La notte del 6 aprile Forza Nuova Perugia affiggeva uno striscione con la scritta No al festival dell’infamia e della perversione nel capoluogo umbro, dove era in corso il Festival del Giornalismo. A finire nel mirino il giornalista sotto scorta de La Repubblica Paolo Berizzi (minacciato di morte per le sue inchieste sul neofascismo e per il libro NazItalia - Viaggio in un Paese che si è riscoperto fascista, che ieri ha compiuto un anno dalla sua pubblicazione), Vladimir Luxuria e padre Alex Zanotelli.

A pochi giorni dal 25 aprile, alle cui celebrazioni il ministro dell’Interno Matteo Salvini non parteciperà per sua pubblica ammissione, abbiamo raggiunto Paolo Berizzi.

Paolo, quello del 6 aprile è stato uno degli ennesimi attacchi dei forzanovisti alla tua persona. Noti qualcosa di nuovo rispetto al passato?

Null'affatto. Sono i classici attacchi fascisti di Forza Nuova. Per loro tutto ciò che si discosta dal modello di famiglia tradizionale è infamia e perversione. Se si raccontano e si denuncia la loro matrice violenta, per loro - come per altri gruppi neofascisti (CasaPound, Lealtà e Azione, Veneto Fronte Skinheads) - sei un infame. Oggetto di quello striscione eravamo io, Vladimir Laxuria e padre Zanotelli.

In quello striscione c’è tutta la retorica patetica e la propaganda fascista, che Forza Nuova porta avanti da anni. È un classico loro. Come è un classico loro, l’uscire di notte e attaccare uno striscione nel nascondimento: una modalità vigliacca.

C’è stato, secondo te, in questi anni un crescente interesse da parte della galassia neofascista e neonazista per i temi della famiglia e delle persone Lgbti? Oppure si può parlare di mera continuità?

Bisogna tenere in conto che il loro dogma principale è Dio, patria e famiglia. Dove per famiglia loro intendono quella composta da uomo, donna e figli. Uomo e donna, nello specifico, sono considerati totalmente diversi, ognuno coi propri ruoli. Un ruolo che per la donna, tanto nella società quanto nella famiglia, è subordinato.

È chiaro che c’è stata una brusca accelerazione su questo tema negli ultimi anni. Il Congresso di Verona ha dimostrato come esso sia il cavallo di battaglia dei gruppi neofascisti ma anche dalla Lega, che di fatto è ascrivibile alla galassia dell’estrema destra europea. Non è un caso che tutti gli elementi della suddetta triade siano stati fortemente accentuati. Dio è quello delle associazioni cattoliche ultrareazionarie – si pensi, ad esempio, a Laboratorio Verona –, che si saldano con l’estrema destra e trovano nella Lega una formidabile cerniera. La patria è quella del Prima gli italiani. La famiglia è quella di cui parlavo prima.

Su questi tre temi tali gruppi hanno costruito tutta la loro narrazione e propaganda. Ovviamente chi dissente ed esce da tali binari è considerato una persona pervertita e malata. E questo è tipico del fascista: chiunque la pensi diversamente da loro è un nemico da combattere, un diverso, un malato.

Alla luce della tua esperienza ultraventennale, si registrano in tali gruppi fenomeni di “cameratismo omosessuale” come, ad esempio, avvenne nelle file della Sturmabteilung nazista?

Certo che ci sono: c’erano ai tempi del nazismo e ci sono oggi. Laddove c’è omofobia, ci sono delle identità nascoste e represse. La reazione di conseguenza è un attacco violento e scomposto verso quella che loro considerano una minoranza. Come politici eccellenti di destra, violentemente omofobi eppure omosessuali, so di soggetti militanti in questi gruppi che fuggono dal proprio orientamento sessuale, lo nascondono, lo reprimono (ma non sempre) e poi attaccano violentemente le persone omosessuali.

A fronte d’un numero crescente di raid, spesso anche violenti, di formazioni d’estrema destra e di manifestazioni inneggianti al fascismo credi che si possa parlare di sottovalutazione del fenomeno da parte della magistratura?

Lo noto purtroppo e lo denuncio da tempo. Io credo, e lo dico anche, che oggi l’estrema destra è alla guida di questo Paese. Non lo è ufficialmente ma ufficiosamente grazie anche ad autorevoli esponenti di questo governo, che hanno sdoganato e legittimato i gruppi neofascisti. E, per giunta, usano le stesse parole di questi gruppi a partire dal ministro Salvini. Prima gli italiani è uno slogan di CasaPound. È stato scippato a CasaPound ed è stato fatto diventare una parola d’ordine di questo governo, che è quello più a destra degli ultimi 50 anni.  Per non parlare poi di slogan tipici del Ventennio come Me ne frego, Chi si ferma è perduto, Tanti nemici tanto onore.

