Opinionista, giornalista, conduttore radiofonico e televisivo, attore e anche scrittore, Costantino della Gherardesca è senza dubbio uno dei personaggi più amati del momento. Dal 13 settembre, poi, la sua presenza di personaggio mediatico è nuovamente rivitalizzata dalla sesta edizione di Pechino Express, il format di successo che sta attualmente conducendo gli affezionati telespettatori sulle orme delle otto coppie in viaggio verso il Sol Levante.

Un’edizione resa ancora più scoppiettante e gayfriendly dalla presenza della coppia dei modaioli, formata dallo stilista Marcelo Burlon e dal fashion filmaker Michele Lamanna, e dal recentissimo quanto originalissimo coming out di Guglielmo Scilla.

Incontriamo Costantino qualche giorno dopo la presentazione napoletana di Punto, libro feroce e paradossale con cui il conduttore di Pechino Express fa il proprio esordio come scrittore.

Costantino, iniziamo proprio dal tuo primo libro, Punto, edito da Rizzoli. Di cosa si tratta?

Punto è un manuale d’autoaiuto contro la paura del progresso. Nel libro sottolineo tutti gli aspetti della società italiana in cui emerge la paura delle innovazioni. Dobbiamo uscire da questa mentalità. La regola d’oro per uscire da questa mentalità è diffidare dalla semplicità. Molti scrittori, anche stimati intellettuali, inneggiano attraverso i media a una vita semplice - penso ad Erri De Luca e Corona - e esaltano la vita condotta in campagna, coltivando propri orti, in alloggi frugali. In realtà, questi individui possono permettersi di esaltare un simile stile di vita perché, magari a pochi metri dalla loro capanna, c’è un ospedale modernissimo in cui andare se stanno male. Insomma, bisogna integrarsi nel futuro, non bisogna avere paura del futuro e delle innovazioni.

E nel libro spiego anche il fenomeno della ricerca dei consensi nel mondo dell’informazione, poiché troppi giornalisti non fanno più informazione ma sono solo alla ricerca compulsiva dei likes e calibrano il proprio articolo e la propria informazione su questa “esigenza” determinando la morte  dell’informazione pratica. Mentre in Germania sono entrati in un’era post-ideologica e le riviste, anche grazie all’influsso di Angela Merkel, non parlano più di beghe interne ma affrontano questioni legate all’informazione tecnica e al progresso.

Passiamo adesso al successo di Pechino Express. Cosa differenzia l’edizione 2017, la sesta, dalle precedenti?

Ci sono tre grandi differenze tra questa edizione di Pechino Express e le precedenti. La prima  è che abbiamo preso un cast molto poco televisivo, di persone note in ambiti diversi, per differenziarci dai reality Mediaset che ormai hanno fatto il proprio corso. La seconda è che quest’anno faremo vedere ancora di più la vita delle persone nei luoghi che visiteremo, cioè nelle Filippine, a Taiwan e in Giappone. Infine, mentre in tutti i Pechino Express precedenti, i concorrenti viaggiavano in Paesi più poveri dell’Italia, stavolta, escluse le Filippine in cui vi sono ancora situazioni di comprovato disagio, sia Taiwan sia il Giappone sono realtà molto più ricche dell’Italia. Quindi, per la prima volta nella storia di Pechino Express i concorrenti saranno visti un po’ come dei disgraziati, diciamo come un leghista vedrebbe un Rom.

Credi che una trasmissione gayfriendly come Pechino Express sia utile per scardinare l’immaginario collettivo e abbattere il pregiudizio omotransfobico?

Pechino Express ha sempre avuto concorrenti sia gay sia trans, senza neppure dichiararlo. Noi abbiamo sempre dato per scontato che sia normale che ci fossero concorrenti Lgbt. Io credo che ci si debba aprire verso il mondo e che il vero problema oggi in Italia non sia tanto la discriminazione verso le persone Lgbt quanto la diffidenza verso tutto ciò che non si conosce. Per esempio, la diffidenza verso i migranti e i musulmani. E una trasmissione come la nostra, che mostra altre culture e altri stili di vita, apre al mondo e abbatte pregiudizi.

Avevi intuito, durante le riprese della trasmissione, che Guglielmo Scilla era gay? Come consideri il suo coming out?

Io avevo capito che Gugielmo era gay ma lui è una persona molto riservata. Credo perciò che il suo coming out sia stato importante soprattutto per lui. Guglielmo non parlava mai della sua vita personale e dei suoi amori. Questa cosa mi ha subito messo sull’avviso. Mi ha fatto subito pensare che fosse gay. E quando ha fatto il suo coming out mi sono complimentato con lui e l’ho sostenuto anche coi giornalisti.

Quale atteggiamento è vincente, a tuo parere, contro la violenza e il pregiudizio?

Alla violenza e al pregiudizio si risponde con l’atteggiamento che ho adottato io quando ero ragazzino: cioè non rendersi mai vittima, impugnare il coltello dalla parte del manico, essere forti e farsi valere. Questo è un atteggiamento che – a mio parere – funziona in molte circostanze, anche sul lavoro. Non bisogna farsi mettere i piedi in testa da nessuno.

Infine, Costantino della Gherardesca è mai stato vittima di bullismo?

