È partita alla 17:00, dalla suggestiva piazza Vittorio Veneto di Torino, la Trans Freedom March che, attraversando il centro città tra bandiere arcobaleno, musiche e striscioni, chiede maggiore attenzione verso le persone transessuali, la cui dignità è troppo spesso negata nel nostro Paese.

A organizzarla il Coordinamento Torino Pride, presieduta da Giziana Vetrano.

In prima fila anche la sindaca Chiara Appendino, già protagonista nella giornata di venerdì 16 di un importante intervento durante l’evento d’apertura del Congresso Nazionale di Arcigay. 

Daniela Lourdes Falanga, delegata di Arcigay Napoli per le politiche Trans non ha dubbi circa la rilevanza di questa manifestazione di piazza: “La Trans Freedom March è determinante per focalizzare l’attenzione sul piano nazionale circa la questione irrisolta delle persone transgender, che ancora si vedono irriconosciute nelle loro necessità e nelle peculiarità dei loro corpi e si trovano nel vuoto normativo da cui consegue una terribile castrazione sociale. Un handicap questo che bisogna abbattere assolutamente e di cui l Italia deve urgentemente prendersi carico”

“In questo momento storico e politico la Trans Freedom March è importantissima - dichiara Sandeh Veet, ideatrice della manifestazione sempre realizzata dal Coordinamento Torino Pride -  perché rimarca l’urgenza di essere al fianco di tutte le persone transessuali e, in generale, di tutte le donne che subiscono violenza da mariti e fidanzati. Bisogna essere accanto a tutto il mondo femminile e marcire insieme per un mondo migliore”.

Presente alla kermesse anche l’assessore Comunale alle Pari Opportunità e alle Famiglie Marco Giusta

“La Trans Freedom March è importante perché ci ricorda il lavoro che dobbiamo continuare a svolgere sia relativamente alla diffusione di cultura, conoscenza e formazione, nelle scuole con docenti e studenti, sia relativamente alle politiche funzionali all’inclusione nel mondo del lavoro di tutte quelle individualità che vivono situazioni di marginalità sociale e di stigma”.

Nella folla colorata della marcia, abbiamo incontrato lo scrittore Ariase Barretta, il cui ultimo lavoro, Living Fleshlight, pubblicato da Meridiano Zero, è un romanzo distopico sulla reificazione del corpo femminile. 

“In queste occasioni bisogna esserci sempre - afferma sicuro Barretta - per manifestare contro ogni razzismo, contro i fascismi di questo nuovo medioevo del pensiero per la riaffermazione delle identità libere ed erranti e della più totale autodeterminazione del corpo”.

Durante la marcia, un gruppo di attiviste trans, scambiandosi una candela, ha evocato i nomi delle vittime di odio transfobico e Daniela Lourdes Falanga, dopo aver ringraziato Sandeh Veet e Monica Marchi, fautrici del corteo, ha sottolineato l’importanza di un evento che rende le persone transessuali protagoniste dell’azione politica del Paese, liberandole dallo stigma riservato a chi, fino ad ieri, era considerato alla stregua di un fenomeno.

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Oggi a Torino, presso le sale settecentesche di Palazzo Graneri della Roccia, sede del Circolo dei Lettori, è stata presentata la Trans Freedom March 2018, che si terrà, sabato 17 novembre, con partenza da piazza Vittorio Veneto alle ore 16.30.

Alla conferenza stampa sono intervenuti Monica Cerutti, assessora alle Pari Opportunità della Regione Piemonte, Marco Giusta, assessore comunale alle Famiglie e ai Diritti, Sandeh Veet, presidente di Sunderam Identità Transgender Torino OnlusMaurizio Gelatti e Alessandro Battaglia del Coordinamento Torino PrideFrancesca Caston e Mako Pilati hanno invece portato la propria preziosa testimonianza di persone T che vivono a Torino.

