rosario murdica

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Luca ha 25 anni. Vive a Pisa, dove frequenta il secondo anno magistrale di chimica. Nella città della Torre milita da circa un anno presso il locale comitato d’Arcigay. Ma il suo impegno nel combattere contro le discriminazioni non si limita al solo attivismo.

Per saperne di più l’abbiamo raggiunto telefonicamente.

Luca, ci racconti il tuo coming out? 

Il mio coming out è stato con un amico dell'università. Non mi ricordo neanche come eravamo finiti nel discorso. Sono passati anni ormai, ma mi è rimasto impresso che, appena ho fatto coming out, sono scoppiato a piangere. Penso sia un a reazione naturale quando ti liberi di un peso dopo anni.

Hai poi scoperto il mondo delle Drag queen. Com'è avvenuto? 

Questa idea mi è balenata nella testa quando ho visto delle Drag queen per la prima volta. Prima di frequentare l'università non andavo proprio in discoteca e di certo non avrei avuto modo di vedere delle esibizioni di Drag queen dal vivo: non sapevo neanche cosa fossero!

Quando ho fatto coming out ho iniziato a frequentare diverse discoteche Lgbt e quando ho visto per la prima volta le drag queen esibirsi è stato subito amore a prima vista. Mi ricordo che raccontai a delle mie amiche di quanto mi fossi innamorato di tutti quei colori, dei vestiti eccentrici e dei trucchi esagerati nel vederli per la prima volta dal vivo. Dissi allora che prima o poi lo avrei fatto anche io. Sono passati quattro anni da questa dichiarazione ma alla fine ho mantenuto la mia promessa.

Quali sono le tue emozioni quando ti esibisci? 

Premetto che anche in passato, prima di iniziare l'università, mi sono ritrovato su un palco a cantare o a suonare il pianoforte in mezzo a un pubblico: quindi già ero cosciente dell'emozione che si prova.

Detto questo, esibirsi da drag è tutta un'altra storia: il trucco, i vestiti e soprattutto il modo di fare e di porsi con il pubblico devono tutti insieme far sì che il pubblico ti veda per il personaggio che sei e che presenti. In tutta sincerità, esibirmi da Drag queen mi permette di fare cose che senza il travestimento addosso non farei mai: indosso una maschera per mostrare una parte di me che senza maschera non verrebbe fuori.

Gli abiti, il trucco, le scarpe dai tacchi alti… Chi ti cura il look? 

Per la mia prima esibizione mi sono messo molto d'impegno e sono stato tre mesi a preparare tutto il vestito! Non volevo e non voglio semplicemente mettermi il primo vestito che indosso. Preferisco renderlo mio oppure farlo anche da zero nei limiti del possibile (non sono un esperto di sartoria ma sto imparando!). Per me, per ora, la progettazione e la realizzazione dell'intera esibizione è un lavoro di squadra: ho amiche e conosco sempre nuove persone che si rendono disponibili a darmi una mano con il trucco o con l'acconciatura della parrucca o con la realizzazione del vestito. Tutti si divertono a partecipare anche nel piccolo e per questo li ringrazio. Perché senza di loro certe mie idee bizzarre non le avrei mai potute realizzare da solo. Ho cominciato da poco e piano piano sto imparando a truccarmi e a cucire: per il prossimo futuro vorrei realizzare un vestito lungo da zero.

In un periodo come quello attuale, contrassegnato  da una forte presenza di atti omofobici, transfobici e bullistici, che cosa significa fare la Drag queen? 

La sensazione che ho percepito la prima volta che sono uscito allo scoperto davanti al pubblico, con tutto il travestimento addosso, è stata di ansia, timore e coraggio. La mattina dopo ho realizzato che avevo fatto coming out per la seconda volta ma, a differenza del passato, ero più consapevole e soprattutto orgoglioso di rappresentare la comunità Lgbti nel piccolo della mia esibizione. Considerando come stanno evolvendo i tempi, sono pronto a risalire su un palco se serve a dare fiducia a chi mi guarda.

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Mark’s Diary, la nuova opera cinematografica del regista Jo Coda, ci conduce nel mondo della disabilità, della sessualità, dell’amore.

Mark e Andrew, due ragazzi disabili, si incontrano e si piacciono. Tra i due si crea un’intensa attrazione “socialmente difficile” da soddisfare. I ragazzi innescano, attraverso una sovrastruttura onirica, una “realtà virtuale” creando due personaggi di fantasia ai quali trasmettono le proprie emozioni, i propri sentimenti. Al termine della giornata emergerà la consapevolezza che nulla sarà più uguale per loro e che la lotta per il “diritto all’amore” è solo all’inizio.

Jo, questo tuo ultimo film è incentrato su una tematica che mostra l'eros e l'amore con altri occhi. Cosa ti ha spinto a farlo?

Mark’s Diary nasce successivamente alla lettura del libro di Maximiliano Ulivieri LoveAbility. L’autore, tra l’altro responsabile del comitato LoveGivers, sottopone all’attenzione dei lettori il tema della sessualità riferito alla disabilità.

Un problema sociale per molti, un tabù per tantissime persone. Il modo di affrontare la problematica, unita al profondo senso della militanza che Ulivieri letteralmente sprigiona ad ogni respiro, mi ha completamente travolto tanto da spingermi a contribuire con questo film alla causa, per rompere insieme silenzi e pregiudizi. 

C'è sempre qualcosa di magico quando le perone si innamorano. In questo tuo lavoro su amore e disabilità qual è l'incanto?

Questo film parla d’amore: tutta la sceneggiatura ruota intorno alla ricerca dell’amore e nell’amore noi includiamo anche il sesso. L’incanto è, una volta tanto, l’amore stesso: incontrarsi, desiderarsi, amarsi. L’amore senza confini irrompe nella sfera del sesso che, quando riferito alle persone diversamente abili, sembra scontrarsi con l’ultimo tabù sociale che nega loro a priori ogni sorta di pensiero, peggio, di azione, legata all’eros.

Viviamo in un’epoca nella quale il corpo perfetto è indice di benessere e di capacità di relazione con gli altri. Ciò che non è perfetto non ha valore. Non credi che tanto bisogno di perfezione nasconda in realtà solo l'incapacità di guardare le proprie angosce? 

Le angosce permangono laddove non si costruiscono adeguate alternative esistenziali o non si attua un ragionevole adattamento al naturale cambiamento a cui il nostro corpo è destinato nel corso della nostra vita. L’alternativa è il senso di inadeguatezza, il risentimento. Il benessere interiore e la nostra capacità di stare bene al mondo e di esporci con gli altri non possono essere delimitati dal tempo, dall’avvenenza della “gioventù” così come la intende il mercato dei consumi, con la sua ossessiva e patologica riproposizione di modelli stereotipati di quasi sovraumana super efficienza, irraggiungibili ai più. La perfezione, se esiste, scorre lungo la nostra vita, al di fuori della nostra stessa fisicità. 

