Francesco Lepore

Francesco Lepore

Migliaia di attivisti e attiviste Lgbti sono scesi oggi nelle strade in diverse città di Israele per protestare contro la legge che, approvata il 18 luglio dalla Knesset, ha esteso i programmi di gpa (accessibili dal 1996 alle sole coppie eterosessuali sposate) alle donne single con problemi medici.

Legge a loro parere discriminatoria e omofoba, dal momento che esclude dalla possibilità di fruire della surrogacy gli uomini single e le coppie di uomini gay.

A Tel Aviv centinaia di dimostranti si sono dati appuntamento alle 10:00 (ora locale) lungo Rotschild Boulevard e hanno invaso la superstrada Ayalon, bloccando il traffico. Altri dimostranti si sono raccolti a Gerusalemme, a breve distanza dalla residenza del premier Benyamin Netanyahu.

Le loro proteste - che proseguiranno per l'intera giornata - sono sostenute fra l'altro dal sindacato centrale Histadrut nonché da decine di aziende che hanno deciso di concedere oggi una giornata di libertà a tutti i dipendenti Lgbti.

Ma non solo. Microsoft Israel, ad esempio, erogherà 60.000 shekel come contributo ai suoi impiegati che desiderano ricorrere alla gpa e non possono farlo nel Paese.

È il primo sciopero rainbow nella storia di Israele ed è una significativa prova di forza del movimento di fronte alle istituzioni politiche del Paese.

Alle manifestazioni israeliane hanno aderito componenti della comunità ebraica in varie parti del mondoParticolarmente significativa quella in corso a New York su Times Square.

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Cvs, la seconda catena statunitense di farmacie dopo Walgreens Boots Alliance, si è pubblicamente scusata con Hilde Hall, una donna transgender di Phoenix (Arizona), che si era vista negare la terapia ormonale prescritta da parte di un farmacista.

L'azienda ha dichiarato che il farmacista non è più un suo dipendente, aggiungendo la sua è una storia di supporto ai diritti delle persone Lgbti.

Le scuse sono arrivane dopo che Hilde Hall aveva denunciato l’accaduto sul sito web dell'American Civil Liberties Union.

Hilde ha raccontato che in aprile si era recata nel negozio della Cvs a Fountain Hills (sobborgo di Phoenix) e il farmacista si era rifiutato, davanti ad altri clienti, di spedire la ricetta e, successivamente, di trasferire la prescrizione del medico a un altro punto vendita.

Dopo essersi lamentata varie volte con uno degli uffici aziendali della Cvs, ha deciso di optare per la denuncia online. Hilde Hall ha anche auspicato l’azienda renda maggiormente pubbliche le sue politiche di non discriminazione.

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«Un atto inqualificabile dal quale prendiamo le più decise e convinte distanze. Il cameriere è stato licenziato». Questa la decisione presa dalle direzione della Locanda Rigatoni, dove ieri è stato emesso a una coppia di due giovani clienti uno scontrino con la dicitura No pecorino, Si frocio

In una nota lo staff del ristorante romano sito in Via Domenica Fontana (zona San Giovanni) hanno ripercorso la vicenda che, denuncita dal sito Bytchif, è rimbalzata velocemente sui media nazionali: «Giovedì 19 luglio è accaduto un fatto grave - si legge -. Nel nostro locale, un cameriere ha compiuto un atto inqualificabile nei confronti di due clienti stampando sulla comanda un insulto omofobo, da cui tutta la direzione e il personale della Locanda Rigatoni prende le più decise e convinte distanze».

Quindi la dichiarazione centrale: «Ci teniamo a precisare che, fermo restando la gravità dei fatti, la direttrice del locale ha immediatamente condannato l'atto del cameriere e si è scusata con i clienti, inorridita dal fatto incriminato come e, se possibile, più di loro.

Coerentemente con tale comportamento comunichiamo che il cameriere è stato licenziato in tronco, non rappresentando in alcun modo la filosofia e lo stile della Locanda Rigatoni. Ovviamente il cameriere responsabile di questa spiacevole vicenda ne risponderà in prima persona.

