Francesco Lepore

Francesco Lepore

La bandiera transgender, quella progettata da Monica Helms, come sfondo. Sulla banda rosa in alto una data: 11 ottobre 2018. Su quella centrale bianca la scritta: Prima condanna per l’Italia da parte della Corte europea dei diritti umani per la tutela delle persone transgender.

Questa l’immagine scelta dall’avvocato Giovanni Guercio, per introdurre il post pubblicato su Facebook nel pomeriggio di ieri: «Dopo una battaglia legale durata dieci anni, assistita dagli avvocati Giovanni Guercio e Maurizio de Stefano, una coraggiosa ragazza italiana ha affrontato dinanzi alla Corte la delicata questione della rettifica anagrafica, all’epoca non ammessa in assenza di intervento chirurgico di Rcs (Riassegnazione chirurgica del sesso), ottenendo la condanna del nostro Paese per la violazione dell’art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Un importante traguardo raggiunto che ricordi a tutti noi che l’essere umano viene prima di ogni altra cosa».

Un primato giudiziario, questo, che va ad aggiungersi a quelli ottenuti in Italia dal noto avvocato d’origine palermitana (ma residente da anni a Roma) e sempre correlati alla tutela delle persone trans.

Primati che possono essere così elencati: nel 1997 riesce a non fare nominare il Ctu (consulente tecnico d’Ufficio/Perito) in fase di autorizzazione all’intervento di riattribuzione chirurgica del sesso; nel medesimo anno primo caso di rettifica dei dati anagrafici senza previo intervento chirurgico; nel 2011 primo caso di autorizzazione all’intervento di riassegnazione chirurgica del sesso a un minorenne.

A meno da una settimana dalla sentenza (55216/08) della Corte europea dei diritti dell'uomo (Prima Sezione), il cui collegio giudicante è stato presieduto da Linos-Alexandre Sicilianos, lo abbiamo raggiunto per rivolgergli alcune domande.

Avvocato, che cosa è successo di preciso a Strasburgo?

Con sentenza dell’11 ottobre 2018, dopo una battaglia legale durata dieci anni, la Corte Europea dei Diritti Umani ha per la prima volta condannato l’Italia tutelando le persone transgender, nella fattispecie rappresentate da una coraggiosa ragazza che io ed il Collega Maurizio de Stefano abbiamo orgogliosamente assistito e difeso.

In buona sostanza la ragazza in questione, quando all’epoca era sempre richiesto l’intervento di riassegnazione chirurgica del sesso per potere ottenere la rettifica del sesso e del nome, nelle more della sua transizione ed essendo di aspetto assolutamente femminile, in applicazione del decreto presidenziale n. 396 del 2000, aveva richiesto alla Prefettura la possibilità di modificare il suo prenome con uno che fosse più consono al suo aspetto fisico, onde evitare una situazione di costante umiliazione ed imbarazzo.

A seguito del rigetto della domanda da parte della Prefettura, la ragazza aveva impugnato tale decisione dinanzi al Tar, il quale aveva, purtroppo, parimenti rigettato l’impugnazione.

Malgrado la nostra cliente abbia nelle more portato a termine tutto il suo percorso chirurgico ed anagrafico, ha voluto, da sola, portare avanti con il nostro supporto legale la sua lotta per l’affermazione di un sacrosanto principio che le era stato negato: il diritto ad un nome che la qualificasse per quello che era e non la sottoponesse alla quotidiana violazione della sua più intima privacy. Ebbene le carte, il diritto e soprattutto il buon senso le hanno dato ragione.

Che cosa l'ha spinta a ricorrere alla Corte europea dei diritti dell'uomo?

In realtà non mi ha spinto “qualcosa” ma, come sempre è per me in questi casi, mi ha spinto “qualcuno”: per me viene sempre prima la persona, in questo caso rappresentata dalla nostra cliente. È la sua, la loro forza a spingermi. Io poi ci metto la mia professionalità, e anche il mio cuore...

