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Riccardo Ceretti vive in Galizia. Tre anni fa si è unito in matrimonio col compagno Oscar Abades López. Per sapere qualcosa in più sull’attuale diritto di famiglia vigente in Spagna e sulla specifica situazione delle coppie di persone dello stesso sesso, lo abbiamo incontrato nella sua casa di Santiago de Compostela.

Riccardo, com’è la vita di un italiano sposato e che vive qui in Spagna?

Assolutamente normale. Anche se, a volte, l'aspetto "europeo" invece di semplificare le cose le complica. Ad esempio, per sposarmi ho dovuto far tradurre legalmente, e con costi a volte alti, alcuni documenti che ho presentato al Comune di Formentera dove mi sono unito in matrimonio tre anni fa, nel 2014.

Il mio caso, di italiano all'estero, è un po' particolare perché fino allo scorso anno passavo sei mesi a Santiago de Compostela e sei a Roma come guida turistica. Da quando ho deciso di fermarmi definitivamente in Spagna, ho dovuto necessariamente chiedere l'iscrizione all'Aire (Residenti italiani all'estero) soprattutto per facilitare il rinnovo di alcuni documenti. Anche perché si è obbligati a farlo.

Secondo la legislazione spagnola quali sono i tuoi diritti e quali tuoi doveri da coniugato?

Gli stessi diritti e doveri di due coniugi in Italia. O meglio, i diritti e i doveri richiesti dagli articoli 66, 67 e 68 del Codice civile spagnolo, che sono gli stessi di quelli richiesti dal Codice civile italiano in fase di celebrazione del matrimonio, soprattutto quelli espressi nell'articolo 143: «Dal matrimonio deriva l'obbligo reciproco alla fedeltà, all'assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell'interesse della famiglia e alla coabitazione».

Rispetto all'obbligo della fedeltà, che nelle unioni civili italiane non viene considerato perché non previsto, la legislazione della Galizia - la regione spagnola dove vivo -, prevede l'applicazione delle leggi civili matrimoniali. Quindi in caso di sola unione civile i diritti e doveri sono gli stessi da quelli richiesti dal matrimonio. Differente è il caso di comunione o separazione dei beni. In Spagna ogni ayuntamento o provincia ha le sue regole. Normalmente vige la separazione dei beni che viene riconosciuta automaticamente durante la celebrazione. Ma nel mio caso, essendomi sposato alla Baleari, dove vige l'iscrizione automatica della comunione dei beni, una volta celebrato il matrimonio, abbiamo dovuto modificare di fronte a un notaio il certificato matrimoniale in separazione dei beni.

Parliamo di omogenitorialità, tema quanto mai discusso in Italia. Come coniugato con persona di differente nazionalità, quali sono gli eventuali problemi nell'avere figli e quali sono invece le facilitazioni?

Non esistono problemi come non esistono per soggetti monogenitoriali, cioè single. L'unica via legale prevista è l'adozione sia per coppie di persone dello stesso sesso sia per uomini single. Diversa, invece, la situazione in caso di donne single, le quali hanno la possibilità di ricorrere alla fecondazione assistita. Ma per gli uomini ciò non è possibile in quanto, come in Italia, la Spagna non prevede la gestazione surrogata.

In caso di adozione le coppie omosessuali sono molto vincolate soprattutto con riferimento a bambini viventi all’estero. Il problema sono i Paesi stranieri che non consentono l’adozione a coppie di persone dello stesso sesso. Ad oggi l'unico Paese a concedere ciò alla Spagna è il Brasile. Inoltre, mentre per le adozioni nazionali il procedimento è del tutto gratuito, quelle internazionali comportano invece costi molto elevati in quanto vincolate a una serie di obblighi effettivamente cari.

Hai mai pensato con Oscar di adottare?

Sì, siamo in processo di adozione. I tempi, come in Italia, sono lunghi ma non si tratta d’una cosa impossibile. E, soprattutto, ci vuole molta pazienza. Noi abbiamo presentato tutta la documentazione, per l'adozione nazionale, circa due anni e mezzo fa. A quanto pare, dovremo aspettare ancora un paio di anni: quindi cinque in totale.

L'iter prevede quattro step differenti e obbligatori. Il primo riguarda un incontro, assolutamente generico, durante il quale vengono spiegate le linee guida di tutto il procedimento ed è presentata la prima documentazione. 

Il secondo prevede tre incontri obbligatori dalla durata di sei ore ciascuno. Ognuno di essi è guidato da psicologi, psicoterapeuti, sociologi ed è strutturato in maniera differente l'uno dall'altro. Sono incontri emotivamente coinvolgenti, positivamente ma anche negativamente, dove il tema protagonista è il benessere del bambino/bambina adottato/adottata ricreando delle situazioni tipo.

