Riunitosi a Bologna il 25 e 26 novembre, il Consiglio nazionale di Arcigay ha votato all'unanimità un ordine del giorno a sostegno della legge sullo ius soli. Sul relativo ddl, com’è noto, si dovrebbe votare la fiducia nella prima settimana di dicembre.

«Sosteniamo compattamente e con convinzione questa iniziativa – ha dihiarato il presidente di Arcigay Flavio Romani - che corrisponde in pieno al nostro impegno e alla nostra battaglia per i diritti civili.

Non solo. Respingiamo con forza gli allarmi di chi usa temi come omofobia e misoginia per far leva sulla paura dello straniero e affossare questa iniziativa di legge: è incredibile che la politica italiana, una delle più misogine e omofobe d'Europa, usi questi argomenti. Si tratta di una grave mistificazione, che tenta di associare femminicidi e omofobia alla popolazione immigrata, mentre i dati raccontano clamorosamente tutt'altro.

Arcigay, vogliamo ribadirlo, è assolutamente a favore del riconoscimento della cittadinanza italiana a tutti i ragazzi e le ragazze che sono nati nel nostro Paese, che qui hanno frequentato le scuole, parlano la nostra lingua, e sono di fatto parte integrante e preziosa del nostro tessuto sociale.  In questo senso annunciamo sin d'ora il nostro sostegno a tutte le iniziative e le mobilitazioni che in ogni parte d'Italia alzeranno la voce per chiedere il riconoscimento di questo diritto fondamentale».

Flavio Romani torna così a parlare di un tema a lui caro, sul quale si era già espresso alla vigilia della manifestazione romana #NONèREATO del 21 ottobre. Manifestazione cui, grazie anche alla sollecita opera di sensibilizzazione promossa da Antonello Sannino, aderì Arcigay Nazionel con Gaynet e il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli.

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Sabato 21 ottobre a Firenze, nella modernissima struttura del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino di Piazza Gui, si è inaugurata con un vernissage a inviti la prima grande mostra dedicata a Paolo Poli, genio dello spettacolo italiano scomparso da poco più di un anno. Realizzata in collaborazione con il Mibact, il Comune di Firenze e il Maggio Musicale Fiorentino, la mostra-album è curata dal critico teatrale Rodolfo di Giammarco e dal compositore Andrea Farri, nipote di Paolo Poli.

Ed è proprio il curatore Rodolfo di Giammarco a proporre, durante la breve presentazione del vernissage, un paragone suggestivo tra Paolo Poli e David Bowie sottolineandone la similarità del sorriso, prova inconfutabile di un medesimo "linguaggio dell'identità". Articolata in 40 monitor come fossero 40 quadri viventi e tecnologici, che restituiscono ai visitatori momenti teatrali ed estratti della storia della carriera di Paolo Poli, la mostra presenta un allestimento davvero contemporaneo che consente al visitatore di percorrere una piacevole maratona lungo l'intera carriera del grande artista fiorentino.

Nel corso della presentazione della mostra, icoordinata dal responsabile della comunicazione del Teatro del Maggio Musicale, Paolo Klun, ha preso la parola anche il sindaco di Firenze Dario Nardella, che, salutando il direttore di Gaynews Franco Grillini seduto in prima fila, ha ricordato l'importanza di Poli anche nell'azione di scardinamento di pregiudizi e stereotipi.

Interessante anche la testimonianza del musicista Stefano Bollani che ha ricordato l'eccezionale personalità del grande artista: "Paolo Poli era uno che faceva esattamente quello che voleva fare - ha sottolineato Bollani -. Non faceva nulla per rompere le scatole, faceva quello che voleva fare senza pensare a quello che bisognava o non bisognava fare"

“Questa è la prima grande mostra dedicata a Paolo a Firenze, e la scelta della città non è casuale - dichiara per Gaynews Lucia Poli - e la particolarità è che tutto il materiale è stato digitalizzato ed è possibile vederlo nel quaranta monitor del percorso. Paolo è stato una grande personalità perché scandalizzava e veniva prima dei suoi tempi. Ha fatto Santa Rita a teatro e, all’epoca, c'è stata un'interpellanza parlamentare. Ha precorso i tempi e molti l'hanno imitato ma non si può imitare Paolo Poli perché lui aveva mille maschere. Dice Nietzsche, se le illusioni e le maschere ci consentono di vivere, liberiamo tutte le illusioni e indossiamo tutte le maschere e lui l'ha fatto"

“Paolo Poli era un maestro e come molti maestri non lascia dietro di sè nessuno. Era unico e non può essere sostituito - aggiunge lo scrittore Stefano Benni, ospite dell'inaugurazione della mostra - questa mostra serve a non dimenticarlo perché non c'è un altro Paolo Poli".

Sarà possibile visitare la mostra “Paolo Poli è…” fino al 6 gennaio 2018 presso il Teatro del Maggio Musicale Fiiorentino, in piazza Vittorio Gui, 1 a Firenze.

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Si è aperto martedì 5 settembre presso il tribunale di Verona il processo a carico di Massimo Gandolfini, leader del Family Day, con l'accusa di diffamazione nei riguardi di Arcigay. La seconda udienza si è tenuta giovedì 21 settembre. Per saperne di più abbiamo raggiunto Flavio Romani, presidente della storica associazione rainbow.

