Fino a domenica 17 Febbraio, presso il Teatro Piccolo Bellini di Napoli, andrà in scena Un eschimese in Amazzonia, progetto scenico di Liv Ferracchiati, ultimo capitolo della trilogia dell’identità ideato dalla stessa regista. Un eschimese in Amazzonia ha vinto il Premio Scenario 2017 e porta in scena un confronto tra una persona transgender – l’eschimese – e la società, qui rappresentata dal coro.

Il titolo prende spunto da una dichiarazione dell’attivista trans e sociologa Porpora Marcasciano, figura di spicco del transfemminismo italiano, e fa riferimento a quel contesto socio-culturale che «compromette, ostacola e falsifica un percorso che potrebbe essere dei più sicuri e dei più tranquilli».

Per saperne di più, abbiamo contattato Liv Ferracchiati durante le repliche napoletane dello spettacolo.

Un eschimese in Amazzonia fa parte della sua trilogia dell’identità: ci presenta questo progetto?

La trilogia dell’identità consta di tre capitoli, tre spettacoli, che affrontano i temi del transgenderismo e, soprattutto, dell’identità delle persone FtM. Il tentativo è quello di raccontare il viaggio mentale che una persona transgender compie senza far uso di ormoni o interventi chirurgici per riappropriarsi della propria identità. Io ho voluto raccontare l’ordinarietà e la normalità del transgenderismo. Per far ciò ci siamo serviti di opere importanti di riferimento per gli studi di genere, come quelle di Judoth Butler, ma anche delle registrazioni che abbiamo fatto intervistando tante persone transgender.

Cosa accade in questo suo progetto per la scena?

Un eschimese in Amazzonia utilizza un linguaggio teatrale un po’ diverso. Il linguaggio si svolge su due piani: la parola strutturata quasi musicale del coro che rappresenta la società e la parola improvvisata dell’eschimese. Riprendo la celebre frase della leader del Mit Porpora Marcasciano perché le persone transgender, cioè gli eschimesi, vivrebbero un’esistenza molto serena se non fosse la società ad essere impreparata ad accoglierli. La fragilità della parola improvvisata è la metafora della difficoltà che vive l’eschimese che non sa come raccontare la sua condizione. Un eschimese in Amazzonia gioca molto con il pubblico e lo fa in maniera ironica e con leggerezza.

La presenza di un eschimese in Amazzonia mette in crisi le regole sociali vigenti. Quali regole in particolare sono messe in discussione da tale presenza?

L’eschimese mette in crisi la percezione dei ruoli di genere perché osservare sul palco un performer che vive al maschile essendo percepito con un corpo femminile mette in crisi un sistema di valori che prevede che un uomo sia quello che biologicamente ha un determinato corredo cromosomico e un organo genitale maschile. Non basta la biologia però per la costruzione dell’identità di genere ma si tratta di un adeguamento culturale che l’individuo opera durante la propria crescita e della mente che fa funzionare tutto il corpo come corpo maschile o femminile.

Secondo lei, a che punto è la notte, soprattutto in Italia, relativamente alle questioni che riguardano l'identità di genere?

L’Italia sta conoscendo un periodo di diminuzione dell’apertura verso ciò che è considerato diverso. Ovviamente, è una convenzione decidere ciò che è diverso e ciò che è uguale. La parola diversità è bella perché siamo tutti diversi ed è bello esaltare la diversità di ognuno anche delle persone cisgender. Poi siamo anche tutti molti simili nei percorsi di vita perché nasciamo e andiamo verso la morte. Sicuramente, c’è un inasprimento dei rapporti sociali relativamente a determinati temi perché la politica dell’attuale governo lavora sul l’intolleranza e non sulla tolleranza, è un gioco a raccogliere dei voti attraverso la paura, un gioco che può essere premiato nel breve termine ma che porterà a una situazione disastrosa.

Però ci sono anche dei varchi di speranza per esempio abbiamo messo in scena al Teatro India di Roma Un eschimese in Amazzonia davanti a delle classi di liceo e i ragazzi erano entusiasti del linguaggio utilizzato è molto sereni rispetto alla tematica affrontata è questo mi fa ben sperare nel futuro.

