Alle 11:30 Yuri Guaiana, Luigi Turri e Gabriele Piazzoni, a nome di All Out, Arci e Arcigay, hanno consegnato presso gli uffici della Provincia di Verona in Palazzo Capuleti le richieste di revoca dei patrocini istituzionali al Congresso mondiale delle Famiglie, che avrà luogo nella città scaligera dal 29 al 31 marzo.

Ben più di 143.000 le firme raccolte a seguito della petizione che, lanciata meno di un mese fa da All Out col sostegno di 29 associazioni nazionali e internazionali, ha contribuito, il 22 marzo, alla cancellazione del logo della presidenza del Consiglio dei ministri (in connessione col ritiro del relativo patrocinio) dal sito del World Congress of Families.

La consegna è avvenuta nel corso di un flash mob, sul cui valore così si è espresso Yuri Guaiana, Senior campaign manager di All Out: «Oltre a essere la sede di una delle istituzioni che hanno concesso il patrocinio al Congresso mondiale delle famiglie, questo luogo è anche altamente simbolico perché rappresenta l'emblema dell'inclusione. Di fianco a Palazzo Capuleti infatti si trovano la tomba di Giulietta e il Museo degli Affreschi, dove si celebrano le unioni civili».

Contemporaneamente alla consegna delle firme, raccolte in apposite scatole, le stesse sono state digitalmente inviate alla presidenza del Consiglio dei Ministri, al ministero per la Famiglia e le Disabilità, alla Regione Veneto e alla Regione Friuli-Venezia Giulia.

«Queste istituzioni – ha proseguito Yuri Guaiana – devono tener conto delle idee di tutti i cittadini: non possono rendersi parte e strumento di una campagna ideologica che tende a escludere. Con la loro decisione di patrocinare questo evento stanno trasmettendo un'immagine del nostro Paese, che non ci fa certo onore presso la comunità internazionale».

Guarda il VIDEO e la GALLERY

e-max.it: your social media marketing partner

«Vogliamo un' Italia laica e Verona libera dagli integralisti». Questo l’appello lanciato da associazioni e movimenti che, in vista del Congresso mondiale delle Famiglie, in programma a Verona dal 29 al 31 marzo, hanno accolto la proposta di Ippfen (International Planned Parenthood Federation European Network) e Uaar (Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti) in collaborazione con Rebel Network.

Al grido di Italia laica, Verona libera esse si riuniranno, il 30 marzo, nel capoluogo scaligero per denunciare il World Congress of Families, indicato in una nota congiunta come «iniziativa internazionale omofoba contro la libertà e l'autodeterminazione delle donne e contro l'autodeterminazione delle scelte affettive e familiari».

Prima di partecipare al corteo pomeridiano di protesta, organizzato da Non una di meno, le associazioni si confronteranno in un convegno, dalle 9.00 alle 13.00, presso l'Accademia dell’Agricoltura, Lettere e Scienze (in via del Leoncino 6), dando così «vita – come continua la nota - a uno spazio comune di impegno, unità e mobilitazione per tutta la società civile e i movimenti, che sia una opportunità di proposta costruttiva prima del corteo di protesta del pomeriggio». Al convegno parteciperanno anche figure di rilievo internazionale quale Gillian Kane e Marina Škrabalo.

Dal momento che la tre giorni veronese vedrà la partecipazione dei ministri Salvini, Fontana e Bussetti, del governatore del Veneto Luca Zaia e del sindaco di Verona Federico Sboarina, ne segue, per gli organizzatori «la necessità di creare una nuova alleanza tra associazioni della società civile, con gli uomini e le donne delle tante associazioni e movimenti per affrontare le sfide che abbiamo davanti e per una mobilitazione civica che vada oltre Verona».

La costruzione di una potente rete, «è fondamentale - sottolineano i promotori - per parlare un linguaggio corale, forte e costruttivo. Necessaria, tanto più oggi, di fronte ai violenti e reiterati attacchi alla libertà di donne e uomini, in particolare ai diritti conquistati negli anni passati dall’iniziativa politica del movimento delle donne, che grazie alle battaglie deomocratiche insieme a chi si batteva per la laicità dello Stato, seppe imporre nella società italiana i temi dell'autodeterminazione, dei diritti e della libertà».

