«I musulmani liberali e laici sono schiacciati dai conservatori. Quindi decidono di rimanere in silenzio. Non è così facile per i musulmani liberali venire 'fuori'. È come essere omosessuale. Sono bollati quali “nemici dell'Islam». A parlare così su The Guardian è la 54enne Seyran Ateş, avvocata d’origini turche e attivista per i diritti civili, che il 16 giugno scorso ha fondato nel quartiere berlinese Moabit la moschea Ibn Rushd-Goethe. Una moschea con un’unica musalla (o sala della preghiera) aperta a uomini, donne e persone Lgbti sia sciite sia sunnite nonché delle altre correnti minoritarie dell’Islam.

L’apertura della moschea “inclusiva” in alcuni locali della chiesa luterana di San Giovanni ha provocato un’ondata di reazioni da parte di musulmani conservatori in vari Paesi europei fino alla Turchia e all’Egitto. L’avvocata ha ricevuto minacce di morte sui social e si è sentita gridare "morrai" in strada. Il dipartimento legale dell'università al-Azhar de Il Cairo ha lanciato una fatwa contro la moschea berlinese e quelle similari.

Pur impaurita, Ates è decisa ad andare avanti. «Non sono sola con questa idea – ha dichiarato sempre a The Guardian –. È un movimento, è una rivoluzione. Potrei essere il volto della moschea liberale ma io non sono da sola. Abbiamo milioni di sostenitori in tutto il mondo. Ci sono sempre più persone che vogliono rompere le catene. In molti Paesi si possono trovare persone che praticano cià che stiamo facendo ma lo fanno sotto copertura, in privato. Per realizzare la moschea di Berlino ci sono voluti otto anni ma penso che ora le cose andranno più velocemente».

Già, perché la scorsa settiamana Ates è stata due giorni a Londra dove, sostenuta da alcuni componenti della Camera dei Lord, ha intenzione d’aprire una moschea come quella di Berlino. Sempre in Germania un’altra dovrebbe aprire i battenti entro la fine dell’anno a Friburgo. In tale impegno l'attivista sta lavorando a stretto contatto con la cantante e scrittrice malaysiana Ani Zonneveld - che a Los Angeles ha fondato Muslims for Progressive Values -, la imam danese Shirin Khankan e l'imam gay d'origine algerina Ludwig-Mohamed Zahed.

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38° edizione del Berliner Christopher Street Day. È con tale nome, volto a richiamare la strada newyorkese in cui ebbero inizio i moti di Stonewall, che la capitale tedesca celebra dal 1979 il proprio Pride. Pride che, quest’anno, ha assunto un significato tutto particolare.

Le decine di migliaia di partecipanti hanno marciato non solo per ribadire il proprio no a ogni rigurgito di destra secondo lo slogan Mehr von Uns. Jede Stimme gegen Rechts. Ma hanno voluto anche festeggiare la recente approvazione da parte del Bunstedag della legge sul matrimonio egualitario, promulgata venerdì 21 luglio dal presidente federale Frank-Walter Steinmeier. Tra i tanti carri presenti un unicum assoluto: quello della Chiesa evangelica di Berlino, Brandeburgo, Slesia e Alta Lusazia che, per la prima volta, ha preso parte alla parata. Quella berlinese è una delle 20 comunità regionali dell' Evangelische Kirche in Deutschland: si tratta della massima federazione di comunità riformate del Paese e ne è componente anche la cancelliera federale Angela Merkel.

Nonostante la pioggia battente la marcia dell’orgoglio Lgbti è partita intorno alle 12.30 da Charlottenburg e si è snodata lungo Wittenbergplatz, Nollendorfplatz, Lützowplatz e la Siegessäule per terminare alle nei pressi della porta di Brandeburgo. Qui si è tenuta l’adunata finale che ha dato il via anche agli eventi lungo la Straße des 17. Juni: un vero e proprio Pride Village che, per l’estensione di un chilometro, si è caratterizzato fino alla mezzanotte per una serie di eventi politici, culturali e musicali. Tra le esibizioni anche quelle di Maite Kelly, Conchita Wurst e Tyna.

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