La proprietà, lo staff del locale e la direttrice da sempre considerano la Locanda Rigatoni la casa di tutti. Siamo da tempo impegnati in programmi per l'integrazione di rifugiati nel nostro locale e chiediamo ufficialmente alla comunità Lgbt di costruire insieme un percorso per riaffermare i valori di tolleranza, rispetto e apertura, -che sono da sempre gli elementi fondanti del nostro modo di fare ristorazione».

Il comunicato è stato reso noto dopo che la pagina Fb della Locanda Rigatoni è stata inondata da recensioni negative e dopo che da più parti, a partire dal Codacons, si era chiesta la chiusura del ristorante e la revoca della licenza ai gestoriLa Confesercenti di Roma ha invece chiesto che venga istituito un bollino di qualità per i pubblici esercizi, che possa garantire ai clienti e ai turisti un galateo dell'accoglienza.

Ferma condanna da parte del Campidoglio a iniziare dalla sindaca Virginia Raggi

L’assessore allo Sviluppo economico, Turismo e Lavoro al Comune di Roma Carlo Cafarotti, ribadendo che «Roma è, e rimarrà, capitale dell'inclusione e dell'accoglienza, tanto da aver istituito proprio per i professionisti che lavorano con il pubblico, ristoratori, albergatori, tassisti, corsi formativi incentrati sul galateo dell'accoglienza», ha poi aggiunto: «Saranno avviate in ogni caso le opportune verifiche, anche a seguito dell'eventuale denuncia. Solidarietà ai due ragazzi vittime dell'ignoranza. Episodi simili offendono tutta la città».

Mentre per la senatrice pentastellata Alessandra Maiorino è necessario revocare la licenza ai gestori, la vicepresidente forzista della Camera Mara Carfagna ha ricordato con un tweet che «l'omofobia non è uno scherzo. E con l'intolleranza non si gioca mai».

 

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Classe 1968, maturità classica e un passato da dipendente aziendale, la deputata pavese Iolanda Nanni è considerata una pasionaria del M5s. Una donna coraggiosa, la cui attuale battaglia è soprattutto quella che sta conducendo contro il cancro.

Componente dell’VIII° Commissione (Ambiente, Territorio e Lavori pubblici) della Camera, la parlamentare è da sempre attenta ai temi delle discriminazioni e dei diritti delle persone Lgbti.

A poco più di due mesi dalla stipula del contratto di governo giallo-verde (o bleu, secondo alcuni) l’abbiamo raggiunta per raccoglierne pareri e valutazioni sulle criticità direttamente relative alla sfera rainbow.

Onorevole Nanni, nel contratto di governo non si fa parola alcuna di diritti civili. Anzi, alcuni parlamentari ed esponenti autorevoli del M5s (Di Battista, ad esempio) hanno detto che, mentre nella scorsa legislatura si è parlato di tali diritti, si affronteranno, nell’attuale, quelli sociali. Non le sembra una contrapposizione inaccettabile tanto più che c’è un’intima correlazione tra di essi?

Il fatto che alcuni parlamentari M5S abbiano dichiarato che il contratto di governo stipulato fra M5S e Lega sia focalizzato sui diritti sociali, non comporta alcuna contrapposizione con i diritti civili né implica che non possano essere portate avanti, in questa legislatura, attività sui diritti civili che, da sempre, sono oggetto del programma del M5s.

Come giudica le dichiarazioni del ministro della Famiglia e della Disabilità Lorenzo Fontana e la blanda presa di distacco da parte dei vertici del M5s?

Nel precisare che non condivido le dichiarazioni del ministro Fontana, che ritengo inaccettabili ed irricevibili, ribadisco anche che, sulle stesse, sono intervenuti vari parlamentari M5s nonché il ministro Bonafede, marcando le distanze fra il nostro pensiero e quello del ministro Fontana. Il M5s ha espresso la sua posizione pro famiglie arcobaleno.