Ad aver finora aderito sono Agedo, Alfi, Anpi, Arci, Arcigay, All Out, Associazione Luca Coscioni‎, Associazione Radicale Certi Diritti, Avvocatura per i diritti Lgbt – Rete Lenford, Chiesa Pastafariana, Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, Coordinamento Torino Pride, Differenza Donna, Di.Re (Rete centri antiviolenza), Edge, Famiglie Arcobaleno, Gaynet, I sentinelli di Milano, Ippfen, Laiga - Libera Associazione Italiana Ginecologi per l'applicazione della legge 194/78, Link Coordinamento universitario, Mit - Movimento Identità Trans, Movimento per i beni comuni, Nelfa Aisbl, Rebel Network, Rete della Conoscenza, Rete Educare alle Differenze, Rete Genitori Rainbow, Snoq Nazionale, Snoq Torino, Ufficio Nuovi Diritti Cgil Nazionale, Unione degli Studenti, Vita di donna.

e-max.it: your social media marketing partner

Sulla questione patrocinio/logo del Governo al Congresso mondiale delle Famiglie ha fatto finalmente chiarezza, una volte per tutte, il presidente del Consiglio dei ministri Giuseppe Conte.

Con un lungo post Fb, pubblicato nella tarda serata di ieri a Bruxelles (dove si trova per partecipare al Consiglio europeo), il premier ha affermato categoricamente: «È importante chiarire che alla mia attenzione e a quella dei miei uffici non è mai giunta alcuna richiesta di patrocinio da parte degli organizzatori dell’evento e che il patrocinio è stato concesso dal Ministro per la famiglia e la disabilità, Lorenzo Fontana, di sua iniziativa, nell’ambito delle sue proprie prerogative, senza il mio personale coinvolgimento né quello collegiale del Governo.

All’esito di un’approfondita istruttoria e dopo un’attenta valutazione dei molteplici profili coinvolti, ho comunicato al Ministro Fontana la opportunità che il riferimento alla Presidenza del Consiglio sia eliminato e gli ho rappresentato le ragioni di questa scelta».

A restare, dunque, sarà esclusivamente il patrocinio del «Ministero della Famiglia e ovviamente ciascun esponente del Governo sarà libero di partecipare all’evento, esprimendo le proprie convinzioni sui vari temi che saranno oggetto di discussione». 

L’opacità procedurale, con cui è stata condotta la questione del patrocinio/logo al Wcf, ha spinto il presidente del Consiglio, anche «al fine di eliminare i dubbi interpretativi che sono sorti e che riguardano le procedure di concessione del patrocinio della Presidenza del Consiglio», di incaricare il «Segretario Generale di adottare una nuova circolare, più perspicua di quella attuale».

Immediata la replica del ministro Fontana, che, incassando il colpo, ha replicato piccato: «Esattamente come annunciato mercoledì in aula alla Camera, rimane il patrocinio da parte del Ministero della Famiglia. Per quanto riguarda il logo e il suo utilizzo, essi fanno capo ad un altro Dipartimento, e quindi la concessione o il ritiro non sono di mia competenza». 

Malcelato disappunto è stato invece dimostrato da Toni Brandi e Jacopo Coghe, rispettivamente presidente e vicepresidente del Wcf, che, consapevoli dell’imminente cancellazione del logo della presidenza del Consiglio dei ministri, hanno dichiarato: «La questione del loghetto non ci ha mai intrigato più di tanto, conta la sostanza. Conte ha riconosciuto il valore della famiglia fondata sul matrimonio esattamente in linea con il nostro pensiero e ha distinto le altre forme di convivenza basate su natura affettiva come le unioni civili. Quel che ci interessa è che rimanga il patrocinio del Ministro della Famiglia Fontana».

Parole che suonano invece quale segno di cocente sconfitta da parte di chi, fino a ieri sera, di quel logo e di quel patrocinio aveva un interesse tutt’altro che nullo.

Poco prima della mezzanotte Jacopo Coghe ha scritto su Fb un post dal titolo Il Grande Bluff, dove, dimentico dell’importanza precedentemente data alla questione, ha affermato: «Il patrocinio resta, granitico l'appoggio del Ministro Lorenzo Fontana al Congresso mondiale delle Famiglie. Il Presidente Conte ha solamente chiesto di levare il riferimento della presidenza del Consiglio dei Ministri, parliamo di estetica e non di contenuto.