Quando ero molto giovane sono stato oggetto di bullismo, perché andavo in un collegio fascista e sono stato vittima di varie angherie. Una volta, per esempio, mi hanno fatto correre a piedi nudi sulla neve. Ma quello che non ti uccide, ti fortifica e grazie a quest’esperienza mi sono “corazzato”,  ho fatto coming out molto presto e mi sono fatto valere. Poiché erano molto aggressivi con me, io ho maturato una risposta altrettanto forte e determinata.

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Un vero e proprio plebiscito consultivo quello che è stato avviato in Australia, martedì 12 settembre, sulla legalizzazione o meno del matrimonio tra persone dello stesso sesso. I risultati, previsti per novembre e calcolati sulla base delle preferenze pervenute via posta, non saranno vincolanti. Ma l’eventuale vittoria del sì porterebbe automaticamente al voto parlamentare secondo la promessa del primo ministro Malcolm Turnbull.

Cosa, questa, che il fronte avverso al same-sex marriage, a partire dalla chiesa cattolica e dalle comunità cristiane riformate, vuole assolutamente scongiurare. E lo sta facendo con condanne reiterate della legalizzazione delle nozze delle persone omosessuali in nome d’una presunta violazione della libertà di religione.

Non meraviglia perciò se il pastore Seven North della comunità presbiteriana di Ebenezer St. John a Ballarat – che, per capirsi, è la stessa città in cui è stato parroco il card. George Pell, accusato d’abusi su minori compiuti negli anni ’70 del secolo scorso – abbia cancellato il previsto rito di benedizione nuziale d’una coppia, dopo che la futura sposa aveva pubblicato sul proprio profilo Fb un post in favore dell’approvazione del same-sex marriage.

In una lettera indirizzata alla giovane e al suo futuro marito il pastore ha dichiarato: «Potete certamente comprendere che il vostro impegno in favore delle unioni tra persone dello stesso sesso è contrario agli insegnamenti di Gesù Cristo oltre che alla posizione biblica della Chiesa presbiteriana di Australia e alla mia. Questa divergenza di vedute assume delle conseguenze pratiche per quanto riguarda il vostro futuro matrimonio. Celebrandolo, sembrerebbe che io sostenga le vostre opinioni sul matrimonio tra persone dello stesso stesso o che non mi importi di questa questione».

Sui social si sono susseguiti post in favore della coppia e parole d’attacco nei riguardi di North. Ma nel merito della decisione si è espresso anche il premier Turnbull che, nel difendere la presa d’atto del pastore, ha ricordato come le singole chiese siano «libere di sposare chi vogliono» e abbiano il «il diritto di sposare o non sposare chi vogliono. Fa parte della libertà religiosa. La mia stessa chiesa, la chiesa cattolica, si rifiuta di unire quelli che già sono stati sposati una volta».

Parole convinte, ma anche volte a smorzare i toni, quelle di Turnbull, promotore del sondaggio per la legalizzazione e personalmente favorevole al riconoscimento delle nozze tra persone dello stesso sesso.

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Attore, conduttore radiofonico per Radio Deejay e noto youtuber con lo psuedonimo Willwoosh, Guglielmo Scilla fa coming out a poche ore dall’inizio della sesta edizione di Pechino Express, che lo vedrà come concorrente in coppia con Alice Verri.

E lo fa con ironia e stile nel video COMING OUT (clickbait), durante il quale enumera le dieci cose che ama e quelle che odia: «Le cose che mi piacciono sono le ciliegie, il sushi, i libri, il rumore della pioggia, il cazzo, Londra, le stelle, i murales e gli indovinelli. Le cose che non mi piacciono invece sono il caldo, le scale, la febbre, i formaggi stagionati, la figa, Charizard, lo spam, il calcio, le ingiustizie e i marsupi».

Il coming out di Guglielmo è stato accolto con entusiasmo da Costantino della Gherardesca, conduttore di Pechino Express, che su Facebook ha scritto: «Bravissimo Guglielmo. Complimenti per il tuo coming out in gran stile!!! Oltre ad essere un ragazzo intelligentissimo sei anche coraggioso e simpatico. Ti preannuncio che, contrariamente a me, troverai un uomo bellissimo e ricchissimo. E non ti accontentare di qualcosa di meno».

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Richard Grenell, portavoce degli Stati Uniti all’Onu dal 2001 al 2008, sarà il prossimo ambasciatore straordinario e plenipotenziario degli Usa in Germania. Ad annunciarne ufficialmente l’intenzione da parte del presidente statunitense, sabato 2 settembre, l’ufficio della portavoce della Casa Bianca Sarah Elizabeth Huckabee Sanders. Se confermato, Grenell sarà il primo funzionario apertamente gay dell’amministrazione Trump.

Repubblicano e pentecostale, il 51enne californiano, commentatore di esteri sui maggiori giornali americani, fece il suo coming out nel 1999 in una lettera che, indirizzata ai genitori, si apriva così: «Vi scrivo per dirvi che sono gay e cristiano».

Firmatario quale amicus curiae della lettera alla Suprema Corte a sostegno del matrimonio egualitario durante il caso Hollingsworth v. Perry (2013), Grenell vive da 15 anni col suo compagno Matt Lashey, anche lui fervente pentecostale delle Assemblies of God. Insieme partecipano al culto domenicale. Insieme pregano e leggono la Bibbia quotidianamente.