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Da oggi fino a sabato 16 New York ospiterà la Settimana della Moda per l'autunno-inverno 2019/2020. Nell’ambito del variegato programma è da segnalarsi lo show #YOLO: You Only Live Once, che, promosso dal bimestrale Supermodels Unlimited Magazine, vedrà oggi sfilare modelle e personalità del mondo dello spettacolo per aiutare a prevenire il suicidio tra adolescenti Lgbti e richiamare l’attenzione sul relativo rischio per oltre 1 milione di giovani.

Secondo i Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie, uno dei principali organismi del Dipartimento della salute e dei servizi umani degli Stati Uniti d'America, nel 2015 quasi un terzo di studenti liceali Lgbti ha preso seriamente in considerazione il suicidio rispetto al 6% di quelli/e eterosessuali. Secondo, inoltre, uno studio specifico dell'Università dell'Arizona il 50,8% di adolescenti transgender hanno tentato il suicidio tra il 2017 e il 2018.

Tutti i proventi saranno destinati a The Trevor Project, la nota organizzazione no-profit impegnata nella prevenzione del suicidio tra persone Lgbti di età inferiore a 25 anni. 

Raggiunto telefonicamente da Gaynews, il talentuoso fashion designer Marco Rambaldi, la cui collezione autunno-inverno 2018-2019 Vogliamo anche le rose s'è imposta lo scorso anno alla comune attenzione. «Un’iniziativa come #Yolo - ha dichiarato - dovrebbe fare riflettere sul dramma che stiamo vivendo nel 2019, in cui i ragazzi Lgbtiq rischiano ancora il suicidio molto più degli altri. Un’epoca buia, in cui bisogna ancor più lavorare per una società della comprensione e della fratellanza.

Fulcro di una società moderna è infatti la pluridiversità di genere, etnia, orientamento sessuale. È ciò in cui io e il mio team crediamo e con cui ci confrontiamo quotidianamente, cercando nel nostro piccolo di portarlo alla luce attraverso il nostro lavoro».

L'evento odierno ha raccolto il sostegno di modelle, musicisti e star della tv nonché di componenti delle associazioni Lgbti. Sfileranno tra le altre anche la modella Jeana Turner, concorrente di America's Next Top Model, e la fotografa di moda Erika Barker, che percorrerà la passerella anche per rendere omaggio alle persone transgender operanti nelle forze armate statunitensi e colpite dalle recenti disposizioni trumpiane.

Chiuderà lo show la cantante Effie Passero, che ha partecipato all’ultima stagione di American Idol

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Prima la lettera aperta di 25 docenti universitarie, attiviste ed ex parlamentari, pubblicata il 29 gennaio da The Sunday Times. Poi, il 31 gennaio, il meeting di For Women Scot (Fws) presso l’Apex Hotel a Edimburgo. Il tutto per protestare contro la riforma del Gender Recognition Act del 2004 che, fortemente voluta dalla prima ministra scozzese Nicola Sturgeon e sostenuta dal Partito Nazionale Scozzese (Pns) al governo, prevede la possibilità di cambiare legalmente genere attraverso autocertificazione.

Una riforma, questa, che inclusiva e rispettosa delle persone trans, viene invece stigmatizzata da Fws e altri gruppi di femministe gender critical (o femministe radicali transescludenti) quale dannosa per i diritti delle donne.

Ma «mentre For Women Scot fa un eccezionale lavoro per dare alla propria transfobia parvenza di rispettabilità, le sue azioni e dichiarazioni fanno danni reali alla comunità trans e non binaria della Scozia».

A parlare così Sisters Uncut Edinburgh (Sue), gruppo femminista intersezionale, che ha anche ricordato come componenti di Fws diffondano a Edimburgo e Glasgow volantini neganti l’identità della persone T e come dal loro account Twitter siano regolarmente lanciati messaggi contro le attiviste trans. Azioni e dichiarazioni, che per Sisters Uncut Edinburgh, sono inequivocabilmente transfobiche e transmisogine.

Per questo motivo, nonostante il freddo pungente e il pochissimo tempo organizzativo (appena quattro giorni), 40 persone hanno risposto all’appello di Sue e si sono ritrovate il 31 gennaio, alle 17:30, in Bristo Square, da cui si sono dirette verso l’Apex Hotel per protestare silenziosamente contro il meeting di For Women Scot.