La Trans Freedom March nasce per celebrare il Transgender Day of Remembrance (TDoR): una ricorrenza della comunità Lgbtqi per commemorare le vittime dell'odio e del pregiudizio anti-transgender. La commemorazione fu isituita in ricordo di Rita Hester, il cui assassinio nel 1998 diede avvio al progetto web Remembering Our Dead e, nel 1999, a una veglia a lume di candela a San Francisco. Da allora l’appuntamento è cresciuto fino a comprendere manifestazioni in centinaia di città in tutto il mondo.

Durante il corteo e sul palco della Trans Freedom March, che è organizzata dal Coordinamento Torino Pride in collaborazione con Sunderam Identità Transgender, la commemorazione sarà accompagnata musicalmente dalla voce di Elisa Fagà, dalla celebre violinista H.E.R. (esibitasi, fra gli altri, con Franco Battiato e Lucio Dalla), dall’arpista Cecilia Lasagno, protagonista di una felice esperienza al Festival di Sanremo 2018, dalla vocalist, performer e dj Tischy Mura e dalle folli note dei giocolieri di pentagrammi che compongono la fanfara di musica da strada Bandaradan.

Al termine, sul palco allestito in piazza Castello, come di consueto, verranno letti i nomi delle persone decedute a causa dell'odio transfobico. Inoltre, sempre sabato 17, alle 9:30, presso la Sala Carpanini di Palazzo di Città si svolgerà il convegno Minori e identità di genere, organizzato in collaborazione con il Servizio Lgbt del Comune di Torino, che sarà seguito da Gaynews.

«La Trans Fredoom March - ha dichiarato a Gaynews Giziana Vetrano, coordinatrice del Torino Pride - è per noi molto importante, così come lo sono le molte attività organizzate dal Coordinamento Torino Pride per combattere ogni forma di discriminazione. Stiamo vivendo in momenti molto bui, in cui la nostra comunità è continuamente sotto attacco e per questo è necessario non abbassare mai la guardia. Con l’obbiettivo di arrivare al momento in cui si comprenderà davvero che non esistono diritti di singole categorie ma che ogni diritto conquistato è un patrimonio prezioso di tutte e tutti».

«Questo è un anno importante per tutto il movimento Lgbtqi+ - ha invece affermato Sandeh Veet, presidente di Sunderam - e il movimento femminista, al cui interno si configurano, in Italia, cambiamenti, riequilibri e progettualità. In un'Italia, dove sembra che il cambiamento promesso non abbia futuro, dove i diritti acquisiti vengono minacciati da un governo palesemente salviniano e fascista.

Questa marcia è delle persone trans ma è anche la marcia di tutte quelle donne che quotidianamente vengono barbaramente assassinate da mariti, fidanzati e amanti. Femminicidi che includono le persone transgender, perché è il femminile che viene attaccato e brutalmente assassinato».

ll TDoR e la Trans Freedom March si svolgeranno con il patrocinio della Regione Piemonte, del Consiglio Regionale del Piemonte e del suo Comitato per i Diritti Umani e della Città di Torino.

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Ha stupito ancora una volta Paola Egonu, più che per il coming out, per la semplicità e la serenità con cui ha dichiarato di essersi confortata con la sua ragazza dopo la finale del mondiale di pallavolo, persa contro la Serbia in Giappone. Il suo coming out si aggiunge a quello di Rachele Bruni e va a inserirsi nell'ancora ristrettissima cerchia di atleti e altlete di alto profilo, che hanno manifestato liberamente il proprio orientamento sessuale.
 
Di alto profilo, già, perché non possiamo chiamare Paola professionista, in quanto le donne in Italia, unico Paese europeo, non sono riconosciute come atlete a livello professionale
 
Paola è divenura, quindi, un'atleta simbolo per quell'Italia che ancora combatte per i diritti, i diritti delle persone Lgbti, i diritti dei migranti, i diritti delle atlete. E simbolo di quelle persone, non a caso, che si trovano a subire più di una discriminazione
 
A questo proposito, è proprio notizia di questo weekend la presentazione dei primi risultati della ricerca, promossa dal progetto Outsport di Aics e Gaycs e coordinata da Rosario Coco, nell'ambito della conferenza Diversity in Sport 2018 conclusasi sabato a GlasgowSi tratta della prima indagine di questo genere condotta a livello europeo e ha raccolto risposte da oltre 5.500 partecipanti dai 28 Paesi dell'Ue.
 
