Ogni anno, dal 1998, il 20 novembre ricorre il “Transgender day of Remembrance” (TDoR), evento realizzato su iniziativa di Gwendolyn Ann Smith, attivista transgender, per ricordare Rita Hester, il cui assassinio in Massachussets diede avvio al progetto web Remembering Our Dead, e nel 1999 a una veglia a lume di candela a San Francisco.

Quest’anno la città di Napoli, in occasione del TDoR, ha ospitato la Trans Freedom March (celebrata anche a Torino), evento co-organizzato dall’Associazione Transessuali Napoli (ATN), sostenuto dal Comune di Napoli, dal Comitato Arcigay di Napoli, dalle associazioni Lgbti campane e dal Mit  e dalle associazioni trans nazionali.

La marcia, che è iniziata alle 17 a Piazza Dante, dopo il saluto del sindaco di Napoli Luigi de Magistris, sempre sensibile alle urgenze della comunità Lgbti, ha fatto irruzione nelle strade del centro cittadino per focalizzare l’attenzione sulla voce delle persone trans e sull’agognata libertà che la comunità rivendica.

«Il diritto al lavoro, all’emancipazione negata, allo studio, alla ‘scelta’, ad una vita serena, restano ancora speranze per molti, e per questo diventano atti dirompenti e necessari di rivendicazione del proprio orgoglio – dichiara Daniela Lourdes Falanga, delegata ai diritti delle persone trans di Arcigay Napoli –. Tante ancora le persone transgender assassinate, condannate ad un atroce destino solo perché intercettate nel loro coraggio e negate alla vita e Napoli, purtroppo, ha il triste primato che vide, solo nel 2016, tre vittime transgender a fronte di sette persone in tutta Italia. Non a caso la marcia diventa, per questo, un importante messaggio nella città “madre” della comunità Trans».

«La marcia deve servire a scardinare il pregiudizio invisibile che è latente in tutti – afferma Porpora Marcasciano, leader storica del Movimento transessuale italiano – in tutti quelli che pensano che la transessualità sia un capriccio o uno scimmiottamento della femminilità perché questo tipo di pregiudizio, silente e invisibile, fomenta la violenza».

Paolo Valerio, docente di Psicologia clinica, presente alla marcia come rappresentante dell’Onig (Osservatorio nazionale identità di genere) e dell’Università di Napoli Federico II, non ha dubbi sull’importanza dell’evento: «Questa marcia rappresenta un’occasione in cui la città può entrare in contatto con un mondo che, di solito, è colpito dal pregiudizio ed è bello vedere marciare insieme tante persone che chiedono pari opportunità e pari diritti soprattutto rispetto al lavoro e alla salute. L’Università di Napoli Federico II - ricorda il prof. Valerio - ha voluto creare un identità alias per consentire a tutti gli studenti transgender di vedersi riconosciuto sul libretto un nome in sintonia con l’identità di genere a cui sentono di appartenere». 

«La Trans Freedom March è importante perché è un momento di confronto – sostiene Ileana Capurro, Presidente dell’Atn - un momento i cui la stessa comunità trans si incontra e riscopre una coesione importante. La risposta della città è certamente positiva e devo ammettere che anche in fase di organizzazione c’è stata grande disponibilità delle Istituzioni all'organizzazione dell'evento». 

Infine la parola a Regina Satariano, leader storica del mondo transessuale che dichiara: «Questa marcia serve a prendere consapevolezza di quanto accade a livello mondiale, questa marcia ricorda le 327 vittime trans che ci sono state nel mondo nell’ultimo anno, una cosa intollerabile! Non si può essere ciechi e sordi su queste cose».

La marcia si è conclusa a Piazza Municipio, davanti a Palazzo san Giacomo, dove un palco ha accolto le testimonianze di diversi attivisti delle associazioni coinvolte, l’esibizione di alcuni artisti e la consueta veglia a lume di candela in cui si sono evocati i nomi delle 327 persone trans vittime di odio transfobico.

Infine, bisogna ricordare che, in concomitanza con la Marcia, nel carcere di Poggioreale si è svolto un evento legato al TDoR particolarmente toccante e coinvolgente, coordinato da Daniela Lourdes Falanga perché anche negli spazi più marginali del mondo la comunità di persone transgender e omosessuali possano ricordare le vittime di odio transfobico e percorrere un percorso di consapevolezza atto a garantire un primo vero atto di emancipazione dal carcere stesso.

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Da diversi anni sotto la Mole si svolgono molti eventi per commemorare il Transgender Day of Remembrance: la ricorrenza della comunità Lgbti  per commemorare le vittime dell'odio e del pregiudizio transfobico.

Domani  il Coordinamento Torino Pride, come ormai di consuetudine, ha deciso di celebrare il TDoR con una marcia che partirà da Piazza Vittorio Veneto alle 16 30 per arrivare, poi, in Piazza Castello. Durante il corteo e sul palco di piazza Castello la commemorazione sarà accompagnata dal coro Free Voices Gospel Choir, dalle folli note dei giocolieri di pentagrammi che compongono la fanfara di musica da strada Bandaradan e dal pianista Alberto Cipolla, noto anche per aver arrangiato e prodotto musiche per programmi tv nazionali e colonne sonore di molti film e documentari.