All’indomani nelle zone di Grassmarket (dov’è ubicato l’Apex Hotel) e Haymarket sono stati trovati numerosi adesivi, alcuni dei quali col logo di For Woman Scot, con messaggi «incitanti all’odio verso le persone trans». Adesivi che sono stati prontamente rimossi da componenti di Sisters Uncut Edinburgh.

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Ospite da Massimo Giletti a Non è l’Arena, Vladimir Luxuria è tornata a parlare della sua partecipazione alla puntata di Alla lavagna! del 19 gennaio.

A confrontarsi con lei Daniela Santanchè, deputata di Fratelli d’Italia, una delle prime ad attaccare l’artista transgender con un tweet dopo che Il Giornale, a distanza di due giorni dalla messa in onda della trasmissione su Rai3, aveva titolato: In Rai Luxuria spiega ai bimbi come si diventa transessuali.

Tweet, fra l’altro, contenente una palese falsità (che la puntata fosse, cioè, andata in onda in fascia protetta quando, invece, è stata trasmessa in seconda serata), subito rimarcata da Luxuria che ha dichiarato: «Segno che lei non aveva affatto visto la trasmissione ma che era unicamente mossa da pregiudizi».

L’ex parlamentare ha ribadito con pacatezza e fermezza non solo come i genitori dei bambini fossero stati preventivamente informati dell’argomento e avessero dato il consenso ma  come lei non abbia mai dato «lezioni per diventare transessuale tanto che non ho mai usato una tale parola», avendo trattato il tema del bullismo.

Sostenuta dall'ex ministra Nunzia De Girolamo, dallo psichiatra Paolo Crepet e dal giornalista Antonio Caprarica (quest’ultimo in collegamento), Luxuria è stata investita dal vociare concitato, e spesso urlato, della deputatata di Fratelli d’Italia, incapace di addurre argomenti confutatori e in visibile difficoltà.

Atteggiamento, questo, che costringendo più volte gli ospiti a non poter concludere i propri interventi, è stato stigmatizzato come «gladiatorio» da Crepet mentre Caprarica è arrivato a definire Santanchè «Spartaco. La prossima volta bisogna organizzare una puntata di due ore dove sia invitata a parlare solo lei».

Applausi in sala, invece, quando Luxuria ha detto: «Ha ragione. Donne si nasce, signore si diventa. E lei sta dimostrando di non esserlo in questo momento». Risposta immediata alla deputata, che le aveva chiesto perché avesse ancora «il pene. I maschi, infatti, nascono con il pene, le femmine nascono con la vagina»O come quando ha affermato: «I bambini non nascono omofobi: l'omofobia gliel'insegnano adulti come Daniela Santanchè».

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La Corte Suprema del Giappone ha respinto il ricorso di Takakito Usui, persona Mtf, che aveva chiesto la rettifica dei dati anagrafici senza sottoporsi a intervento di riattribuzione chirurgica del sesso.

La commissione dei quattro giudici nipponici ha infatti confermato che la legge del 2003 sul diritto di cambiare genere legalmente è in piena linea con la Costituzione. Tale normativa prevede che la rettifica dei dati anagrafici può essere effettuata solo dopo che la persona richiedente si sia sottoposta a intervento chirurgico e sterilizzazione e non abbia figli minori di 20 anni.

Pur ribadendo la piena costituzionalità della legge, la Corte Suprema ha al contempo sollevato dubbi sulla medesima, riconoscendone il carattere invasivo e rilevando come la legislazione necessiti di una regolare revisione a mano a mano che mutano i valori sociali e familiari.

Mamoru Miura, presidente della Corte, ha dichiarato: «La sofferenza avvertita da tali persone è anche un problema per la società nel suo insieme, che dovrebbe tener conto dell'identità di genere in tutta la sua complessità».

Intanto Usui ha già annunciato che la sua battaglia non è terminata. Al suo fianco le associazioni  Lgbti e per i diritti umani mentre nella stessa opinione pubblica nipponica si registra una graduale sensibilità al riguardo.

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Sì all'educazione civica, no all'educazione transgender!

Questa la scritta campeggiante su uno striscione che, comparso nella notte a Roma non lontano dal Colosseo, recava la firma Irr.

