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Secondo un’antica tradizione le feste di Carnevale lungo la costa dalmata sono caratterizate dal rogo di immagini rappresentanti il male e le sfortune dell’anno precedente. I cui resti vengono poi gettati in mare.

Quale simbolo di tutto il negativo del 2017 la popolazione di Kaštela, città a nordovest di Spalato, ha scelto le famiglie arcobaleno. Domenica, infatti, durante i riti carnascialeschi è stato bruciato un pannello rainbow recante su ambo i lati due cuori con le rispettive scritte Mama+Mama e Tata+Tata. Riferimento diretto al libro illustrato per bambini Moja dugina obitelj (La mia famiglia arcobaleno) che, realizzato da Ivo Šegota e finanziato dall’Ambasciata francese in Grecia, è stato edito in 500 copie alla fine del 2017.

Una forma di satira secondo gli organizzatori del carnevale di Kastela. Un atto vergognoso incitante alla discriminazione e all’odio secondo tanti a partire da esponenti della collettività Lgbti nazionale. Tanto più che in Croazia le unioni civili sono legali  dal 2014 in una con l’adozione del configlio del partner, mentre quella congiunta resta ancora preclusa alle coppie di persone dello stesso sesso.

L’associazione Dugine Obitelji (Famiglie Arcobaleno), che ha promosso la pubblicazione del libro, ha espresso «tristezza nel vedere immagini del rogo di un’opera il cui unico scopo è quello d’educare i bambini all'amore, al rispetto e alle differenze».

Ferma condanna, lunedì 5 febbraio, anche da parte della ministra dell'Istruzione Blazenka Divjak che ha affermato: «Non è necessario trovarci d'accordo su tutto. Ma sicuramente non dobbiamo esporre i bambini a situazioni incitanti all’odio e all’intolleranza né tanto meno a quelle in cui i roghi di libri sono presentate come soluzione dei problemi».

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Giurista, attivista e cofondatore dell’associazione Avvocatura per i diritti Lgbti – Rete Lenford, il 43enne Antonio Rotelli è candidato alla Camera nel collegio uninominale di Martina Franca (Ba) nella lista di Liberi e Uguali con Pietro Grasso Presidente (LeU).

A darne notizia lo stesso avvocato pugliese in un post pubblicato sulla propria pagina Fb il 30 gennaio scorso. Oggi a Gaynews spiega meglio il perché di questa candidatura e gli obiettivi a essa sottesi.

Il cofondatore di Rete Lenford scende in politica: cosa l’ha spinta a questa scelta?

‘Scendere in politica’ mi evoca Berlusconi e mi fa fuggire. Più semplicemente mi è stato chiesto di candidarmi e ho accettato dopo una notte insonne di riflessioni. Mi sono ‘giudicato’ e mi trovavo colpevole di indifferenza e disimpegno nel caso di mancata accettazione.

Perché Liberi e Uguali?

Non ho mai avuto una tessera di partito, ma faccio politica da sempre. Tutte le mie battaglie civili, sempre dall’interno di associazioni, hanno sollecitato la politica e l’hanno cambiata. La mia collocazione è in quell’area che considera l’agire politico conformato alla solidarietà, alla lotta alle ingiustizie, alla dignità del lavoro, alla valorizzazione delle differenze, alla costruzione di un’economia al servizio degli esseri umani e al rispetto della natura. In LeU, nel suo programma, questi elementi ci sono, pur sentendomi un indipendente.

Quali sono i temi Lgbti di cui parlerà in campagna elettorale e, qualora eletto, per i quali si batterà in Parlamento?

Con una battuta mi verrebbe da dire che i temi Lgbti parlano per me in questa campagna elettorale. Ci sono due cose che i concittadini apprezzano di me: che ho fatto battaglie per l’affermazione di tutti i diritti fondamentali delle persone Lgbti e sono un tecnico della politica.

Nel programma elettorale di LeU ci sono tre affermazioni per me fondamentali: autodeterminazione di tutte le persone, anche quelle trans; parità di diritti per le famiglie, anche nell’accesso al matrimonio; riconoscimento pieno della genitorialità, anche in materia di adozione. Sono le mie tre stelle polari, alle quali ne aggiungo una quarta, legata in maniera inestricabile con i nostri temi: la parità di genere, la lotta agli stereotipi e quella senza campo alla violenza sulle donne.

Legge 40 e Gpa. Come giudica le recenti posizioni di ArciLesbica e la petizione ai Segretari di partito per il no alla surrogata?

Sono sideralmente distante dalle posizioni di ArciLesbica. La gestazione per altri è un argomento complesso sul quale è necessario discutere, ma considerarla in sé una forma di sfruttamento è una pretesa assiomatica. Combattiamo ogni forma di sfruttamento e degradazione del corpo femminile, ma lasciamo alle donne la possibilità, regolamentata, di partecipare ad un progetto di gpa.

Rotelli e Rete Lenford sono stati sempre critici nei riguardi della legge sulle unioni civili. Perché?

Non voglio aprire o riaprire polemiche su questo tema. La mia critica è sempre stata rivolta al percorso che ha portato alle unioni civili e al merito della proposta, ma ho anche sempre detto che qualunque legge il Parlamento avesse approvato, sarebbe stata il nuovo punto di partenza per la battaglia verso l’uguaglianza. Ora siamo in questa situazione, dove la legge c’è e bisogna superarla, perché le unioni civili regolano dei diritti e dei doveri, ma discriminano le famiglie formate da persone dello stesso sesso rispetto a quelle eterosessuali. Siamo di fronte a due realtà diseguali fin dal “lessico familiare”, che nelle unioni civili manca. La recente sentenza della Corte costituzionale austriaca, come pure il provvedimento della Corte interamericana dei diritti umani, possono essere un aiuto per tutta la nostra comunità per far ripartire la battaglia per la piena uguaglianza. Rete Lenford, dal canto suo, non si è mai fermata. Ha già ottenuto importanti sentenze su aspetti della legge che si prestavano ad applicazioni discriminatorie e ha portato la legge dinanzi alla Corte costituzionale sulla questione del cognome.

