Alessandro Grieco

Alessandro Grieco

Ogni anno, dal 2008 a oggi, vengono realizzati circa 700 film a tematica Lgbti in Europa e Sud America. Pellicole che, fortunatamente, non hanno soltanto finali tragici e devastanti, come accade nella maggior parte di quelli realizzati e distribuiti nel nostro Paese. Ma per riuscire a vederli è spesso necessario frequentare rassegne di film tematici, interessanti e underground, come quella ospitata dal centro sociale Acrobax di Roma.

Ed è proprio la rassegna di cinema gay dell'Acrobax ad aver programmato una deliziosa commedia leggera, Famille verpflichtet (in italiano potrebbe essere trdotto in Obblighi di famiglia) che ha partecipato, tra l'altro al Festival Lgbt di Rochester. Questo film, diretto da Hanno Olderdissen nel 2015, è una commedia sui conflitti culturali, familiari, generazionali, religiosi e culturali, in una prospettiva divertente e allo stesso tempo profonda.

David e Khaled, i due protagonisti della storia, sono una coppia di omosessuali arabo-ebraica di Hannover che deve imparare a imporsi sulle aspettative dei genitori: vorrebbero sposarsi e vivere una vita libera e autodeterminata ma sono stretti nella morsa tradizionalista delle loro famiglie. Se c'è una dimensione socialmente universale, che coinvolge tutti allo stesso modo, è la famiglia – in tutte le sue declinazioni – e i valori a essa associati, come il riconoscimento, il rispetto, la tolleranza e l'amore.

“Nessuno è perfetto” ci verrebbe da dire con il grande Billy Wilder osservando il comportamento delle famiglie dei due protagonisti: da un lato quella di Khaled con un padre profondamente omofobo, che non sa nulla dell'omosessualità del figlio ma non è affatto antisemita e ricorda, quasi con nostalgia, il tempo in cui musulmani ed ebrei vivevano in pace nella stessa terra. Dall'altro la famiglia di David con una madre molto presente e ossessiva che non è affatto omofoba ma è piena di pregiudizi nei confronti dei musulmaniSvolta narrativa della storia è una nottata di bagordi in cui David, sotto i fumi dell'alcol e delle droghe, ha un rapporto sessuale con una donna molto giovane e concepisce un bambino. Bambino che diventerà il figlio di Khaled e David.

Si tratta, insomma, di un gradevole racconto di tentativi, più o meno riusciti, di integrazione tra gay ed etero, musulmani ed ebrei, sciiti e sunniti. Se è vero che il film risente talora di una certa mancanza di messa a fuoco per le numerose scene che si intrecciano nella sceneggiatura, l’accennata mancanza di realismo è però abbondantemente compensata da uno script semplice ed efficace. Script che regala momenti di divertimento assoluto anche laddove si potrebbe sfiorare il dramma, grazie alla direzione equilibrata degli attori, tutti assolutamente credibili e in parte.

La battuta sovrana del film la dice la sorella di Khaled a proposito del modo in cui questi dovrà fare coming out con il padre: «La buona notizia: diventerò papà. La cattiva: io sono la mamma».  

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Lunedì 31 luglio, alle 21.30, ai Giardini della Filarmonica di Roma (all’interno della rassegna I Solisti del Teatro) l’associazione culturale Dragqueenmania presenterà lo spettacolo TutteMie – Amiamo le differenze. Si tratta di uno spettacolo/concerto nato qualche anno fa da un’idea di Giovanni Amodeo, cantante e interprete. È un tributo musicale a sette grandissime interpreti: Aretha Franklin, Barbra Streisand, Mia Martini, Milva, Mina, Ornella Vanoni e Patty Pravo. Sul palcoscenico un susseguirsi di brani con arrangiamenti originali che raccontano la carriera e la personalità delle artiste.

In scena un Pinocchio/bambola/Alice che attraverso un racconto “pungente” restituirà il tema della diversità ma soprattutto il senso dell'essere. E Alice e Pinocchio sono in cerca di se stessi. Presenza straordinaria nello spettacolo sarà Andrea Berardicurti, in arte La Karl du Pignè, artista e militante Lgbti, che da anni porta in scena con successo la sua celebre drag chic, vintage e pop.