Personalmente sono sempre stata a favore del matrimonio egualitario e della stepchild adoption. Ritengo che non si debba continuare a colpevolizzare il M5s per dichiarazioni fatte da un ministro in quota Lega, “richiamato” dallo stesso Salvini. Ministro che sarà tenuto a rispettare le leggi e che non verrà messo in condizioni di far retrocedere il nostro Paese sui risultati già raggiunti in questo ambito.

Tornando alla questione dei diritti delle persone Lgbti, si ha l’impressione d’una spaccatura del M5s tra periferia e centro. Mentre, infatti, nelle amministrazioni locali e regioanali i pentastellati danno prova di un fattivo impegno al riguardo (penso alla portavoce emiliana Silvia Piccinini o a quella lombarda Monica Forte), lo stesso non può dirsi delle file gialle del Parlamento o del governo. Non crede?

Sulla difesa dei diritti non vedo alcuna differenza fra le attività portate avanti dal M5s a livello territoriale ed a livello nazionale: in entrambi i casi abbiamo sempre perseguito lo stesso obiettivo, cioè la tutela dei diritti civili. Lo hanno dimostrato la nostra sindaca di Torino Appendino e la nostra consigliera Lombardi in Lazio.

Anch’io mi sono battuta, nello scorso mandato da consigliere regionale M5s della Lombardia, promuovendo un convegno al Pirellone sulle famiglie arcobaleno e presentando una mozione che chiedeva a Regione Lombardia di farsi promotrice per la trascrizione nei registri di stato civile dei matrimoni, contratti all’estero, fra persone dello stesso sesso e la costituzione di registri delle unioni civili nei comuni lombardi. Nella mozione proponevo anche di estendere le agevolazioni regionali, previste per i nuclei familiari, a coloro che sono iscritti nei registri. Purtroppo la mozione fu bocciata dalla maggioranza con 37 voti contrari e 31 favorevoli.

Queste attività territoriali sono la diretta conseguenza, e vanno di pari passo e coerentemente, con un percorso programmatico nazionale del M5s che ha come motto Nessuno deve rimanere indietro.

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Inizierà oggi a Torino il processo a carico dell’endoscopista e autrice di romanzi fantasy Silvana De Mari che, denunciata dal Coordinamento Torino Pride e dal Comune di Torino per diffamazione continuata e aggravata a mezzo stampa nei riguardi delle persone Lgbti, dovrà comparire alle 12:30 davanti alla giudice Melania Eugenia Cafiero.

Il 7 dicembre scorso la gip Paola Boemio aveva respinto la richiesta d’archiviazione avanzata dal pm Enrico Arnaldi Di Balme, per il quale non era individuabile il «destinatario dell’offesa» dal momento che la medica d’origine casertana (ma da anni vivente nel capoluogo sabaudo) si era rivolta «a una pluralità indiscriminata di persone».

All’epoca Alessandro Battaglia, coordinatore del Torino Pride, aveva dichiarato: «Siamo molto contenti della decisione presa dalla giudice Boemio di respingere la richiesta di archiviazione del Pubblico Ministero e che, per la prima volta, sia stato individuato in un'associazione di secondo livello come il Coordinamento Torino Pride il soggetto diffamato in una triste vicenda, che ha visto me e migliaia di persone omosessuali diffamate e offese nella nostra dignità».

A sostegno di Silvana De Mari sono scesi in campo Carlo Giovanardi, Francesco Agnoli, Luigi Amicone, Roberto Casadei, Roberto Cota, Alessandro Meluzzi, Assuntina Morresi, Eugenia Roccella, Giacomo Vurchio, Peppino Zola, che, su L’Occidentale, hanno lanciato, alcuni giorni fa, un appello contro gli «atteggiamenti oscurantisti e censori che mirano a cancellare due principi fondamentali della nostra Costituzione democratica e repubblicana, la libertà di pensiero dell'art. 21 e quello contenuto nell'art. 33 che stabilisce che "l'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento"».

Per i firmatari della petizione, le cui adesioni sarebbero migliaia, sotto processo «sono le fondamentali libertà di pensiero, scienza e religione, garantite dalla nostra Costituzione laica e repubblicana, in un contesto di oscurantismo e silenzio non degno di una città come Torino».