Motivi, questi, che hanno però alienato a Grenell le simpatie di non pochi cristiani ultraconservatori. Fu indubbiamente per la loro pressione se, nel 2012, Mitt Romney – allora candidato repubblicano alla Casa Bianca – decise di sbarazzarsi rapidamente di Richard quale prorio portavoce durante la campagna presidenziale. Tanto più che Grenell lanciava tweet e scriveva commenti a dir poco aggressivi.

Ora sarà da vedere se Trump si manterrà fermo nel suo proposito visto che il fidato sostenitore californiano doveva essere già nominato quale ambasciatore all'Onu. Ma poi gli è stata preferita l'ex senatrice texana Kay Bailey Hutchison.

 

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Da qualche mese Franco Buffoni, poeta, narratore e saggista tradotto in varie lingue e vincitore di diversi prestigiosi riconoscimenti letterari - tra cui il Premio Viareggio per l’opera poetica Jucci (2014) - ha pubblicato per l’editore Manni Personae, suo esordio nella scrittura per il teatro.

Personae, dramma in cinque atti e un prologo, è un’opera unica nel suo genere dacché, essendo scritto in versi, pur conservando una sua peculiare tensione drammatica e narrativa, può essere letto anche come l’ultimo libro di poesie di uno dei più importanti poeti dei nostri tempi.

La storia si svolge nello spazio lirico e immaginario di una casuale sospensione della morte: infatti i quattro personaggi, rimasti uccisi in un attentato terroristico che sembra evocare la recente esperienza del Bataclan, tornano inaspettatamente in vita grazie al lapsus di un cronista televisivo. I pochi secondi, che separano il lapsus dalla conseguente rettifica, diventano lo spazio, dilatato e irreale, in cui si incontrano e si confrontano quattro diversi modelli esistenziali. Quattro prototipi d’umanità, ciascuno con le proprie credenze, le proprie scelte, i propri modelli culturali e il proprio modo di vivere l’amore e il desiderio, la vita di coppia e la genitorialità.

Franco, con Personae ti sei cimentato per la prima volta nella scrittura per il teatro. Come hai vissuto quest’esperienza?

In realtà ho frequentato molto il teatro nella mia vita: ho tradotto molto teatro, ho seguito i corsi di Orazio Costa Giovangigli e ho perfino recitato quando vivevo in Inghilterra.

Questa di Personae però è la prima opera che scrivo per il teatro anche se in versi. La voglia di scrivere per il teatro è nata anche dal fatto che ero arrivato a uno stadio di saturazione con l’io lirico di Franco Buffoni. Certo, qualcuno potrebbe pensare che scrivendo per il teatro io abbia solo moltiplicato il mio io lirico, calandolo all’interno di ciascun personaggio. Il pericolo c’era ma credo di averlo eluso, dando vita a quattro personaggi molto diversi tra loro, che ritengo importanti perché riportano punti di vista estremamente differenti. Però si tratta anche di un libro di poesia ed è fruibile anche come tale.

Lo spazio in cui è ambientata la storia è molto particolare…

Sì, perché si tratta di uno spazio sospeso che traduce perfettamente il senso di disagio. I personaggi di Personae sono prigionieri di un luogo fisico e di loro stessi perché sono personaggi del nostro tempo.  E sono anche dei ritornanti. Perché sono intrappolati nello spazio, in realtà brevissimo, che intercorre tra il lapsus di un giornalista televisivo che ne annuncia la morte “non grave”, mentre racconta il tragico attentato in cui sono rimasti coinvolti, e la successiva e tempestiva rettifica. Ecco perché i personaggi di Personae sono dei già morti che si comportano per l’ultima volta da vivi.

Ci illustri i personaggi di “Personae”?

Dunque. C’è una coppia gay formata da Narzis, professore di filosofia alsaziano, e suo marito Endy, un tecnico informatico ed ex operaio. La coppia ha due figli avuti con gpa. I nomi sono emblematici, perché Narzis richiama il romanzo di Hesse Narciso e Boccadoro e Narciso/Narzis ha in sé il narcos cioè la capacità di fare propri gli altri, ricorrendo alla virtù dialettica. Endy, invece, evoca con il suo nome il mito di Endimione, fonte di miele, legato a Saffo e anche a Keats.

Poi c’è Inigo, prete lefebvriano, che vive in una confraternita dedicata a Venner, l’uomo che si suicidò a Parigi il 21 maggio 2013 per protestare contro il matrimonio gay. Ovviamente Inigo rimanda alla figura di Ignazio da Loyola, il religioso che fondò la Compagnia di Gesù. Infine c’è Veronika, biologa di origini ucraine, il cui nome rimanda al velo della Veronica, cioè alla vera icona del Cristo ma anche a Berenice, nome greco della forma latinizzata Veronica, che vuol dire “portatrice di vittoria”.  

La coppia gay, formata da Narzis ed Endy, è certamente il nucleo positivo della vicenda ed è comunque attraversata da un interessante contraddittorio. Il prete lefebvriano è un personaggio che vive in un clima di condanna costante, un tipo di ambiente che ho conosciuto bene. Veronika è un personaggio ferito nell’amore e nell’orgoglio che rivede in Endy i tratti e le caratteristiche del suo “sposo mancato”.

Nel complesso direi che è anche un libro sulla morte perché la morte ha uno spazio importante all’interno del testo.

Come mai hai scelto come protagonisti una coppia gay che ha avuto dei figli con la gpa?

