Ennesimo atto di omofobia, mista a razzismo e antisemitismo, nella Capitale. Stamattina nel quartiere della Garbatella è stata scoperta sul muro di un cortile condominiale la scritta vergata in nero Nel forno che vorrei froci, zingari e giudei. Accanto una svastica. La scrittà è stata poi cancellata per interessamento del consigliere dem Flavio Conia dell’VIII° Municipio.

Tra le prime voci a condannare la senatrice Monica Cirinnà, che ha detto: «Questa mattina, per l’ennesima volta in pochi mesi, Roma si è svegliata in un clima di razzismo, antisemitismo e omofobia. Nel quartiere Garbatella è comparsa una scritta dal contenuto irripetibile, accompagnata da una svastica».

Contattato da Gaynews, Sebastiano Francesco Secci, presidente del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, ha dichiarato: «Come ogni anno lo scorso 27 Gennaio omosessuali, ebrei, rom e sinti hanno ricordato insieme le persecuzioni e i massacri di cui furono protagonisti nel secolo scorso.

Scritte come queste sono la dimostrazione tuttavia che il ricordo non basta: occorre riflettere e prestare attenzione per cogliere i segnali ed evitare il ripetersi di una storia non troppo lontana. Una riflessione che assume un carattere particolarmente indicativo alla vigilia della Giornata internazionale contro le discriminazioni.

La classe politica, che ci governa, non solo non interviene in tal senso ma continua ogni giorno ad alimentare lo stigma del diverso in una perenne campagna elettorale, vissuta purtruppo sulla pelle del Paese».

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L’Uccello Padulo è il nuovo romanzo provocatorio e dissacrante di Giovanni Lucchese, narratore che alterna la sua verve ironica a caustica con la passione per il noir.

In questo romanzo, Lucchese racconta la storia di Billo, un giovane ricco e viziato, erede di una facoltosissima famiglia romana, che trova calore umano e motivazioni esistenziali nel momento in cui, accidentalmente, entra in contatto con una comunità LGBT che abita nel quartiere popolare di San Lorenzo. La scoperta di un mondo fervido di cure e sentimenti trasforma Billo in un’altra persona, facendogli scoprire aspetti del suo carattere e della sua personalità che neppure immaginava di avere. Per saperne di più su L’Uccello Padulo, contattiamo Giovanni Lucchese.

Cos’è l’Uccello Padulo? Cosa “si nasconde” dietro questo titolo apparentemente irriverente?

L'Uccello Padulo è un animale mitologico che vive nel sottobosco e colpisce alle spalle. Proprio come gli eventi che si susseguono nel mio romanzo arrivano all'improvviso per stravolgere la vita di Billo, il protagonista, e cambiarla per sempre.

Il tuo romanzo racconta il cambiamento profondo del protagonista Billo, un rampollo viziato della “Roma bene”, in un uomo più sensibile e “umano”. Credi siano davvero possibili queste trasformazioni? Qual è la molla di un cambiamento così radicale?

Sono possibili come tutto lo è. Purtroppo non avviene frequentemente, non è facile convincere qualcuno che il suo mondo, l'ambiente nel quale è nato e vissuto, possa essere sostituito con una versione migliore di esso. Può avvenire soltanto quando si ha un animo sensibile e privo di pregiudizi, quando si è aperti all'ignoto, a ciò che non fa parte della nostra zona comfort. Di solito avviene quando osserviamo qualcuno agire in modo completamente diverso dal nostro, e lasciamo che le sue azioni ci ispirino gettando luce su quelli che sono i nostri tratti negativi.

Al centro del tuo libro, e del cambiamento di Billo, c’è la comunità LGBT e c’è Mamma Sophie, una donna transessuale che ne è leader. Quanto deve – a tuo parere – l’emancipazione della nostra società al contributo della comunità LGBT?

Deve tutto. la comunità LGBT ha il compito, e anche il dovere, di mostrare alternative alla vita tradizionale che al tempo stesso siano "normali" e perfettamente accettabili. Solo mostrando apertamente la propria "diversità" si può dimostrare che, in fondo, siamo tutti uguali. Il preconcetto nasce dalla paura del diverso e può essere sconfitto soltanto educando le persone e mostrando loro che in fondo così diverso non è. Uscire allo scoperto con naturalezza è una delle chiavi principali per l'emancipazione, prima di educare bisogna mostrare.