Come riportato da AdnKronos, si tratterebbe di un gesto degli ultras laziali e di Diabolik, capo degli irriducibili biancocelesti, contro Vladimir Luxuria. L'artista, come noto, è finita recentemente al centro di polemiche dopo la puntata di Alla Lavagna!, che l'ha vista protagonista, sabato scorso, su Rai3. 

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La Corte Suprema degli Stati Uniti ha oggi deciso a favore della temporanea legittimità delle restrizioni imposte dall'amministrazione Trump alle persone transgender all'interno delle forze armate. Persone che, secondo le stime, sono circa 15.000.

A votare in tal senso i cinque giudici conservatori a differenza dei quattro di estrazione liberal, che si sono invece espressi a favore dello stop della recente normativa.

Le nuove regole varate dalla Casa Bianca, bloccate da una serie di ricorsi nei tribunali inferiori, possono ora entrare in vigore mentre prosegue la battaglia legale in appello. In precedenza alcuni giudici federali avevano bloccato la normativa trumpiana ravvisando in essa profili di incostituzionalità. 

«Pur trattandosi solo di una decisione procedurale, essa potrebbe segnalare - come giustamente rilevato da Claudio Selvaggio - che la maggioranza conservatrice della Corte, sensibile ai poteri e alle prerogative presidenziali, sta mostrando i muscoli. E dimostrare che il ricorso al sistema giudiziario per bloccare i provvedimenti più controversi di Trump funziona solo se poi alla Corte Suprema c'è una maggioranza che conferma gli appelli». 

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«Non ho fatto alcuna lezione su come si diventa trans perché, anzi, ho cercato di spiegare che si nasce gay o trans. Ho parlato soprattuto di bullismo. Ma queste polemiche dimostrano che i bambini sono molto più avanti di certi adulti.

Questo programma è stata una delle cose più belle che ho fatto nella mia vita. I bambini erano vigili, curiosi, attenti e pieni di domande. E io, come faccio anche nella vita quotidiana, ho risposto a tutto, sempre con tatto e credo con intelligenza. Anche perché, se non si danno risposte ai bambini, loro ti guardano con diffidenza e cercano risposte altrove, magari sul web, dove possono trovare risposte non proprio raccomandabili».

Così Vladimir Luxuria ha commentato le polemiche scatenate oggi da Libero e Il Giornale a seguito della puntata di Alla lavagna!, che l'ha vista protagonista sabato sera su Rai3. Puntata, che, fra l’altro, è stata trasmessa, a differenza delle altre, in seconda serata

Al riguardo l’artista ha dichiarato: «Speravo che fosse sufficiente lo spostamento della puntata dalle 20.20 alle 22.25. Ma per alcuni non è bastato. Però io sono ottimista, perché se i bambini con cui ho parlato sono il futuro, forse posso sperare in mondo migliore». Senza dimenticare, come sottolineato dalla stessa ex parlamentare, che «tutti i genitori dei bambini presenti in trasmissione avevano dato il consenso alla puntata con me e alla fine si sono complimentati per come era andata». 

Ma ciò, anziché placare gli animi, li ha rinfocolati.

Da Tiramani a Pillon: la Lega contro Vladimir Luxuria 

A dare fuoco alle polveri, in tarda mattinata, il deputato Paolo Tiramani, capogruppo della Lega in Vigilanza Rai, che ha dichiarato: «Lezioni di transgenderismo a bambini di appena 10 anni? Inaccettabile. Ancor di più se questo accade nel corso di una trasmissione televisiva, andata in onda su Rai3, i cui protagonisti sono giovanissimi alunni ed a spiegare temi come l'omosessualità e il cambio di sesso è una mancata soubrette, la cui vita personale dovrebbe restare tale.

Stiamo parlando di argomenti di una tale complessità che non possono essere trattati in maniera così leggera con piccoli ragazzi all'interno di un programma televisivo. Ogni bambino ha, giustamente, i propri tempi e non può essere forzato ad affrontare argomenti non appropriati per la propria età e dei quali non si sente pronto».

Quindi la conclusione: «Quanto trasmesso nel corso della puntata Alla lavagna! è quindi inaccettabile. Non solo è da rivedere la scelta, a mio avviso sbagliatissima, degli autori ma come Lega ci informeremo su quanto ammonta il compenso destinato a Vladimir Luxuria per questa puntata a dir poco surreale».

