«Viva la figa comunque, eh? Viva la figa sempre. Clienti finocchi non ne ne voglio nel mio negozio».

Queste le parole rivolte, il 5 settembre, a un giovane studente universitario dal proprietario d’un negozio di manufatti artigianali nella centrale Strada Nova a Venezia. A rendere noto l’accaduto su Facebook la vittima, Tito Palaia, che frequenta i corsi d’archeologia presso la Ca’ Foscari.

«Mentre mi trovavo da solo per strada – così nel post di denuncia –, ho deciso di entrare in questo piccolo negozio di artigianato per prendere un regalo e dentro trovo, presuppongo, il proprietario sui 45 anni intento a starsene sul suo computer; insomma, incomincio a dare un’occhiata e ad un certo punto chiedo: Ma i pezzi vengono prodotti qui a Venezia? E lui mi risponde: Secondo te? Evitiamo domande sciocche che non servono a nulla.

Però fin qui credevo solo di essermi imbattuto “semplicemente” in una persona maleducata. Così mi avvio verso l’uscita salutando ignaro di quello che sarebbe capitato poco dopo. L’uomo si incammina verso di me e mi dice: Viva la f*ga comunque eh? Viva la f*ga sempre ed io un po’ perplesso capisco che il tono non era amichevole e gli chiedo se c’era per caso qualche problema e lui mi risponde: Sì, clienti finocc*i non ne ne voglio nel mio negozio

Io mi giro indietro e non faccio in tempo a rispondergli che questo mi spinge con forza fuori dal negozio e chiude la porta con una cordicina (che si può vedere bene dove c’è la maniglia), lasciandomi fuori abbastanza sbigottito. Detto ciò, ora oltre a pubblicare questo articolo che vorrei fosse condiviso all’inverosimile giusto per fargli chiudere bottega, ho deciso di ritornare tra qualche giorno in questo negozio con il mio fidanzato mano per la mano e vedere cosa ha il coraggio di fare.

Episodi come questo non dovrebbero mai succedere, MAI. Non nel 2018».

Dopo il post, che a oggi ha ricevuto 15.379 like ed è stato condiviso quasi 11.000 volte, il giovane ha sporto denuncia in questura e si è quindi rivolto all’avvocato Michele Giarratano per avere assistenza legale.

Il cofondatore di Gay Lex e consorte di Sergio Lo Giudice ha così commentato l’accaduto: «Andrò e andremo fino in fondo a quest storia per difendere la dignità di questo ragazzo in tutte le sedi competenti perché non è pensabile di subire in silenzio, soprattutto in un periodo come questo in cui l'odio sembra essere diventato il pane quotidiano di chi governa e - a volte - anche di chi fa informazione».

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«Sono cresciuta a pane e Patty Pravo, Shirley Bassey, Blondie, Cindy Lauper, tanto per citarne alcune. Ma non ho nemmeno disdegnato U2, Pink Floyd, Genesis. Insomma una rockettara pop! Di loro ho amato quasi tutto e mi è difficile trovare una canzone guida, forse Diva di Annie Lennox ma solo perché era nel mio repertorio di drag show». 

Così raccontava di sé Andrea Berardicurti, noto ai più col nome d’arte La Karl du Pigné, in una lunga intervista rilasciata lo scorso anno a Gaynews in occasione dello spettacolo TutteMie – Amiamo le differenze

Ma in realtà diva lo è stato davvero. Diva degli spettacoli artistico-musicali, che l’hanno fatto conoscere come insuperata drag-queen in Italia e all’estero. Diva delle serate di Muccassassina, di cui è stato anima e guida per anni fino all’ultimo. Diva del Roma Pride, la cui conduzione era affidata al suo impegno entuasiasta e alla sua voce inconfondibile nell’introdurre i singoli interventi finali. Diva del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli, di cui è stato socio dalla fine degli anni ’80.

Già, perché Andrea Berardicurti è stato sì un artista ma anche un attivista dalla forte militanza, capace di ascoltare e accogliere e persone Lgbti con il loro carico di timori e preoccupazioni.

