rosario murdica

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Le persone trans sono spesso vittime di emarginazione e forte esclusione da diversi contesti sociali e civili. Nel mondo del lavoro subiscono misure discriminatorie, per non parlare degli Stati dove il transessualismo è considerato un reato da perseguire con pesantissime norme penali. Le stesse persone sperimentano dunque sulla loro pelle una condizione di forte fragilità socialeIl percorso di transizione molte volte le colloca perfino ai margini del loro contesto familiare. La loro condizione di disagio può perciò raggiungere livelli molto alti.

In Italia, nonostante si siano realizzati alcuni passi in avanti attraverso il lavoro di associazioni e volontari in termini di inclusione, c’è ancora molto da fare.

Per questo motivo, in occasione del 25° anniversario del concorso nazionale Miss Trans Italia e Miss Trans Sudamerica, l’associazione Consultorio Transgenere in collaborazione con il Mit di Bologna e Ala Onlus Milano ha deciso di premiare persone ed enti che si sono distinti per il loro impegno contro ogni forma di discriminazione e intolleranza transfobica in un'ottica di inclusione sociale. L’evento avrà luogo a Milano, venerdì 13 ottobre 2017, presso la sede di AnlAids in  Via  Monviso, 8.

Le persone premiate sono: Carmen Bertolazzi, Gigliola Toniollo, don Luigi Ciotti, Giovanni Anversa, la Comunità San Benedetto (Don Andrea Gallo), Alba Parietti, Paolo PatanèPaolo Valerio, Margherita Mazzanti e Antonio Nigrelli.

Moderata da Regina Satariano, presidente di Consultorio Transgenere e vicepresidente dell'Onig (Osservatorio nazionale sull’identità di genere), l'iniziativa vedrà la partecipazione di Porpora Marcasciano, presidente onoraria del Mit, Vincenzo Cristiano, presidente di Ala Onlus Milano, Antonia Monopoli, responsabile dello Sportello Ala Milano Onlus, Roberto Bertolini, presidente di giuria per Miss Trans Italia e Miss Trans Sudamerica

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Nell’imminenza della prossima tornata elettorale siciliana i comitati Arcigay di Catania, Ragusa e Siracusa hanno stilato un questionario sulle tematiche Lgbti da inviare ai candidati di tutti gli schieramenti. Per saperne di più Gaynews ha intervistato Giovanni Caloggero, presidente del comitato catanese.

Giovanni, quali sono state le motivazioni che hanno spinto Arcigay Catania a redigere un questionario rivolto alle persone candidate alle prossime elezioni regionali?

In ogni occasione elettorale molti candidati si ricordano che le persone Lgbti sono "anche" elettori e, pertanto, la comunità viene attenzionata. Ovviamente spesso solo in queste circostanze. Insieme ai comitati di Siracusa e Ragusa abbiamo, quindi, pensato di voler inquadrare gli eventuali candidati, in particolare i candidati alla Presidenza della Regione, nel contesto di taluni temi per noi importanti e acquisire le rispettive dichiarazioni da rendere pubbliche, come parimenti pubblico sarà il loro eventuale silenzio. Questo, per noi, costituisce anche uno strumento utile all'elettore per le sue libere valutazioni di merito.

Quale valore vincolante possono avere le dichiarazioni che i candidati daranno alle domande?

Ovviamente trattasi non di impegni bensì di una manifestazione di orientamento sui temi per noi sensibili. Quindi nessuna valenza vincolante ma nel futuro una possibilità per noi di evidenziare eventuali mancanze di coerenza e poca attendibilità.

Quali sono le vostre aspettative in merito a questa  iniziativa e alle eventuali risposte? 

Purtroppo lo scenario politico siciliano non ci consente alcun ottimismo. Soprattutto sui candidati alla Presidenza della Regione ad eccezione di qualcuno le cui possibilità di essere eletto sono praticamente nulle. Per il resto, sempre in tema di aspiranti presidenti, il quadro è veramente sconfortante poichè si passa dall’irrilevanza politica alla già constatata quasi omofobia e, nel migliore dei casi, alla più crassa ignoranza dei nostri temi ed esigenze. Alcune differenze si rilevano, invece, in taluni candidati al consiglio regionale, diversi dei quali hanno già fornito risposte soddisfacenti. Comunque sia, entro e non oltre il 31 ottobre renderemo pubbliche le risposte e anche i silenzi.

Il caso di Roberta Mezzasalma ha influito su questa  iniziativa

No. In nessun modo le dichiarazioni di Roberta Mezzasalma hanno influito, atteso che il questionario è stato predisposto e inviato ai destinatari già diverse settimane prima.

La stessa Mezzasalma ha rilasciato dichiarazioni sulle persone Lgbti, alle quali il presidente di Arcigay Ragusa ha già dato una sua prima  risposta proprio su Gaynews. Quale  sono le  tue considerazioni in proposito? 

Condivido e sottoscrivo le dichiarazioni di Marco Igor Garofalo, presidente del comitato territoriale di Ragusa. A mio avviso Roberta Mezzasalma ha dei problemi di accettazione che non è ancora riuscita a risolvere. Dispiace solo, sotto il profilo strategico, che la sua candidatura in una lista non certamente a noi vicina possa consentire a questa stessa lista di apparire per ciò che decisamente non è, cioè aperta e accogliente. Cosa che sino ad oggi non è stata.

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Mentre in AbruzzoCalabriaCampaniaEmilia-RomagnaLazio, Puglia e Trentino Alto-Adige sono stati presentati progetti di legge regionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere, cinque Regioni si sono già dotate d'interventi normativi analoghi: Toscana (legge regionale n. 63 del 2004), Liguria (legge regionale n. 52 del 2009), Marche (legge regionale n. 8 del 2010), Sicilia (legge regionale n. 6 del 2015), Umbria (legge regionale n. 3 del 2017). Un caso a parte è invece costituto dal Piemonte che ha affrontato il tema dell'omotransfobia nell'ambito della legge quadro regionale n. 5 del 23 marzo 2016.