Proprio in piazza Castello, luogo di arrivo della marcia, lo scorso 9 novembre è stata allestita la mostra Tra le Nuvole ♥ Elovun el Art, allestita sotto i portici del Palazzo della Giunta della Regione Piemonte. Il progetto fotografico – come affermano le artiste Paola Arpone e Georgia Garofalo «è una storia di conquista e di orgoglio. Un progetto che vuole metterci di fronte all’anacronismo culturale della nostra società, in cui la “norma” è ancora regola, l’identità di genere è un tema sospeso nel limbo della disinformazione e termini come transessuale e transgender sono ancora percepiti come lontani se non addirittura grotteschi».

Per la Trans Freedom March torinese il 2017 è una data importante perché per la prima volta una società multinazionale – car2go – ha deciso di schierarsi a fianco di una manifestazione di difesa dei diritti delle persone trans sostenendola economicamente.

«Il 20 novembre dal 1999 è la data che ricorda le persone transessuali e trans gender che sono state  uccise proprio a causa della loro condizione – dichiara Alessandro Battaglia, Coordinatore Torino Pride –. Partita da San Francisco questa commemorazione ha pian piano preso piede in tutto il mondo  perché lo stigma che accompagna le persone trans non conosce frontiere. Dal 2014 il Coordinamento Torino Pride Glbt ha deciso di commemorare questa giornata con una marcia con l’intento di attraversare una città rendendo visibile la realtà trans aldilà di come viene dipinta dai media.

Troppo spesso assistiamo a una visibilità delle persone trans come fenomeni da baraccone, come persone malate, come vite che si situano ai margini della società. Troppo spesso dimentichiamo che la libertà di esprimere la propria identità riguarda tutti, non solo chi affronta un difficile percorso di transizione per affermarla. Le vittime della transfobia non sono solo quelle delle quali leggeremo i nomi in piazza, ma anche tutte coloro alle quali non viene dato accesso al mondo del lavoro, alle quali non viene affittata la casa, quelle che vengono derise e insultate quotidianamente».

Appuntamento, quindi a Torino, per manciare tutte e tutti insieme per una società più giusta.

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Da sempre attivista per i diritti delle persone Lgbti. In Arcigay da molti anni, del cui comitato torinese è stato anche presidente. Attualmente assessore con delega alle Pari opportunità del Comune di Torino. A più d’un anno dall’inizio dell’incarico ammininistrativo Marco Alessandro Giusta rilegge le sue battaglie per i diritti civili nel capoluogo piemontese.

Assessore Giusta, come ci si sente in questa veste?

Sicuramente il cambio è di quelli da togliere il fiato. Un giorno sei con coloro che fuori dal palazzo chiedono ascolto, il giorno dopo ti ritrovi ad ascoltare i tuoi compagni e compagne di battaglia. E spesso la voglia di girare intorno al tavolo e sedersi dalla stessa parte è tanta. Però resto convinto della scelta che ho fatto di mettermi a disposizione della città e garantire che i diritti delle persone Lgbti siano non solo rispettati, ma valorizzati e inseriti nel programma complessivo della città, continuando il trend estremamente positivo che vede Torino come uno dei centri più friendly d'Italia, se non il più esperto su questi temi.

A Torino nasce il movimento negli anni ‘70 con il F.U.O.R.I. A Torino si costituisce il primo servizio Lgbti del Comune. Torino ha la segreteria della Rete Ready ed è stata scelta per attuare la strategia nazionale Lgbti. Nasce qui il più importante festival cinematografico Lgbt Da Sodoma a Hollywood ora Lovers su iniziativa di Ottavio Mai e Giovanni Minerba. Nasce qui il Coordinamento Torino Pride Glbt dal Comitato Torino Pride 2006 e dal Coordinamento Glt. Qui nasce CasArcobaleno. Il lavoro quotidiano e costante tra istituzioni e associazioni del territorio e nazionali continua a produrre risultati importanti.

Torino è una città da sempre in prima fila  nella lotta per i diritti di tutti. Una città che ha visto negli anni  passati le lotte operaie come punta  di diamante per i diritti a lavoro. Oggi che città ci può raccontare? 

I diritti a Torino sono qualcosa di vero, concreto, percepito. Sono stati sudati in fabbrica e nelle strade durante le lotte operaie. Sono diventati il traguardo da raggiungere e difendere. Ma soprattutto hanno iniziato a parlare tra di loro. Durante la manifestazione I diritti sono il nostro Pride del 2010 ricordo la bellezza e la fatica della costruzione di una piattaforma comune tra il movimento delle donne, quello dei migranti e quello Lgbti, con la compenetrazione dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori.

Da allora ho scoperto l'intersezionalità: termine coniato dall'attivista e giurista afroamericana Kimberlé Williams Crenshaw per descrivere che differenti identità sociali possono sovrapporsi ed incrociarsi, così come le discriminazioni che si portano dietro. Scoperta che ha avuto successivi insegnamenti nei percorsi costruiti in Arcigay, con i sindacati, nel Coordinamento Torino Pride, nel nodo provinciale Unar e in CasArcobaleno. Ora questo approccio lo abbiamo portato in Comune, dove proviamo a lavorare con quest'ottica e coinvolgere i diversi gruppi a rischio discriminazione a lavorare tra loro l'uno per l'altro. Sarà un percorso lungo e complesso, ma siamo sulla strada giusta. 

Si parla da tempo di famiglie e non più di famiglia. Quali sono le principali azioni che il suo assessorato sta portando avanti in questo senso?