Leggo comunicati stampa di associazioni femministe e Lgbt arrabbiate per quello che hanno capito essere solo un'operazione di maquillage per provare a tenerle buone».

Operazione di fondamentale importanza e non di cosmesi linguistica è al contrario apparsa a tante associazioni e attivisti/e. A partire da Yuri Guaiana, promotore di una petizione per la revoca dei patrocini istituzionali su All Out (che ha superato le 113.000 firme ma che dovrebbe conseguirne, entro il fine settimana, altre 50.000), che ha preso atto con soddisfazione delle parole sostanziali di Conte, auspicando al contempo la celere cancellazione del logo del Governo dal sito del World Congress of Families.

«Continuiamo dunque nella nostra raccolta firme – ha dichiarato a Berlino – anche perché desideriamo che seguano la decisone del premier anche la Regione Veneto e la Provincia di Verona, revocando il loro patrocinio». 

Un risultato, dunque, da ascriversi soprattutto al tenace lavoro di attivisti e attiviste, il cui impegno ha fatto sì che gli elementi controversi del Wcf rimbalzassero alla pubblica attenzione. Un risultato da ascriversi anche a componenti tanto dell’opposizione parlamentare (a partire da Monica Cirinnà, Laura Boldrini e Alessandro Zan) quanto del M5s, che hanno moltiplicato i loro interventi nei riguardi dell’assise veronese. Un risultato da ascriversi, non da ultimo, anche a Vincenzo Spadafora, sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri con delega alle Pari Opportunità e ai Giovani, che, non a caso, è stato implicitamente oggetto di critiche, l’altro ieri, da parte del ministro Fontana.

e-max.it: your social media marketing partner

Marcata cadenza veneta e lucidità analitica. Questi i due aspetti che si colgono sin dalla prime battute di Mauro Bonato, che è stato sindaco di Bosco Chiesanuova dal 1993 al 1999 e deputato della Lega Nord nell’XI° e XII° legislatura. Uno che ha militato nel Carroccio del senatùr sin da giovane, ricoprendo le cariche di segretario provinciale di Verona, responsabile del movimento giovanile e vice segretario nazionale.

Ed è alla Lega delle origini, quella delle autonomie e della lotta alla corruzione, che guarda Bonato, consigliere comunale a Verona e capogruppo consiliare del Carroccio fino all'8 marzo. Quando, cioè, si è dimesso per favorire l’elezione a consigliere provinciale di un suo fedelissimo quale Roberto Simeoni (la cui candidatura sarebbe stata altrimenti bocciata) e «togliere dall’imbarazzo» il partito, secondo le accuse dell’omologo scaligero Alberto Zelger, contro le cui dichiarazioni omofobe a La Zanzara proprio Bonato aveva fatto votare l’11 ottobre un odg di condanna in aula consiliare.

Quello stesso Zelger, componente del comitato esecutivo del Congresso mondiale delle Famiglie, che a Bonato (autore di numerose opere agiografiche e curatore di scritti di santi/e dell’area veronese nonché collaboratore del sito Santi e Beati.it) proprio non scende giù.

Consigliere, che cos’è che non le piace del World Congress of Families?

Tutto. È per me inaccettabile che possa godere del patrocinio delle istituzioni un convegno con relatori a dir poco imbarazzanti. Ho letto le dichiarazioni di alcuni di loro e le trovo agghiaccianti. Penso all’arciprete ortodosso Dmitry Smirnov che in riferimento a chi abortisce ha detto: «Una persona non può trovare nessun tipo di felicità se assassina i propri figli. Questi cannibali, come il nostro popolo, devono cancellati dalla faccia della terra». O a Silvana De Mari, recentemente condannata dal Tribunale di Torino, che ha affermato: «L’omosessualità è una condizione drammatica per la condizione anorettale. Il sesso anale causa danni all’organismo. Pensate all’espressione “ti faccio un culo così”. È un gesto di violenza e di sottomissione. È un gesto che viene sempre fatto nelle iniziazioni sataniche. Non tra quattro sfessati, ma nei piani alti». Giovedì prossimo presenterò al sindaco una serie di domande in Consiglio in merito alle posizioni di tali persone.