Per sapere di più sull’ultima approvazione d’una legge regionale in materia, cioè quella umbra, Gaynews ha intervistato Lorenzo Ermenegildi Zurlo di Ompahalos- Lgbti Life

Lorenzo, raccontaci come è nata questa legge e chi sono i protagonisti che hanno portato in porto la sua emanazione?

Il percorso che ha portato all'approvazione della legge regionale umbra è stato lungo e articolato. Il tutto ha avuto inizio dieci anni fa, quando l'allora consigliera comunale Maria Pia Serlupini si rese promotrice di una mozione che impegnava il Comune di Perugia a richiedere alla Regione Umbria l'approvazione di una legge per prevenire la violenza omotrasfobica sulla traccia della legge che era da poco stata approvata nella vicina Toscana.

Nonostante il periodo storico la quasi totalità della maggioranza comunale, comprese le componenti cattoliche, votarono favorevolmente. In Regione, però, la proposta di legge è rimasta bloccata per anni ostaggio delle correnti interne alla sinistra e per via delle forti pressioni degli ambienti conservatori. Prima delle ultime elezioni regionale, però, l'attività di advocacy e la pressione mediatica e politica d'Omphalos si è intensificata. Abbiamo così ottenuto che l'approvazione della legge venisse inserita nero su bianco nei programmi del Partito Democratico e dell'allora candidata presidente Catiuscia Marini.

Quali sono i capisaldi della legge?

La legge interviene sulle competenze regionali. Pertanto ha carattere preventivo e non repressivo. Questa è la sostanziale differenza che la distingue dalla proposta ferma in Parlamento per l'estensione della legge Reale-Mancino. Con questa legge la Regione Umbria, oltre a rafforzare politicamente i valori di non discriminazione basati su orientamento sessuale e identità di genere, si dota di norme per prevenire queste discriminazioni nella pubblica amministrazione, nell'istruzione e nella sanità. Un altro punto fondamentale è l'istituzione dell'osservatorio regionale sull'omofobia e la transfobia, uno strumento importante per monitorare e documentare i fenomeni di odio e discriminazione.

Qual è stato il contributo di Omphalos al testo?

Omphalos, anche con il supporto di alcuni giuristi di ReteLenford, ha contribuito in modo sostanziale alla stesura sia del testo originale sia delle modifiche che negli anni sono state fatte alla proposta di legge. Cruciale è stata anche la sinergia del nostro sportello giuridico con gli uffici giuridici dell'Assemblea legislativa umbra nelle ultimissime fasi precedenti all'approvazione.

Negli ultimi mesi, infatti, erano stati numerosi i tentativi di affossamento della legge con emendamenti-trappola sia da parte delle forze di minoranza come la Lega Nord o i gruppi ultracattolici che da alcuni esponenti della maggioranza interni al Pd.

Quali sono state le difficoltà incontrate durante tutto l’iter e quali i tentativi di svuotarla dei contenuti più rilevanti?

Innumerevoli sono stati i tentativi – falliti – di svuotare la legge di qualunque utilità. Su tutti, però, l'attacco più duro e quello che più di altri ha fatto vacillare l'assetto normativo è stato quello del consigliere dem di area cattolica Smacchi.

Il suo emendamento, che non a caso venne rinominato dalla stampa "emendamento salva omofobi", ricalcava in tutto e per tutto il subemendamento Gitti, presentato alla Camera per svuotare e rendere invotabile la legge Scalfarotto. La reazione a quella che è stata vissuta da tutta la nostra comunità come un inatteso fuoco amico fu particolarmente vigorosa, con manifestazioni di piazza molto partecipate che andarono avanti per diversi giorni e un’intensa attività di pressione intrapresa da Omphalos che vide il suo culmine quando io e Stefano Bucaioni incontrammo l'ex premier Matteo Renzi per spiegargli la sgradevole situazione e chiedergli di intervenire. A seguito di una serrata mediazione tra noi e il Partito democratico l'emendamento venne ritirato per essere sostituito con uno totalmente innocuo.

Omphalos è da 25 anni sul territorio perugino e non solo. Cosa farà perché questa legge non rimanga solo sulla carta?

Già da ora stiamo vigilando affinché la legge non rimanga lettera morta. I nostri legali stanno collaborando con gli uffici tecnici della Regione per dare piena attuazione a tutte le norme e certamente chiederemo che nostri rappresentanti vengano inseriti nell'osservatorio che si costituirà nei prossimi mesi.

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Si è tenuta stamane presso l'Hotel Sofitel Roma Villa Borghese la conferenza stampa del film 120 Battiti al Minuto, che sarà proiettato in anteprima questa sera presso il Cinema Eden alla presenza del regista e del cast 

La pellicola, che uscirà in Italia il 5 ottobre, è stata scritta e diretta da Robin Campillo. Siamo a Parigi nei primi anni '90 del secolo scorso: gli attivisti di Act Up (associazione nata nel 1989 nella capitale francese) lottano per rompere il silenzio sull’epidemia di Aids che proprio in quegli anni vede mietere numerose vittime. Su questo sfondo si dipana la storia di Nathan che decide di unirsi ai volontari di Act Up e condividere con loro anche azioni di protesta spettacolari. Azioni che sono una riprova della rabbia verso un establishment, la cui passività e i pregiudizi avevano prodotto una gestione irresponsabile di ciò che stava accadendo.