Tali gruppi non sono stati solo sdoganati e legittimati ma sono stati dati loro spazi di agibilità politica. È caduta, di fatto, la pregiudiziale rispetto al fascismo. Purtroppo anche pezzi delle istituzioni, come la magistratura ma anche la politica e gli amministratori locali, hanno assunto posizioni blande quando non giustificatorie rispetto a questi fascismi di ritorno. Fortunatamente non tutti. Sono tanti i magistrati che fanno il loro dovere. Penso, ad esempio, al caso di Bari, dove CasaPound è sotto inchiesta per tentata ricostruzione del Partito Fascista.

Per formazione e convinzione io sono uno di quelli che non commenta le sentenze dei magistrati. Ma alcune di esse lasciano non poco perplessi. Non si può, ad esempio, non citare il caso del 29 aprile 2017, quando al Campo X del Cimitero Maggiore di Milano CasaPound e Lealtà e Azione fecero 1000 saluti romani. Ebbene, il Tribunale di Milano ha sentenziato che quella parata neofascista era stata una mera commemorazione funebre.

Oppure il caso dello stabilimento balneare di Chioggia – da me portato alla pubblica attenzione –, tappezzato di simboli fascisti e di cartelli anche inneggianti alle camere a gas, dove, nel luglio di due anni fa, si tenne davanti a 650 persone un comizio d’esaltazione del Duce e di attacco la democrazia. Per la Procura di Venezia quel comizio era stata un’espressione del libero pensiero. Anche la magistratura ha dunque le sue responsabilità.

Vorrei ricordare che l’allora ministro della Giustizia Andrea Orlando – e lo ha ribadito ultimamente anche un costituzionalista di fama come Gaetano Azzariti – disse che questi gruppi possono essere sciolti. Io ritengo che gruppi come Forza Nuova, CasaPound, Lealtà e Azione, Veneto Fronte Skinheads vadano sciolti. Gli strumenti ci sono, le leggi ci sono: occorre solo applicarle.

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Un film horror che, già selezionato per il Medieval Film Festival e per il Nazist Festival, è degno dei Mentecat Awards.

Tale è secondo la Sora Cesira, la cantante e comica 'senza volto' diventata una web star con le sue canzoni-parodia e i suoi video di satira politica, il Congresso mondiale delle Famiglie, iniziato oggi a Verona: un vero capolavoro dell'orrore. Così il video, che ha dedicato all'assise veronese, è proprio un montaggio di scene di pellicole horror associate a unioni tra persone dello stesso sesso, inseminazione artificiale, divorzio.

«Un incubo a occhi aperti, un'angoscia senza fine, orrore allo stato puro», recita la voce fuori campo, come sei si trattasse di un trailer cinematografico, dove scorrono anche i volti di alcuni noti politici, da Matteo Salvini a Giorgia Meloni, e di alcuni relatori attesi al World Congress of Families.

«Più orripilante di Luca era gay, più soprannaturale di Riscoprirsi normali, più aberrante de La riproduzione artificiale dell'umano: Il Congresso della Famiglia», conclude il finto spot, mentre sul tabellone dei relatori fa irruzione un gorilla furioso.

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Famiglia. Attorno a questa parola di 8 lettere si consuma da alcuni decenni lo scontro frontale tra la collettività Lgbt e la parte più conservatrice della società, della politica, delle religioni monoteiste, non dico della cultura perché se accostiamo il concetto con la destra siamo in Italia all’ossimoro. È attorno all’idea di famiglia "tradizionale" che si raduna ogni anno, in una diversa città del mondo, quell’internazionale nera ed omofoba (ma pure sovranista, suprematista, misogina e chi più ne ha più ne metta), che da oggi fino al 31 marzo sarà di scena a Verona con strombazzamento di ministri, sottosegretari ed esponenti più o meno mostruosi del bigottismo e del bacchettonismo italico.

Li conosciamo bene. Sono quelli che passano la loro vita a darci fastidio, a dipingere gli omosessuali come persone da “curare” (si consiglia vivamente la visione al cinema, in questi giorni, di Boy Erased, che ci illumina sulle “terapie di conversione” basate sulla “cristologia” per eterosessualizzare gay e lesbiche credenti), esseri “deviati” e malati che rappresentano un pericolo per la società e, soprattutto, vogliono “minare alle fondamenta” la vita sociale con la loro pretesa di essere riconosciuti come famiglia a tutti gli effetti.

Per costoro, ma anche per il Vaticano che si è detto d’accordo nella sostanza, la famiglia etero è “iscritta da sempre nel cuore degli uomini” da Dio in persona, quel Dio di cui ovviamente loro sono gli interpreti fedeli, senza tema di essere smentiti dalle scienze sociali e dalla realtà dei fatti.

Sarebbe difficile persino per i campioni mondiali del bigottismo negare l’esistenza di milioni di lesbiche e gay. Ripiegano allora sul negazionismo familiare, negando l’esistenza della vita familiare per la collettività e le persone Lgbt. È un’ operazione, anche questa, che si scontra con la realtà: sono infatti milioni le coppie Lgbt che nel mondo libero si sono sposate o unite civilmente (in Italia alla fine dell’anno si supereranno le 30mila persone, un dato assolutamente eclatante e innegabile), offrendo una testimonianza d’amore che non mira certo a distruggere le famiglie composte da un uomo e da una donna, dalle quali per lo più proveniamo tutti, e che a loro volta non si sentono affatto minacciate dalle nuove coppie e dal loro “matrimonio”. Anzi, è commovente la partecipazione dei parenti alle cerimonie delle unioni civili!

