È sempre bene ricordare cosa accade quando l’afflato religioso pervade in maniera eccessiva e disorganica la vita di una persona, stimolando reazioni anomale. Reazioni spesso in contraddizione con i dettami di accoglienza e inclusione che dovrebbero essere alla base di ogni religione. E il protagonista di I am Michael, film presentato giovedì 5 ottobre all’interno della rassegna di cinema Lgbti dell’Acrobax di Roma, ne è la prova perfetta.

Ispirato a una vicenda realmente accaduta, I am Michael è l'incredibile storia di Michael Glatze (interpretato da James Franco), un noto attivista Lgbti statunitense che fu al centro di una controversia molto violenta quando diventò pastore cristiano e affermò di non essere più gay. Il film racconta la storia di Michael: dalla sua vita a San Francisco con il fidanzato Bennett, dove persegue l'attivismo politico, una carriera da giornalista all'XY Magazine e l'esplorazione sessuale, fino al momento della personale scoperta spirituale. Infatti, dopo una paura traumatica, Michael inizia a essere afflitto da dubbi e paranoie e intraprende un risveglio religioso che lo porta a rinunciare al suo stile di vita, a rifiutare i suoi amici e a cercare il suo "vero sé" all’interno di esperienze mistiche. Michael, allora, dopo aver esplorato il buddismo e il mormonismo, si lascia coinvolgere da una scuola biblica nel Wyoming rurale dove incontra la sua fidanzata, Rebekah, e dove si forma fino a diventare pastore della propria comunità

Prodotto, tra gli altri, da Gus Van Sant nonché dallo stesso James Franco e presentato sia al Sundance Festival sia alla Berlinale 2015, il film, che non ha avuto distribuzione in Italia se non all’interno di retrospettive dedicate, sembra fatto apposta per far discutere. James Franco, intervistato da La Repubblica, lo ha così presentato: «I am Michael è una storia vera, devastante. Sarà un film che solleverà molte polemiche, la sua vicenda ha riaperto antiche diatribe. L’omosessualità è un fatto genetico? È una malattia? Si può guarire? Si può diventare etero?».

Il film solleva chiaramente l’attenzione sulle pratiche di riorientamento sessuale e quindi sulle terapie riparative che nascono proprio negli Stati Uniti e mirano a cambiare l’orientamento sessuale di una persona, “riparando” l’omosessualità in eterosessualità. Queste terapie di conversione, prive di qualsiasi credito scientifico, presentano spesso una notevole e determinante componente religiosa.

L'opinione delle organizzazioni mediche e psichiatriche è che questi trattamenti, assolutamente antiscientifici e inefficaci, sono potenzialmente dannosi. Tutte le maggiori organizzazioni per la salute mentale, infatti, hanno espresso grande preoccupazione riguardo a questi trattamenti perché la promozione di terapie di cambiamento rinforza gli stereotipi e contribuisce a un clima negativo per le persone lesbiche, gay e bisessuali.

Uno dei temi su cui il film insiste maggiormente è senz’altro la forza che può provenire dall’appartenenza a una comunità: sia che si tratti dell’appartenenza alla comunità Lgbti sia a quella cristiana. Infatti sentirsi parte di una comunità rende l’individuo più facilmente riconoscibile e accettato. Questa forma di garanzia esistenziale può anche poi determinare lo stile di vita del singolo individuo, soprattutto in circostanze di fragilità emotiva e sentimentale. Ma cosa succede quando questo stile di vita non corrisponde alla sua vera e intima dimensione affettiva e sessuale? Quando il modo in cui si è percepiti si scontra con chi si è veramente? Il regista Justin Kelly, che ha lavorato sul film per tre anni, ha detto: «Questo film non è solo la storia di un ‘ex-gay’. È in realtà una storia molto problematica sul potere della fede e il desiderio di appartenenza». 

Grazie a una narrazione chiara e misurata Justin Kelly dirige il proprio esordio con grande equilibrio, peccando forse per un’eccessiva voglia di raccontare che lo spinge a entrare in dettagli e pieghe della vicenda che spezzano e rallentano inutilmente il ritmo della piccola. Kelly sembra essere soprattutto attratto dal modo in cui il protagonista Michael abbia sempre trattato con il massimo della sincerità e dell'etica personale le proprie idee, sia prima sia dopo la “svolta” religiosa, partecipandole e diffondendole con entusiasmo sulla carta stampata, attraverso il suo blog e attraverso la rete. La conversione cristiana e la frequentazione degli ambienti più radicali vengono comprensibilmente ritratti con un po' di ironia e umorismo. Eppure Kelly dimostra una sana forma di curiosità nei confronti delle idee di Glatze. Curiosità che scongiura qualsiasi rischio di facile derisione.