Perché, a suo parere, una tale sentenza ha un'importanza "storica" come l'hanno definita alcune/i attivisti/e transgender?

Ha un’importanza storica perché, per la prima volta, il nostro Paese viene condannato dalla Corte europea dei diritti dell'uomo per la tutela di una persona transgender.

Quale legge sarebbe necessaria a suo parere in Italia a tutela delle persone trans?

In Italia mancano legge e reato specifico che contrastino in maniera chiara ed inequivocabile gli episodi di omotransfobia, introducendo pene severe e sanzioni per chiunque commetta o istighi a commettere episodi di violenza a sfondo omofobico e/o transfobico.

Secondo lei i ripetuti casi di violenza transfobica sono da correlarsi a quel silenzio normativo circa le persone T, cui si assiste in Italia dal 1982 in poi?

Certamente tutto ciò contribuisce a creare un clima di violenza: se non si adottano delle misure severe per arginare il problema, in un certo senso è come se si “legittimasse” la gente a pensare che le persone transgender siano delle persone di “serie B”, delle quali chiunque può approfittare restando impunito.

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L’11 ottobre, Giornata mondiale del Coming Out, Polis Aperta ha lanciato la campagna Se non mi nascondo lavoro meglio #identitàindivisa

Un’iniziativa che ha subito attirato l’attenzione dei media non solo per la caratteristica in sé dell’associazione proponente (ne sono infatti componenti le persone Lgbti che appartengono alle forze armate e alle forze dell’ordine) ma anche per quella che è stata subito definita quale censura del Viminale

Il ministero dell’Interno, come denunciato su Facebook dai vertici di Polis Aperta, ha negato l’autorizzazione all’utilizzo di due foto di agenti omosessuali della Polizia di Stato per la campagna social. Da qui il rilievo dell’associazione: «Dispiace sottolineare come ancora una volta si neghi l’utilizzo di foto innocue e rispettose della Polizia di Stato, senza peraltro motivazione alcuna, che rilancino messaggi di inclusività e rispetto delle persone Lgbti appartenenti alla P. di S., nonché un messaggio di reale apertura alla collettività, in particolare modo della comunità Lgbti».

La vicenda ha spinto il deputato Ivan Scalfarotto (Pd) a presentare, il 15 ottobre, nel corso della seduta 63 della Camera un’interrogazione al presidente del Consiglio Giuseppe Conte e al ministro dell’Interno Matteo Salvini

Interrogazione che, cofirmata dagli omologhi di partito Zan, Bruno Bossio, Fiano, Miceli, Mor, Mura, Moretto, Lacarra, Rossi, Schirò, Prestipino, Cenni, è volta a sapere «se il Governo non ritenga assolutamente necessario fare chiarezza in merito alle motivazioni che sono alla base del divieto dell'utilizzo, richiesto dall'associazione, delle immagini e se non ritenga che ciò possa configurare un comportamento discriminatorio nei confronti della comunità Lgbt, discriminazione che, ad avviso degli interroganti, potrebbe contribuire ad alimentare il fenomeno del cosiddetto under reporting, vale a dire della tendenza delle persone vittime di aggressioni omofobiche a non denunciare la violenza subita».

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Contattato da Gaynews per conoscere più approfonditamente le motivazioni sottese all’interrogazione parlamentare, l’onorevole Scalfarotto ha dichiarato: «Non stupisce che nel ministero di cui è titolare Salvini oltre al razzismo si faccia strada anche l'omofobia, che è un'altra faccia della discriminazione. 

In tutto il mondo occidentale è un dato acquisito che ci siano persone Lgbti nelle forze dell'ordine e nelle forze armate. Persone che servono il proprio Paese con la stessa abnegazione, la stessa professionalità e lo stesso sacrificio personale dei propri colleghi.