Da diversi decenni andiamo dicendo che ogni epoca ha il suo tipo di famiglia e che è totalmente falso dire che la famiglia così come la conosciamo oggi è sempre esistita e sempre esisterà come icona immutabile della volontà divina e della “natura”. Un’idea, quella della natura umana, usata come una clava contro la collettività Lgbt come se le persone omosessuali non fossero “naturali” come chiunque altro, mentre di “contronatura” ci sono solo l’omofobia, l’esclusione e l’odio verso la diversità, per non parlare della pretesa di perpetuare il dominio del maschilismo sul mondo e sulla vita familiare.

Ecco. A Verona non si parlerà certo della totale mancanza di democrazia nella vita domestica, dove le donne lavorano molto ma molto di più dei loro mariti per accudire la casa e i figli (salvo lodevoli ed encomiabili eccezioni, che però non sono la regola). Come non si parlerà delle patologie della vita della famiglia tradizionale, che ovviamente per l’internazionale bigotta non esistono: una donna viene uccisa ogni tre giorni, il 95% delle violenze sui minori è consumato in ambito familiare, il predominio maschilista e patriarcale è stato solo modestamente scalfito, la violenza contro i diversi è la regola, soprattutto gli omosessuali che a volte vengono letteralmente buttati fuori casa dopo un timido coming out.

Poi, certo, ci sono le famiglie per bene e per fortuna sono anche tante. Ma ciò non vuol dire che le patologie della vita familiare debbano essere dimenticate o, peggio ancora, esplicitamente negate in quanto “temi irrilevanti”, come ci hanno detto i promotori dell’appuntamento bacchettone.

In sostanza siamo a due visioni opposte della vita familiare che, come dice la sentenza Oliari (Corte Europea dei Diritti dell'Uomo del 21 luglio 2015), non può essere negata a nessuno e in particolare alle persone Lgbt (e infatti l’Italia è stata condannata al risarcimento delle coppie ricorrenti e occorre riconoscere al governo Renzi di non aver fatto ricorso alla Grande Chambre contro la sentenza). Anche il Trattato di Lisbona, a cui è associata la Carta dei diritti fondamentali della UE, riconosce a tutti il diritto alla vita familiare (gli articoli 7, 9 e 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, entrata in vigore il 1° dicembre 2009).

E allora? Allora, da una parte ci sono i bigotti veronesi che, contro la storia, pretendono di riconoscere solo l’unione tra uomo e donna, ma solo se “aperta alla riproduzione” (parentesi: come la mettiamo con milioni di coppie etero che non vogliono o non possono fare figli?), e chiedono che lo Stato sostenga questo modello etero-riproduttivo escludendo tutti gli altri. Dall’altra parte ci sono la realtà, la vita, le persone vere. In Italia meno del 40% della popolazione oggi vive in una famiglia “tradizionale”. Nel nord Europa il dato è ancora più marcato: in Danimarca siamo al 25%. 

Paradossalmente, quindi, gli oscurantisti di Verona chiedono l’esclusione e la discriminazione della maggioranza delle cittadine e dei cittadini italiani. Nessuno di noi si è mai opposto a misure di sostegno della vita familiare, anzi. È l’ipocrisia della destra italiana a dimenticare i veri problemi della famiglia e del welfare familiare, a partire dai 2 milioni e 850 mila disabili gravi, assistiti da 8 milioni di caregiver familiari senza nessun sostegno dallo Stato. Dove sono le politiche di sostegno, al di là della propaganda familista?

Ci dicono che c’è famiglia se c’è un uomo e una donna con i figli, punto. Noi diciamo che c’è famiglia dove ci sono due persone che si vogliono bene, indipendentemente dal fatto che siamo due donne o due uomini, o una o due trans, o due persone che banalmente decidono di costruire la loro vita come vita familiare. Cos’è o cosa non è famiglia lo decide Salvini col travestimento di turno? O la sfilza di bigotti di cui ha infarcito il suo partito? Chi devo amare, come lo devo fare, come devo vivere e come posso morire lo decide Gandolfini, o Pillon, o il tipo di Crotone di cui non ricordo nemmeno il nome, e che pretende che la donna sia serva e schiava in casa?

Il capo leghista, bontà sua, dice che non è interessato a come le persone fanno l’amore in casa propria tra le mura domestiche. Ma qui non è solo una questione di sesso: il tema è il rispetto della vita familiare altrui, dell’idea che c’è famiglia dove ci sono gli affetti, dove le persone si sostengono a vicenda, dove ci si aiuta, dove si è solidali, e dove - perché no? - assieme all’amore c’è amicizia, stima, e desiderio l’uno dell’altro o l’una dell’altra. 

Chi lo decide? Semplice: lo decidono le persone, una per una, e non certo l’internazionale bigotta.