Il tuo romanzo racconta anche quanto la famiglia in cui si riscontrano i valori più sani e solidali non sia necessariamente quella tradizionale, che passa per il sangue. Secondo te, che cos’è la famiglia, oggi, nel terzo millennio, in Italia?

Il concetto di famiglia è in perenne lotta per affermare un'evoluzione che spesso gli vuole essere negata. Famiglia significa senza dubbio legami di sangue, questo è innegabile, e spesso può anche essere il luogo sicuro e confortevole che dovrebbe essere. Non ho nulla contro la famiglia tradizionale, purché non si senta in diritto di criticare, o peggio ancora non riconoscere, tutti quei legami che vanno oltre quelli di sangue. Famiglia può voler dire le persone che ci scegliamo durante il nostro cammino, quelle con cui condividiamo ciò che abbiamo dentro, che sono in qualche modo affini a noi. Ma possono anche essere le persone che ci stimolano a crescere, spesso anche con durezza, spingendoci ad andare oltre quelli che pensiamo siano i nostri limiti. Bisogna allargare il concetto di famiglia, soprattutto in questo paese, lasciando che abbracci molte altre realtà che al momento vengono riconosciute con un po' di fatica.

Hai dedicato questo libro alla Karl du Pignè, scomparsa prematuramente a settembre. Ci offri un tuo personale ricordo di questo importante personaggio della comunità LGBT italiana?

La mia prima volta in un locale Gay, precisamente Muccassassina, l'ho vista di fronte alla porta del locale, vestita da antica egizia, che accoglieva le persone con una verve e un carisma che non avevo mai visto prima. Ho pensato che una persona così fosse impossibile da dimenticare, e così è stato. Ogni volta che l'ho incontrata, anche quando la sua mente sembrava essere altrove, l'ho sempre trovata disponibile e gentile, non risparmiava mai un sorriso o una delle sue battute al vetriolo a nessuno. C'è bisogno di più persone come lei al mondo, soprattutto in Italia.

 

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Il 28 aprile 2019 è una data importante per il Lovers Film Festival - Torino Lgbtqi Visions: durante la serata finale della rassegna verrà svelato il nome del nuovo direttore o della nuova direttrice. Il Museo Nazionale del Cinema, infatti, ha avviato la procedura per la selezione del nuovo vertice artistico di quello che è il più antico festival sui temi Lgbtqi d’Europa e terzo nel mondo. 

Nel 2019 conclude il suo mandato triennale Irene Dionisio che dal 2017 - con la consulenza artistica di Giovanni Minerba, fondatore con Ottavio Mai della rassegna - dirige il festival. Festival che, quest’anno, si volgerà dal 24 al 28 aprile a Torino presso la Multisala Cinema Massimo del Museo Nazionale del Cinema.

La selezione del nuovo direttore artistico sarà affidata a una commissione di selezione - composta da Giaime Alonge, Alessandro Battaglia, Ricke Merighi, Roberto Piana e Bruna Ponti - che avrà il compito di presentare tre nomi al comitato di gestione del Museo, al quale, spetterà la decisione finale. La call, che scadrà il 25 marzo 2019, è pubblicata sul sito internet di Lovers.

Molto soddisfatta ed emozionata Irene Dionisio, che dichiara: “Sono molto felice di aver condotto alla fine il mio mandato triennale con il massimo senso di responsabilità possibile per un Festival di tale importanza. Ho lavorato nella mia direzione artistica sulle tematiche Lgbtqi nel solco delle tradizione trentennale del Festival con una particolare attenzione al femminile, ai linguaggi innovativi, alla ricerca e alla dialettica queer.