Perché la gpa è un nervo scoperto all’interno della comunità Lgbti e non solo. È un tema altamente divisivo che è piombato addosso alla comunità Lgbti quando si è discusso della stepchild adoption. Narzis ed Endy hanno fatto ricorso alla gpa in Canada e il Canada non è certo un Paese incivile. Credo che la gpa sia una pratica che andrebbe gestita con intelligenza, anche perché si tratta di una pratica transitoria. Sono infatti certo che presto si arriverà alla gestazione extrauterina per le donne che non vogliono partorire con dolore. Inoltre trovo detestabile che la gpa sia definita “utero in affitto” perché non ho mai sentito nessuno chiamare le balie, che pure hanno cresciuto e allevato tanti fanciulli,  “mammelle in affitto”.

Il fronte contrario alla gpa è spesso costituito da donne che hanno delle posizioni antimaschili e non mi piace il dogma dell’odio verso il maschio che hanno le femministe più estreme.

Il personaggio di Veronika sembra molto affascinato da Endy, che è gay...

Sì, perché Veronika, quando era in Ucraina, ha vissuto l’umiliazione della scoperta dell’omosessualità di Kosta, il suo amato. Infatti lei definisce gli omosessuali “uomini monchi” perché nutre astio verso chi l’ha fatta soffrire. Kosta, probabilmente, stava con Veronika per darsi una copertura in un Paese, l’Ucraina, certamente poco gay friendly. Veronika da un lato comprende Kosta, dall’altro non riesce a perdonarlo perché non ha superato il dolore. E guarda Endy con la medesima ambivalenza, perché Endy le evoca l’amore per Kosta.

Veronika sa che una donna può godere con un omosessuale che sappia compiacerla, perché un omosessuale può essere caldo e sensuale a letto e affettuoso compagno nella vita, mentre un eterosessuale probabilmente la userebbe solo come oggetto di sesso e voluttà.

Ti piacerebbe vedere il tuo testo anche in scena?

Certamente, mi piacerebbe moltissimo! Il libro sta circolando ma i problemi della messinscena sono sempre di tipo economico per la produzione. Comunque, se fossi il regista, nel metterlo in scena toglierei le parti più poetiche e lascerei quelle più spiccatamente “teatrali”.

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Mirco Nese è un giovane cantautore salernitano ed è stato un protagonista inatteso del Napoli Pride 2017Infatti Mirco ha scritto e cantato per quell'occasione Fateli amare, un brano arrangiato dai compositori Dual Sound (Gianluca, Angelantonio, Alma) che ricorda la condizione delle persone omosessuali in CeceniaIl brano di Mirco ha riscosso un grande successo ed è disponibile in tutti gli store online già dal mese di luglio. Da pochi giorni, è possibile vedere anche il video.

Incontriamo Mirco Nese per sapere qualcosa in più sul suo brano.

Mirco, qual è stata la tua prima reazione quando hai appreso della persecuzione delle persone omosessuali in Cecenia?

Mentre leggevo quelle notizie, ricordo che mi ripetevo in continuazione: Non è possibile.

Pensi che canzoni come la tua possano aiutare a sensibilizzare anche i più giovani, e non solo quelli Lgbti, sul problema dell’omofobia?

Questa canzone riguarda il carcere di prigionia per gay situato ad Argun in Cecenia, ma è rivolto a tutte e tutti: i diritti umani sono diritti umani ancor prima che diritti dei gay, ogni essere vivente è sacro e non dovrebbe essere leso. Poi questa canzone più che sensibilizzare, vuole spingere chi crede nell'umanità ad imporsi perché la verità è che bisogna imporsi, prima che come gay, come esseri umani che esigono uguaglianza e parità di diritti per tutte e tutti.

Che reazioni stai raccogliendo da chi ascolta il tuo brano o vede il video di Fateli Amare?

La verità è che molti ragazzi, soprattutto quelli gay, mi hanno sconsigliato di scegliere un argomento del genere perché  sarei stato “ghettizzato” o visto come un opportunista. Io, invece, ho fatto quello che mi sentivo di fare e devo dire che in molti mi fanno complimenti per il testo e per la vocalità, alcuni anche per l'aspetto ma questo poco mi importa. La cosa che mi ha colpito però è che I complimenti me li fanno in privato e non pubblicamente, come se si vergognassero.

Comunque questa canzone l'ho sentita e l'ho scritta come dedica a chi purtroppo vive il terrore delle persecuzioni e vive sulla propria pelle l'ignoranza di chi discrimina e condanna. Con Fateli Amare mi interessa urlare il mio sdegno perché di fronte a queste tragedie mi viene da pensare che non siamo tanto lontani dall'epoca di Hitler. Infine, ho notato che quando si parla di diritti gay in Italia è come quando si  parla di politica: a chiacchiere tutti vogliono che le cose cambino, ma nei fatti pochi agiscono sul serio.

Hai partecipato al Pride di Napoli: cosa ti piace del Pride e perché, secondo te, è importante parteciparvi?

Del Pride mi piacciono molte cose. La partecipazione è certamente importantissima e io vorrei che tutti scendessero in strada durante il Pride, anche gli eterosessuali.. Poliziotti in divisa, politici, calciatori, preti e non tanto per dimostrare che esistono anche poliziotti gay, politici gay, calciatori gay e preti gay - questa cosa già la sappiamo - ma per dimostrare in mondo più consapevole e più libero l’importanza di rivendicare diritti, perché non rivendicare i diritti delle persone Lgbti, anche se sei eterosessuale, significa non riconoscere i diritti di un cugino, di un amico, di un figlio o di un nipote futuro. Significa non riconoscere i diritti di un altro essere umano.