Avvocato Rotelli, lei ha annunciato in un post di lasciare Rete Lenford. Non si sentirà un po’ orfano?

È stata la scelta più difficile che ho dovuto prendere. Ma ho con me la carica che mi hanno dato i soci, le socie e gli aderenti con le loro mail e i messaggi con cui mi hanno salutato. Ho capito una volta di più che sono una persona fortunata.

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Leonardo Monaco, attivista Lgbti e segretario di Certi diritti, ora candidato alla Camera nella lista + Europa con Emma Bonino.

Abbiamo voluto intervistarlo, curiosi, soprattutto, del significato delle parole chiave del mondo radicale in un contesto politico molto difficile qual è quello odieno. Contesto particolarmente difficile per la difesa dei diritti acquisiti e per la potenziale retrocessione dei valori europei in un’agibilità democratica sempre più scricchiolante.

Leonardo, prima la nomina a segretario dell’associazione Certi Diritti. Ora candidato in vista delle elezioni del 4 marzo. Possiamo dire che hai concluso un anno con un successo e ora con una opportunità significativa ?

Si tratta in entrambi i casi di portare avanti quello che negli ultimi dieci anni ho fatto da militante Radicale. Essere segretario di Certi Diritti è un'esperienza che vivo come una grande responsabilità, nei confronti degli iscritti e della storia dell'incrocio tra radicali e libertà sessuali. La candidatura alle politiche è, come dici, "un'opportunità" che vedo come l'occasione per contaminare un progetto politico più ampio con le tematiche che sono al centro del mio attivismo.

Puoi dirci quali sono gli aspetti più significativi di +Europa con Emma Bonino e l'apparentamento con il PD in questo momento per il Paese ?

+Europa è una proposta politica aperta che vuole riconciliare la politica con i fatti, dire le cose come stanno per promuovere riforme di giustizia e libertà. Vogliamo dare il nostro contributo perché l'Italia, tra i fondatori dell'Unione europa e membro del G7, non ceda al rancore, all'irrazionalità o alle proibizioni dettate da emergenze senza fondamento. Guardando allo scenario politico italiano abbiamo fatto una scelta di campo chiara: tenere vivo il sogno europeo mettendo del nostro nell'unica coalizione in grado di arginare l'ascesa dei nazionalismi e dei populismi.

Sappiamo che c'è molto ancora da fare per i diritti delle minoranze. Quali gli aspetti al riguardo su cui +Europa punta in modo significativo?

Come radicali abbiamo l'abitudine di dimenticarci presto delle vittorie, per cominciare a difenderle e per ripartire dall'impegno che investiamo da sempre dal di fuori del Parlamento. Non solo in campagna elettorale.

Continueremo a pungolare sul tema dell'agibilità democratica, dallo stato della democrazia partecipativa fino alla partecipazione alle competizioni elettorali, segnate da leggi di attuazione assolutamente inadeguate per i tempi in cui viviamo. Nella passata legislatura abbiamo raccolto 200mila firme su tre proposte di iniziativa popolare per la legalizzazione dell'eutanasia, della cannabis e per la riforma delle politiche migratorie, argomenti ai quali questo parlamento ha dato risposte parziali o assolutamente insufficienti. E non mancheranno le battaglie che ben conoscete, quelle portate avanti da Radicali Italiani, dall'associazione Luca Coscioni, da Certi Diritti.

Passiamo al tema del sex work. Quali le piste che volete percorrere al riguardo?

Faccio mia la posizione di Certi Diritti, che consiste nella traduzione del modello neozelandese di regolamentazione del lavoro sessuale. Favorire la riemersione con politiche fiscali semplici, empowerment legale per comprendere appieno i propri diritti da lavoratore e una capillare azione di informazione sul sesso sicuro. La nostra sfida consiste nel riportare il dibattito coi piedi per terra: tra abolizionismo ideologico e regolamentarismo in salsa leghista preferiamo di gran lunga una buona legge studiata insieme ai sex worker, che guardi alla riemersione fiscale ma soprattutto sociale del fenomeno, per i diritti e la sicurezza di coloro che si prostituiscono e della loro clientela. ​

Qual è la vostra posizione sulle questioni Lgbti?

Sulle questioni Lgbti vado avanti con gli altri compagni nel solco che abbiamo tracciato con Certi Diritti: riforma organica del diritto di famiglia che passi per il matrimonio e le unioni civili per tutti, riforma delle adozioni. Questioni di tutti, non solo LGBTI, come il superamento dei divieti residui della legge 40, come la Pma per i singoli e coppie same-sex o la gestazione per altri. Per quest'ultima partiamo da un bel lavoro svolto in collaborazione tra Certi Diritti e l'Associazione Luca Coscioni per una regolamentazione italiana sulla falsariga di quella californiana che tuteli i diritti di tutte le parti coinvolte.

+Europa: diamo significato a queste parole?

+Europa è un sogno per il quale dobbiamo farci speranza. Un'impresa indispensabile per la conquista dei diritti civili e politici. È cinquant'anni di pace, è storia e innovazione. Qualcosa che non possiamo permetterci di sacrificare in questa fase storica.

Grazie, Leonardo in bocca a lupo.  - 

Viva il lupo! E grazie a te!

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Potere al Popolo, il nuovo soggetto politico di sinistra nato a Napoli dall'esperienza dell'ex Opg Occupato Je so' Pazzo, ha candidato per le prossime elezioni politiche del 4 marzo vari attivisti e attivisti Lgbti: Simona Deidda, Michele Bellomo, Ilaria Mugnai, Maria Rosaria Malapena, Daniela Tonolli.

