitore non biologico su gli atti di nascita delle figlie e dei figli di nove coppie arcobaleno (sette coppie di donne e due di uomini), che saranno presenti alla cerimonia.

Un'annotazione, questa, che riconoscerà ufficialmente il loro diritto alla bigenitorialità.

Interverranno, oltre al primo cittadino, l'assessora alla Trasparenza e all'Efficienza amministrativa Alessandra Sardu, la consigliera comunale con delega alle Pari Opportunità Simona Marino e l'avvocata Francesca Quarato dell'associazione Famiglie Arcobaleno.

«Un riconoscimento - come sottolineato in una nota del comune di Napoli - che si inserisce nel solco di quanto già sancito dalla Corte di Appello di Napoli e dai tribunali di Pistoia e Bologna, fortemente voluto dal sindaco e da tutta l'amministrazione, che ha inteso sostenere i diritti delle persone e, in particolare delle/dei minori, abbandonando un concetto di filiazione basato sul solo dato biologico e genetico, così come già accaduto con il piccolo Ruben, e cercando di tutelare tutte le famiglie con atti amministrativi che siano al tempo stesso precisi e ben definiti gesti di civiltà giuridica».

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Si è conclusa poco dopo le 15:00 l'udienza del processo a carico dell'endoscopista Silvana De Mari accusata di diffamazione continuata e aggravata a mezzo stampa contro le persone Lgbti.

Nell'aula della sesta sezione penale del tribunale di Torino si è discusso delle questioni preliminari e della costituzione di parte civile da parte del Coordinamento Torino Pride, del Comune di Torino e di Rete Lenford.

Ha eccepito al riguardo la difesa che ha tentato - entrando fra l'altro anche nel merito del processo definito quale ideologico -, inoltre, di sostenere la mancanza di querela non essendo questa ascrivibile, a parere dell'avvocato Mauro Ronco, a una persona omosessuale determinata ma a più enti.

Eccezione, quest'ultima, prontamente respinta dalla giudice Melania Eugenia Cafiero. Su quelle, invece, relative alle costituzioni di parte civile la magistrata si è riservata di decidere nella prossima udienza fissata al 14 settembre.

Da segnalare, infine, la reazione di Silvana De Mari quando, nel darne le generalità, sono state ovviamente indicate le qualifiche professionali della stessa al feminnile. Cosa che l'ha spinta a precisare di essere "medico e scrittore".

 

 

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Inizierà oggi a Torino il processo a carico dell’endoscopista e autrice di romanzi fantasy Silvana De Mari che, denunciata dal Coordinamento Torino Pride e dal Comune di Torino per diffamazione continuata e aggravata a mezzo stampa nei riguardi delle persone Lgbti, dovrà comparire alle 12:30 davanti alla giudice Melania Eugenia Cafiero.

Il 7 dicembre scorso la gip Paola Boemio aveva respinto la richiesta d’archiviazione avanzata dal pm Enrico Arnaldi Di Balme, per il quale non era individuabile il «destinatario dell’offesa» dal momento che la medica d’origine casertana (ma da anni vivente nel capoluogo sabaudo) si era rivolta «a una pluralità indiscriminata di persone».

All’epoca Alessandro Battaglia, coordinatore del Torino Pride, aveva dichiarato: «Siamo molto contenti della decisione presa dalla giudice Boemio di respingere la richiesta di archiviazione del Pubblico Ministero e che, per la prima volta, sia stato individuato in un'associazione di secondo livello come il Coordinamento Torino Pride il soggetto diffamato in una triste vicenda, che ha visto me e migliaia di persone omosessuali diffamate e offese nella nostra dignità».

A sostegno di Silvana De Mari sono scesi in campo Carlo Giovanardi, Francesco Agnoli, Luigi Amicone, Roberto Casadei, Roberto Cota, Alessandro Meluzzi, Assuntina Morresi, Eugenia Roccella, Giacomo Vurchio, Peppino Zola, che, su L’Occidentale, hanno lanciato, alcuni giorni fa, un appello contro gli «atteggiamenti oscurantisti e censori che mirano a cancellare due principi fondamentali della nostra Costituzione democratica e repubblicana, la libertà di pensiero dell'art. 21 e quello contenuto nell'art. 33 che stabilisce che "l'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento"».

Per i firmatari della petizione, le cui adesioni sarebbero migliaia, sotto processo «sono le fondamentali libertà di pensiero, scienza e religione, garantite dalla nostra Costituzione laica e repubblicana, in un contesto di oscurantismo e silenzio non degno di una città come Torino».

A difesa di De Mari anche il senatore Gaetano Quagliariello, leader di Idea, per il quale quello di Torino è «un processo alle opinioni. Questa è la realtà, a fronte della quale appare superfluo anche aggiungere che si tratta delle opinioni di un medico rispetto a questioni di propria professionale competenza».

Tesi, questa, che era stata sostenuta domenica da Mario Giordano sulle colonne de La Verità: «E perciò arrivati a questo punto, può apparire quasi normale che un medico finisca davanti a un tribunale per aver detto che i rapporti anali possono causare malattie. E, invece, scusateci, normale non è affatto. Adesso è finita nel mirino delle organizzazioni Lgbt, in particolare il Torino Pride, per aver detto, per l’appunto, che i rapporti anali possono causare malattie».