In una sequenza del tuo film i due protagonisti si toccano le mani, si guardano e scoppia l'eros: quello totalizzante. Quale è il significato di  questa immagine?

Che l’amore non ha confini. Il suo potere è praticamente infinito e siamo noi, la società civile – che per ignoranza o per convenienza, tabù del passato e per più recenti esigenze del mercato di omologare e standardizzare corpi, sentimenti e pulsioni – abbiamo sviluppato la necessità di porre dei limiti ad un sentimento che racchiude in sé una parte fondamentale della natura e di ogni essere umano. L’immagine di cui parli, nella sua semplicità, due mani che si carezzano, sintetizza il potere universale dell’amore.

Negli ultimi tempi la politica sta dando il senso di quanto sia forte oggi la discriminazione per i più deboli. Cosa pensi in proposito del neoministero per la Disabilità?

La politica deve fare i conti con la “diversità”, con la “differenza” che non deve essere più intesa come una condizione di inferiorità. La diversità è parte integrante della vita democratica di una nazione, è una trasversalità che in un modo o nell’altro, per un motivo o per l’altro attraversa ogni persona e ogni cittadino che deve potersi esprimere al meglio in ogni situazione quotidiana. L’attuale Governo, in materia, manda segnali molto contrastanti fra loro e pertanto in primo luogo l’invito alla chiarezza è un obbligo. Un governo che non si occupa dei più deboli non mostra altro che il riflesso del proprio fallimento. È ovvio che ciò debba essere contrastato con forza e con ogni strumento che la militanza, il buon senso, e la nostra stessa appartenenza al genere umano ci mette a disposizione.

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Al grido de La gaia invasione partirà domani, alle ore 15:00, da piazza Grimana il Perugia Pride.

Una marcia dell’orgoglio Lgbti volta a dimostrare come una cultura, che mette al centro l'individuo, il rispetto dell'identità, delle differenze e delle libere scelte, sia possibile e necessaria. Motivo per cui la parata sarà aperta da una rappresentanza d'immigrati.

Ma un’invasione arcobaleno, quella del capoluogo umbro, che assumerà anche i toni della protestaProtesta contro l'avanzata delle destre fasciste e dei movimenti cattoreazionari.

Protesta nei riguardi del sindaco Andrea Romizi che, il 25 giugno, ha annunciato il ricorso contro la decisione del Tribunale di Perugia, che aveva imposto al Comune di trascrivere integralmente l’atto di nascita spagnolo del piccolo Joan quale figlio di due mamme.

Protesta a favore di Fabiola Bernardini, rimossa dall’ufficio di direttrice della Biblioteca comunale di Todi e trasferita al Servizio urbanistica per non aver voluto stilare una lista di presunti "libri gender". 

Alla vigilia del Perugia Pride Gaynews ha intervistato Lorenzo Ermenegildi Zurlo, componente di Omphalos Lgbti.

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Tra le città che, sabato 30 giugno, a ridosso del 49° anniversario dei Moti di Stonewall,  saranno interessate dall’Onda Pride c’è anche Padova. Un’occasione importante per il capoluogo veneto dove, da meno di due settimane, è stata inaugurata l’XI° edizione del Pride Village.

A pochi giorni dalla parata abbiamo raggiunto Mattia Galdiolo, presidente del locale comitato d’Arcigay.

Fra pochi giorni il Padova Pride: quali le parole d'ordine quest'anno?

Quest’anno il Padova Pride darà molto risalto a temi come la salute, la libertà e l'inclusione. Ma resta in primo luogo la visibilità quale tema chiave. Ormai sempre più persone Lgbti sono visibili e questo, indubbiamente, è il motivo per cui sempre di più di questioni Lgbti si discute in ogni ambito, nel bene e nel male. Però oggi visibilità per un Pride è anche consapevolezza.

Questo Pride vuole ispirare tutti a compiere scelte coraggiose, a prendere posizione, a partecipare al dibattito sui diritti che, come comunità Lgbti, pretendiamo dal nostro Paese e alle lotte che dovremo fare per ottenerli.

Come valuti l’attuale clima politico in riferimento ai diritti delle persone Lgbti?

Un atteggiamento passivo e distaccato dalla politica ha dato come frutto uno dei peggiori governi degli ultimi dieci anni. Distacco anche da parte della nostra comunità che "si accontenta" di spazi sicuri nei locali e di una visibilità limitata ma sempre più facile. Ora abbiamo un governo populista in perpetua campagna elettorale e con un approccio ai temi sociali di stampo marcatamente fascista. Percepisco un machismo diffuso e tutto questo è molto preoccupante sia per i nostri (pochi) diritti faticosamente ottenuti sia per quelli che la nostra comunità chiede a gran voce: dalla tutela della genitorialità omosessuale alla revisione della legge Reale - Mancino. Più di tutto però mi preoccupa il fatto che questa politica possa finire col legittimare la violenza e i soprusi. Ci sono già i primi segnali.

Abbiamo visto le forze dell'ordine al Siracusa Pride vietare l'esposizione di uno striscione critico nei confronti di Salvini. La violenza verbale sui social è poi ai massimi storici e gli episodi di violenze e discriminazioni seguono a ruota tutto ciò con numeri sempre crescenti. Di fronte a tutto ciò noi dobbiamo ricordarci chi siamo. Siamo un movimento di liberazione: la libertà o c'è totalmente o non è libertà. Pertanto è nostro dovere prendere posizione in modo forte e chiaro per la liberazione e il benessere della comunità Lgbti ma anche di tutte quelle libertà direttamente correlate alla nostra: penso all'autodeterminazione delle donne o al dovere dell'accoglienza per i migranti.

Hai fatto cenno a quanto successo al Siracusa Pride. Qual è la tua specifica valutazione?

Questo episodio, e lo dico soprattutto da portavoce di un comitato Pride, ci ha fatti incazzare di brutto. I Pride sono la rivendicazione di identità e libertà, in primo luogo quella d’espressione: una libertà che è stata guadagnata nel nostro Paese con il sangue e il sacrificio di molte vite. Oggi forse non serve più arrampicarsi sulle colline e le montagne per fare le lotte partigiane ma, anche sopra un paio di tacchi a spillo, possiamo rivendicare la nostra libertà con analoga determinazione.

Noi abbiamo puntato su un gesto simbolico: lo striscione fatto rimuovere a Siracusa sarà presente al Padova Pride. Scelta che, come comitato, abbiamo preso spontaneamente e immediatamente, e che siamo pronti a difendere a tutti i costi.