A difesa di De Mari anche il senatore Gaetano Quagliariello, leader di Idea, per il quale quello di Torino è «un processo alle opinioni. Questa è la realtà, a fronte della quale appare superfluo anche aggiungere che si tratta delle opinioni di un medico rispetto a questioni di propria professionale competenza».

Tesi, questa, che era stata sostenuta domenica da Mario Giordano sulle colonne de La Verità: «E perciò arrivati a questo punto, può apparire quasi normale che un medico finisca davanti a un tribunale per aver detto che i rapporti anali possono causare malattie. E, invece, scusateci, normale non è affatto. Adesso è finita nel mirino delle organizzazioni Lgbt, in particolare il Torino Pride, per aver detto, per l’appunto, che i rapporti anali possono causare malattie».

Ma Silvana De Mari, che de La Verità è collaboratrice al pari del quotidiano adinolfiano La Croce, non è stata affatto denunciata per aver detto tout court che «i rapporti anali possono causare malattie».

Ma per aver equiparato (in un’intervista a La Croce e sul sul suo blog) l’omosessualità alla pedofilia, per aver definito il rapporto anale tra due persone dello stesso sesso un atto di violenza fisica correlata al satanismo, per aver affermato che «la sodomia è antigienica» e comporta il diffondersi delle malattie, per aver dichiarato che l’omosessualità è contro natura nonché un disturbo da curare, per aver invocato un «diritto all'omofobia». Affermazioni tutte, che presentate come fondate su principi medico-scientifici, attribuiscono connotazioni gravemente diffamatorie a modalità comportamentali delle persone Lgbti.

Motivi, questi, per cui oggi Rete Lenford si costituirà anche lei parte civile nella persona dell’avvocato Michele Potè.

A poche ore dal processo abbiamo raggiunto il penalista Stefano Chinotti, responsabile della Segreteria scientifica di Rete Lenford, per un parere sugli argomenti portati avanti dai firmatari dell’appello.

«I firmatari - ha dichiarato - fanno un po’ di confusione fra quel che sostiene la Costituzione e quel che vorrebbero, in cuor loro, sostenesse. Le libertà di esercizio e insegnamento delle scienze e di manifestazione del pensiero nulla hanno a che vedere con la tutela delle aberranti affermazioni diffamatorie assolutamente prive di fondamento, prima che scientifico, logico, divulgate da Silvana De Mari. Per non parlare della libertà religiosa che, nel caso, non si comprende neppure come possa essere invocata.

L’accostamento dell’omosessualità alla pedofilia ed il sostenere che l’orientamento omoaffettivo sia contro natura non sono teorie scientifiche ma assurdità che se rivolte, come avvenuto nel caso, nei confronti dei rappresentati della comunità Lgbti concretano il reato di diffamazione aggravata. E di quello la dottoressa De Mari è chiamata a rispondere oggi a Torino».

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15 giorni di reclusione e tre anni di Daspo per Olga Pahtusova, Olga Kuracheva, Nika Nikulshina, Peter Verzilov, componenti del collettivo punk femminista Pussy Riot, che durante il match finale dei Mondiali tra Francia e Croazia hanno invaso il campo in segno di protesta per gli arresti illegali e la mancanza di una libera competizione politica in Russia.

Poco dopo la condanna la band ha diffuso la canzone Track about a good cop, nel cui video si vedono quattro poliziotti russi che abbracciano la causa delle manifestanti e sono gay-friendly.

Inizialmente inflessibili e sull’attenti, gli agenti (tre uomini e una donna) passano poi a ballare liberamente in mezzo alla neve e in un nightclub.

In una nota la band Pussy Riot ha definito la canzone «un sogno utopico su una realtà politica alternativa in cui invece di arrestare attivisti e metterli in carcere i poliziotti si uniscono agli attivisti».

Si tratta di «un mondo in cui gli agenti si liberano dell'omofobia, fermano la guerra alle droghe e capiscono in realtà che è molto meglio essere felici e gentili con le persone».