Ma Silvana De Mari, che de La Verità è collaboratrice al pari del quotidiano adinolfiano La Croce, non è stata affatto denunciata per aver detto tout court che «i rapporti anali possono causare malattie».

Ma per aver equiparato (in un’intervista a La Croce e sul sul suo blog) l’omosessualità alla pedofilia, per aver definito il rapporto anale tra due persone dello stesso sesso un atto di violenza fisica correlata al satanismo, per aver affermato che «la sodomia è antigienica» e comporta il diffondersi delle malattie, per aver dichiarato che l’omosessualità è contro natura nonché un disturbo da curare, per aver invocato un «diritto all'omofobia». Affermazioni tutte, che presentate come fondate su principi medico-scientifici, attribuiscono connotazioni gravemente diffamatorie a modalità comportamentali delle persone Lgbti.

Motivi, questi, per cui oggi Rete Lenford si costituirà anche lei parte civile nella persona dell’avvocato Michele Potè.

A poche ore dal processo abbiamo raggiunto il penalista Stefano Chinotti, responsabile della Segreteria scientifica di Rete Lenford, per un parere sugli argomenti portati avanti dai firmatari dell’appello.

«I firmatari - ha dichiarato - fanno un po’ di confusione fra quel che sostiene la Costituzione e quel che vorrebbero, in cuor loro, sostenesse. Le libertà di esercizio e insegnamento delle scienze e di manifestazione del pensiero nulla hanno a che vedere con la tutela delle aberranti affermazioni diffamatorie assolutamente prive di fondamento, prima che scientifico, logico, divulgate da Silvana De Mari. Per non parlare della libertà religiosa che, nel caso, non si comprende neppure come possa essere invocata.

L’accostamento dell’omosessualità alla pedofilia ed il sostenere che l’orientamento omoaffettivo sia contro natura non sono teorie scientifiche ma assurdità che se rivolte, come avvenuto nel caso, nei confronti dei rappresentati della comunità Lgbti concretano il reato di diffamazione aggravata. E di quello la dottoressa De Mari è chiamata a rispondere oggi a Torino».

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Una grande novità estiva sta per travolgere le notti della costiera amalfitana. Giovedì 19 luglio, presso il club Music On The Rocks di Positano, arriva la serata Beefcake, presentata da Alessandro Cecchi Paone con il drag queen show di Tiffany Romano & The Divas, la musica live degli Sha’Dong e la selezione musicale di Max Zanotti e Mario Iovieno +Lill8.

Special guest dell’evento sarà Vittoria Schisano, attrice nota, tra l’altro, per essere stata la prima donna ad aver compiuto un percorso di transizione di genere ad apparire sulla copertina dell’edizione italiana di PlayboyUn progetto davvero nuovo che intende offrire, nell’esclusiva e raffinata cornice di Positano, una serata gay-friendly.

Per saperne di più, abbiamo contattato per Gaynews Vittoria Schisano.

Vittoria, come definiresti la serata Beefcake che vi apprestate a inaugurare a Positano?

Credo si tratti di una serata che ha il vanto di essere italiana e internazionale, con un pubblico molto vario che arriva da qualsiasi parte del mondo. L’Italia è un Paese conservatore, questo è vero, ma talora è capace di elaborare progetti e prodotti di livello internazionale.

Beefcake è un progetto gay-friendly?

Mi sembra riduttivo dire solo che è gay-friendly. Beefcake vuole essere una serata in cui tutti possono stare bene senza alcuna forma di esclusione e separazione. Io solo lì anche per questo: io sono l’esempio vivente del superamento di ogni stereotipo di ruolo e di genere.

Pensi che serate del genere abbattano i pregiudizi?

Credo proprio di sì perché il nostro intento è creare un luogo estremamente inclusivo, in cui si possano incontrare persone che esprimono culture e valori diversi. L’incontro tra culture diverse procura arricchimento reciproco. Procura crescita e, inevitabilmente, abbatte il tasso di omotransfobia presente nella società.

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15 giorni di reclusione e tre anni di Daspo per Olga Pahtusova, Olga Kuracheva, Nika Nikulshina, Peter Verzilov, componenti del collettivo punk femminista Pussy Riot, che durante il match finale dei Mondiali tra Francia e Croazia hanno invaso il campo in segno di protesta per gli arresti illegali e la mancanza di una libera competizione politica in Russia.

Poco dopo la condanna la band ha diffuso la canzone Track about a good cop, nel cui video si vedono quattro poliziotti russi che abbracciano la causa delle manifestanti e sono gay-friendly.

Inizialmente inflessibili e sull’attenti, gli agenti (tre uomini e una donna) passano poi a ballare liberamente in mezzo alla neve e in un nightclub.

In una nota la band Pussy Riot ha definito la canzone «un sogno utopico su una realtà politica alternativa in cui invece di arrestare attivisti e metterli in carcere i poliziotti si uniscono agli attivisti».

Si tratta di «un mondo in cui gli agenti si liberano dell'omofobia, fermano la guerra alle droghe e capiscono in realtà che è molto meglio essere felici e gentili con le persone».

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