Classe 1968, il barcellonese Carles Rodriguez Reverter dirige da vent’anni lo storico sex-shop Zeus, la cui apertura nel barri di El Raval risale al 1983. Carles, che è intervenuto più volte su questioni afferenti alla sessualità delle persone Lgbti rilasciando interviste a media locali e a un magazine gay svedese, ha avuto in passato un ruolo di primo piano nell’ambito della collettività omosessuale catalana.

«Oggi ci sono molte associazioni Lgbti – così ha dichiarato ai nostri microfoni – che soddisfano alle esigenze dei suoi vari componenti. Ma durante gli anni '80 e '90 del secolo scorso abbiamo lavorato duramente per realizzare la prima “mappa gay” di Barcellona e collaborare con le poche realtà Lgbti esistenti. Collaborazione finalizzata a promuovere campagne in difesa della collettività e favorire l'accettazione sociale delle persone Hiv positive in particolare nel quartiere di Raval, che era all’epoca il più povero della città».

A lui abbiamo rivolto alcune domande sull’attentato della Rambla – a pochi passi da El Raval –  che nel pomeriggio di giovedì 17 agosto ha fatto 14 vittime e 120 feriti.

Carles, come hai vissuto quelle ore drammatiche?

Quando si è verificato l'attentato intorno alle 17:00, ero a casa mia che è a meno di 500 metri dal luogo della strage. All’inizio non riuscivo a  capacitarmi dell’accaduto. Poi sono subentrati indignazione e dolore.

Come ha reagito la collettività Lgbti?

Come hanno reagito tutte le altre persone. Non posso però non ricordare la manifestazione fascista e anti-islamica, che si è tenuta nella giornata d’ieri. Protetti da cordoni di polizia, i partecipanti sono stati alla fine ricacciati da numerosi contromanifestanti con le nostre bandiere raimbow e altre. Si sono uniti a noi anche tantissimi passanti.

Quest’anno si sta celebrando il decennale del Barcelona Circuit Festival che, iniziato il 5 agosto, terminerà domani. La sera di giovedì 17, per rispetto alle vittime dell’attentato, è stato sospeso il party al Razzmatazz mentre ieri il programma è ripreso come di consueto. È un segnale importante: non credi?

Assolutamente, sì. Sono d’accordo con il gruppo organizzatore Matinée. Non dobbiamo permettere a nessuno di farci intimorire né manipolare. Ieri mattina ne abbiamo dato prova insieme coi tantissimi barcellonesi e turisti in Plaça de Catalunya gridando nella nostra lingua: No tinc por (Non ho paura). E poi con lo stesso stato d’animo abbiamo invaso la Rambla. Solo così si potrà veramente enervare il terrorismo e ridurne la portata.

Jorge Moruno, sociologo e componente di Podemos, ha twittato: Alcuni utilizzano il dolore per rinfocolare la xenofobia, altri per attaccare l'indipendentismo e altri per mescolarlo con la turismofobia. Che ne pensi?

Sottoscrivo ogni parola. In primo luogo la strage della Rambla sta alimentando la mai sopita ondata xenofoba e, in particolare, islamofoba. In generale tutti i fascisti sono contro i musulmani. C’è poi da dire che non pochi giornali ed emittenti tv madrilene stanno parlando in queste ore dell’attentato anche con riferimenti negativi alle posizioni indipendentiste catalane. Che poi tutto questo si concreti in forme di turismofobia è inevitabile. Ma, come ho detto, non ci lasceremo sopraffare. Perché l’amore e il coraggio vincono sempre su l’odio e la paura.

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Un’estate rovente quella del 2017 e non solo per le temperarature canicolari. Mai come quest’anno, infatti, si stanno registrando episodi d’omotransfobia in località turistiche. E così, dopo l’allontanamento di Massimina e Sandra, due donne transgender, da una trattoria del litorale di di Latina, l’ultimo caso si è verificato nella giornata di ferragosto.

Questa volta però in una delle maggiori mete gay-friendly italiane quale Gallipoli e, addirittura, in un punto centrale della movida rainbow estiva della città salentina: il G Beach. Una struttura balneare situata in quell'incantevole Parco naturale di Punta della Suina in cui, non a caso, Ferzan Ozpetek ha ambientato l'unica scena di mare di Mine Vaganti

A riportare l’accaduto Daniele Sorrentino, amministratore della pagina fb In piazza per il family gay, che ha raccolto la testimonianza di Ivan Valcerca. Il docente romano era ieri presso il noto stabilimento con amici, una coppia dei quali (Luca e Marco) si stava baciando quando un cameriere si è avvicinato invitando gentilmente a evitare effusioni in pubblico. Alla richiesta di spiegazioni sono giunte le scuse del proprietario, porte con una bottiglia di spumante e una motivazione a dir poco singolare. Il calo progressivo, cioè, di clienti facoltosi per la segnalazione del G Beach sulle guide rivolte a persone Lgbti

Ma in realtà lo stabilimento gallipolitano avrebbe da tempo imboccato un percorso di "riconversione" come raccontato da Alex Mari sempre sulla pagina In piazza per il family gay. 

«Sono stato a Gallipoli - così Alex - il mese scorso e ho alloggiato in un B&B gay-friendly. La proprietaria mi ha raccontato che hanno proposto a molte strutture balneari e della movida di fare convenzioni per i clienti del B&B. Il G Beach ha inizialmente accettato inviando subito il listino delle convenzioni. Dopo una mezz'ora la chiama il proprietario dicendo che avevano visto sul sito del B&B che era dichiaratamente gay-friendly e quindi non avrebbero fatto la convenzione perché non si vogliono legare ad alcun tipo di categoria specifica. Lei sconvolta. I fatti sono questi: lo stabilimento fino a tre anni fa si chiamava Makò Beach ed era uno stabilimento gay, con le bandiere rainbow, il personale gay e la clientela gay.