A ogni modo, a prescindere dalle proprie convinzioni religiose e dal proprio orientamento sessuale, l’unica domanda che non può rimanere inevasa è proprio quella implicitamente contenuta all’interno del film e che ha anche la miglior risposta a tutte le teorie riparative, agli integralismi e all’odio che viviamo quotidianamente: «Quale Dio vi punirebbe per aver trovato l’amore?». Ovviamente, nessuno.

 

 

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Giuseppe Povia, il cantante del verbo delle teorie riparative e compagno inseparabile di Gianfranco Amato nelle conferenze-concerto Invertiamo la rotta. Contro la dittatura del pensiero unico, è tornato a far parlare di sé dopo la cancellazione d’una sua kermesse presso il circolo Arci Pisanello di Pisa. L’esibizione canora si sarebbe dovuta tenere il 12 maggio ma era stata annullata per il deciso intervento dei rappresentanti provinciali dell’associazione. Da allora non era passato giorno che il cantante di Luca era gay - riapparso recentemente anche in Rai nel corso d’un talk show mattutino della rete ammiraglia – non attaccasse i dirigenti dell'Arci e i componenti della collettività Lgbti fino a lanciare un video di protesta su YouTube.

Poi uno scarno post, pubblicato nel pomeriggio del 4 luglio sulla pagina fb di Arci Nazionale, informava improvvisamente d’un incontro con Povia: «L’Arci incontra Giuseppe Povia nella sede nazionale a Roma per ascoltarlo e confrontarsi a seguito del mancato concerto in un circolo Arci e del video realizzato dal cantante in cui chiama in causa l’Arci nazionale». Com’era prevedibile – tanto più che nulla si diceva in quel post di cosa fosse stato detto a Povia nel corso dell’incontro -, non  s’è fatta attendere la reazione indignata della collettività Lgbti.

Dopo un ulteriore quanto stringato comunicato di chiarimento, la presidente nazionale dell’Arci Francesca Chiavacci ha deciso di parlare dell’incontro con Povia a Gaynews e di chiarire alcuni punti. Eccone la dichiarazione:

Si sa che Pisanello, un circolo dell’Arci di Pisa, aveva confermato un concerto di Povia. La presidente dell’Arci di Pisa, che è anche componente del direttivo nazionale, aveva scritto una lettera al circolo chiedendo di disdire il concerto la sera stessa perché il lavoro di Povia, se così si può chiamare, non è in sintonia con la nostra etica (queste le parole usate dalla dirigente). Da quel giorno Povia ha iniziato a stalkerarci via Facebook. Sotto ogni nostro post lui pubblicava un suo video  in cui chiedeva un incontro. Incontro che, fra l’altro, lui ha anche rimandato una prima volta. Alla fine in quello d'ieri – che è stato breve e molto acceso – abbiamo deciso di difendere la nostra dirigente pisana.

Se c’è stato un errore, è un errore comunicativo e riguarda il post sull’avvenuto incontro. Post che è stato scritto perché speravamo che Povia la finisse di dire che non volevamo parlare con lui. Mi rendo però conto che è stato un post troppo breve e che forse necessitava d’ulteriori spiegazioni. Mi spiace la reazione della collettività Lgbti che, in ogni caso, comprendo.

Mi spiace perché le posizioni dell’Arci sui diritti civili e la condivisione delle battaglie del movimento sono ben note. Vorrei soltanto ricordare che quando la sindaca leghista di Cascina ha permesso un concerto di Povia nel suo comune Arci era lì a protestare. Ci tengo a ribadire che mai avremmo immaginato che si potesse mettere in discussione che l’Arci non condivide assolutamente le cose dette da questo signore. Signore che, peraltro, non è neanche di grande spessore culturale o, perlomeno, così si è dimostarto nel corso di questo incontro che è durato poco più di mezz’ora. Non è stato neanche all’altezza di controbattere. Non è andato al di là dell’accusa di essere dei censori.

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