Dei 355 omicidi commessi nel 2017 140 sono femminicidi, a fronte di un calo del numero totale degli omicidi commessi (355, -11% rispetto al 2016). Un ragazzo o una ragazza su 2, tra gli 11 e i 17 anni, ha subito episodi di bullismo e circa il 20% ne è vittima assidua, cioè subisce prepotenze più volte al mese. Il 40,3% delle persone Lgbti afferma di essere stato discriminato nel corso della vita, il 24% a scuola o in università mentre il 22% sul posto di lavoro.

Alla luce di questi dati – rispettivamente forniti dal ministero degli Interni, dall’Istat e dalla Commissione parlamentare Jo CoxAmnesty International Italia ha realizzato in collaborazione con Doxa l’indagine Gli Italiani e le discriminazioni.

Un’indagine che, condotta su un campione rappresentativo della popolazione italiana adulta (18-70 anni) e incentrata su cosa essa pensi dell’incidenza di tali fenomeni nel Paese, è stata presentata ieri – in occasione del lancio della campagna di raccolta fondi pro 5x1000 – presso la sede nazionale di Amnesty International Italia con il portavoce Riccardo Noury, Paolo Colombo, research manager Doxa e Chef Rubio nelle vesti di testimonial Amnesty International Italia.

Lo studio ha messo in luce come valutazioni e sensazioni delle persone intervistate trovino conferma nei dati ufficiali.

Violenza contro le donne

La violenza sulle donne per 6 italiani su 10 (59%) è un fenomeno in aumento in questi ultimi anni. Ma se a parlare sono le donne la percentuale si alza e raggiunge il 68% (quasi 7 donne su 10), mentre scende al 50% quando a essere interpellati sono gli uomini.

C’è poi un restante 40% d’italiani per i quali il fenomeno è rimasto invariato, ma che credono che se ne parli di più su media e social media (anche in questo caso, a minimizzare il problema sono gli uomini: risponde così il 47% contro il 30% delle donne).

Bullismo

Per 7 italiani su 10 il fenomeno del bullismo è in crescita. Ma secondo quasi la metà delle persone intervistate (45%) a un tale incremento avrebbero contribuito i social media facendo da cassa di risonanza.

Il 26% ritiene che la crescita del fenomeno sia dovuta al costante clima di incitamento all'odio e alla discriminazione presente sui media. Per 1 italiano su 4, invece, il bullismo è sempre stato presente e non ci sono differenze sostanziali rispetto al passato, se non un incremento delle denunce.

Discriminazioni contro le persone Lgbti

La legge sulle unioni civili, approvata dal Parlamento l’11 maggio 2016, è considerata un passo di civiltà importante dal 43% degli italiani. Mentre per il 13% "non è ancora abbastanza, perché, ad esempio, non possono adottare bambini".

L’86% degli italiani pensa che le persone omosessuali debbano avere gli stessi diritti degli altri. Nonostante i progressi, per 1 italiano su 5 (22%) le coppie omosessuali sono ancora vittime di omofobia.

Le valutazioni di Riccardo Noury e Chef Rubio

«È un sondaggio – come dichiarato da Riccardo Noury – in cui si esprime la preoccupazione per questi temi e al tempo stesso c'è l'esigenza che qualcuno se ne occupi. Le leggi che sono state fatte in questi anni non bastano, serve una solida cultura dei diritti umani a partire dal lavoro nella scuola per creare una società senza discriminazioni».

Testimonial del lancio dell’indagine e della campagna di raccolta fondi per il secondo anno consecutivo, Chef Rubio ha dichiarato: «È vero che alcuni passi avanti sono stati fatti, ma non basta. Bisogna lottare ogni giorno, combattere le ingiustizie e proteggere chi ne è vittima. Tutti possiamo fare qualcosa per un mondo più giusto e senza discriminazioni. A cominciare da me, dal mio impegno personale da semplice individuo e poi da personaggio pubblico per promuovere e difendere i diritti e le libertà civili: donare il 5x1000 ad Amnesty International è un primo passo che, tra le altre cose, non ci costa niente ma può fare tanto».

Per sostenere il lavoro dell’organizzazione e contrastare i fenomeni discriminatori grazie alla creazione di progetti specifici, sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni, si può contribuire destinando il proprio 5×1000: basta inserire il codice fiscale 03 03 11 10 582 e la propria firma nella dichiarazione dei redditi.

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In El Salvador, Guatemala e Honduras la vita e la sicurezza delle persone Lgbti sono sempre più minacciate perché le autorità di questi Paesi non assicura loro alcuna protezione. Cosa questa che le costringe a fuggire dalla loro terra e affrontare altri pericoli in Messico.