La vera differenza tra democrazia e i regimi autoritari da cui provengono i relatori di Verona è tra libertà e autonomia dell’individuo e l’autoritarismo che sgorga a piene mani dai vari Orban e dai vari Smirnof, che parlano a vanvera delle vite degli altri (la citazione non è casuale) come se milioni di persone non esistessero e come se non esistesse la loro volontà.

E nemmeno la Storia. La famiglia mononucleare e “tradizionale” come la si propaganda oggi non è sempre esistita: si può dire che c’è da due secoli o poco più, essendo il frutto di quell’economia tayloristico-fordista che ha trionfato tra l’800 e il 900 e a cui serviva la riproduzione a basso costo della forza lavoro. Si abitava vicino alla fabbrica e la vita era predeterminata: si nasceva, ci si fidanzava, ci si sposava, si facevano figli che andavano ad occupare il posto di lavoro dei padri e si moriva. 

È ancora così oggi? Direi proprio di no. Può piacere o non piacere (e molti aspetti non piacciono nemmeno a me) ma quella società in gran parte non c’è più e la rivoluzione digitale e la robotizzazione la cambieranno ulteriormente. Ora e sempre di più in futuro le famiglie saranno frutto di una scelta basata sulle affinità tra due persone, sugli affetti, sulla speranza di felicità che una relazione può offrire.

Se ne facciano una ragione i bigotti e anche lo Zelig della politica italiana che balbetta quando gli dicono che esistono famiglie gay felici e che felici sono anche i loro bambini. La destra omofoba e bigotta può vincere qualche elezione sfruttando e promuovendo tutte le paure del mondo, ma non può cambiare il corso della storia o farci tornare indietro di secoli, magari all’epoca romana, quando dalla Rupe Tarpea un padre poteva gettare nel precipizio i figli che non voleva. O come proprio a Verona dove due ragazzi, Giulietta e Romeo, si suicidano a causa delle assurde rivalità tra le loro famiglie di origine.

Nel passato la famiglia è stata anche questo orrore, che speriamo non si ripeta mai più anche grazie alle famiglie Lgbt e a quel meraviglioso pluralismo delle  nuove famiglie che non piacciono agli adunati di Verona ma che possono essere l’occasione di un mondo più amorevole e più felice.

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«Noi partiamo dall'idea, suffragata dalla scienza, e lo dico anche come psichiatra, che il bambino, per avere un'adeguata costruzione della sua personalità, ha bisogno di un padre e di una madre, di due persone con le quali identificarsi e diversificarsi. L'ambiente più vantaggioso per la crescita di un figlio è la famiglia naturale. Pensare che si possa dare per via giuridica e legislativa il consenso a poter adottare dei bambini a delle coppie omogenitoriali, attraverso pratiche di alchimia biotecnologica e soprattutto attraverso quella via incivile e abominevole che è l'utero in affitto, ecco questo non può essere accettato, e mi assumo la responsabilità di quello che dico». 

Queste le parole che Massimo Gandolfini, leader del Family Day e portavoce del Comitato Difendiamo i nostri figli, ha pronunciato ieri a Firenze nel corso dell’evento Più famiglia, più Italia organizzato da Fratelli d’Italia. Richiamandosi poi espressamente al suo intervento di venerdì «in conferenza stampa a Verona», dove ha co-presentato i temi del Congresso mondiale delle famiglie, ha «chiarito la nostra posizione. Noi vogliamo difendere e portare sempre sul candelabro, in maniera che si veda, questa famiglia come società naturale. Questo non vuol dire che neghiamo i diritti civili legati alla persona e che la persona può usare in quella formazione sociale che si chiama unioni civili. Ma vogliamo tenere chiara che esiste una differenza fra l'unione civile e la famiglia come società naturale, e la differenza fondamentale riguarda i figli».

Lo psichiatra bresciano, che alle elezioni politiche del 4 marzo aveva fatto convergere i voti del Family Day sulla Lega riuscendo così a portare in Senato il suo braccio destro Simone Pillon, ha ieri invece annunciato il sostegno a Fratelli d'Italia alle europee di maggio.

«Noi riconosciamo – ha così dichiarato - che Fratelli d’Italia e Giorgia Meloni stanno portando avanti una politica a vantaggio della famiglia, per la difesa della vita dal concepimento alla morte naturale e per la libertà educativa dei genitori, assolutamente coerente rispetto al Family Day e alle nostre iniziative. Ed è per questo che alle prossime elezioni europee sosterremo i candidati di FdI perché è il partito che ha graniticamente sostenuto le istanze del Family Day».

Affermazioni che sono state salutate con entusiasmo da Giorgia Meloni, che ha ringraziato «Massimo Gandolfini per le importanti parole che ha pronunciato oggi per il sostegno a Fratelli d’Italia. Difesa della vita, centralità della famiglia naturale, libertà educativa e la lotta all’ideologia gender: sono queste le istanze che condividiamo con il popolo del Family Day e che vogliamo portare anche in Europa».