Una passività, un pregiudizio, uno stigma che comunicavano anche un messaggio sbagliato relegando “la malattia” solo alle persone omosessuali, drogate o a quelle che vivevano fuori dalla “regole”. È un film sulla presa di coscienza e della partecipazione attiva delle persone sieropositive e non solo. L’azione concreta di un'associazione che si era resa conto che la comunità sociale e non solo andava istruita. Vi era la voglia di essere visibili e tutto avveniva anche nel limite della legalità. E questo limite diveniva la forma più importante per far sentire la propria voce. Il film è stato selezionato per rappresentare la Francia ai Premi Oscar 2018 nella categoria Miglior film straniero. Lo stesso presidente della giuria  Pedro Almodóvar ha espresso la sua commozione. 

Presenti alla conferenza stampa, abbiamo chiesto al regista Robin Campillo:

Secondo lei qual è oggi rispetto al passato l’esperienza della sieropositività?

Dobbiamo dire che all'epoca avere una diagnosi di sieropositività e di Aids era una come una sentenza senza futuro e molte erano le difficoltà che le persone avevano per andare a fare il test, perché la paura era terribile. Anch'io subii questa paura. E il silenzio cadeva non solo fra le altre persone sieropositive ma anche nella stessa comunità Lgbti. Essere sieropositivo oggi è meno problematico: dà meno inquietudine e più che nel passato si vive e si può vivere.

Tuttavia le persone hanno paura di andare a fare il test, comprese quelle che avevano 20 anni all'epoca dei fatti. C’è bisogno di una maggiore comunicazione e dare maggiori informazioni sulla prevenzione, sulle diagnosi e sulle possibili terapie che sono molto avanzate. E, non dimentichiamo, inoltre, che oggi sussiste ancora un forte stigma nei riguardi delle persone sieropositive e omosessuali. Uno stigma che era assurdo nel passato e che lo è ancora di più oggi. 

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Riccardo Ceretti vive in Galizia. Tre anni fa si è unito in matrimonio col compagno Oscar Abades López. Per sapere qualcosa in più sull’attuale diritto di famiglia vigente in Spagna e sulla specifica situazione delle coppie di persone dello stesso sesso, lo abbiamo incontrato nella sua casa di Santiago de Compostela.

Riccardo, com’è la vita di un italiano sposato e che vive qui in Spagna?

Assolutamente normale. Anche se, a volte, l'aspetto "europeo" invece di semplificare le cose le complica. Ad esempio, per sposarmi ho dovuto far tradurre legalmente, e con costi a volte alti, alcuni documenti che ho presentato al Comune di Formentera dove mi sono unito in matrimonio tre anni fa, nel 2014.

Il mio caso, di italiano all'estero, è un po' particolare perché fino allo scorso anno passavo sei mesi a Santiago de Compostela e sei a Roma come guida turistica. Da quando ho deciso di fermarmi definitivamente in Spagna, ho dovuto necessariamente chiedere l'iscrizione all'Aire (Residenti italiani all'estero) soprattutto per facilitare il rinnovo di alcuni documenti. Anche perché si è obbligati a farlo.

Secondo la legislazione spagnola quali sono i tuoi diritti e quali tuoi doveri da coniugato?

Gli stessi diritti e doveri di due coniugi in Italia. O meglio, i diritti e i doveri richiesti dagli articoli 66, 67 e 68 del Codice civile spagnolo, che sono gli stessi di quelli richiesti dal Codice civile italiano in fase di celebrazione del matrimonio, soprattutto quelli espressi nell'articolo 143: «Dal matrimonio deriva l'obbligo reciproco alla fedeltà, all'assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell'interesse della famiglia e alla coabitazione».

Rispetto all'obbligo della fedeltà, che nelle unioni civili italiane non viene considerato perché non previsto, la legislazione della Galizia - la regione spagnola dove vivo -, prevede l'applicazione delle leggi civili matrimoniali. Quindi in caso di sola unione civile i diritti e doveri sono gli stessi da quelli richiesti dal matrimonio. Differente è il caso di comunione o separazione dei beni. In Spagna ogni ayuntamento o provincia ha le sue regole. Normalmente vige la separazione dei beni che viene riconosciuta automaticamente durante la celebrazione. Ma nel mio caso, essendomi sposato alla Baleari, dove vige l'iscrizione automatica della comunione dei beni, una volta celebrato il matrimonio, abbiamo dovuto modificare di fronte a un notaio il certificato matrimoniale in separazione dei beni.

Parliamo di omogenitorialità, tema quanto mai discusso in Italia. Come coniugato con persona di differente nazionalità, quali sono gli eventuali problemi nell'avere figli e quali sono invece le facilitazioni?

Non esistono problemi come non esistono per soggetti monogenitoriali, cioè single. L'unica via legale prevista è l'adozione sia per coppie di persone dello stesso sesso sia per uomini single. Diversa, invece, la situazione in caso di donne single, le quali hanno la possibilità di ricorrere alla fecondazione assistita. Ma per gli uomini ciò non è possibile in quanto, come in Italia, la Spagna non prevede la gestazione surrogata.

In caso di adozione le coppie omosessuali sono molto vincolate soprattutto con riferimento a bambini viventi all’estero. Il problema sono i Paesi stranieri che non consentono l’adozione a coppie di persone dello stesso sesso. Ad oggi l'unico Paese a concedere ciò alla Spagna è il Brasile. Inoltre, mentre per le adozioni nazionali il procedimento è del tutto gratuito, quelle internazionali comportano invece costi molto elevati in quanto vincolate a una serie di obblighi effettivamente cari.

Hai mai pensato con Oscar di adottare?

Sì, siamo in processo di adozione. I tempi, come in Italia, sono lunghi ma non si tratta d’una cosa impossibile. E, soprattutto, ci vuole molta pazienza. Noi abbiamo presentato tutta la documentazione, per l'adozione nazionale, circa due anni e mezzo fa. A quanto pare, dovremo aspettare ancora un paio di anni: quindi cinque in totale.