Il terzo incontro prevede un colloquio psicoattitudinale con psicologa e assistente sociale. Tale colloquio è effettuato prima singolarmente poi in coppia. Infine viene valutata la situazione domestica, cioè il luogo dove il/la futuro/a bambino/bambina vivrà. Così letto, potrà sembrare qualcosa di complicato o impossibile. Ma tutto è fatto in modo da risultare naturale e tranquillo. 

Un’ultima cosa sui tempi di attesa. Noi abbiamo fatto richiesta di un bebè (0-1 anno). Questo è il motivo per cui dovranno passare cinque anni. L'attesa dipende anche dalla "disponibilità'" dei minori che, fortunatamente, negli ultimi due anni, è scesa drasticamente. Il che vuol dire che ci sono meno bambini abbandonati o minori che vivono in condizioni  gravi. Se la richiesta di adozione è rivolta a bambini un po' più grandi (3-5 anni) o addirittura adolescenti, i tempi di attesa si dimezzano.

In Italia ci sono ancora molta omofobia e transfobia. Sulla base della tua esperienza tali questioni come sono trattate in Spagna?

Io dico sempre che le situazioni paradisiache non esistono in nessun luogo. Una cosa è certa: bisogna educare. Anche qui in Spagna avvengono casi di omofobia e transfobia ma, fortunatamente, sempre meno. Io personalmente non ho mai avuto problemi né qui né tantomeno in Italia.

Come coppia avete mai pensato di trasferivi in Italia?

Assolutamente sì come in altri luoghi del mondo. Oscar, mio marito, lavora nel campo della moda e in Italia ci sarebbero molte opportunità (lui stesso ha già lavorato a Firenze per due anni). Ma al momento restiamo qui per motivi sia professionali sia sentimentali. E poi è difficile abbandonare lo stile di vita spagnolo. Problemi sì ma con il sorriso si trova sempre il tempo per andare a bere una cerveza

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La legge Cirinnà ha innegabilmente segnato un punto di svolta nell'ordinamento italiano, disciplinando chiaramente l'unione fra persone dello stesso, come tematica a sé stante, senza porre sullo stesso piano convenze more uxorio, convivenze di fatto fra persone non legate da vincoli sentimentali, come proposto, invece, da precedenti progetti di legge. Le unioni civili introducono nell'ordinamento un nuovo istituto che discplina l'unione fra persone dello stesso sesso, legate da un vicolo affettivo,  “quale  specifica  formazione  sociale  ai  sensi  degli articoli 2  e  3  della  Costituzione”, costituita  mediante dichiarazione di  fronte  all'ufficiale  di stato civile ed alla presenza di due testimoni.

Ciò non toglie che la legge presenti alcune “lacune”, in parte, colmate dai decreti attuativi (si pensi alla disciplina penalistica ove lo status di “unito civilmente” è equiparato a quello di “coniuge”, anche ai fini dell'applicazione di circostanze aggravanti del reato), in parte, invece, rimasta irrisolta.

Il legislatore, al fine di tentare una equiparazione, introduce una sorta di “clausola di salvaguardia” all'art. 1, comma 20: “Al solo fine di  assicurare  l'effettività della tutela dei diritti e il pieno adempimento degli obblighi derivanti  dall'unione civile tra persone dello stesso sesso, le  disposizioni che si riferiscono al matrimonio e  le  disposizioni  contenenti le  parole «coniuge», «coniugi» o termini equivalenti, ovunque  ricorrono  nelle leggi, negli atti aventi forza  di  legge,  nei  regolamenti  nonche' negli atti amministrativi e nei contratti  collettivi,  si  applicano anche ad ognuna delle parti  dell'unione  civile  tra  persone  dello stesso sesso. La disposizione di cui al  periodo  precedente  non  si applica alle norme del codice  civile  non  richiamate  espressamente nella presente legge, nonche' alle disposizioni di cui alla  legge  4 maggio 1983, n. 184. Resta fermo  quanto  previsto  e  consentito  in materia di adozione dalle norme vigenti".

Il legislatore, in sostanza, sulle adozioni non prende una posizione chiara. Da un lato, esclude espressamente il richiamo alla legge sull'adozione, dall'altro, però, con una clausola di apertura prevede che “resta fermo quanto previsto e consentito in materia di adozione dalle norme vigenti”. A mio avviso, non può negarsi che, con tale previsione, il legislatore abbia, nei fatti, abdicato alla propria funzione normativa (e di indirizzo politico) in favore della giurisprudenza, con ciò agevolando la prassi di una “giurisprudenza creativa”, che presta il fianco ad una innegabile disparità di trattamento.