Si parla di famiglia ma dalle gerarchie vaticane, come dalla diocesi di Verona, nessun sostegno pubblico. Lei, che è stato presidente dell'Istituto veronese per la storia religiosa, come giudica un tale silenzio?

È quello che ho chiesto ieri in conferenza stampa alla Sala degli Arazzi. Come mai non c’è il patrocinio della diocesi di Verona e della Conferenza episcopale del Triveneto? L’ho domandato al sindaco. Il consigliere Zelger ha risposto che il vescovo di Verona porterà i suoi saluti. Ma che significa? Il vescovo, se è per questo, porta pure i saluti alle persone in carcere o agli assassini. È poi fin troppo chiaro che i vescovi del Triveneto non vogliono essere tirati per la giacchetta per non alimentare una polemica sterile.

Tra i pomotori del Congresso c’è un veronese e leghista come il ministro della Famiglia Lorenzo Fontana. Neanche questo le piace?

Ma per nulla. Se il ministro Fontana voleva fare un convegno coi suoi fan, lo poteva fare ma senza il supporto delle istituzioni pubbliche e, in particolare, del Comune di Verona. Il Comune deve avere a cuore tutti e non soltanto una parte. Se concede il patrocinio al World Congress of Families, non può poi negarlo a eventi dedicati, ad esempio, alle donne o a persone discriminate sulla base del proprio orientamento sessuale o identità di genere. O lo concede a tutti o a nessuno. Ma poi Fontana con le sue idee di cattolicesimo...

Cioè?

Beh, l’ha dichiarato lui stesso. Partecipa ogni mattina alla messa in rito tridentino, celebrata a Roma dal suo confessore don Vilmar Pavesi, che è stato trasferito da Verona nella capitale. In un’intervista e a Pontida ha menzionato San Pio X. Per carità, un veneto illustre. Ma ne abbiamo avuto un altro di papa veneto: Giovanni Paolo I. E poi la Chiesa va avanti. Mica ci si può ancorare alle dichiarazioni di un pontefice di oltre 100 anni fa.

Mi sta dicendo che il Wcf è in chiave antibergogliana?

Da una parte mi appare chiaro che è in chiave antibergogliana. Dall’altra c’è l’intento di accaparrarsi i voti dei cattolici conservatori.

Insomma, è anche il segnale di una Lega sempre più aperta agli orientamenti cattoreazionari?

È un’involuzione per la Lega. Vorrei ricordare a Salvini che quando mi sono iscritto alla Lega alla guida della Liga Veneta c’era una donna quale Marilena Marin. Con Marilena noi abbiamo fatto delle battaglie di civiltà. Lei non è mai stata un’intregralista e ha sempre sostenuto che i diritti civili non si toccano. Le nostre battaglie erano per l’autonomia e per il miglioramento delle classi sociali. Questa deriva integralista è preoccupante. Penso soprattutto alle posizioni di un Simone Pillon. Se vanno avanti certe idee sulla donna, che dev’essere al servizio dell’uomo e angelo del focolare, ho già detto alle mie colleghe: Fate le valigie. È a dir poco pazzesco. Su aborto e divorzio non possiamo tornare indietro: sono leggi di civiltà. Ovviamente sono certo che queste posizioni non potranno mai affermarsi.

Consigliere Bonato, ultima domanda. Lei sa che si terranno a Verona delle contromanifestazioni e che All Out ha lanciato una petizione per chiedere la revoca dei patrocini istituzionali, che ha superato le 100.000 adesioni. Che ne pensa?

Quello dei patrocini è uno dei più grandi pasticci. Chiederne la revoca attraverso petizioni popolari mi sembra un’operazione non solo legittima ma giustissima.

e-max.it: your social media marketing partner

Sarà revocato ogni utilizzo del logo della Presidenza del Consiglio dei ministri per il Congresso mondiale delle Famiglie, che si terrà a Verona dal 29 marzo al 31 marzo. È quanto si apprende da fonti di Palazzo Chigi.

Nei giorni scorsi il premier Giuseppe Conte aveva preso le distanze dall'iniziativa che, promossa da Family Day, Generazione Famiglia e ProVita con l'appoggio  dei ministri Marco Bussetti (Istruzione), Lorenzo Fontana (Famiglia e Disabilità), Matteo Salvini (Interno), risultava formalmente patrocinata dal Governo con tanto di logo.