Tante le parole pronunciate, tanti i consigli impartiti e spesso culminati con la proverbiale frase Datte ‘na carmata. Frase detta quasi a sdrammatizzare e a infondere coraggio nell’interlocutore.

Una vita quella della zia Karl – com’era confidenzialmente chiamato – conclusasi ieri sera, all’età di 61 anni, in un letto dell’ospedale San Giovanni a seguito di dolorosa malattia.

Accanto a lui la sorella insieme con le socie e i soci del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli, il cui presidente Sebastiano Secci – che non l’ha mai lasciato neanche per un attimo – ne ha così tracciato il ricordo su Fb: «Ricordo esattamente che cosa mi stavi dicendo quando ci hanno scattato questa foto, poco prima che parlassi ad un Pride. È solo uno dei tanti momenti importanti che io e te abbiamo condiviso.

Ora Andre non sbuffare e lasciaci frignare, perché questa sera ci sentiamo tutte un po’ più sole, tranquillo, da domani ci daremo tutti ‘na calmata. Ciao Andre ❤️».

A dare notizia del decesso il Circolo con un post su Fb: «CIAO ANDREA/LA KARL

Il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli saluta Andrea Berardicurti e La Karl du Pigné. Sei e resterai per noi tutte e tutti la colonna del Circolo, l’attivista instancabile e appassionato, la forza, la generosità e l’ironia, l’artista e l’amico amatoSenza di te tutto il Mieli è più solo, tutto il movimento lgbt+ è più solo, Roma è più sola

Ma tu sarai con noi per sempre, dall’alto dei tuoi tacchi, dall’acume della tua intelligenza e umanità, e infine dal carro ideale dei tanti e tanti Pride ti vedremo per sempre. Grazie, Andrea. Grazie, zia Karl».

Domani, dalle 10:00 alle 13:00, sarà allestita la camera ardente presso la sede del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli (Via Efeso, 2), dove alle 15:00 si terrà il rito laico di commiato. Un ultimo commosso saluto a La Karl du Pigné, un ultimo commosso Ciao, bella a chi avrebbe prontamente ribattuto: Bella ce sarai te. Io so’ favolosa.

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Giunge alla 12° edizione il Queer Lion, il premio collaterale alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia per il “miglior film con tematiche omosessuali & Queer culture”.

Istituito nel 2007 per volere del giornalista Daniel N. Casagrande e dell’allora direttore artistico della Mostra, Marco Müller, e col sostegno del direttore di Gaynews Franco Grillini, il riconoscimento gode del patrocinaio del ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo, dalla Regione Veneto, dalla Città di Venezia e dall’università Ca’ Foscari.

Dieci i film in gara per il Queer Lion Award 2018, la cui assegnazione spetterà ai giurati Rita Fabbri e Jani Kuštrin, sotto la presidenza di Brian Robinson, programmatore del London Lgbt Film Festival. La scelta sarà condotta sulla base d’un triplice criterio (contributo artistico, impatto sociale e impegno civile) tra tutte le pellicole queer presenti trasversalmente nelle sezioni della Mostra: Venezia 75, Fuori concorso, Orizzonti, Biennale College, Giornate degli autori, Settimana internazionale della critica.

A concorrere saranno:

a) C’est ça l’amour di Claire Burger (Francia, 98’);

b) José di Li Cheng (Guatemala, 85’);

c) The Favourite di Yorgos Lanthimos (Regno Unito, Irlanda, Usa, 120’);

d) The Other Side of the Wind di Orson Welles (Usa, Francia, Iran, 122’, 1970-1976, 2018);

e) Suspiria di Luca Guadagnino (Italia, Usa, 152’);

f) Zen sul ghiaccio sottile di Margherita Ferri (Italia, 90’);

g) La quietud di Pablo Trapero (Argentina, 117’);

h) Bêtes blondes di Alexia Walther e Maxime Matray (Francia, 100’);

i) Tchelovek kotorij udivil vseh (L’uomo che sorprese tutti) di Natasha Merkulova e Aleksey Chupov (Russia, Estonia, Francia, 105’);

j) Kucumbu tubuh indahku (Ricordi del mio corpo) di Garin Nugroho (Indonesia, 105’).