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Non potrà più svolgere alcun incarico pastorale, né confessare e dirigere spiritualmente i fedeli, né tenere interventi pubblici nell’arcidiocesi parigina senza esplicito permesso. Inoltre, come già disposto dal card. André Vingt-Trois (arcivescovo di Parigi dall'11 febbraio 2005 al 7 dicembre 2017), continuerà a essergli inibita l’attività di psicoterapeuta.

Queste le sanzioni irrogate dall’arcivescovo di Parigi Michel Aupetit allo psicologo della Chiesa, soprannome con cui è conosciuto in Francia mons. Tony Anatrella.

Classe 1941, il sacerdote è accusato d’aver abusato sessualmente di giovani uomini nel corso di sedute volte alla guarigione degli stessi dall’omosessualità secondo il metodo delle terapie riparative di Joseph Nicolosi. Ma il tutto si sarebbe tradotto in palpeggiamenti e induzione alla masturbazione reciproca.

Denis Lemarca: Manipola il mio sesso. Mi masturba

Entrato a 23 anni nel Seminario della Missione di Francia (1987), Denis Lemarca – uno dei primi accusatori – racconta così il suo primo incontro con lo psicologo della Chiesa: «Io sono disteso sul lettino, nudo. Sono sorpreso dalla leggerezza del massaggio. È più che altro una carezza su tutta la parte anteriore del corpo che gira delicatamente intorno alla zona genitale. Poi Tony Anatrella mi chiede di tenere la sua mano e di guidarla. Io guido allora la sua mano, prima sulle zone che lui ha toccato e fin dove la lunghezza del mio braccio lo permette. La sua mano non si ritrae quando l'avvicino al mio sesso. Mi invita allora a guidare la sua mano sulle zone dove vi sono ancora delle "tensioni".

Ho un'erezione. Quando guido la sua mano sul mio sesso, egli solleva le dita per sfiorarlo. Poi vengo invitato a lasciar andare la sua mano da sola. Egli allora manipola il mio sesso. Mi masturba. Poi mi chiede se voglio godere. Io dico: No. Così si chiude la prima seduta di "corporeo". Mi trovo in una specie di siderazione. Non ho memoria di ciò che ho potuto dire all'uscita di questa seduta. Alla seconda seduta di "corporeo" ho goduto. È la prima volta che godo in presenza di un altro essere umano».

Alle accuse di Lemarca ne seguirono altre, anonime, nel 2006, cui si preferì non dare seguito.

Un processo canonico ritardato per anni

Ma non venendo meno tali voci, il card. André Vingt-Trois si vide costretto, nel maggio 2016, a intervenire suo malgrado con l'incoraggiare «queste persone ad uscire fuori dall’anonimato, a mettersi in contatto personalmente con la diocesi di Parigi e presentare denuncia alla giustizia». Cosa che fu fatta da più soggetti al punto tale che lo stesso porporato non potette esimersi dal ritenere oramai improrogabile l'apertura d'un processo canonico a carico di Anatrella.

Avendo però il sacerdote collaborato in passato col tribunale ecclesiastico provinciale di Parigi, il cardinale Vingt-Trois chiese alla Segnatura Apostolica di affidare la procedura a un altro tribunale. Alla fine di gennaio 2017 da Roma si optò per quello interdiocesano di Tolosa, al quale furono trasmessi i documenti.

Un’inchiesta, questa, durata fino al 19 marzo 2018, quando le conclusioni sono state rimesse all'arcivescovo Aupetit, che ha notificato, il 4 luglio, ad Agence France-Presse le accennate sanzioni irrogate allo psicologo della Chiesa.

La dura presa di posizione da parte del presule ha suscitato un clamore enorme, la cui eco è andata ben al di là dei confini francesi.

Anatrella: l'idolo delle gerarchie vaticane con l'ossessione per l'ideologia gender

Già consultore del Pontificio Consiglio per la Famiglia (soppresso il 15 agosto 2016 da papa Francesco, che ne ha trasferito competenze e attività al neodicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita) e del Pontificio Consiglio della Pastorale per gli operatori sanitari (soppresso il 17 agosto 2016 da Bergoglio con l'istituzione del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale) nonché professore presso il Collège des Bernardins, Anatrella è infatti noto per le sue posizioni di aperta condanna dell’omosessualità, ritenuta «immaturità narcisistica» da curare.