Provare a cancellare la loro esistenza è la formula più subdola, ma non per questo meno violenta, di negare la loro dignità e provare a creare intorno a loro un clima di intimidazione e di paura. Sono sicuro che agli uomini e alle donne di Polis Aperta non mancherà la determinazione per continuare la propria battaglia.

Ma nel frattempo, come opposizione, intendiamo inchiodare il governo alle sue responsabilità e chiedergli di dare una giustificazione a un gesto tanto odioso».

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Un pugno in pieno volto con la minaccia di dargli fuoco. È quanto successo ieri sera, nel centro di Parigi, a Guillame Mélanie, fondatore e copresidente di Urgence Homophobie, ong impegnata nel contrasto alle violenze contro le persone Lgbti e nel loro sostegno.

Così ne ha dato lui stesso notizia via Twitter: 

A denunciare l'accaduto la stessa vittima, che ha dichiarato di essere stato assalito all'uscita da un ristorante insieme con un gruppo di attivisti.

La comitiva era uscita per festeggiare il permesso di soggiorno in Francia, rilasciato a un immigrato che, vittima di violenza omofobica nel Paese d'origine, si era rivolta a Urgence Homophobie ed era stato aiutato in tal senso. 

«Stavamo in qualche modo intralciando la strada - ha raccontato Mélanie ad Agence France Press - e un uomo ci ha spinto piuttosto violentemente. Gli ho risposto di stare tranquillo. Allora un altro uomo, che era con lui, mi ha detto: Sei solo uno sporco frocio e Dovreste essere tutti bruciati. Quindi mi ha colpito con un violento pugno».

L'attivista, che ha riportato la frattura del setto nasale, ha ricevuto messaggi di solidarietà da numerose personalità del mondo politico francese. 

Quella a Mélanie è solo l'ultima delle aggressioni a danno delle persone Lgbti che, come dichiarato dall'associazione nazionale Sos Homophobie, si sono registrate nelle ultime settimane a Parigi.

Manifestando il suo sostegno al fondatore di Urgence Homophobie, la sindaca di Parigi Anne Hidalgo ha invocato una «scossa collettiva»di fronte all'escalation di violenza omofoba e ha invitato Mélanie a lavorare per un piano di contrasto in collaborazione con il Comune e le altre associazioni.

In un successivo tweet la prima cittadina ha aggiunto che non ci si può «rassegnare di fronte a questa violenza. La sicurezza delle persone LGBTQI + deve essere garantita».

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«La sindaca di Roma Virginia Raggi ha richiesto agli uffici competenti la rimozione dei manifesti omofobi riconducibili all'associazione onlus Pro Vita».

Con tali parole una nota del Campidoglio ha reso noto la presa di posizione della prima cittadina M5s in riferimento alle gigantografie che, affisse ieri non solo nella capitale ma anche a Torino e Milano, rappresentano due giovani uomini, indicati come genitore 1 e genitore 2mentre spingono un carrello con dentro un bambino disperato  Accanto la scritta: «Due uomini non fanno una madre. #StopUteroinAffitto».

Una campagna che, promossa da Pro Vita e Generazione Famiglia (due delle tre associazioni promotrici del Family Day e del Congresso mondiale delle Famiglie di Verona) per riaffermare «il diritto dei bambini a una mamma e un papà», ha incassato nella tarda serata d'ieri i plausi del senatore leghista Simone Pillon, della scrittrice Costanza Mirianodella deputata nonché presidente di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni.

Ciò non ha fatto indietreggiare la sindaca Raggi perché, come si legge nella nota capitolina, «il messaggio e l'immagine veicolati dal cartellone, mai autorizzato da Roma Capitale e dal Dipartimento di competenza, violano le prescrizioni previste al comma 2 dell'art. 12 bis del Regolamento in materia di Pubbliche affissioni di Roma Capitale, che vieta espressamente esposizioni pubblicitarie dal contenuto lesivo del rispetto di diritti e libertà individuali».

