Oggi pomeriggio, alle ore 18:00, presso il Campo Sportivo XXV Aprile (Via Marica 80) nel quartiere romano di Pietralata si terrà Black and White Against Homophobia, incontro di calcio nell’ambito del mese di azione europeo Football vs Homophobia (Fvh).
 
La campagna, partita dall'Inghilterra nel 2009, sostiene nel mese di febbraio eventi contro l'omofobia nel calcio e attraverso il calcio, dal livello amatoriale a quello professionistico. Negli anni, diverse squadre della Premier League e di altri campionati europei hanno mostrato la propria adesione.
 
Nell'aderire a Fvh 2019, la Nazionale italiana Gay Friendly sceglie di incontrare Liberi Nantes, la storica squadra per i diritti dei rifugiati, creata a Roma con il supporto dell’Unhcr. Come scrivono gli organizzatori, si vuole lanciare «un potente messaggio contro l'omofobia e il razzismo insieme, per unire le battaglie contro le discriminazioni». Durante l'evento il pubblico sarà invitato a partecipare insieme ai giocatori agli scatti fotografici per la campagna social europea #Fvh2019.
 
L'incontro è promosso da Gaycs, dipartimento Lgbti di Aics, e Liberi Nantes in collaborazione col progetto Outsport Roma EuroGames2019, il principale evento sportivo Lgbti a livello continentale che avrà luogo dal 11 al 13 luglio a Roma. 
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Una riabilitazione a tutti gli effetti quella di don Vitaliano Della Sala da parte della Chiesa cattolica. Già, perché il sacerdote irpino, vicino al movimento no-global e dissenziente dai dettami magisteriali, soprattutto, in materia di morale sessuale, è stato nominato dal vescovo di Avellino, Arturo Aiello, parroco delle parrocchie dei SS. Pietro e Paolo e dell’Annunziata in Mercogliano (Av). Come se non bastasse, gli è stato affidato anche l’incarico di vicedirettore della Caritas diocesana.

Ma è necessario fare un passo indietro. Il 22 novembre 2002 don Vitaliano era stato rimosso dall’ufficio di parroco della parrocchia di San Giacomo Apostolo in Sant’Angelo a Scala, che ricadeva all’epoca sotto la giurisdizione dell’abbazia territoriale di Montevergine

Nel decreto di rimozione a firma dell’abate ordinario Tarcisio Giovanni Nazzaro (lo stesso che aveva da poco tuonato contro la juta dei femminielli a Montevergine) venivano contestati al prete barricadero il suo aperto dissenso dal «Magistero dei Pastori, prendendo più di una volta posizioni contro i pronunciamenti della Sede Apostolica» e il suo perseverare «nella frequenza di "centri" e "associazioni" ben noti per la diffusione di idee in contrasto con la dottrina e l'insegnamento della Chiesa e che non rifuggono neanche dalla violenza». 

Ma come si disse sin da allora e come confermato da fonti interne alla comunità monastica di Montevergine, l’abate Nazzaro fu costretto a procedere canonicamente contro don Vitaliano a seguito di specifiche disposizioni vaticane.

Al sacerdote non si perdonava soprattutto la partecipazione al World Pride dell’8 luglio del 2000. Partecipazione che, preceduta da una lettera aperta all’allora Vicario di Roma, card. Camillo Ruini, si concretò in un focoso discorso sul palco del Pride, durante il quale attaccò l’arcivescovo di Lima Juan Luis Cipriani Thorne (che Giovanni Paolo II avrebbe elevato alla porpora cardinalizia l’anno seguente) ma soprattutto i cardinali Angelo Sodano (all’epoca segretario di Stato) e Pio Laghi (all’epoca prefetto della Congregazione per l’Educazione Cattolica), per aver sostenuto e tratto vantaggio dalle dittature militari di Augusto Pinochet in Cile e di Jorge Rafael Videla in Argentina. 

Di un tale discorso ecco come ne parlò lo stesso abate Nazzaro nel decreto di rimozione: «Sconvolgente e scandaloso rimane il discorso tenuto a Roma nella giornata del World Gay Pride 2000 in cui arriva a sostenere: che esiste un'altra Chiesa. Ma sono qui anche a testimoniarvi che esiste un'altra Chiesa oltre a quella del Vaticano, che ci sono personaggi compromessi con regimi dittatoriali e sanguinari che invece nella Chiesa fanno carriera.