Poi hanno venduto a questo signore di Milano che si chiama "Gabon", uno storico organizzatore di grandi eventi dance degli anni '90 e negli ultimi anni gestore di alcuni luoghi vip/chic della movida milanese. Gabon ha scelto di "rilanciare" un posto già lanciato per trasformarlo in un ambiente chic, elegante, esclusivo, per clienti benestanti. Una cosa molto figa, ma sicuramente lontana dal concetto di "spiaggia gay". Quindi prezzi più alti della media, bianco come colore dominante, dipendenti quasi tutte donne giovani bellissime zinnone che sembra un set di baywatch.. La g di G Beach non sta per "Gay Beach" ma significa "Gabon Beach". Ovviamente non può dire apertamente che i gay non ce li vuole, finirebbe nella bufera. Ma daje oggi, daje domani, sono tre anni che gli omosessuali vengono umiliati in ogni modo in quel posto ma continuano ad andarci in virtù dei tempi che furono quando era gestito da un imprenditore che aveva scelto il turismo Lgbti». 

Ivan Valcerca, intanto, ha già denunciato l'accaduto al governatore della Puglia Michele Emiliano, della cui corrente dem è anche componente. La vicenda, in ogni caso, assume un particolare rilievo a pochi giorni dal Salento Pride, che si terrà sabato 19 agosto proprio a Gallipoli.

 

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Ogni anno, dal 2008 a oggi, vengono realizzati circa 700 film a tematica Lgbti in Europa e Sud America. Pellicole che, fortunatamente, non hanno soltanto finali tragici e devastanti, come accade nella maggior parte di quelli realizzati e distribuiti nel nostro Paese. Ma per riuscire a vederli è spesso necessario frequentare rassegne di film tematici, interessanti e underground, come quella ospitata dal centro sociale Acrobax di Roma.

Ed è proprio la rassegna di cinema gay dell'Acrobax ad aver programmato una deliziosa commedia leggera, Famille verpflichtet (in italiano potrebbe essere trdotto in Obblighi di famiglia) che ha partecipato, tra l'altro al Festival Lgbt di Rochester. Questo film, diretto da Hanno Olderdissen nel 2015, è una commedia sui conflitti culturali, familiari, generazionali, religiosi e culturali, in una prospettiva divertente e allo stesso tempo profonda.

David e Khaled, i due protagonisti della storia, sono una coppia di omosessuali arabo-ebraica di Hannover che deve imparare a imporsi sulle aspettative dei genitori: vorrebbero sposarsi e vivere una vita libera e autodeterminata ma sono stretti nella morsa tradizionalista delle loro famiglie. Se c'è una dimensione socialmente universale, che coinvolge tutti allo stesso modo, è la famiglia – in tutte le sue declinazioni – e i valori a essa associati, come il riconoscimento, il rispetto, la tolleranza e l'amore.

“Nessuno è perfetto” ci verrebbe da dire con il grande Billy Wilder osservando il comportamento delle famiglie dei due protagonisti: da un lato quella di Khaled con un padre profondamente omofobo, che non sa nulla dell'omosessualità del figlio ma non è affatto antisemita e ricorda, quasi con nostalgia, il tempo in cui musulmani ed ebrei vivevano in pace nella stessa terra. Dall'altro la famiglia di David con una madre molto presente e ossessiva che non è affatto omofoba ma è piena di pregiudizi nei confronti dei musulmaniSvolta narrativa della storia è una nottata di bagordi in cui David, sotto i fumi dell'alcol e delle droghe, ha un rapporto sessuale con una donna molto giovane e concepisce un bambino. Bambino che diventerà il figlio di Khaled e David.

Si tratta, insomma, di un gradevole racconto di tentativi, più o meno riusciti, di integrazione tra gay ed etero, musulmani ed ebrei, sciiti e sunniti. Se è vero che il film risente talora di una certa mancanza di messa a fuoco per le numerose scene che si intrecciano nella sceneggiatura, l’accennata mancanza di realismo è però abbondantemente compensata da uno script semplice ed efficace. Script che regala momenti di divertimento assoluto anche laddove si potrebbe sfiorare il dramma, grazie alla direzione equilibrata degli attori, tutti assolutamente credibili e in parte.

La battuta sovrana del film la dice la sorella di Khaled a proposito del modo in cui questi dovrà fare coming out con il padre: «La buona notizia: diventerò papà. La cattiva: io sono la mamma».  

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Si sussegguono le notizie che la stampa riporta relativamente alla morte di Vincenzo RuggieroProprio in seguito all’intervista pubblicata da Gaynews, in cui l’escort napoletano Francesco Mangiacapra racconta particolari relativi all’omicida, siamo stati contattati da un ragazzo che, preferendo restare anonimo per chiare e comprensibili ragioni di privacy, ha voluto raccontarci altri particolari dell’assassino Guarente.

Ne raccogliamo a telefono il racconto e nella sua voce leggiamo tutto lo sconvolgimento interiore di chi è sgomento per la morte del 25enne di Parete.

Tu conosci bene Ciro Guarente, l’assassino di Vincenzo Ruggiero?

Sì, lo conosco benissimo. Siamo amici da tanti anni e non riesco a credere che abbia potuto fare una cosa del genere: sono sconvolto.

Tu sei al corrente dei rapporti tra la vittima e Ciro? Ce li puoi descivere?

