La bandiera transgender, quella progettata da Monica Helms, come sfondo. Sulla banda rosa in alto una data: 11 ottobre 2018. Su quella centrale bianca la scritta: Prima condanna per l’Italia da parte della Corte europea dei diritti umani per la tutela delle persone transgender.

Questa l’immagine scelta dall’avvocato Giovanni Guercio, per introdurre il post pubblicato su Facebook nel pomeriggio di ieri: «Dopo una battaglia legale durata dieci anni, assistita dagli avvocati Giovanni Guercio e Maurizio de Stefano, una coraggiosa ragazza italiana ha affrontato dinanzi alla Corte la delicata questione della rettifica anagrafica, all’epoca non ammessa in assenza di intervento chirurgico di Rcs (Riassegnazione chirurgica del sesso), ottenendo la condanna del nostro Paese per la violazione dell’art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Un importante traguardo raggiunto che ricordi a tutti noi che l’essere umano viene prima di ogni altra cosa».

Un primato giudiziario, questo, che va ad aggiungersi a quelli ottenuti in Italia dal noto avvocato d’origine palermitana (ma residente da anni a Roma) e sempre correlati alla tutela delle persone trans.

Primati che possono essere così elencati: nel 1997 riesce a non fare nominare il Ctu (consulente tecnico d’Ufficio/Perito) in fase di autorizzazione all’intervento di riattribuzione chirurgica del sesso; nel medesimo anno primo caso di rettifica dei dati anagrafici senza previo intervento chirurgico; nel 2011 primo caso di autorizzazione all’intervento di riassegnazione chirurgica del sesso a un minorenne.

A meno da una settimana dalla sentenza (55216/08) della Corte europea dei diritti dell'uomo (Prima Sezione), il cui collegio giudicante è stato presieduto da Linos-Alexandre Sicilianos, lo abbiamo raggiunto per rivolgergli alcune domande.

Avvocato, che cosa è successo di preciso a Strasburgo?

Con sentenza dell’11 ottobre 2018, dopo una battaglia legale durata dieci anni, la Corte Europea dei Diritti Umani ha per la prima volta condannato l’Italia tutelando le persone transgender, nella fattispecie rappresentate da una coraggiosa ragazza che io ed il Collega Maurizio de Stefano abbiamo orgogliosamente assistito e difeso.

In buona sostanza la ragazza in questione, quando all’epoca era sempre richiesto l’intervento di riassegnazione chirurgica del sesso per potere ottenere la rettifica del sesso e del nome, nelle more della sua transizione ed essendo di aspetto assolutamente femminile, in applicazione del decreto presidenziale n. 396 del 2000, aveva richiesto alla Prefettura la possibilità di modificare il suo prenome con uno che fosse più consono al suo aspetto fisico, onde evitare una situazione di costante umiliazione ed imbarazzo.

A seguito del rigetto della domanda da parte della Prefettura, la ragazza aveva impugnato tale decisione dinanzi al Tar, il quale aveva, purtroppo, parimenti rigettato l’impugnazione.

Malgrado la nostra cliente abbia nelle more portato a termine tutto il suo percorso chirurgico ed anagrafico, ha voluto, da sola, portare avanti con il nostro supporto legale la sua lotta per l’affermazione di un sacrosanto principio che le era stato negato: il diritto ad un nome che la qualificasse per quello che era e non la sottoponesse alla quotidiana violazione della sua più intima privacy. Ebbene le carte, il diritto e soprattutto il buon senso le hanno dato ragione.

Che cosa l'ha spinta a ricorrere alla Corte europea dei diritti dell'uomo?

In realtà non mi ha spinto “qualcosa” ma, come sempre è per me in questi casi, mi ha spinto “qualcuno”: per me viene sempre prima la persona, in questo caso rappresentata dalla nostra cliente. È la sua, la loro forza a spingermi. Io poi ci metto la mia professionalità, e anche il mio cuore...

Perché, a suo parere, una tale sentenza ha un'importanza "storica" come l'hanno definita alcune/i attivisti/e transgender?

Ha un’importanza storica perché, per la prima volta, il nostro Paese viene condannato dalla Corte europea dei diritti dell'uomo per la tutela di una persona transgender.

Quale legge sarebbe necessaria a suo parere in Italia a tutela delle persone trans?

In Italia mancano legge e reato specifico che contrastino in maniera chiara ed inequivocabile gli episodi di omotransfobia, introducendo pene severe e sanzioni per chiunque commetta o istighi a commettere episodi di violenza a sfondo omofobico e/o transfobico.

Secondo lei i ripetuti casi di violenza transfobica sono da correlarsi a quel silenzio normativo circa le persone T, cui si assiste in Italia dal 1982 in poi?

Certamente tutto ciò contribuisce a creare un clima di violenza: se non si adottano delle misure severe per arginare il problema, in un certo senso è come se si “legittimasse” la gente a pensare che le persone transgender siano delle persone di “serie B”, delle quali chiunque può approfittare restando impunito.

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L'Italia ha violato l'articolo 8 della Convenzione europea dei diritti umani (diritto al rispetto della vita privata e familiare) rifiutando di registrare i matrimoni contratti all'estero (Canada, California, Usa e Paesi Bassi) da sei coppie di persone dello stesso sesso. In  tal modo ha così negato loro protezione legale e altri diritti associati.

Questa, in sintesi, la sentenza emessa oggi dallo Corte europea dei diritti dell'uomo (con cinque voti favorevoli e due contrari) che ha così accolto i ricorsi presentati congiuntamente nel 2012. Quattro anni prima, cioè, dell’approvazione della legge sulle unioni civili. Motivo, questo, dirimente per la Corte di Strasburgo.

Infatti, «sebbene gli Stati – come recita la sentenza - abbiano un ampio potere discrezionale sulla questione se consentire o meno di registrare i matrimoni omosessuali», l'Italia ha comunque commesso «una violazione dei diritti». E questo in ragione del fatto che «la legge italiana non forniva alcuna protezione legale né riconoscimento prima del 2016, quando la legislazione sulle unioni civili dello stesso sesso è entrata in vigore».

Secondo la stessa Corte «gli Stati sono liberi di restringere il matrimonio alle coppie eterosessuali, ma le coppie dello stesso sesso hanno bisogno di riconoscimento legale e di protezione della loro relazione».

L'Italia dovrà risarcire di 5mila euro ogni singolo ricorrente per i danni morali. In più versare una cifra forfettaria di 10mila euro da dividere tra tutti per il rimborso delle spese procedurali.

La notizia è stata accolta con esultanza da Rete Lenford che ha seguito una delle coppie.

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