Accusa l'arcivescovo di Lima, un vescovo dell'Opus Dei; il card. Pio Laghi, una carriera fatta sul sangue dei desaparecidos in Argentina; il card. Sodano, diventato addirittura segretario di stato facendo carriera sul silenzio delle stragi di Pinochet in Cile; il card. Ruini... Perciò la Chiesa (di Roma, il Vaticano) deve cominciare: a riflettere su di voi, su cosa significa essere gay; a confrontarsi con voi; a non considerarvi né peccatori, né gay, né diversiSeguono poi tre Guai a voi... contro gli uomini del Vaticano... 

Dall'alto della sua autoesaltazione si è spinto perfino a sporgere denunzia contro il cardinale Biffi (assolto con formula piena) e a persistere nel sostenere la denunzia anche su RaiTv 1 ne "Il caso" di Biagi in diretta tv.

Nei giorni immediatamente seguenti al Gay Pride di Roma ha osato addirittura giudicare e disapprovare, sia pure con parole vellutate, il S. P. Giovanni Paolo II che aveva espresso il suo dolore per la giornata dei gay. Don Vitaliano si dichiarava dispiaciuto per le parole del Sommo Pontefice e concludeva: È come un papà che sbaglia!».

Nonostante i divieti ricevuti, don Vitaliano continuò a «partecipare a manifestazioni di dissenso». Il che indusse, il 22 febbraio 2005, l’abate Nazzaro a sospenderlo a divinis per la durata di sei mesi. 

Ma, proprio il 15 maggio di quell’anno, l’abbazia di Montevergine – anche in ragione di gravi dissesti finanziari che avrebbero spinto nel 2006 Nazzaro a rassegnare le dimissioni – veniva privata della giurisdizione sulle sue 9 parrochie (compresa quella di Sant’Angelo a Scala), la cui cura pastorale fu ceduta alla diocesi di Avellino.

Iniziò così la parziale reintegrazione di don Vitaliano negli uffici pastorali. Anche se non riconfermato parroco a Sant’Angelo della Scala (ma potè tornare a celebrare in paese), il sacerdote nel 2009 fu nominato dal vescovo Francesco Marino amministratore parrocchiale della chiesa madre dei SS. Pietro e Paolo a Mercogliano.

Infine, con la nomina di Arturo Aiello a vescovo di Avellino, il 6 maggio 2017, quella piena riabilitazione, che, in ogni caso, non ha comportato alcun cambio sostanziale in don Vitaliano. Il quale continua a esse prete di strada, in prima linea nel lottare in difesa di chi subisce povertà, emarginazione, discriminazione.

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Accogliendo con favore la richiesta rivolta a tutte e tutti dal Museo Nazionale del Cinema di Torino di inviare suggerimenti per il nuovo naming della Sala 3 del Cinema Massimo, l’associazione di patron Amiche e Amici della Cultura e del Festival del Cinema Lgbt, che si è costituita da alcuni mesi per tutelare, tra l'altro, il futuro e i principi ispiratori del Lovers Film Festival, ha risposto ai responsabili dell'istituzione indicando il nome di Ottavio Mai

Non solo per il ruolo che il regista ha avuto nel mondo del cinema torinese, nazionale e internazionale. Ma anche per il suo importante apporto alla costruzione di una società più giusta e meno discriminatoria

Nato a Roma il 9 dicembre 1946 e prematuramente scomparso l' 8 novembre 1992, Ottavio Mai è stato regista, sceneggiatore, attore, scrittore e poeta. Nel 1986, insieme al compagno Giovanni Minerba, ha fondato a Torino il festival cinematografico a tematica omosessuale Da Sodoma a Hollywood ora Lovers. A Torino sono a lui dedicate una via e il comitato locale di Arcigay.

«Sarebbe anacronistico, oggi, negare il ruolo sociale e politico della cultura e Ottavio Mai lo aveva compreso bene - hanno scritto i soci fondatori dell’associazione -. Anni fa il Museo del Cinema, accogliendo in seno a sé il festival, da lui coraggiosamente fondato più di trent’anni fa insieme a Giovanni Minerba, ha avviato un percorso di cui oggi l’intitolazione della Sala 3 del Massimo riteniamo sia tappa quasi imprescindibile».

