In Romania è fallito il referendum costituzionale volto a redifinire il concetto di matrimonio e famiglia. Non si è affato raggiunto il quoum minimo del 30% delle affluenze, che si sono invece attestate al 20,4% dei 18.900.000 degli aventi diritto al voto e che si sono per l’arco di due giorni.

Ha parlato di brogli elettorali la Coalizione per la famiglia, l’insieme di associazioni che, sponsarizzata dalla Chiesa Ortodossa di Romania, ha lanciato mesi fa l’iniziativa referendaria raccogliendo circa tre milioni di firme. Sua Beatitudine Daniele, patriarca di tutta la Romania e arcivescovo di Bucarest, aveva esortato i fedeli, durante il sermone domenicale ad andare a votare «così che non sia troppo tardi».

La legislazione romena non consente le unioni tra persone dello stesso sesso ma secondo Coalizione per la famiglia un esplicito divieto in Costituzione renderebbe difficile se non impossibile modificare o introdurre una norma in tal senso. 

Il fallimento del referendum è stato salutato con entusiasmo da MozaiQ, l’associazione promotrice del boicottaggio referendario, dal gruppo per i diritti Lgbt Accept e dal capo del socialdemocratici del Parlamento europeo Udo Bullmann, per il quale i risultati mostrano con chiarezza che i «romeni non si sono fatti raggirare da un'agenda politica orchestrata per seminare odio e discordia» e «la maggior parte dei noi crede che un diritto umano non deve essere oggetto di un referendum».

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A meno di una settimama dal 6 e il 7 ottobre, giorni in cui il popolo romeno è chiamato a esprimersi sulla riforma costituzionale di matrimonio e famiglia, il tema referendum continua a tenere banco a Bucarest.

Nel pomeriggio di oggi oltre 700 persone si sono radunate nella centralissima piazza della Vittoria (Piața Victorie) accogliendo l’appello dell’associazione Lgbti MozaiQ.

Davanti al Palazzo Vittoria, sede del Governo e residenza ufficiale della premier Vasilica Viorica Dăncilă (nota per aver definito "autistici” quei deputati europei che “disinformano l’Unione europea” in materia di giustizia sì da provocare le reazioni di associazioni di genitori di bambini affetti da sindrome di Kanner), Vlad Viski, direttore di MozaiQ, e altri rappresentanti dell’associazione hanno attaccato Coalizione per la Famiglia, la Chiesa ortodossa di Romania e i parlamentari sostenitori di una riforma finalizzata a discriminare ulteriormente le coppie di persone dello stesso sesso.

Ribadendo che l’amore non può essere posto a votazione, Vlad Viski ha invitato a disertare le urne secondo lo slogan #boicotreferendum in maniera tale da non raggiungere la soglia del 30%, necessaria per la validità.

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A pochi giorni dal referendum, che avrà luogo il 6 e il 7 ottobre, è stata ieri pubblicata la decisione n. 534, emessa il 18 luglio dalla Corte Costituzionale di Romania.

Presieduta da Valer Dorneanu, la Curtea Constituţională ha stabilito che le coppie di persone dello stesso stesso godono ex iure degli stessi diritti familiari di quelle formate da persone di sesso opposto. Dovrebbero pertanto «beneficiare del riconoscimento legale e giuridico dei diritti e doveri delle coppie eterosessuali».

Promossa da alcune associazioni che, vicine alla Chiesa ortodossa romena e riunite nella Coalizione per la famiglia, hanno raccolto circa tre milioni di firme, l’iniziativa referendaria è finalizzata a revisionare la Costituzione con riferimento alla ridefinizione del concetto di famiglia.

Secondo il testo che verrà sottoposto a consultazione in ottobre e che, in caso di vittoria del sì, sarà inserito nella Carta costituzionale, il matrimonio «rappresenta l'unione tra un uomo e una donna» e non tra «sposi» come prevede il relativo articolo vigente. 

La legislazione romena non consente le unioni tra persone dello stesso sesso ma secondo Coalizione per la famiglia un esplicito divieto in Costituzione renderebbe difficile se non impossibile modificare o introdurre una norma in tal senso.

La sentenza della Corte Costituzionale è stata salutata con soddisfazione dagli attivisti e attiviste di Accept.

Romanița Iordache, vicepresidente dell’associazione con sede a Bucarest, ha dichiarato: «La decisione di oggi conferma ancora una volta che la famiglia di persone dello stesso sesso è uguale a qualsiasi altra famiglia.

Il referendum diventa completamente inutile da qualsiasi punto di vista, poiché la Costituzione romena, alla luce dell’articolo 26, pone già un elemento di uguaglianza tra le famiglia, composte da persone di sesso opposto e coniugate, e le coppie dello stesso sesso. Anche se ora non esiste per quest’ultime una forma giuridica di registrazione familiare.

Il partenariato civile dev'essere disciplinato d’urgenza del Parlamento».

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Quanto successo domenica a Bucarest continua a dividere gli animi in Romania. La proiezione del film 120 battuti al minuto - vincitore, lo scorso anno, del Grand Prix Speciale della Giuria a Cannes - è stata infatti interrotta da un gruppo di ultranazionalisti e cristiani ortodossi.

Entrati nella sala cinematografica del Museo nazionale del contadino rumeno, i manifestanti hanno intonato l’inno nazionale e canti sacri. Molti di essi, nello stringere tra le mani croci, icone mariane e striscioni, gridavano: La Romania non è Sodoma oppure Soros, lascia soli i bambini con questa gente. Chiaro richiamo alla teoria complottistica che indica nel magnate magiaro-americano George Soros il principale promotore della lobby gay liberista e finanziatore delle associazioni Lgbti europee per scardinare i valori "tradizionali" del vecchio continente.

I manifestanti hanno anche dichiarato che il film è offensivo per il popolo romeno, nel quale non ci sarebbero persone gay, lesbiche o trans.

Immediata la reazione del MozaiQ, la massima associazione Lgbti del Paese, che attraverso il suo presidente Vlad-Levente Viski ha condannato «i gesti estremi di alcuni gruppi ultra-ortodossi e conservatori che propagano l'odio contro la collettività rainbow».

Ha poi chiesto segnali concreti alla classe politica nazionale in risposta a un'escalation di «violenza fisica e verbale contro le persone Lgbti negli ultimi due anni. Crediamo che la discriminazione è inaccettabile in una democrazia e che tutti i cittadini debbano essere  trattati con rispetto. E noi, persone Lgbti, abbiamo diritto alla pari dignità e vogliamo essere protetti dalle istituzioni statali».

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