Sul tema delle unioni civili abbiamo fatto una corsa contro il tempo. Ci tenevamo da un lato a essere tra le prime città a celebrare le unioni, dall'altro avevamo alcune famiglie con gravi problemi di salute per cui l'urgenza era massima (ricordo il caso di Franco e Gianni, la prima unione civile a Torino celebrata dalla sindaca. Franco ora non c'è più, ma Gianni ha scritto un libro, è venuto al Pride per la prima volta e ora sta portando avanti la campagna #vietatoarrendersi con l'aiuto di Stefano e altri amici). Immediatamente dopo siamo stati la prima città in Italia a garantire ai dipendenti l'equiparazione delle unioni ai matrimoni (come previsto per legge) per i congedi, anticipando la circolare dell'Inps e ampliando inoltre anche la possibilità di fruire dei permessi 104 sia alle unioni civili che ai e alle conviventi more uxorio come stabilito dalla sentenza della corte costituzionale. Infine, proprio in questi giorni abbiamo un pezzo del Piano Azioni Positive proposto dal Cug del Comune di Torino dando la possibilità alle e ai dipendenti di "prestarsi" delle ore di ferie per venire incontro a chi ha necessità particolari. Da qui in poi cercheremo di lavorare principalmente sugli orari dei servizi al fine di venire incontro alle necessità delle famiglie torinesi, in modo da migliorare la qualità della vita.

Lavoreremo ancora, immaginando appunto di servire tutte le famiglie. Ricordo ancora quando con la sindaca modificammo a mano il nome della delega da famiglia a famiglie. Tempo una settimana ed ebbi la prima manifestazione contro questa scelta da parte del Popolo della Famiglia. Solo per aver ricordato che le famiglie ormai sono moltissime e diverse: oltre alle famiglie tradizionali vi sono quelle ricomposte, monoparentali, allargate, omogenitoriali, formate da due uomini o da due donne, separate, vedovi e vedove, miste, adottive, affidatarie, etc etc. L'amministrazione deve pensare a tutte loro, non solo a una parte o un'altra.

A Roma in alcuni quartieri periferici, con manifestazioni anche molto accese, sono state mandate via famiglie di immigrati a cui era stata assegnata una casa dal Comune. A Torino qual è situazione e  quali  le urgenze per la lotta  al razzismo? 

A Torino, per fortuna, la situazione è molto diversa rispetto a quella che raccontate nella domanda. Episodi di razzismo e discriminazione sono purtroppo quotidiani e onnipresenti, ma non raggiungono picchi così violenti e visibili. Questo, ovviamente, non deve farci abbassare la guardia: il razzismo e la discriminazione sono fenomeni non solo in ascesa, ma che stanno cambiando dinamiche.

In Paesi come l'Italia, infatti, la percezione della diversità prescinde quasi completamente dallo status giuridico: il colore della pelle, nomi o cognomi di origine straniera, segni visibili di appartenenze culturali, religiose ed etniche (il velo per le donne musulmane, per esempio) sono sufficienti a identificare una persona come “straniera” indipendentemente dal suo status giuridico. Molte delle politiche di sostegno attivo (penso ai bandi europei Fami per l'integrazione) si rivolgono unicamente a target con lo stato giuridico di "stranieri", lasciando così scoperte, come una coperta troppo corta, intere categorie di persone che soffrono di discriminazioni simili. A farne le spese sono soprattutto le nuove generazioni. È per questo che la città di Torino sta sviluppando sempre di più azioni di "intercultura", sostituendolo all'approccio di "integrazione", azioni cioè che rafforzino le comunità attraverso le loro associazioni di riferimento, che migliorino la capacità di ascolto della pubblica amministrazione nei confronti di persone portatrici di culture e religioni differenti, che aumentino le occasioni di dialogo fra parti diverse della società.

Ora un colpo basso. Comune targato M5S. Che ci racconta  in proposito in tema di diritti?

Questa domanda mi coglie sul vivo! Nel senso che i diritti sono, è vero, il mio punto debole: non posso fare a meno di occuparmene. Mi permetto questo gioco di parole per dire che per me, come per il mio staff, lavorare sui diritti non è una domanda che presuppone un se, ma presuppone sempre un come. Il problema non è se occuparsi di diritti ma come lo si fa. L’approccio che sto, che stiamo provando a portare avanti è un approccio intersezionale e trasversale, che guarda alle persone nella loro interezza, puntando a valorizzare somiglianze e differenze entro un approccio che mira a a ridurre le diseguaglianze tra le persone. Su questa linea stiamo lavorando molto con le comunità a Torino. Due esempi recenti sono la Giornata delle Moschee aperte e il Protocollo firmato con la Comunità Cinese. Stiamo portando avanti un lavoro di coinvolgimento delle associazioni e delle realtà che sul territorio torinese si occupano di violenza e discriminazione contro le donna, puntando a valorizzare i saperi che in questi anni queste stesse realtà hanno sviluppato. Un esempio è proprio la campagna per il 25 novembre di quest’anno co-progettata e co-ideata dalle realtà del Ccvd. Oppure ancora il lavoro di rafforzamento delle politiche di inclusione delle persone Lgbt grazie soprattutto al lavoro con la Rete Ready e al lavoro di formazione costante interno all’amministrazione portato avanti dal Servizio Lgbt della Città. E poi, infine, il lavoro di confronto e condivisione con le realtà che si occupano di sostegno ed empowerment delle persone con disabilità, il cui esempio principe sarà l’istituzione in Città della figura del Disability Manager. Quindi, questa è quella che voglio sia la mia narrazione sui diritti: non mi accontenterò di niente di meno.