Sono stati anni intensi e di transizione, pieni di sfide e soddisfazioni e sono molto orgogliosa di poter stringere a breve la mano al prossimo direttore o direttrice per un sereno e condiviso passaggio di consegne che garantisca una progettualità ricca e costruttiva attorno ad uno dei più antichi Festival Lgbtqi internazionali. Ringrazio con grande affetto e stima il mio team di lavoro, professionale, partecipe ed appassionato, la comunità Lgbt per il ricco scambio reciproco e il Museo del Cinema per la fiducia accordatami in questi tre anni. Arrivederci alla 34esima edizione dal 24 al 28 Aprile 2019 al Cinema Massimo. Vi aspettiamo a braccia aperte".

Il presidente del Museo Nazionale del Cinema di Torino Sergio Toffetti commenta così il passaggio: “Il Museo del Cinema da ormai 15 anni organizza il festival, portando avanti il progetto iniziato da Ottavio Mai e Giovanni Minerba. Lovers è oggi un punto di riferimento irrinunciabile, sia per il panorama cinematografico internazionale, sia per la costruzione di una società sempre più attenta ai diritti delle persone. Un risultato raggiunto anche grazie all’impegno di Irene Dionisio, che dirige il festival dal 2017 ed è ora all’opera per realizzare un’edizione 2019 che, come sempre, farà divertire, discutere, pensare, sognare.

Il Museo del Cinema ringrazia dunque Irene per questi tre anni di percorso comune e le fa i migliori auguri per il suo lavoro di cineasta, nella certezza che si tratti di un arrivederci. Un ringraziamento va anche a Giovanni Minerba che continua a prestare la sua opera per la riuscita del festival”.

L’appuntamento è ora a Torino dal 24 al 28 Aprile 2019 al Cinema Massimo.

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Shams ha annunciato che il Governo tunisino ha fatto appello contro la decisione del Tribunale di Tunisi del 23 febbraio 2016 che ne autorizzava l'attività. I responsabili dell'associazione sono stati convocatti davanti ai giudici il 1° marzo.

L'organismo, finalizzato all'ottenimento della depenalizzazione dell'omosessualità in Tunisia, violerebbe, secondo il Segretario generale del Governo che presentò il ricorso nel 2016, la legge sulle associazioni e «i valori islamici della società tunisina, che rigetta l'omosessualità e ne proibisce un tale comportamento estraneo». Ma non avendo, all'epoca, la Corte riscontrato alcuna infrazione, l'iniziale sospensione di 30 giorni fu revocata.

L'appello, presentato il 20 febbraio scorso dall'incaricato di Stato per i contenziosi, muove dal presupposto che, proibendo la legge tunisina l'omosessualità sulla base dell'articolo 230 del Codice penale del 1913 (che, largamente modificato nel '64, commina fino a tre anni di reclusione per atti privati di sodomia tra adulti consenzienti), proibirebbe dunque anche l'attività di associazioni in difesa di «tali pratiche». 

A difesa di Shams si è schierata Human Rights Watch, annunciando che «il Governo tunisino dovrebbe fermare il suo tentativo di ricorrere contro una sentenza della Corte, che conferisce a un'associazione Lgbt il diritto di operare».

Amna Guellali, direttrice del bureau dell'ong a Tunisi, ha dichiarato: «Se le associazioni che difendono i diritti umani e le minoranze sessuali vengono sciolte o messe a tacere, l'immagine della Tunisia come santuario di libertà e democrazia nell'area nordafricana subirà un grave contraccolpo».

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Martedì la Chiesa Metodista Unita ha votato per ribadire il divieto dei matrimoni tra persone dello stesso sesso e del clero Lgbti. Mossa, questa, che potrebbe segnate l’allontananento di un gran numero di fedeli favorevoli alle riforme. 

Con 438 voti a favore rispetto ai 384 negativi, i delegati di tutto il mondo alla Conferenza generale in St. Louis hanno rafforzato un principio  della Chiesa Metodista Unita che, stabilita nel 1972, ritiene "la pratica dell'omosessualità incompatibile con l'insegnamento cristiano".

Conosciuta come Tradional Plan, la nuova politica include sanzioni per chi ne infrange le regole e chiede ai disobbedienti di trovare un'altra chiesa.