Unitasi civilmente con Stefania Mocci il 1° ottobre 2016, Simona Deidda è stata protagonista della prima puntata di Stato Civile. Puntata che, trasmessa in replica il 26 dicembre di quell’anno, fu al centro d’un’ampia polemica suscitata da Mario Adinolfi e sostenuta da esponenti de Il Popolo della Famiglia, da alcuni movimenti cattolici e da politici come Carlo Giovanardi.

Polemica, poi, rimbalzata sui social ed esplosa sulla pagina Fb di Rai3, dove si registrarono nei riguardi della coppia sarda numerosi commenti omofobi di vario genere: dalla deprecazione all’insulto, dal manganellismo verbale alle minacce di morte. Senza contare le parole offensive rivolte a Desirée, la figlia allora 12enne di Stefania.

Oggi Simona scende in politica e si racconta a Gaynews.

Simona Deidda: da lavoratrice e moglie alla politica. Una scelta personale o sei stata invitata a farlo?

Passare alla politica non è stata una mia scelta personale. Ho ricevuto altre proposte a cui ho detto di no. L'assemblea sarda di Potere al popolo ha prodotto dei nomi: persone che hanno un passato da combattenti, persone che si sono distinte per aver portato avanti delle battaglie fondamentali per la società. Così sono stata chiamata da Lorena Cordeddu (una delle prime sostenitrici di Potere al popolo in Sardegna), che mi ha chiesto di rappresentare la comunità Lgbti. All'inizio ho detto no per paura. Poi, parlando con mia moglie Stefania, abbiamo deciso di farlo.

Perché Potere al Popolo?

Potere al popolo è un movimento che nasce dal basso. Mi piace l'idea che tutto nasca dalle assemblee e non dalle stanze chiuse dei partiti, dove i candidati vengono scelti dai segretari e non dal popolo. Questo è uno dei motivi perché ho detto di sì. Potere al popolo è rappresentata da portavoce che hanno tra i più bassi redditti dei candidati. A differenza di altre liste pone tra le priorità tematiche il matrimonio egualitario e legge come l'omotransfobia.

Dove sarai candidata?

Sono candidata alla Camera nel collegio uninominale Sardegna 3, che comprende il Sulcis Iglesiente, mia terra natia, e il sud Sardegna. È un collegio ovviamente difficilissimo: sono in corsa contro avversari "professionisti" della politica e con stipendi 20 volte più alti del mio. Io sono una precaria del mondo della forestazione.

Che cosa c’è nel programma di Potere al Popolo in riferimento ai diritti Lgbti?

In primo luogo c'è il principio cardine della parità di diritti, di salari, di accesso al mondo del lavoro a tutti i livelli e mansioni a prescindere dall’identità di genere e dall’orientamento sessuale. aTra gli obiettivi programmatici ci sono poi l’introduzione del matrimonio ugulitario, la legge contro l’omotransfobia, il divieto delle mutilazioni genitali dei bambini intersex, l’accesso per tutte alla fecondazione eterologa e la ridefinizione dei criteri relativi all’adozione, consentendola anche a single e persone omosessuali. 

Sei stata vittima di gravi atti di omofobia in occasione della messa in onda della puntata di Stato Civile. Si sono verificati anche in questa campagna elettorale?

I commenti social in occasione della messa in onda, il 26 dicembre 2016, della puntata di Stato Civile che mi riguardava è stato il massimo dello schifo, che potessi vivere.. Ha mostrato alla mia famiglia l'intolleranza e l'omofobia di quella parte d'Italia discriminatoria e violenta. La stessa che vuole cancellare le unioni civili.

La mia campagna elettorale è iniziata comunque con un messaggio terribile, di cui le cito testuali parole: Lesbiche gay trans e altri individui che non hanno una vera identità dovrebbero finire nei campi di concentramento non ai comizi elettorali.

fb

Qualora eletta, che cosa pensa di fare innanzitutto Simona Deidda in materia di diritti?

Nel caso altamente ipotetico di una mia elezione mi piacerebbe lavorare per costruire delle normative che portino al matrimonio ugualitario e alle misure di contrasto contro l'omotranfobia. Ovviamente, da madre, sottolineo l'importanza di tutelare le/i nostri figli che con l'unione civile sono diventati dei fantasmi senza diritti.E per poter ricevere tutele o i dovuti riconoscimenti genitoriali dobbiamo affrontare cause a volte costosissime.

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La candidatura di Tommaso Cerno nelle liste del Pd è una di quelle che ha sollevato – e continua a sollevare – più attenzione e discussione. Attenzione e discussione inevitabili qualora si considerino la forte personalità e la competenza professionale del giornalista friulano, già assurto ai vertici de L’Espresso e La Repubblica.

Com’era prevedibile, il passato di Cerno è stato messo al setaccio. Si è pertanto fatto notare come l’ex dirigente nazionale d’Arcigay fosse stato candidato tra le file di An alle Comunali di Udine nel 1995 e avesse ricoperto l'incarico d’addetto stampa di Maurizio Fabris, sottosegretario Udeur del ministero del Commercio estero nel II Governo Amato (25 aprile 2000 – 10 giugno 2001). Obiezioni cui Cerno ha risposto dalle colonne de Il Fatto Quotidiano.

Appare però insoluto il quesito sul “mussolinismo” renziano, di cui il giornalista tratta in in A noi! Cosa ci resta del fascismo nell'epoca di Berlusconi, Grillo e Renzi (Rizzoli, Milano 2015). Senza parlare di un suo tweet - sempre del 2015 – sulla gpa che, rilanciato da alcune femministe della differenza, sta suscitando non poche polemiche sui social, soprattutto tra ampi strati della collettività Lgbti.

cerno

 

Raggiunto telefonicamente, ecco come si è espresso al riguardo.