Nella propria lettera le Amiche e Amici della Cultura e del Festival del Cinema Lgbt, credendo fortemente nella parità di genere, hanno ritenuto di suggerire, insieme al nome di Ottavio Mai, anche quello di una donna, Adriana Prolo, fondatrice dello stesso Museo del Cinema e persona a cui il cinema deve moltissimo.

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È stato presentato in mattinata, presso l'Aula Magna della Sapienza di Roma, il Rapporto Italia 2019 dell’Eurispes, giunto alla 31° edizione.

Quello di quest’anno è stato condotto sulle seguenti dicotomie tematiche: Pubblico/Privato; Sovranismo/Mondialismo; Lavoro/Tecnologia; Identità/Differenza; Realtà/Rappresentazione; Sicurezza/Insicurezza.

Per quanto rigurarda "i temi etici", trattati in una specifica indagine campionaria, viene, innanzitutto, rilevato come il 65,1% degli italiani sia favorevole alla tutela giuridica delle coppie di fatto, indipendentemente dal sesso, con un risultato in leggera flessione rispetto al 2016 (-2,5%); il dato appare invece in leggera ripresa rispetto al 2015, quando le persone favorevoli erano il 64,4%, ma è fortemente diminuito rispetto agli anni 2013 e 2014 (rispettivamente 77,2% e 78,6% di opinioni favorevoli).

Il 31,1% dei cittadini si dice favorevole all’adozione di bimbi anche per le coppie omosessuali a fronte del 68,9% dei contrari. Negli anni si è registrato un modesto, ma costante incremento delle persone aperte a una eventualità del genere: dal 27,8% del 2015 al 29% del 2016, fino al dato di oggi.

Poco più della metà dei cittadini, il 50,9% si dice a favore del matrimonio tra persone dello stesso sesso, una percentuale che nel 2016 arrivava al 47,8%.

Eutanasia, sì deciso. Suicidio assistito, favorevoli 4 su 10

L’orientamento espresso sull’eutanasia è in larga maggioranza positivo: il 73,4% del campione si dichiara infatti favorevole, un dato in forte ascesa rispetto agli anni passati, quando il 55,2% (2015) e il 59,9% (2016) degli italiani esprimevano la medesima opinione. Ma gli italiani precisano che vi si dovrebbe ricorrere solo in caso di coma irreversibile (77,5%) o di estrema sofferenza fisica (64,6%). Rispetto alla possibilità di ricorrere al suicidio assistito e quindi di avvalersi dell’ausilio di un medico per porre fine alla propria vita, gli italiani esprimono un atteggiamento in maggioranza di opposizione: è contrario il 60,6% (erano il 70% nel 2016). D’altra parte, la quota di chi si dichiara a favore aumenta rispetto al 2016 di circa il 10% (dal 29,9% all’attuale 39,4%).

Sul tema dell’interruzione delle cure che tengono in vita un paziente in coma irreversibile, il 35,4% degli italiani ritiene che sia un atto di clemenza che risparmia inutili sofferenze, mentre il 32,7% ritiene sia una scelta accettabile solo se rispecchia la volontà del paziente. Il 10,2% del campione è radicalizzato su posizioni decisamente più conservatrici e ritiene che non sia accettabile, perché contrasta con la tutela della vita umana, mentre l’8,9% ritiene che equivalga ad un omicidio.

Testamento biologico accolto positivamente dal 67,9% dei cittadini

L’opinione positiva sul testamento biologico vede un decremento dei favorevoli di quasi quattro punti percentuali, passando dal 71,6% del 2016 al 67,9% del 2019, e si attesta su valori vicini, anche se leggermente inferiori, a quelli del 2015 (67,5%).

Legalizzazione delle droghe leggere: aumentano i favorevoli (+10,9%)

Il 43,9% degli italiani si è detto favorevole alla legalizzazione delle droghe leggere (hashish e marijuana), una posizione di netta apertura rispetto al più modesto 33% delle risposte affermative del 2015.

Legalizzazione della prostituzione: il fronte dei sostenitori crolla di 19 punti

Il 46,5% dei cittadini si è detto a favore della legalizzazione della prostituzione, dato che evidenzia una flessione di 11 punti percentuali rispetto al 2016, quando il campione si era espresso favorevolmente nel 57,7% dei casi e di ben 19 punti percentuali rispetto al 2015 (65,5%).