Certo che ne sono al corrente. Tutti ne siamo al corrente tra le persone legate a Ciro. Ciro nutriva un rancore morboso nei confronti di Vincenzo. Ciro era rancoroso perché – secondo lui - Heven dedicava più attenzioni a Vincenzo che a lui. Un paio di anni fa Ciro già aveva aggredito violentemente Vincenzo perché l’aveva trovato a casa di Heven. Insomma, posso dire che sono almeno due anni che Ciro cova questo risentimento assurdo verso Vincenzo ma nessuno avrebbe mai creduto che potesse arrivare a tanto.

Ciro era gelosissimo di Heven. Perfino nei miei riguardi fu aggressivo perché una volta Heven mi volle vedere da solo per confidarmi dei segreti. Una cosa normale tra amici e io sono amico anche di Heven. Ciro si arrabbiò anche con me.

Ma quali erano i rapporti tra Heven e Vincenzo?

Erano grandi amici. Un rapporto d’amicizia solidissimo. Forse Heven all’inizio era anche infatuata di Vincenzo ma tra loro non c’è mai stato nulla. Era davvero una relazione di profondissima e sincera amicizia.

Quali erano, invece, i rapporti tra Ciro e Heven?

Heven mi ha confidato che spesso Ciro era violento anche con lei. Mi ricordo che mi ha detto che Ciro le ha tenuto la testa sotto l’acqua fino a farla svenire, che l’ha minacciata con un coltello, che la picchiava e che l’ha perfino chiusa in un armadio. Ciro non sopportava la presenza di Vincenzo anche se, devo dire, che la relazione tra Ciro e Heven è una relazione “in crisi” da sempre.

Nei giorni in cui si è diffusa la notizia della sparizione di Vincenzo quali sono state le reazioni di Ciro?

Ciro negli ultimi tempi sembrava stravolto, sinceramente.  Sulla sparizione di Vincenzo percepivo che preferiva non soffermarsi troppo. Una volta a un amico che gli chiedeva cosa ne pensasse, Ciro rispose in malo modo che non dovevamo rompere le scatole e che Vincenzo se ne era andato via con qualche uomo pieno di soldi.

Vincenzo aveva sentore di quest’odio nutrito dal Guarente?

Credo di sì. Molti amici gli stavano consigliando di andare via da casa di Heven. Certo nessuno pensava che Ciro arrivasse a compiere un omicidio e in un modo cosi efferato. Ma avevamo paura che in uno scatto d’ira Ciro potesse comunque far male a Vincenzo. Già in passato lo aveva schiaffeggiato e gli aveva dato anche un pugno.

Che reazione hai avuto alla notizia che l’assassino di Vincenzo è il tuo amico Ciro?

Mi sono sentito ferito due volte. La prima perché quello che ha fatto a Vincenzo è assurdo e atroce. La seconda perché questo Ciro non è quello che credevo di conoscere e di cui ero amico. Il Ciro che conoscevo io era un ragazzo disponibile e solare. Aveva tanta voglia di vivere e divertirsi. Non avrei mai creduto che arrivasse a fare certe cose. Ricordo che, tempo fa, andammo tutti e tre, io, Ciro e Vincenzo, a fare delle compere insieme. Non mi sarei mai aspettato un epilogo del genere.

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L'omicidio di Vincenzo Ruggiero, oltre ad aver gettato l'intera comunità in uno stato di prostrazione evidente, ha anche sollevato alcune criticità mediatiche, lasciando tutte e tutti con un grande desiderio di chiarezza e verità. Ecco perché Gaynews ha pensato di chiedere una riflessione sul drammatico caso a uno dei più amati autori italiani di romanzi noir: Maurizio De Giovanni.

Incontriamo lo scrittore all'imbarco dell'aliscafo per Sorrento, dove presenterà il suo nuovo romanzo Rondini d'Inverno. Sipario per il commissario Ricciardi (Einaudi, Torino 2017).

Maurizio, cosa ne pensi del modo in cui molti giornali hanno titolato il tragico omicidio di Vincenzo?

Sia nei titoli dei giornali sia nei commenti dei giornalisti televisivi ho colto un'esasperata intenzione di mettere in evidenza l'orientamento sessuale delle persone coinvolte nell'assassinio. Come se esistesse una natura "gay" del crimine che era stato compiuto. Come se l'orientamento sessuale e affettivo delle persone coinvolte spiegasse il perché di un crimine così atroce. Questo accade perché spesso i giornalisti sembrano essere mossi da una sorta di voyeurismo morboso e scrivono titoli inaccettabili. La fine di Vincenzo mi sembra essersi consumata in un quadro che è probabilmente proprio del crimine passionale, almeno stando alle notizie che sono adesso in nostro possesso. E si è trattato di un delitto efferato. L'orientamento sessuale non c'entra nulla.

Il direttore de Il Mattino Alessandro Barbano, in un editoriale pubblicato ieri in risposta alla lettera aperta della redazione di Gaynews, sostiene che gli stereotipi "scorretti" diffusi da certi titoli sono la ricaduta degli eccessi della comunità Lgbti, quando rivendica diritti in maniera "vistosa" come, ad esempio, durante il Pride. Cosa ne pensi?

Non c'è alcuna relazione tra i titoli voyeuristici e l'aperta rivendicazione di diritti delle persone Lgbti. Titoli come quelli che si sono letti in questi giorni hanno lo scopo di attrarre l'attenzione morbosa del lettore e basta. Non c'è alcuna relazione con la visibilità delle persone gay.

Tornando al delitto di Vincenzo Ruggiero, secondo te si tratta di un delitto passionale o, vista la modalità con cui è stato ucciso, pensi possa trattarsi d'altro?