Insomma, in A noi! sono numerosi i passaggi, anche gustosamente ironici, in chiave antirenziana. Come non sono mancate negli ultimi anni critiche nei riguardi del Segretazio nazionale del Pd, che oggi però ti candida al Senato in due collegi “blindati”.

Immaginare che su ogni posizione ci sia l’accordo tra il Segretario e chi in qualche modo aderisce a un progetto di cambiamento nel Paese vorrebbe dire non essere nel Partito Democratico. Nel senso che il dibattito tra diverse visioni è molto intenso ma è proprio il senso della parola partito. Il partito elabora e cambia idea.

In varie occasioni io e Renzi non abbiamo avuto la stessa opinione su molte cose. E a volte ancora abbiamo opinioni diverse. Ma il senso di questo partito è trovare una sintesi tra queste opinioni e visioni, che invece hanno di comune dei paletti imprescindibili. Uno di questo è l’uguaglianza tra i cittadini. Mi sembra insomma che siamo l’unico partito che ha posto la fiducia in Parlamento su un tema di diritti nella storia della Repubblica.

Questo fatto va al di là della singola opinione o della sfumatura su un tema specifico. Così come è ben differente dall’assenza di dibattito interno, ravvisabile invece in altri partiti dove qualcuno dall’alto dà una linea che deve essere seguita (e che si moltiplica, ad esempio, su internet come fosse un virus) e dove non c’è la possibilità di pensare diversamente.

Al contrario, trattandosi di un Partito Democratico, ritengo che non vi sia nulla di male se in un mio libro scrivo una cosa diversa sul Segretario Renzi. Renzi leggendo questo libro avrà immaginato anche lui di continuare il dibattito per vedere dove ci portava. Trovo incredibile che si possa immaginare che in un partito tutti pensino esattamente allo stesso modo. Significa vedere un’Italia brutta proprio come è scritto in A noi!. Un’Italia, cioè, in cui vigono il conformismo e il pensiero unico.

Andiamo al tuo tweet del 30 novembre 2015. Quello in cui affermavi: A scanso di equivoci io sono gay ma trovo la pratica dell’utero in affitto oscena. Pregherei di non identificare le due cose. Tommaso Cerno userebbe ancora oggi le stesse parole?

Si tratta di un falso dibattito che, fra l’altro, si legava a una trasmissione di quei giorni. Quindi in quel momento il clima era particolarmente teso. Ora alcune parole, come diceva Sciascia, fuori contesto possono attrarre troppo l’attenzione. Quindi mi spiego. 

La mia posizione è che per prima cosa ci vorrebbero le adozioni per i single e per le coppie di persone dello stesso sesso. Questo sarebbe il primo atto che andrebbe nella direzione del dibattito sulla gpa. È un tema annoso, complesso e mai risolto.

Parlare oggi della gpa in Italia è come dire sostanzialmente: Andiamo su Marte senza che però siamo neanche andati dal vicino di casa.

Il tema vero è che i diritti non sono solo il progresso scientifico. Sono un fatto scientifico e sociale.

Quindi la gpa sarebbe normale se conquistassimo il diritto alle adozioni. Per ora resta un tema già molto limitato di per sé nonché limitato anche dal punto di vista della classe sociale d’appartenenza. A me piacerebbe che diventasse un dibattito civile prima che morale come invece vedo che purtoppo avviene. Con due priorità che sono i bambini e le donne. Così potrebbe diventare anche un dibattito etico, cioè un dibattito sul diritto di tutti.

Senza le adozioni resta un dibattito sul diritto di alcuni molto legato alla scienza, al suo progresso, al progresso dello Stato e ai vari controlli che lo Stato fa sui vari comportamenti dei suoi cittadini.

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In mattinata Mika ha ricevuto a Palazzo Vecchio dal sindaco Dario Nardella l’onorificenza delle chiavi della città di Firenze.

Al termine della cerimonia la popstar, nel rispondere alle domande dei giornalisti, ha parlato del cambiamento del finale della Carmen di Bizet, del desiderio di poter cantare nella Cappella Brancacci e della conduzione del festival di Sanremo, per il quale si è detto non ancora pronto. Si è poi espresso sulla questione delle adozioni da parte di coppie dello stesso sesso a seguito d’una domanda sull’eventuale introduzione d’una specifica norma in Italia.

«Quando una persona dice: Ti amo, voglio passare la mia vita con te, se noi diciamo di no, o se noi blocchiamo tutte le altre conseguenze di questo patto, il no può provocare solamente conseguenze negative». Quindi ha proseguito: «Invece se diciamo sì, possiamo provocare solo cose belle. L'amore si provoca con l'amore e la tolleranza. L'intolleranza, l'odio e anche la violenza si provoca solamente con il no e l'intolleranza. La matematica di questo principio è abbastanza chiara. Però ci vuole un po' di tempo». Per il cantante dunque occorre fare «tutto quello che può aiutare a incoraggiare questa idea che è l'investimento tra una persona l'altra: una donna e un uomo, due donne, due  uomini non importa».

Sull’argomento si è anche espresso in giornata Maurizio Gasparri, vicepresidente del Senato, al programma KlausCondicio di Klaus Davi

«Considero molto probabile - così ha dichiarato - che il centrodestra non consentirà le adozioni per i gay se dovesse andare al governo. Io mi sono battuto contro la stepchild adoption. Sono favorevole alla regolamentazione della convivenza fra persone dello stesso sesso su alcuni piani, come il patrimonio, la casa. Sono stato perplesso anche sulla legge per le unioni civili perché penso che ci fossero già contenuti elementi sufficienti nella vecchia legge. Una cosa è sicura: sulle adozioni tutto il centrodestra è contrario».

