Tokyo, oltre 25.000 firme al partito del premier Shinzo Abe contro la parlamentare Sugita: aveva definito "improduttive" le persone Lgbti

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Attivisti giapponesi, tra cui sette coppie di genitori di bambini Lgbti, hanno oggi presentato una petizione di 26.650 firme al Partito Liberal Democratico (Jiyū-Minshutō), il cui presidente è il primo ministro Shinzo Abe, con richiesta di pubbliche scuse da parte di Mio Sugita.

In luglio, infatti, la parlamentare 51enne di Ldp aveva dichiarato a una rivista di destra che il governo non dovrebbe mai usare denaro pubblico a sostegno dei diritti delle persone Lgbti, perché le coppie dello stesso sesso sono incapaci di fare figli e non sono perciò "produttive".

Tali parole hanno provocato una pubblica indignazione nella collettività Lgbti nipponica e non solo.

Le prime prese di distanza da parte del Partito Liberal Democratico si sono registrate con ampio ritardo. Solo dopo, cioè, che decine di migliaia di persone avevano inscenato proteste rabbiose all’esterno della sede centrale del partito. In ogni caso gli anziani funzionari di partito hanno sempre cercato di scusare Mio Sugita in nome di una legittima diversità d’opinione.

Le associazioni Lgbti hanno anche chiesto al partito di governo di non tollerare punti di vista simili a quelli espressi dalla parlamentare. Non pochi genitori di persone omosessuali e transgender hanno detto che i loro figli, dopo aver ascoltato l'osservazione di Sugita, hanno chiesto se meritavano di vivere mentre altri hanno affermato di non avere alcun futuro.

Fra l’altro, alcuni giorni dopo le dichiarazioni di Mio Sugita, un altro parlamentare di Ldp, Tomu Tanigawa, aveva detto in un talk show televisivo che le coppie dello stesso sesso non hanno bisogno di protezione legale perché essere Lgbtii è "come un hobby".

In Giappone la maggioranza delle persone omosessuali tende a nascondere la propria condizione anche ai familiari per timore di pregiudizi in ambito scolastico e lavorativo. Inoltre non c’è alcuna forma di riconoscimento legale per coppie di persone dello stesso sesso.

Ma negli ultimi anni, a fronte di un lento quanto progressivo cambiamento nella pubblica opinione in materia di diritti Lgbti, alcuni Comuni hanno iniziato a rilasciare certificati di partnership che, pur non essendo legalmente vincolanti, facilitano soprattutto la possibilità di stipulare contratti d’affitto.

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