Al momento gli inquirenti ci dicono che è un omicidio passionale e non abbiamo altri elementi per pensare ad altre motivazioni. Il fatto che il cadavere sia stato sezionato, sciolto nell'acido e murato con il cemento, rimanda a modalità camorristiche ma la modalità è una cosa e il movente è un altro. Se il soggetto criminale ha assunto modalità camorristiche nel modo in cui ha ridotto il corpo del povero 25enne di Parete, ciò non toglie che possa aver agito per motivi passionali. Gli omicidi passionali non sono sempre frutto di raptus, sono anche costruiti e premeditati come questo compiuto da Ciro Guarente. 

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Francesco Mangiacapra non necessita di presentazioni. Il giovane napoletano di buona famiglia, che si è lasciato alle spalle toga e tribunali per intraprendere la libera professione di escort, si è raccontato in una sorta di memoriale autobiografico che, scritto in collaborazione col regista Mario Gelardi e intitolato Il numero uno. Confessioni di un marchettaro, è divenuto un caso nazionale.

Avendo conosciuto Vincenzo Ruggiero e il suo assassino, Gaynews ha deciso di raccogliere in merito il suo parere.

Francesco, tu hai conosciuto Ciro Guarente. Quando lo incontrasti la prima volta che impressione ne avesti?

Ero venuto in contatto con Guarente già molti anni fa ma volutamente - e fortunatamente – lo avevo sempre tenuto a distanza: aveva dei modi di fare volgari e violenti. Ad esempio, parcheggiava sempre la sua decappottabile in divieto di sosta e si vantava ripetutamente di aver avuto in passato una relazione con la figlia di un camorrista. Quando ho appreso che l'assassino fosse lui, non me ne sono affatto meravigliato. Una tragedia che già aveva avuto qualche avvisaglia quando, tempo addietro, lo stesso Ciro aveva schiaffeggiato Vincenzo pubblicamente. 

Evitarlo mi divenne più difficile quando, circa tre anni fa, iniziai a notare delle sue inserzioni dove si proponeva come escort sugli stessi siti dove anche io da tempo già mi proponevo. Me ne sorpresi – non certamente per la sua scelta di vendersi –, piuttosto per il fatto che lui stesso, pochi anni prima, aveva discriminato e criticato il fatto che io, pur laureato in giurisprudenza, preferissi prostituirmi. Fu curioso notare come proprio lui che per questo mi aveva vilipeso, avesse iniziato a prostituirsi in coppia con un ragazzo che aveva da poco iniziato il suo percorso di transizione e che io avevo conosciuto prima di ciò. Una persona dolce: quella che oggi conosciamo come la bellissima Heven Grimaldi. Negli annunci lui si faceva chiamare Lino, lei Eva Petrova. Nel corso degli anni notai anche delle inserzioni separate dei due: non saprei dire se Ciro abbia indotto o favoreggiato la sua compagna a prostituirsi prima che rinascesse come Heven. Certamente gli oltre dieci anni di differenza avranno avuto un peso nell'impostazione del rapporto e nella fiducia reciproca. 

Come valuti il fatto che proprio chi ti aveva criticato avesse poi deciso di fare l'escort?

Si tratta di quell'ipocrisia legata al moralismo  di chi, essendo mentalmente poco strutturato, stigmatizza la prostituzione soltanto per assecondare quello stesso sentire comune di cui poi ogni minoranza diventa vittima. E i titoli dei giornali in questi giorni ci fanno riflettere proprio su quanto possano essere pregiudizievoli talune etichette. Parlo di ipocrisia perché, come ho affermato anche nel mio libro, molte sono le persone che, segretamente perseguono e ambiscono ciò che pubblicamente tanto vilipendono. Ciro resta per me un esempio emblematico.

Quando anche lui iniziò a prostituirsi, mi cercò con l'intento di reclutarmi perché un suo cliente avrebbe voluto organizzare un'orgia con più ragazzi a pagamento. Ma mi rifiutai, non volendo avere nulla a che fare con lui e con le persone che orbitavano intorno al suo mondo. Per mia fortuna abbiamo sempre avuto un target di clientela totalmente diversa: le persone che cercavano la mia compagnia non avrebbero avuto interesse in una persona di quel livello. Anzi mi ha meravigliato leggere commenti sui social di suoi ex-amici che hanno la leggerezza di affermare che lo avevano conosciuto come "persona di sani principi": addirittura qualcuno ha trovato il coraggio di giustificare il suo gesto come preterintenzionale.

Sui social si sta puntando molto sul fatto che Guarente facesse l'escort. Ciò ha suscitato una reazione perbenistica nel giudicare il fenomeno della prostituzione. Qual è il tuo parere?

Il fatto che lui si prostituisse, è ovviamente ininfluente ai fini della ricostruzione del suo identikit di omicida. Nonostante ciò anche molte persone della comunità Lgbti hanno voluto vedere nella sua scelta di vendere il corpo un comprova di degenerazione: questo è fuorviante perché così non solo si rischia di accomunare a un delinquente chi invece fa del proprio corpo e della propria vita una scelta libera e autodeterminata, ma soprattutto è deleterio perché distrugge anni di battaglie fatte anche dalla stessa comunità Lgbti a sostegno di quella emancipazione sessuale che è alla base di qualunque libertà.