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Una sentenza indubbiamente importante quella emessa dalla sezione civile del tribunale di Matera il 7 dicembre accogliendo la denuncia del 45enne Vincenzo Trani nei riguardi del padre naturale Giovanni Sanchirico.

L’uomo, all’età di 18 anni, aveva avuto una relazione con una compaesana che aveva poco dopo abbandonato per emigrare a Genova in cerca di lavoro. Noncurante del fatto che la donna aspettasse un figlio. Nel capoluogo ligure Sanchirico s’era fatto un’altra famiglia senza mai darsi pensiero della donna precedentemente amata e di Vincenzo. Atteggiamento di totale indifferenza mantenuto anche quando aveva fatto ritorno a Tursi, paese natale, dove ha trovato lavoro nel corpo della Polizia municipale.

Ma adesso dovrà risarcire di 20mila euro quel figlio non riconosciuto per danno esistenziale. Danno che, secondo il collegio giudicante, è dimostrato dal fatto in sé ossia dal mancato riconoscimento genitoriale. «La mancanza di supporti del padre nel corso del tempo – come si legge nella sentenza – non ha consentito al figlio un percorso di vita e di crescita qualitativamente migliore, costringendolo a vivere con il solo reddito della madre». Ciò ha comportato per Vincenzo di essere conseguentemente «privato di diverse attività realizzatrici della persona che avrebbero potuto comporre il compendio della sua crescita psico-fisica».

Parole inequivocabilmente chiare che da Giorgia Meloni sono state invece lette quale affermazione giurisprudenziale della necessaria presenza di un padre e di una madre per «la crescita armoniosa di un bambino». Un paradosso, quaesto, per la presidente di Fratelli d’Italia, che si è poi chiesta su Facebook: «Com’è possibile, allora, che lo Stato che emette queste sentenze sia lo stesso che legifera contro la famiglia naturale composta da un uomo e una donna e ipotizza le adozioni omosessuali?».

All’interpretazione meloniana della sentenza di Matera ha così risposto la senatrice Monica Cirinnà ai nostri microfoni: «La recente sentenza del tribunale civile di Matera e la legge sulle unioni civili sarebbero per Giorgia Meloni la riprova dei “paradossi della nostra società”. In quanto una negazione dell’altra. Ma qui di paradossale ci sono solo le argomentazioni e le conclusioni della leader dei Fratelli d’Italia.

Forse l’avrà sognata l’affermazione giurisprudenziale della necessaria presenza di un padre e di una madre per garantire la crescita armoniosa di un bambino.

Il collegio giudicante ha infatti dedotto il "danno esistenziale da privazione della figura genitoriale paterna" dalla mancanza di supporti del padre nel corso del tempo. Cosa che non ha consentito al denunciante “un percorso di vita e di crescita qualitativamente migliore", essendo stato costretto il ragazzo senza padre "a vivere con il solo reddito della madre". Un figlio, per giunta, che quel padre non ha mai riconosciuto – dopo averne abbandonato la madre - sì da comportargli durante la sua crescita "rilevanti pregiudizi dei diritti della personalità".

Qui è chiamata in causa la responsabilità genitoriale che nulla ha da spartire con una fantomatica presenza cogente di un papà e di una mamma. Altrimenti il problema si porrebbe per tutti i figli in stato di orfananza o privati da piccoli del padre (o della madre) a seguito di un eventuale nuovo matrimonio dello stesso (o della stessa).

Per non parlare poi di termini assurdi come “adozioni gay” (cioè?) e di “famiglia naturale”. Al cui riguardo piacerebbe capire a quale concetto di natura pensa Giorgia Meloni quando usa una simile espressione. Ad Aristotele? A Tommaso d’Aquino? A Spinoza? A Grozio? O forse ai manifesti di Forza Nuova?

La leader di FdI ignora o finge d’ignorare che lo status familiare è riconosciuto alle coppie delle persone dello stesso sesso, con o senza figli, nella legislazione di molti Paesi Ue.

E in alcuni di essi cio è stato merito di governi di destra. Ovviamente di una destra liberale e non quella nostalgica di manganelli e olio di ricino».

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Riccardo Ceretti vive in Galizia. Tre anni fa si è unito in matrimonio col compagno Oscar Abades López. Per sapere qualcosa in più sull’attuale diritto di famiglia vigente in Spagna e sulla specifica situazione delle coppie di persone dello stesso sesso, lo abbiamo incontrato nella sua casa di Santiago de Compostela.

Riccardo, com’è la vita di un italiano sposato e che vive qui in Spagna?

Assolutamente normale. Anche se, a volte, l'aspetto "europeo" invece di semplificare le cose le complica. Ad esempio, per sposarmi ho dovuto far tradurre legalmente, e con costi a volte alti, alcuni documenti che ho presentato al Comune di Formentera dove mi sono unito in matrimonio tre anni fa, nel 2014.

Il mio caso, di italiano all'estero, è un po' particolare perché fino allo scorso anno passavo sei mesi a Santiago de Compostela e sei a Roma come guida turistica. Da quando ho deciso di fermarmi definitivamente in Spagna, ho dovuto necessariamente chiedere l'iscrizione all'Aire (Residenti italiani all'estero) soprattutto per facilitare il rinnovo di alcuni documenti. Anche perché si è obbligati a farlo.

Secondo la legislazione spagnola quali sono i tuoi diritti e quali tuoi doveri da coniugato?

Gli stessi diritti e doveri di due coniugi in Italia. O meglio, i diritti e i doveri richiesti dagli articoli 66, 67 e 68 del Codice civile spagnolo, che sono gli stessi di quelli richiesti dal Codice civile italiano in fase di celebrazione del matrimonio, soprattutto quelli espressi nell'articolo 143: «Dal matrimonio deriva l'obbligo reciproco alla fedeltà, all'assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell'interesse della famiglia e alla coabitazione».