Il Tradional Plan è stato approvato per dare coesione alla Chiesa Metodista Unita relativamente al clero Lgbti e al matrimonio egualitario dopo anni di contrapposizione tra le singole comunità, con alcune delle quali che denunciano l'omosessualità come peccato e altre che accolgono tra i ministri di culto persone gay e lesbiche.

Prima di optare per il Tradional Plan, i delegati hanno respinto il progetto alternativo noto come One Church Plan, che avrebbe permesso alle singole chiese di decidere autonomamente se celebrare o meno matrimoni omosessuali e accogliere componenti gay e lesbiche del clero. Esso prevedeva anche l’eliminazione della dichiarazione, secondo cui l'omosessualità è in contrasto con il cristianesimo.

Il voto ha suscitato molte proteste all’interno di quella che è la seconda denominazione protestante degli Usa a livello numerico.

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È morta nella sua casa di Nashville, venerdì 22 febbraio, la cantante soul Jackie Shane: aveva 78 anni. A darne notizia la sua etichetta discografica Numero Group

Principale interprete del genere Rhythm and Blues nella Toronto degli anni ’60 del secolo scorso, l’artista è ricordata come una delle icone transgender di quel periodo.

Nata a Nashville, nel Tennessee, il 15 maggio 1940, Jackie afferma con coraggio la propria identità di genere femminile sin dall’adolescenza.

Nel 1960 si trasferisce nella città canadese di Montreal, dove, nel corso di un concerto del gruppo Frank Motley and his Motley Crew presso l’Esquire Show Bar, attira l’attenzione del frontman Frank Motley per il suo abito rosso fuoco. Invitata a salire sul palco, stupisce tutti per l'esecuzione di brani di Ray Charles e della Bobby Blue Bland. 

Diventa così la cantante principale del gruppo e nel 1961 si stabilisce a Toronto. Nel 1963 s’impone alla generale attenzione per la cover di Any Other Way che, registrata per la Sue Music nell’autunno del ’62, presenta, rispetto all’originale di William Bell, la trasformazione delle parole Tell her that I'm happy in Tell her that I'm gay.

Una maniera, questa, non solo di giocare sull’originaria sinonimia tra happy e gay ma anche di affermare esplicitamemte, attraverso lo sdoganamento di una parola all’epoca poco usata e onnicomprensiva in riferimento alle persone Lgbti, la propria identità trans. Jackie appare così l’unica donna afroamericana transgender impegnata nella musica soul, in anni in cui la transessualità non è stata ancora definita e gli atti omosessuali, in Canada, sono ancora perseguiti penalmente (lo saranno fino al ’69).

Poi, nel 1971, il ritiro dalle scene per prendersi cura della madre a Los Angeles.

I riflettori tornano a riaccendersi su di lei nel 2010, quando la CBC Radio trasmette il documentario I Got Mine: The Story of Jackie Shane. Nel 2017 l’artista pubblica il boxset Any Other Way, che è stato candidato ai Grammy 2019, svoltisi nella notte tra il 10 e l’11 febbraio, per la categoria Best Historical Album.

La sua vita, la sua arte, la sua eredità sono sintetizzate nelle parole pronunciate nel corso d’un’intervista al Guardian nel 2017: «Non m'inchino. Non m’inginocchio. Il punto più basso, cui arrivo, è la parte superiore della mia testa. Questa è Jackie». 

 

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Colpevole di molestie sessuali su due 13enni secondo cinque capi d'accusa: uno per aggressione e quattro per attentato al pudore.

Questo il verdetto che, emesso all’unanimità l’11 dicembre dai 12 giurati della County Court di Victoria a Melbourne nei riguardi del cardinale George Pell, è stato reso pubblico soltanto oggi dopo che il medesimo tribunale ha revocato il divieto ai media di notificare la condanna. Anche se sembra essere sfuggita a tutti la menzione esplicita fattane da Frédéric Martel nel suo ultimo libro Sodoma, dove a p. 118 si legge: «Il suo primo processo, che conta migliaia di pagine d’audizioni, si è concluso con la sua condanna alla fine del 2018».