Diverso, e più giusto, invece, fare emergere il fatto che Guarente si prostituisse come tassello utile alla ricostruzione del suo movente, soprattutto per chi non ha conosciuto questa persona: se la circostanza di prostituirsi è irrilevante ai fini della dignità personale e dello spessore morale e umano,può tuttavia risultare un cogente fattore di valutazione delle circostanze e della ricostruzione dei fatti quando si parla di un delitto avvenuto per gelosia. Un’occasione, dunque, per poterci interrogare su quanto e come una persona con una vita sessuale promiscua possa vivere la gelosia in coppia, a maggior ragione se uno o entrambi i partner si prostituiscono. E un modo per riflettere su come la gelosia in alcuni casi, più che temperamentale, sia un alibi per conservare quell'atteggiamento da bullo che porta alcune persone a rovinare sé stesse e chi le circonda in un vortice dove amore e morbosità si confondono: ricordo un suo video emblematico girato a Capodanno in cui accoglieva il nuovo anno sparando dei colpi di pistola. Questo mi sembra molto più significativo del fatto che si prostituisse.

Credi anche tu che Ciro abbia avuto dei complici come anche i quotidiani importanti stanno evidenziando? 

La mia idea è che ci sia molto di più dell'impeto passionale di un amante geloso del migliore amico della propria compagna. Quello che immagino è piuttosto la frustrazione e l'ossessività di un uomo che si stava rendendo conto come la crisalide che aveva conosciuto – grazie all'incontro con una persona come Vincenzo e a una ritrovata consapevolezza delle proprie sembianze fisiche – stesse scoprendo forti stimoli aspirativi ad accompagnarsi a qualcuno di più civile e stava per volare via in libertà come una farfalla. Ma non mi convince che sia così semplice commettere da solo tante efferatezze con modalità così simili a quelle della criminalità organizzata. Di certo, scavare nel passato d’una persona capace di arrivare a compiere gesta così disumane è difficile anche per gli inquirenti.

E a ciò non contribuisce l'omertà di chi sa e non parla, di chi anche con poco, potrebbe fornire un tassello utile alla ricostruzione di questo puzzle dell’orrore che ha reso vittima non soltanto un giovane ragazzo che non ha potuto reagire, ma un'intera comunità che oggi giustamente reagisce al suo posto. Quell'omertà complice del conformismo di chi non vuole mai esporsi, che io da sempre combatto mettendoci la faccia e prendendomi la responsabilità delle mie dichiarazioni, come faccio anche in questa sede. 

La rabbia per una vita spezzata mi tiene attonito da giorni. Ora desidero solo verità e giustizia per Vincenzo.

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In seguito all'omicidio di Vincenzo Ruggiero, il 25enne di Parete assassinato brutalmente da Ciro Guarente, si sta vivacemente discutendo sul modo in cui i giornalisti, anche di testate nazionali, hanno raccontato il fatto di sangue, presentandolo con titoli quali “gay ucciso” o “delitto gay”, come se esistesse una tipologia specifica di "crimine gay" e, dunque, alimentando un clima di stigma intorno alle persone Lgbti.

In merito a tale querelle Franco Grillini, direttore di Gaynews, e l'intera redazione hanno scritto una lettera aperta ad Alessandro Barbano, direttore de Il Mattino, testata che nei giorni scorsi ha fatto ampio uso di titoli simili a quelli indicati. La risposta di Barbano, pur riconoscendo la validità delle osservazioni avanzate, restituisce al mittente l’accusa di alimentare inutili stereotipi, sostenendo che i titoli “morbosi” sono la ricaduta dell’eccessiva visibilità delle persone Lgbti che, nel rivendicare dignità e diritti, manifesterebbero in maniera “trasgressiva”.

Abbiamo perciò deciso di chiedere a Paolo Colombo de La7, primo giornalista sportivo a fare coming out nel 2008 un parere personale sull’intera vicenda.

Paolo, cosa ne pensi di certi titoli a effetto con i quali alcune testate nazionali, come Il Mattino, hanno raccontato in questi giorni l'omicidio di Vincenzo Ruggiero?

Certi titoli, come quelli apparsi per l'omicidio del povero Vincenzo, sono roba da anni ‘50. Se fossi il direttore di un giornale li vieterei nella maniera più assoluta. Forse ai lettori piacciono certe pruderie. Però la colpa principale è di chi fa quei titoli vergognosi e ignobili, non dei lettori. C'è una parte di stampa più "omofoba" - mi si consenta questo aggettivo - che penso goda a preparare certi titoli e certi articoli. Si tratta spesso di quotidiani di nicchia, più schierati, la cui carta non userei neppure come fondo per la gabbia dei canarini.

A tal proposito, oggi sulla prima pagina de Il Mattino è stata pubblicata la nostra lettera aperta al direttore Barbano, in cui Franco Grillini e l'intera redazione mettono in risalto la scorrettezza di alcuni titoli. La risposta di Barbano lascia non poco perplessi. Prende atto delle posizioni di Grillini ma sostiene che gli stereotipi sui gay siano alimentati dalla stessa comunità Lgbti. Barbano afferma che, a suo parere, per avere meno titoli che parlino di "delitti gay" bisognerebbe avere meno "fortini gay", cioè meno Gay Pride e meno "esuberanze". Cosa ne pensi?

I titoli scandalistici li fa chi lavora al giornale, non certo la comunità Lgbti. Trovo raccapricciante come alcuni giornalisti trattino l'argomento Lgbti, a partire dall'omicidio di  Vincenzo sino ad arrivare ai reportage sui Pride. Fa "vendere" di più una foto che suscita attenzioni morbose o una che mostra la quotidianità delle persone Lgbti? Perché in alcuni tg mostrano sempre il lato più hot del Pride anziché le migliaia di persone che sfilano in jeans e tshirt? Bisognerebbe proprio chiederlo a quei giornalisti. Di contro, se provate a chiedere ai giornalisti la differenza tra coming out e outing, il 90% non saprà rispondervi. Mi è capitato spesso di correggere colleghi e spiegare loro la differenza tra le due parole.