I risultati delle ultime amministrative hanno visto un’avanzata della Lega in pochi Comuni, roccaforti storiche della sinistra. Come valuti ciò con riferimento alle locali associazioni Lgbti e soprattutto alla futura organizzazione dei Pride?

Credo che bisogna ricordare come i Pride abbiano un valore educativo per tutta la città. Ma per farlo bisogna dare ai cittadini l'occasione per capire cosa sta succedendo, cosa è un Pride, perché è importante, qual è il senso profondo e molto umano che sta alla base delle richieste della comunità Lgbti. In tutto questo abbiamo amministrazioni che oggi hanno sempre più strumenti per rendere difficile la vita a chi vuole manifestare. Ricordo che oggi con la nuova normativa sulla sicurezza un Comune può vietare cortei e manifestazioni con ragioni anche abbastanza pretestuose.

Bisogna organizzarsi per fare un lavoro comunicativo incisivo ed efficace in occasione dei Pride, per far sentire la manifestazione come parte della città, come parte di quello scenario culturale che ne rappresenta le diverse anime. Per il Padova Pride abbiamo parlato con associazioni che si occupano di ambiente, territorio, commercio. Tutte queste realtà si sono confrontate per la nostra volta con i nostri temi, eppure hanno visto nel Pride un'occasione interessante per scoprire qualcosa di nuovo e prendere una posizione. Ecco, credo che il più importante deterrente alla destra che avanza sia proprio questo lavoro culturale: essere presenti sui nostri territori, dialogare con tutte le realtà e, se per farlo dobbiamo uscire dalle nostre comfort zone, non sarà mai troppo presto!

Secondo te quale dovrebbe essere l’impegno futuro delle associazioni in difesa dei diritti civili e sociali?

Dovremmo ricordare che non siamo soli. Molto spesso assisto sconfortato alle risposte campaniliste di alcune associazioni e di pezzi di movimento. O anche al silenzio imbarazzante delle nostre associazioni di fronte al razzismo e al sessismo dei nostri politici. Non basta essere in trincea col coltello fra i denti per i nostri diritti: dobbiamo formare un'unica frontiera o non potremo mai fare fronte a tutti gli attacchi che riceveremo. Per farlo come movimento Lgbti, dobbiamo imparare a dialogare, a trovare soluzioni che ci consentano di non perdere pezzi inultilmente, ma soprattutto che ci consentano di crescere. Se una casa è divisa in se stessa, quella casa non può reggersi: è una frase del Vangelo che ci dice qualcosa di utile, che, cioè, i veri nemici sono altrove.

Sempre più persone Lgbti si mostrano vicine o favorevoli a istanze di matrice xenofoba. Cosa sta accadendo secondo te nella nostra comunità?

Èun errore banale pensare che le persone Lgbti siano più sensibili alle discriminazioni e, pertanto, immuni a razzismo o xenofobia. La triste realtà è che lesbiche, gay, bisessuali, transessuali sono uguali al resto del mondo anche negli aspetti peggiori. Anzi sono capaci di dare al razzismo, alla xenofobia, alla misoginia nuove e interessanti declinazioni. Da gay penso a una banalissima schermata di Grindr (ma per chi ha più di 20 anni pensiamo anche ai siti di annunci, ecc) dove i profili sono pieni di frasi che discriminano per etnia, peso, forma fisica, gradazioni diverse di femminilità. La verità è che per chi non rientra in un'idea stereotipica di gay, lesbica, transessuale, ecc rischia l'emarginazione da parte della comunità Lgbti.

Questo è un impegno culturale ineludibile per le associazioni Lgbti: trovare metodi e azioni di contrasto al razzismo, al body-shaming e al femme-shaming, ma anche di inclusione nelle associazioni e più in generale nella nostra comunità. È un periodo questo di grande impegno e di grandi responsabilità per le nostre associazioni. Moltissime cose stanno cambiando, noi stessi siamo profondamente cambiati. Dobbiamo trovare il coraggio e la forza di far fronte a tutto tenendo sempre presenti i nostri valori e la nostra identità.

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Alla vigilia del Catania Pride 2018, gemellato per la prima volta con quello di Siracusa (che ha avuto luogo il 16 giugno ed è stato caratterizzato da un intervento censorio della Digos), Gaynews ha raggiunto Giovanni Caloggero, consigliere nazionale d’Arcigay e figura di riferimento per la locale collettività Lgbti.

Manca un giorno per il Catania Pride 2018: quali le novità ?

Sia a Catania sia a Siracusa abbiamo avvertito, già prima del 4 marzo, la percezione dell'involuzione del quadro politico che si prospettava. Abbiamo avuto, quindi, e lo diciamo con orgoglio, l'intuizione di gemellare i due Pride con un documento politico che già anticipava tutte le criticità. Criticità che, con la formazione del nuovo esecutivo a trazione leghista-grillina, si sono purtroppo realizzate. Siamo particolarmente fieri di questa nostra intuizione che, con soddisfazione, stiamo vedendo riflettersi anche su molti altri Pride già svoltisi in moltissime città.

Abbiamo anche deciso di avere un unico portavoce dei due pride nella persona di Armando Caravini, giovane presidente di Arcigay Siracusa, al quale personalmente cedo il ruolo da me ricoperto per tanti anni: gli trasmetterò esperienza e consigli, riservando a me la gioia di poter passare il testimone per un corretto ricambio generazionale. Vi anticipo che dopo il Pride mi dedicherò alla cucina e al mio antico desiderio di scrivere un libro sulla storia della cucina siciliana.

Al Siracusa Pride è accaduto un fatto spiacevole a opera della Digos, che è divenuto oggetto di un'interrogazione parlamentare. Tu eri presente: quali le tue impressioni?

Ero presente e, essendo alla testa del corteo con lo striscione, non mi sono accorto di nulla. In merito ai fatti posso dire che sono di una gravità inaudita, così come voi di Gaynews avete perfettamente riportato: emblematici, appunto, del nuovo quadro politico e anticipatori di molto di ciò che vedremo tristemente. La condotta di Arcigay Siracusa e del suo Presidente è stata ineccepibile nonchè apprezzabile per la sensibilità dimostrata verso le numerose persone presenti, non tutte disposte a momenti di forte tensione.

A Catania c’è da poco una nuova amministrazione di centrodestra: quali i timori?

Anche la nuova amministrazione di centrodestra che governerà Catania, a nostro avviso, rifletterà il clima generale di cui parlavo. È già sintomatico che allo sbarco di 900 migranti nel nostro porto, ad attenderli era il sindaco uscente Enzo Bianco mentre quello in carica era a festeggiare la sua elezione.

