Il volantino Chi tocca la dignità della donna?, preparato dalla Lega di Crotone in occasione dell’8 marzo, ha suscitato una tale ondata di reazioni (tra cui quello delle tre ministre pentastellate Elisabetta Trenta, Giulia Grillo e Barbara Lezzi) da indurre lo stesso Matteo Salvini a prenderne pubblicamente le distanze. «Non ne sapevo niente – così ieri il segretario federale del Carroccio - e non ne condivido alcuni contenuti. Lavoro per la piena parità di diritti e doveri per uomini e donne, per mamme e papà».

Ma Giancarlo Cerrelli, segretario provinciale di Crotone che del contestato esacalogo è autore formale, non accenna a fare marcia indietro. Anzi, ha rincarato la dose in un’intervista a Radio Capital, nel corso della quale ha dichiarato: «Per me il ruolo della donna è fondamentalmente quello di madre. Questo non vuol dire che non deve lavorare. Sicuramente un certo femminismo ha sminuito questa funzione sociale importantissima e fondamentale di essere madre e di essere moglie». 

In riferimento poi alla strumentalizzazione ideologica, di cui, secondo il volantino, le donne sarebbero oggetto insieme con migranti e gay, Cerrelli ha affemato: «C'è una differenza tra l'omosessuale e il gay. L'omosessuale è colui che vive in modo sereno e intimamente la propria omosessualità. Il gay è un agente politico, che vuole rivoluzionare l'ordinamento e dunque l'antropologia della società.

I gay, le donne e i migranti sono usati, tutte queste tre categorie, dalla sinistra rivoluzionaria. Sono il nervo scoperto della rivoluzione, sono il motore delle battaglie della sinistra rivoluzionaria. Se si toccano queste tre categorie, è l’inferno».

Ha anche ribadito di non gradire il termine 'femmicidio' e d'essere obiettore di coscienza in materia di divorzio.

Nella serata d’ieri l’avvocato canonista nonché dirigente nazionale di Alleanza Cattolica ha diffuso un comunicato, in cui si legge: «Il volantino della Lega di Crotone per la festa della donna è un inno al ruolo centrale della donna nella società. Un'autodeterminazione senza limiti della donna sostenuta da un femminismo antagonista contro l'uomo ha favorito un disequilibrio nella società, che ha avuto un riverbero negativo in tutti gli ambiti a cominciare da quello familiare che è stato decostruito scientificamente nelle sue basi.

L'autodeterminazione senza limiti che, come Lega Crotone disapproviamo, è quella che propizia la vergognosa pratica dell'utero in affitto, pratica vietata un mese fa anche dalla Cassazione (affermazione falsa perché la sentenza della Cassazione a Sezione Unite su tale materia non è stata ancora emessa, ndr) anche se gratuita, sancendo l'indisponibilità del proprio corpo. Una certa sinistra tende a propiziare dal '68 una lotta tra i sessi, che vede la donna contrastare in modo rancoroso l'uomo.

La Lega di Crotone, al contrario, esprime la necessità di un'alleanza tra l'uomo e la donna per porre le basi a favore di una società a misura d'uomo. La sinistra è propensa ad accettare che la donna sia trattata da "incubatrice" per favorire l'egoismo di alcuni, così come intende eliminare i termini "papà" e "mamma" cari alla nostra civiltà e alla nostra antropologia per sostituirli subdolamente con i termini "genitore 1" e "genitore 2".

La Lega di Crotone è evidentemente contraria alla violenza perpetrata da chiunque commessa e ritiene che i cosiddetti "femminicidi" come anche i cosiddetti "maschicidi", che sono evidentemente da condannare, sono la conseguenza di rapporti familiari sempre più labili e basati sulle emozioni».

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Stasera a Napoli un significativo appuntamento con la cultura Lgbti avrà luogo presso il Nuovo Teatro Sanità, dove andrà in scena lo spettacolo Quando ero una “boy” di Antonella Monetti che ha, tra gli interpreti, Nicole De Leo, esponente del Movimento Transessuale Italiano e presidente del Mit di Bologna. 

Lo spettacolo racconta la storia di Anna Fougez, stella del varietà italiano nei primi anni ’20 del '900. Era l’epoca dei cafè-chantant e le soubrette, vestite di strass e piume di struzzo, erano considerate le regine di quel mondo spettacolare.