Per questo sono contento di lavorare con consigliere e consiglieri della maggioranza che su questi temi sono in prima linea, così come con il Gdl regionale Pari opportunità. Ad esempio, pochi giorni fa la maggioranza M5s ha votato una mozione presentata dal consigliere Carretta del Pd che dà mandato alla Giunta di negare le piazze a chi non professa i valori antifascisti come indicato nella costituzione, professando e/o praticando comportamenti fascisti, razzisti e omofobi. La presidente della commissione pari opportunità Viviana Ferrero del M5S ha inoltre presentato un emendamento che introduce la transfobia e il sessismo tra i comportamenti da non permettere. Stessa mozione, tutte di ispirazione dell'Anpi e Aned, era stata approvata a Pavia in occasione della modifica del regolamento di polizia municipale dal consigliere M5s Polizzi.

Una domanda infine a carattere sportivo. Marco Alessandro Giusta è della Juventus o del Torino

Juventus, come il papà. Anche se ormai da torinese gioisco anche quando vince il Torino. 

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Preferì togliersi la vita Ottavio Mai, ricoverato in ospedale a Torino per complicanze da Aids. E così 25 anni fa se ne andava, appena 46enne, lo scrittore, poeta, attore, sceneggiatore, regista d’origine romana, il cui nome resterà per sempre legato all’ideazione del Torino Glbt Film Festival - Da Sodoma a Hollywood. Giunto alla 32° edizione sotto la denominazione Lovers Film Festival - Torino LGBTQI Visions, l’evento è stato definito dal ministero per i Beni e le Attività culturali «una tra le più importanti manifestazioni cinematografiche italiane a livello internazionale».

Ma 25 anni fa se ne andava, soprattutto, un importante “attivista per i diritti degli omosessuali” – come è scritto sulla targa della via che gli è stata intitolata a Torino il 24 aprile 2015 –. Se ne andava, soprattutto un uomo dall’eccezionale creatività, legato dal 1977 alla morte a Giovanni Minerba, con cui condivise gli stessi ideali di militanza, gli stessi interessi culturali, la stessa passione per la cinematografia. Passione che portò Ottavio e Giovanni a produrre pellicole nonché docufilm di valore e a istituire, come accennato, all’importante festival cinematografico su temi afferenti all’omosessualità.

E proprio Giovanni nelle prime ore dell’odierna giornata ha voluto affidare i propri sentimenti immutati per Ottavio, le proprie emozioni, i propri ricordi a un post dal titolo Mi ha lasciato la vita.

«Sono passati 25 anni - così ha scritto - da quella notte fra il 7 e l’8 Novembre del ’92 quando un improvviso e lontano squillo del telefono, tanto impercettibile quanto definitivo, confidò al mio cuore stanco e appesantito dalla preoccupazione che Ottavio mi aveva lasciato solo.

Aveva infine deciso di oltrepassare lo schermo, anticipando l’ignoto nemico, e abbandonare le cose di quaggiù, in quel suo modo determinato, silenzioso e quasi timido, simile a tutti i gesti, alle parole non dette, alle determinazioni di una vita, ai quindici anni di quella vita che abbiamo vissuto come una cosa sola, e che in qualche modo, complice la preziosa testimonianza di tanti amici, cerchiamo sempre di tenere viva.

Non sta a me celebrare i fatti, le idee, i progetti, le iniziative, realizzati fra il 1977 e il 1992. Tutto mi ha visto compartecipe e corresponsabile, tutto ha riempito la mia vita, invaso i miei sogni, esaudito molti ingenui desideri. Tutto ci hanno fatto combattere e vincere insieme tante battaglie.

Resta sempre la coscienza del dolore e la certezza della continua necessità di pensare all’onestà intellettuale di Ottavio, alla sua infinita curiosità e le sue stupefacenti intuizioni»

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Sabato 14 ottobre. Guidata da Massimo Florio con accanto il compagno d’una vita Claudio Bulgarelli, una spider verde petrolio si è fermata poco prima delle 18:00 davanti al Palazzo Civico di Torino. Ad accogliere la coppia familiari e amici, giunti da più parte d’Italia per partecipare a un momento di particolare importanza. Quello, cioè, dell’unione civile di Massimo e Claudio.

Ad accoglierne la dichiarazione nella splendida cornice del Salone dei Marmi, dominato dall’altorilievo ottocentesco di Vittorio Emanuele I di Savoia, la consigliera comunale dem Chiara Foglietta alla presenza dei testimoni Paolo Cianchetti, Simona Vlaic, Alessandro Volpato, Hussein Bulgarelli. Quest’ultimo è il 30enne d’origine iraqena, la cui adozione a favore di Claudio è stata disposta nei giorni scorsi dal Tribunale di Torino. È stato lui a indirizzare ai neouniti, coi quali vive da otto anni, un commovente messaggio di auguri. «È una giornata importante per voi quanto preziosa per me – così in un passaggio del bellissimo testo – che della vostra vita mi sento parte. Voi mi avete insegnato a rispettare ogni persona di questa terra perché avete avuto rispetto di me e della mia dignità di uomo fin dal primo momento in cui ci siamo incontrati.