Sabato 23, al corteo, il nuovo sindaco non sarà presente mentre quello vecchio lo sarà come sempre stato, e in veste privata. Mi sembra già abbastanza per essere seriamente preoccupati.

Al governo ci sono forze che affermano che le famiglie sono solo quelle composte da mamma e papà. Come dovrebbe reagire, secondo te, il movimento?

Molte sono state le reazioni delle associazioni alle affermazioni di Fontana, tutte pertinenti, giuste e opportune. Purtroppo sono convinto che, visto lo scenario politico che ci troviamo, le parole e le dichiarazioni non siano più sufficienti. Occorre, a parer mio, iniziare immediatamente a pensare nuove pratiche politiche, rivedere le strategie sin qui percorse che oggi appaiono insufficienti. Occorre richiamare seriamente le persone intorno alle associazioni sensibilizzandole sul tema che un torto fatto anche a un segmento della società rappresenta un torto verso tutta la società. Occorre una più stretta sinergia tra l'associazionismo Lgbti e le forze sindacali e politiche di opposizione.

Se il termine "intersezione" non fosse molto carico di ideologia e concettualismo, sarei certamente per l'intersezione delle nostre attività e politiche a tutti i livelli e con tutte le parti sociali. Per me è un dato fondamentale: non esistono più e non devono esistere più lotte della comunità Lgbti svincolate da quelle dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati, delle donne che rivendicano la propria dignità, dei migranti, etc.

Mi auguro che la mia associazione Arcigay al prossimo congresso, che si svolgerà quest'anno, ne prenda atto e dia una svolta concreta volgendosi verso i reali bisogni della nostra comunità. Volendo essere critici, devo osservare che negli ultimi tempi, ci si è persi troppo in questioni che definirei "teologiche" con un pizzico di ironia, e mi riferisco alle dispute degne del Concilio di Nicea sulla infinita serie di acronimi, di ideologizzazioni, di dispute dottrinali, dimenticando spesso troppo spesso che questi argomenti sono più per gli "iniziati" che per la gente Lgbti che rivela ben altre necessità decisamente più reali e concrete. Ecco non vorrei che la mia associazione e il movimento in generale riflettessero la medesima crisi della sinistra per le medesime ragioni.

La Sicilia è terra di arte e culture nonché crocevia di immigrazione. Da siciliano cosa pensi dell'attuale scenario politico?

La Sicilia è stata patria di Arcigay nonché laboratorio politico di molte formule poi esportate su dimensione nazionale. Credo che la nostra regione, che conta ben cinque comitati Arcigay, sia assolutamente in grado di essere portatrice di istanze e idee. Come si rileva nel documento politico dei due Pride Catania-Siracusa, il fattore immigrazione costituisce per noi un'opportunità anzi un dono del Mare alla nostra Umanità, dono che spinge alla Resistenza verso tutto ciò che nega accoglienza, solidarietà, umanità. 

Le nostre parole chiave dei due Pride sono infatti : Mare, Umanità, Resistenza.

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10.000 persone si sono riversate lungo le strade di una delle città gioiello d’Italia qual è Siena per il Toscana Pride. A pochi minuti dalla conclusione della marcia dell’orgoglio Lgbti abbiamo raggiunto Marialuisa Favitta, presidente d’Arcigay Siena e portavoce del Toscana Pride.

Terza edizione del Toscana Pride, il cui claim è Per Orgoglio e per Amore. Come è nato?

Per Siena volevamo un slogan emozionale ed evocativo. Non poteva essere diversamente nella città toscana che, forse più delle altre, vive di forti emozioni e passioni. Una città che tutti riconoscono essere unica nella sua essenza e nella sua identità. Che sente forte l’orgoglio dell’appartenenza e l’amore per le sua grande storia e le sue grandi tradizioni.

Nell’immagine del manifesto del Toscana Pride 2018, un'illustrazione di Piazza del Campo realizzata da Nicoletta Pagano con in evidenza il Palazzo Pubblico e la Torre del Mangia che appaiono come dipinti ad acquerello con i colori dell’arcobaleno. E il claim Per Orgoglio e per Amore è un inno alla libertà dai pregiudizi, un invito a sfilare insieme a lesbiche, gay, bisessuali, transessuali e transgender, intersessuali, asessuali, queer ed eterosessuali in nome di ciò che ci unisce: il nostro essere umani. 

Quale messaggio arriva oggi da Siena al neogoverno Conte? 

Il nostro messaggio è non indietreggeremo di un millimetro sui diritti appena conquistati e non faremo richieste a ribasso. “La piena cittadinanza delle persone Lgbti è la rivendicazione che attraverserà in modo trasversale tutte le nostre battaglie. Che non sono “battaglie di quartiere” ma l’espressione di un grande movimento che scende in campo insieme e non starà a guardare mentre si torna al Medioevo, le nostre richieste oggi più che mai non possono essere a ribasso. Dobbiamo fare fronte compatto nel difendere le poche conquiste faticosamente ottenute e chiedere con determinazione che al centro dell’agenda politica tornino i temi della salute e dell’autodeterminazione completa e incondizionata dei corpi, della sessualità e delle relazioni affettive, il riconoscimento di tutti i legami affettivi e genitoriali con la piena equiparazione di tutte le famiglie, il contrasto alle discriminazioni e ai crimini d'odio e la promozione di buone prassi di accoglienza verso i migranti Lgbti, l’educazione alle differenze non solo nei luoghi di formazione ma anche nei luoghi di lavoro attraverso la costruzione di ambienti inclusivi. Non faremo il gioco di chi ci vuole divisi e per questo più deboli, daremo un nuovo senso alla parola cittadinanza. E lo faremo insieme: donne, Lgbti, migranti, diversamente abili”. 

Abbiamo visto sfilare anche alcuni immigrati. Quale a suo parere, in questo momento, il legame che lega la collettività Lgbti a loro? 

Quello che ci unisce ai migranti e la condizione di cittadini senza cittadinanza. Ci sentiamo vicini a loro, perché ci sentiamo stranieri in casa nostra,  richiedenti asilo che fuggono dalle città di provincia verso le grandi città. Siamo fuori-legge, che la legge non contempla, non tutela, non garantisce. E i nostri figli sono senza diritti, non riconosciuti come figli di entrambi i genitori. 

Ogni anno ritorna la questione della “sobrietà” ai Pride: c’è chi dice che il tempo di  “mostrarsi” per ottenere diritti è passato. Che cosa ne pensa?