Aperto sostenitore de Le Manif pour tous, Anatrella si è impegnato, a partire dagli anni ’90, nell’avversare sui media i diritti delle persone Lgbti e nell’allertare la pubblica opinione sulle rivendicazioni delle stesse a favore del matrimonio egualitario e del riconoscimento genitoriale. Il 14 giugno 2004 arriva il primo riconoscimento d'Oltretevere con la nomina a Cappellano di Sua Santità.

È stato uno degli ispiratori dell’istruzione della Congregazione per l'educazione cattolica che, approvata da Benedetto XVI il 31 agosto 2005, interdice l’accesso agli Ordini alle persone omosessuali. Il suo pensiero al riguardo è stato ampiamente esplicitato in un articolo del 25 novembre 2005 su L’Osservatore Romano, di cui, a partire dall’ultimo periodo del pontificato wojtyliano, è divenuto uno dei collaboratori di punta come, fra l’altro, per L’Avvenire.

Il congiunto interesse per l’ideologia gender, quale filiazione diretta dei gender studies e «pericolo per l'Occidente paragonabile ai totalitarismi del Novecento», lo hanno accreditato agli occhi delle gerarchie vaticane come il massimo esperto di quella che a Oltretevere amano chiamare “politicizzazione e ideologizzazione dell’omosessualità”. 

Tesi, queste, che Anatrella ha esplicitato nei volumi Gender, la controverse (Téqui, Parigi 2011) e in Mariage en tous genre. Chronique d'une régression culturelle annoncée (L'échelle de Jacob, Digione 2014), la cui sintesi italiana è stata edita nel 2015 dalla San Paolo col titolo La teoria del gender e l'origine dell'omosessualità. Una sfida culturale

Non a caso è uno dei «collaboratori del Segretario speciale» in preparazione e nel corso del Sinodo dei vescovi sulla Famiglia che, convocato e presieduto da papa Francesco nei giorni 9-15 ottobre 2014, vede un acceso dibattito su tali tematiche.

Non meraviglia, dunque, se ancora due anni fa il card. Pietro Parolin, segretario di Stato, a conclusione del convegno Il celibato sacerdotale, un cammino di libertà presso la Pontificia Università Gregoriana, non si esimeva dal ringraziare «monsignor Tony Anatrella, psicanalista, specialista in psichiatria sociale, consultore e collaboratore di vari dicasteri della Curia romana, anche lui ideatore e organizzatore dell’iniziativa».

Omertà organizzata 

Ma tuttò ciò sarebbe forse indicativo di ben altro. Secondo il domenicano Philippe Lefebvre, professore alla Facoltà di teologia di Friburgo, Tony Anatrella, infatti, «è stato coperto da un potente silenzio, da un’omertà organizzata».

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In vista dell’incontro odierno a Helsinki tra Donald Trump e Vladimir Putin (previsto intorno alle 13:00, ore locali) Human Right Campaign ha proiettato, ieri sera, su un muro del Palazzo presidenziale, messaggi a sostegno delle persone Lgbti cecene.

Trump e Putin: fermate i crimini contro l'umanità in Cecenia. Questo uno degli appelli lanciati in Piazza Kappautori dall’associazione statunitense che, nel chiedere al presidente Usa di sollevare l'argomento durante il vertice, ha ricordato come, negli ultimi 15 mesi, oltre 100 persone omosessuali siano state «arrestate, torturate e sottoposte ad abusi» nella Repubblica della Federazione russa.

Come noto, il primo ministro ceceno Ramzan Kadyrov ha sempre respinto ogni addebito al riguardo sostenendo l’impossibilità di tali azioni vessatorie dal momento che non esisterebbero persone omosessuali nel suo Paese.

Continua intanto la protesta di Hrc, i cui attivisti e attiviste hanno marciato stamattina per le vie di Helsinki e occupato, insieme con associazioni locali Lgbti e pacifiste, la scalinata antistante la neoclassica cattedrale luterana.