Tra tutte Anna Fougez si distinse per la sua eleganza e per le sue doti interpretative, incarnando la sciantosa per antonomasia. E come ogni diva, anche lei, aveva le sue capricciose richieste. La sua particolarità era quella di circondarsi, sul palco, di boy, che dovevano essere tutti rigorosamente omosessuali.

In scena, oltre a Nicole De Leo, anche Dolores Melodia e Christian Palmi, giovane danzatore di talento, che è tra i responsabili del Teatro delle Spiagge di Firenze che ha fortemente voluto, con Teatri d’Imbarco e Mario Gelardi del Nuovo Teatro Sanità, la produzione di questo progetto teatrale.

Raggiungiamo Nicole De Leo, durante le prove, per saperne di più sulla pièce a poche ore dalla messa in scena.

Nicole, stasera, a Napoli, sarai in scena con Quando ero una “boy”: di cosa racconta lo spettacolo? Come nasce questo progetto teatrale?

Questo spettacolo nasce dall’incontro tra me e Antonella Monetti. Avevamo già lavorato insieme in passato. Questo spettacolo si ispira proprio alla vita di Anna Fougez. Il lavoro nasce anche grazie alla produzione del Teatro d’Imbarco di Firenze e di Mario Gelardi del Nuovo Teatro Sanità di Napoli. Abbiamo già presentato un primo studio dello spettacolo lo scorso 17 maggio in occasione della Giornata mondiale di lotta all’omotransfobia.

Lo spettacolo, ambientato negli anni '20, tratta anche il tema delle discriminazioni. Credi che oggi, a quasi un secolo di distanza, il nostro sia ancora un Paese che discrimina le persone Lgbti?

La protagonista della vicenda che raccontiamo è Anna Fougez, una grande vedette degli anni '20. Ma è un pretesto per raccontare in realtà la storia dei suoi boy che erano tutti omosessuali. E quindi si racconta anche la violenza che subirono le persone omosessuali durante il fascismo. Chiaramente oggi non siamo scevri da queste discriminazioni e il pericolo è reale, perché il nuovo assetto politico del Paese torna a non riconoscerci. I diritti si conquistano con lunghe lotte ma si possono perdere molto rapidamente: dipende da chi detiene il potere.

Oggi assistiamo agli esiti di un impoverimento culturale che è iniziato più di venti anni fa e, nonostante i frutti anche positivi delle nostre lotte, basta davvero poco per alimentare un clima discriminatorio. È necessario, oggi più di prima, che la nostra parola e i nostri corpi siano presenti. Non possiamo sederci sugli allori di qualche battaglia vinta.

Lo spettacolo è anche uno spettacolo sul talento delle donne. C’è una diva del mondo dello spettacolo a cui la De Leo deve dire grazie per essere stata un modello di vita o sensibilità?

Lo spettacolo intende rivalutare il talento delle donne di allora e anche di quelle di oggi. Non si tratta tanto di esaltare la cifra del divismo, quanto quella della creatività delle artiste e della concreta determinazione di un’artista come Anna Fougez che deve portare avanti una compagnia di quaranta artisti. Una forza davvero ammirevole. I miei punti di riferimento artistico sono grandi attrici come Margaret Leighton, Judi Dench o Glenda Jackson, personaggi che avevano uno spessore umano oltre che artistico. Oggi non esistono “dive” del genere. Forse Raffaella Carrà. Ma le donne che mi hanno ispirato sono quelle che hanno segnato la storia del cinema. Alcune anche meno conosciute, come Thelma Ritter che interpretava il ruolo della cameriera di Bette Davis in Eva contro Eva.

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Nonostante le proteste di Amnesty International, sono stati ieri sottoposti a esame anale forzato i dieci uomini arrestati, il 3 novembre, nell’isola tanzaniana di Zanzibar a seguito d’una segnalazione giunta alla polizia locale. Altri sei erano invece riusciti a fuggire quella stessa notte.

Il sospetto d’essere gay e aver partecipato alla celebrazione delle nozze tra due di loro presso il resort di Pongwe Beach ha portato la polizia locale a trattenerli per più giorni presso la stazione di Chakwa. Per poi, alla fine, sottoporli all’esame anale a riprova di eventuali rapporti omosessuali avuti.

Come dichiarato ad Associated Press da Suleiman Hassan, capo della polizia della Regione di Zanzibar Centro-Sud, «abbiamo agito sulla base della segnalazione di un buon cittadino che ha bloccato la festa in corso. La polizia ha quindi subito proceduto agli arresti». Hassan ha quindi detto che i dieci sono stati rilasciati in attesa d'indagini. 