Secondo la giuria, il porporato 77enne, già componente del Consiglio dei Cardinali (detto comunemente C9 bergogliano) e prefetto della Segreteria (Vaticana) per l’Economia, molestò nel 1996 i due adolescenti, componenti del coro della cattedrale di Saint Patrick a Melbourne (quando Pell ne era arcivescovo), dopo che gli stessi gli avevano servito messa. La giuria ha anche dichiarato che il presule si è reso colpevole di aver aggredito in modo indecente uno dei due adolescenti in un corridoio più di un mese dopo.

L'udienza di condanna inizierà domani. Il cardinale, che rischia fino a 50 anni di carcere, continua a dichiararsi innocente e il suo avvocato prevede di ricorrere in appello.

Conservatore della linea ratzingeriana e pubblicamente critico nei riguardi di Bergoglio, soprattutto all’indomani della pubblicazione dell’Esortazione apostolica post-sinodale Amoris Laetitia (in riferimento alla quale ha supportato i Dubia, sottoscritti dai cardinali Brandmüller, Burke, Caffarra, Meisner), George Pell, che ama celebrare secondo il messale di Pio V o tridentino, si è reso noto in Australia come paladino dei valori tradizionali del cattolicesimo.

Noto per le sue crociate contro la legalizzazione dell’eutanasia e del matrimonio tra persone dello stesso sesso, il porporato si è sempre pronunciato criticamente contro l'ordinazione sacerdotale delle donne e l'abolizione del celibato cleriale.

Promosso nel 2001 ad arcivescovo di Sidney da Giovanni Paolo II (che lo avrebbe creato cardinale due anni dopo) ed entrato in diocesi il 10 maggio, Pell ebbe allora a dichiarare nell'omelia per la presa di possesso canonico: «L'insegnamento cristiano sulla sessualità è solo una parte dei Dieci Comandamenti, delle virtù e dei vizi. Ma è essenziale per il benessere umano e specialmente per il corretto sviluppo dei matrimoni e delle famiglie, per la continuità della razza umana».

Nel 2009, a seguito delle dichiarazioni di Benedetto XVI su la monogamia e l'astinenza sessuale quale soluzione all'Hiv/Aids in Africa, fecero enorme scalpore le affermazioni del porporato ben al di là degli stessi postulati ratzingeriani. 

«L'idea di poter risolvere - disse all'epoca nel corso di un'intervista televisiva - una grande crisi spirituale e sanitaria come l'Aids con alcuni congegni meccanici come i condom è ridicola. Se si guarda alle Filippine, si vedrà che l'incidenza dell'Aids è molto più bassa rispetto alla Thailandia, che è inondata di preservativi. Ci sono preservativi ovunque, eppure il tasso di infezione è enorme. I preservativi incoraggiano la promiscuità; i preservativi, dunque, incoraggiano l'irresponsabilità».

Si è fatto anche notare per l'opposizione alle tesi ambientalistiche del cambiamento climatico (in pieno accordo col pensiero di Trump) non risparmiando attacchi all'enciclica bergogliana Laudato si'.

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All’indomani della vandalizzazione del murale raffigurante la Tarantina si è tenuto a Napoli in via Concezione 26 (a Montecalvario) un presidio di solidarietà e denuncia.

La manifestazione ha avuto luogo, dalle 16:00 alle 18:00, davanti a Palazzetto Urban, su un cui muro lo street artist Vittorio Valiante ha realizzato la grandiosa opera muraria dedicata all’ultimo femminiello di Napoli nonché figura iconica dei Quartieri Spagnoli.

Un gesto transfobico, che la Giunta comunale non ha esitato a definire «vile e di profonda ignoranza della nostra storia e della nostra cultura, al quale occorre dare subito una risposta concreta, con una condanna formale, il ripristino in tempi brevi dell’opera stessa e soprattutto una mobilitazione popolare per affermare che Napoli è amore e non odio e sopraffazione».

In prima linea, davanti a Palazzetto Urban, proprio la Tarantina, che ha dichiarato: «Quello che hanno fatto non è un gesto diretto solo a me, ma a tutti. Hanno fatto sembrare una cosa di cui vergognarsi qualcosa che invece non lo è. Io ho girato tutto il mondo. Ma la città più bella, più calda, più umana, è Napoli. Napoli ti dà tutto: è una città dove si può sognare. Napoli è come una famiglia, quello di cui una persona ha bisogno».