Meloni, che il 15 marzo ha presentato il simbolo con cui Fdi correrà all’europee (recante la sottodicitura Sovranisti conservatori), ha tenuto poi a ricordare la sua presenza in veste di relatrice al World Congress of Families di Verona.

«Penso che francamente - ha detto - siano deliranti alcune affermazioni su questa manifestazione che sono arrivate da esponenti del governo. Segnatamente quella secondo la quale chi va a quel congresso vorrebbe ridurre le donne in schiavitù. Segnalo che ci vado io che sono fino a prova contraria sono l’unico segretario di un partito donna che esiste in Italia e che sono noi quelli che fanno le battaglie per chiedere che le donne non debbano scegliere tra poter lavorare e avere un figlio. Su questo purtroppo il Governo non è molto presente.

Devo dire che iniziative a sostegno della natalità, della famiglia e della conciliazione tempi di vita-tempi di lavoro sono assolutamente assenti. Lo stesso reddito di cittadinanza favorisce i singoli rispetto alle famiglie numerose. Quindi se gli esponenti del M5s, invece di starnazzare cose senza senso, si occupassero di aiutare le famiglie e le donne a poter lavorare senza dover per questo rinunciare ad essere madri sarebbero più credibili».

Ma l’intervento di Gandolfini è stato anche segnato dall’attacco alla senatrice Monica Cirinnà, per aver sfilato l'8 mazro a Roma col cartello Dio, patria e famiglia, che vita de merda: «Si è trattato di un delirio paranoide – ha detto - e parlo da psichiatra. A Milano, invece, c’era un corteo di femministe che portavano un cartello che recitava: Il corpo è mio e non di quel…. Il resto lo sapete. Lo trovo di un’offesa talmente grande che offenderei me stesso se lo dicessi. Il resto lo lascio alla vostra immaginazione, ma soprattutto amici, lo lascio alle vostre preghiere».

Raggiunta telefonicamente, la senatrice Cirinnà, che oggi è stata confermata tra i 120 componenti del direttivo del Pd, ha così commentato a Gaynews l'intervento del leader del Family Day: «Gandolfini è un odiatore seriale e oggi ne ha dato ulteriormente prova. Il fatto di essere anch’io, come tante, oggetto del suo odio è per me una medaglia e non un affronto».

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Marcata cadenza veneta e lucidità analitica. Questi i due aspetti che si colgono sin dalla prime battute di Mauro Bonato, che è stato sindaco di Bosco Chiesanuova dal 1993 al 1999 e deputato della Lega Nord nell’XI° e XII° legislatura. Uno che ha militato nel Carroccio del senatùr sin da giovane, ricoprendo le cariche di segretario provinciale di Verona, responsabile del movimento giovanile e vice segretario nazionale.

Ed è alla Lega delle origini, quella delle autonomie e della lotta alla corruzione, che guarda Bonato, consigliere comunale a Verona e capogruppo consiliare del Carroccio fino all'8 marzo. Quando, cioè, si è dimesso per favorire l’elezione a consigliere provinciale di un suo fedelissimo quale Roberto Simeoni (la cui candidatura sarebbe stata altrimenti bocciata) e «togliere dall’imbarazzo» il partito, secondo le accuse dell’omologo scaligero Alberto Zelger, contro le cui dichiarazioni omofobe a La Zanzara proprio Bonato aveva fatto votare l’11 ottobre un odg di condanna in aula consiliare.

Quello stesso Zelger, componente del comitato esecutivo del Congresso mondiale delle Famiglie, che a Bonato (autore di numerose opere agiografiche e curatore di scritti di santi/e dell’area veronese nonché collaboratore del sito Santi e Beati.it) proprio non scende giù.

Consigliere, che cos’è che non le piace del World Congress of Families?

Tutto. È per me inaccettabile che possa godere del patrocinio delle istituzioni un convegno con relatori a dir poco imbarazzanti. Ho letto le dichiarazioni di alcuni di loro e le trovo agghiaccianti. Penso all’arciprete ortodosso Dmitry Smirnov che in riferimento a chi abortisce ha detto: «Una persona non può trovare nessun tipo di felicità se assassina i propri figli. Questi cannibali, come il nostro popolo, devono cancellati dalla faccia della terra». O a Silvana De Mari, recentemente condannata dal Tribunale di Torino, che ha affermato: «L’omosessualità è una condizione drammatica per la condizione anorettale. Il sesso anale causa danni all’organismo. Pensate all’espressione “ti faccio un culo così”. È un gesto di violenza e di sottomissione. È un gesto che viene sempre fatto nelle iniziazioni sataniche. Non tra quattro sfessati, ma nei piani alti». Giovedì prossimo presenterò al sindaco una serie di domande in Consiglio in merito alle posizioni di tali persone.

Si parla di famiglia ma dalle gerarchie vaticane, come dalla diocesi di Verona, nessun sostegno pubblico. Lei, che è stato presidente dell'Istituto veronese per la storia religiosa, come giudica un tale silenzio?