A evidenziarlo è Amnesty International nel nuovo rapporto No Safe Place che, pubblicato ieri, descrive l’odissea di omosessuali e donne transgender in fuga dalla discriminazione e dalla violenza di genere. Realtà queste che, a opera di bande criminali ed esponenti delle forze dell’ordine, stanno registrando un vertiginoso aumento in El Salvador, Guatemala e Honduras.

Ma il rapporto pone sotto accusa anche le autorità messicane, resposabili di non proteggere dalla sistematica violazione dei diritti i profughi Lgbti all’interno del Paese, e denuncia l'insostenibile esperienza vissuta nei centri statunitensi di detenzione per migranti.

«A causa della loro identità di genere e del loro orientamento sessuale – ha dichiarato Erika Guevara-Rosas – queste persone subiscono una crudele discriminazione in America centrale. E non c'è alcun luogo dove possano trovare salvezza». La direttrice di Amnesty International per le Americhe ha quindi aggiunto: «Terrorizzate nei loro Paesi e sottoposte a violenza estrema quando cercano riparo altrove, queste persone costituiscono uno dei gruppi più vulnerabili di rifugiati delle Americhe. Il comportamento delle autorità messicane e statunitensi, che stanno a guardare, è semplicemente criminale».

Secondo le cifre ufficiali El Salvador, Guatemala e Honduras hanno alcuni dei più alti tassi di omicidio al mondo: su ogni 100mila abitanti 81,2 in El Salvador, 59,8 in Honduras e 27,3 in Guatemala.

Di fronte a tali livelli di violenza (comprendenti anche aggressioni ed estorsioni) e alla costante discriminazione la maggior parte dei richiedenti asilo e dei rifugiati Lgbti, incontrati da Amnesty International, ha raccontato di non aver avuto altra scelta che fuggire. L'alto livello d'impunità e la corruzione nei loro Paesi rendono improbabile che gli autori di reati contro le persone Lgbti siano puniti, soprattutto quando a compierli sono stati agenti delle forze dell’ordine. Secondo l'ong Cattrachas in Honduras, tra il 2009 e il 2017, sono state uccise 264 persone Lgbti. Nella maggior parte dei casi gli autori non sono stati mai stati perseguiti penalmente.

La maggior parte delle persone, le cui dichiarazioni sono servite per la redazione del rapporto No Safe Place, ha inoltre riferito di aver subito ulteriore discriminazione e violenza da parte di pubblici ufficiali in Messico. Secondo uno studio dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, tra il 2016 e il 2017 due terzi dei rifugiati Lgbti provenienti dall’America centrale sono state vittime di abusi sessuali in Messico.

Alcune donne transgender, che erano riuscite a concludere indenni il viaggio all'interno del Messico, hanno invece denunciato il disumano trattamento ricevuto nei centri di detenzione statunitensi. Altre, poi, sono state espulse dagli Usa e dal Messico per essere rinviate nei Paesi d’origine.

Cristel, una 25enne transgender salvadoregna, ha denunciato di essere stata posta in isolamento in un centro di detenzione per migranti non appena varcata la frontiera con gli Usa nell'aprile 2017. Dopo una settimana è stata trasferita in una piccola cella dove c'erano otto uomini. Alla fine è stata rimandata in El Salvador, dove continua a subire le minacce delle bande criminali. «Io non voglio essere clandestina – ha dichiarato ad Amnesty International –. Non voglio altro che vivere in sicurezza».

Alla luce di tali dati Erika Guevara-Rosas ha commentato: «Più le autorità di El Salvador, Guatemala, Honduras, Messico e Usa non agiranno per proteggere alcune delle persone maggiormente vulnerabili delle Americhe, più le loro mani saranno macchiate di sangue. I governi di questi Paesi devono intraprendere azioni decisive per contrastare il moltiplicarsi di violenze contro le persone Lgbti. Devono altresì migliorare le loro politiche e procedure per garantire l'accesso alla protezione internazionale a tutte le persone che ne hanno bisogno».

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Arrestati, privati della loro libertà e torturati per il solo fatto di essere omosessuali e costretti a fare i nomi di altre persone. Accade in Cecenia, in realtà un Paese non molto lontano dal nostro eppure nella quasi totalità di assenza di informazione. Quello che succede lì, come in altre parti del mondo anche se per motivazioni e a volte con modalità differenti, non si può classificare come “semplice” violenza: siamo di fronte a casi concreti di tortura. A confermarlo è una voce autorevole, quella di Riccardo Noury di Amnesty International Italia a cui abbiamo chiesto quali sono le iniziative che sta promuovendo l'ong e anche di spiegarci perché in Italia ancora non esista il reato di tortura.