Sempre il direttore de Il Mattino nella sua risposta invita la comunità Lgbti a reintrodurre "nella dimensione e nella vita quotidiana valori come l'intimità e il pudore". Cosa ne pensi?

Sono inorridito nel leggere frasi del genere.. Ma dove siamo finiti nel Medioevo, ai tempi della Santa Inquisizione? O nella solita e povera Italietta del "Si fa ma non si dice"? Trovo che certe persone non si rendano minimamente conto che siamo nel terzo millennio, più precisamente nel 2017. Una persona non deve essere giudicata da chi ama, sia esso uomo o donna, va giudicata per quello che fa nella vita di tutti i giorni, sul lavoro ad esempio. Se uno è un bravo giornalista ed è gay, dove sta il problema ? Se un calciatore è gay, devo giudicarlo solo ed esclusivamente per il suo rendimento in campo. Non di certo per chi ama. Attenzione, come vedi uso sempre il verbo amare e non uso mai l’espressione "con chi va a letto". I gay sono capaci di amare, come qualsiasi altro essere umano. Usiamo la parola amore quando parliamo di relazioni. Perchè bisogna sempre cercare il lato torbido nei rapporti gay?

Vorrei inoltre chiedere al direttore Barbano se si  è mai chiesto se ha qualche giornalista e/o collaboratore gay. Pensa che a scrivere certe affermazioni magari si può ferire uno dei suoi colleghi? Sono sempre più convinto che ci vogliano non uno ma cento coming out di personaggi famosi in Italia, per fare capire a tutti che si può essere grandissimi calciatori, grandissimi attori, cantanti, presentatori, atleti, campioni e amare una persona dello stesso sesso! Ciò aiuterebbe moltissimo gli adolescenti non accettati dalle proprie famiglie. Infine, una provocazione: cosa farebbe il direttore de Il Mattino se un calciatore del Napoli facesse coming out? Sono curiosissimo di sapere quale titolo si inventerebbe in tale occasione!

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La triste vicenda del barbaro assassinio di Vincenzo Ruggiero non è ascesa agli onori delle cronache solo per la particolare efferatezza del crimine e delle modalità utilizzate per l’occultamento del cadavere.

A margine, è nato un dibattito – interessante, seppure ammantato dalla tristezza e dallo sgomento per la vita spezzata del giovane attivista di Parete (Ce) – sul linguaggio utilizzato da parte delle principali testate giornalistiche nazionali per raccontare il delitto. “Delitto gay”, “gay ucciso”, “omicidio a sfondo omosessuale” ed altre simili espressioni sono state adottate, per lo più nei titoli degli articoli, suscitando indignazione e critiche. Tra ieri e oggi, alla bella lettera di Franco Grillini e della redazione di Gaynews.it al direttore de Il Mattino (quotidiano che, forse più degli altri, si è caratterizzato per un uso davvero poco sorvegliato del linguaggio) ha fatto seguito una articolata e assai discutibile risposta del direttore della testata napoletana.

Proprio da qui bisogna partire: il direttore, infatti, dopo aver ammesso una certa superficialità e leggerezza nell’uso dei termini da parte della testata (che già da oggi corregge il tiro, parlando di “delitto di Aversa”), abbozza una riflessione su quelle che a suo dire sarebbero le radici più profonde del corto-circuito linguistico. Queste, però, non andrebbero ricercate – come pure ci si sarebbe legittimamente aspettati – nella resistenza di pregiudizi diffusi e profondamente radicati, che collegano in modo irriflesso e acritico “ambienti omosessuali” e morbosa attenzione alla ricerca di scandalo. Piuttosto, la tendenza giornalistica a sottolineare (si badi, sottolineare, non semplicemente raccontare o menzionare) l’orientamento sessuale di vittima e assassino, senza che ciò sia immediatamente necessario a fini di cronaca sarebbe determinata…da una presunta eccessiva e chiassosa visibilità della comunità Lgbti, ad esempio in occasione dei Pride o ravvisabile, più in generale, nella tendenza a caratterizzare la propria presenza civile, sociale e culturale, attraverso quegli stessi termini usati (in modo distorto) dai giornali.

Insomma, quel che si rimprovera alla comunità Lgbti può essere così riassunto: non è coerente impostare le proprie lotte e rivendicazioni sulla visibilità e lamentare poi l’uso dei termini che quella visibilità identificano da parte dei giornali. L’argomento prova troppo, anche se coglie un aspetto interessante della questione, e cioè il sottile equilibrio tra visibilità, riconoscimento e rispetto.

Ecco, non si può ragionare sulla visibilità – le sue radici, le sue conseguenze – senza considerare gli altri due termini del rapporto. Ed è proprio qui che il pensiero del direttore de Il Mattino si fa carente. La visibilità delle persone e della comunità Lgbti non è infatti un capriccio, né un tratto “caratteriale” o un “vizio” culturale: essa si pone piuttosto al crocevia tra ciò che è privato e ciò che è pubblico, saldando assieme le due dimensioni. I corpi – offerti nei Pride agli occhi, agli obiettivi, ai titoli dei giornali, alle critiche – non sono solo corpi, ma davvero campi di una battaglia più grande. Allo stesso modo, le scelte intime – l’affettività, la vita di coppia, mettere al mondo figli – per l’omosessuale escono immediatamente dalla sfera privata e diventano terreno di rivendicazione politica, anche quando si vede rifiutare una prenotazione da una struttura turistica, o porta i figli a scuola.