Una campagna inaccettabile quella di Pro Vita e Generazione Famiglie agli occhi di Virginia Raggi, che ha dichiarato: «La strumentalizzazione di un bambino e di una coppia omosessuale nell'immagine del manifesto offendono tutti i cittadini».

La posizione della sindaca è stata salutata con soddisfazione a partire dagli organismi rainbow, due dei quali, il Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli e Famiglie Arcobaleno, nelle persone dei rispettivi presidenti Sebastiano Secci e Marilena Grassadonia, hanno lavorato in prima linea per l'ottenimento di un tale risultato sì da salutarlo come «vittoria delle associazioni Lgbti».

Ieri anche la sindaca pentastellata di Torino Chiara Appendino si era espressa contro la campagna via Twitter: «Ma due persone che si amano fanno una famiglia. Continuerò le trascrizioni e non smetterò di dare la possibilità a questo amore di realizzarsi».

 

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È iniziata oggi con un’ulteriore gigantografia, come quella contro la legge 194, la campagna nazionale che, promossa da Pro Vita e Generazione Famiglia (due delle tre associazioni promotrici del Family Day e del Congresso mondiale delle Famiglie di Verona) «per il diritto dei bambini a una mamma e un papà», durerà 15 giorni.

Nei manifesti, affissi a Roma, Milano, Torino e accompagnati da camion vela, appaiono due giovani uomini raffigurati mentre spingono un carrello con dentro un bambino disperato e individuati quali genitore 1 e genitore 2. Accanto la scritta: «Due uomini non fanno una madre. #StopUteroinAffitto».

La campagna è finalizzata, nella mente degli organizzatori, a reagire all’iniziativa di sindaci e sindache che hanno disposto la registrazione anagrafica di bambini quali figli di due papà (benché si voglia condannare anche quella di figli di due mamme, dimenticando altresì che la gpa è una pratica cui ricorrono al 90% coppie eterosessuali sterili). A novembre toccherà infatti proprio alla Cassazione pronunciarsi sulla trascrizione d'una atto di nascita estero avvenuta a Trento.

Non sono mancate reazioni all'affissione dei manifesti, uno dei quali è stato strappato a Roma. Gesto che Pro Vita ha subito bollato con aria vittimale «l'intolleranza dei "tolleranti"».

L'iniziativa ha riscosso il plauso di Vittorio Sgarbi, Alessandro Meluzzi, Massimo Gandolfini, Diego Fusaro, che sono ricorsi ai motivi della «trasgressione non legiferabile», della «compravendita dei bambini», dello «sfruttamento della donna», della «disumanizzazione del nascituro».

«La nostra iniziativa - ha dichiarato Toni Brandi, presidente di Pro Vita - intende sottolineare ciò che non si dice e non si fa vedere dell'utero in affitto, perché noi siamo dalla parte dei più deboli, i bambini, ma anche per la salute delle donne, trattate come schiave e ignare dei rischi per la salute a cui si espongono».

Gli ha fatto eco Jacopo Coghe, presidente di Generazione Famiglia, col dichiarare: «L'utero in affitto è vietato in Italia e i bambini non si comprano, perché sono soggetti di diritto e non oggetti. Con l'utero in affitto la dignità delle donne viene calpestata per accontentare l'egoismo dei ricchi committenti. Dall'immagine si vede bene cosa manca a questo bambino: la mamma».

Nel giugno scorso proprio Generazione Famiglia aveva presentato, insieme con Fondazione CitizenGo (con la quale aveva anche chiesto via mail donazioni per «le spese non indifferenti» delle consulenze legali), cinque esposti alle Procure della Repubblica presso i Tribunali di Milano, Torino, Firenze, Bologna, Pesaro «circa le iscrizioni anagrafiche di figli nati da “due madri” e “due padri” compiute e politicamente rivendicate dai relativi Sindaci». Non senza una confusione terminologica e concettuale - di cui si è dato nuovamente prova oggi nel comunicato stampa della campagna #Stoputeroinaffitto - da parte delle stesse associazioni ricorrenti, dal momento che l'iscrizione anagrafica di figli o figlie di coppie omogenitoriali riguarda unicamente quelli o quelle di due mamme.