Avete accolto nella vostra casa un ragazzo sconosciuto a tutti ed anche a sé stesso che per molte persone era soltanto uno straniero da sfruttare e guardare con sospetto. In fuga dalla mia terra e dalle mie origini, da cui ho avuto soltanto rifiuto ed abbandono, ero qui in Italia solo, senza famiglia e, senza persone di cui potermi fidare, spesso in balia di opportunisti pronti a raggirarmi e sfruttarmi.

Nonostante il sospetto di molti che vi mettevano in guardia dai possibili oscuri interessi di questo straniero sconosciuto, voi mi avete guardato e vi siete presi cura di me senza curavi dell’opinione dei molti, dimostrando a loro ed insegnando a me che non sono una persona qualsiasi, che anch’io, come tutti ho diritto al rispetto della mia dignità e della mia esistenza di uomo».

Massimo e Claudio hanno così coronato dopo 22 anni la loro storia d’amore, iniziata nel 1995. Il loro sì non solo ha suggellato un lungo cammino di attesa e affetto reciproco ma è assurto anche a simbolo d’un diuturno attivismo Lgbti, di cui entrambi sono da anni promotori instancabili. Presidente del circolo culturale e ricreativo 011 – di cui Claudio è vicepresidente –, Massimo è infatti componente del direttivo di Anddos. Inoltre, come rappresentante dell’associazione che presiede, è all’interno del Coordinamento Torino Pride.

Classe ed eleganza hanno contraddistinto sia la cerimonia sia il galà presso il Circolo Esperia sul Lungopò. Presenti anche alcune figure del movimento Lgbti come Franco Grillini, presidente onorario d’Arcigay e direttore di Gaynews, Marco Alessandro Giusta, assessore alle Pari Opportunità del Comune di Torino, Alessandro Battaglia, coordinatore del Coordinamento Torino Pride, Riccardo Zucaro, consigliere nazionale di Arcigay, Maurizio Gelatti, segretario del Coordinamento Torino Pride, Angelo Bifolchetti, vicepresidente di Anddos, e Markus Haller, tesoriere di Anddos.

Una giornata d’emozioni, vissute sull’onda dei ricordi e delle prospettive future, come lo stesso Massimo Florio ha dichiarato poco prima del taglio della torta “nuziale”. «Abbiamo oggi vissuto - così ha dichiarato - un momento importante che non costuisce il punto d’arrivo ma di partenza per battaglie ulteriori come quella del matrimonio egualitario e del diritto alla genitorialità per le coppie di persone dello stesso sesso. Oggi non abbiamo soltanto coronato un percorso ultraventennale di vita comune ma abbiamo dimostrato che persone dello stesso sesso possono unirsi e costituire una famiglia. Perché la famiglia si fonda sull’amore e non sull’orientamento sessuale o identità di genere di chi la compone».

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Andrea, Gianni e Anna: sono questi i protagonisti di una storia d'amore che, nel nostro Paese, è ancora negata da una politica sostanzialmente discriminatoria. Una politica che si ostina a non riconoscere ciò che non solo è una realtà ma è anche una realtà che produce legami, affetti e vincoli relazionali. 

Andrea, Gianni e Anna sono una famiglia, una famiglia arcobaleno: Andrea e Gianni, infatti, dopo anni di vita in comune, hanno deciso di suggellare la propria esperienza di coppia diventando genitori di una splendida bambina, Anna, nata in California il 2 agosto 2014 attraverso la gestazione per altri. Opportunità che, ovviamente, sarebbe stato loro preclusa in Italia.

Questo viaggio verso la vita e la felicità è raccontato da Andrea Simone, uno dei due papà, nel libro Due uomini e una culla, pubblicato a Torino da Golem con la preziosissima prefazione di Lella Costa e promosso per l'Italia dalla struttura editoriale cattolica Dehoniana Libri.

Un libro che racconta un momento importante della vita di Andrea e Gianni, cioè quello in cui decidono di realizzare il proprio progetto di genitorialità, con tutta l'euforia e la trepidazione che giustamente riserviamo ai grandi riti di passaggio della nostra esistenza, quelli in cui sentiamo che una parte di quel che volevamo diventare ha finalmente trovato la sua concreta determinazione.  Un libro che, però, racconta anche la difficoltà a cui va incontro una coppia gay nel momento in cui decide di non arrendersi di fronte alle deficienze del nostro legislatore perché, nonostante tutto, una coppia gay, in Italia, resta pur sempre una coppia "differente" dalle altre: una coppia vista come inadatta ad amare, crescere ed educare i propri figli. 

La vicenda di Andrea e Gianni è una vicenda esemplare anche per la naturalezza con cui viene raccontata la scelta di ricorrere alla gpa, finalmente descritta senza quell'alone di "dramma" o "violenza" con cui troppo spesso è presente nell'immaginario collettivo. È quanto anche scrive nella prefazione l’attrice Lella Costa, che conosce Andrea da quando era ragazzino: «La maternità surrogata, o gestazione per altri (spero che l’orribile e dolosa espressione “utero in affitto” sia stata bandita per sempre) è un tema molto serio, molto delicato e anche molto divisivo.