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Una piazza di Montecitorio gremita ieri pomeriggio a Roma nonostante il freddo e la pioggia per la manifestazione Non siamo pesci. Alta partecipazione e molta consapevolezza del diritto/dovere di tutelare i migranti a fronte di quanto si sta consumando da troppo tempo nel Mediterraneo, perché come detto da Fanny, fuggita da un conflitto armato in Congo e per 19 giorni a bordo della nave Sea-Watch: «Non siamo pesci».

In linea con l’appello di oltre 600 personaggi del mondo della cultura e dello spettacolo (da Luigi Manconi a Roberto Benigni, da Gabriella Bonacchi a Massimo Cacciari, da Michela Murgia a Manuela Cavallari, per fare solo alcuni nomi), associazioni, esponenti della classe politica, cittadine/cittadini si sono ritrovati davanti alla sede della Camera dei Deputati, per chiedere «al Parlamento di istituire una commissione di inchiesta sulle stragi nel Mediterraneo e di realizzare una missione in Libia» e «al governo di offrire un porto sicuro in Italia alla Sea-Watch, che sabato scorso ha salvato 47 persone, senza che si ripeta l'odissea vissuta a fine dicembre davanti a Malta».

Presenti anche alcuni attivisti Lgbti, componenti dell’Associazione Radicale Certi Diritti col segretario nazionale Leonardo Monaco e della nostra redazione di Gaynews nella persona di Rosario Murdica.

Sul significato della manifestazione Antonella Napoli, giornalista di Articolo21 (da tempo vittima delle minacce di Forza Nuova e recentemente fermata dalle forze dell’ordine in Sudan durante un'inchiesta sulla strage di Karthoum), ha ieri twittato: «Quanto è bella questa piazza piena e il messaggio che manda: basta indifferenza! Nessuno può più nascondersi dietro l’ignavia. Chi si ritiene esonerato dal prendere posizione sappia che non sarà assolto. Prima o poi bisogna fare i conti con la propria coscienza. #NonSiamoPesci».

Ecco, invece, che cosa ha dichiarato Marta Bonafoni, consigliera regionale del Lazio e capogruppo della Lista Civica Zingaretti, ai nostri microfoni: «Una piazza strapiena, non si riesce ad entrare. Una risposta che dà la misura di quello che succedendo nel nostro Paese: c’è una reazione, c’è una resistenza civica e civile, a norma di legge e “a senso di cuore”, perché hanno veramente toccato le corde di una disumanità alla quale ci stiamo ribellando.

Siamo in piazza Montecitorio con la risposta a questo appello, Non siamo pesci. Nonostante la pioggia e il freddo siamo in tantissimi e in tantissime perché ci sono delle norme nazionali e internazionali, c’è lo Stato di Diritto che va difeso.

Sono contenta che a chiamarci a raccolta sia stato il mondo del diritto e della cultura, perché penso che veramente ci debba essere un appello che riguardi tutti i pezzi della nostra società.

C’è qualcosa di enorme che sta succedendo a largo di Siracusa, ma sta succedendo in tutte le nostre città, una violazione di fronte alla quale serve una ribellione vera, minuscola, individuale e collettiva insieme. Quindi ben venga ritrovarci davanti a quel Parlamento che sta sostenendo un governo che si macchia di questa responsabilità».

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Da venerdì 25 a domenica 27 gennaio a Roma, presso lo spazio dell’Altrove Teatro Studio (via Scalia, 63), andrà in scena lo spettacolo Processo a Fellini, scritto da Riccardo Pechini e diretto da Mariano Lamberti. Un vero e proprio evento che segna l’approdo del regista di God As You e di Una storia d’amore in quattro capitoli e mezzo al teatro. 

Un approdo che, però, non dimentica l’amore per il cinema, dacché protagonisti della pièce sono il grande Federico Fellini e la sua compagna, l’attrice Giulietta MasinaIncontriamo Mariano Lamberti mentre è impegnato nelle prove dello spettacolo per saperne di più su questo progetto per la scena. 

Mariano come mai dedicare uno spettacolo a Federico Fellini? O forse dovremmo dire a Giulietta Masina? Quanto si amarono e a quale costo? 