Per quanto riguarda figli o figlie di due uomini, invece, si tratta sempre di trascrizione di atti di nascita esteri come nel caso di Gabicce Mare (al cui riguardo è stato presentato l’esposto alla competente Procura di Pesaro), che Generazione Famiglia e Fondazione CitizenGo si ostinano ignorantemente a far passare come iscrizione anagrafica.

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«Nessuno studente di una scuola non statale potrà essere espulso sulla base dell’orientamento sessuale».

Queste le parole che, pronunciate sabato dal premier australiano Scott Morrison, hanno posto fine ai recenti dibattiti sulla questione legislativa in materia, che sembrava dovesse trovare tutt’altra soluzione. 

A sollevare la polemica, nei giorni scorsi, la pubblicazione del documento riservato The Review of Religious Freedoms che, commissionato da Canberra dopo l’approvazione della legge sul matrimonio egualitario e oggetto di discussione negli scorsi giorni presso il Gabinetto del primo ministro, optava per estendere a livello federale una precisa normativa vigente in alcuni Stati. Quella, cioè, che consente a istituti scolastici gestiti da organismi confessionali di poter allontanare o escludere studenti e insegnanti omosessuali o transgender

In nome dell’omogeneità legislativa Morrison aveva plaudito al rapporto in ragione della «risposta equilibrata» che garantiva e aggiunto che, in ogni caso, le proposte relative ad alcune tutele per gli studenti Lgbti sarebbero state prese in considerazione «attentamente e con rispetto».

Ma le proteste montate da un capo all’altra dall’Australia hanno poi spinto il premier di centrodestra alla clamorosa marcia indietro di sabato.

Morrison ha infatti precisato che le scuole religiose non saranno più autorizzate a discriminare studenti e docenti sulla base di una nuova normativa federale. Cosa che avverrà attraverso la presentazione di un «semplice emendamento per porre fine alla confusione».

Ci si adeguerà così a quanto previsto nelle scuole statali, dove è già vietato escludere studenti dai corsi sulla base dell’orientamento sessuale o identità di genere.

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Paolo Valerio è noto a livello internazionale per le sue benemerenze in ambito accademico e scientifico

Ordinario di Psicologia clinica presso l’Università Federico II di Napoli, direttore del Centro di Ateneo SInAPSi, presidente dell’Onig e della Fondazione Genere Identità Cultura, è anche un artista dalle mille anime

Alcune sue produzioni scultoree sono esposte dal 6 ottobre presso Palazzo Fruscione a Salerno in occasione della III° Biennale d’Arte contemporanea, che sarà aperta fino al 19 novembre. E proprio nell'ambito della prestigiosa rassegna salernitana a Paolo Valerio è stato attribuito, sabato 13 ottobre, il 2° premio per la Sezione Arte ecosostenibile con l’opera Il sostenibile peso dei sentimenti.

A pochi giorni dall’importante Congresso internazionale La popolazione transgender e gender nonconforming: i differenti contesti dell’intervento, che lo vedrà come promotore e protagonista il 19-20 ottobre presso l’Aula Chiostro dell’ex complesso monastico partenopeo dei SS. Marcellino e Festo, l’abbiamo raggiunto per conoscere quest'aspetto meno noto della sua vita.

Prof. Valerio, come nascono le sue opere artistiche?

Allo stesso modo in cui è nato Il sostenibile peso dei sentimenti che, premiato alla Biennale d’Arte contemporanea di Salerno, era stato già presentato, lo scorso luglio, alla mostra Stone Heart Broken Heart Love Cages and Surroundings presso il castello di Postignano (Pg). Come gran parte delle mie opere, essa è frutto della raccolta di materiale di risulta, trovato sulla spiaggia: funi, cime, reti dai colori vivaci, plastiche bruciate, levigate dal mare  e trasformate dal sole. Materiale destinato a inquinare il mare e le spiagge o a finire in discariche della Terra dei fuochi. Il materiale è stato da me raccolto e assemblato per dare forma a una scultura dai colori vivaci e dalla forma strana.