Persone sicuramente intelligenti, preparate, e soprattutto non sospettabili di non avere a cuore il tema dei diritti civili, negli ultimi tempi hanno assunto rispetto a questo argomento posizioni molto critiche, addirittura intransigenti. Da più parti si è sottolineato il rischio di un’ennesima forma di sfruttamento del corpo delle donne, soprattutto di quelle economicamente più fragili. Per non dire di tutte quelle persone, associazioni e schieramenti che semplicemente si rifiutano di riconoscere qualunque legittimità non solo alla gestazione per altri, ma anche a tutte le forme di relazione che si discostino dal concetto di  famiglia, anzi di Famiglia, di cui sembrano rivendicare il copyright: un padre (maschio), una madre (femmina) e la prole da costoro generata. Chiuso l’argomento.

Da tempo ormai, ogni volta che mi è capitato e mi capita di affrontare questi temi, specie con interlocutori impermeabili a qualunque confronto, me la cavo con una citazione disneyana, per l’esattezza da Lilo e Stitch: “Famiglia vuol dire che mai nessuno viene dimenticato o abbandonato”. Se qualcuno conosce una definizione migliore, per favore, me la comunichi. E credo di avere capito almeno una cosa: al di là delle riflessioni e posizioni teoriche, a volte in buona fede e rispettabili, quello che conta, e che fa la differenza, sono le persone, e le loro storie. Che − con buona pace degli integralisti − sono storie d’amore, di dedizione, di difficoltà, di desideri, di progetti di vita».

Ma in fondo, come giustamente sottolinea l'autore Andrea Simone, giornalista e blogger al suo esordio letterario, quella raccontata in Due uomini e una culla è soprattutto la storia di Anna, il regalo più grande che i due papà abbiano mai ricevuto dalla vita, un miracolo di gioia e serenità che si rinnova giorno dopo giorno e che è giusto condividere con il prossimo per scardinare luoghi comuni, paure e pregiudizi sulla vita e la felicità delle famiglie omogenitoriali.  

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Buone notizie da Torino per gli amanti di cinema e per coloro che hanno a cuore i diritti Lgbtqi. Sono state annunciate le date del Lovers Film Festival – Torino LGBTQI Visions 2018, diretto da Irene Dionisio e presieduto da Giovanni Minerba: si svolgerà nel capoluogo piemontese presso il Cinema Massimo del Museo Nazionale del Cinema dal 20 al 24 aprile 2018 andando a ricollocarsi nello storico periodo di svolgimento del festival.

Mentre sono stati resi noti i dati del 2017 - 6 giorni di programmazione, 83 film di cui 56 anteprime italiane, 3 europee, 3 internazionali, 31 paesi rappresentati e 23.000 presenze fra proiezioni ed eventi Off – alcune anticipazioni fanno presagire che il Lovers 2018 sarà contraddistinto da uno spirito cinefilo, militante e pop.

Tutto il festival sarà improntato sul tema dei diritti Lgbtqi: sia il concorso cinematografico sia gli eventi speciali e musicali. La direttrice Irene Dionisio, inoltre, ha deciso di ampliare la squadra di selezione aprendola a due esponenti del mondo Lgbtqi scelti dalla comunità stessa, mentre Giovanni Minerba, fondatore con Ottavio Mai del festival, curerà una sezione pensata per valorizzare la storia della rassegna che tanto ha significato per le persone omosessuali e non.

La madrina sarà una delle icone del cinema italiano: l’attrice, regista e produttrice Valeria GolinoRobin Campillo, ultimo vincitore Gran Prix a Cannes della Queer Palm, ha già confermato la propria presenza al festival.

Sempre sul tema dei diritti, in collaborazione con il Coordinamento Pride saranno scelte sette parole chiave e verrà individuato, per ognuna, un film dedicato. Il focus sarà introdotto da un approfondimento dedicato al modo in cui i media rappresentano le persone Lgbtqi a cura di Diversity, l'associazione fondata da Francesca Vecchioni. Madrina d’eccezione di questo focus sarà Monica Cirinnà.

Innovazione e continuità le parole chiave di Lovers come sintetizza Giovanni Minerba: «I cambiamenti portano sempre a una riflessione, la conoscenza è necessaria, fare tesoro del passato per dare la giusta opportunità di guardare al futuro. Il percorso iniziato con la 32° edizione necessita, è, e deve essere un chiaro messaggio di inclusione, tutti insieme daremo il contributo necessario».

Molto determinata nella costruzione di un’edizione 2018 che possa soddisfare tutte e tutti anche la direttrice Irene Dionisio che «è molto felice di poter partire con il giusto anticipo a lavorare all’edizione 2018».

Irene inoltre ci ha detto «che sta già costruendo nuove relazioni internazionali» e «che lavorerà all’insegna del confronto con la comunità Lgbtqi perché il tema dei diritti possa essere affrontato nella sua accezione più ampia».

 

 

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La Giornata della memoria transgender o Transgender Day of Remembrance (generalmente indicata con l’acronimo TDoR) è una ricorrenza della comunità lgbti. Fissata al 20 novembre da Gwendolyn Ann Smith in ricordo dell’omicidio della donna transgender afroamericana Rita Hester (assassinata il 28 novembre 1998 ad Allston nel Massachussets), l’annua celebrazione si configura quale memoria attiva delle tante persone uccise per odio o pregiudizio transfobico. All’iniziale progetto web Remembering Our Dead si aggiunse una veglia a lume di candela, tenutasi per la prima volta nel 1999 a San Francisco.