L'iter prevede quattro step differenti e obbligatori. Il primo riguarda un incontro, assolutamente generico, durante il quale vengono spiegate le linee guida di tutto il procedimento ed è presentata la prima documentazione. 

Il secondo prevede tre incontri obbligatori dalla durata di sei ore ciascuno. Ognuno di essi è guidato da psicologi, psicoterapeuti, sociologi ed è strutturato in maniera differente l'uno dall'altro. Sono incontri emotivamente coinvolgenti, positivamente ma anche negativamente, dove il tema protagonista è il benessere del bambino/bambina adottato/adottata ricreando delle situazioni tipo.

Il terzo incontro prevede un colloquio psicoattitudinale con psicologa e assistente sociale. Tale colloquio è effettuato prima singolarmente poi in coppia. Infine viene valutata la situazione domestica, cioè il luogo dove il/la futuro/a bambino/bambina vivrà. Così letto, potrà sembrare qualcosa di complicato o impossibile. Ma tutto è fatto in modo da risultare naturale e tranquillo. 

Un’ultima cosa sui tempi di attesa. Noi abbiamo fatto richiesta di un bebè (0-1 anno). Questo è il motivo per cui dovranno passare cinque anni. L'attesa dipende anche dalla "disponibilità'" dei minori che, fortunatamente, negli ultimi due anni, è scesa drasticamente. Il che vuol dire che ci sono meno bambini abbandonati o minori che vivono in condizioni  gravi. Se la richiesta di adozione è rivolta a bambini un po' più grandi (3-5 anni) o addirittura adolescenti, i tempi di attesa si dimezzano.

In Italia ci sono ancora molta omofobia e transfobia. Sulla base della tua esperienza tali questioni come sono trattate in Spagna?

Io dico sempre che le situazioni paradisiache non esistono in nessun luogo. Una cosa è certa: bisogna educare. Anche qui in Spagna avvengono casi di omofobia e transfobia ma, fortunatamente, sempre meno. Io personalmente non ho mai avuto problemi né qui né tantomeno in Italia.

Come coppia avete mai pensato di trasferivi in Italia?

Assolutamente sì come in altri luoghi del mondo. Oscar, mio marito, lavora nel campo della moda e in Italia ci sarebbero molte opportunità (lui stesso ha già lavorato a Firenze per due anni). Ma al momento restiamo qui per motivi sia professionali sia sentimentali. E poi è difficile abbandonare lo stile di vita spagnolo. Problemi sì ma con il sorriso si trova sempre il tempo per andare a bere una cerveza

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Il post Lei dice: I am angry, pubblicato sulla pagina di ArciLesbica nazionale e relativo all'articolo I am a woman. You are a Trans Woman. And that distinction matters, ha suscitato un'ondata d'indignazione sui social. L'invito di Marina Terragni - rappresentante della rete Rua (Resistenza utero in affitto) - alle donne e, in particolare, a quelle tanto lesbiche quanto trans a "non lasciarsi incastrare nel Lgbt" ha provocato ulteriori reazioni all'interno del movimento. A scendere in campo con un duro comunicato anche il Mit (Movimento identità trans), cui ArciLesbica ha risposto rinfocolando ulteriormente gli animi.

Gaynews ha deciso di sentire al riguardo Porpora Marcasciano, presidente onoraria del Mit e figura storica del transfemminismo italiano.

L'altro ieri ArciLesbica ha postato un articolo che ha sucitato un'ampia discussione sui social. Cosa pensi della relativa posizione che distingue le donne cisgender e le donne trans? 

Il post di ArciLesbica non mi sorprende. I suoi contenuti non sono nuovi ma rappresentano posizioni antiche ben radicate in certo femminismo che ultimamente sta ritornando in auge. Eviterei di chiamare in causa il femminismo nella sua totalità e nella sua straordinaria importanza tantomeno il separatismo che è tutt’altra cosa. Parlerei piuttosto di quel suo filone “essenzialista” assolutamente minoritario. Ultimamente questa parte si è posizionata su parecchie questioni importanti quali la gpa, la prostituzione, il genere e ora il transessualismo. È una parte molto chiusa, sorda a tutti i cambiamenti che i tempi pongono, indifferente alla complessità del mondo. È una parte che ultimamente sta influenzando anche l’agenda politica europea e mondiale con effetti nefasti. Il problema è che quel femminismo nella sua visione non considera neanche il lesbismo. Per cui mi chiedo cosa muova le donne di ArciLesbica a posizionarsi così rigidamente. Se volevano essere serie, le distinzioni che paventano le avrebbero poste/proposte in un seminario, un convegno e non su Facebook dove la risposta mi sembra scontata.

Secondo te perché si è voluta questa distinzione che sembra distruggere ogni rifermento alle lotte e alle posizioni politiche di un tempo? È un pensiero che è rimasto nascosto oppure una necessità per una visibilità politica?  

Se volevano stuzzicare il dibattito o la riflessione (come dicono loro) hanno sbagliato modalità. In questo modo hanno lanciato un fiammifero acceso sulla paglia secca. Conosco molto bene le donne che dirigono ArciLesbica nazionale da anni e conosco le loro provocazioni che in tempi passati hanno prodotto lacerazioni nel movimento e nella stessa ArciLesbica. Le questioni poste, rispetto al “pene”, all’essere donna ed essere trans sono questioni delicate intorno alle quali c’è un intenso e creativo dibattito, di cui loro se ne sono infischiate, buttando all’aria tutto. È da quando venne in Italia Leslie Feinberg nel 2005, attivista transfemminista americano/a, che si aprì il contenzioso, tutto interno al mondo trans e femminista sulle questioni poste. Le stesse questioni che da anni attraversano il movimento internazionale e i Gender Studies. Io stessa posi la questione in Nuovi Femminismi (Ed. Manifestolibri) che sarà ristampato in autunno.