C’è un collegamento tra la sua ricerca artistica e quella scientifica?

Certo. C’è un filo rosso tra la mia ricerca artistica, il mio impegno da attivista e la ricerca scientifica, che da molti anni svolgo in un’ottica depatologizzante sul mondo dei femminielli napoletani e delle persone Lgbtq. Ricerca, finalizzata ad abbattere sia stereotipi sia pregiudizi e a combattere quegli stigmi che tanta sofferenza possono produrre in chi ne è ingiustamente vittima.

Quelle plastiche, che sono considerate scarti della nostra società, vengono valorizzate e trovano nuova dignità grazie all’intervento dell’artista che sulle spiagge inquinate, attraverso lo sguardo valorizzante, ne percepisce l’intima bellezza, le raccoglie, le trasforma in opere d’arte degne di essere mostrate al pubblico ed eventualmente premiate.

Un richiamo, forse, a quella cultura della differenza, di cui si è fatto negli anni instancabile promotore e per la quale si è fatto conoscere ben al di là dell’ambito universitario?

Sì, infatti. Come ricercatore, da anni cerco di valorizzare proprio una cultura della differenza che rompa barriere, includa, offra pari opportunità a tutti e tutte, in particolare a quelle parti di popolazione che esponenti di forze politiche reazionarie o di movimenti religiosi fondamentalisti considerano scarto, considerano malata. Quelle parti che vorrebbero lasciare ai margini della società, non riconoscendo  loro alcuna dignità e nessun diritto di vivere liberamente la propria esistenza.

Tutto questo è ingiusto, iniquo, inaccettabile e va combattuto. La mia prima mostra fatta a Napoli, presso la Sala Prigioni di Castel dell’Ovo, si intitolava Gender Roles Gender Cages and Surroundings. Con le mie opere volevo ancora una volta porre l’accento su quelle gabbie/stereotipi che connotano e ruoli e identità connesse ai generi.

Professore, come già detto, lei è stata premiata sabato per l’opera Il sostenibile peso dei sentimenti. Ha pensato a chi dedicare un tale riconoscimento?

Non c’è dubbio che, alla luce di quanto finora detto, dedico un tale premio alle persone transgender e gender nonconforming, auspicando che la società in cui viviamo diventi sempre più inclusiva e consenta a tutt* di esprimere serenamente la propria identità senza alcun timore o rischio di stigma e condanna.

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Bergoglio ha oggi canonizzato in piazza San Pietro sette beati. Tra questi anche Óscar Arnulfo Romero y Galdámez, l’arcivescovo salvadoregno ucciso da un cecchino degli squadroni della morte il 24 marzo 1980, e papa Paolo VI (1897-1978).

In un periodo come quello attuale, in cui non tendono a scemare le voci sulla presunta lobby gay in Vaticano e su prelati nonché porporati omosessuali menzionati nel dossier Viganò, non si può non ripensare a simili polemiche in riferimento alla persona di Giovanni Battista Montini.

L’omosessualità del primo collaboratore di Pio XII e poi arcivescovo di Milano – che Pacelli non volle mai elevare alla dignità cardinalizia – era vociferata al di là del Tevere ancor prima che questi fosse eletto, il 21 giugno 1963, successore di Giovanni XXIII. A farsene portavoce, attraverso chiacchiere di palazzo, fu il cosiddetto pentagono pacelliano e, soprattutto, l’allora cardinal Vicario Clemente Micara, la cui antipatia verso Montini era ben nota. 

