Marta Loi è una giovane mamma di origini cagliaritane che con la moglie Daniela Conte, napoletana, vive ormai da anni a Barcellona.

La storia di Marta e Daniela ha destato molto interesse due anni fa perché il loro figlio Ruben, nato in Spagna, è stato tra i primi bambini italiani di coppie omosessuali unitesi in matrimonio all’estero a essere registrati all’anagrafe di un Comune italiano. Grazie all’intervento del sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, Ruben ha avuto la possibilità di accedere ai diritti basilari: passaporto, assistenza familiare, sussidi che lo stato spagnolo garantisce ai bambini e ai loro genitori.

Marta Loi, che si sta per laureare all’Accademia di Belle Arti di Barcellona con una tesi sulla decostruzione dei ruoli di genere, insegna tecnologia nelle scuole medie ed educazione sessuale nella scuola primaria. La contattiamo alcuni giorni dopo l’attentato della Rambla per cogliere lo stato d’animo della cittadinanza.

Marta, come stai vivendo e come sta vivendo la città in questi giorni che seguono l'attentato? Dove ti trovavi alle 17.00 del 18 agosto?

Al momento dell'attacco ero a casa con Daniela e Ruben. Avevamo pensato di uscire quel pomeriggio ma per fortuna alla fine si è fatto tardi e siamo rimaste a casa.

Io sono molto colpita. All' improvviso la vulnerabilità è diventata reale. Sai che una cosa del genere può succedere ma non puoi mai immaginare che succeda a dieci minuti da casa tua in un punto della Rambla che avevamo attraversato solo il giorno prima. La città è ferita ma viva. Ho avuto la sensazione che in parte si voglia rimuovere il dolore. Spero invece che venga metabolizzato.

Credi che ci saranno delle conseguenze dal punto di vista turistico? Credi che la paura possa cambiare le scelte dei turisti o addirittura la stessa vita dei cittadini di Barcellona?

Sugli abitanti di Barcellona posso dirti che non si fermeranno: le loro vite già proseguono. Forse meno spensierati ma parliamo comunque di una città che resiste. Sul turismo non saprei. Non escludo un calo ma poi arriverà comunque la ripresa.

Pensi sia possibile che episodi del genere alimentino anche in città come Barcellona fenomeni di razzismo e islamofobia?

Sì. È possibile purtroppo e sta già succedendo. Sono già apparse scritte sui muri contro la persone musulmane. Barcellona è multietnica ma anche poliedrica per quanto riguarda l'integrazione delle diversità. Nel senso che, essendo densamente popolata, trovi persone molto “aperte” ma anche altre che non lo sono. Bisogna dire però che già venerdì un gruppo fascistoide aveva convocato una manifestazione che gli abitanti di Barcellona hanno dissolto: li hanno cacciati via dalla RamblaC'è veramente di tutto qui. Dobbiamo fare in modo che l'odio non generi altro odio.

Sta girando su Facebook una vignetta che mostra le due reazioni principali che si stanno scatenando: c'è il tipico pazzo ignorante che se la prende con una donna con il velo e una donna che, per evitare l'aggressione, si mette a parlare con lei di altro. È una vignetta esemplificativa del clima umano di Barcellona, oggi.

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Classe 1968, il barcellonese Carles Rodriguez Reverter dirige da vent’anni lo storico sex-shop Zeus, la cui apertura nel barri di El Raval risale al 1983. Carles, che è intervenuto più volte su questioni afferenti alla sessualità delle persone Lgbti rilasciando interviste a media locali e a un magazine gay svedese, ha avuto in passato un ruolo di primo piano nell’ambito della collettività omosessuale catalana.

«Oggi ci sono molte associazioni Lgbti – così ha dichiarato ai nostri microfoni – che soddisfano alle esigenze dei suoi vari componenti. Ma durante gli anni '80 e '90 del secolo scorso abbiamo lavorato duramente per realizzare la prima “mappa gay” di Barcellona e collaborare con le poche realtà Lgbti esistenti. Collaborazione finalizzata a promuovere campagne in difesa della collettività e favorire l'accettazione sociale delle persone Hiv positive in particolare nel quartiere di Raval, che era all’epoca il più povero della città».

A lui abbiamo rivolto alcune domande sull’attentato della Rambla – a pochi passi da El Raval –  che nel pomeriggio di giovedì 17 agosto ha fatto 14 vittime e 120 feriti.

Carles, come hai vissuto quelle ore drammatiche?

Quando si è verificato l'attentato intorno alle 17:00, ero a casa mia che è a meno di 500 metri dal luogo della strage. All’inizio non riuscivo a  capacitarmi dell’accaduto. Poi sono subentrati indignazione e dolore.

Come ha reagito la collettività Lgbti?

Come hanno reagito tutte le altre persone. Non posso però non ricordare la manifestazione fascista e anti-islamica, che si è tenuta nella giornata d’ieri. Protetti da cordoni di polizia, i partecipanti sono stati alla fine ricacciati da numerosi contromanifestanti con le nostre bandiere raimbow e altre. Si sono uniti a noi anche tantissimi passanti.

Quest’anno si sta celebrando il decennale del Barcelona Circuit Festival che, iniziato il 5 agosto, terminerà domani. La sera di giovedì 17, per rispetto alle vittime dell’attentato, è stato sospeso il party al Razzmatazz mentre ieri il programma è ripreso come di consueto. È un segnale importante: non credi?