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Non smette di far discutere il caso delle cinque educatrici della Coop Dolce, che gestisce il centro estivo per bambini in età prescolare presso il nido Meridiana a Casalecchio di Reno. Educatrici che, come noto, hanno incentrato, venerdì 6 luglio, le attività formative pomeridiane sul tema dell’imminente Bologna Pride.

Dopo le prime reazioni negative del deputato forzista Galeazzo Bignami (che ha annunciato un’interrogazione parlamentare ai ministri Bussetti e Fontana) e del senatore Pier Ferdinando Casini nonché del sindaco dem di Casalecchio si è espresso ieri anche Pietro Segata, presidente della cooperativa, che ha contestato alle sue educatrici «la leggerezza con cui hanno fatto l’iniziativa, non tanto perché con i bambini hanno affrontato il tema della differenza, uno dei nostri capisaldi pedagogici, ma perché l’hanno collegato al Gay Pride, iniziativa politica fortemente connotata, che non può trovare posto in un asilo.

Per non sbagliare potevano fare una giornata arcobaleno dedicata a tutte le diversità, non esclusivamente agli omosessuali».

Ma per Segata a essere particolarmente grave è la libertà d’iniziativa con cui le educatrici hanno agito senza previa consultazione coi vertici della cooperativa e, soprattutto, dei genitori. «In questo periodo estivo – ha infatti aggiunto – si apre il nido anche a bambini esterni che non conoscono l’asilo, le educatrici e i programmi svolti abitualmente, quindi bisognava essere caute. L’altro errore grave è stato quello di apparire come una struttura che si sostituisce ai genitori nella loro funzione educativa».

Il tweet del ministro Fontana e le critiche di Gualmini

Nonostante i mea culpa di Segata sono arrivati, sempre nella giornata d’ieri, gli affondi del ministro della Famiglia e della Disabilità Lorenzo Fontana, sollecitato a esprimersi al riguardo da Il Resto del Carlino che, sulla prima pagina del 13 luglio, aveva sollevato per primo il polverone sulla vicenda.

Fontana, che si è detto allibito per quanto accaduto, ha poi lanciato un tweet: «Ma è possibile che si faccia una cosa del genere all'insaputa dei genitori, tra l'altro a bambini fra 1 e 5 anni? Educazione o ideologia? Adesso i buonisti e i politicamente corretti non hanno niente da dire?».

Gli ha fatto immediatamente eco Massimo Gandolfini, leader del Family Day nonché amico di vecchia data del ministro, che ha ricollegato il caso casalecchiese alla questione dell’ideologia gender e ai moniti bergogliani. «Le colonizzazioni ideologiche sono arrivate anche nei centri estivi – ha dichiarato –. In Emilia si è andati oltre ogni limite. Facciamo appello a tutte famiglie italiane di buon senso affinché si oppongano a queste nuove scuole di indottrinamento ideologico che si permettono di violentare la serena crescita umana dei più piccoli. Cosa che solamente le disumane dittature del XX secolo avevano avuto la sfrontatezza di attuare».

Critiche anche da Elisabetta Gualmini, vicepresidente della Regione Emilia-Romagna, per la quale, «a prescindere da come la si pensi, non si può fare politica strumentalizzando i bambini». 

La Curia di Bologna all'attacco

E, dulcis in fundo, è arrivata oggi la condanna della Curia arcivescovile di Bologna attraverso un editoriale sul settimanale diocesano Bologna Sette: «La Chiesa di Bologna ha appreso con sconcerto che al centro estivo di una scuola dell'infanzia di Casalecchio di Reno è stato presentato l'evento del Gay Pride a bambini in una fascia di età delicata come quella prescolare. Un tema così complesso meriterebbe di essere affrontato con maggiori cautele e sicuramente con il coinvolgimento pieno delle famiglie, prime responsabili dell'educazione dei figli». 