Incontriamo Andrea Berardicurti durante le prove di TutteMie e ne approfittiamo per avere qualche notizia in più sullo spettacolo e non solo.

Lo spettacolo a cui prenderai parte, con il tuo strepitoso personaggio de La Karl du Pignè, si intitola TutteMie - Amiamo le differenze. Che significato ha avuto e ha nella tua vita il termine "differenza"? Qual è, secondo te, il senso della differenza?

La differenza, nella mia vita, è stata croce e delizia. Quando ero meno corrazzato di adesso, era però una croce per via dell'inevitabile sensazione di inadeguatezza che essa portava nel quotidiano. Essere diverso (da chi nemmeno lo capivo) era un po' un marchio con connotazione negativa: era diverso  il pizzaiolo egiziano, era diverso il bambino down del sesto piano, era diverso il frocetto (io) del terzo. Solo col tempo, con l'esperienza e la fortuna di aver incontrato, nel mio percorso di vita, tante persone differenti, ho capito che per fortuna di persone differenti ce ne sono svariati miliardi su questo globo e che lo scambio di differenze porta quasi inevitabilmente ricchezza.

Lo spettacolo TutteMie è un tributo musicale a sette grandissime interpreti: Aretha Franklin, Barbra Streisand, Mia Martini, Milva, Mina, Ornella Vanoni e Patty Pravo. Ma se La Karl du Pignè dovesse eleggere la sua artista-icona del cuore, chi sceglierebbe? Che ruolo ha avuto la musica pop nella tua "educaZione sentimentale" e quale canzone ha segnato la tua vita, o un momento di essa, in maniera fondamentale?

A questa domanda non dovrei rispondere, perché non sarò più in grado di paludare la mia età. A parte gli scherzi ho avuto per anni una smisurata adorazione per Annie Lennox e gli Eurythmics ma in verità sono cresciuta a pane e Patty Pravo, Shirley Bassey, Blondie, Cindy Lauper, tanto per citarne alcune. Ma non ho nemmeno disdegnato U2,Pink Floyd, Genesis. Insomma una rockettara pop! Di loro ho amato quasi tutto e mi è difficile trovare una canzone guida, forse Diva di Annie Lennox ma solo perché era nel mio repertorio di drag shows.

TutteMie è uno spettacolo musicale che investiga la possibilità che abbiamo di conoscere a fondo le nostre identità. Il tema dell'identità è indubbiamente centrale in questo spettacolo. Cosa è l'identità per te che, proprio con l'identità, giochi continuamente in scena con il personaggio de La Karl du Pigné?

Di identità si parla ormai sempre più spesso. Non ti nascondo che per me il gioco tra Andrea e La Karl Du Pignè è ormai talmente connaturato che mi riesce difficile separare le due cose. Per tutte e tutti, sono a volte Andrea a volte La Karl senza che questo provochi in me o negli altri nessun tipo di crisi. Ti rispondo con una battuta che ho in scena in Tuttemie: "Ma che domanda è? Sono quello o quella che sono: sono me".

La società e il giudizio sociale ci portano spesso a smarrire la vera natura della nostra identità. Almeno nella sua interezza. C'è una parte della tua identità, di uomo, di attore e militante, che in questi anni hai smarrito e che ti piacerebbe recuperare?

Onestamente no. Sarà per l'età, sarà per l'esperienza, sarà anche, mi ripeto, per avere avuto la fortuna di aver incontrato tante persone così grandi che mi hanno insegnato come muovermi e dalle quali ho assorbito così tanto, che da questo punto di vista mi sento una persona completa e realizzata. Posso solo dire che, se fosse possibile, ma questa è cosa facile col senno del poi, il mio percorso di accettazione della other side of me lo comincerei molto molto prima.

Spettacoli come TutteMie sono anche utili per scardinare stereotipi e luoghi comuni, pregiudizi e ruoli di genere. Come valuteresti oggi la società italiana relativamente alla capacità di includere e non discriminare chi è "differente"?