Per saperne di più abbiamo raggiunto Daniel Casagrande nel pieno della Mostra del Cinema che, iniziata il 29 agosto, terminerà sabato 8 settembre.

Daniel, qual è il film italiano in concorso?

L’unico film italiano è una pellicola presentata nella sezione Biennale College: Zen sul ghiaccio sottile di Margherita Ferri. Una delle sezioni più creative e innovative della Mostra, perché fa parte di un processo lungo e produttivo che coinvolge la Biennale, che segue alcuni progetti e li porta a compimento. Uno di questi progetti è quello di Margherita Ferri e, poiché è a tematica queer, lo abbiamo inserito all’interno delle pellicole in gara per il Queer Lion.

Quali i criteri sottesi alla selezione delle pellicole in gara al Queer Lion?

Il concorso del Queer Lion non seleziona direttamente le pellicole inserite in gara ma le riceve dalle varie commissioni selezionatrici: dalla Settimana della critica e dalle Giornate degli autori. Infatti, solo dopo la conferenza stampa della manifestazione, che ha luogo a luglio a Roma, l’organizzazione del Queer Lion prende contatti con le commissioni e riceve le indicazioni funzionali a individuare i film, che la giuria del Queer Lion deve vedere per assegnare il proprio premio.

Qual è l’attuale stato di salute del cinema a tematica queer?

Il cinema si è trasformato negli ultimi anni e il cinema queer ha sfruttato queste trasformazioni: con il digitale si sono infatti abbassati i costi di produzione e si è eliminata tutta una serie di ostacoli che prima c’erano e adesso non ci sono più. Questo ovviamente non fa sì che la qualità aumenti o i film queer necessariamente migliorino.

Come tutto il cinema, anche il cinema queer ha annate buone e altre meno buone. Cinematografie più vitali e altre meno vitali. La cinematografia queer è trasversale.

     

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Meno di una settimana fa una coppia di giovanissimi palermitani (15 e 16 anni) veniva aggredita nel parco di Villa Giulia da un branco di 20enni. Pugni in bocca e in faccia mentre il più giovane dei due fidanzati riceveva anche un colpo di casco sulla testa.

Un episodio di violenza omofoba che ha scosso il capoluogo siciliano anche per il suo carattere di unicità. Mentre proseguono le indagini della questura per fare piena luce sulla vicenda e identificare gli autori dell’aggressione, i due adolescenti hanno trovato un immediato sostegno in Alessandra Barone, Miss Trans Europa 2015, e dell’intero comitato di Arcigay Palermo.

Abbiamo perciò raggiunto Gabri, una delle vittime, e sua madre, per sapere come stanno vivendo quanto accaduto.

Gabri, come ti senti dopo la drammatica esperienza del 29 agosto?

Sono molto sofferente sia fisicamente sia psicologicamente. Vado avanti grazie a delle gocce calmanti e antidepressive.

Ti è stata manifestata solidarietà?

Sì, ho ricevuto attestati di solidarietà da tutti. Nessuno mi ha voltato la faccia.

Signora, prima dell’aggressione subita da suo figlio, era a conoscenza della sua omosessualità?

Certo, lo sapevo.

Come vive l’omosessualità di suo figlio?

Male. Molto male. Ci sto lavorando ma la vivo male.

Perché?

Non glielo posso spiegare. Lei è genitore?

No...

Allora non può capire!

Però può provare a spiegarmelo...

Io, oggi, sono accanto a mio figlio, lo sostengo e lo rispetto. Rispetto la sua personalità e il suo orientamento sessuale. Ma non è certo questa condizione quella che una madre desidera per il proprio figlio.

Ma, intorno a lei, quale atteggiamento ha notato rispetto alla violenza subita da Gabri?

Un atteggiamento di grande civiltà e grande vicinanza.

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Il 30 agosto i governi di 15 Paesi (Canada, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Islanda, Irlanda, Lettonia, Lituania, Paesi Bassi, Norvegia, Svezia, Regno Unito e Stati Uniti) hanno chiesto alla Russia di riferire in merito agli arresti arbitrari, torture e uccisioni di persone Lgbti, dissidenti locali, giornalisti e attivisti per i diritti umani in Cecenia. Da Mosca hanno dieci giorni per rispondere.