«Si tratta di una iniziativa autonoma del ministro per la Famiglia Lorenzo Fontana - era scritto in una nota di Palazzo Chigi -, attraverso procedure interne agli uffici e che non hanno coinvolto direttamente la Presidenza del Consiglio».

Ciò aveva spinto la senatrice Monica Cirinnà a presentare, il 7 marzo, una specifica mozione (cofirmata da 58 senatori) al riguardo, mentre All Out aveva lanciato, il giorno prima, due campagne contro il patrocinio. 

Ora si apprende che sarà revocato anche l'uso del logo della Presidenza del Consiglio dei ministri dal materiale informativo e cartellonistica del Congresso di Verona.

Il primo a esprimersi al riguardo è stato Nicola Fratoianni, segretario nazionale di Sinistra Italiana e deputato di LeU, che ha dichiarato: «Se confermata la notizia che Palazzo Chigi oltre al patrocinio revocherà pure l'uso del logo ufficiale del Governo italiano, utilizzati dal cosiddetto Congresso Mondiale delle Famiglie che si svolgerà a Verona, è una buona cosa.

È quello che abbiamo chiesto pubblicamente e in varie interrogazioni parlamentari delle ultime settimane. Nessun riconoscimento, nessuno spazio a chi vuole riportare la condizione delle donne del nostro Paese al Medioevo».

Soddisfazione anche da parte della senatrice Monica Cirinnà che, pur attendendo una conferma ufficiale da Palazzo Chigi, ha dichiarato: «La parte più libera e laica del Paese non potrebbe che sentirsi sollevata. Vedere accomunato il logo del Governo su una locandina con tanti volti e nomi di persone note nel mondo per le loro politiche discriminatorie è un'offesa alla laicità dello Stato e alla nostra Costituzione.

La mozione presentata in Senato, a mia prima firma, era dunque fondata, oltre che ampiamente condivisa: il patrocinio del Governo avrebbe garantito alibi e coperture a tali posizioni retrograde. Se alcuni ministri si sentono vicini a tali posizioni oscurantiste e liberticide, è giusto che se ne prendano la responsabilità e partecipino a titolo personale. Sono certa che questo giusto atto di Palazzo Chigi contribuirà a svelenire il clima e a consentire uno svolgimento tranquillo delle contromanifestazioni, già indette il 30 marzo a Verona».

Ha fatto loro eco, in area associativa, Marilena Grassadonia, presidente di Famiglie Arcobaleno, che con Sebastiano Secci, presidente del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli, e Leonardo Monaco, segretario di Certi Diritti, s'era fatta portavoce, già in gennaio, della necessità d'una tale revoca presso Vincenzo Spadafora.

«Se sarà confermata, la notizia della revoca dell'utilizzo del logo della Presidenza del consiglio dei ministri per il Congresso mondiale delle famiglie che si terrà a Verona dal 29 al 31 marzo, è una vittoria delle associazioni e di chi, nella società civile e nella politica, si è attivato in queste settimane per contrastare un'iniziativa scandalosa e vergognosa - così in una nota Grassadonia -. Dietro l'asettica dicitura “Congresso mondiale delle famiglie” si nasconde una inquietante Internazionale del peggio della misoginia e dell'omofobia della galassia dell'ultradestra europea, asiatica e americana.

Per questo come Famiglie Arcobaleno, insieme ad altre associazioni, avevamo chiesto formalmente il ritiro del patrocinio e di ogni appoggio da parte del Governo durante l'ultimo incontro con il sottosegretario Spadafora.

Allo stesso modo ringraziamo i tanti e le tante parlamentari che hanno preso posizione e, in primo luogo, la senatrice Monica Cirinnà, promotrice di una mozione in Parlamento che chiedeva il ritiro del patrocinio e che ha ottenuto appunto consensi trasversali. Adesso tutte e tutti a Verona, il prossimo 29-31 marzo, per dimostrare che l'Italia non è Dio, patria e famiglia, ma un Paese inclusivo e accogliente, dove i diritti dei migranti, delle donne, delle minoranze, il valore dell'autodeterminazione sono un patrimonio che sta alle fondamenta della convivenza civile, come per altro prescrive la Costituzione».

e-max.it: your social media marketing partner

Epilogo drammatico per Anas, il 22enne tunisino, aggredito, violentato e derubato il 2 gennaio da un uomo, che aveva conosciuto su Facebook, e da un complice. Recatosi, lo stesso giorno, presso la stazione di polizia di Sidi el Bhari per sporgere denuncia, il giovane è stato arrestato per omosessualità e sottoposto a test anale.