Paradossalmente ci sono stati periodi della mia vita nei quali mi sono sentito/a più leggera/o e quindi più libera/o. Ma la storia è ondivaga, così come la sensazione che una libertà acquisita diventi improvvisamente evanescente e sparisca. La società oggi sembra più incline e disponibile all'inclusione, ma vedo che ci sono delle sacche di resistenza piene di pregiudizio, discriminazione verso il diverso e che, rispetto alle libertà sessuali, esiste sempre quella sottile opposizione a un diritto acclarato ma, come dicono Wilkler e Strazio nel loro libro, considerato "abominevole" (e la citazione ci voleva), sta tutto lì, altrimenti non si spiegherebbe questa fottuta favola del gender, no?

Infine, La Karl du Pignè è una dragqueen ormai di fama internazionale. Andrea Berardicurti si è mai sentito "oppresso" dalla presenza ingombrante del personaggio che ha creato?

Macchè internazionale! Mi conoscono a Londra perché seimila gay romani si sono trasferiti, tutto lì. Sinceramente no, per fortuna questa simbiosi funziona perfettamente, a tal punto che ogni tanto mi chiedo se non sia La Karl Du Pignè che ha plasmato Andrea Berardicurti, e non viceversa. Siamo molto felici, entrambi, di condividere lo stesso corpo e lo stesso cervello.

 

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La libertà è come l’aria: quando non c’è, ti manca. È questa la sensazione percepita da uno dei protagonisti di Esteros, film argentino diretto da Papu Curotto proiettato in esclusiva presso l’Acrobax di Roma, il centro sociale che ospita la rassegna di cinema a tematica Lgbti Cineforum San Paolo Gay diretta da Fabio Giuffrè. Esteros descrive le deliquescenze amorose (come direbbe Bauman) dei dioscuri Matias (Ignacio Rogers) e Jeronimo (Estéban Masturini), fiorite nell’infanzia ma represse per molti anni sia perché Matias è costretto a spostarsi con la famiglia in Brasile sia perché la famiglia di quest’ultimo, decisamente omofoba, lo induce a negare il suo amico e se stesso.

Però, dacché alla fine si diventa solo ciò che si è (al dire di Nietzsche), più di dieci anni dopo Matias torna nel suo paese di origine con la fidanzata e ritrova Jeronimo: le sensazioni del passato riaffiorano lentamente e la possibilità di rivivere le emozioni dell’adolescenza vince sulla paura del giudizio, sul pregiudizio e sull’omofobia interiorizzata in famiglia, quella stessa omofobia che lo aveva inibito, deprivandolo per tanti anni della felicità. D’altronde, anche il titolo del film, che in italiano significa estuari, al di là dell’ambientazione (Paso de los Libres in Argentina), richiama l’idea di una zona paludosa e asfittica, la sorta di imbuto della vita in cui Matias si viene a trovare a causa del suo orientamento.

Vincitore del premio speciale della giuria e del premio del pubblico al Gramado Film Festival 2016 e programmato come evento centrale all’Outfest 2016, il film è tra l’altro la storia autobiografica del regista argentino qui al suo esordio nel lungometraggio. Ottima l’interpretazione dei protagonisti, la cui selezione, racconta il regista, non è stata semplice: «Per i due protagonisti adulti, che non dovevano essere degli stereotipi, abbiamo scelto Rogers e Masturini dopo l’ottima prova nella scena che mostra il risveglio dopo la notte d’amore, mentre per i due giovani è stato più complicato. Anzitutto volevamo che fossero originari del posto dove si svolge la storia, cioè ragazzi in sintonia con la natura che li circonda, poi non abbiamo detto loro che si trattava di una storia d’amore gay, perché non volevamo inibirli, ma quando abbiamo spiegato la storia ai loro genitori, alcuni di loro hanno ritirato il figlio dal progetto».