Come si pone Amnesty international Italia nei confronti dei fatti della Cecenia, dove le persone omosessuali vengono arrestate e torturate?

Qui siamo in pieno di reato di tortura: persone private della loro libertà, nelle mani dei rappresentanti o funzionari dello Stato vengono picchiate brutalmente. Questa è la tortura nella sua accezione più classica.

Quali sono le vostre iniziative a riguardo?

Lunedì 5 giugno faremo un sit-in a Roma, alle 12.00, in piazza Castro Pretorio. Inoltre sul nostro sito amnesty.it c'è anche un appello da firmare in cui chiediamo alle autorità russe di fare un'inchiesta seria, non l'indagine preliminare che hanno avviato, per individuare i responsabili e soprattutto garantire protezione alle persone omosessuali.

Nel nostro Paese per fortuna casi così eclatanti e gravi, sistematici, non avvengono: eppure non sono mancati e non mancano fatti di cronaca che dimostrano che anche nel Belpaese la tortura è una pratica che viene attuata. Si pensi per esempio a quanto accaduto alla Diaz, a Bolzaneto, in occasione del G8 di Genova del 2001, oppure all'arresto e alla morte di Stefano Cucchi o a quella di Riccardo Magherini e, sebbene al di fuori del nostro territorio, l'omicidio di Giulio Regeni in Egitto per il quale si chiede ancora verità e giustizia.

Eppure sulla tortura e sulla sua introduzione come reato nel nostro codice, della quale si dibatte da circa trent'anni, si è ancora su di un binario morto. Uno stallo che non è solo della politica, dato che anche i nostri connazionali sembrano non avere le idee chiare o quantomeno univoche.

Lo dimostra, per esempio, un sondaggio Doxa per Amnesty International che ha interpellato un campione rappresentativo di ben 43,2 milioni di italiani over trenta. I dati che vengono fuori dall'indagine sono discordanti e pongono il dovere alla riflessione. Solo per il 33% degli intervistati, infatti, sa che anche in Italia ci sono casi di tortura, mentre per un numero elevato di connazionali, il 50%, questo fenomeno non riguarda il nostro Paese. Infine il 17% dichiara di non sapere.

A questo dato si oppone invece un altro, quello relativo all'introduzione del reato di tortura. Qui le cose cambiano, anzi si ribaltano nelle percentuali e nella portata. Sempre lo stesso sondaggio Doxa dice infatti che 6 italiani su 10 vorrebbero l'introduzione del reato di tortura.

Perché gli italiani non riconoscono la tortura in Italia, ma solo in alcuni Paesi?

C'è una sensazione di fondo che però è infondata, che la tortura così come a volte altre violazioni dei diritti umani, riguardino Paesi lontani o comunque parzialmente l'Europa, ma soprattuttoaltri continenti. Come se non fosse accettabile o possibile l'idea stessa che in un Paese occidentale, come l'Italia, si possa torturare. Di conseguenza si allontana geograficamente, ma non solo, la preoccupazione che da noi si possa essere in presenza di atti di tortura.

Cos'è la tortura per gli italiani?

Il sondaggio è stato fatto su un campione con più di 30 anni, quindi con una memoria, anche se vaga, dei fatti di Genova del 2001 tanto da essere citati, assieme a quelli più recenti di Stefano Cucchi e Giulio Regeni, sebbene avvenuti in due Paesi e contesti diversi. Tuttavia sono eventi che richiamano l'idea della tortura sistematica e prolungata.

È come se si percepisse, da parte degli intervistati, che a queste persone sia stato fatto qualcosa di grave ma non c'è l'immediata associazione con l'aspetto giuridico, ovvero su come chiamare questa cosa. Sono fatti gravi, ma mancando il reato di tortura in Italia non si ha come definirli.

Credo che siano considerati sempre casi isolati. Non sarebbe nemmeno sbagliato chiamarli così. Però bisogna intendersi su cosa vuol dire isolati. Anche un caso all'anno di tortura, sebbene statisticamente isolato, porta a introdurre un elemento di sistematicità.

Come legge i due dati, discordanti, del sondaggio: mancanza di percezione della tortura ma richiesta di una legge che la preveda come reato?