Ma ciò non avviene per un capriccio o per esibizionismo: ciò avviene perché l’omosessuale, storicamente, non ha avuto e non ha altro strumento per rendere evidente la pari dignità sociale della propria differenza, conculcata da secoli di oppressione, culturale e non solo. L’alternativa non è allora tra restare visibili o tornare a nascondersi, per non turbare la quiete sociale e – non si sa bene come – accelerare una uguaglianza ancora ben lontana, in fatto e in diritto. L’alternativa è – e non può essere altrimenti – tra una visibilità censurata e respinta, secondo i canoni di un pregiudizio che, come ancora oggi leggiamo, può annidarsi più o meno inconsapevolmente anche tra le righe scritte dal direttore di uno dei maggiori quotidiani italiani; e una visibilità riconosciuta e rispettata nelle sue ragioni politiche e culturali più profonde, come segno di un itinerario storico di liberazione e presenza civile che viene da molto, molto lontano e affonda le proprie radici – e ancora si nutre – nel terreno dell’autodeterminazione personale e della richiesta di riconoscimento e rispetto, per quel che si è.

Solo se si è coscienti di questa alternativa si può comprendere quanto sia importante il modo in cui si nomina una realtà, e per ciò stesso la si rende presente alla collettività. Le parole seguiranno.

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Sabato 29 luglio si è spento a Brescia Tony Patrioli, il fotografo italiano per antonomasia dei nudi maschili. Nato a Minerbio (Bs) il 9 giugno 1941, il maestro dello scatto softcore e del nudo artistico s'indirizzò subito al mondo omosessuale, dichiarandosi esplicitamente tale negli anni '70 del secolo scorso sulla rivista Homo. A poche ore dal rito funebre, che si terrà alle 15.00 di oggi nel tempio crematorio bresciano di Sant'Eufemia, Gaynews ha raccolto la testimonianza di Felix Cossolo, figura di riferimento del movimento Lgbti italiano, ideatore della libreria Babele e già direttore di riviste storiche come Lamba e Babilonia.

Ho visto per l'ultima volta Tony Patrioli più di un mese fa. Ivan Teobaldelli (già condirettore di Babilonia e amico da lunga data con il fotografo) mi aveva chiesto di accompagnarlo a Brescia: sapevamo che Tony stava molto male e soffriva tanto. Volevamo perciò salutarlo per l'ultima volta.

Dopo il suo trasferimento da Milano, dove aveva avuto lo sfratto, Tony era ritornato a vivere a casa sua a Brescia con suo fratello. Un rapporto problematico d'incompatibilità reciproca, ma non aveva alternative. Tony era ormai solo. Aveva pochi amici e una difficile situazione economica. Viveva dalla sua pensione: recentemente aveva chiesto all'Inps l'integrazione per l'accompagnamento. Ormai non era più autonomo nei movimenti. Per fortuna un suo vecchio amico bresciano, Ivano, lo sosteneva e accudiva nell'ultimo periodo.

Ci siamo ritrovati a Brescia una domenica di giugno. Tony non voleva assolutamente incontrarci a casa sua e del fratello: per lui era una vera prigione. Ha preferito, perciò, fare uno sforzo sovrumano e scendere le scale per raggiungerci al posteggio auto in strada. È arrivato molto dimagrito, sofferente, con le stampelle. Abbiamo allora deciso di dirigerci a casa di Ivano che abita a pochi passi. Faceva fatica. Quel centinaio di metri per spostarci sono stati un'eternità. Ivano lo sosteneva e finalmente siamo giunti a destinazione. Abbiamo iniziato a conversare.

Tony per fortuna era ancora molto lucido. Ci ha parlato del progetto di un nuovo libro con la casa editrice tedesca Bruno Gmunder: se ne stava occupando Giovanni Dall'Orto, ma dopo anni il volume non vede ancora la pubblicazione e lui era un po' demoralizzato per questo. Abbiamo parlato delle nostre avventure ma anche delle aggressioni subite. Io e Tony una volta l'abbiamo vista brutta al canale Villoresi, dove fummo aggrediti da una banda di teppistelli. Io ebbi la fratture di alcune costole. Lui rischiò anche il furto della sua preziosa macchina fotografica, ma per fortuna con ostinazione riuscì a recuperarla.

Abbiamo parlato dei nostri viaggi e dei nostri amori. Lui era contentissimo per l'approvazione recente della legge sulle unioni vicili, avrebbe voluto sposarsi e aveva anche un suo fan che era disposto a unirsi civilmente con lui. Aveva fotografato il mio più grande amore, Nichi.

Durante l'ultimo periodo Bruno, un suo modello torinese che aveva immortalato 30 anni prima, lo aveva cercato ed era riuscito a contattarlo. Tony era entusiasta per questo incontro e avevano iniziato a frequentarsi (Bruno aveva 17 anni quando si erano conosciuti, ma poi si erano persi di vista). Era la sua storia più importante e ora Bruno, pur essendo sposato e con figli, aveva deciso di stargli vicino visto che Tony era gravemente malato. Purtroppo anche questa storia era finita male. Tony si era sentito usato perchè Bruno chiedeva costantemente soldi: aveva quindi intuito che la disponibilità mostrata da Bruno era semplicemente calcolata per interessi economici. Questo aveva demoralizzato ancora di più Tony.

Al termine dell’incontro io e Ivan Teobaldelli abbiamo salutato con calore Tony. Ci siamo riproposti di rivederlo al più presto ma eravamo a conoscenza delle diagnosi mediche: a Tony non sarebbero restati che pochi giorni di vita. L'ultimo mese era stato trasferito da casa in una clinica per malati terminali ma, sedato, non ha resistito ancora per molto. Ci ha lasciati. Restano le sue foto eccezionali e la nostra voglia di ricordarlo con una grande esposizione dei suoi lavori. Speriamo quanto prima. Intanto vogliamo solo dirti: Tony non ti dimenticheremo mai.  