E loro cosa fanno? Lanciano la bomba! Non mi sembra una modalità seria e accettabile. Lo hanno fatto su altri temi come la gpa proponendo/imponendo un documento molto categorico che per fortuna hanno sottoscritto in pochi, nei riguardi del quale  bisognava essere pro o contro. Ma siamo impazzite? Una questione così importante con un sì o con un no? A un movimento che da anni ha smesso di riflettere, confrontarsi, approfondire le signore milanesi propongono il loro pensiero, accusando poi noi del Mit di pensiero unico? ArciLesbica è una grande associazione con cui ho collaborato per anni. Ricordo i miei articoli per Towanda il loro bellissimo giornale lesbico. Ma da Towanda a oggi l’acqua ha rovinato i ponti.

Abbiamo letto tutti la risposta del Mit: cosa si può dire di più?  

Che se non stiamo attente l’ordine del discorso ossia il registro narrativo (come è stato da anni) viene sempre ripreso da altri, in questo caso da altre. È fondamentale e di estrema importanza che sulle nostre questioni la parola torni alle persone trans. Lo sottolineo alle signore milanesi che rivendicano il loro percorso femminista. Lo ribadisco, anche provocatoriamente, a tutte quelle femministe (minoritarie) che ci accusano di scimmiottare la femminilità. Se la tenessero la loro femminilità, che noi ci teniamo la nostra favolosità. Mario Mieli docet.

Marina Terragni dice che il problema nel 2017 è ancora solo il patriarcato. Che cosa ne pensi?  

Sì, ne sono convinta. E lei, come quelle che attaccano trans, gpa, prostituzione sono le degne rappresentanti di quel patriarcato. Usano la stessa logica, gli stessi metodi, le stesse parole. Dopo anni di negazione sinceramente delle “Essenzialiste” (da non confondere con le separatiste… favolose) ne possiamo e ne vogliamo fare a meno.

Cosa pensi degli uomini gay o etero che hanno risposto sui social affermando di non essere per nulla d'accordo con le posizioni di  Arcilesbica?

Penso che bisognerebbe ritornare a usare e promuovere le intelligenze e circoscrivere i social. Questo tipo di confronto (che non è un dibattito) è molto poco produttivo. Come movimento, se di questo si può ancora parlare. Abbiamo smesso di confrontarci, dibattere, affrontare le contraddizioni e i risultati sono questi. Guardare le nostre contraddizioni, approfondirle per crescere. Storicizzare i nostri preziosi percorsi, è questo di cui abbiamo tanto bisogno.  

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20mila persone. Sette carri, di cui tre della lunghezza di 15 metri. Questo in numeri il Rimini Summer Pride 2017. Ad aprire la coloratissima marcia dell'orgoglio Lgbti, partita alle 19.30 da piazzale Croce, lo striscione Summer of Love. Summer of Pride con la presenza di Franco Grillini, leader storico del movimento Lgbti italiano e direttore della nostra testata. Per saperne di più, Gaynews ha raggiunto Marco Tonti, presidente del comitato Arcigay Rimini e anima del coordinamento organizzativo.

Pier Vittorio Tondelli scriveva nel 1985 un romanzo intitolato Rimini. Col Pride la città romagnola cosa ha portato con sé sul piano dei diritti?

Rimini ha portato con sé sul piano dei diritti un’idea nuova di lottare per i diritti. Un’idea che è fatta d’una lotta sorridente, allegra e d’intensa leggerezza. Perché per noi queste lotte devono essere fatte col sorriso sulle labbra, col sorriso di chi è consapevole che la battaglia è gia vinta. Forse non oggi né domani. Ma ci arriveremo. Abbiamo già fatto tanta strada. Questo è il motivo per cui ci siamo ispirati all’evento che nel ’67 è avvenuto a San Francisco: la Summer of love, che ha crearo lo spirito di festa, amore, fratellanza universale. Quello spirito che ha poi animato le battaglie che hanno cambiato il mondo nel ’68 e nel ‘69.

Qual è stato il rapporto con le istituzioni nell'organizzazione del Pride?

Il rapporto con le istituzioni è molto solido fin dallo scorso anno. L’amministrazione ha collaborato attivamente, mettendoci la faccia senza esitazione in ogni momento e in ogni passaggio. Bisogna aggiungere che quest’anno siamo riusciti a coinvolgere tutte o quasi tutte le istituzioni della Riviera romagnola perché abbiamo chiesto il patrocinio a tutti i Comuni della costa da Cattolica fino a Ravenna. Ce l’hanno concesso tutti tranne Riccione, Bellaria e Gatteo. A questi patrocini richiesti si sono aggiunti quelli spontanei di Sant’Arcangelo, Gradara (che è nelle Marche), Verucchio nonché della Commissione Pari Opportunità della Repubblica di San Marino. Quindi un po’ tra il serio e il faceto posssiamo dire che quello di quest’anno è stato un Summer Pride International.

Tocchiamo infine il discorso delle processioni riparatrici. Bisognava chiedere perdono a Dio del Gay Pride? Qual è insomma il peccato più grande che è stato commesso?

Il peccato più grande che è stato commesso? Difficile da dirsi. Ogni anno Rimini accoglie 15.000.000 di persone che vengono qui per peccare. Quindi non si capisce perché se la siano dovuta prendere con noi e riparare proprio i nostri peccati quando non vengono organizate processioni riparatrici per tutti gli altri peccati a partire da quelli della Chiesa. Tra l’altro quella riparatrice è stata una manifestazione fintamente religiosa con persone travestite da preti e sconfessate anche dal vescovo.