Come ha spiegato il team di ricerca dell'Università dello Sport di Colonia, partner scientifico del progetto Outsport diretto dalla docente Ilse Hartmann Tews, la maggioranza delle partecipanti si sono identificate di genere femminile (48%), seguite da un 39% di genere maschile e dal 13% di non binari. Il campione vede partecipanti dai 16 ai 78 anni con un età media piuttosto bassa di 27 anni e una forte adesione di under 25.
 
Quanto all'orientamento sessuale il 32% si sono definiti gay, il 25% lesbiche, il 25% bisessuali e il 18% altro.
 

Dalle risposte emerge che 9/10 del campione totale considera l'omofobia e la transfobia nello sport un problema attuale. Il 12% di coloro che praticano regolarmente attività sportiva riporta esperienze negative a causa del loro orientamento sessuale e/o identità di genere negli ultimi 12 mesi. Tra queste quelle più frequenti sono insulti omofobici e transfobici (82%) e discriminazione (75%), ma allarmanti sono anche i casi dichiarati di maltrattamenti e violenze fisiche vere e proprie (38%) e le minacce verbali (45%).

La percentuale di chi ha subito esperienze negative negli ultimi 12 mesi sale fino al picco del 31% per le donne transgender (MtF).

I dati completi saranno resi noti nei prossimi mesi. Ma questi numeri bastano a focalizzare lo sport come un insieme di spazi sociali che necessita di grande attenzione, specie per il suo carattere intrinsecamente intersezionale, che unisce persone, temi e discriminazioni di ogni tipologia e provenienza. 

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A 20 anni dall’uccisione di Matthew Shepard la legge federale che ne porta il nome è oggetto di valutazioni differenti da parte delle associazioni per i diritti Lgbti e il contrasto alla violenza. Adottata il 22 ottobre 2009 dal Congresso degli Stati Uniti, la risoluzione fu promulgata in legge il 28 ottobre dall’allora presidente degli Stati Uniti Barack Obama.

Il Matthew Shepard Act (il cui nome ufficiale è Matthew Shepard and James Byrd, Jr. Hate Crimes Prevention Act) ha esteso la legge federale del 1969 sui reati d'odio ai crimini motivati da orientamento sessuale, identità di genere o disabilità. Ha inoltre conferito alle autorità federali una maggiore capacità di impegnarsi nella lotta ai crimini d'odio e ampi finanziamenti per aiutare le agenzie sia statali sia locali a indagare e perseguire tali crimini.

Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha reso noto che, a partire dal gennaio 2017, delle 32 condanne per crimini d’odio sette sono relative ad atti di violenza contro persone omosessuali e transgender. Il rapporto 2017, compilato dalla Matthew Shepard Foundation, ha documentato 25 casi giudicati sotto la legge Shepard / Byrd fino alla metà di quell’anno: nove di loro hanno coinvolto vittime Lgbti.

Alcuni attivisti e attiviste sono stati delusi dal numero relativamente basso di casi anti-Lgbti perseguiti a norma di legge. Ma David Stacy, direttore degli affari governativi di Human Rights Campaign, lo considera un successo dal momento che il Matthew Shepard Act spinge i procuratori statali e locali a prendere sul serio la violenza contro le persone Lgbti.

Secondo la medesima organizzazione, di cui Stacy è componente, sono 30 gli Stati ad aver adottato leggi che perseguono reati basati sull'orientamento sessuale. Leggi che, in 18 dei medesimi 30 Stati, si estendono a crimini contro le persone transgender. Cinque Stati, incluso il Wyoming (dove fu torturato Matthew Shepard), non hanno legge alcuna sui crimini di odio. 15 Stati, infine, hanno tali normative ma non estese a motivi legati all’orientamento sessuale e all’identità di genere

L’utilità della legge federale è stata ribadita anche da Judy Shepard, madre di Matthew e cofondatrice della fondazione a lui intitolata, che si è detta però fiduciosa in ulteriori passi come una più ampia denuncia dei crimini di odio alle autorità federali da parte delle forze dell’ordine e una migliore formazione per gli agenti che si trovano ad affrontare tali casi.