Processo a Fellini è uno spettacolo quanto mai puntuale: il 2018 si sono celebrati i  25 anni dalla sua morte e il 2020 si festeggierà  il centenario della sua nascita. Fellini è uno dei più grandi artisti del ventesimo secolo, quindi mi sembrava doveroso fare un omaggio alla sua arte. La  piece è anche un omaggio all' immenso talento di Giulietta Masina, troppo in fretta dimenticata. La loro storia d'amore è stata leggendaria, archetipica, umanissima, con tutte le luci e le ombre che un amore così complesso  può generare. Lo spettacolo si sofferma doverosamente  sulle ombre del loro rapporto, privato di carne e sangue nell'immaginario pubblico.

Il tuo è, in qualche modo, anche uno spettacolo sul ruolo delle muse (o dei musi). Hai avuto anche tu, nella tua carriera artistica, un modello di ispirazione? 

Ho avuto pochi, pochissimi modelli di ispirazione. Pasolini e il grande Federico Fellini sono senz'altro quelli a cui devo di più. Fellini rimane ancora una fonte di ispirazione per  questa sua immensa libertà di creare. Una libertà che ha avuto la fortuna di poter sperimentare fino in fondo, senza compromessi, una sorta di competizione con Dio, come lui la chiamava. La libertà (e non solo quella artistica) è uno dei doni più belli che l'essere umano possa ricevere dalla vita.

Con questo spettacolo, porti a teatro il tuo grande amore: il cinema. Quale regista ti ha davvero cambiato lo sguardo e ti ha fatto innamorare del cinema? 

Fellini è sicuramente il regista che per molti versi ha cambiato la mia visione del cinema: portando sullo schermo disadattati, esseri fragili, esclusi, diversi,  dimenticati, scomodi. Ci ha regalato un  immensa lezione di poesia che non solo ogni artista ma anche ogni uomo, dovrebbe sempre tenere con sè e custordire gelosamente.

Infine, se potessi dire qualcosa a Giulietta Masina, dopo la realizzazione di questo spettacolo, cosa le diresti?

Cara Giulietta, la tua arte sarà ricordata per sempre, ma il mio desiderio è che venga celebrata anche la tua grandissima umanità. Cosa alla quale spero di avere contribuito con questo spettacolo. 

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Il 21 gennaio del 1977 moriva in semipovertà e in condizioni di salute estremamente precarie Sandro Penna, uno dei poeti più originali e “rivoluzionari” della nostra tradizione letteraria. 

Cesare Garboli, suo biografo e studioso, nei Penna Papers scrive: «Penna è il solo poeta del Novecento il quale abbia tranquillamente rifiutato, senza dare in escandescenze, la realtà ideologica, morale, politica, sociale, intellettuale del mondo in cui viviamo». E Garboli ha davvero ragione. Del resto se c’è un intellettuale italiano che, già negli anni ‘30, ebbe il coraggio di raccontare liberamente in versi (e non solo) il suo amore per i ragazzi e il suo eros omosessuale fu senza dubbio Sandro Penna. 

Poeta epigrammatico e chiarissimo, allergico a qualsiasi ambiguità e compromesso, ebbe la determinazione di mettere tra parentesi la Storia e il Mondo, realizzando così un discorso poetico del tutto autonomo, lontano sia dalla “teologia negativa” di matrice montaliana sia da qualsiasi altra consolidata tradizione lirica nostrana. 

Il poeta Piero Bigongiari definì giustamente la poesia di Sandro Penna «un fiore senza gambo visibile». D’altronde, come poteva essere visibile il gambo “poetico” di una poesia che rifiutava, in nome della verità del desiderio e dell’amore, una Storia e un Mondo che erano da sempre ostili ed estranei alla natura di quell’amore e di quel desiderio?

Il gambo della poesia di Penna era nel suo anelito alla felicità e alla liberazione. Un anelito vissuto con pacatezza e pudicizia ma mai rinnegato. Mai dimenticato. 

La grandezza della  lirica di Penna sta proprio nella semplicità con cui il poeta perugino diede vita, per la prima volta nella storia della poesia italiana, all’universo dell’amore omosessuale, che era fatto sì di incontri occasionali e passionali rendez-vous negli orinatoi, ma raccoglieva anche il bisogno di essere amati, di essere riconosciuti, di essere visibili e felici incuranti di qualsiasi convezione borghese e di qualsiasi moralistica censura del tempo. Nei suoi componimenti, insomma, c’era sia la carne sia il cuore, sia l’amplesso fugace sia il grande amore. 