Insomma se noi ci travestiamo, si grida allo scandalo e si scagliano anatemi. Se si travestono loro, però tutto bene. La cosa più divertente è che nei comunicati del comitato organizzatore intitolato alla Beata Scopelli – anche se avrebbe dovuto scegliere un patrono più consono al loro stile conunicativo come Sangiovese visto che quando scrivono sembrano ubriachi – non è stato neanche citato un versetto biblico ma sono comparse solo Madonne piangenti, Cristi sanguinanti, turiboli tintinnanti insieme ad ampi stralci de Il Signore degli anelli. Una vera farsa che è servita a nascondere movimenti eversivi di estrema destra.

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Su PrEP e prevenzione continua l'intervista alla dottoressa Mariangela Errico, presidente di Network delle persone sieropositive (Nps Italia Onlus). 

Qualcuno sostiene che si inizia a usare la PrEP non si utilizzerà più il preservativo: è così? Non crede che il problema sia più di natura informativa ed educativa? 

Non sono dicerie sono affermazioni provenienti dai maggiori studi clinici Iprex, Proud e Ipergay. Sheena McCormack, ad esempio, durante la conferenza Hiv Drug Therapy di Glasgow del 2016 ha dichiarato – nel corso di una presentazione sullo stato attuale della PrEP – con tono di sorpresa che, dopo che diversi studi sulle giovani donne africane hanno dato risultati deludenti a causa della scarsa aderenza, nessuno ha voluto continuare a fare altri studi cercando di lavorare su questa questione dell'aderenza. Altra difficoltà è individuare le persone ad alto rischio di infezione: i dati inglesi mostrano che il 17% di chi ha avuto una infezione rettale prende l'Hiv e stime simili si trovano tra chi ha avuto più di due rapporti anali senza preservativo nell'ultimo anno. Ci sono stati due casi in tutto di persone che prendevano la PrEP e che si sono infettate con un ceppo resistente a questi farmaci. Sono solamente due casi, ma dovremmo riflettere su come un uso scorretto della PrEp può portare a delle sieroconversioni e potenziali resistenze farmacologiche. Diventa quindi fondamentale una corretta informazione e un costante monitoraggio. Importante anche l'assunzione on demand provata nello studio francese Ipergay con pillole prese prima e dopo l'atto sessuale. Anche con questa modalità di assunzione l'efficacia è stata alta anche se solo il 50% delle persone prendeva le dosi come prescritto sempre, evidentemente – ha commentato McCormack. Ci sono nuovi farmaci in studio per prevenire l'infezione, ad esempio Maraviroc e gli anelli vaginali di dapivirina. Anche in questo caso, l'aderenza è stata il maggiore problema. Adesso si sta provando a mettere insieme in questi anelli vaginali gli anticoncezionali e i farmaci preventivi dell'Hiv così che le donne possano essere più motivate a usarli.

C'è chi su Facebook scrive post perentori sui danni sociali legati alla diffusione della PrEP. Ma si tratta d’informazioni spesse prive di base scientifica. Cosa ne pensa ?  

L’osservatorio da cui parlano queste persone, alcune delle quali sex worker, sono un ambito molto particolare e profondamente coinvolto. Perciò, sebbene non sia elaborato su basi scientifiche, trovo che sia interessante il dibattito che si è animato. Da tecnica del settore ovviamente preferirei che si dicessero cose esatte. Come, ad esempio, che la PrEP in Italia a oggi non è disponibile e rimborsato dal Sistema sanitario nazionale, non è legale e tutto quello che c’è deriva dal fai da te delle persone che hanno scelto di assumerlo.

Il preservativo rimane tutt’ora un efficace ed economico strumento di prevenzione, sebbene dobbiamo prendere atto del fatto che il suo uso è diminuito nel tempo. Altri strumenti di prevenzione, quali la PrEP, andrebbero integrati in una strategia complessiva di prevenzione che comprenda un’efficace campagna informativa soprattutto tra i giovani.

Ben altra cosa è la persona con Hiv che è stabilmente in terapia Arv e che, avendo carica virale azzerata da almeno 6 mesi, non può trasmettere il virus ad altri e che vuole liberamente e consapevolmente non usare il condom col proprio partner, facendo però a mio avviso una scelta ragionata in due. Poter appoggiarsi alla strategia della Tasp (Treatment as prevention) è una grande conquista dei nostri anni che, a mio modesto avviso, va condivisa con il partner, ma che in ogni caso ti mette al riparo di trasmettere il virus dell’Hiv. Ribadisco che per me l’assunzione del Truvada senza un monitoraggio clinico è un danno ulteriore alla persona e al sistema di sostenibilità economica perché l’insorgenza di effetti collaterali gravi implicherebbero un intervento urgente. Diventa fondamentale, per coloro che oggi col fai da te riescono a reperire il Truvada online, fornire delle corrette informazioni sulle implicazioni di un suo uso scorretto e non monitorato.

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Sull'incremento dei casi di persone Hiv positive e sui metodi di prevenzione si riaccende peridiocamente la polemica. A dividere gli animi è soprattutto uno strumento come la PrEP (o profilassi pre-espositiva), di cui il più delle volte si parla senza effettiva contezza. Dopo aver intervistato Michele Breveglieri, Gaynews ha raggiunto la dottoressa Mariangela Errico, presidente di Network delle persone sieropositive (Nps Italia Onlus). 

Presidente, nei giorni scorsi c'è stato un grande dibattito sui social realativamente alla PrEP. Ci sono diverse posizioni sia sul suo utilizzo sia sugli effetti che tale utilizzo ha sui soggetti che ne fanno uso. Qual è il suo parere al riguardo?  