È quello che ho chiesto ieri in conferenza stampa alla Sala degli Arazzi. Come mai non c’è il patrocinio della diocesi di Verona e della Conferenza episcopale del Triveneto? L’ho domandato al sindaco. Il consigliere Zelger ha risposto che il vescovo di Verona porterà i suoi saluti. Ma che significa? Il vescovo, se è per questo, porta pure i saluti alle persone in carcere o agli assassini. È poi fin troppo chiaro che i vescovi del Triveneto non vogliono essere tirati per la giacchetta per non alimentare una polemica sterile.

Tra i pomotori del Congresso c’è un veronese e leghista come il ministro della Famiglia Lorenzo Fontana. Neanche questo le piace?

Ma per nulla. Se il ministro Fontana voleva fare un convegno coi suoi fan, lo poteva fare ma senza il supporto delle istituzioni pubbliche e, in particolare, del Comune di Verona. Il Comune deve avere a cuore tutti e non soltanto una parte. Se concede il patrocinio al World Congress of Families, non può poi negarlo a eventi dedicati, ad esempio, alle donne o a persone discriminate sulla base del proprio orientamento sessuale o identità di genere. O lo concede a tutti o a nessuno. Ma poi Fontana con le sue idee di cattolicesimo...

Cioè?

Beh, l’ha dichiarato lui stesso. Partecipa ogni mattina alla messa in rito tridentino, celebrata a Roma dal suo confessore don Vilmar Pavesi, che è stato trasferito da Verona nella capitale. In un’intervista e a Pontida ha menzionato San Pio X. Per carità, un veneto illustre. Ma ne abbiamo avuto un altro di papa veneto: Giovanni Paolo I. E poi la Chiesa va avanti. Mica ci si può ancorare alle dichiarazioni di un pontefice di oltre 100 anni fa.

Mi sta dicendo che il Wcf è in chiave antibergogliana?

Da una parte mi appare chiaro che è in chiave antibergogliana. Dall’altra c’è l’intento di accaparrarsi i voti dei cattolici conservatori.

Insomma, è anche il segnale di una Lega sempre più aperta agli orientamenti cattoreazionari?

È un’involuzione per la Lega. Vorrei ricordare a Salvini che quando mi sono iscritto alla Lega alla guida della Liga Veneta c’era una donna quale Marilena Marin. Con Marilena noi abbiamo fatto delle battaglie di civiltà. Lei non è mai stata un’intregralista e ha sempre sostenuto che i diritti civili non si toccano. Le nostre battaglie erano per l’autonomia e per il miglioramento delle classi sociali. Questa deriva integralista è preoccupante. Penso soprattutto alle posizioni di un Simone Pillon. Se vanno avanti certe idee sulla donna, che dev’essere al servizio dell’uomo e angelo del focolare, ho già detto alle mie colleghe: Fate le valigie. È a dir poco pazzesco. Su aborto e divorzio non possiamo tornare indietro: sono leggi di civiltà. Ovviamente sono certo che queste posizioni non potranno mai affermarsi.

Consigliere Bonato, ultima domanda. Lei sa che si terranno a Verona delle contromanifestazioni e che All Out ha lanciato una petizione per chiedere la revoca dei patrocini istituzionali, che ha superato le 100.000 adesioni. Che ne pensa?

Quello dei patrocini è uno dei più grandi pasticci. Chiederne la revoca attraverso petizioni popolari mi sembra un’operazione non solo legittima ma giustissima.

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I 583 deputati presenti (sui 605 complessivi) del Parlamento monocamerale cubano hanno ieri approvato il nuovo testo della Costituzione, che sarà sottoposto, il 24 febbraio, al definitivo voto referendario popolare

Approvato, dunque, al pari di tutti gli altri anche l’art. 82 che, senza definire i soggetti del contratto nuziale (indicati invece quale «uomo e donna» nella Costituzione del 1976), recita: «Il matrimonio è un'istituzione sociale e giuridica. È una delle forme di organizzazione delle famiglie. Si fonda sul libero consenso e sulla parità di diritti, obblighi e capacità legale dei coniugi. La legge determina la forma in cui si costituisce e i suoi effetti.

Si riconosce inoltre l'unione stabile e singolare con validità legale, formante di fatto un progetto di vita in comune, che, sotto le condizioni e circostanze indicate dalla legge, genera i diritti e gli obblighi che questa prevede».

In sintesi, l’art. 82 parla di famiglie al plurale (riconoscendone dunque le varie forme), ravvisa nel matrimonio una delle modalità d’organizzazione dell’istituto familiare, utilizza il termine neutro di coniugi e riconosce legalmente le unioni di fatto

Sull’importanza di esso ha insistito, nell’intervento previo alla votazione dell’Assemblea Nazionale del Potere Popolare, il deputato e attivista Lgbti Luis Ángel Ádan Roble anche a fronte delle polemiche degli ultimi giorni, sollevate dalla cancellazione della ridefinizione del concetto di matrimonio dall’originario art. 68 (letta a livello internazionale come uno sbarramento costituzionale al riconoscimento delle nozze tra persone dello stesso sesso).