Ti è mai capitato di essere presente (o di essere vittima) di un gesto o un'offesa omofobica?

No, non mi è mai accaduto di assistere a un gesto di omofobia. Però avendo lavorato nei bar  ho sentito spesso giudizi sgradevoli su ragazzi più effeminati o gay da parte di ragazzi che si sentivano più fieri e più “maschi” e poi mi accorgevo che erano incapaci di reggere una discussione con la loro compagna. Mentre mi è altresì successo di parlare con ragazzi  eterosessuali molto gay-friendly, che appoggiavano la rivendicazione di diritti da parte delle persone Lgbti, e la loro umanità e la loro intelligenza mi è sempre sembrata molto più “forte”, più “maschia”.

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Ogni anno, dal 2008 a oggi, vengono realizzati circa 700 film a tematica Lgbti in Europa e Sud America. Pellicole che, fortunatamente, non hanno soltanto finali tragici e devastanti, come accade nella maggior parte di quelli realizzati e distribuiti nel nostro Paese. Ma per riuscire a vederli è spesso necessario frequentare rassegne di film tematici, interessanti e underground, come quella ospitata dal centro sociale Acrobax di Roma.

Ed è proprio la rassegna di cinema gay dell'Acrobax ad aver programmato una deliziosa commedia leggera, Famille verpflichtet (in italiano potrebbe essere trdotto in Obblighi di famiglia) che ha partecipato, tra l'altro al Festival Lgbt di Rochester. Questo film, diretto da Hanno Olderdissen nel 2015, è una commedia sui conflitti culturali, familiari, generazionali, religiosi e culturali, in una prospettiva divertente e allo stesso tempo profonda.

David e Khaled, i due protagonisti della storia, sono una coppia di omosessuali arabo-ebraica di Hannover che deve imparare a imporsi sulle aspettative dei genitori: vorrebbero sposarsi e vivere una vita libera e autodeterminata ma sono stretti nella morsa tradizionalista delle loro famiglie. Se c'è una dimensione socialmente universale, che coinvolge tutti allo stesso modo, è la famiglia – in tutte le sue declinazioni – e i valori a essa associati, come il riconoscimento, il rispetto, la tolleranza e l'amore.

“Nessuno è perfetto” ci verrebbe da dire con il grande Billy Wilder osservando il comportamento delle famiglie dei due protagonisti: da un lato quella di Khaled con un padre profondamente omofobo, che non sa nulla dell'omosessualità del figlio ma non è affatto antisemita e ricorda, quasi con nostalgia, il tempo in cui musulmani ed ebrei vivevano in pace nella stessa terra. Dall'altro la famiglia di David con una madre molto presente e ossessiva che non è affatto omofoba ma è piena di pregiudizi nei confronti dei musulmaniSvolta narrativa della storia è una nottata di bagordi in cui David, sotto i fumi dell'alcol e delle droghe, ha un rapporto sessuale con una donna molto giovane e concepisce un bambino. Bambino che diventerà il figlio di Khaled e David.

Si tratta, insomma, di un gradevole racconto di tentativi, più o meno riusciti, di integrazione tra gay ed etero, musulmani ed ebrei, sciiti e sunniti. Se è vero che il film risente talora di una certa mancanza di messa a fuoco per le numerose scene che si intrecciano nella sceneggiatura, l’accennata mancanza di realismo è però abbondantemente compensata da uno script semplice ed efficace. Script che regala momenti di divertimento assoluto anche laddove si potrebbe sfiorare il dramma, grazie alla direzione equilibrata degli attori, tutti assolutamente credibili e in parte.

La battuta sovrana del film la dice la sorella di Khaled a proposito del modo in cui questi dovrà fare coming out con il padre: «La buona notizia: diventerò papà. La cattiva: io sono la mamma».  

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Francesco Mangiacapra non necessita di presentazioni. Il giovane napoletano di buona famiglia, che si è lasciato alle spalle toga e tribunali per intraprendere la libera professione di escort, si è raccontato in una sorta di memoriale autobiografico che, scritto in collaborazione col regista Mario Gelardi e intitolato Il numero uno. Confessioni di un marchettaro, è divenuto un caso nazionale.

Avendo conosciuto Vincenzo Ruggiero e il suo assassino, Gaynews ha deciso di raccogliere in merito il suo parere.

Francesco, tu hai conosciuto Ciro Guarente. Quando lo incontrasti la prima volta che impressione ne avesti?

Ero venuto in contatto con Guarente già molti anni fa ma volutamente - e fortunatamente – lo avevo sempre tenuto a distanza: aveva dei modi di fare volgari e violenti. Ad esempio, parcheggiava sempre la sua decappottabile in divieto di sosta e si vantava ripetutamente di aver avuto in passato una relazione con la figlia di un camorrista. Quando ho appreso che l'assassino fosse lui, non me ne sono affatto meravigliato. Una tragedia che già aveva avuto qualche avvisaglia quando, tempo addietro, lo stesso Ciro aveva schiaffeggiato Vincenzo pubblicamente. 