Sì, ho seguito il dibattito e il mio parere è noto da tempo: sin da quando nel 2014 si è comininciato a parlare di PrEP a livello internazionale, durante la conferenza di Durban del 2014 con il documento Who, la posizione assunta da Nps è stata quella della prudenza, valutando con attenzione i pro e i contro di un’eventuale accesso alla prep in Italia. Preso atto dell’efficacia della PReP nel prevenire l’infezione da Hiv quando assunta correttamente, come dimostrato dagli studi Iprep, Proud e Ipergay, altri sono i problemi da affrontare. Chi potrà averne accesso e come integrare la PrEP adeguatamente in una strategia complessiva di prevenzione. Noi abbiamo subito messo l’accento sulla necessità che fosse estesa a tutte le persone che ne avessero bisogno e non solo tra gli msm (uomini che hanno rapporti sessuali con altri uomini). Quando dico a tutte le persone mi riferisco in particolar modo alle donne che sono sotto rappresentate anche in questo tipo di studi ma che a malapena anche adesso, a distanza di 3 anni, vengono prese in considerazione. Ricordiamoci che le donne, come anche le sex worker, hanno spesso difficoltà a negoziare con il partner l’uso del preservativo. In Italia le ultime linee guida sulle terapie antiretrovirali, nell’ultima versione del 22 novembre 2016, fanno riferimento all’inserimento delle coppie sierodiscordanti con specifico riferimento al concepimento, ma di fatto non abbiamo un vero monitoraggio di quel che sta accadendo. Fatto essenziale a mio avviso è quello di avere una mappatura del fenomeno accesso alla PrEP in Italia, fenomeno del quale si sa molto poco e quel che si sa è anche molto confuso. 

Ci sono studi in atto o sperimentazioni nel nostro Paese? 

È di recente inizio lo studio Discover al quale hanno aderito 92 Paesi, tra cui l’Italia con i soli centri del San Raffaele (Mi) e dello Spallanzani (Rm), il cui arruolamento è stato particolarmente veloce e chiusosi verso i primi di maggio scorso, ma aperto solo a uomini msm e donne transgender. Piccole survey d’indagine sul gradimento e il livello di conoscenza della PrEP sono state fatte in questi anni e presentate al più importante convegno sull’Hiv che c’è ogni anno in Italia, ovvero Icar, dove per esempio i numeri sono spesso intorno ai 200/250 persone coinvolte. Attualmente, nell’ambito della ri-elaborazione del PNAids (Piano Nazionale Aids) si stanno progettando delle PrEP Unit, nel quale restano ancora una volta ad oggi escluse le donne, sul modello dello studio Discover, che prende il nome dal farmaco Descovy, e in ogni caso si tratta solo di documenti in fase di elaborazione e non presi interamente in carico dal ministero della Salute, il quale per il PNAids non ha predisposto nessuna copertura economica, sebbene si tratti di un piano nazionale.

Sul web, come già detto, sono molti gli attori che partecipano alla discussione. Alcuni presentano dati non ufficiali, altri suggeriscono comportamenti di diverso tipo, altri ancora raccontano esperienze personali. Quale è la prassi consigliata per raccogliere buone informazioni?  

In un contesto democratico io trovo che tutti possono e devono esprimere le loro opinioni. Ma è assolutamente necessario distinguere tra opinioni e dati statisticamente validi e rappresentativi. Un dato di fatto è che la PrEP in Italia non è stata approvata dall’ente che dovrebbe regolarne la sua immissione sul mercato ovvero l’Aifa, per cui di fatto stiamo parlando di qualcosa che non ha regole in questo momento se non quelle per cui le persone autodeterminandosi possono acquistarlo in altri Paesi o via internet. Di fatto accade anche che in alcuni centri clinici per malattie infettive alcuni medici prescrivono il farmaco su ricetta bianca e poi le persone trovano il loro modo di acquisirlo: questo per me è qualcosa di non corretto considerato che si tratta dell’assunzione di un antiretrovirale che va assolutamente monitorato nei suoi effetti collaterali.

Chi meglio di noi persone con Hiv sappiamo quanto sia necessario avere controlli periodici per l’insorgenza di possibili effetti collaterali ben noti? Sebbene negli studi Iprex, ProudIpergay non siano stati riscontrati significativi effetti collaterali dovuti all’assunzione del Truvada, sappiamo che tale farmaco, uno dei farmaci più utilizzati per il trattamento dell’Hiv, può creare potenziali problemi renali e alle ossa. L’uso corretto del condom è parte fondante dei nostri interventi di prevenzione nelle scuole tra i giovani come unico strumento di tutela della salute da Hiv e da tutte le altre malattie sessualmente trasmesse: epatiti, hpv, clamidya, herpes simplex, condilomi, trichomonas, sifilide. La profilassi pre-esposizione infatti funziona solo su un livello, cioè come difesa contro l’Hiv, mentre il condom offre protezione non solo per l’Hiv ma anche per tutte le altre infezioni sessualmente trasmissibili (Ist).

Ritengo che le associazioni che propugnano l'utilizzo della PrEP dovrebbero ragionare più attentamente sui dati a disposizione, soprattutto quelle che si occupano di msm, e tornare a parlare di condom: la mancanza di protezione nel corso di rapporti sessuali ha causato infatti una recrudescenza di alcune Ist che, a loro volta, costituiscono un terreno fertile per infettarsi anche di Hiv. Sappiamo per esempio dal rapporto Ecdc che in Europa il 48% dei nuovi casi di sifilide si registra tra gli msm, e anche se il dato italiano potrebbe essere sottostimato perché meno del 10% dei medici lo comunica (benché sia per legge obbligato a farlo), è ipotizzabile che gli omosessuali italiani non se la passino meglio. 

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C'è sempre un gran discutere di numeri. Mi puoi dire quali sono i dati quantitativi di infezioni da Hiv nel Paese e se questi dati sono cresciuti negli ultimi cinque anni?