Roble non solo ha ricordato come l’essenza di una tale riformulazione sia mantenuta nel nuovo art. 82 ma ha ribadito tanto l’importanza del sì al voto refendario del 24 febbraio quanto il comune impegno a far sì che la successiva legge sul Codice della Famiglia non sia poi in contrasto col principio di uguaglianza e non discriminazione sancito dalla nuova Costituzione.

A definire quali soggetti costituiranno il matrimonio spetterà infatti a tale Codice da approvarsi entro due anni dal referendum costituzionale di febbraio.

«Vorrei nuovamente sottolineare – ha esordito il parlamentare – che sono in totale accordo con la redazione e il contenuto dell'art. 82, non solo come deputato ma come persona Lgbt».

Richiamando i punti salienti dell’articolo in questione, Roble ha quindi aggiunto: «In fin dei conti non ci sono regressi di nessun tipo. Non ci sono fazioni vincenti, né perdenti. Perché l'unico che vince è il popolo.

Facciamo solo in modo che le famiglie, la cellula fondamentale della nostra società, escano favorite e rafforzate al di là delle forme in cui si organizzano. Sono sicuro che nel Codice di Famiglia, una delle leggi attraverso la quale si deve attuare la volontà costituzionale, daremo legittimità sociale al rispetto dei diritti di tutte le persone, realizzando un grande lavoro comunicativo per progredire nell'educazione integrale della sessualità ed evitare che una legge contraddica la Costituzione.

Spero che tutti i deputati siano coerenti con i principi di giustizia e uguaglianza contenuti nel progetto di Costituzione. Stiamo promuovendo, istruendo e formando una coscienza critica.

Per finire rivolgo solo un invito a tutto il popolo a votare sì. Questa rivoluzione ha sempre contato e conterà su la partecipazione e l’impegno di molte persone di sesso e genere diverse. La Patria è di tutti».

A ricalcare i punti dell’intervento di Roble la deputata Mariela Castro Éspin.

Ma a particolarmente colpire del suo discorso è stata la parte finale, quando la direttrice del Cenesex rivolgendosi al padre Raùl Castro, segretario del Partito Comunista di Cuba nonché presidente della Commissione per la Riforma della Costituzione, ha dichiarato: «Voglio congratularmi con un educatore molto speciale nella mia vita, che m’insegnò che si può amare la Rivoluzione senza abbandonare la famiglia e si può amare la famiglia senza abbandonare la Rivoluzione. Grazie per il suo esempio di padre e di rivoluzionario».

Mariela ha quindi concluso: «Chiedo come deputata di quest’Assemblea che mi sia permesso d’abbracciarlo». Cosa che è avvenuta tra gli applausi scroscianti dei parlamentari in piedi.

Tornata al suo posto, la deputata ha riferito come il padre, nell’abbracciarla, le abbia sussurrato che le ricordava la madre Vilma Espín Guillois, deputata che introdusse nel Parlamento cubano la lotta per la famiglia e l'inclusione sociale senza discriminazione

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Al termine della tre giorni congressuale, tenutasi a San Vincenzo (Li), è stato eletto, domenica 21 ottobre, il nuovo direttivo di Famiglie Arcobaleno – Associazione di Genitori omosessuali.

Riconfermata alla carica di presidente ad triennium Marilena Grassadonia, che col suo dinamismo e combattività ha contribuito a imporre l’organizzazione alla pubblica attenzione e a conferirle un ruolo di rilievo nel dibattito su famiglia e omogenitorialità.

Ad affiancarla nel nuovo mandato Giancarlo Goretti quale vicepresidente, Roberta Zangoli ed Elisa Dal Molin, invece, nei rispettivi ruoli di tesoriera e  segretaria. Sono infine risultate elette come componenti del Consiglio  Delfina Alongi, Gabriella Giarratano, Laura Giuntini, Ryan Luca Spiga, Francesco Zaccagnini.

Come dichiarato da Grassadonia su Facebook, «dopo 13 anni di storia è arrivato per noi il momento della maturità: vogliamo crescere come interlocutore delle istituzioni e come associazione di rilievo nel mondo Lgbtqi. Per questo, tra le altre cose, lanceremo una campagna per attirare nuovi sostenitori che accompagnino i soci ordinari, genitori e aspiranti, nel nostro cammino».

La stessa presidente ha poi così enumerato gli obiettivi politici di Famiglie Arcobaleno per i prossimi anni: «Il riconoscimento alla nascita di entrambe le madri ed entrambi i papà, anche attraverso una campagna che sottolinei la responsabilità di tutti e due i genitori indipendentemente dalla relazione che li lega: single all’anagrafe, uniti civilmente, separati o divorziati.

La revisione della legge 40 per il pieno accesso alla pma per le donne single e le coppie lesbiche. Una campagna informativa e culturale sulla gestazione per altri e la promozione di una proposta di legge per una Gpa etica. Il matrimonio egualitario, la revisione della legge sulle adozioni, perché sia accessibile a single e coppie gay o lesbiche.