Il Progetto Antiviolenza di New York è tra i gruppi che hanno inizialmente sostenuto la legge Shepard/Byrd ma hanno ora hanno perplessità.

«C'è stata una vera trasformazione nel modo in cui pensiamo di porre fine alla violenza e di come sia fatta giustizia - ​​ha dichiarato Audacia Ray, direttrice dell’organismo newyorkese –. Volevamo che il sistema risolvesse le cose attraverso la giusta pena. Ora crediamo che la punizione non metta fine alla violenza ma la perpetui». Ray ha dichiarato che la violenza anti-LGBT potrebbe essere ridotta attraverso seri risarcimenti economici e migliori opzioni abitative per le persone Lgbti emarginate. 

Per l’avvocata Jenny Pizzer, dirigente dell’organizzazione per i diritti Lgbti Lambda Legal Defense and Education Fund, le leggi statali e federali relative ai crimini d’odio si sono rivelate importanti in termini sia numerici sia simbolici. Pur mettendone in discussione l’effetto deterrente sugli autori di reati spinti da odio irrazionale, Pizzer ha fatto notare come esse abbiano avuto, in ogni caso, un effetto positivo sulle forze dell'ordine statali e locali.

Ha anche affermato che tali norme hanno potuto essere d’aiuto alle persone Lgbti nel sentirsi meno emarginate dallo stigma sociale. «Non trasformano gli atteggiamenti da un giorno all'altro per alcune persone - ha detto Pizer - Ma aiutano e questo è importante».

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Un mare umano si è ieri riversato lungo Avenida Atlântica a Copacabana per la 23° marcia dell’orgoglio Lgbti di Rio de Janeiro.

In un clima festoso persone d’ogni età hanno sfilato, nella seconda città più grande del Brasile, cantando e ballando al ritmo della musica a tutto volume proveniente dai numerosi carri e animate da Suzy Brasil, regina delle drag queen carioche.

Ma il Pride di Rio de Janeiero si è soprattutto imposto per la forte caratura politica a una settimana dall’elezioni presidenziali. Slogan dell’edizione 2018 è stato infatti Vota le idee, non le persone. Vota per chi si impegna nelle cause Lgbti.

Secondo Abglt nel 2018 il numero di persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender, che si sono candidate, è aumentato del 386,4%, rispetto alle ultime elezioni.

Come dichiarato da Almir França, presidente di Arco-Íris (associazione organizzatrice del Pride di Rio de Janeiro), «in un Paese come il Brasile, in cui si registra il più alto numero di uccisioni di persone Lgbti al mondo, la necessità di una rappresentanza politica è urgente: i nostri diritti, la nostra cittadinanza e, soprattutto, le nostre vite dipendono dalle scelte che facciamo alle urne».

Tantissimi gli striscioni contro Jair Messias Bolsonaro, il candidato d’estrema destra alle presidenziali, che, noto per le sue dichiarazioni sessiste, razziste e omotransfobiche, è stato dimesso sabato dall’ospedale dopo essere stato accoltellato il 6 settembre. Al grido di Ele não (“Lui no”) moltissime persone hanno così aderito, sulla spiaggia di Copacabana, al movimento femminile di protesta che ha visto scendere in strada centinaia di migliaia di donne in tutto il Brasile e all’estero.

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Mentre a Roma il popolo del Pd ha gremito piazza del Popolo per reagire alle poltiche del governo e ribadire che l'Italia non ha paura, a Milano in piazza Duomo (lato Arengario)  Anpi, Aned, I sentinelli di Milano e Radiopopolare hanno raccolto al grido di Intolleranza zero 25.000 persone. Tra queste anche l'ex presidente della Camera Laura Boldrini

Un mare di t-shirt rosse, mescolate a bandiere di associazioni e sindacati, per dire no al razzismo, alla xenofobia, alla misoginia, all’omotransfobia, alla sierofobia, all’odio in tutte le sue forme. Un mare di t-shirt rosse per reagire alla «deriva razzista, sessista, xenofoba e antisemita».