Ma la Curia felsinea ritiene comunque positive le scuse della Coop Dolce . «Immaginiamo – continua l’editoriale - che i genitori dei bambini non avessero dato mandato alle educatrici di affrontare queste tematiche. L'effetto di questa arbitraria iniziativa ha scatenato contrapposizioni e strumentalizzazioni che non giovano alla costruzione di un clima sereno di reciproca fiducia tra la scuola e i genitori.

Interpretiamo come un gesto che va nella direzione di un dialogo positivo le scuse presentate dall'ente educatore. Poiché siamo consapevoli della complessità del cammino di crescita dei nostri figli, questo ci sta a cuore. Tutto ciò può avvenire in una stretta alleanza educativa tra scuola e famiglia».

La replica di Franco Grillini

Ma, a stretto giro, è arrivata, sulle colonne de Il Corriere di Bologna, la replica del direttore di Gaynews Franco Grillini che ha parlato di «vicenda grottesca».

Dichiarandosi dalla parte delle educatrici, l’ex parlamentare ha dichiarato: «C'è una campagna ossessiva contro di noi, ogni volta che un rappresentante della comunità Lgbti viene invitato in una scuola scoppia una polemica. E sull'educazione non accettiamo lezioni dalla diocesi».

Nessuno sbaglio dunque da parte delle educatrici? «No – incalza Grillini –. Se il problema è l'età dei bambini accolti nelle strutture, non si capisce bene perché in una materna si possa parlare di religione e non di Pride. Allora stabiliamo che tutte le volte che si affrontano temi religiosi, i genitori devono essere avvisati».

Grassadonia (Famiglie Arcobaleno): "Ma dov'è la strumentalizzazione politica?"

Contattata da Gaynews, si è detta invece sorpresa dell’accaduto Marilena Grassadonia, presidente di Famiglie Arcobaleno: «Non capisco come si possa parlare di strumentalizzazione politica con riferimento a cartelloni coi colori dell’arcobaleno o alla lettura di libri come Buongiorno postino e Piccolo uovo, che parlano delle varie realtà familiari.

Famiglie Arcobaleno sosterrà sempre la validità di attività formative che non vogliono indottrinare i nostri figli ma renderli soltanto sensibili ai temi dell’inclusione, del rispetto e della solidarietà».

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12.000 persone al Glasgow Pride che, partito a mezzogiorno, si è snodato nel pomeriggio lungo le vie della più grande città della Scozia.

Una marcia dell’orgoglio Lgbti che è stata guidata dalla premier Nicola Sturgeon. «Sono orgogliosa - ha affermato - del fatto che la Scozia sia considerata uno dei Paesi più progressisti in Europa in materia di parità Lgbti».

Un Pride, quello di Glasgow, che ha assunto quest’anno un rilievo mediatico transnazionale non tanto perché, come detto dalla stessa prima ministra, sono stati riaffermati i valori della tolleranza, della diversità, dell'uguaglianza, dell'amore e del rispetto.

Ma perché Nicola Sturgeon ha preferito marciare accanto alle persone Lgbti anziché incontrare Donald Trump, che sta trascorrendo gli ultimi due giorni di visita nel Regno Unito nel suo golf resort di Aryshire, uno dei tanti che possiede in Scozia.

Fieramente anti-Brexit, Sturgeon ha più volte criticato Trump e le sue politiche in materia economica e migratoria. Al termine del Pride la prima ministra si è detta "divertita" dalle indiscrezioni comparse sull'Huffington Post che, citando un ex collaboratore del governo britannico, ha riferito di lamentele mosse sul suo conto da Trump a Theresa May.

«Trovo difficile credere che il presidente degli Stati Uniti, con tutte le questioni importanti che ha da gestire quotidianamente, trovi il tempo di lamentarsi di me al telefono con Theresa May - ha dichiarato –. Se questo è vero, suppongo che dovrei prenderlo come un complimento. Io di certo non impiego tanto tempo a parlare di lui».

Mentre a Glasgow e a Edimburgo (dove sono scese in piazza 60.000 persone) sono andate avanti per l'intera giornata manifestazioni di protesta contro Trump, l'amministrazione semi-autonoma scozzese ha chiesto al governo di essere rimborsata delle spese di sicurezza per la 'due giorni' del presidente degli Usa.

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