Chi parla di esibizionismo e ostentazione nei Pride, in realtà lo fa per ignoranza o pregiudizio. Non conosce la nostra Storia. Per le persone LGBTQI+* mostrare equivale a rivendicare. I corpi sono strumento di lotta politica. La provocazione è lessico, è ricerca di autenticità. E non c’è travestimento nell’espressione di sé. La nostra nudità non è pornografia, è liberazione. Non siamo maschere transitorie ma identità vere, persone in carne ed ossa. E siamo tanto più autentici e autentiche quanto più fedeli all’idea che abbiamo di noi stessi e noi stesse.

Il sindaco  di Firenze ha detto no, per la terza volta, al patrocinio al Toscana Pride. L'assessora  al Turismo di Firenze non parla o, se interviene, è per dire altro.  Secondo voi quale è il motivo di una tale presa di posizione? 

Non riusciamo a comprendere fino in fondo le ragioni che hanno spinto Nardella e la sua Giunta a negare il patrocinio al Toscana Pride e nemmeno ci interessa farlo. Non sta a noi. I Pride sono per loro natura divisivi, non perché ci sono persone a cui piacciono o persone a cui non piacciono le nostre manifestazioni dell'orgoglio, ma perché il Pride ci guarda in faccia, ci costringe a scegliere che parte stare: con un fronte progressista che crede nella cultura dei diritti, dell'equità e dell'inclusione o con un fronte reazionario che promuove l'oscurantismo del pregiudizio e dell'odio. 

Omofobia, transfobia, bullismo, razzismo: di quale cultura ha bisogno un Paese che sembra svoltare sempre più a destra ? 

Forse abbiamo bisogno di una nuova Stonewall. Dobbiamo agire la nostra ribellione. Inizia per noi una stagione di lotte, in vista di una nuova Primavera dei diritti - che ci vedrà avanzare insieme - in direzione ostinata e contraria - gay, lesbiche, bisessuali, transessuali e transgender, bisessuali, asessuali, intersex, eterosessuali, donne e uomini, diversamente abili, migranti. Nessuno escluso, chiunque vedrà messi a rischio o non riconosciuti i propri diritti dovrà reagire. Non è più il tempo di aspettare o di mendicare ciò che è nostro. Oggi più che mai esistere è resistere per la nostra comunità.

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Domani otto città saranno interessate dall’Onda Pride. Tra queste Siracusa che, quest’anno, è gemellata a Catania, la cui marcia dell’orgoglio Lgbti avrà luogo il 23 giugno. Due città siciliane non solo contigue geograficamente ma accomunate dall’impegno per i diritti tra Mare, Umanità e Resistenza, come recita lo slogan dell’anno.

Per saperne di più, abbiamo raggiunto Armando Caravini, presidente del comitato Arcigay di Siracusa e portavoce d’entrambi i Pride della Sicilia orientale.

Armando, il Siracusa Pride giunge alla 4° edizione con la presenza di Leo Gullotta come testimonial. Quali le iniziative messe in campo in vista della parata di domani?

Dal 14 al 16 giugno presso Piazza Cesare Battisti in Ortigia abbiamo creato un programma culturale fitto, articolato ed importante. Riteniamo che il Pride non deve rappresentare solo il corteo finale ma momenti di seria discussione sulle politiche Lgbti e salute.

Il 14 giugno abbiamo avuto ospite Franchina, donna trans di Catania, che ha scritto un libro e si è confrontata con padre Rosario Lo Bello della Chiesa di San Paolo. Cìè stato anche l'intervento di Miki Formisano (Nps) e di Giovanna Cristina Vivinetto. Abbiamo poi avuto in serata il concorso Rainbow arts for Pride (musica, teatrom ballo), il cui vincitore sarà premiato domani da Leo Gullotta.

Stasera, alle ore 18:00, si terrà la tavola rotonda che concentra il tema principale di questo Pride: Mare, Umanità, Resistenza. Fra gli ospiti ci saranno anche Giovanni Caloggero (consigliere nazionale Arcigay) e Luigi Carollo, ideatore e portavoce del Palermo Pride nonché responsabile diritti civili Arci Sicilia insieme con esponenti del mondo associazionistico. Infine, domani, il corteo finale con raduno alle ore 18:00 presso il Foro Vittorio Emanuele II (Porta Marina) insieme al nostro testimonial Leo Gullotta. Concluderemo il Siracusa Pride con un grande party.

Quest’anno avete voluto far precedere al termine Pride l’aggettivo Gay: cosa ha spinto a tornare a una tale impostazione che per molti è datata?

Perché questa manifestazione nasce come Gay Pride e rappresenta il giorno della marcia dell'orgoglio gay: chi cerca di trasformarlo in altro, cercando di nasconderne la vera natura o, peggio, lasciando che la manifestazione venga organizzata da persone che non rappresentano la comunità, è, a a mio parere, totalmente fuori strada.

Io scendo in piazza a manifestare l'orgoglio di essere ciò che sono. Ovviamente il Pride è aperto a tutti i cittadini che sposano le nostre istanze e vogliono vivere in un Paese, che non contrappone cittadini di serie A a quelli di serie B.

Concludo la domanda con un esempio: io sposo le idee della Festa della Liberazione e partecipo con convinzione, ma è giusto che sia l’Anpi a ricordare l'importanza di questa festa. Anche se vi partecipano tutte le persone, che credono nel principio di libertà e democrazia contro tutti i totalitarismi, sarebbe impensabile snaturare la Festa della Liberazione con altri nomi o motivazioni.

Sono ben 28, quest’anno, i Pride italiani, eppure c'è ancora tanta omofobia, transfobia e bullismo nella nostra società. Perché a tuo parere?

Perché da sempre viviamo in un Paese pieno di contraddizioni. A partire dalla nostra classe politica, così lontana dalle esigenze dei cittadini e, ancor di più, da quelle della nostra comunità. Si punta sempre a creare delle divisioni fra persone omosessuali ed eterosessuali, donne e uomini, italiani ed extracomunitari così da mantenere una sorta di continua conflittualità e assicurarsi un determinato bacino elettorale.

Viviamo in un periodo in cui le categorie sociali più deboli sono vessate e si registra una crescita forte della diseguaglianza. Sono presenti questi temi nel documento politico del Siracusa Pride?

Non sbaglio a dire che quest’edizione del Gay Pride di Siracusa, gemellata con Catania, rappresenta il Pride più importante, schierato e di lotta mai avvenuto. Cominciando dai temi che accomunano i due Pride: Mare, umanità e resistenza.

Mare, in quanto siamo una terra di sbarchi: tante, troppe volte il nostro mare si trasforma in un cimitero.

Umanità, perché è quello che ormai manca alle persone: sembra che tutto sia scontato, che la morte di una persona sia cosa che non ci riguardi. Si vive, insomma, in un'apatia assoluta.