Perché, come si legge nel comunicato ufficiale, «da anni si seminano e si alimentano, nel nostro Paese, odio e rancore. Ora, però, registriamo l'inasprimento di una violenza verbale e fisica senza precedenti, che pare non conoscere più argini.

Nel mirino ci siamo finiti in tante e in tanti. Noi antifascisti, noi donne, noi migranti, noi omosessuali e trans, noi che non ci dimentichiamo che proprio ottant'anni fa l'Italia conosceva la vergogna delle leggi razziste. Noi che ogni giorno ricordiamo che il nazifascismo, con il suo bagaglio razzista e antisemita, è stato sconfitto 73 anni fa».

Ad aprire la manifestazione il tributo musicale a Aretha Franklin, la regina del soul scomparsa il 16 agosto scorso, la cui canzone Respect è considerara uno degli inni dei movimenti femministi e per i diritti civili.

E poi sul palco i 30 interventi, tra cui quelli di Laura Fabbri Wronowski, nipote di Giacomo Matteotti ed ex staffetta partigiana, del  parroco dei migranti Mauro Biancalani; dell'eurodeputata Elly Schlein, di Angelo e Andrea, la coppia di Stallavena vittima da agosto di minacce e aggressioni.

E, ancora, Lelli Cosmaro della Lila, per parlare della discriminazione cui sono soggette le persone sieropositive; Houda Latrech, vittima d'aggressione razzista; Paola Covaci della Sartoria sociale; Djana Pavlovic a nome della comunità Rom, Sinti e Camminanti; Laura e Sabrina di Famiglie Arcobaleno.

Fortissimo il monito lanciato da Roberto Cenati, presidente del comitato provinciale di Anpi Milano, che ha dichiarato:«Da una piazza molto unita e numerosa arriva un messaggio forte contro questa deriva razzista, fascista e antisemita che sta interessando l'Europa e il nostro Paese. 

Non basta una mobilitazione come quella di oggi. Ma occorre una grande contro offensiva culturale per fare breccia nella coscienze che ci sembrano troppo anestetizzate e che credono che i mali derivino dal fatto che ci siano troppi migranti, cosa assolutamente non vera.

Il ministro Salvini invece che impedire alle navi, anche della Guardia Costiera, a far sbarcare i migranti dovrebbe occuparsi della sicurezza vera del Paese, minacciata dalla mafia e dalla 'ndrangheta».

Duro anche Luca Paladini, fondatore e presidente de I Sentinelli di Milano, che, rivolgendosi al segretario della Lega nonché titolare del Viminale e al suo elettorato, ha detto che «la pacchia è finita ma è finalmente per loro. Perché finalmente c'è un pezzo di Paese consistente che è uscito dall'angolo, che ha voglia di venire in piazza e non si limita più a indignarsi in rete». 

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Leda è una coutourier di abiti d’epoca. Ma anche un’attivista transgender per i diritti civili, il cui impegno è stato profuso non solo nella natale terra piemontese. Ma anche nei vari luoghi in cui si è trasferita per motivi di lavoro. Dal marzo scorso vive a Biassono, comune della provincia di Monza e Brianza, dove è a tutti noto il suo percorso di transizione.

Ma nella notte ha ricevuto da uno sconosciuto ripetute telefonate insultanti e minatorie. «Ti sfregio e ti stupro», le ha detto l’uomo dal forte accento romano, annunciandole di aggredire anche la madre che vive nel Cuneese.

Una drammatica esperienza, che l'ha gettato nel panico al punto tale da essere successivamente sedata da un medico. Una drammatica esperienza, che è stata raccontata da una coppia di vicini di casa di Leda sul profilo Facebook della stessa e dietro sua espressa autorizzazione.

«Da poco più di un'ora Leda - si legge su Fab - ha ricevuto una serie di chiamate minatorie a cui abbiamo assistito attoniti io ed ed il mio compagno. Leda ci aveva avvertiti della prima e della seconda chiamata poco dopo che fossero avvenute. Prontamente abitando a poca distanza ci siamo precipitati e la abbiamo trovata in stato di forte agitazione. Sono seguiti altri squilli da un numero anonimo.