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Da qualche mese è stato pubblicato per Fandango/Playground Ti dirò un segreto, il nuovo romanzo di Davide Martini. Di origini sannite, il giovane scrittore vive e lavora a Madrid. Nel 2007 aveva suscitato grande interesse con il suo romanzo d’esordio 49 gol spettacolari che è stato tradotto anche in spagnolo.

Nel nuovo romanzo Ti dirò un segreto ritroviamo Lorenzo e Riccardo, i protagonisti di 49 gol spettacolari dieci anni dopo, alla resa dei conti con le loro insicurezze, la loro urgenza di fare esperienza e la loro necessità di rimettere in discussione il rapporto d’amore e le modalità vivere il desiderio.

Agli occhi di tutti, quella costituita da Lorenzo e Riccardo, è una coppia di successo, un esempio da imitare, ma in realtà si tratta di una relazione in crisi, minata dal dubbio di non avere costruito nulla di diverso dai matrimoni, tanto criticati, dei propri genitori.

Un romanzo divertente e commovente sul senso dello stare in coppia oggi, in particolare quando a essere coinvolti sono due giovani uomini. Abbiamo incontrato Davide Martini davanti a una birra fredda, all’esterno del Kings Bear, il locale gay in cui si è tenuta la presentazione napoletana del libro.

Madrid è molto presente nel tuo romanzo. Cosa rappresenta per te, autore beneventano, Madrid e la Spagna?

Per me Madrid ha rappresentato e rappresenta  la libertà oltre che  uno scatto di orgoglio. In Italia per specializzarmi mi si chiedevano raccomandazione e spintarelle. In Spagna ho potuto dimostratre quello che valevo in un concorso pubblico e senza compromessi.  E poi volevo capire come si vivesse da gay liberi, cosa si provasse a camminare per strada mano nella mano col tuo compagno senza la paura di certe occhiate o di essere insultati.

In un'altra intervista hai detto che Madrid è entrata già in un'era post-omosessuale. Cosa volevi dire esattamente? L'Italia, invece, è davvero ancora nel medioevo, come afferma uno dei personaggi del tuo libro?

Il termine post-omosessuale è stato coniato per la prima volta nell’ambito letterario, riferendosi all’idea che in alcuni romanzi, pur essendoci personaggi omosessuali, il nucleo drammatico non ruotasse intorno alla loro omosessualità. In questo senso vivo in un Paese dove l’orientamento sessuale non interessa realemente più a nessuno: né nell’ambito lavorativo né personale. E l’Italia va lenta su questi temi, ormai superata anche da Malta. L’Italia, l’ho sempre detto, è un Paese intrinsecamente di destra.

Ti dirò un segreto è anche un romanzo che indaga il rapporto di relazione tra desiderio e menzogne. Abbiamo davvero bisogno, come suggerisce la storia che narri, di ammantare i nostri desideri più intimi di bugie che ne giustifichino l'esistenza?

Non credo che ne abbiamo bisogno. Credo piuttosto che ce lo abbiano imposto. Ci hanno obbligato a credere che il desiderio è accettabile solo quando è travestito da altro: l’amore, l’ambizione, l’altruismo. E quanto piú mentiamo a noi stessi e agli altri, tanto piú distruttivo diventa il desiderio.

La coppia protagonista del tuo romanzo, Lorenzo e Riccardo, dopo tanti anni di vita insieme, sperimentano una crisi fatale per il loro rapporto. Credi davvero che non esistano coppie che resistano al tempo? O è un fatto solo delle coppie gay?

Credo che l’amore è come un’energia che si trasforma col tempo: passa da uno stato all’altro. Oggi c’è passione, domani desiderio, affinitá e forse ancora passione. In questo senso l’amore è realmente eterno: se ho amato qualcuno in qualche modo, non smetteró mai di amarlo. La domanda credo che sia, per tutti, gay ed etero, non se l’amore sia unico, eterno e indistruttibile (termini piú adatti a una divinità che a un sentimento) quanto piuttosto: quanto sacrifichiamo di noi stessi e delle nostre relazioni all’altare di questo ideale ?

All'interno della storia c'è anche un trinomio, cioè una "coppia" formata da tre persone. Cosa ne pensi del poliamore?

Il poliamore è molto di moda recentemente. Per me è stato un punto di arrivo: non sono geloso, non lo sono mai stato e fino a un certo punto me ne sono fatto una colpa. Poi ho conosciuto altri poliamorosi e ho scoperto che mi sentivo a mio agio. Non riesco a pensare alle persone come fossero oggetti secondo una concezione capitalistica degli affetti. Come dico sempre: il tuo fidanzat@ non è una matita o una mecchina. Se lo usa un’altro non si consuma, né si rompe. Però anche il poliamore hai i suoi tranelli e davvero poche persone hanno la capacità di affrontare le proprie insicurezze personali. Oltre agli ovvi problemi di organizzazione.

Ti dirò un segreto è anche un libro che parla della ricerca della felicità che riguarda ciascuno di noi. Cos’è per Davide Martini la felicità?

La felicitá non uno stato. Ma è un’ideale a cui tendere nei propri atti quotidiani. La felicitá esiste sempre nel futuro o nel passato, mai nel presente. La coscienza della felicitá ne annulla l’esistenza, secondo me. Adesso, per esempio, mi farebbero felice una casetta in riva al mare e tutto il tempo del mondo per leggere e scrivere. Probabilmente, se per magia mi fosse concesso, non ne sarei soddisfatto. 

Davide, per concludere, qual è il segreto che hai avuto più difficoltà a dire a qualcuno o a te stesso?

Che l’amore non mi avrebbe salvato. Che ci sarei dovuto riuscire da solo. 

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