Gli ha fatto eco, nel primo pomeriggio, l’omologa di partito Barbara Saltamartini, che ha affermato: «Le lezioni di ai ragazzi su come diventare trans sono una vergogna, soprattutto quando a veicolarle è la televisione pubblica. Quanto andato in onda su Rai3 durante la puntata Alla lavagna!, rappresenta il peggio che la tv pubblica possa esprimere. Non si può giocare con le giovani menti di bambini che stanno iniziando a sviluppare la propria sessualita».

Per il senatore gandolfiniano Simone Pillon (anche lui della Lega) si è trattata di una «vergognosa lezione gender a una classe di bambini. Vladimir Luxuria vada a raccontare le 'favole dell'uccello' da qualche altra parte, sicuramente non a una scuola con ragazzini minorenni, davanti alle telecamere Rai.

Si è trattato di una vergognosa forma di indottrinamento, senza alcun contraddittorio. Questo non può lasciarci indifferenti: presenteremo un'interrogazione parlamentare in commissione Vigilanza Rai, per verificare come sono stati coinvolti i minori e se le loro famiglie siano state avvertite al riguardo».

Spadafora in difesa di Luxuria: «Surreale è continuare ad avere atteggiamenti omofobi»

Ma in difesa di Vladimir Luxuria, vittima di attacchi «del tutto fuori luogo", si è espresso con un lungo post su Facebook Vincenzo Spadafora.

«L'unica cosa che trovo a dir poco surreale - ha spiegato il sottosegretario alle presidenza del Consiglio con delega alle Pari opportunità e alle Politiche giovanili - è continuare ad avere atteggiamenti omofobi e culturalmente regrediti, che non tengono conto della realtà e del rispetto dei diritti di tutti.

Penso che la Rai abbia fatto molto bene e che occasioni del genere vadano sostenute dato che nelle nostre scuole - a differenza di quanto avviene negli altri Paesi Europei - sono sempre più rare lezioni sull’affettività o sull’accettazione di se stessi e che, purtroppo, non siano rari i casi di bullismo, proprio nei confronti di chi viene etichettato come ‘diverso’. 

Di questi temi, invece, ci accorgiamo solo quando a parlarcene è la cronaca nera, quando giovanissime vittime di bullismo compiono gesti estremi. Ben vengano quindi occasioni come questa, dove il Servizio Pubblico si occupa di colmare questo vulnus di civiltà

Ho incontrato negli anni migliaia di bambini e di ragazzi in giro per l’Italia e so quanto affrontino questi temi tra di loro e siano naturalmente inclini al rispetto delle diversità più di molti adulti. E proprio le reazioni dei bambini durante la trasmissione dovrebbero farci riflettere su quanto la realtà sia molto più avanti di certa politica». 

Le senatrici M5s Donno, Guidolin, Maiorino e Montevecchi: «I bambini, alle spiegazioni di Luxuria, hanno reagito meglio di tanti adulti»

Netta distanza dalle dichiarazioni degli alleati di governo è stata anche espressa dalle senatrici pentastellate Daniela Donno, Barbara Guidolin, Alessandra Maiorino, Michela Montevecchi, componenti della Commissione Diritti Umani di Palazzo Madama, che hanno dichiarato in una nota congiunta: «La vera regressione è non parlare dell'accettazione di sé stessi e continuare a nascondere la realtà. Il fatto che il servizio pubblico dia spazio a tematiche sociali, dell'omofobia, della disforia di genere è un ottimo segnale, soprattutto per combattere piaghe come quella del bullismo che nascono proprio dalla mancata accettazione di chi viene percepito come più debole e facilmente attaccabile. Ma non è così e deve essere ben chiaro a tutti.

È necessario combattere senza se e senza ma questo genere di approccio culturale. I bambini, alle spiegazioni di Luxuria, hanno reagito meglio di tanti adulti. La conoscenza è l'unico modo per combattere l'ignoranza, è l'unico modo per crescere ragazzi sani e senza paure del tutto infondate. Siamo una società evoluta, i tempi dei pregiudizi oscurantisti e dei dogmi sono fortunatamente lontani».

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Martedì 15 gennaio l’Assemblea e il Senato dello Stato di New York hanno votato a larghissima maggioranza (rispettivamente 100 sì, 40 no; 42 sì, 19 no) la messa al bando delle terapie di conversione di minori omosessuali. Esercitata da terapeuti e professionisti, ma anche da guide spirituali e da ministri di culto, la pratica è diffusa negli ambienti religiosi statunitensi più conservatori.