I singoli governi hanno agito come membri dell'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) e hanno invocato per la questione cecena il Meccanismo di Vienna, che consente ai Paesi partecipanti di chiedere conto della tutela dei diritti umani in un altro Stato dell'Osce. Ma purtroppo l’Italia in questo caso risulta assente.

A muovere un duro j’accuse al riguardo sono stati oggi Benedetto Della Vedova, coordinatore di +Europa, e Yuri Guaiana, presidente dell’Associazione Radicale Certi Diritti.

«La notizia che un gruppo di 15 Stati membri dell’Osce abbia invocato il Meccanismo di Vienna per chiedere conto alla Russia degli arresti arbitrari, torture e uccisioni di persone omosessuali in Cecenia è certamente buona – hanno scritto in una nota –. È una pessima notizia invece che non ci sia l’Italia, perchè è indicativa della considerazione che il nostro Paese attribuisce alla difesa dei diritti umani e dell’irrilevanza e isolamento internazionali a cui questo governo ci sta condannando.

Chiediamo dunque all’Italia di sostenere questa iniziativa per contribuire a fare piena luce su quanto è accaduto e sta accadendo ai cittadini ceceni Lgbti».

Come spiegato da Della Vedova e Guaiana, «i meccanismi di Vienna e di Mosca sono strumenti creati dall’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa per monitorare il rispetto dei diritti umani da parte degli Stati membri.

Il Meccanismo di Vienna permette agli Stati membri di porre delle domande precise sul rispetto dei diritti umani. In caso di mancata risposta, può essere invocato il Meccanismo di Mosca, grazie al quale può essere costituita una Commissione di tre esperti per svolgere un’inchiesta internazionale.

Se la Russia non rispondesse alle domande poste e si rifiutasse di far entrare gli esperti sul suo territorio, questi ultimi potrebbero scrivere un rapporto intervistando i sopravvissuti rifugiati fuori dalla Federazione Russa e, auspicabilmente, riconoscere i crimini che sono perpetrati in Cecenia per quello che sono».

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A nulla sono valse le proteste avanzate da Amnesty International. Come previsto, le due donne d’etnia malese (di età compresa tra 22 e 32 anni), condannate in agosto per rapporti omosessuali, sono state oggi sottoposte alla pubblica fustigazione nel sultanato di Terengannu (uno dei 13 Stati federali della Malaysia).

La pena – che sarebbe dovuta essere inflitta il 28 agosto ma poi differita per motivi tecnici alla giornata odierna – era stata irrogata, all’inizio del mese scorso, da un tribunale della Shari'a.

Condannate anche a una multa di 3.300 ringgit (690 euro), le due giovani donne erano state arrestate ad aprile dopo essere state scoperte insieme in un'auto in una piazza pubblica.

Stamani, vestite di bianco e coperte dal velo, sono state fatte sedere su uno sgabello e, quindi, colpite sei volte con un bastone di rattan. Una di loro è scoppiata in lacrime. Oltre 100 persone hanno assistito alla pubblica fustigazione, cui Amnesty International ha levato ripetutamente la voce quale misura ingiusta e crudele configurabile alla tortura.

Ma per Abdul Rahim Sinwan, vicepresidente nazionale dell’Associazione Avvocati Musulman, la pena inflitta secondo le leggi islamiche non è stata né dolorosa né severa, avendo come scopo quello d’educare le donne perché si pentano. Riprova di ciò, sarebbe l’assenza di pianti e urla da parte delle condannate che, al contrario, «mostravano rimorso. Il pentimento è lo scopo ultimo della punizione per il loro peccato».

Non si può non ricordare come in tutti gli Stati malesi si registri un clima crescente di discriminazione e odio verso le persone Lgbti. Poche settimane fa autorità locali hanno fatto rimuovere i ritratti di due attivisti Lgbti da un pubblico evento.

Il ministro per gli Affari religiosi Mujahid Yusof Rawa ha inoltre dichiarato che il governo non sostiene né sosterrà in alcun modo la promozione della cultura Lgbti nel Paese. Nel mese d’agosto, infine, una donna transgender è stata fortemente picchiata da un gruppo di persone in uno Stato meridionale della Malaysia.