Chiacchiere che si ingigantirono a dismisura, quando Paolo VI si fece prosecutore dei lavori del Vaticano II e ne attuò le auspicate riforme. Furono soprattutto i presuli conservatori e certa stampa libellistica a diffondere l’immagine di un pontefice progressista, omosessuale e, secondo don Luigi Villa, massone. Una ripresa del classico topos della letteratura eresiologica, che vedeva nel devius a recta fide il devius a recta praxi.

Ma a dare pubblico rilievo a un Montini omosessuale fu il celebre diplomatico e scrittore francese Roger Peyrefitte (profondo conoscitore d’Oltretevere), che nel 1976, due anni prima della morte del pontefice, parlò - nel corso di un'intervista prima al magazine francese Lui, poi al quotidiano romano Il Tempo, dove fu pubblicata il 4 aprile col titolo Mea culpa? Ma fatemi il santo piacere - di colui che ne sarebbe stato l’amante: l'attore Paolo Carlini, protagonista di celebri sceneggiati televisivi come Il romanzo di un giovane povero o L'ultimo dei Baskerville. Peyrefitte sostenne che, proprio in onore dell'amato, Montini avrebbe scelto di chiamarsi Paolo una volta eletto pontefice.

Siccome la Congregazione per la Dottrina della Fede aveva da poco emanato il documento Persona humana (29 dicembre 1975), nel cui paragrafo 8 veniva riconfermata la condanna magisteriale dei rapporti omosessuali, si volle leggere nell’accusa di Peyrefitte una reazione calunniosa a una tale dichiarazione.

Argomento, questo, che lo stesso Paolo VI utilizzò durante l’Angelus del 4 aprile 1976: «Noi sappiamo che il nostro Cardinale Vicario e poi la Conferenza Episcopale Italiana vi hanno invitati a pregare per la nostra umile persona, fatta oggetto di scherno e di orribili e calunniose insinuazioni di certa stampa, irriguardosa dell'onestà e della verità. Noi ringraziamo voi tutti di codeste dimostrazioni di filiale pietà e di morale sensibilità. Così siamo riconoscenti a quanti hanno corrisposto a queste esortazioni di spirituale solidarietà. Grazie, grazie di cuore. 

Ci siamo ricordati, quasi a nostro malgrado, d’una bellissima parola degli Atti degli Apostoli: "una preghiera saliva incessantemente a Dio dalla Chiesa per lui»", Pietro (Act. 12, 5). Ancora, grazie! Noi ricambiamo codeste attestazioni di religiosa fedeltà invocando dal Signore per tutti lo Spirito di verità e la cristiana franchezza di dare sempre a cotesto senso cristiano, con la parola e con la vita, generosa testimonianza.

Siccome questo e altri deplorevoli episodi hanno avuto pretestuosa origine da una recente dichiarazione della nostra Congregazione per la Dottrina della Fede circa alcune questioni di etica sessuale, noi vi esortiamo a dare a questo documento e al complesso di insegnamenti, di cui esso fa parte, un'attenta considerazione ed una virtuosa osservanza, tali da tonificare in voi uno spirito di purezza e di amore, che faccia argine al licenzioso edonismo diffuso nel costume del mondo odierno, e che alimenti nei vostri animi la padronanza delle umane passioni accrescendo il senso forte e gioioso della dignità e della bellezza della vita cristiana».

Le vibranti parole di Montini non bastarono a tacitare le voci tanto più che Carlini, morto nel 1979 a un anno dal pontefice, non le smentì mai. L’argomento omosessualità, come noto, è stato poi affrontato nelle Positiones compilate in vista del processo di beatificazione e canonizzazione di Paolo VI, sia pur liquidate come prive di fondamento.

A meno che non compaiano prove documentali – e gli archivi sanno sempre regalare sorprese – resterà quel dubbio, da cui all’epoca furono rosi moltissimi presuli cattolici.

È noto il caso d’un vescovo lombardo che, dopo aver tuonato dall'ambone contro l’infame di Parigi (ossia Peyrefitte), nell’attraversare il presbiterio, dove erano riuniti i canonici del Capitolo Cattedrale, si rivolse loro a bassa voce: «Ma non è che sarà vero?».