È d’uopo ricordare che Penna, pur rattristandosi per la censura, non censurò mai un suo verso, mai rinunciò alle armonie del suo immaginario poetico per compiacere i moralisti (Il mondo che vi pare di catene/ tutto è tessuto d’armonie profonde). 

Ecco perché oggi, in tempi di rigurgiti reazionari e “ideologie forti”, bisogna volgere lo sguardo alla bellezza che brilla ancora, sempre con lo stesso fulgore, nei versi di Sandro Penna, faro di libertà e coerenza per tutte e tutti. 

Luca Baldoni, poeta, saggista e autore dell’antologia di poesia gay Le parole tra gli uomini (Robin, 2012), a proposito di Sandro Penna ha dichiarato: «Sandro Penna è stato, oltre che grande poeta, un animo libero e coraggioso. Nell'Italia fascista e poi democristiana la sua voce avrebbe potuto indicare una strada diversa a molti. Purtroppo, come molti poeti, rimase un emarginato quando avrebbe potuto essere una guida.

Oggi il Comune di Roma apporrà una targa sulla sua casa di via della Mole dei Fiorentini, nel cuore della città che amava. Un omaggio frutto degli sforzi di Elio Pecora e Roberto Deidier, che da anni curano la memoria del poeta, e a cui mi unisco spiritualmente con molto affetto».

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Lo spettacolo La Felicità, prodotto dall'associazione culturale Madé per la regia di Nicola Alberto Orofino, andrà in scena, nell’ambito della VII° edizione del Roma Fringe Festival 2019, all’ex-Mattatoio di Roma, nello spazio "La Pelanda" (Piazza Orazio Giustiniani), il 10 gennaio alle ore 22.00, l’ 11 gennaio alle ore 19.00 e il 12 gennaio alle ore 20.30.
 
Si tratta del racconto di tre donne nella Catania del ‘68, donne che fanno cose da femmine. Recluse nei perimetri dei propri ruoli di genere e degli spazi, in cui la società le ha relegate. Una zitella, tutta casa e chiesa, baciapile e bacchettona, intollerante e maschilista. Una donna sposata con un uomo che non c’è mai perché si spacca la schiena, ma non le fa mancare nienteUna donna sposata con un imprenditore e che, a differenza delle altre due, inizia a sentire dentro di sé un desiderio di indipendenza e comincia a non sopportare più la subordinazione nei confronti del marito.
 
Fuori e lontana c’è la Catania che cresce, si allarga, s'allonga, si stira, come un pane in pasta, la Catania dei cantieri edili, con l’ambizione e la speranza di diventare la Milano del SudL’infelicità di queste donne ci appartiene, nonostante la storia sia ambientata nel ‘68, perché ci accorgiamo che dentro quel racconto ci siamo anche noi, qui e ora, in questo 2018, inverno del nostro scontento
 
A poche ore dalla prima messinscena romana incontriamo il regista Nicola Alberto Orofino.
Alberto, quale ragione ti ha spinto a portare in scena questo lavoro?
 
Lo spettacolo nasce da una studio fatto assieme ad un gruppo di attori sul '68 catanese. Anche nel profondo Sud, come del resto in Italia e in Europa, la contestazione, l’occupazione delle università, se pur di breve durata, produssero ragionamenti, immaginari, progetti di cambiamento nei campi della politica, della cultura, dei costumi. Ma interi strati sociali, e in particolare i ceti più popolari e le donne, anche quelle più culturalmente elevate di quelle che a Catania popolano "i quatteri", saggiarono poco o niente dei ragionamenti rivoluzionari che invece occupavano tanto i salotti borghesi. La vita per loro ha continuato a scivolare come sempre dentro le proprie case, gabbie ordinate e pulite. Dividersi tra marito, suoceri, figli e zii, spesso con l’aggravio di angherie, condizionamenti e violenze era percepito come l’unica possibilità per la propria vita. Così tra sofferenze intime e sorrisi finti, la vita “felice” di queste donne continuava a scorrere fino alla fine delle loro esistenze. La Felicità nasce con l’intento di raccontare queste donne, troppo dimenticate nei festeggiamenti, per la verità un po’ grotteschi, dei cinquant’anni dal '68.
 
La Felicità è uno spettacolo “al femminile” e racconta una storia di emancipazioni ed emancipazioni mancate. Oggi le donne vivono ancora un’urgenza “emancipazione”? Vivono ancora in strutture sociali e familiari maschiliste?
 