In Malaysia, come noto, quasi i due terzi della popolazione (che si compone di 31 milioni di abitanti) sono musulmani. Su di essi hanno competenza tribunali islamici in materia di famiglia, matrimonio e sessualità.

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Per la prima volta un film guatemalteco arriva alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia che, iniziata il 29 agosto, terminerà l’8 settembre.

Si tratta di José che, girato dal regista cinese Li Cheng e prodotto da George Roberson (il quale ne è anche il co-autore), è in cartellone per le Giornate degli Autori e in gara per il Queer Lion Award. Due sezioni collaterali della Biennale, rispettivamente giunte alla 15° e 12° edizione.

La pellicola affronta il tema dell’amore e dell’omosessualità sullo sfondo sociale e politico di uno dei Paesi più pericolosi, violenti e religiosi al mondo qual è il Guatemala.

Il 19enne José (interpretato da Enrique Salanic) vive con sua madre, che si divide tra chiesa e vendita di panini. Il giovane passa le giornate consegnando cibo in strada e su bus affollati. Rassegnato e introverso, nei momenti liberi gioca col telefono e cerca sesso occasionale. L’incontro con Luis (interpretato da Manolo Herrera), però, spinge José verso passioni, sofferenze e una riflessione sulla propria esistenza che non aveva mai immaginato prima.

«La felicità sembra a portata di mano – commenta il critico cinematografico Fabio Canessa – ma acchiapparla richiede un passo decisivo che José forse non è pronto a fare. Perché non è facile uscire da una vita adagiata sulla rassegnazione, schiacciata da una realtà sociale difficile e anche contraddittoria come quella del Paese latino americano dove il machismo, la morale cattolica, la violenza segnano la comunità».

Violenza di cui sono spesso vittime le persone Lgbti e di cui sono stati testimoni, durante le riprese del film, Li Cheng e George Roberson.

Il film è infatti un forte richiamo alle attuali battaglie per i diritti civili in Guatemala. Aspetto, questo, che mette in luce tanto il coraggio dell’intero staff quanti i seri rischi cui vanno soprattutto incontro i due giovai attori protagonisti.

Nel corso di due anni di permanenza in Guatemala per le riprese di José, regista e produttore hanno personalmente sperimentato e assistito a vessazioni di ogni sorta. Una sera, nel corso di una visita d’entrambi a uno dei pochissimi gay bar della capitale, oltre 12 poliziotti fecero irruzione nel locale molestando e umiliando i clienti.

Da alcuni giorni, inoltre, attivisti Lgbti e associazioni umanitarie, a partire da Human Rights, stanno levando la voce contro il disegno di legge 5272 Para la protección de la vida y la familia in discussione al Congresso. Senza preambolo alcuno il ddl mira a introdurre norme e riforme per «proteggere il diritto alla vita, la famiglia, l'istituzione del matrimonio tra un uomo e una donna, la libertà di coscienza e di espressione e il diritto dei genitori di orientare i loro figli nel campo della sessualità».

Il 31 agosto attivisti Lgbti si stavano organizzando nella zona 4 di Città del Guatemala per informare le persone sui rischi del disegno di legge 5272. Ma sono stati minacciati e costretti dalle forze dell’ordine a cancellare l’inizitiva. Intanto un'altra manifestazione di protesta è prevista per domani, 4 settembre, all’esterno della sede del Congresso lungo l'8° Avenida Zona 1.

Né si può dimenticare, infine, come la scorsa settimana due Commissioni del Parlamento monocamerale abbiano respinto una proposta di legge incentrata sul riconoscimento dell’identità di genere per le persone trans.

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Un’unione civile quanto mai significativa quella celebrata a Roma, ieri pomeriggio, nella Sala Rossa del Palazzo dei Conservatori. A dire il loro sì Sergio Strozzi, diplomatico in servizio presso la Farnesina, e il padovano Simone Mazzetto, project manager presso Pianca e Fendi Casa.