Rispondendo in viva voce un uomo dal forte accento romano la insultava e minacciava di sfregiarla e usarle violenza, e di voler far del male anche a sua madre che é distante, questo la ha terrorizzata. Leda non ha fatto mai mistero della proprio percorso di transizione né del suo impegno a favore dei diritti civili. Qui in paese la sua storia è conosciuta e, nonostante gli ideali politici locali possano essere contrastanti col suo vissuto (Biassono è retto da un’amministrazione della Lega, ndr), lei è considerata da tutti come una ragazza volenterosa, gentile, educata, è benvoluta e stimata da chiunque la incontri».

Incredulità e rabbia i sentimenti dell’autrice del post anche in considerazione del fatto che Leda «con entusiasmo e volontà sta cercando di ricostruirsi una nuova vita qui in Lombardia. Ha avuto recentemente problemi di salute che sta risolvendo e questo improvviso orrore temiamo la possa far star male nuovamente.

È da poco intervenuto un medico che le ha praticato un sedativo. Rimarrò con lei in nottata. Domani è mia e nostra intenzione accompagnarla dalle autorità competenti per i provvedimenti del caso. Auspichiamo che non debba più ripetersi quanto accaduto. Leda desidera più di ogni altra cosa e come tutti poter vivere tranquillamente e serenamente».

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Liberi e libere. È questo il cuore del corso, presentato stamani in conferenza stampa a Roma, presso il Circolo di Cultura omosessale Mario Mieli, su orientamento sessuale e identità di genere rivolto a operatori sanitari, psicologi, assistenti sociali e mediatori culturali.

Dodici moduli formativi per lavorare non solo sui contenuti ma anche sugli atteggiamenti corretti da adottare con le persone Lgbti al fine di prevenire ogni forma di discriminazione. Capofila del progetto Liber@di Essere, finanziato dall'Unar con il bando Apad 2016, è il Cirses (Centro di iniziativa e di ricerca sul sistema educativo e scientifico).

Partner, invece, dell'iniziativa il Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli, Agedo, Libellula, Famiglie Arcobaleno, Metafora, Nuova associazione europea per le Arti terapie in una con la collaborazione gratuita di altri soggetti quali Istituto nazionale per le Malattie infettive Lazzaro Spallanzani, Asl Roma 1, Ordine degli Assistenti sociali - Consiglio regionale del Lazio, Associazione Dgp Di’ Gay Project.

A seguito della conferenza stampa abbiamo raggiunto Massimo Farinella, responsabile dei Progetti del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli.

Quali sono gli obiettivi generali di questo progetto e come è strutturato?

Tutti noi partner del progetto LIBER@DI ESSERE siamo fortemente convinti che possiamo arginare efficacemente le discriminazioni e i pregiudizi attraverso la conoscenza. Che possiamo produrre veri cambiamenti culturali attraverso l’educazione e la formazione. Per tali motivi, con il nostro progetto realizzeremo dei percorsi di formazione rivolti a tutti quei professionisti che lavorano in diversi contesti (in diverse città italiane), dove risulta fondamentale la relazione con l’utente: psicologi, psicoterapeuti, medici, infermieri, assistenti sociali e tante altre figure, che svolgono funzioni chiave in importanti servizi rivolti a tutta la cittadinanza.

Il progetto prevede misure/attività di informazione e formazione per operatori psico-socio-sanitari: quali sono nello specifico i loro fabbisogni?

Prima dell'estate abbiamo condotto un'indagine, prevalentemente tra psicologi e assistenti sociali. Le risposte hanno evidenziato la necessità di una adeguata formazione a partire dagli elementi di base legati ai temi Lgbt+, come ad esempio il significato di alcuni termini che definiscono l’identità di genere, l’identità sessuale, l’orientamento sessuale, soprattutto quando tali temi riguardano le persone transgender.