Rispetto all'obbligo della fedeltà, che nelle unioni civili italiane non viene considerato perché non previsto, la legislazione della Galizia - la regione spagnola dove vivo -, prevede l'applicazione delle leggi civili matrimoniali. Quindi in caso di sola unione civile i diritti e doveri sono gli stessi da quelli richiesti dal matrimonio. Differente è il caso di comunione o separazione dei beni. In Spagna ogni ayuntamento o provincia ha le sue regole. Normalmente vige la separazione dei beni che viene riconosciuta automaticamente durante la celebrazione. Ma nel mio caso, essendomi sposato alla Baleari, dove vige l'iscrizione automatica della comunione dei beni, una volta celebrato il matrimonio, abbiamo dovuto modificare di fronte a un notaio il certificato matrimoniale in separazione dei beni.

Parliamo di omogenitorialità, tema quanto mai discusso in Italia. Come coniugato con persona di differente nazionalità, quali sono gli eventuali problemi nell'avere figli e quali sono invece le facilitazioni?

Non esistono problemi come non esistono per soggetti monogenitoriali, cioè single. L'unica via legale prevista è l'adozione sia per coppie di persone dello stesso sesso sia per uomini single. Diversa, invece, la situazione in caso di donne single, le quali hanno la possibilità di ricorrere alla fecondazione assistita. Ma per gli uomini ciò non è possibile in quanto, come in Italia, la Spagna non prevede la gestazione surrogata.

In caso di adozione le coppie omosessuali sono molto vincolate soprattutto con riferimento a bambini viventi all’estero. Il problema sono i Paesi stranieri che non consentono l’adozione a coppie di persone dello stesso sesso. Ad oggi l'unico Paese a concedere ciò alla Spagna è il Brasile. Inoltre, mentre per le adozioni nazionali il procedimento è del tutto gratuito, quelle internazionali comportano invece costi molto elevati in quanto vincolate a una serie di obblighi effettivamente cari.

Hai mai pensato con Oscar di adottare?

Sì, siamo in processo di adozione. I tempi, come in Italia, sono lunghi ma non si tratta d’una cosa impossibile. E, soprattutto, ci vuole molta pazienza. Noi abbiamo presentato tutta la documentazione, per l'adozione nazionale, circa due anni e mezzo fa. A quanto pare, dovremo aspettare ancora un paio di anni: quindi cinque in totale.

L'iter prevede quattro step differenti e obbligatori. Il primo riguarda un incontro, assolutamente generico, durante il quale vengono spiegate le linee guida di tutto il procedimento ed è presentata la prima documentazione. 

Il secondo prevede tre incontri obbligatori dalla durata di sei ore ciascuno. Ognuno di essi è guidato da psicologi, psicoterapeuti, sociologi ed è strutturato in maniera differente l'uno dall'altro. Sono incontri emotivamente coinvolgenti, positivamente ma anche negativamente, dove il tema protagonista è il benessere del bambino/bambina adottato/adottata ricreando delle situazioni tipo.

Il terzo incontro prevede un colloquio psicoattitudinale con psicologa e assistente sociale. Tale colloquio è effettuato prima singolarmente poi in coppia. Infine viene valutata la situazione domestica, cioè il luogo dove il/la futuro/a bambino/bambina vivrà. Così letto, potrà sembrare qualcosa di complicato o impossibile. Ma tutto è fatto in modo da risultare naturale e tranquillo. 

Un’ultima cosa sui tempi di attesa. Noi abbiamo fatto richiesta di un bebè (0-1 anno). Questo è il motivo per cui dovranno passare cinque anni. L'attesa dipende anche dalla "disponibilità'" dei minori che, fortunatamente, negli ultimi due anni, è scesa drasticamente. Il che vuol dire che ci sono meno bambini abbandonati o minori che vivono in condizioni  gravi. Se la richiesta di adozione è rivolta a bambini un po' più grandi (3-5 anni) o addirittura adolescenti, i tempi di attesa si dimezzano.

In Italia ci sono ancora molta omofobia e transfobia. Sulla base della tua esperienza tali questioni come sono trattate in Spagna?

Io dico sempre che le situazioni paradisiache non esistono in nessun luogo. Una cosa è certa: bisogna educare. Anche qui in Spagna avvengono casi di omofobia e transfobia ma, fortunatamente, sempre meno. Io personalmente non ho mai avuto problemi né qui né tantomeno in Italia.

Come coppia avete mai pensato di trasferivi in Italia?

Assolutamente sì come in altri luoghi del mondo. Oscar, mio marito, lavora nel campo della moda e in Italia ci sarebbero molte opportunità (lui stesso ha già lavorato a Firenze per due anni). Ma al momento restiamo qui per motivi sia professionali sia sentimentali. E poi è difficile abbandonare lo stile di vita spagnolo. Problemi sì ma con il sorriso si trova sempre il tempo per andare a bere una cerveza

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La legge Cirinnà ha innegabilmente segnato un punto di svolta nell'ordinamento italiano, disciplinando chiaramente l'unione fra persone dello stesso, come tematica a sé stante, senza porre sullo stesso piano convenze more uxorio, convivenze di fatto fra persone non legate da vincoli sentimentali, come proposto, invece, da precedenti progetti di legge. Le unioni civili introducono nell'ordinamento un nuovo istituto che discplina l'unione fra persone dello stesso sesso, legate da un vicolo affettivo,  “quale  specifica  formazione  sociale  ai  sensi  degli articoli 2  e  3  della  Costituzione”, costituita  mediante dichiarazione di  fronte  all'ufficiale  di stato civile ed alla presenza di due testimoni.