Resta intanto alta la preoccupazione per la sorte delle persone Lgbti in tutta la Tanzania, soprattutto nella regione di Dar es Salaam, il cui governatore Paul Makonda ne aveva annunciato l’inizio d’una serie di arresti a partire da lunedì 5 novembre.

Nonostante le dichiarazioni rassicuratorie del ministro degli Affari esteri Augustine Mahiga alla comunità internazionale, si susseguono le voci di arresti in Dar es Salaam. La cui previsione ha spinto Melody, una donna locale transgender, ad abbandonare la Tanzania subito dopo gli annunci di Makonda e a trovare rifugio in Kenya, dove ha raccontato la propria storia e spiegato la situazione delle persone Lgbti nel suo Paese ad Amnesty.

Ma agli inizi della settimana si sono registrate in Tanzania misure repressive anche in altri ambiti. Due giornaliste che lavorano per il Committee to Protect Journalists sono state detenute per cinque ore (prima d’essere rilasciate), dopo aver iniziato a indagare sul caso di un collega tanzaniano scomparso

«Ora è ampiamente chiaro a chiunque abbia seguito gli ultimi sviluppi – ha dichiarato il direttore del Commitee Joel Simon -  che i giornalisti tanzaniani lavorano in un clima di paura e intimidazione. Chiediamo al governo della Tanzania di consentire ai giornalisti di lavorare liberamente e permettere a coloro che difendono i loro diritti di accedere al Paese senza ostacoli».

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«Negli ultimi due anni le persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender sono oggetto di violenze, molestie e discriminazioni, così come le associazioni che le difendono hanno subito arresti arbitrari».

Con queste parole Michelle Bachelet è oggi intervenuta sulla situazione di aperta violazione dei diritti umani in Tanzania e sul rinnovato clima di caccia alle streghe che, nella regione di Dar es Salaam, il governatore Paul Makonda ha instaurato nei confronti delle persone Lgbti.

L’Alta Commissaria delle Nazioni Unite per i diritti dell’uomo ha ricordato al governo del Paese dell’Africa Sud-orientale come l’annunciato piano di «curare le persone omosessuali sia una pratica ritenuta dannosa, immorale e senza fondamento scientifico dal Comitato contro la tortura e l’Organizzazione mondiale della sanità».

Chiedendo, inoltre, una revisione delle leggi tanzaniane che criminalizzano le relazioni consensuali tra persone dello stesso sesso, Bachelet ha evidenziato la necessità di un impegno da parte di politici e religiosi nel «combattere il pregiudizio basato sull'orientamento sessuale e l'identità di genere».

Al monito dell’Alta Commissaria delle Nazioni Unite si è aggiunto quello proveniente da Bruxelles, dove è stato convocato per colloqui informativi l’Ambasciatore europeo in Tanzania Roland van de Geer, cui sabato il governo Magufuli aveva chiesto l’allontanamento come persona non gradita.

Dicendosi «rammaricata» per il peggioramento della situazione dei diritti umani e dello stato di diritto nel paese africano, l’Ue ha annunciato «un'ampia revisione delle sue relazioni con la Tanzania»

Ma sotto la pressione internazionali delle contestazioni già stamani il governo tanzaniano ha preso  le distanze dalle dichiarazioni del governatore Makonda. In una nota il ministro degli Esteri Augustine Mahiga ha dichiarato: «La campagna è la visione personale del governatore Paul Makonda e non rappresenta la posizione del governo», aggiungendo che la Tanzania continuerà a rispettare le convenzioni internazionali sui diritti umani e «sostenere tutti i diritti umani previsti dalla Costituzione»

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Charles Aznavour, il re degli chansonnier, si è spento all'età di 94 anni nella sua casa in Provenza a pochi giorni da un tour in Giappone.

Aznavour, nome d'arte di Shahnour Varinag Aznavourian, nacque a Parigi nel 1924 da genitori armeni (negli anni si sarebbe sempre battuto per la causa armena con una fitta attività diplomatica fino a diventare nel 2009 ambasciatore dell'Armenia in Svizzera) e debuttò a teatro a soli 9 anni.

Fu nel dopoguerra che, grazie a Edith Piaf – la quale lo portò in tournée in Francia e negli Stati Uniti –, si mise in luce come cantautore. Il riconoscimento mondiale arriva nel '56 all'Olympia di Parigi con la canzone Sur ma vie.