L’altroieri il tribunale di prim'istanza di di Sfax lo ha condannato a otto mesi di prigione, con esecuzione immediata della sentenza, per sodomia (sei mesi) e falsa testimonianza (due mesi). Medesima condanna anche per i due aggressori ma, nel loro caso, sei mesi per sodomia e due per aggressione.

L’arresto del giovane (durato 40 giorni) dopo la denuncia, la sottoposizione a test anale forzato e la condanna ultima per omosessualità hanno suscitato la ferma reazione di Human Rights Watch nonché delle associazioni tunisine Damj e Shams. A essere coralmemte condannati l’imprigionamento di una vittima di stupro, l’applicazione dell’art. 230 del Codice penale criminalizzante i rapporti omosessuali e il persistere del ricorso a test anali forzati nonostante l’impegno del governo tunisino, nel 2017, presso il Consiglio dei diritti dell’uomo di porre fine a una pratica assimilata alla tortura.

Il giorno stesso della condanna di Anas All Out ha fatto pervenire al primo ministro tunisino Youssef Chahed le oltre 25.000 firme, raccolte in una specifica campagna realizzata con Shams e volta a chiedere l’immediata scarcerazione del 26enne.

Nella giornata d’ieri ha espresso il suo sdegno per la condanna emessa dal tribunale di Sfax anche l’attivista francese Guillaume Mélanie, fondatore e copresidente di Urgence Homophobie, che il 16 ottobre 2018 è stato vittima di pestaggio a Parigi.

Sempre l'11 febbraio altri due uomini sono stati condannati a sei mesi di carcere per sodomia oltre a sei settimane per furto e due settimane per comportamento violento. Come denunciato da Shams, sta aumentando vertiginosamente in Tunisia il numero delle condanne di persone omosessuali: ben 127 nel 2018, rispetto alle 79 dell'anno precedente e alle 56 nel 2016.

e-max.it: your social media marketing partner

L’uscita di Boy Erased nelle sale cinematografiche brasiliane era programmata tra gennaio e febbraio. Ma l’Universal Pictures ha fatto marcia indietro, adducendo motivazioni d’ordine finanziario.

Motivazioni che, date tardivamente rispetto all’annunciata decisione, non hanno placato le polemiche in Brasile soprattutto tra attivisti e attiviste Lgbti, che avevano subito pensato a ragioni politiche a poche settimane dall'elezione di Bolsonaro.

«Direi anche che è una decisione un po’ irresponsabile – così Leandro Ramos, attivista e direttore dei programmi per All Out, alla Thomson Reuters Foundation – soprattutto in in un Paese come il Brasile, dove le terapie di conversione sono ancora così diffuse e costituiscono un enorme problema, e in un momento in cui è in carica un'amministrazione apertamente anti-Lgbti».

Basato sul libro autobiografico di Garrard Conley, Boy Erased racconta il dramma del 19enne Jared, figlio di un pastore battista dell’Arkansas, costretto dai familiari a sottoporsi a terapia di conversione dopo aver fatto coming out. E sono stati proprio i produttori di Boy Erased a dirsi delusi della decisione della Universal Pictures, rilevando come molte persone in Brasile sperassero che il film potesse contribuire a far luce sulla pratica screditata.

La terapia di conversione o riorientamento sessuale è stata infatti proibita dal Consiglio federale di Psicologia del Brasile (Cfp) nel 1999. Ma nel settembre 2017 un giudice federale ha annullato il divieto e, sebbene la Cfp abbia ribadito la propria condanna, i sostenitori della pratica continuano a proliferare .