Basta fare un giro nella Catania dei “quatteri” e ci si rende immediatamente conto che le vite raccontate dalle nostre mamme o dalle nostre nonne sono ancora lì, immutate bloccate e solidissime. Detto questo però bisogna intendersi su cosa possa significare “urgenza di emancipazione” oggi. Le elaborazioni intellettuali e contestatarie, dal '68 ai nostri giorni, ci hanno lasciato tanto in termini legislativi e culturali. E oggi le possibilità di riscatto ci sono. Ma non possiamo nasconderci che in certe realtà si tratta di un percorso difficile, faticoso, che le donne possono compiere solo attraverso lotte solitarie e poco sostenute. Percorsi che richiedono in certe situazioni veri e propri atti di eroismo. Questa la ragione per cui manca in tante di loro una vera e propria assunzione di responsabilità per un vero riscatto. La conseguenza più immediata è che le strutture familiari e sociali di certi contesti permangono fortemente maschiliste. Mi sembra che sia questo il punto. Un misto di ignoranza e apatia, di solitudine e consuetudini ataviche portano le vite di certe donne di ieri, come di oggi, ad accettare che le loro esistenze siano totalmente gestite dagli uomini. Che forse la ricerca della propria felicità non possa risolversi nel declinare ogni responsabilità sulla propria vita? Si può essere veramente felici così? La felicità è un pensiero di rivoluzione, ma può anche essere un rimedio per evitarla… la rivoluzione.
 
L’emancipazione di cui narra il tuo spettacolo riguarda anche la città di Catania che, alla fine degli anni ‘60, sembrava destinata a diventare la Milano Glam del Sud Italia. Leggendo in prospettiva quel che è accaduto negli anni, Catania è oggi una città emancipata o ha definitivamente perso l’occasione di emanciparsi? E quali sono le responsabilità del fallimento del promesso boom degli anni '70?
 
Catania è una città alla ricerca perenne di felicità. Ma è una felicità di consumo, istantanea, che procura ebbrezze forti e momentanee. Catania è una città semplicemente disinteressata al riscatto. Non mi pare che abbiamo perso occasioni, perché una reale volontà di emancipazione dalla malavita, dal malaffare, da tutto ciò che è brutto e sporco è sempre stata soffocata. Ciclicamente è sembrato (è successo negli anni ‘70, all'inizio degli anni '90) che fermenti di rinnovamento potessero radicarsi. Abbiamo tante volte, troppe, parlato di rinascita, di primavera, di ripresa, di risveglio… Fuochi di paglia. La totale incapacità di una prospettiva lunga impedisce qualsiasi ipotesi progettuale. Catania ha dimostrato di interessarsi solo di felicità a basso costo. Non voglio rassegnarmi a ciò che è sempre stato. Ostinarsi a raccontare la propria comunità, può essere un tentativo piccolo ma concreto di sovvertire decenni di fallimento.
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All'Off/Off Theatre di Roma va in scena, fino al 13 gennaio, Salvatore Sasà Striano con il suo spettacolo dal titolo Il giovane criminaleGenet/Sasà.
 
Il lavoro è ispirato al Giovane criminale di Jean Genet, il monologo con cui Salvatore Sasà Striano si rivolge direttamente agli spettatori, provocandoli e spingendoli alla comprensione della realtà criminale e carceraria. Un invito ad aprire gli occhi su verità dimenticate o ignorate. Sono quelle verità che Sasà racconta agli spettatori, a ruotare costantemente intorno alla vita di un giovane criminale, che nasce e cresce miezz'a vie, proprio com'è accaduto a se stessoCome Genet, Striano indicherà la via d'uscita che egli ha imboccato, la via definita dalla capacità salvifica dell'arte, della poesia, della letteratura e soprattutto, del teatro.
 
Incontriamo Sasà Striano a due giorni dal debutto romano per saperne di più sul suo spettacolo. 
 
Sasà, come mai hai sentito l’esigenza di portare in scena un lavoro ispirato a Genet? 
Perché l’amico mio Genet è stato più volte imbavagliato sia per limitarne la libertà d’espressione sia per frenarne la libertà sessuale. E darò voce sempre alla sua anima!
 
Il giovane criminale è anche un lavoro teatrale sulla verità e sulla necessità di fare i conti con le verità che il mondo borghese preferisce ignorare o rimuovere. Guardare in faccia le verità, anche le più scomode, ci libera o ci danna? Qual è la verità più scomoda con cui Sasà ha dovuto fare i conti? 
 