Evitarlo mi divenne più difficile quando, circa tre anni fa, iniziai a notare delle sue inserzioni dove si proponeva come escort sugli stessi siti dove anche io da tempo già mi proponevo. Me ne sorpresi – non certamente per la sua scelta di vendersi –, piuttosto per il fatto che lui stesso, pochi anni prima, aveva discriminato e criticato il fatto che io, pur laureato in giurisprudenza, preferissi prostituirmi. Fu curioso notare come proprio lui che per questo mi aveva vilipeso, avesse iniziato a prostituirsi in coppia con un ragazzo che aveva da poco iniziato il suo percorso di transizione e che io avevo conosciuto prima di ciò. Una persona dolce: quella che oggi conosciamo come la bellissima Heven Grimaldi. Negli annunci lui si faceva chiamare Lino, lei Eva Petrova. Nel corso degli anni notai anche delle inserzioni separate dei due: non saprei dire se Ciro abbia indotto o favoreggiato la sua compagna a prostituirsi prima che rinascesse come Heven. Certamente gli oltre dieci anni di differenza avranno avuto un peso nell'impostazione del rapporto e nella fiducia reciproca. 

Come valuti il fatto che proprio chi ti aveva criticato avesse poi deciso di fare l'escort?

Si tratta di quell'ipocrisia legata al moralismo  di chi, essendo mentalmente poco strutturato, stigmatizza la prostituzione soltanto per assecondare quello stesso sentire comune di cui poi ogni minoranza diventa vittima. E i titoli dei giornali in questi giorni ci fanno riflettere proprio su quanto possano essere pregiudizievoli talune etichette. Parlo di ipocrisia perché, come ho affermato anche nel mio libro, molte sono le persone che, segretamente perseguono e ambiscono ciò che pubblicamente tanto vilipendono. Ciro resta per me un esempio emblematico.

Quando anche lui iniziò a prostituirsi, mi cercò con l'intento di reclutarmi perché un suo cliente avrebbe voluto organizzare un'orgia con più ragazzi a pagamento. Ma mi rifiutai, non volendo avere nulla a che fare con lui e con le persone che orbitavano intorno al suo mondo. Per mia fortuna abbiamo sempre avuto un target di clientela totalmente diversa: le persone che cercavano la mia compagnia non avrebbero avuto interesse in una persona di quel livello. Anzi mi ha meravigliato leggere commenti sui social di suoi ex-amici che hanno la leggerezza di affermare che lo avevano conosciuto come "persona di sani principi": addirittura qualcuno ha trovato il coraggio di giustificare il suo gesto come preterintenzionale.

Sui social si sta puntando molto sul fatto che Guarente facesse l'escort. Ciò ha suscitato una reazione perbenistica nel giudicare il fenomeno della prostituzione. Qual è il tuo parere?

Il fatto che lui si prostituisse, è ovviamente ininfluente ai fini della ricostruzione del suo identikit di omicida. Nonostante ciò anche molte persone della comunità Lgbti hanno voluto vedere nella sua scelta di vendere il corpo un comprova di degenerazione: questo è fuorviante perché così non solo si rischia di accomunare a un delinquente chi invece fa del proprio corpo e della propria vita una scelta libera e autodeterminata, ma soprattutto è deleterio perché distrugge anni di battaglie fatte anche dalla stessa comunità Lgbti a sostegno di quella emancipazione sessuale che è alla base di qualunque libertà.

Diverso, e più giusto, invece, fare emergere il fatto che Guarente si prostituisse come tassello utile alla ricostruzione del suo movente, soprattutto per chi non ha conosciuto questa persona: se la circostanza di prostituirsi è irrilevante ai fini della dignità personale e dello spessore morale e umano,può tuttavia risultare un cogente fattore di valutazione delle circostanze e della ricostruzione dei fatti quando si parla di un delitto avvenuto per gelosia. Un’occasione, dunque, per poterci interrogare su quanto e come una persona con una vita sessuale promiscua possa vivere la gelosia in coppia, a maggior ragione se uno o entrambi i partner si prostituiscono. E un modo per riflettere su come la gelosia in alcuni casi, più che temperamentale, sia un alibi per conservare quell'atteggiamento da bullo che porta alcune persone a rovinare sé stesse e chi le circonda in un vortice dove amore e morbosità si confondono: ricordo un suo video emblematico girato a Capodanno in cui accoglieva il nuovo anno sparando dei colpi di pistola. Questo mi sembra molto più significativo del fatto che si prostituisse.

Credi anche tu che Ciro abbia avuto dei complici come anche i quotidiani importanti stanno evidenziando? 

La mia idea è che ci sia molto di più dell'impeto passionale di un amante geloso del migliore amico della propria compagna. Quello che immagino è piuttosto la frustrazione e l'ossessività di un uomo che si stava rendendo conto come la crisalide che aveva conosciuto – grazie all'incontro con una persona come Vincenzo e a una ritrovata consapevolezza delle proprie sembianze fisiche – stesse scoprendo forti stimoli aspirativi ad accompagnarsi a qualcuno di più civile e stava per volare via in libertà come una farfalla. Ma non mi convince che sia così semplice commettere da solo tante efferatezze con modalità così simili a quelle della criminalità organizzata. Di certo, scavare nel passato d’una persona capace di arrivare a compiere gesta così disumane è difficile anche per gli inquirenti.