Nel 2015 in Italia ci sono state 3.444 nuove diagnosi, di cui l’85,5% per via sessuale, etero (44,9%) e MSM (40,6%). Tra i giovani tra i 18 e i 25 anni, peraltro, questa proporzione è ribaltata: quasi la metà delle nuove diagnosi è tra i giovani MSM (49,3%), contro il 37,7% di etero. In generale c’è stata negli ultimi cinque anni una progressiva diminuzione delle nuove diagnosi, tranne che per gli uomini che fanno sesso con uomini (MSM), che sono invece aumentati. Sull’età si può poi rispondere in tre modi. In primo luogo quelli diagnosticati di più, sul totale delle nuove diagnosi, sono stati quelli tra i 30 e i 49 anni. Quindi non i giovani. Poi però è vero che, se paragoniamo l’ampiezza di popolazione di ciascuna fascia di età, quelli tra i 25 e i 29 anni si infettano di più rispetto agli altri, cioè ci sono più diagnosi ogni 100.000 giovani (25-29) di quante ce ne siano ogni 100.000 over 30. Potrebbe essere una spia di una maggiore vulnerabilità di quella popolazione. E poi c’è il terzo modo di risponderti, guardando alla tendenza nel tempo, dunque se ci siano aumenti o diminuzioni, miglioramenti o peggioramenti. Focalizzandoci solo sugli MSM, a livello nazionale stiamo avendo negli ultimi 5 anni un aumento costante di nuove diagnosi tra gli over 50, mentre il dato è complessivamente stabile, tra aumenti e diminuzioni, tra i 25-50 e tra gli under 25. L’aumento tra i più adulti potrebbe anche essere una spia della fatica legata all’uso costante del condom dopo tanti anni tra i gay, ma non abbiamo dati per suffragare questa ipotesi. L’aumento tendenziale di nuove infezioni tra gli uomini che fanno sesso con uomini ci deve far riflettere sull’urgenza di introdurre nuovi strumenti di prevenzione.

Nelle scuole è sempre difficile  parlare di  prevenzione  ma è ancor più difficile far mettere  un distributore di profilattici. Qual è secondo te  il danno  che  questa  mancanza provoca?

Enorme. Ma noi che vediamo quanti danni facciano fenomeni come i no-gender, capiamo bene perché questo avvenga: mancanza profonda di laicità nelle istituzioni scolastiche, mancanza di cultura della salute sessuale in generale, sessuofobia, omofobia e correlati, istituzionali e culturali. I giovani gay e bisessuali, come abbiamo visto, ne fanno ancor più le spese. Ma ancor più fastidioso è sentire ogni anno questa retorica generica sui giovani a maggior rischio. Un po’ perché a volte vengono citati emergenze e aumenti che non esistono, e un po’ perché a fronte di queste lacrime di coccodrillo uno si aspetterebbe una bella strategia nazionale di educazione sessuale nelle scuole, una di quelle azioni che prendono talmente il toro per le corna sul tema sesso e rischio da far impallidire i no-gender, ad esempio rivolgendosi anche ai giovani gay e bisessuali. Invece nulla di tutto ciò. A mio parere la retorica sui giovani nasconde un problema culturale di fondo: l’Hiv in questo Paese non si è mai affrontato seriamente perché implica parlare di sesso. Le poche azioni sulle scuole spesso finiscono a parlare di Hiv e sesso in maniera talmente generica da sembrare lezioni sul sesso degli angeli.

Un giovane si vuole informare su Hiv e Mst e va in internet sfogliando diversi social. Quali sono secondo te le attenzioni che deve avere nel recupero delle informazioni per non cadere in siti o presentazioni individuali non corrette e che possono mettere a rischio la sua salute e quella degli altri ? 

Il consiglio generale è sempre di affidarsi solo a siti che citino fonti, come studi o siti istituzionali specializzati, magari europei o internazionali, verificabili. E di verificare, se si ha tempo, che quel che scrivono corrisponda a quel che dice la fonte. I blog e forum, per non parlare delle discussioni su facebook, sono pericolosi, spesso pieni di opinioni disinformate, quindi eviterei. C’è anche da dire che al momento mi affiderei meno a fonti istituzionali italiane, purtroppo abbastanza arretrate e quindi, su alcune questioni, fuorvianti. Mi è capitato di persone che mi scrivessero perché avevano letto delle cose corrette e aggiornate su siti associativi specializzati, ma poi non le avevano ritrovate su siti istituzionali italiani (ad esempio il terribile sito uniticontrolaids.it) fermi agli anni ‘90, ed erano giustamente confusi. È un problema se noi parliamo di TasP, come ne parla tutto il mondo aggiornato, e poi l’Istituto Superiore di Sanità o il Ministero, invece, ignorano totalmente la cosa nonostante siano ben al corrente di tutto. L’aggiornamento della comunicazione istituzionale italiana è un’altra delle nostre battaglie.

Quale primo suggerimento puoi dare a chi scopre di  essere sieropositivo ?

Di non abbattersi, di rimboccarsi le maniche e proseguire, perché ha una vita lunga davanti a sé, al pari di tutti i suoi coetanei che non hanno l’Hiv. Dovrà probabilmente dedicarsi un po’ di più alla propria salute, ma avrà tutti gli strumenti per farlo: controlli, farmaci, ecc. La TasP gli consentirà anche una vita sessuale molto più serena di un tempo, perché la sua infettività sarà praticamente eliminata. Il suo problema maggiore sarà la gente disinformata, che vive ancora con paure irrazionali e rimasta agli anni ’90. Ma per affrontare questo aspetto, per quel che possiamo e riusciamo e per quanto talvolta faticoso anche per noi, ci siamo anche noi assieme alle altre associazioni che lottano contro l’Hiv e a fianco delle persone con Hiv.

Chiudo col una rapida domanda: il preservativo è?

Lo strumento di prevenzione in assoluto più “versatile” per le varie infezioni sessualmente trasmissibili. E uno strumento di prevenzione dell’Hiv tra quelli con maggiore efficacia. Ma non più l’unico, per fortuna.

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