In più di una pronuncia, infatti, la giurisprudenza di merito, pur nell'assenza di una disciplina legislativa, ha riconosciuto, di fatto, la possibilità di adottare il figlio biologico del proprio partner, all'interno d una coppia omosessuale, talvolta ricorrendo all'ipotesi di adozione in casi particolari ex art. 44 l.184/83, ovvero come riconoscimento di adozione pronunciata in un paese straniero ex art. 36, comma 4,  l. 184/83.

Nelle numerose sentenze i giudici hanno proposto unaserie di argomenti giuridici tali da consentire l'applicabilità in via analogica della normativa prevista per ipotesi “speciali” di adozione. Ciò nel superiore interesse del minore. Va evidenziato, infatti, che la giurisprudenza di merito si sia soffermata esclusivamente sul diritto del minore ad uno stato giuridico di figlio corrispondente ad una situazione di fatto creatasi all’interno di un nucleo familiare omogenitoriale fondato sugli affetti, sull’assistenza materiale e sulla cura del minore, non sussistendo, di contro, nel nostro ordinamento, il diritto della coppia omosessuale alla genitorialità. Tale operazione ermeneutica della giurisprudenza si rivela necessaria, laddove esistono già in Italia coppie omossessuali che hanno figli, la cui condizione giuridica è priva di regolamentazione.

Tuttavia, il fatto che sia demandata alla “sensibilità” di ciascun giudice la facoltà di riconoscere, o meno, al soggetto unito civilmente l'adozione del figlio biologico del partner evidenzia, indubbiamente la necessità di colmare tale lacuna normativa, non potendosi consentire tale disparità di trattamento sul territorio nazionale, tanto più ove, come in questi casi, sia in gioco l'interesse del minore. In particolare, val la pena di precisare che nell'ipotesi di minore convivente con due soggetti uniti civilmente, o comunque cosituenti una coppia omossessuale, (perchè figlio biologico di uno dei due) in caso di disgregazione del nucleo, questi non avrebbe diritto di essere ascoltato, non sussistendo, allo stato attuale, una riconoscimento giuridico del  figlio di una coppia omogenitoriale.

Non può non sottolinearsi come, anche tale circostanza, palesi una intollerabile disparità di trattamento tra figli coppie eterosessuali ed omosessuali, laddove i primi hanno diritto ad essere ascoltati in tutti i procedimenti che li riguardano, ai sensi dell'art. 336 bis c.c., mentre i secondi, il cui status giuridico non viene riconosciuto dall'ordinamento ( se non in forza di alcune isolate pronunce giurisdizionali) non hanno tale diritto.

Se è vero, infatti, che in caso di coppia omosessuale non vi è un diritto per il “genitore sociale” (partner del genitore biologico) alla genitorialità, che viene quindi, nella maggior parte dei casi, di fatto esercitata senza una “copertura” legislativa, è altrettanto vero che l'ordinamento non può non porsi il problema di come gestire tali situazioni in caso di disgregazione del nucleo familiare formato dalla coppia omogenitoriale.

In particolare, tale tematica investe in primis il diritto del minore "a vivere e crescere nella propria famiglia, mantenendo un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori", diritto che deve essere garantito anche ai figli di una coppia omogenitoriale e che viene esercitato concretamente anche tramite l'ascolto del minore stesso, ascolto imprescindibile ed obbligatorio ex lege al fine di tutelarne il superiore interesse.

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A un anno dall’approvazione definitiva della legge n. 76 del 2016, che regolamenta le unioni civili e le convivenze di fatto, è il momento dei primi bilanci e delle prime analisi. Nei giorni scorsi hanno fatto molto discutere i numeri delle celebrazioni delle unioni civili. La cifra stimata di 2800 coppie unite, che però non conteggia i procedimenti di «conversione» dei matrimoni tra persone dello stesso sesso contratti all’estero, è stata oggetto di una forte polemica con articoli di giornale e dichiarazioni di esponenti di spicco che denunciavano il «flop» del nuovo istituto.

Francamente trovo deprimente questo livello di dibattito su una tematica di tale importanza. 
Il valore di una legge che riconosce i diritti non può essere certamente misurato in base al suo utilizzo da parte dei destinatari, essendo la stessa espressione del grado di sviluppo e di evoluzione di un modello sociale, culturale e giuridico. Il diritto a essere liberi e non discriminati non può essere sottoposto a un giudizio quantitativo sulla base di quante persone lo esercitano effettivamente, come è ben comprensibile.

La legge sulle unioni civili riconosce il diritto, prima negato, alle persone dello stesso sesso di creare dei legami giuridici sostanzialmente equiparabili a quelli riconosciuti dall’istituto del matrimonio. Questa equiparazione è espressa all’art. 1, comma 20 dello stesso testo di legge, in cui si rinvia alle disposizioni tutte che si riferiscono al matrimonio e ai coniugi, siano esse contenute in leggi che in atti aventi forza di legge, regolamenti, atti amministrativi o contratti collettivi. L’unica eccezione è per tutte quelle non richiamate dalla stessa legge come quelle relative alla filiazione e, in particolare, l’adozione, salvo, per questo ultimo caso dichiarare “fermo quanto previsto e consentito in materia di adozione dalle norme vigenti”. Espressione questa, che per il carico di ambiguità contenuta demanda al potere giurisdizionale, come poi accaduto, la facoltà di interpretazione per i casi concreti.