A condividere tale gioia insieme con familiari e amici, giunti da più parti d’Italia e dall’estero, la loro figlia Caterina, visibilmente emozionata.

La celebrazione è stata presieduta dalla senatrice Monica Cirinnà, madrina della legge sulle unioni civili, che nel partecipato discorso introduttivo ha ricordato l’importanza della normativa quale tappa miliare verso il raggiungimento della parità dei diritti e fonte di gioiosa serenità per tante coppie di persone dello stesso sesso.

Dopo la celebrazione si è tenuto un ricevimento nella raffinata cornice della Terrazza Caffarelli. Viva commozione ha suscitato negli astanti tanto l'excursus storico della lunga storia d'amore di Sergio e Simone - che hanno voluto loro stessi ripercorrere con una lettura alternata dei punti più salienti - quanto il discorso augurale di Caterina.

Tra i convitati, testimoni di tali momenti, il ministro plenipotenziario Fabrizio Petri, presidente di Globe-Mae (Rete dei dipendenti Lgbti del ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale), l'ex ambasciatore in Nuova Zelanda Carmelo Barbarello col prorio coniuge Javier Barca, l'avvocata Susanna Lollini di Rete Lenford, lo scrittore Tommaso Giartosio e il consorte Gianfranco Goretti di Famiglie Arcobaleno.

Quella di Sergio e Simone è stata la seconda unione civile - dopo quella costituitasi tra Daniele Cicoria e Ciro Varco -, cui ha ieri assistito a Roma la senatrice Cirinnà nelle vesti di ufficiale dello stato civile.

Lei stessa ne dava in serata notizia con un post su Facebook: «Oggi il mio primo giorno di lavoro a Roma non poteva essere migliore: ho celebrato due #unionicivili . Quattro nuovi mariti e due nuove famiglie! Amici e parenti felici, tanta gioia e nessuna discrimina».

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Certamente importante la rete di progetto che, dal 1° settembre, vede il comitato Arcigay di Napoli a fianco di Mani Tese Campania, Acli (sede provinciale di Napoli), Associazione Vivamente, Centro Shalom e Movi (Federazione provinciale di Napoli).

Si tratta, per l’esattezza, del progetto Forti per agire: un servizio telefonico (attivo appunto da oggi) per persone migranti che vivono in condizioni di disagio e/o di discriminazione.

Sarà possibile contattare esclusivamente attraverso sms e messaggi WhatsApp il seguente numero: +39 3755844245.

Il programma Forti per agire (col sostegno della Fondazione con il Sud) intende potenziare la rete attraverso attività di formazione per volontari, attività di inserimento lavorativo e accompagnamento alla creazione d’impresa per immigrati. Si vuole valorizzare il ruolo degli immigrati nel contesto territoriale in cui vivono, favorendone l’inserimento sociale e lavorativo, diffondendo nel contempo una cultura dell’integrazione e della collaborazione nella comunità dei cittadini italiani e stranieri.

Nello specifico delle azioni si intende realizzare: un percorso formativo per i volontari delle associazioni aderenti alla rete; un percorso formativo nelle scuole; l’inserimento lavorativo per stranieri tramite la realizzazione di tirocini presso la bottega del commercio equo di Mani Tese Campania e la gestione di diverse coltivazioni biologiche locali a km 0; presentazione di istanze di finanziamento al Comitato Microcredito del rione Sanità per avviare microimprese; azione di monitoraggio delle condizioni delle persone richiedenti asilo nelle strutture di accoglienza.

Per saperne di più abbiamo contattato l’avvocata Mara Biancamano, legale dello sportello di supporto ai migranti Lgbti  Migra Antinoo del comitato Arcigay di Napoli.

Avvocata Biancamano, qual è la rilevanza per la comunità Lgbti di questo servizio attivo dal 1° settembre? 

Le azioni di contrasto alle discriminazioni delle persone Lgbti sono quanto mai necessarie. Se si pensa poi che questo progetto è dedicato ai migranti Lgbti, l'azione assume particolare rilievo. I migranti Lgbti sono persone doppiamente discriminate, per il loro essere migranti e per il loro orientamento sessuale.