Infine resistenza, perché dobbiamo tornare a "resistere": si è insediato un governo estremamente discriminatorio, razzista ed omofobo. Saranno anni di oscurità per quanto riguarda i diritti civili: dovremo combattere non solo per dire: Noi esistiamo ma anche per difendere quel poco che abbiamo ottenuto con tanti anni di battaglie.

Dopo quello di Siracusa ci sarà, appunto, il 23 giugno il Pride a Catania. Quali sono, in sintesi, gli elementi unificanti?

In primis il rapporto umano, personale e la totale sintonia fra i due comitati Siracusa, rappresentata da me, e Catania rappresentata dal consigliere nazionale Giovanni Caloggero. Ci stiamiamo reciprocamente: elemento fondamentale per costruire un percorso comune. Oltre al rapporto umano fra i due comitati l'unione è dettata anche dal fatto che Siracusa, come Catania, è una città di mare da cui dista 60 km. Pertanto molte delle problematiche interne ed esterne alla nostra comunità sono condivise da entrambe le città. Concludo dicendo che la strategia di unione per lo meno negli intenti politici e strategici fra il Siracusa e il Catania Pride si è rivelata vincente. Non a caso, rispetto agli anni passati, abbiamo nettamente più riscontro, attesa e voglia di partecipare.

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Delle famiglie arcobaleno si sta ripetutamente parlando da mesi, grazie soprattutto a quei sindaci che registrano anagraficamente bambine e bambini quali figli di coppie omogenitoriali. Ma si deve alle recenti affermazioni del ministro della Famiglia e della Disabilità Lorenzo Fontana, che ne ha negato l’esistenza, l’innalzamento della pubblica attenzione su di esse.

Per fare un punto della situazione, abbiamo raggiunto Marilena Grassadonia, presidente di Famiglie Arcobaleno – Associazione di genitori omosessuali.

Sono trascorsi due anni dall'approvazione della legge sulle unioni civili. Secondo lei, da allora, si sono registrati mutamenti in riferimento ai diritti delle famiglie arcobaleno?

Come sappiamo, la legge sulle unioni civili ha lasciato fuori i diritti dei nostri figli. La legge è stato un passo importante: su questo non c'è alcun dubbio. È arrivata dopo 40 anni di battaglie ed è un provvedimento che molti nostri compagni e compagne di lotte aspettavano con ansia e con la paura di non arrivare in tempo. Ed è per loro che noi di Famiglie Arcobaleno eravamo comunque in Piazza Montecitorio il giorno dell'approvazione. Ma con le lacrime agli occhi, perché sapevamo che avevamo tutti perso una grande occasione. Purtroppo la situazione attuale ci ha dato ragione.

In quei mesi le nostre famiglie sono state al centro di un’attenzione mediatica senza precedenti. Attenzione spesso morbosa, in cui tutti si sentivamo autorizzare a emettere sentenze e giudizi. Eravamo diventati l'argomento da bar e da salotto: tutti parlavano di noi e questa situazione ha comunque portato alla presa di coscienza della nostra realtà. Abbiamo sempre pensato che la visibilità è la nostra arma più importante e in quel momento non potevamo che raccogliere la sfida ed esserci. Ci siamo resi conto che con una sola intervista televisiva raggiungevamo più persone che durante un intero corso di studi di uno dei nostri figli.

La visibilità aveva anche un altro lato della medaglia. Quello, cioè, di concentrare l'attenzione sulle nostre famiglie per far passare lontano dai riflettori tutti gli altri argomenti. Siamo stati il capro espiatorio: sono stati sacrificati i diritti dei bambini per portarsi a casa la legge. Questa è storia. Ed è anche per questo che ritengo sia un dovere del movimento Lgbti e della politica tutta il fatto di ripartire sui diritti dai nostri figli e dalle nostre figlie. Glielo dobbiamo.

Dopo le lacrime e la delusione, non ci siamo mai fermati. Da allora siamo andati avanti instancabilmente seguendo la via giudiziaria. Ma, anche in questo caso, abbiamo portato a casa poche sentenze a fronte di una disomogeneità di trattamento tra i vari Tribunali. Sentenze arrivate dopo percorsi faticosi e onerosi, che ti mettono nelle condizioni di chiedere di volere essere genitore di quelli che sono già i tuoi figli.

Negli ultimi mesi alcuni sindaci hanno riconosciuto la doppia genitorialità di coppie di persone dello stesso sesso nel registrarne anagraficamente i loro bambini. Quale è il suo pensiero in proposito?

Che non dobbiamo mai fermarci e che il lavoro di questi anni sta portando i suoi frutti. Sempre più sindaci si stanno schierando dalla parte dei diritti dimostrando di volere essere attori, insieme a noi, nella costruzione di un Paese sempre più civile e inclusivo.

Ci sono le strade normative e giuridiche per fare questo. Ma è indubbio che un sindaco, che trascrive un certificato con due mamme o due papà, fa anche un atto politico Vuole così dire al Parlamento che è ora di legiferare affinché tutti i nostri figlie e le nostre figlie abbiamo gli stessi diritti, ovunque abbiano la fortuna di vivere.

Il 2 giugno scorso il neoministro Fontana ha dichiarato che le famiglie arcobaleno non esistono. Qual è la sua risposta?

La risposta al ministro Fontana non la do io, la da la realtà. Le famiglie arcobaleno esistono sia a livello sociale che giuridico grazie a numerose sentenze di Corti europee e nazionali. Un ministro non può permettersi di nascondersi dietro ideologie e pregiudizi per imporre il proprio pensiero. Un ministro ha la responsabilità di prendere atto dei bisogni dei suoi cittadini e di fare in modo che questi bisogni siano soddisfatti.

Sono inaccettabili i toni utilizzati: essi non fanno altro che diffondere odio, intolleranza e razzismo. Tutte cose ben lontane dalle nostre vite e dalla nostra Costituzione antifascista e laica.

Non pochi parlamentari della corrente legislatura stanno nuovamente agitando lo spauracchio dell’"ideologia gender" a danno delle persone Lgbti. Secondo lei come dovrebbe reagire il movimento?

Penso ai Pride da poco iniziati. I Pride, che inonderanno le strade delle nostre città, hanno la responsabilità di essere le prime manifestazioni laiche e di piazza subito dopo l'insediamento di questo governo. Quello di Roma è stata una risposta di civiltà che ha portato nelle piazze la voce di cittadini e cittadine (di qualunque orientamento sessuale o identità di genere) che hanno a cuore il nostro Paese. E abbiamo vinto la sfida sfilando a fianco dei partigiani e di tutti coloro che si riconoscono nei valori più belli della nostra Costituzione: l'antifascismo e l'inclusione. Non abbiamo paura ma dobbiamo tenere alta l'attenzione e vigilare su tutte le eventuali iniziative.