Negli anni ’60 fu un’escalation di successi a partire da Tu t'laisses aller (1960). E poi Je m'voyais déjà (1961), Il faut savoir (1961), La mamma (1963), For me formidable (1964) Que c'est triste Venise (1964) e La Bohème (1965).

Il fatto che cantasse in molte lingue (francese, inglese, italiano, spagnolo, tedesco, armeno, russo e perfino in napoletano) gli consentì di esibirsi in tutto il mondo diventando ovunque famosissimo.

Ma c’è un brano che ha una storia e un messaggio tale da non poter essere dimenticato.

Si tratta di Quel che si dice che, cantato per la prima volta in francese con il titolo Comme ils disent, è la prima hit musicale ad aver sdoganato il tema dell’omosessualità nella storia del èop. Era il 1972 e nessun brano era mai stato così chiaro ed esplicito prima di allora.

A ricordarlo lo stesso Aznavour, che in passato dichiarò: «Il brano prende in considerazione per la prima volta il destino degli omosessuali, ma anche quello delle loro madri, delle loro sorelle etc». 

Quel che si dice, infatti, racconta la storia di un uomo che ha un legame molto forte con la madre e che di giorno conduce una vita ordinaria mentre di notte si esibisce in un locale in abiti femminili.

La canzone, inoltre, per la prima volta denuncia la dimensione di stigma e solitudine in cui vivevano le persone omosessuali negli anni '70. Anni, questi, in cui il progetto di coppia e di relazione era molto raro mentre frequente era l’insulto e lo scherno omofobo da parte dei benpensanti.

Insomma, Aznavour non solo fu un acuto precursore ma fu un uomo veramente coraggioso che, da eterosessuale, in una società ancora fortemente segnata dal primato eteronormativo, decise di interpretare il dolore e il disagio vissuto da tanti amici che non avevano la possibilità, gli strumenti o la forza di raccontarsi e di lottare.

Come sempre, se l’immaginario collettivo negli anni è cambiato, lo dobbiamo soprattutto a uomini di cultura e spettacolo come Aznavour, che hanno infranto un tabù per la prima volta e hanno spianato così la strada ad altri artisti che si sono misurati con l’argomento.

E gli amici omosessuali del cantautore francese, dopo aver ascoltato in anteprima il brano, come reagirono?

Purtroppo male e infatti chiesero ad Aznavour: «Non canterai mica questa canzone qua?». Ma questa è la vecchia e drammatica storia relativa all’interiorizzazione dello stigma e della vergogna con cui, purtroppo, dobbiamo ancora misurarci.

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Con la cattura di un minorenne tunisino si è ieri conclusa l’Operazione Zona che, condotta dalla Squadra Mobile e dal Commissariato di Vittoria (Rg), ha portato all’arresto di una banda di giovanissimi rapinatori.

Le vittime erano persone omosessuali che, adescate nella zona industriale di Vittoria e successivamente condotte in luoghi appartati, venivano improvvisamente assalite dal branco, insultate, umiltate, pestate selvaggiamente e, quindi, rapinate.

Tre dei sei aggressori (tutti residenti tra Acate e Vittoria) erano stati arrestati in agosto. Gli altri due, invece, negli scorsi giorni. Insieme con il minorenne tunisino sono tutti indagati per rapina, estorsione e lesioni aggravate.

Il minore, ieri costituitosi, era tra i più attivi della banda: era stato indicato da ben cinque vittime come quello che li picchiava e ingiuriava maggiormente. In agosto i poliziotti si erano presentati presso la sua abitazione ad Acate: per lui la Procura della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni di Catania aveva richiesto e ottenuto dal gip il collocamento all'istituto di pena per minori nella città etnea. Ma la misura non era stata eseguita perché il giovane si era recato dalla sorella in Francia.

Immediato è scattato il mandato di arresto europeo. Rientrato in Italia, il giovane è stato ieri arrestato.

«Si è presentato alla stazione dei carabinieri di Acate dove vive con la famiglia - hanno spiegato gli investigatori della Squadra mobile - e i colleghi della Polizia hanno subito fornito il mandato di cattura da eseguire».

Dopo le formalità di rito è stato condotto nell'istituto di pena per minori di Catania a disposizione dell'autorità giudiziaria, che lo interrogherà nei prossimi giorni.