Dunque, a suo parere, questo momento storico è particolarmente critico per le persone Lgbti e per i migranti?

Certamente! Soprattutto in questo triste momento politico in cui i soggetti più vulnerabili sono colpiti da taluni soggetti delle istituzioni anziché esserne tutelati. Invito alla massima diffusione del progetto proprio in ragione della forte necessità di tutela, che in questo caso è, inoltre, totalmente gratuita, dei migranti Lgbti.

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Dopo 63 anni di attività chiude i battenti per problemi finanziari The Village Voice, lo storico settimanale alternativo che, vincitore di tre premi Pulitzer (1981, 1986, 2000), si è imposto sulla scena della stampa internazionale per le inchieste scandalistiche, gli articoli di critica musicale e cinematografica, i fumetti nevrotici, i provocatori annunci pubblicitari.

A darne ieri l’annuncio Peter Barbey, attuale proprietario della testata, che dal 2017 era sopravvissuta nella sola versione online. Nel comunicato stampa l’editore ha reso noto «che, anche se The Village Voice non continuerà le sue pubblicazioni, sarà nostro compito fare in modo che la sua eredità possa continuare a ispirare generazioni di lettori e scrittori».

Otto degli attuali 18 impiegati sono stati già licenziati. I rimanenti sono invece impegnati a digitalizzare l’ampio archivio stampa.

Fondato nel 1955 nel quartiere newyorkese di Greenwich Village da Ed Fancher, Dan Wolf, John Wilcock e Norman Mailera, il Voice (come venne popolarmente chiamato) arrivò ad avere una tiratura settimanale di 250.000 copie e a ospitare articoli dei migliori giornalisti investigativi e critici musicali della città della Grande Mela.

Il settimanale ha coltivato talenti come lo storico ed esperto di jazz e musica country Nat Hentoff, il reporter Wayne Barrett (noto per le sue inchieste su Rudolph Giuliani e Donald Trump), il padre della critica musicale moderna Lester Bangs, il cartonista Jules Feiffer e Manohla Dargis, attuale critica cinematografica per il New York Times.

«Questa è una tragedia e mi fa male al cuore – ha twittato Manohla Dargis –. È qui che ho iniziato la mia vita di scrittrice professionista e ho incontrato autori brillanti e molti amici: troppo numerosi per citarli».

E sono state infatti veramente tante le firme prestigiose del settimanale newyorkese. Basterà menzionare nomi dal calibro e da orientamenti contrapposti come Ezra Pound, Henry Miller, Barbara Garson, Katherine Anne Porter.

Ma il Voice non potrà non essere ricordato anche per il suo stretto legame con la gay community newyorkese, verso la quale passò da posizioni di critica ad aperto sostegno nella battaglia per i diritti civili.

Nei servizi d’inchiesta sui moti di Stonewall del ’69 (il bar Stonewall Inn era nelle vicinanze della sede del settimanale) il Voice ne parlò come The Great Faggot Rebellion.

I due reporter Howard Smith e Lucian Truscott IV utilizzarono ripetutamente i termini spregiativi faggot e dyke nei loro articoli sulla rivolta. Ebbero però il merito di darne un resoconto dettagliato: Smith era infatti rimasto intrappolato nel bar con la polizia, mentre Truscott descriveva quanto avveniva all’esterno.

the village voice

Dopo i moti il Gay Liberation Front tentò di promuovere all’interno del Voice un approccio lessicale più rispettoso delle persone gay, lesbiche e trans. Non riuscì tuttavia a imporre l’uso dei termini gay e omosessuale, che il giornale considerava ridicoli e insultanti.

Ma al riguardo il Voice cambiò la sua politica dopo un’esplicita richiesta da parte del Glf. Nel corso del tempo il settimanale s’impose, infatti, come fedele sostenitore dei diritti Lgbti e annulmente dedicò in giugno un intero numero al Pride di New York.

Nel 1982, inoltre, The Village Voice divenne la seconda organizzazione negli Stati Uniti ad aver esteso i benefici familiari (prestazioni sanitarie, assicurazione sulla vita e indennità per invalidità) ai dipendenti omosessuali con partner considerati come "coniugi equivalenti".

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