Dobbiamo continuare a fare cultura nelle scuole, a raccontare le nostre storie alla gente e a metterci la faccia. La gente ha solo bisogno di conoscerci e poi scenderà in piazza al nostro fianco come sta già accadendo. Continuiamo a camminare mano nella mano dei nostri figli e delle nostre compagne con orgoglio e gioia, per dimostrare al mondo che ci siamo con i nostri sorrisi e le nostre vite e che pretendiamo rispetto.

In conclusione, intravede uno spazio di dialogo tra Framiglie Arcobaleno e Lega-M5s?

Siamo come tutti immersi in questa società e, quando portiamo i nostri figli a scuola, non ci chiediamo se abbiamo di fronte un educatore o un genitore che ha votato Lega o M5s. Il dialogo è aperto quando da entrambe le parti c'è interesse, voglia di approfondire e soprattutto rispetto.

Se davvero - come viene spesso sottolineato e se non si tratta di mera strumentalizzazione - questo governo e il suo ministro della Famiglia hanno al centro il benessere dei bambini e delle bambine, saranno loro i primi a volerci incontrare per colmare questa inaccettabile discriminazione.

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Poco più di un mese fa si concludeva a Torino la 33° edizione del Lovers Film Festival. Alla luce del grande successo di critica e di pubblico abbiamo chiesto una valutazione a Giovanni Minerba, fondatore e presidnete della rassegna cinematrografica Lgbti.

Il 24 aprile scorso terminava il Lovers Film Festival del 2018: quali sono le tue riflessioni sull'edizione di quest'anno?

Più che riflessioni le chiamerei sensazioni o emozioni. Come sappiamo l’edizione dello scorso anno, con nuova direzione, quindi nuovo progetto artistico, collocazione a giugno, è stata un’edizione di “traghettamento” verso quella di quest’anno in cui abbiamo rivisto con piacere l’atmosfera degli anni passati. Anche i numeri sono aumentati: il pubblico è cresciuto del 20%, e questo è molto importante, perché ti dà energia, ti fa capire quanto il nostro pubblico sia affezionato al festival.

Il Lovers ha registrato, quest’anno, la presenza di artisti importanti come Rupert Everett e Valeria Golino. Quale il loro impatto sul pubblico?

Come dicevo, l’atmosfera era caratterizzata dall’entusiasmo. Rupert è stato delizioso accettando di venire a Torino per presentare l’anteprima del suo The Happy Prince. Per me un film bellissimo, che ha superato addirittura le mie aspettative. La madrina Valeria Golino, poi, è stata fantastica oltre ogni misura con quello che ha raccontato nell’incontro con Concita De Gregorio. Ma, soprattutto, perché ha scelto di essere con noi nonostante i suoi impegni per ultimare il film che ha poi portato a Cannes. Ne approfitto per ricordare come il tutto sia stato possibile grazie al contributo del Museo nazionale del Cinema.

Se dovessi proporre alcuni film del Lovers, quali citeresti per il loro impatto sulla comunità Lgbti e non solo?

Per me è sempre difficile citare alcuni dei film in un vasto e variegato programma. Ma lasciando da parte i concorsi, ne menziono due per me necessari: Mario dello svizzero Marcel Gisler, che affronta un tema importante ma ancora tabù come l'omosessualità nel mondo dello sport, in questo caso il calcio. Poi A Graça e a Gloria (film brasiliano di Flàvio R. Tambellini), in cui si affronta con “normalità”, senza necessarie rivendicazioni, la vita, la quotidianità di una persona trans: sono rimasto folgorato da questo film e dalla bravura e bellezza delle sue attrici.

Jo Coda ha presentato Xavier, un corto dal forte impatto emotivo nonché culturale e politico. Non scorgi in esso un legame con la storia di fondazione del festival?

Il festival nasce con queste intenzioni ma chiaramente legate alla parte artistica. Il film di Jo Coda, come i suoi precedenti, ha tutto insieme. Io ho fortemente voluto questo corto di Jo per la serata di apertura del festival e la direttrice Irene Dionisio ha accolto con piacere la mia proposta, perché il 20 aprile, come sappiamo, era l’anniversario dell’attentato parigino agli Champs-Élysées dove morì Xavier Jugelé, a cui è ispirato il film di Coda. Il festival deve continuare ad avere questa missione.

La rassegna ha oggi un nome diverso rispetto al passato: Festival del cinema omosessuale (Lgbt) di Torino. Sei d’accotdo? 

Rispondo con franchezza come sono abituato a fare. Non sento ancora del tutto mio questo nome ma non per una questione “nostalgica”. Rispetto, comunque, chi ha scelto Lovers.

La città di Torino è da decenni in prima linea nella lotta alle discriminazioni verso le persone Lgbti: come ha risposto all’ultima edizione del festival? 

Come mi è capitato di dire, è storia. A Torino è nato il movimento italiano di liberazione omosessuale con il F.U.O.R.I., è nato il primo “Festival del Cinema Omosessuale” d’Europa. Nel 1982 c’è stato il primo Gay Pride. Nel 2015 è stata inaugurata una via intitolata a Ottavio Mario Mai, mio compagno e fondatore del festival. Nel 2016 la Giunta di Torino ha istituito l’Assessorato alle Famiglie (non più alla famiglia) per l’inclusione di ogni tipo di famiglia comprese quelle omogenitoriali. È stato poi creato lo spazio dedicato ai diritti Lgbti, curato dal Coordinamento Torino Pride, all’interno dello stand della Regione Piemonte al Salone del libro di Torino. Questo per citare solo alcuni dei passi compiuti.

Poi, il 23 aprile 2018 Mentre era in corso la 33° edizione del Lovers, ha ricevuto il Premio Milk Monica Cirinnà, paladina della legge sulle unioni civili che porta il suo nome. Al Dams dell’Università di Torino è stato inaugurato il “Corso di Storia dell’omosessualità”. In Comune la sindaca di Torino, Chiara Appendino, ha trascritto gli atti di nascita esteri di figli di tre coppie omogenitoriali e ha iscritto all’anagrafe il piccolo Niccolò Pietro quale figlio di Chiara Foglietta e Micaela Ghisleni. Bisogna dire che qui a Torino, in Piemonte la Politica ha sempre dato il suo importante contributo.

Negli ultimi mesi si sono registrati Paese numerose aggressioni a persone Lgbti. Secondo te che cosa favorisce una tale violenza? 