Un rinnovato e rafforzato impegno nelle scuole per la piena applicazione della legge contro le discriminazioni e per l’ingresso della nostra associazione nel Fonags, il forum delle famiglie consulente del Miur».

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A meno di una settimama dal 6 e il 7 ottobre, giorni in cui il popolo romeno è chiamato a esprimersi sulla riforma costituzionale di matrimonio e famiglia, il tema referendum continua a tenere banco a Bucarest.

Nel pomeriggio di oggi oltre 700 persone si sono radunate nella centralissima piazza della Vittoria (Piața Victorie) accogliendo l’appello dell’associazione Lgbti MozaiQ.

Davanti al Palazzo Vittoria, sede del Governo e residenza ufficiale della premier Vasilica Viorica Dăncilă (nota per aver definito "autistici” quei deputati europei che “disinformano l’Unione europea” in materia di giustizia sì da provocare le reazioni di associazioni di genitori di bambini affetti da sindrome di Kanner), Vlad Viski, direttore di MozaiQ, e altri rappresentanti dell’associazione hanno attaccato Coalizione per la Famiglia, la Chiesa ortodossa di Romania e i parlamentari sostenitori di una riforma finalizzata a discriminare ulteriormente le coppie di persone dello stesso sesso.

Ribadendo che l’amore non può essere posto a votazione, Vlad Viski ha invitato a disertare le urne secondo lo slogan #boicotreferendum in maniera tale da non raggiungere la soglia del 30%, necessaria per la validità.

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A pochi giorni dal referendum, che avrà luogo il 6 e il 7 ottobre, è stata ieri pubblicata la decisione n. 534, emessa il 18 luglio dalla Corte Costituzionale di Romania.

Presieduta da Valer Dorneanu, la Curtea Constituţională ha stabilito che le coppie di persone dello stesso stesso godono ex iure degli stessi diritti familiari di quelle formate da persone di sesso opposto. Dovrebbero pertanto «beneficiare del riconoscimento legale e giuridico dei diritti e doveri delle coppie eterosessuali».

Promossa da alcune associazioni che, vicine alla Chiesa ortodossa romena e riunite nella Coalizione per la famiglia, hanno raccolto circa tre milioni di firme, l’iniziativa referendaria è finalizzata a revisionare la Costituzione con riferimento alla ridefinizione del concetto di famiglia.

Secondo il testo che verrà sottoposto a consultazione in ottobre e che, in caso di vittoria del sì, sarà inserito nella Carta costituzionale, il matrimonio «rappresenta l'unione tra un uomo e una donna» e non tra «sposi» come prevede il relativo articolo vigente. 

La legislazione romena non consente le unioni tra persone dello stesso sesso ma secondo Coalizione per la famiglia un esplicito divieto in Costituzione renderebbe difficile se non impossibile modificare o introdurre una norma in tal senso.

La sentenza della Corte Costituzionale è stata salutata con soddisfazione dagli attivisti e attiviste di Accept.

Romanița Iordache, vicepresidente dell’associazione con sede a Bucarest, ha dichiarato: «La decisione di oggi conferma ancora una volta che la famiglia di persone dello stesso sesso è uguale a qualsiasi altra famiglia.

Il referendum diventa completamente inutile da qualsiasi punto di vista, poiché la Costituzione romena, alla luce dell’articolo 26, pone già un elemento di uguaglianza tra le famiglia, composte da persone di sesso opposto e coniugate, e le coppie dello stesso sesso. Anche se ora non esiste per quest’ultime una forma giuridica di registrazione familiare.

Il partenariato civile dev'essere disciplinato d’urgenza del Parlamento».

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Il Senato romeno ha ieri adottato la proposta di revisione della Costituzione per la ridefinizione del concetto di famiglia.

A votare a favore del provvedimento 107 senatori del Partito Social Democratico (Psd), di Alleanza dei Liberali e dei Democratici (Alde), del Partito Nazionale Liberale (Pnl) e dell'Unione Democratica Magira di Romania (Udmr). Gli unici voti contrari quelli dei 13 parlamentari di Unione Salva Romania (Usr).

Il voto del Senato è stato l'ultimo passo prima del referendum di riforma costituzionale, fissato al 7 ottobre. Per Liviu Dragnea, leader del Psd (partito di governo) e presidente della Camera dei deputati, il referendum sarà «un momento cruciale per i valori fondamentali della società rumena».

L’iniziativa referendaria era stata lanciata mesi fa da alcune associazioni che, vicine alla Chiesa ortodossa romena e riunite nella Coalizione per la famiglia, hanno raccolto circa tre milioni di firme.

Secondo il testo che verrà sottoposto a consultazione e che in caso di vittoria del sì sarà inserito nella Carta costituzionale, il matrimonio «rappresenta l'unione tra un uomo e una donna» e non tra «sposi» come prevede l'attuale articolo.

La legislazione romena non consente le unioni tra persone dello stesso sesso ma secondo Coalizione per la famiglia un esplicito divieto in Costituzione renderebbe difficile se non impossibile modificare o introdurre una norma in tal senso.

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