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Oltre 5.000 persone hanno partecipato ieri a Verona alla manifestazione organizzata da Non una di meno per protestare contro la mozione 434 che, approvata in Consiglio comunale il 4 ottobre e subito ribattezzata mozione anti-aborto, è divenuta un caso politico nazionale a seguito del voto favorevole della capogruppo del Pd Carla Padovani

La mobilitazione, cui hanno aderito numerose associazioni femminili e umanitarie, è partita intorno alle 15:00 da piazzale XXV Aprile (davanti alla stazione di Porta Nuova) e, dopo aver attraversato piazza Bra, ha raggiunto la zona di Porta Vescovo. Moltissime le persone giunte da ogni parte d’Italia. 

Cospicua inoltre la presenza di attiviste e attivisti Lgbti, che hanno sostenuto Non una di meno Verona nella campagna contro la mozione 434 e sono stati a loro volta colpiti delle dichiarazioni omofobe del consigliere Alberto Zelger, primo firmatario del discusso provvedimento. Tra i partecipanti anche Andrea Gardoni e Angelo Amato, la coppia di Stallavena (Vr), vittima in agosto e settembre di lettere minatorie e aggressioni.

D’altra parte nel comunicato ufficiale di convocazione la sezione scaligera di Nudm aveva già rilevato: «Verona è la città che da decenni si è imposta come laboratorio di ciò che ora vediamo in opera al governo. L'azione della giunta Sboarina riassume in sé tutta la violenza che in questi anni ha contraddistinto il clima politico della città contro donne, gay, lesbiche, trans, migranti.

Per queste ragioni la nostra lotta sarà oltre i confini delle organizzazioni tradizionali: Non una di meno sarà in piazza per riprendere parola insieme a movimenti LGBTQI e studenteschi, ai collettivi universitari e alle altre associazioni che lavorano per aprire spazi di libertà. La data di Verona segna l'inizio dello Stato di agitazione permanente lanciato da Non una di Meno verso il 24 novembre, manifestazione nazionale a Roma, e lo sciopero globale dell’8 marzo.»

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Nel primo pomeriggio di oggi oltre mille persone hanno attraversato le vie di Lublino per il primo Pride nella città della Polonia Orientale. 

Ma la Marsz Równości (Marcia dell’uguaglianza) si è svolta in un clima di tensione per le proteste di 300 estremisti di destra, che hanno tentato di forzare i cordoni di polizia con pietre e materiale contundente. Gli agenti sono dovuti intervenire con gas lacrimogeni e un cannone ad acqua per disperderli. 

Nell’importante città universitaria, dove insegnò anche Karol Józef Wojtyła (il futuro Giovanni Paolo II), si stanno adesso susseguendo dibattiti inerenti alle tematiche Lgbti, che termineranno alle 19:00 con un party.

Il Pride di Lublino è stato accompagnato negli scorsi giorni da vivaci dibattiti. Il tribunale distrettuale aveva sostenuto il sindaco Krzysztof Zuk nel negare l'autorizzazione alla manifestazione.

Componente di Piattaforma Civica (Po), il 61enne Zuk aveva spiegato che la decisione di non autorizzare la Marcia dell’uguaglianza era dovuta alla «preoccupazione per la vita e la salute dei cittadini» a seguito dell’annunciata contromanifesatzione da parte di estremisti di destra.

Ma Zuk era stato spinto ad annullare il Pride anche su pressione Przemysław Czarnek, presidente del voidovato di Lublino, che in un video aveva accusato di devianza, perversione e incitamento alla pedofilia gli organizzatori della marcia.

La situazione si è poi ribaltata ieri con la decisione della Corte d'appello locale. La giudice Ewa Popek ha infatti annullato la precedente sentenza del tribunale distrettuale, dichiarando: «La libertà di espressione è essenziale per lo stato di diritto e fa da condizione per l'esistenza della società democratica».

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