Guardare in faccia le nostre verità non potrà mai essere una cosa dannosa ma anzi liberatoria. Se non guardi in faccia la tua verità non puoi liberarti. Quindi dobbiamo gridarle sempre più forte e senza vergogna. Personalmente, poi, non credo che esistano verità scomode. Le bugie sono scomode, perché facciamo fatica a nasconderle e ci mettono in pericolo.
 
Da quale pregiudizio dobbiamo liberarci per poter guardare in maniera più autentica la vita?
 
Le persone che hanno pregiudizi vivono in carcere. Sono in galera con sé stessi. Si creano delle prigioni dentro di loro.
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Sarà ancora aperta al pubblico fino al 7 dicembre, presso Officine Fotografiche a Roma, la retrospettiva fotografica che Lina Pallotta, da sempre attratta dalla cultura underground e dalle storie di rivalsa e riscatto, ha dedicato all’amica e attivista Porpora Marcasciano, figura di spicco del transfemminismo internazionale e presidente onoraria del Movimento Identità Trans (Mit).

La mostra, che intreccia evocazioni biografico-affettive con le trasformazioni socio-culturali della società contemporanea, è un’occasione importante per riflettere sulla potenza dell’immagine e sul valore dell’esperienza, ora umana e ora artistica, che si realizza nel sodalizio tra due sguardi profondi: quello di Lina Pallotta e quello di Porpora Marcasciano.

Incontriamo Lina Pallotta per avere qualche notizia in più sulla mostra.

Lina, se dovessi restituire, in maniera sintetica, il senso  della mostra fotografica su Porpora, cosa ti sentiresti di dire?

È un viaggio personale nella vita di Porpora: una visione, intima, personale e soggettiva. Un tentativo di restituire attraverso questo approccio una visione che restituisca una dimensione umana e complessa a una figura e a un mondo, marginalizzato e stereotipato dalla maggior parte delle immagini che lo rappresentano. 

Quanto deve, a tuo parere, l’emancipazione sociale e culturale di questo Paese a Porpora  Marcasciano? 

Questa è una domanda difficile per me, perché non voglio dire cose imprecise. Le figure che rappresentano il variegato paesaggio dei movimenti possono rispondere in maniera adeguata meglio di me. Personalmente penso che Porpora e tante altre figure e associazioni, hanno determinato un cambiamento profondo e positivo del panorama socio-culturale del nostro Paese. L'attivismo, le lotte hanno cambiato leggi che penalizzavano e ghettizzavano queste categorie. Nonostante ci sia ancora tanto lavoro da fare, il muro di segretezza e paura della mia infanzia è crollato.

Porpora, oltre al suo lavoro di attivismo attraverso il Mit e altre situazioni, ha contribuito con i suoi libri a diffondere verità sul tema e a dare voce e dignità a tante persone che hanno fatto la storia e l'hanno cambiata. Le narrative dal basso sono la fonte a cui Porpora attinge e anche il mio approccio al tema. 

Tra gli scatti che sono presenti nell’allestimento, quale credi sia più rappresentativo o a quale sei più affezionata umanamente e artisticamente? 

Non ho scatti preferiti e ho difficoltà a scegliere un singolo scatto. Anche la selezione delle immagini presenti nella mostra è stato un processo complicato per me. Lavoro su storie e quindi l'insieme per me è sempre più importante del singolo scatto. Credo nella costruzione di uno spazio visivo dove le persone possano usufruire di una visione ampia e libera di mondi che non sempre conoscono.  

Infine, come definiresti la tua fotografia? Che valore credi di poterle attribuire? 

La mia fotografia si inserisce all'interno della tradizione documentaristica, personale, soggettiva e intima. Credo che solo la vicinanza e i momenti di intimità possano restituire brandelli di verità difficili da cogliere data la sovraesposizione mediatica del nostro momento storico. Ovviamente è complicato attribuire alla mia fotografia del valori, preferisco lasciare agli altri questo compito. Siamo in tanti ad attribuire al nostro lavoro concetti e virtù che sono solo nella nostra testa! Posso solo sperare che attraverso le mie immagini, le persone sentano il bisogno di rivalutare i loro pregiudizi, di avvicinarsi  e cercare informazioni approfondite e specifiche sul tema.

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