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Domani, alle ore 10.30, nella Sala Giunta di Palazzo San Giacomo il sindaco Luigi de Magistris registrerà il nome del genitore non biologico su gli atti di nascita delle figlie e dei figli di nove coppie arcobaleno (sette coppie di donne e due di uomini), che saranno presenti alla cerimonia.

Un'annotazione, questa, che riconoscerà ufficialmente il loro diritto alla bigenitorialità.

Interverranno, oltre al primo cittadino, l'assessora alla Trasparenza e all'Efficienza amministrativa Alessandra Sardu, la consigliera comunale con delega alle Pari Opportunità Simona Marino e l'avvocata Francesca Quarato dell'associazione Famiglie Arcobaleno.

«Un riconoscimento - come sottolineato in una nota del comune di Napoli - che si inserisce nel solco di quanto già sancito dalla Corte di Appello di Napoli e dai tribunali di Pistoia e Bologna, fortemente voluto dal sindaco e da tutta l'amministrazione, che ha inteso sostenere i diritti delle persone e, in particolare delle/dei minori, abbandonando un concetto di filiazione basato sul solo dato biologico e genetico, così come già accaduto con il piccolo Ruben, e cercando di tutelare tutte le famiglie con atti amministrativi che siano al tempo stesso precisi e ben definiti gesti di civiltà giuridica».

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Figlio di immigrati, nero e omosessuale - Con la legge sull’asilo e l’immigrazione io non esisterei (Fils d'immigrés, noir et pédé, avec la loi Asile Immigration je n'existerais pas). Queste le due scritte (rispettivamente avanti e dietro) sulla t-shirt che il dj Kiddy Smile ha indossato in occasione della Fête de la Musique.

Celebrata dal 1981 il 21 giugno per salutare l’arrivo dell’estate, la manifestazione si è tenuta quest’anno, per la prima volta, nel cortile dell’Eliseo. Tra le 1500 persone, che hanno ballato sulle note di Kiddy Smile e dei grandi nomi della musica elettronica francese come Kavinsky, Cézaire, Chloé, Busy P, anche il presidente Emmanuel Macron e sua moglie Brigitte per breve tempo.

Già qualche giorno fa Kiddy Smile aveva scritto su Facebook di voler «riportare la mia comunità nera e omosessuale al centro del sistema». Questo il significato della t-shirt scelta per la kermsse perché, come spiegato al magazine Tsugi, «la politica migratoria condotta da questo governo mi ripugna. Se la legge sull'asilo e immigrazione fosse stata adottata prima della mia nascita, io, figlio di immigrati nero e omosessuale, non esisterei».

Il dj, che si è esibito coi suoi ballerini tutti appartenenti alla collettività Lgbti, è stato ricevuto privatamente da Macron, che su Twitter ha ringraziato tutti per questa festa "storica".

Ma hanno gridato subito allo scandalo e all’indignazione componenti del Partito Repubblicano e del Rassemblement National che, da Marine Le Pen a Florian Philippot, hanno scatenato sui social la polemica. 

A seguirne le orme in Italia Magdi Cristiano Allam che è arrivato ad accusare su Facebook Macron di aver sdoganato la pedofilia: «Kiddy Smile, un disc jockey o più semplicemente dj, professionista dell'intrattenimento che seleziona i brani musicali, si è esibito con una maglietta con sopra scritto «Figlio di immigrati, nero e pederasta». - ha scritto. Nel vocabolario della lingua italiana la «pederastia» indica il rapporto sessuale di un adulto con un adolescente ed è sanzionata dalla legge. Non so che cosa «pederastia» significhi per i francesi ma di certo da ieri Macron l'ha sdoganata, consentendo che la si pubblicizzi all'interno del Palazzo presidenziale».

Ignorando però che pédé – forma apocopata di pédéraste – è il termine con cui le persone omosessuali sono state e continuano a essere spregiativamente indicate senza necessaria correlazione con la pedofilia.

Termine che (come tutti gli altri connotati negativamente) ha conosciuto una risemantizzazione da parte delle stesse persone omosessuali francesi, che lo utilizzano non solo ironicamente ma anche con la finalità di permettere a tale parola – al pari di tutto il lessico omofobico – di agire contro gli scopi per cui era stata pronunciata in un determinato contesto di violenza verbale

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Volantini e striscioni con frasi e immagini a sfondo razzista, omofobo e fascista contro la Cgil a firma di Progetto nazionale che, nato da una scissione del Movimento sociale-Fiamma tricolore, è sostenitore d’un radicale sovranismo nazionale.