La maggioranza dei rispondenti dichiara di non essere soddisfatto della formazione ricevuta sui temi Lgbt+ (sia nel corso di studi universitari sia durante percorsi di specializzazione). Emerge, ad esempio, per gli Assistenti sociali, il desiderio di accrescere le proprie competenze sulle unioni civili, la genitorialità Lgbt+ e il coming out.

Avere figure professionali formate su tali argomenti porta ad avere una società più inclusiva. Ad esempio, alla Rainbowline (800110611) riceviamo spesso telefonate in cui si chiede di avere il contatto di un medico Lgbt-friendly, perché in passato si sono avute esperienze negative (alcuni si sono sentiti giudicati e colpevolizzati per il proprio orientamento sessuale). In un'indagine Emis di qualche anno fa, condotta su maschi gay in Italia (nell'ambito della prevenzione Hiv) è risultato che il 58.3% di coloro che aveva fatto almeno un test si dichiarava insoddisfatto del counselling e il 43.1% dichiarava di non aver potuto parlare di sesso tra maschi.

In particolare, quale saranno le azioni progettuali che le associazioni Lgbti partner realizzeranno?

Si prevedono una serie di moduli formativi che si svolgeranno a Roma e in altre città. Ogni associazione apporterà il proprio specifico e il proprio contributo. Nella prima fase preparatoria di progetto, attraverso riunioni periodiche e scambi, è stato già prodotto un piccolo manuale, che sarà disponibile anche sul sito. Durante i corsi di formazione tratteremo di orientamento sessuale e identità di genere, famiglie omoparentali e genitorialità Lgbt+, coming out, aspetti socio-culturali, differenze di vita, stereotipi e omotransfobia, unioni civili, stigma verso persone con Hiv e fattori di discriminazione multipla, identità transgender in età evolutiva e adulta e tutti gli altri temi dell’universo Lgbt+.

Vorrei poi evidenziare l'aspetto del lavoro collettivo fatto dalle diverse associazioni. Sicuramente un lavoro più faticoso (abbiamo percorsi e approcci differenti) ma di maggiore qualità, perché più completo e, decisamente, bello ed entusiasmante.

Cosa significa realizzare questi progetti in risposta ai fabbisogni della comunità Lgbti in un Paese ancora caratterizzato da molti episodi omofoboci , transfobici e con un alto tasso di bullismo nel sistema scolastico e sul lavoro?

A questo desiderio diffuso di "ritorno al passato", e quindi di rimessa in discussione di alcune importanti conquiste sul piano dei diritti civili, occorre rispondere innanzitutto con la cultura. Progetti come il nostro, nel quale sono previste attività formative e di scambio con diverse figure professionali, possono contribuire realmente a sviluppare una maggiore consapevolezza (che nel nostro Paese stenta ad affermarsi) necessaria a sconfiggere i pregiudizi verso le persone Lgbt+. È utile agire tutt* insieme, individualmente e collettivamente, soprattutto nel quotidiano per sensibilizzare e informare contro ogni forma di pregiudizio.

Il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli è sempre stato storicamente in prima fila nella lotta contro le diverse forme di discriminazione verso le persone Lgbti. Secondo te quali sono le priorità in questo momento storico caratterizzato da un razzismo ed una xenofobia elevata?

Fino a due anni fa si dibatteva all’interno del movimento Lgbt+ a proposito dell’utilità di una legge sulle unioni civili che non appariva compiuta, pur riconoscendone l'indubbio valore. In realtà, con maggiore freddezza e lungimiranza politica, era forse chiaro che si stavano consolidando, come forze maggioritarie nel Paese, percorsi politici che non solo non si sarebbero proposti di allargare i diritti delle persone Lgbt+, ma addirittura avrebbero messo in discussione i fondamenti dello stato di diritto.

La priorità, a mio parere, è insistere nel manifestare la propria idea di società aperta, attraverso azioni concrete e un forte dialogo con altre minoranze e associazioni, in modo da opporre un comune e solido progetto culturale e politico, capace di fronteggiare questa pericolosissima deriva illiberale, presente in alcuni Paesi europei e che sembra affermarsi anche in Italia.