Attualmente il TDoR viene osservato in centinaia di città di oltre 20 Paesi ed è caratterizzato da una serie di eventi che, coprendo in taluni casi più giorni, sono volti non solo a commemorare le vittime della transfobia ma a sensibilizzare la pubblica opinione sulle indicibili sofferenze di chi è discriminato per la propria identità di genere.

In Italia la Giornata delle memoria transgender è celebrata a Roma, Milano, Bologna, Napoli, Torino. Il capoluogo piemontese s'impone indubbiamente per le numerose iniziative al riguardo. Punto centrale delle celebrazioni resta la Trans Freedom March che, nata per volontà del Coordinamento Torino Pride (composto da 23 associazioni lgbti e non, operanti su territorio piemontese) col contributo creativo di Veet Sandeh, è stata fissata quest’anno al 18  novembre per ricordare il silenzioso eccidio di persone trans dal 1° ottobre 2016 al 30 settembre 2017.

Come dichiarato dal coordinatore Alessandro Battaglia nel comunicato ufficiale, «quest’anno le nostre attività si svilupperanno, come ormai di tradizione, in un convegno, nella mattina nella di sabato 18 novembre, organizzato insieme alle realtà che si occupano di violenza contro le donne e al Sevizio Lgbti della Città di Torino, con lo scopo di indagare l’eventuale radice comune della transfobia e della violenza contro le donne in un momento storico che vede l’esacerbarsi delle aggressioni e degli stupri. Nel pomeriggio si raggiungerà l’acme con la tradizionale marcia in ricordo delle vittime transessuali uccise nel mondo attraverso le strade del centro di Torino per abbattere le barriere in uno spirito di condivisione con tutte e tutti».

La Trans Freedom March si terrà quest’anno anche a Napoli dove, in realtà, per inizitiva di Atn (Associazione Transessuali Napoli) e col sostegno del locale comitato Arcigay le persone transgender sfilano in occasione del TDoR a partire dal 2009. La scelta è stata effettuata dalla stessa Veet Sandeh in ragione di un fattore ben preciso. «Nel 2016 – si legge nel comunicato di Atn per la conferenza stampa di presentazione, tenutasi stamani presso Palazzo San Giacomo – il capoluogo campano ha raggiunto il triste primato di città italiana con il maggior numero di omicidi e atti di transfobia. Napoli rappresenta tuttora un territorio controverso, nel quale la storia e le azioni concrete di accoglienza e supporto alla popolazione Trans si intrecciano con il degrado, l’ostilità e la violenza esercitata verso persone che vivono spesso una condizione di forte emarginazione».

Un segnale altamente positivo, questo, che a ragione Alessandro Battaglia ha così spiegato: «Le buone pratiche a volte producono partecipazione e integrazione fra persone e territori ed è giusto che sia così. Una Trans March in ogni città: questo sarebbe il traguardo ideale».

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«Mi sorprende che un ex parroco di Nichelino trovi il tempo per dissertare sulla sessualità umana. Sarebbe molto più utile se aiutasse la comunità concretamente, perché non sono sicuramente questi i "problemi" che chiede di risolvere. Anche perché non sono più problemi, grazie a dio». Così lo scrittore e conduttore radiofonico Luca Bianchini, che proprio a Nichelino è vissuto per circa 30 anni, ha commentato ai microfoni di Gaynews la distribuzione del libro di don Paolo Gariglio Ti amo. La sessualità raccontata agli adolescentiDistribuzione avvenuta nel corso dei campi estivi organizzati dalle comunità parrocchiali del grande centro della prima cintura torinese

Quella di Bianchini tiene dietro alla ferma reazione del Coordinamento Torino Pride che, nella persona di Alessandro Battaglia, aveva negli scorsi giorni stigmatizzato la consegna ad adolescenti d’una pubblicazione contenente affermazioni inaccettabili sull’omosessualità. Come, ad esempio, le definizioni di fenomeno fuorviante o malattia da curare. Parole che il salesiano Livio Demarie, direttore dell'ufficio per le Comunicazioni Sociali della diocesi di Torino, non ha esitato a qualificare come inaccettabili alla luce della della decisione dell'Organizzazione mondiale della Sanità del 17 maggio 1990. «Sono però certo – ha anche aggiunto telefonicamente – che l’autore abbia superato queste posizioni dal momento che il libro in questione risale a dieci anni fa».

In realtà Ti amo ha un’origine ancora più lontana, trattandosi d’una ristampa sotto diverso titolo del volumetto Amare l’amore, edito nel 1999 dall’Elledici. A ricordarcelo è stato lo stesso don Gariglio (oggi 87enne e in pensione dal 2005) che, raggiunto telefonicamente, ha dichiarato: «Ti amo fu pubblicato dieci anni fa dall’editrice Effatà, che diede alle stampe senza modifica un mio precedente opuscolo del ’99. Si tratta d’una pubblicazione fuori catalogo, di cui possiedo cinque o sei copie. Negli scorsi giorni sono inizati i campi estivi delle parrocchie di Nichelino presso la Maison de Chamois, un rifugio da me fondato nel 1956 in Valle Stretta a oltre 2mila metri d’altitudine. Gli animatori hanno trovato presso la Maison 68 esemplari di Ti amo, depositati lì da anni. Hanno così pensato di distribuirli al gruppo dei ragazzi della parrocchia della SS. Trinità, di cui sono stato parroco per tre decenni». Una parrocchia di frontiera, come ha ricordato lo stesso sacerdote, che si è fatto apprezzare per la sua vicinanza alle famiglie operaie e l’ideazione di numerose strutture assistenziali.