Ciò non toglie che la legge presenti alcune “lacune”, in parte, colmate dai decreti attuativi (si pensi alla disciplina penalistica ove lo status di “unito civilmente” è equiparato a quello di “coniuge”, anche ai fini dell'applicazione di circostanze aggravanti del reato), in parte, invece, rimasta irrisolta.

Il legislatore, al fine di tentare una equiparazione, introduce una sorta di “clausola di salvaguardia” all'art. 1, comma 20: “Al solo fine di  assicurare  l'effettività della tutela dei diritti e il pieno adempimento degli obblighi derivanti  dall'unione civile tra persone dello stesso sesso, le  disposizioni che si riferiscono al matrimonio e  le  disposizioni  contenenti le  parole «coniuge», «coniugi» o termini equivalenti, ovunque  ricorrono  nelle leggi, negli atti aventi forza  di  legge,  nei  regolamenti  nonche' negli atti amministrativi e nei contratti  collettivi,  si  applicano anche ad ognuna delle parti  dell'unione  civile  tra  persone  dello stesso sesso. La disposizione di cui al  periodo  precedente  non  si applica alle norme del codice  civile  non  richiamate  espressamente nella presente legge, nonche' alle disposizioni di cui alla  legge  4 maggio 1983, n. 184. Resta fermo  quanto  previsto  e  consentito  in materia di adozione dalle norme vigenti".

Il legislatore, in sostanza, sulle adozioni non prende una posizione chiara. Da un lato, esclude espressamente il richiamo alla legge sull'adozione, dall'altro, però, con una clausola di apertura prevede che “resta fermo quanto previsto e consentito in materia di adozione dalle norme vigenti”. A mio avviso, non può negarsi che, con tale previsione, il legislatore abbia, nei fatti, abdicato alla propria funzione normativa (e di indirizzo politico) in favore della giurisprudenza, con ciò agevolando la prassi di una “giurisprudenza creativa”, che presta il fianco ad una innegabile disparità di trattamento.

In più di una pronuncia, infatti, la giurisprudenza di merito, pur nell'assenza di una disciplina legislativa, ha riconosciuto, di fatto, la possibilità di adottare il figlio biologico del proprio partner, all'interno d una coppia omosessuale, talvolta ricorrendo all'ipotesi di adozione in casi particolari ex art. 44 l.184/83, ovvero come riconoscimento di adozione pronunciata in un paese straniero ex art. 36, comma 4,  l. 184/83.

Nelle numerose sentenze i giudici hanno proposto unaserie di argomenti giuridici tali da consentire l'applicabilità in via analogica della normativa prevista per ipotesi “speciali” di adozione. Ciò nel superiore interesse del minore. Va evidenziato, infatti, che la giurisprudenza di merito si sia soffermata esclusivamente sul diritto del minore ad uno stato giuridico di figlio corrispondente ad una situazione di fatto creatasi all’interno di un nucleo familiare omogenitoriale fondato sugli affetti, sull’assistenza materiale e sulla cura del minore, non sussistendo, di contro, nel nostro ordinamento, il diritto della coppia omosessuale alla genitorialità. Tale operazione ermeneutica della giurisprudenza si rivela necessaria, laddove esistono già in Italia coppie omossessuali che hanno figli, la cui condizione giuridica è priva di regolamentazione.

Tuttavia, il fatto che sia demandata alla “sensibilità” di ciascun giudice la facoltà di riconoscere, o meno, al soggetto unito civilmente l'adozione del figlio biologico del partner evidenzia, indubbiamente la necessità di colmare tale lacuna normativa, non potendosi consentire tale disparità di trattamento sul territorio nazionale, tanto più ove, come in questi casi, sia in gioco l'interesse del minore. In particolare, val la pena di precisare che nell'ipotesi di minore convivente con due soggetti uniti civilmente, o comunque cosituenti una coppia omossessuale, (perchè figlio biologico di uno dei due) in caso di disgregazione del nucleo, questi non avrebbe diritto di essere ascoltato, non sussistendo, allo stato attuale, una riconoscimento giuridico del  figlio di una coppia omogenitoriale.

Non può non sottolinearsi come, anche tale circostanza, palesi una intollerabile disparità di trattamento tra figli coppie eterosessuali ed omosessuali, laddove i primi hanno diritto ad essere ascoltati in tutti i procedimenti che li riguardano, ai sensi dell'art. 336 bis c.c., mentre i secondi, il cui status giuridico non viene riconosciuto dall'ordinamento ( se non in forza di alcune isolate pronunce giurisdizionali) non hanno tale diritto.

Se è vero, infatti, che in caso di coppia omosessuale non vi è un diritto per il “genitore sociale” (partner del genitore biologico) alla genitorialità, che viene quindi, nella maggior parte dei casi, di fatto esercitata senza una “copertura” legislativa, è altrettanto vero che l'ordinamento non può non porsi il problema di come gestire tali situazioni in caso di disgregazione del nucleo familiare formato dalla coppia omogenitoriale.

In particolare, tale tematica investe in primis il diritto del minore "a vivere e crescere nella propria famiglia, mantenendo un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori", diritto che deve essere garantito anche ai figli di una coppia omogenitoriale e che viene esercitato concretamente anche tramite l'ascolto del minore stesso, ascolto imprescindibile ed obbligatorio ex lege al fine di tutelarne il superiore interesse.

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A un anno dall’approvazione definitiva della legge n. 76 del 2016, che regolamenta le unioni civili e le convivenze di fatto, è il momento dei primi bilanci e delle prime analisi. Nei giorni scorsi hanno fatto molto discutere i numeri delle celebrazioni delle unioni civili. La cifra stimata di 2800 coppie unite, che però non conteggia i procedimenti di «conversione» dei matrimoni tra persone dello stesso sesso contratti all’estero, è stata oggetto di una forte polemica con articoli di giornale e dichiarazioni di esponenti di spicco che denunciavano il «flop» del nuovo istituto.