New York diventa così il 15° Stato Usa (oltre alla capitale Washington) a rendere illegale la conversion therapy. Nel solo 2018 ad adottare tale misura normativa erano stati Washington, Maryland, Hawaii, New Hampshire, Delaware.

La legge sarà presto firmata dal governatore Andrew Cuomo, che ha dichiarato: «La cosiddetta terapia di conversione Lgbtq è una pratica fraudolenta che ha arrecato danni a troppi giovani: New York è stata in prima linea nel proteggere i diritti Lgbtq per decenni e quando i repubblicani al Senato hanno rifiutato di vietare la terapia di conversione, abbiamo agito per impedirne la copertura da parte della compagnie di assicurazione.

Con l’odierna approvazione di questa legge, New York sta inviando un chiaro messaggio secondo cui nessuno dovrebbe essere torturato per ciò che è. Il mio plauso al legislatore per aver messo definitivamente al bando la terapia di conversione e protetto i giovani Lgbtq».

Sempre il 15 gennaio il Parlamento newyorkese ha infine approvato il Gender Expression Non-Discrimination Act (Genda), che accorda particolari tutele alle persone transgender in ambito lavorativo e assistenziale riconoscendo loro lo status di classe protetta.

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Già nel 2001 Emi Koyama, attivista transgender e intersessuale, nel suo Manifesto Transfemminista descriveva l’atteggiamento trans-escludente di alcune femministe radicali (Terf) nei confronti delle persone trans in generale e delle donne trans in particolare.  

Lo storico episodio del 1991 presso il Michigan Womyn's Music Festival (MWMF o MichFest) che vide l'espulsione di Nancy Burkholder, in quanto donna trans, destò molto scalpore e determinò una serie di botta e risposta tra la comunità lesbica, organizzatrice dell'evento, e la comunità trans americana, che organizzò una serie di contro-eventi. Tra questi il famoso Camp Transorganizzato proprio fuori dal Michigan Womyn's Music Festival, dalle donne transgender e dalle/dai loro alleati/eper protestare contro la politica della kermesse di escludere le donne trans.

In sintesi, quello che accade da circa trent’ anni è che alcune femministe radicali, parte delle quali lesbiche, forti della loro appartenenza a un'élite di donne bianche, cisgender e benestanti, hanno pensato bene di teorizzare sul percorso di transizione delle persone trans, appropriandosi di una narrazione che non le apparteneva e che non le appartiene, per giustificare a se stesse la decisione di allontanare, dai loro ambienti radicali e separatisti, le persone trans.

Le donne trans, ree di non essere “nate donne”, e gli uomini trans, “nati donne” ma rei di aver tradito “le sorelle lesbiche”, per abbracciare il mondo maschile, scegliendo consapevolmente di poter usufruire di quel “privilegio maschile”, che questa scelta ha comportato. Se da una parte le donne trans vengono quindi ostracizzate per non essere “nate donne”, gli uomini trans vengono addirittura considerati traditori della “matria lesbica”.

Peccato che, la decisione, importante e delicata, di intraprendere il percorso di transizione non sia assolutamente legata a un calcolo utilitarista o all’acquisizione di un presunto privilegio. Qualora ci fossero dubbi, chiediamolo a tutte le persone trans che per seguire la loro realizzazione identitaria hanno perso famiglia, affetti, beni e lavoro.

Ricordiamo, che già nel 1949 Simone de Beauvoir nel suo Il secondo sesso aveva affermato che «donna non si nasce lo si diventa».

Il pensiero, quindi, di una delle più importanti letterate francesi, il cui pensiero viene spesso citato da molte femministe storiche, già, aveva in nuce quello di considerare l'essere donna come un processo, non  ancorato e ancorabile all’ essenzialismo biologista, del quale le Terf sono strenue difensore, ma che per millenni ha relegato la donna ad un destino di sottomissione e subalternità.

Sembra, inoltre, surreale che delle femministe, molte delle quali lesbiche, vogliano rispolverare il cattolico dogma del “contro natura” per attaccare e denigrare percorsi diverso dal loro, percorsi che stando allo stesso dogma, per altro, sarebbero analogamente etichettati come “contro natura”.