«Ci sono psicologi e terapisti in tutto il paese che offrono ancora questo tipo di servizio - ha dichirarato Ramos -. Dato importante, ma piuttosto sottostimato, è il numero elevato di persone, che si sottopongono a tale pratica senza dirlo».

e-max.it: your social media marketing partner

Con un post pubblicato in tarda mattinata sulla propria pagina Facebook, Russian Lgbt Network ha annunciato di aver avviato il trasferimento delle «persone sopravvissute alla nuova ondata di persecuzione omofoba in Cecenia».

Come precisato dalla stessa ong, presieduta da Igor Kochetkov, le vittime superstiti alla repressione «confermano il carattere su larga scala della persecuzione. Testimoniano anche che la persecuzione era già iniziata all'inizio di dicembre 2018 e che le persone sono trattenute negli uffici di polizia non solo ad Argun, ma anche a Grozny».

Sulla nuova purga anti-Lgbt le autorità cecene continuano ad avere un atteggiamento negazionistico e a puntare il dito contro l’Occidente.

La scorsa settimana il ministro dell'Informazione Dzhambulat Umarov ha infatti liquidato come falsa la notiza che le forze dell'ordine cecene avessero detenuto illegalmente una quarantina di persone omosessuali, uccidendone almeno due.

«È una totale fesseria», così in un’intervista video a Kavkaz Realii, cui ha anche dichiarato: «Non seminate i semi della sodomia nella benedetta terra del Caucaso. Non cresceranno come nella pervertita Europa. Lasciate in pace la Repubblica cecena».

Dall’Italia continua invece il pressing sul governo, perché intervenga sull’omologo russo. In prima linea, sin dall’inizio, Certi Diritti, il cui presidente Yuri Guaiana si è fatto promotore, come responsabiwl delle campagne di All Out, di un appello al presidente del Consiglio Giuseppe Conte e ai leader mondiali, riuniti da oggi presso il Forum economico mondiale di Davos, perché «denuncino pubblicamente queste atrocità e chiedano alle autorità russe di assicurare i responsabili alla giustizia».

La settimana scorsa, invece, dopo la specifica interrogazione parlamentare, che ha visto Alessandro Zan quale primo firmatario, è stata presentata dal deputato dem Ivan Scalfarotto un’interpellanza parlamentare al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale Enzo Moavero Milanesi.

Interpellanza, che cofirmata da ben altri 30 parlamentari del Pd, è volta a chiedere «Se il ministro interpellato sia a conoscenza dei fatti descritti nella premessa e quali siano le sue valutazioni sull’argomento;

Quali iniziative, per quanto di competenza, intenda mettere in campo - e in quali tempi - perché cessino gli arresti illegali e le violenze e per ristabilire le garanzie dei diritti umani nei confronti delle persone Lgbt che vivono in Cecenia;

Quali iniziative intenda intraprendere, anche nei confronti del Governo della Federazione Russa, per poter ottenere informazioni e rassicurazioni sulla gravissima situazione in cui versano la comunità Lgbt e, più in generale, i diritti umani in quel Paese;

Quali iniziative intenda intraprendere, anche nei confronti del Governo della Federazione Russa, perché cessino senza ritardo le violazioni della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (Cedu), avuto particolare riguardo ai temi della discriminazione e della violenza di cui sono fatte oggetto le persone sulla base dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere;

Quali iniziative intenda intraprendere in sede di Unione Europea affinché l’Unione si faccia parte attiva per ristabilire la piena tutela dei diritti dei cittadini e delle cittadine omosessuali nella Repubblica di Cecenia».

e-max.it: your social media marketing partner

Si è conclusa a Roma la manifestazione Global Speak Out for Chechnya, organizzata da All OutAssociazione Radicale Certi DirittiCircolo di Cultura omosessuale Mario Mieli. per  commemorare le vittime delle purghe cecene anti-gay e chiedere alle autorità russe di avviare un’indagine sui fatti ceceni.

L'evento, che ha avuto luogo anche a Brasilia, Londra, Città del Messico, Monaco di Baviera, Berlino, Stoccolma, York, cade a  un anno dall’articolo di Elena Milashina che, il 4 marzo 2017 su Novaja Gazeta, sollevò il velo su quegli orrori, 

Guarda la GALLERY

e-max.it: your social media marketing partner

Il 4 aprile del 2017 Novaja Gazeta, il quotidiano russo su cui scriveva Anna Politkovskaja, dava la notizia che le autorità cecene stavano sequestrando, torturando e uccidendo degli uomini sospettati di essere gay.