Al presidio hanno preso parte la delegata comunale alle Pari Opportunità Simonetta Marino, l'assessore Gaetano Daniele (Cultura), le assessore Laura Marmorale (Diritti di citadinanza) e Monica Buonanno (Lavoro), le/i componenti del Tavolo Interassessorile per la Creatività Urbana, l’artista Vittorio Valiante nonché il conduttore televisivo Diego Bianchi.

In gran numero componenti delle associazioni Lgbti a partire da Atn (Associazione Transessuale Napoli) e Arcigay Napoli.

Nel corso della manifestazione Loredana Rossi, vicepresidente di Atn, ha  detto: «La cancellazione del viso della Tarantina è come la cancellazione dei nostri volti. Forse quanti l’hanno fatto vorrebbero cancellare le nostre esistenze.

Voglio dire a queste persone: Noi ci siamo. Noi esistiamo. Abbiamo fatto le Quattro Giornate, la Resistenza a Napoli. Abbiamo dato il sangue per questa città e non ci cancellerete mai».

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Nella capitale un ennesimo caso di discriminazione a danno d’una coppia gay. Come denunciato dal 39enne Giovanni Marino, lui e il suo compagno, la sera del 23 febbraio, erano in lista per l’apericena presso il noto locale Vinile in via Giuseppe Libetta.

«Eravamo in fila come gli altri e avevamo un abbigliamento normale - racconta Giovanni - Ci tenevamo mano nella mano come facciamo spesso. Poi i buttafuori del locale ci hanno negato l'ingresso».

In base alla ricostruzione del 39enne, la security ha inizialmente addotto come motivazione la necessità d'essere in coppia quale requisito indispensabile per accedere. Quando Giovanni ha fatto notare che lui era accompagnato dal proprio partner, sono stati invitati a parlare con il responsabile dei buttafuori. A questo punto è arrivata la frase che li ha lasciati sconcertati: «Per coppia si intende quella tradizionale».

Grillini: " Necessario un percorso di formazione per il personale"

Ferma condanna per quanto successo è stato espressa da Franco Grillini, presidente di Gaynet e direttore di Gaynews, che ha dichiarato: «Quanto successo al Vinile, sulla base della denuncia della coppia stessa, è molto grave. Non è la prima volta che si verificano casi di palese discriminazione presso esercizi commerciali o club della capitale. Qualora dovessero risultare vere le accuse nei riguardi del responsabile dei buttafuori, è necessario che lo stesso ne risponda in prima persona su tutti i piani al pari dei titolari del locale.

Questo ennesimo episodio di omofobia rilancia con forza la necessità di arrivare in tempi brevi alla discussione della legge antiomofobia in Parlamento. Ma anche le regioni, compresa la Regione Lazio, possono dare un forte contributo varando norme contro le discriminazioni a partire dalle competenze delle stesse.

Auspichiamo, inoltre, che gli eventuali responsabili si scusino per quanto avvenuto e siano coinvolti in un percorso di formazione per il personale del Vinile, affinché lo stesso sia sensibilizzato alle tematiche della diversità in modo che più nessuno debba subire episodi di questa gravità».

Bonafoni: "Urge approvare la legge regionale contro le discriminazioni"

Viva riprovazione per l’accaduto e richiamo alle necessità d’una legge regionale contro le discriminazioni sono state espresse anche da Marta Bonafoni, capogruppo della Lista Civica Zingaretti al Consiglio regionale del Lazio, che ha dichiarato a Gaynews: «L’episodio accaduto sabato sera al locale Vinile, dove una coppia di giovani omosessuali è stata respinta all’ingresso, è certamente da condannare.

Non è la prima volta che nella nostra città si verificano discriminazioni nei confronti di ragazze e ragazzi gay, a testimonianza di un clima di intolleranza che va combattuto e stigmatizzato.

La proposta di legge contro l’omofobia che ho presentato quasi un anno fa ha alla base proprio la formazione, l’informazione, la sensibilizzazione sulle diverse forme di orientamento sessuale e identità di genere in ogni ambito della vita quotidiana, a partire dalla scuola fino al mondo del lavoro, perché solo attraverso la conoscenza e la cultura saremo in grado di costruire una società basata sul rispetto reciproco.