Eppure quelle affermazioni sull’omosessualità gettano un’ombra sull’immagine di prete riformatore e solidale. Affermazioni, però, che don Gariglio oggi rigetta. «Dico una sola cosa – così ha continuato -: mi sono sempre impegnato per tutti senza discriminare e con spirito d’accoglienza. Sì, ho scritto dell’omosessualità come “malattia da curare”. Ma si tratta di un libro scritto 18 anni fa e ristampato nel 2007 senza revisione. Oggi, se dovesse essere ripubblicato, eliminerei tutte quelle espressioni, che riconosco inaccettabili. L’amore è per tutti. Lo ripeto: per tutti. Ora è chiaro che come cristiano non accetto il matrimonio tra persone dello stesso sesso. È quanto d’altra parte ha detto alcune settimane fa Angela Merkel. Però apprezzo e condivido la posizione politica della cancelliera che, pur personalmente contraria, ha lasciato libertà di coscienza al suo partito quando si è votata la legge sul matrimonio egualitario».

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128 pagine. Quattro capitoli. Prefazione del card. Severino Poletto, arcivescovo di Torino all’epoca della pubblicazione. Questo in sintesi il libretto Ti amo. La sessualità raccontata agli adolescenti di Paolo Gariglio, scrittore e storico parroco della SS. Trinità a Nichelino. Un grande centro, cioè, della prima cintura torinese, dove il don (classe 1930 e in pensione dal 2005) è stato per tre decenni a stretto contatto con le famiglie operaie.

Ma di questo suo essere sacerdote di frontiera poco o nulla traspare dall’opuscolo citato, che sembra piuttosto risentire della teologia morale studiata da Gariglio nei seminari di Torino e Pisa negli anni ’50 del secolo scorso. Anche se l’introduzione sembra promettere bene (Caro ragazzo e ragazza carissima, queste pagine nascondono in sé un desiderio affettuoso, quello di aiutarti a scoprire il significato stupendo della sessualità umana e di convincerti a non sciupare il dono più grande che la vita ti ha offerto: la sessualità e, di conseguenza, la capacità di amare), l’incanto dura poco.

Già a pag. 14 si legge: «Lo scorretto rapporto tra uomo e donna che, in nome di una tendenziosa emancipazione femminile, scatena da un lato una pericolosa rivalità dei sessi e dall’altra l’assurda determinazione a cancellarne le differenze». Ma è sull’omosessualità che Gariglio dà il meglio di sé, definendola come «fenomeno fuorviante» (pag. 115), «tendenza a trovare la gioia sessuale con persone dello stesso sesso. Non è un orgoglio l’essere gay, ma una sindrome che va pazientemente curata, decisamente combattuta, possibilmente guarita» (pag. 121) o ancora «una fatica, un disagio e spesso un semplice vizio. Come qualsiasi carenza o malattia o difetto va sostenuta, curata, guarita» (p. 124). 

Un libretto destinato a finire nel dimenticatoio se non fosse stato ripescato a dieci anni di distanza e distribuito ai circa cento adolescenti che stanno frequentando l’oratorio estivo della parrocchia della Trinità di Nichelino.

Immediata la reazione di Alessandro Battaglia, responsabile del Coordinamento Torino Pride, che ha dichiarato: «I libri che a noi piace leggere sono indiscutibilmente altri ma quello che più ci ha lasciati attoniti dalla lettura del libercolo in oggetto non sono tanto i contenuti, ai quali siamo abituati da molto tempo, quanto i destinatari e le destinatarie. Le parrocchie della città di Nichelino hanno pensato di fare un favore agli adolescenti dei loro campi estivi con il chiaro intento di aiutarli nella loro crescita consapevole, guidandoli con menzogne e affermazioni anti scientifiche scritte da un anziano uomo di fede che forse nello scrivere non ha immaginato il male che avrebbe provocato a ragazzi e ragazze in una fase della vita così delicata. Il germe della discriminazione e del non amore purtroppo nasce sempre dalla non conoscenza che nel caso specifico tende a fare solo del male gratuito. 

Immaginiamo che ci fossero dei fondi di magazzino del suddetto libercolo che crediamo avrebbero avuto maggiore utilità nell'evitare il traballamento di tavoli e sedie usurati presso le parrocchie di Nichelino e dei comuni limitrofi

Chiediamo ufficialmente alla Città di Nichelino - da sempre Nichelino ai temi Lgbt e presente ai pride con il proprio gonfalone -  di prendere posizione. Chiediamo, altresì, di poter affrontare i temi della crescita e dello sviluppo degli e delle adolescenti insieme e in modo serio, confrontandoci si ciò che ci divide ma senza raccontare menzogne e senza spargere il seme dell'odio».

In difesa invece di Gariglio è sceso oggo il sito Nichelino online che scrive: « E allora che cosa vogliamo fare? Sequestrare tutte le copie in circolazione? Bruciarle? Vietarne la lettura ai minori?  Spedire l’autore  in un campo di rieducazione? In un mondo in cui in tema di sesso ognuno  scrive quello gli pare vorrete mica impedire a un prete di periferia di dire la sua?».

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