A un anno dall’articolo di Elena Milashina, che sollevò il velo su quegli orrori, All Out ha organizzato in varie città la manifestazione Global Speak Out for Chechnya, volta a commemorare le vittime e chiedere alle autorità russe di avviare un’indagine sui fatti ceceni.

Esse si terranno, domani 7 aprile, a Brasilia, Londra, Città del Messico, Monaco di Baviera, Berlino, Stoccolma, York, Roma. Nella capitale l’appuntamento è dalle 17:00 alle 18:30 in viale Castro Pretorio, altezza fermata della metro angolo via Gaeta (a pochi passi dall'Ambasciata della Federazione Russa).

La manifestazione romana è stata co-organizzata da All OutAssociazione Radicale Certi Diritti e Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli.

Sin da quando si apprese ciò che stava accadendo in Cecenia, All Out ha lavorato con il Russian Lgbt Network – la più grande associazione Lgbt russa – e, limitatamente all’Italia, con associazioni, come Certi Diritti e il Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli, per rispondere alla crisi.

All Out è riuscita così a raccogliere abbastanza fondi da permettere a decine di persone d’uscire dalla Cecenia. Senza dimenticare che lo scorso anno Yuri Guaiana, Senior Campaigns Manager ad All Out e attualmente presidente dell’Associazione Radicale Certi Diritti, è stato arrestato a Mosca mentre tentava di consegnare 2 milioni di firme per chiedere alle autorità russe di aprire un’inchiesta.

E proprio Yuri Guaiana ha spiegato a Gaynews il significato della manifestazione e la scelta della data del 7 aprile sulla scia dei ricordi della drammatica esperienza dell’arresto: «Il 7 aprile di un anno fa il dipartimento di Stato americano ha confermato quanto Novaya Gazeta aveva rivelato al mondo pochi giorni prima: decine di uomini venivano rapiti, torturati e, in alcuni casi, uccisi in Cecenia solo perché sospettati di essere gay. Con All Out abbiamo raccolto sufficienti fondi da evacuare decine di persone e oltre due milioni di firme per chiedere alle autorità russe di fare giustizia.

La risposta è stata quella di arrestare me e altri quattro attivisti russi mentre stavamo cercando di consegnare le firme a Mosca. A un anno di distanza giustizia non è ancora stata fatta, nonostante le autorità russe abbiano tutte le informazioni necessaire e anche una denuncia formale di un sopravvissuto, Maxim Lapunov. Il loro obiettivo è chiaro: vogliono che il mondo si dimentichi di questa vicenda. Ma noi non ci stiamo.

Con le manifestazioni di domani a Roma e in altre città del mondo, vogliamo mandare un chiaro messaggio: non rimarremo in silenzio finché un’inchiesta imparziale sugli abusi perpetrati in Cecenia non sarà conclusa e i responsabili assicurati alla giustizia».

Dichiarazioni, cui si riallacciano quelle ufficiali di Leonardo Monaco, segretario dell’Associazione Radicale Certi Diritti. «È trascorso già un anno - così ha affermato - da quando il giornale russo d'opposizione Novaja Gazeta ha portato a conoscenza dell'opinione pubblica internazionale la realtà del pogrom antigay ceceno.

Domani manifesteremo davanti alla diplomazia russa e, idealmente, davanti a tutte le istituzioni e i leader mondiali per chiedere verità e giustizia per l'ennesima violazione dei diritti umani del popolo ceceno che ancora pochi sembrano voler vedere».

E Sebastiano Secci, presidente del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli, ha a sua volta detto: «A un anno dalle prime notizie degli orrori perpetrati in Cecenia contro centinaia di omosessuali, senza mai un chiarimento da parte delle autorità, manifestiamo di nuovo e con maggior vigore accanto alla comunità Lgbt+ russa. Riteniamo, infatti, sia nostro dovere continuare a denunciare alla comunità internazionale questa inaccettabile situazione, ribadendo la necessità che anche il nostro Paese si muova diplomaticamente per la richiesta di informazioni alle autorità russe».

e-max.it: your social media marketing partner

happyPrince2

Featured Video