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A pochi giorni dalla sottoscrizione del protocollo attuativo della legge regionale umbra contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere (fissata al 17 settembre) non si placano le polemiche e gli attacchi da parte delle opposizioni.

A dare nuovamente fuoco alle polveri Lega Umbria, che in conferenza stampa a Palazzo Cesaroni – cui ha partecipato anche il senatore gandolfiniano Simone Pillon – ha parlato di incentivo all’ideologia gender e di consegna dei bambini alle lobby gay.

Le dichiarazioni in tal senso di Caparvi, Mancini e Pillon hanno suscitato non poche reazioni. Tra queste anche quelle del comitato ternano di Agedo. Associazione che, come noto, è composta da genitori e familiari di persone Lgbti.

Ecco il testo inviato a Gaynews dal direttivo di Agedo Terni e dalla presidente Marisa Maurizi:

La legge regionale umbra contro l’omofobia è legale, legittima e costituisce un esempio di alta civiltà giuridica che deve essere salvaguardata e tutelata. 

Mentre riprende l’ennesima caccia alle streghe finalizzata a distrarre i cittadini dai veri problemi del Paese, il popolo umbro, e quello italiano tutto, dovrebbe sapere che fine hanno fatto i 49 milioni di rimborsi elettorali illegittimamente percepiti. Dovrebbe sapere inoltre perché 149 persone sono state costrette inutilmente a bordo della nave Diciotti per giorni e giorni.

Dopo i migranti ecco che è la volta degli omosessuali. Poi toccherà a ogni voce dissidente non allineata con il pensiero nordista celodurista. 

Non accettiamo che si faccia demagogia e campagna elettorale sulla pelle dei nostri figli, addirittura demonizzati agitando lo spauracchio della “lobby gay”: comunità Lgbt che viene accusata ingiustamente di attentare all’innocenza dei bambini. 

Questa retorica è ripugnante poiché perpetrata ai danni di una minoranza, vittima ancora di persecuzioni sociali e di discriminazioni. Tutto ciò in un Paese civile e democratico non sarebbe immaginabile nemmeno nel peggiore incubo collettivo. 

Lanciamo un appello ai giusti, alle persone libere, civili e progressiste dell’Umbria e dell’Italia affinché non cadano nei tranelli semantici di chi semina odio per meri fini propagandistici ed elettorali.

Difenderemo con le unghie e con i denti la legge contro l’omofobia e i diritti dei nostri figli e delle nostre figlie.

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Era intervenuta per impedire a un gruppo di sette od otto ladri di molestare e derubare alcune colleghe sex worker nel Bois de Boulogne a Parigi. Ma gli uomini l’hanno aggredita e ferita al torace, lasciandola esanime in una pozza di sangue.

È morta così Vanessa Campos, una 35enne transgender d’origine peruviana, che, giunta in Francia circa due anni fa, era attivista dell’associazione Pari-T impegnata nella lotta all’Aids e a sostegno delle persone transgender.

Come riferito all’Afp da fonti di polizia, che è sulle tracce degli aggressori, quella delle violenze e rapine a prostitute e clienti nel Bois de Boulogne è una realtà sempre più diffusa.

A darne per prima la notizia Giovanna Rincon, presidente d’Acceptess-T (associazione a tutela delle persone trans e lavoratrici del sesso), in un post su Facebook.

Sull’omicidio di Vanessa, così si è espressa Clémence Zamora-Cruz, co-presidente del Tgeu e portavoce d’Inter-Lgbt: «Possiamo parlare di un crimine motivato, possibilmente, da tre caratteristiche della vittima: omicidio transfobico, prostitutofobico e razzista.

Non è un fenomeno nuovo: le donne trans, sex worker e migranti vengono attaccate perché vulnerabili, come abbiamo già visto con la "brigata anti-trans". Spesso questi attacchi iniziano con il racket delle vittime».

Mentre si continua a invocare giustizia e verità per Vanessa, Acceptess-T ha invitato le associazioni a recarsi, alle 18:00 di venerdì 24 agosto, sul luogo del delitto «in abito bianco e con una rosa bianca in onore della sua anima».

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