Francamente trovo deprimente questo livello di dibattito su una tematica di tale importanza. 
Il valore di una legge che riconosce i diritti non può essere certamente misurato in base al suo utilizzo da parte dei destinatari, essendo la stessa espressione del grado di sviluppo e di evoluzione di un modello sociale, culturale e giuridico. Il diritto a essere liberi e non discriminati non può essere sottoposto a un giudizio quantitativo sulla base di quante persone lo esercitano effettivamente, come è ben comprensibile.

La legge sulle unioni civili riconosce il diritto, prima negato, alle persone dello stesso sesso di creare dei legami giuridici sostanzialmente equiparabili a quelli riconosciuti dall’istituto del matrimonio. Questa equiparazione è espressa all’art. 1, comma 20 dello stesso testo di legge, in cui si rinvia alle disposizioni tutte che si riferiscono al matrimonio e ai coniugi, siano esse contenute in leggi che in atti aventi forza di legge, regolamenti, atti amministrativi o contratti collettivi. L’unica eccezione è per tutte quelle non richiamate dalla stessa legge come quelle relative alla filiazione e, in particolare, l’adozione, salvo, per questo ultimo caso dichiarare “fermo quanto previsto e consentito in materia di adozione dalle norme vigenti”. Espressione questa, che per il carico di ambiguità contenuta demanda al potere giurisdizionale, come poi accaduto, la facoltà di interpretazione per i casi concreti.

Ed è proprio sulla filiazione all’interno delle coppie omosessuali che si sono consumate le più aspre battaglie nel corso del dibattito formativo della legge, la cui approvazione è stata possibile solo in seguito allo stralcio della cosiddetta stepchild adoption, ovvero la possibilità di adottare il figlio del proprio partner. È importante allora trovare una strada interpretativa che superi le posizioni prettamente ideologiche sul punto e trovi un fondamento giuridico alle istanze che sorgono dalla necessità, anche per le coppie di persone che hanno lo stesso sesso, di riconoscimento di un rapporto di filiazione, spesso già di fatto esistente.

Ciò che è certo è che non esiste nel nostro ordinamento un “diritto alla genitorialità” da parte dei soggetti che creano una coppia, indipendentemente dal fatto che siano un uomo e una donna o due donne o due uomini , e che ciò non solo non è possibile, ma sarebbe anche pericoloso. Se dovessimo riconoscere i legami che hanno come elemento distintivo la filiazione si arriverebbe al paradosso di disconoscerne il valore e l’esistenza laddove tale diritto non fosse esercitato. Ciò che invece permette di dare una risposta adeguata e corretta è un ribaltamento di questa impostazione che ha erroneamente sottinteso tutto il dibattito.

Si deve perciò mettere al centro non già un diritto non configurabile alla genitorialità della coppia, ma semmai il diritto del minore a uno stato giuridico di figlio che si è costruito nel corso del tempo dentro un nucleo familiare, quale che esso sia, anche laddove non vi sia un rapporto genetico tra le parti. Dunque il desiderio di genitorialità da parte della coppia, non già il diritto, viene soddisfatto dalla previsione normativa per cui è lo stesso minore che vede rispettato il proprio diritto di avere una famiglia e che è prevalente su qualunque altro tipo di valutazione meta-giuridica da parte degli organi decidenti.

La posizione trova una solida base normativa anche nella recente legge di riforma sulla filiazione (legge 10 dicembre 2012, n. 219) che, abolendo l’odiosa e ingiusta distinzione tra figli legittimi, nati nel matrimonio, e figli naturali, tutti gli altri, crea un univoco e solo statuto giuridico del minore. Inoltre, ciò che è di estrema importanza è che si svincola totalmente la posizione del figlio dal legame che lega tra di loro i genitori. Attraverso questa strada si può affermare, anche in questo ambito ed è il ragionamento seguito poi dalle Corti superiori nelle varie pronunce, che quesi nuovi diritti del minore devono sempre trovare espressione quale che sia la famiglia di riferimento e dentro quel nucleo familiare in cui si sono sviluppati gli affetti dello stesso minore. È il legame affettivo che genera quello giuridico e che diventa la base dell’affermazione di questi nuovi diritti tra cui vanno menzionati quelli di assistenza morale, ad essere amati e, molto importante, a crescere in famiglia e ad avere i rapporti significativi con i parenti.

Ai progressi legislativi citati si aggiunge oggi anche una rinnovata maturità sociale sulle tematiche della famiglia e della filiazione. La famiglia dei nostri giorni assomiglia sempre meno a quella disegnata dall’art. 29 della Costituzione, avvicinandosi progressivamente all’immagine delle formazioni sociali dell’art. 2 della stessa carta costituzionale, come richiamato dalla legge sulle unioni civili, e la società è ben cosciente di questa trasformazione. Gli avanzamenti legislativi e sociali ci permettono dunque di poter aprire finalmente una seria riflessione su una riforma complessiva della legge sulle adozioni, che in tante occasioni ha dimostrato di essere gravemente carente.

Questa riforma dovrebbe innanzitutto risolvere le problematiche e gli impedimenti, non solo di ordine legislativo, che hanno frenato il pieno dispiegarsi delle potenzialità di tutta questa normativa, sottoponendone il ricorso ad una scelta basata prevalentemente su criteri di carattere economico. La strada, supportata dal ragionamento giuridico e storico delineato, porta naturalmente a una pressione della possibilità di prevedere l’adozione del figlio biologico del partner per tutti, come già avvenuto in numerose sentenze dei tribunali e della Cassazione, ma, dall’altra, non potrà ignorare l’urgenza di aprire l’adozione ordinaria sia alle coppie formate da persone dello stesso sesso sia alle persone singole, ponendo fine ad una lunga e insopportabile discriminazione che ci trasciniamo da fin troppo tempo.

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