Apparentemente sono contraddittori. Io voglio dare una lettura ottimista: c'è una maggioranza delle persone intervistate che ritiene che l'Italia abbia un obbligo nei confronti delle Nazioni unite per una Convenzione che ha ratificato e dunque, a prescindere dall'esistenze o meno di casi di tortura, quel reato ci voglia. Cosa che da sempre sostiene Amnesty International. Non occorre che ci sia un reato di tortura perché la polizia torturi e viceversa. D'altra parte sono decenni che ci viene negato il tema della tortura: c'è un vero tabù sull'uso di questa parola e quindi alla fine ci si abitua alla sua inesistenza.

Quale è la definizione di tortura che si dovrebbe inserire come reato nel nostro codice?

Esattamente quella contenuta nell'articolo 1 della Convenzione Onu contro la tortura: né più né meno. Quello che si è fatto in questi 28 anni, con molta creatività e fantasia aggiungendo, togliendo, mettendo via punti e virgola con l'obiettivo politico di annacquare la definizione, sottoponendo alcune forme di tortura a verifica e restringendone la portata ha avuto un obiettivo: rendere inaccettabile la definizione o inattuabili le sue disposizioni.

Perché i nostri politici e i Governi che si sono succeduti sono così restii a introdurre questo tipo di reato?

Penso che ci sia alla base un'idea di fondo sbagliata, che introducendo il reato di tortura si getterebbe  uno stigma sull'intera forza di polizia come corpi, organismi dello Stato che verrebbero associati genericamente alla tortura. Come dire che “se ci dicono di volere il reato di tortura, vuol dire che ci torturano”. È un'idea errata. È proprio l'assenza del reato di tortura che oggi porta ad avere in teoria persone che hanno compiuto atti di tortura in servizio, impunite, non processate. Sosteniamo questo tipo di reato da quasi trent'anni a vantaggio delle forze di polizia, di quella percentuale enorme di funzionari dello Stato che svolge il proprio dovere con professionalità, rispetto dei diritti umani e a volte in condizioni estremamente difficili.

Quali sono i pericoli nel non riconoscere questo reato?

Intanto che non ci sia giustizia per le vittime. Che non si riconosca che la tortura è un reato eccezionale, tra i più gravi reati del diritto internazionale e non va confuso con altre cose. Un reato di tortura non solo assolverebbe a una funzione repressiva nei confronti di eventuali autori riconosciuti di questo crimine, avrebbe anche funzione preventiva, dissuasiva. Senza un reato di tortura si ha la sensazione che si possa rimanere impuniti.

Oggi, senza questo reato, cosa rischia chi tortura?

Prima di tutto tempi di prescrizione molto brevi, perché il magistrato deve andare a cercare nel codice penale quegli articoli che contengano la definizione che bene o male possa sostituire quello di tortura: lesioni, violenza con l'aggettivo grave eventualmente. Il reato che, di fatto, sostituisce quello assente di tortura implica una responsabilità minore. Come pena è punito blandamente ed è sottoposto a prescrizione. Se nessuno per i fatti di Genova è stato punito per tortura, è perché è scattata la prescrizione.

Quali sono le vostre iniziative?

Le nostre iniziative concrete sono ad esempio le proposte di firmare un appello. Le 40mila firme solo in Italia e le circa 648mila nel mondo sono azioni concrete. Le firme poi vengono raccolte, consegnate alle Ambasciate che sono disponibili a riceverle e incontrarci e fanno pressione. Il nostro obiettivo è sollecitare i Paesi o gli organismi internazionali che hanno rapporti con i Paesi in questione (a cui sono indirizzate le firme, ndr) e, in generale, con Paesi in cui la situazione dei diritti umani, in questo caso la Russia, è critica affinché modifichino le leggi, le adottino quando mancano, proteggano le persone, svolga indagini serie.

Come si fa a sostenere e aiutare Amnesty?

Sul sito amnesty.it è scritto come si può diventare attivisti, partecipare come volontari alle attività dei gruppi sul territorio e anche soprattutto come donare. Nonostante possa sembrare che Amnesty sia una sorte di Nazioni unite dei diritti umani, nonostante tutte le accuse secondo le quali siamo mantenuti o finanziati da chissà quale magnate internazionale, noi in realtà siamo assolutamente auto finanziati. Amnesty è tanto più efficace quanto più ci sono persone che donano, che devolvono ad esempio il 5x1000: gesto semplice e di tremenda efficacia che non è un onere aggiuntivo per il contribuente ma è la decisione di devolvere a una organizzazione non governativa quanto, in caso contrario, andrebbe nelle mani dello Stato. Si può lasciare un bene o fare una donazione alla fine della loro vita. Mettere una firma sul sito è un atto semplice e incoraggiamo a farlo. Ogni anno quel denaro - salvo quello che dobbiamo al movimento internazionale con un meccanismo di tassazione interna - lo reinvestiamo in campagne.

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