Nonostante tutte le difficoltà che la realizzazione del film ha incontrato in Argentina, ci chiediamo se un film del genere, con scene esplicite di effusione tra adolescenti gay, sarebbe mai stato prodotto e distribuito in Italia. E se la domanda può sembrarci purtroppo retorica, non è retorico, invece, il testo della canzone ascoltata nel film: Di amori come il nostro ce ne sono rimasti pochi”. E, se gli amori sono capaci di superare gli estuari della società in cui si vive, allora vivranno per sempre, come nel celebre verso di Wisława Szymborska: Ascolta come mi batte forte, il tuo cuore.

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Come Goethe ci ricorda, le grandi cose sono per tutti, le piccole solo per gli amici: è questo il caso della rassegna di film a tematica Lgbti Cineforum San Paolo Gay che si sta svolgendo a Roma (in programmazione tutti i giovedì alle 21 fino al 27 luglio e con ingresso a offerta libera). Rassegna che nasce dalla determinazione e dalla passione di Fabio Messina, direttore del sito Cinegay.it. Da svariati anni è lui a coordinare questa iniziativa all’interno dell’Acrobax, un centro sociale che si è insediato dal 2002 al posto del vecchio cinodromo, diventando “uno strumento di cui, come precari e precarie, ci siamo dotati per trasformare la nostra condizione, uscire dal ricatto sulle nostre vite, produrre un’alterità possibile riappropriandoci di spazi e tempo” e che nella home page del sito ricorda Renato Biagetti, un militante ucciso nel 2006 a Focene da due fascisti che lo colpirono con otto fendenti micidiali.

Uno spazio semplice ma prezioso, in cui è possibile osservare una cenosi tra rugbisti gay (Libera Rugby Club ha come motto In campo tutti uguali, il cui nome richiama non a caso l’associazione contro le mafie di don Ciotti), attivisti e amanti del cinema, animali e vegetali che condividono esperienze come quella delle proiezioni di film a tematica Lgbti. Un’iniziativa ancora più importante se si considera il tipo di programmazione underground che non raggiunge mai le nostre sale.

Il film, proiettato giovedì 15 giugno, Tiger orange è una pellicola americana del 2014 diretta da Wade Gasque che è stato presentato in anteprima il 18 luglio 2014 all’Outfest e che lo stesso regista ha detto essere ispirato dalla "sottile tug-of-war della comunità Lgbti tra il nostro desiderio di distinguersi e la nostra necessità di adattarsi".

Ambientato in un piccolo paesino rurale della California, il film racconta il riavvicinamento di due fratelli gay che lottano per riconnettersi dopo la morte del padre. Chet (Mark Strano che collabora anche alla sceneggiatura) è timido e riservato e ha vissuto relativamente chiuso nel piccolo borgo dove i fratelli sono cresciuti, gestendo il negozio di ferramenta del padre (il titolo del film Tiger Orange deriva dal nome di una vernice in vendita nel negozio) e prestando grande attenzione a non vivere in maniera troppo “aperta” la sua sessualità per non creare scompiglio nell'ordine sociale relativamente conservatore della città. Todd, invece (Frankie Valenti, anche pornostar col nome di Johnny Hazzard), ha lasciato la casa a 18 anni per trasferirsi a Los Angeles, dove ha lottato per costruire una carriera come attore.  

Il nodo gordiano del film è proprio questo: ha più coraggio chi se ne va o chi resta? Nonostante lo scontro delle personalità, infatti, ogni fratello invidia alcuni aspetti della vita dell'altro. Chet invidia la libertà di Todd mentre Todd si rammarica di non aver provato il senso di appartenenza di Chet a una comunità e l'opportunità di rimanere in contatto con il padre. 

La sceneggiatura riesce a districarsi con agilità narrativa tra i conflitti interpersonali, mostrandoci anche come si sia ormai raggiunto un buon livello d’integrazione tra gay ed etero anche nella provincia americana. Molto interessante il modo d’indagare nella controversa intimità di due fratelli gay, efficacemente resa dai due protagonisti, che alla fine di un percorso doloroso ritrovano la complicità di un tempo perché in fondo “il mondo non lo ereditiamo dai padri, bensì lo abbiamo in prestito dai figli”.

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