Assolutamente, sì. Sono d’accordo con il gruppo organizzatore Matinée. Non dobbiamo permettere a nessuno di farci intimorire né manipolare. Ieri mattina ne abbiamo dato prova insieme coi tantissimi barcellonesi e turisti in Plaça de Catalunya gridando nella nostra lingua: No tinc por (Non ho paura). E poi con lo stesso stato d’animo abbiamo invaso la Rambla. Solo così si potrà veramente enervare il terrorismo e ridurne la portata.

Jorge Moruno, sociologo e componente di Podemos, ha twittato: Alcuni utilizzano il dolore per rinfocolare la xenofobia, altri per attaccare l'indipendentismo e altri per mescolarlo con la turismofobia. Che ne pensi?

Sottoscrivo ogni parola. In primo luogo la strage della Rambla sta alimentando la mai sopita ondata xenofoba e, in particolare, islamofoba. In generale tutti i fascisti sono contro i musulmani. C’è poi da dire che non pochi giornali ed emittenti tv madrilene stanno parlando in queste ore dell’attentato anche con riferimenti negativi alle posizioni indipendentiste catalane. Che poi tutto questo si concreti in forme di turismofobia è inevitabile. Ma, come ho detto, non ci lasceremo sopraffare. Perché l’amore e il coraggio vincono sempre su l’odio e la paura.

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Il seno per gli antichi aveva un valore religioso. Si pensi alla Venere di Willendorf, conservata al Museo di Storia naturale di Vienna. Si tratta di una statuetta scolpita circa 25mila anni fa da antenati che veneravano la divinità femminile in una società matriarcaleQuel “religioso” antico però era qualcosa di molto diverso rispetto a quel che è oggi per noi la religione, ossia una tradizione sterile da contrapporre ad altre (non mi riferisco ai fedeli veri, ma al senso comune della religione, che è in generale ben poco sviluppato). Per gli antichi la religione era uno strumento di conoscenza.

Banalizzando un po’, ma neanche troppo, possiamo dire che le tette erano di fatto uno strumento di conoscenza. Che c’entra la cultura in tutto questo, direte voi? Ecco la risposta: “cultura” è “coltivazione”, stando all’etimologia. Coltivazione della conoscenza. Il seno dunque, e più in generale l’aspetto corporeo dell’esperienza, anche religiosa, aveva per gli antichi un valore culturale che noi oggi abbiamo in gran parte perduto. Questo valore non si è perduto allo stesso modo in ogni luogo.

Basti guardare l'immagine di Qusayr Amra. Di cosa si tratta? È arte islamica. Un affresco realizzato nella residenza dei piaceri del califfo al-Walid I, in Giordania, all’inizio dell’VIII secolo, un sito oggi protetto dall’Unesco dove sono raffigurate innumerevoli scene di caccia e di piaceri, come questa ancella seminuda che esce dal bagno, che ci raccontano di un Islam agli albori molto diverso dall’immagine stereotipata che potremmo farci di donne col velo, aniconicità dell’arte e tutto ciò che caratterizza la cultura musulmana, specie quella più reazionaria, di oggi. Questa antica libertà, molto più avanzata dell’Occidente cristiano degli stessi secoli, non ha purtroppo avuto grande fortuna. Nemmeno in Occidente.

Perché si perde questa libertà? Perché si comincia a negare al sesso il suo valore culturale. Viene ridotto a pura meccanica, a pura funzione.

Così in Europa, nella Roma dei papi, quando Caravaggio dipinge la Madonna dei Palafrenieri per la cappella di Sant’Anna in San Pietro nel 1605, il dipinto viene accolto con poco entusiasmo, per usare un eufemismo, se ancora decenni dopo Giovan Pietro Bellori – un grande teorico ma comunque un figlio del suo tempo - parla della Vergine rappresentata “vilmente”, per via di quel procace seno offerto senza filtri alla vista dei fedeli. Il seno e il ventre di quella Madonna che pure aveva accolto Dio stesso deve essere censurato, negato, mortificato. Ci troviamo davanti alla negazione del valore religioso e dunque culturale, di conoscenza, del sesso; persino nella sua più ampia e sacra accezione cristiana, quella del seno che aveva allattato Gesù.

E cos’è questa se non una de-culturazione? Una volontaria privazione di uno strumento di conoscenza può portare ad un solo risultato: l’ignoranza. Cosa fiorisce dove manca la cultura? Solo la violenza. La violenza della censura, del totalitarismo, della prevaricazione, la violenza del fascismo.

Il fascismo, sì. Il fascismo di quel manifesto, comparso nelle strade di Roma pochi giorni fa, che mostrava l’immagine di un dipinto con una donna che allatta il suo bambino con la scritta: L’Italia ha bisogno di figli, non di unioni gay e immigrati. Un manifesto fascista negli intenti e nel retropensiero. Fascista perchè non considera le donne soggetti ma oggetti della propaganda; perché parla di unioni gay senza considerare le lesbiche e senza valutare il fatto che quella donna nell’immagine (che è un dipinto di Gino Severini del 1916, Maternità, conservato all’Accademia Etrusca di Cortona) potrebbe in effetti essere una madre lesbica.

In conclusione, il sesso e tutto ciò che è ad esso legato, il corpo, le tette, sono uno strumento di conoscenza e hanno un valore culturale. Il sesso non solo è cultura, ma deve esserlo, perché la cultura, la brama di conoscenza, è il solo antidoto alla violenzaRicordatevelo quando nelle strade d’Italia marceremo per dichiarare il nostro orgoglio, e ricordate che anche la stessa Città Eterna fonda il proprio mito sulla tetta della lupa che allattò Romolo e Remo e che era, come ricorda Tito Livio, una probabile prostituta. Alla faccia dei fasci. Viva il sesso, le tette, la cultura, l’orgoglio. Viva il Pride.

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