È inutile dire che, quando succedono questi casi, io rimango ancora estereffatto. Ripenso ai miei 40 anni di “militanza”. Ripenso a tutti quelli come noi che hanno fatto di tutto per cercare di arginare questa aggressività. Purtroppo però mi tocca sottolineare il “tutti quelli come noi”: non bastiamo solo noi o forse non lo facciamo bastare. Forse la “schizofrenia” della politica non è stata messa abbastanza alle strette perché si decidesse a fare una legge contro l’omotransfobia? Potrebbe bastare questa legge? Sì, se all’interno ci fosse un esplicito riferimento alla scuola, all’”educazione” scolastica.

Hai altre iniziative in programma? 

Idee ovviamente molte anche se, in questo momento complicato, è difficile realizzarle. Ma mai arrendersi. Prossimamente su questi schermi!

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Si celebra oggi in alcune città italiane l’International Family Equality Day, promosso da Nelfa (Network of European Lgbti Families Associations) in ben 36 Paesi. In tale occasione Famiglie Arcobaleno organizza da dieci anni la Festa delle Famiglie all’insegna dell’inclusione e della condivisione a 360 gradi.

Per sapere di più sulle origini di tale evento, sul cammino percorso in questi anni dalle coppie omogenitoriali e sulle prospettive future, Gaynews ha intervistato Giuseppina La Delfa, fondatrice ed ex presidente di Famiglie Arcobaleno.

Decima edizione della Festa delle Famiglie. Quanto è cambiata rispetto agli inizi?

La Festa delle Famiglie in Italia l’abbiamo iniziata nel 2009: volevamo fare qualcosa di diverso dal Pride. Volevamo essenzialmente incontrare le persone e stare insieme a loro in una giornata di festa. Oggi si è sviluppata in tutta Europa e anche in altre parti del mondo. Trovo questa manifestazione una evento bellissimo che, in qualunque luogo si realizzi, dà visibilità alle nostre famiglie.

Sono passati oltre dieci anni da quando insieme ad altri hai fondato Famiglie Arcobaleno. Cosa a tuo parere la caratterizza oggi di più rispetto a ieri?

Oggi, quello che abbiamo in più per l’Italia è sicuramente notevole di quanto solo ieri una lesbica o un gay potevano immaginare. Vivere ad esempio in coppia anche con dei figli per un futuro insieme. Quando abbiamo iniziato eravamo solo dei pionieri e abbiamo costruito molto. Ma ci sono voluti anni perché questo diventasse qualcosa di concreto. Non è la norma ma per me è comunque un risultato perché offre a molti la possibilità di scegliere la vita che si vuole realizzare.

Come Famiglie Arcobaleno abbiamo acquisito più forza, perché siamo più numerosi e meglio organizzati. Abbiamo sviluppato delle strategie condivise, ci sono sempre più persone pronte a mettersi in gioco e, dunque, più testimonianze, più storie raccontate apertamente, più presenza sul territorio. E tutto questo crea una rete ricca e incisiva.

Quale pensi sia il vero valore aggiunto delle famiglie arcobaleno in una società eteronormata?

Credo che il loro valore aggiunto sia proprio quello di far mutare ciò che tutti danno per scontato. O almeno davano per scontato fino a pochi anni fa, perché fortunatamente le cose cambiano. Ogni uomo e ogni donna, si diceva, hanno un ruolo da ricoprire basato su una presunta naturalità: alla donna compiti di cura e all’uomo quello del lavoro.

Il fatto che due persone dello stesso sesso crescano dei figli e lo faccianoo benissimo –  comunque non peggio delle coppie eterosessuali – dimostra semplicemente che tutti questi ruoli prestabiliti sono solo il prodotto di una cultura eteronormata. E sappiamo che esprimono una società tipicamente patriarcale Ovviamente questi ruoli non si modificheranno presto. Ma avremo sempre più persone con capacità, ruoli e abilità che cresceranno liberi da tali ruoli e stereotipi di genere.

Dopo le ultime elezioni quali sono a tuo parere i pericoli maggiori per le persone Lgbt e, in particolare, per le famiglie arcobaleno?

Se non erro, abbiamo da subito sentito proferire minacce da parte del centrodestra, la coalizione vincente così come il M5s è risultato il primo partito. A mio parere si tratta soltanto di minacce non attuabili. Come quelle, ad esempio, di eliminare le unioni civili o rendere reato universale la Gpa. Penso che dobbiamo continuare a pretendere diritti, rispetto e non discriminazione. E penso che dobbiamo chiederlo a tutti quelli che abbiamo di fronte.

Dobbiamo continuare a vivere in modo visibile E chiedere appoggio ai nostri amici, familiari e  a tutte le persone che condividono le battaglie di civiltà in cui da anni siamo impegnati. Non siamo più soli e la destra, anche se ha vinto, non è tutta l’Italia e non è tutta l’Europa. Dunque voglio essere fiduciosa e sperare che le cose, se non miglioreranno, almeno rimarranno per come sono.

Nelle ultime settimane in alcuni Comuni sono stati trascritti atti di nascita esteri di figlie di coppie omogenitoriali con l’indicazione dei due papà o delle due mamme. Quali emozioni hai provato a tali notizie?

Queste trascrizioni mi hanno riempito di gioia e di soddisfazione perché è l’unica via al momento possibile per i nostri figli nati grazie alla procreazione medicalmente assistita. Ho sempre trovato difficile dover pensare di adottare quelli che sono già i nostri figli fin dal concepimento. C’è una discriminazione lampante verso di noi e i nostri figli. Da quando la legge 40 è stata disgregata dalle associazioni di coppie etero sterili che hanno preteso, giustamente, di poter accedere all’eterologa in Italia, per noi si è rafforzata la giusta rivendicazione di poter riconoscere alla nascita i nostri figli.

I politici possono blaterare finché vogliono ma questa è la realtà in tanti Paesi come la Spagna, il Portogallo, il Belgio, il Regno Unito ed altri ancora. Primo poi lo sarà anche in Italia e nessuno potrà opporsi, perché è l’unica cosa giusta per tutelare le nostre famiglie e i nostri ragazzi. Sono felice che molti sindaci, come la sindaca Appendino, abbiano aperto la strada e che tanti li stiano seguendo.

Un giorno saremo un Paese nel quale la Gpa sarà considerata solo un atto d'amore?

Io penso di sì. Non so quando accadrà. Ma sicuramente succederà. Il punto ora è che dobbiamo crescere ancora come persone Lgbti e come popolo arcobaleno. Spogliandoci, sempre di più di tanti miti che abbiamo, ancora, sulla maternità.  Ho avuto la fortuna di conoscere alcune delle donne che hanno portato in grembo figli per altri. Mi hanno dato una grande forza e la ferma convinzione che quanto fanno è prima di tutto un atto d’amore verso l’altro che non può essere genitore senza il loro sostegno.

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