Negli ultimi anni, in Italia, sono stati pubblicati vari articoli, anche su quotidiani di tiratura nazionale, nei quali alcune femministe hanno lanciato i loro strali contro la comunità trans, quando la maggior parte delle persone trans, presa dalle battaglie quotidiane, quelle sì, contro lo stigma, l'emarginazione e l'isolamento sociale, di rado, hanno avuto il tempo e il modo di rispondere alle loro critiche.

Ciò che mi preme, in primis, precisare è che mai, credo, un attacco gratuito sia stato inoltrato alle femministe radicali lesbiche da parte di attiviste/i trans o di attiviste transfemministe. Quello che, semmai, è successo molto più verosimilmente è che persone trans si siano dovute difendere dagli attacchi di questa elitè accademica o che abbiano fatto le spese della loro transfobia e transmisoginia, come accaduto negli anni ’80, negli Stati Uniti, quando una femminista radicale ha portato il sistema sanitario a non sostenere più i costi della transizione per le persone trans.

Sappiamo bene che il femminismo separatista è stato, in Italia, un'importante esperienza del femminismo della seconda ondata e sappiamo bene che in passato c’è stato il bisogno di “chiudersi” per proteggersi e “sopravvivere”. Sappiamo, altresì, che i tempi sono cambiati non perché sono le mode a essere cambiate. Ma perché sono le persone a essere cambiate; o meglio altre identità subalterne al patriarcato, come quelle Lgbti, hanno deciso di ribellarsi, di prendere la parola e di rivendicare il proprio diritto all'autodeterminazione.

Orbene, che delle femministe che si sono battute per decenni per l'autodeterminazione delle donne, si impegnino a ostacolare l'autodeterminazione delle persone trans, arrivando perfino a sbeffeggiarle, facendo misgendering e non riconoscendo l'importanza del loro percorso, è paradossale quanto assurdo ed evidenzia la visione ristretta di queste donne.

La pratica femminista dell'autocoscienza, del “partire da sé”, mi impone di parlare per me stessa, non per le altre e gli altri, ma semmai insieme alle altre e agli altri.

L’ essenzialismo che riduce tutto al possedere determinati genitali interni ed esterni è riduttivo. Riduttivo non solo in senso classico biologista (vagina=femmina, pene=maschio), ma anche in modo più complesso, perchè si pretende, in modo surreale, che a una vagina o a un pene siano attribuite caratteristiche di personalità, di intelligenza, di sensibilità, che non possono appartenere a un organo genitale. Al contrario, e in maniera indubitabile, appartengono a un organo che si trova un po' più in alto, il cervello, che “si costruisce” e “si plasma” in base alle molteplici interazioni e relazioni dell’individuo con altri individui e con l’ambiente circostante.

Le persone transgender sono un universo di individualità e di modi altri di vivere la propria unicità. Incastrarci in degli stereotipi è veramente difficile se si osserva, realmente, la varietà e la complessità delle situazioni, cosa che qualsiasi sociologa o sociologo dovrebbe fare, se non vuole essere autoreferenziale.

Le donne trans non vogliono invadere gli spazi delle donne cisgender: sono donne e hanno il diritto di stare negli spazi vissuti dalle donne (se lo vogliono).

Chiedo perciò a queste femministe: È più a rischio l'incolumità di una donna cisgender in un bagno frequentato soprattutto da donne cisgender e dove ogni tanto, per caso, può capitare una donna trans, o l'incolumità di una donna trans sola in un bagno frequentato quasi esclusivamente da uomini cisgenderQuale danno reale possono fare poche migliaia di persone trans, in Italia, a milioni di donne e uomini cisgender? Vogliamo veramente far credere che una minoranza storicamente stigmatizzata e oppressa possa diventare oppressore?

Do loro la mia risposta laconica: è impossibile.

Non sarà, molto più semplicemente, che le persone trans, dopo secoli di negazione e sopraffazione, vogliono riappropriarsi della parola negata e vivere serenamente la loro vita senza avere costantemente puntato addosso il dito del pregiudizio di una elitè privilegiata? Chiedo, pertanto, alle stesse di piantarla con le strumentalizzazioni dei nostri vissuti. Altrimenti, congedatevi, una volta per tutte, dal mondo femminista perché è chiaro che non ne fate più parte

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