Ed è proprio sulla filiazione all’interno delle coppie omosessuali che si sono consumate le più aspre battaglie nel corso del dibattito formativo della legge, la cui approvazione è stata possibile solo in seguito allo stralcio della cosiddetta stepchild adoption, ovvero la possibilità di adottare il figlio del proprio partner. È importante allora trovare una strada interpretativa che superi le posizioni prettamente ideologiche sul punto e trovi un fondamento giuridico alle istanze che sorgono dalla necessità, anche per le coppie di persone che hanno lo stesso sesso, di riconoscimento di un rapporto di filiazione, spesso già di fatto esistente.

Ciò che è certo è che non esiste nel nostro ordinamento un “diritto alla genitorialità” da parte dei soggetti che creano una coppia, indipendentemente dal fatto che siano un uomo e una donna o due donne o due uomini , e che ciò non solo non è possibile, ma sarebbe anche pericoloso. Se dovessimo riconoscere i legami che hanno come elemento distintivo la filiazione si arriverebbe al paradosso di disconoscerne il valore e l’esistenza laddove tale diritto non fosse esercitato. Ciò che invece permette di dare una risposta adeguata e corretta è un ribaltamento di questa impostazione che ha erroneamente sottinteso tutto il dibattito.

Si deve perciò mettere al centro non già un diritto non configurabile alla genitorialità della coppia, ma semmai il diritto del minore a uno stato giuridico di figlio che si è costruito nel corso del tempo dentro un nucleo familiare, quale che esso sia, anche laddove non vi sia un rapporto genetico tra le parti. Dunque il desiderio di genitorialità da parte della coppia, non già il diritto, viene soddisfatto dalla previsione normativa per cui è lo stesso minore che vede rispettato il proprio diritto di avere una famiglia e che è prevalente su qualunque altro tipo di valutazione meta-giuridica da parte degli organi decidenti.

La posizione trova una solida base normativa anche nella recente legge di riforma sulla filiazione (legge 10 dicembre 2012, n. 219) che, abolendo l’odiosa e ingiusta distinzione tra figli legittimi, nati nel matrimonio, e figli naturali, tutti gli altri, crea un univoco e solo statuto giuridico del minore. Inoltre, ciò che è di estrema importanza è che si svincola totalmente la posizione del figlio dal legame che lega tra di loro i genitori. Attraverso questa strada si può affermare, anche in questo ambito ed è il ragionamento seguito poi dalle Corti superiori nelle varie pronunce, che quesi nuovi diritti del minore devono sempre trovare espressione quale che sia la famiglia di riferimento e dentro quel nucleo familiare in cui si sono sviluppati gli affetti dello stesso minore. È il legame affettivo che genera quello giuridico e che diventa la base dell’affermazione di questi nuovi diritti tra cui vanno menzionati quelli di assistenza morale, ad essere amati e, molto importante, a crescere in famiglia e ad avere i rapporti significativi con i parenti.

Ai progressi legislativi citati si aggiunge oggi anche una rinnovata maturità sociale sulle tematiche della famiglia e della filiazione. La famiglia dei nostri giorni assomiglia sempre meno a quella disegnata dall’art. 29 della Costituzione, avvicinandosi progressivamente all’immagine delle formazioni sociali dell’art. 2 della stessa carta costituzionale, come richiamato dalla legge sulle unioni civili, e la società è ben cosciente di questa trasformazione. Gli avanzamenti legislativi e sociali ci permettono dunque di poter aprire finalmente una seria riflessione su una riforma complessiva della legge sulle adozioni, che in tante occasioni ha dimostrato di essere gravemente carente.

Questa riforma dovrebbe innanzitutto risolvere le problematiche e gli impedimenti, non solo di ordine legislativo, che hanno frenato il pieno dispiegarsi delle potenzialità di tutta questa normativa, sottoponendone il ricorso ad una scelta basata prevalentemente su criteri di carattere economico. La strada, supportata dal ragionamento giuridico e storico delineato, porta naturalmente a una pressione della possibilità di prevedere l’adozione del figlio biologico del partner per tutti, come già avvenuto in numerose sentenze dei tribunali e della Cassazione, ma, dall’altra, non potrà ignorare l’urgenza di aprire l’adozione ordinaria sia alle coppie formate da persone dello stesso sesso sia alle persone singole, ponendo fine ad una lunga e insopportabile discriminazione che ci trasciniamo da fin troppo tempo.

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