A essere prese di mira nella notte le sedi di Pavia, Mantova e Crema, come denunciato dallo stesso sindacato, che ha parlato di «una nuova provocazione che si somma alle precedenti denunciate da tempo, che dà chiaro il senso del clima minaccioso e intimidatorio che si respira in diverse città della Lombardia». Riferimento esplicito alla recente provocazione di CasaPound con la raccolta a Vigevano di cibo per soli italiani.

Il sindacato ha ribadito come le sue sedi siano «un luogo di risposta e individuale e collettiva ai bisogni di tutte e tutti i cittadini, a prescindere dal colore della pelle e dalle scelte personali, nonché un presidio territoriale democratico contro qualsiasi forma di fascismo e razzismo».

Ferma denuncia anche da parte di Cgil Lombardia che in un tweet ha parlato di «frasi razziste e omofobe che danno idea del clima minaccioso che respiriamo. Non ci fermeranno: continueremo a denunciare e difendere lavoratori, pensionati e senza diritti».

Ma blitz di Progetto nazionale si sono registrati anche a Reggio Emilia e a Modena con le stesse modalità e sempre a danno delle sedi locali della Cgil.  

Ed è proprio dalla Camera del Lavoro di Modena che arrivano le notizie più dettagliate su Progetto nazionale identificato come «gruppo legato agli skinheads, al mito della violenza, composto da personaggi che lavorano come buttafuori nei locali».

reggio emilia

«Recentemente - aggiunge la Cgil modenese - erano in sette sotto i portici del Collegio a Modena a propagandare fascismo e razzismo, evidentemente autorizzati a ciò». Ribadendo di essere «profondamente antifascista e antirazzista», anche la Cgil di Modena assicura che «non si lascerà certo intimidire da queste provocazioni. Continueremo a difendere un'idea di società aperta e le istanze dei discriminati e dei diversi, anche perché siamo convinti che proprio partendo dalla garanzia dei più deboli si garantiscano i diritti di tutti».

Ma l'episodio dimostra anche come sia «innegabile che ci sia stata in questi mesi una escalation di queste provocazioni e il clima politico che si sta respirando in questi ultimi tempi ha dato fiato a queste istanze che rigurgitano temi e modalità del fascismo. Pensiamo che non siano segnali da sottovalutare e chiediamo a tutte le istanze che si riconoscono nei valori della Carta costituzionale di prendere le distanze da questi atteggiamenti».

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Jean-Marie Le Pen è ricoverato in ospedale da martedì pomeriggio in una struttura nei pressi di Parigi a seguito d’una perdurante situazione di affatticamento generale.

Motivo per cui è stata rinviata al 3 ottobre l'udienza processuale a suo carico per pubblica ingiuria e incitamento all’odio nei riguardi delle persone omosessualiIl confondatore del Front National (il cui attuale nome è Rassemblement National) sarebbe dovuto infatti comparire oggi presso la 17° Aula del Tribunale penale di Parigi.

Il suo consigliere Lorrain de Saint Affrique ha dichiarato che l'ex europarlamentare dovrà restare in ospedale fino a lunedì, pur senza escludere il protrarsi della permanenza ospedaliera. Frédéric Joachim, legale di Le Pen, ha comunicato alla stampa che il suo assistito non ha mai avuto intenzione di sottrarsi al procedimento giudiziario, volendo dissipare quello che lui ritiene essere «un fraintendimento del senso delle sue dichiarazioni».

Dichiarazioni, queste, risalenti al marzo 2016, quando correlò la pedofilia all’omosessualità, e al dicembre del medesimo anno, quando ai giornalisti de Le Figaro disse: «Gli omosessuali sono come il sale nella zuppa: se non ce n’è abbastanza è insipida, se ce n’è troppo è immngiabile».

Ma, soprattutto, all’aprile 2017 quando, dopo l’attentato agli Champs-Elysées, criticò il pubblico atto di omaggio a Xavier Jugelé da parte del compagno Etienne Cardilès. Il quale si è costituito parte civile contro Le Pen.

Espulso nel 2015 dal Front National dalla figlia Marine, succedutagli nell’incarico di presidente, e approdato, lo scorso anno, al partito neofascista europeo Apf guidato da Roberto Fiore, Jean-Marie Le Pen è stato condannato più di 25 volte per apologia dei crimini di guerra, incitamento all’odio e alla discriminazione, antisemitismo e pubbliche ingiurie. 

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