E a ciò non contribuisce l'omertà di chi sa e non parla, di chi anche con poco, potrebbe fornire un tassello utile alla ricostruzione di questo puzzle dell’orrore che ha reso vittima non soltanto un giovane ragazzo che non ha potuto reagire, ma un'intera comunità che oggi giustamente reagisce al suo posto. Quell'omertà complice del conformismo di chi non vuole mai esporsi, che io da sempre combatto mettendoci la faccia e prendendomi la responsabilità delle mie dichiarazioni, come faccio anche in questa sede. 

La rabbia per una vita spezzata mi tiene attonito da giorni. Ora desidero solo verità e giustizia per Vincenzo.

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In seguito all'omicidio di Vincenzo Ruggiero, il 25enne di Parete assassinato brutalmente da Ciro Guarente, si sta vivacemente discutendo sul modo in cui i giornalisti, anche di testate nazionali, hanno raccontato il fatto di sangue, presentandolo con titoli quali “gay ucciso” o “delitto gay”, come se esistesse una tipologia specifica di "crimine gay" e, dunque, alimentando un clima di stigma intorno alle persone Lgbti.

In merito a tale querelle Franco Grillini, direttore di Gaynews, e l'intera redazione hanno scritto una lettera aperta ad Alessandro Barbano, direttore de Il Mattino, testata che nei giorni scorsi ha fatto ampio uso di titoli simili a quelli indicati. La risposta di Barbano, pur riconoscendo la validità delle osservazioni avanzate, restituisce al mittente l’accusa di alimentare inutili stereotipi, sostenendo che i titoli “morbosi” sono la ricaduta dell’eccessiva visibilità delle persone Lgbti che, nel rivendicare dignità e diritti, manifesterebbero in maniera “trasgressiva”.

Abbiamo perciò deciso di chiedere a Paolo Colombo de La7, primo giornalista sportivo a fare coming out nel 2008 un parere personale sull’intera vicenda.

Paolo, cosa ne pensi di certi titoli a effetto con i quali alcune testate nazionali, come Il Mattino, hanno raccontato in questi giorni l'omicidio di Vincenzo Ruggiero?

Certi titoli, come quelli apparsi per l'omicidio del povero Vincenzo, sono roba da anni ‘50. Se fossi il direttore di un giornale li vieterei nella maniera più assoluta. Forse ai lettori piacciono certe pruderie. Però la colpa principale è di chi fa quei titoli vergognosi e ignobili, non dei lettori. C'è una parte di stampa più "omofoba" - mi si consenta questo aggettivo - che penso goda a preparare certi titoli e certi articoli. Si tratta spesso di quotidiani di nicchia, più schierati, la cui carta non userei neppure come fondo per la gabbia dei canarini.

A tal proposito, oggi sulla prima pagina de Il Mattino è stata pubblicata la nostra lettera aperta al direttore Barbano, in cui Franco Grillini e l'intera redazione mettono in risalto la scorrettezza di alcuni titoli. La risposta di Barbano lascia non poco perplessi. Prende atto delle posizioni di Grillini ma sostiene che gli stereotipi sui gay siano alimentati dalla stessa comunità Lgbti. Barbano afferma che, a suo parere, per avere meno titoli che parlino di "delitti gay" bisognerebbe avere meno "fortini gay", cioè meno Gay Pride e meno "esuberanze". Cosa ne pensi?

I titoli scandalistici li fa chi lavora al giornale, non certo la comunità Lgbti. Trovo raccapricciante come alcuni giornalisti trattino l'argomento Lgbti, a partire dall'omicidio di  Vincenzo sino ad arrivare ai reportage sui Pride. Fa "vendere" di più una foto che suscita attenzioni morbose o una che mostra la quotidianità delle persone Lgbti? Perché in alcuni tg mostrano sempre il lato più hot del Pride anziché le migliaia di persone che sfilano in jeans e tshirt? Bisognerebbe proprio chiederlo a quei giornalisti. Di contro, se provate a chiedere ai giornalisti la differenza tra coming out e outing, il 90% non saprà rispondervi. Mi è capitato spesso di correggere colleghi e spiegare loro la differenza tra le due parole.

Sempre il direttore de Il Mattino nella sua risposta invita la comunità Lgbti a reintrodurre "nella dimensione e nella vita quotidiana valori come l'intimità e il pudore". Cosa ne pensi?

Sono inorridito nel leggere frasi del genere.. Ma dove siamo finiti nel Medioevo, ai tempi della Santa Inquisizione? O nella solita e povera Italietta del "Si fa ma non si dice"? Trovo che certe persone non si rendano minimamente conto che siamo nel terzo millennio, più precisamente nel 2017. Una persona non deve essere giudicata da chi ama, sia esso uomo o donna, va giudicata per quello che fa nella vita di tutti i giorni, sul lavoro ad esempio. Se uno è un bravo giornalista ed è gay, dove sta il problema ? Se un calciatore è gay, devo giudicarlo solo ed esclusivamente per il suo rendimento in campo. Non di certo per chi ama. Attenzione, come vedi uso sempre il verbo amare e non uso mai l’espressione "con chi va a letto". I gay sono capaci di amare, come qualsiasi altro essere umano. Usiamo la parola amore quando parliamo di relazioni. Perchè bisogna sempre cercare il lato torbido nei rapporti gay?