Mi auguro, quindi, che quel testo con le integrazioni che possono derivare dalle altre proposte di legge depositate al più presto possa cominciare il suo iter legislativo in Consiglio Regionale e arrivare a una rapida approvazione».

Il tweet di condanna della sindaca di Roma

Condanna è stata espressa, nel primo pomeriggio, anche dalla sindaca Virginia Raggi, che in un tweet ha scritto: «Inaccettabile che nel 2019 si facciano ancora discriminazioni sessuali. Ferma condanna verso quanto accaduto in un locale di via Libetta a Roma».

Il j'accuse di Futura Lgbtqi

Sulla vicenda è intervenuta anche Futura Lgbtqi, la sezione arcobaleno del movimento politico fondato da Marco Furfaro.

Il responsabile Milo Serraglia ha dichiarato a Gaynews: «Quanto successo a Roma in un locale a via Libetta, dove una coppia gay è stata respinta all’ingresso “perché qui entrano solo coppie etero”, è un episodio di omofobia che deve farci riflettere su quanto sia necessario che le aziende italiane pubbliche e private si adeguino a standard ormai applicati in tutto il mondo su Diversity & Inclusion.

Se anche il gestore di serate Lgbtqi friendly si ritrova in casa personale non formato la risposta non può essere solo quella di chiudere i locali e comminare multe. Si pensi invece a pene alternative, che le sanzioni pecuniarie diventino obbligo per le aziende di formazione per prevenire episodi di intolleranza sul lungo periodo».

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La cerimonia della 91° edizione degli Oscar, presso il Dolby Theatre di Hollywood, si è aperta con i Queen, che hanno eseguito We will rock you e We are the champions mentre sullo sfondo campeggiava una gigantografia di Freddie Mercury.

E, proprio per l'interpretazione del leggendario artista e frontman della band britannica in Bohemian RhapsodyRami Malek si è aggiudicato, nella notte, l’Oscar al miglior attore protagonista.

Nel ricevere il premio, per il quale concorreva con Christian Bale, Bradley Cooper, Willem Dafoe e Viggo Mortensen, ha detto con una punta di humor: «Forse non ero la scelta più ovvia, ma immagino abbia funzionato».

Ha quindi ringraziato la mamma presente in sala e il padre scomparso tempo addietro, dichiarando: «Mia madre è lì da qualche parte: ti amo. Amo la mia famiglia: grazie per tutto questo. Sapete, mio ​​padre non ha potuto vedere tutto ciò, ma penso che mi stia guardando da lassù proprio ora. Un grande momento».

Rivolgendosi quindi alla storica band britannica, ha dichiarato: «Grazie a voi, Queen. Grazie per avermi permesso di svolgere un piccolo ruolo nella vostra straordinaria eredità. Sarò in debito con voi per sempre. Penso che sarebbe stato come dire al piccolo Rami, che un giorno sarebbe successo a lui. Penso che la sua testa di bimbo dai capelli ricci sarebbe esplosa. Stava lottando con la sua identità, cercando di scoprire chi fosse. E penso a ogni persona che ha problemi con la sua identità.

Guardate: abbiamo fatto un film su un uomo gay, un immigrato, che ha vissuto la sua vita per essere sé stesso, senza paura e senza vergogna. Il fatto che io lo stia celebrando, e celebrandolo stasera, è la prova che abbiamo bisogno di storie come questa: io sono figlio di un migrante egiziano, un americano di prima generazione e non potrei essere più grato di quello che è successo». 

Malek ha concluso il suo discorso dedicando la vittoria alla fidanzata Lucy Boynton (che nel film interpreta Mary Austin) e dichiarando commosso: «Sei il cuore del film».

Il biopic dedicato ai Queen ha vinto altre tre statuette: miglior sonoro, miglior montaggio e miglior montaggio sonoro. Nessuna menzione, invece per il regista Bryan Singer, che, accusato di abusi sessuali, è stato volutamente ignorato.

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