Vorrei inoltre chiedere al direttore Barbano se si  è mai chiesto se ha qualche giornalista e/o collaboratore gay. Pensa che a scrivere certe affermazioni magari si può ferire uno dei suoi colleghi? Sono sempre più convinto che ci vogliano non uno ma cento coming out di personaggi famosi in Italia, per fare capire a tutti che si può essere grandissimi calciatori, grandissimi attori, cantanti, presentatori, atleti, campioni e amare una persona dello stesso sesso! Ciò aiuterebbe moltissimo gli adolescenti non accettati dalle proprie famiglie. Infine, una provocazione: cosa farebbe il direttore de Il Mattino se un calciatore del Napoli facesse coming out? Sono curiosissimo di sapere quale titolo si inventerebbe in tale occasione!

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La triste vicenda del barbaro assassinio di Vincenzo Ruggiero non è ascesa agli onori delle cronache solo per la particolare efferatezza del crimine e delle modalità utilizzate per l’occultamento del cadavere.

A margine, è nato un dibattito – interessante, seppure ammantato dalla tristezza e dallo sgomento per la vita spezzata del giovane attivista di Parete (Ce) – sul linguaggio utilizzato da parte delle principali testate giornalistiche nazionali per raccontare il delitto. “Delitto gay”, “gay ucciso”, “omicidio a sfondo omosessuale” ed altre simili espressioni sono state adottate, per lo più nei titoli degli articoli, suscitando indignazione e critiche. Tra ieri e oggi, alla bella lettera di Franco Grillini e della redazione di Gaynews.it al direttore de Il Mattino (quotidiano che, forse più degli altri, si è caratterizzato per un uso davvero poco sorvegliato del linguaggio) ha fatto seguito una articolata e assai discutibile risposta del direttore della testata napoletana.

Proprio da qui bisogna partire: il direttore, infatti, dopo aver ammesso una certa superficialità e leggerezza nell’uso dei termini da parte della testata (che già da oggi corregge il tiro, parlando di “delitto di Aversa”), abbozza una riflessione su quelle che a suo dire sarebbero le radici più profonde del corto-circuito linguistico. Queste, però, non andrebbero ricercate – come pure ci si sarebbe legittimamente aspettati – nella resistenza di pregiudizi diffusi e profondamente radicati, che collegano in modo irriflesso e acritico “ambienti omosessuali” e morbosa attenzione alla ricerca di scandalo. Piuttosto, la tendenza giornalistica a sottolineare (si badi, sottolineare, non semplicemente raccontare o menzionare) l’orientamento sessuale di vittima e assassino, senza che ciò sia immediatamente necessario a fini di cronaca sarebbe determinata…da una presunta eccessiva e chiassosa visibilità della comunità Lgbti, ad esempio in occasione dei Pride o ravvisabile, più in generale, nella tendenza a caratterizzare la propria presenza civile, sociale e culturale, attraverso quegli stessi termini usati (in modo distorto) dai giornali.

Insomma, quel che si rimprovera alla comunità Lgbti può essere così riassunto: non è coerente impostare le proprie lotte e rivendicazioni sulla visibilità e lamentare poi l’uso dei termini che quella visibilità identificano da parte dei giornali. L’argomento prova troppo, anche se coglie un aspetto interessante della questione, e cioè il sottile equilibrio tra visibilità, riconoscimento e rispetto.

Ecco, non si può ragionare sulla visibilità – le sue radici, le sue conseguenze – senza considerare gli altri due termini del rapporto. Ed è proprio qui che il pensiero del direttore de Il Mattino si fa carente. La visibilità delle persone e della comunità Lgbti non è infatti un capriccio, né un tratto “caratteriale” o un “vizio” culturale: essa si pone piuttosto al crocevia tra ciò che è privato e ciò che è pubblico, saldando assieme le due dimensioni. I corpi – offerti nei Pride agli occhi, agli obiettivi, ai titoli dei giornali, alle critiche – non sono solo corpi, ma davvero campi di una battaglia più grande. Allo stesso modo, le scelte intime – l’affettività, la vita di coppia, mettere al mondo figli – per l’omosessuale escono immediatamente dalla sfera privata e diventano terreno di rivendicazione politica, anche quando si vede rifiutare una prenotazione da una struttura turistica, o porta i figli a scuola.

Ma ciò non avviene per un capriccio o per esibizionismo: ciò avviene perché l’omosessuale, storicamente, non ha avuto e non ha altro strumento per rendere evidente la pari dignità sociale della propria differenza, conculcata da secoli di oppressione, culturale e non solo. L’alternativa non è allora tra restare visibili o tornare a nascondersi, per non turbare la quiete sociale e – non si sa bene come – accelerare una uguaglianza ancora ben lontana, in fatto e in diritto. L’alternativa è – e non può essere altrimenti – tra una visibilità censurata e respinta, secondo i canoni di un pregiudizio che, come ancora oggi leggiamo, può annidarsi più o meno inconsapevolmente anche tra le righe scritte dal direttore di uno dei maggiori quotidiani italiani; e una visibilità riconosciuta e rispettata nelle sue ragioni politiche e culturali più profonde, come segno di un itinerario storico di liberazione e presenza civile che viene da molto, molto lontano e affonda le proprie radici – e ancora si nutre – nel terreno dell’autodeterminazione personale e della richiesta di riconoscimento e rispetto, per quel che si è.

Solo se si è coscienti di questa alternativa si può comprendere quanto sia importante il modo in cui si nomina una realtà, e per ciò stesso la si rende presente alla collettività. Le parole seguiranno.

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