Flavio, perché hai deciso di sporgere denuncia a nome di Arcigay contro Gandolfini?

Perché Arcigay è stata infangata da un'accusa infamante, che offende il nostro lavoro quotidiano come associazione e l'onorabilitá di ogni socio e socia. Come ben sappiamo, da ormai vari anni è stata montata contro le persone gay, lesbiche e trans una guerra che chiama i cittadini a lottare contro quella colossale bufala della cosiddetta "ideologia gender". Il tutto è iniziato con la discussione della legge contro l'omofobia, che secondo loro limitava la loro libertà di offendere e discriminare le persone Lgbtim e ha avuto il suo culmine nei mesi della discussione della legge Cirinnà. Gruppi di cattolici integralisti si sono saldati con movimenti di estrema destra e hanno messo in piedi iniziative di tutti i tipi nell'intero Paese dalle Sentinelle in piedi al Family Day fino a centinaia di convegni in cui si spiegava quanto noi fossimo una minaccia per la società.

In alcuni di questi incontri il professore Gandolfini ha affermato che Arcigay approva la pedofilia. È stato subito chiaro che era stato passato il segno e che il contrasto non era più di tipo culturale e politico ma si  scadeva nella denigrazione e nell'accusa infamante. E questo per me era intollerabile come presidente di Arcigay e rappresentante legale di questa associazione ma anche e direi soprattutto anche come socio di Arcigay da tantissimi anni. Ho ritenuto che l'unica risposta possibile fosse quella delle vie legali: non si trattava più di una battaglia culturale o politica, ma era diventata una battaglia a cui solo un tribunale può dare risposta.

La pedofilia è un reato colpito giustamente con leggi molto severe ma prima ancora è un atto orrendo e devastante che distrugge la vita dei bambini e delle bambine che ne sono vittime. Poteva forse Arcigay tollerare tutto questo? Io credo di no. Gandolfini ci ha accusato davanti a centinaia di persone di approvare la pedofilia e ora (aggiungerei) deve rispondere davanti a un giudice di diffamazione aggravata.

Ti aspettavi che fosse istruito un processo o pensavi a un'archiviazione?

Ovviamente quando si presenta una querela non si è mai certi dell’esito. Però nel nostro caso abbiamo prodotto i video delle conferenze del professore Gandolfini che erano stati messi online. Questi video documentano che a un certo punto Gandolfini estrae dalla sua cartella una pagina di Repubblica del luglio 2014. Si tratta di un articolo che parla di Facebook e della introduzione nella piattaforma italiana della possibilità di scelta fra 58 opzioni identitarie, iniziativa per la cui realizzazione Facebook aveva chiesto ad Arcigay una collaborazione

Gandolfini tira fuori l'articolo di Repubblica e ne legge titolo e sottotitolo: Da oggi il social network permette di optare tra 58 identità diverse
Tutte “approvate” dall’Arcigay, inclusa una destinata a suscitare dibattitiE questo è in effetti il titolo di Repubblica. Poi però Gandolfini dice alle centinaia di persone presenti: “E sapete qual è questa categoria destinata a suscitare dibattito? La pedofilia!”. Ovviamente questo provoca una reazione di sconcerto e di profonda indignazione fra chi lo sta a sentire. In pratica alle centinaia di persone che sono presenti alle sue conferenze e alle migliaia di persone che hanno in seguito visto il video online, Gandolfini fa credere che Repubblica si riferisca alla pedofilia e che Arcigay approvi la pedofilia. Ovviamente nell'articolo la parola pedofilia non viene neanche menzionata e la categoria destinata a suscitare dibattito a cui fa riferimento il titolo è quella dei femminielli. Alla querela noi abbiamo allegato vari video in cui si mostra tutto questo e il pm ha deciso di esercitare l’azione penale.

Quali i momenti salienti della due udienze?

Le prime due udienze sono state a carattere essenzialmente tecnico e procedurale come normalmente succede nei processi. Il difensore di Gandolfini, l'avvocato Simone Pillon, ha presentato due eccezioni: la prima eccezione riguardava la competenza territoriale del tribunale di Verona, la seconda la costituzione di parte civile del sottoscritto oltre che dell’Associazione Arcigay. Entrambe sono state respinte. La difesa Gandolfini, ai fini dell’istruttoria da svolgere, ha chiesto l’esame di un teste e due consulenti tecnici, nella persona della professoressa Chiara Atzori che dovrebbe illustrare l'ideologia gender e dell'ex magistrato Roberto Thomas che ha affrontato nella sua carriera vari casi di pedofilia.

Noi, attraverso il nostro legale, l’avvocata Rita Nanetti, ci siamo inizialmente opposti anche perché secondo il nostro parere tutto è documentato. Sia il teste che i consulenti sono stati ammessi dal giudice, che ha poi però anche ammesso i nostri consulenti tecnici: persone tre le autorevoli e competenti rispetto alle questioni Lgbti che abbiamo in Italia. Si tratta del professore Paolo Valerio dell'università Federico II di Napoli e del professor Vittorio Lingiardi dell'università La Sapienza di Roma. Queste persone saranno sentite in una delle prossime udienze.

Quale la posizione dei legali di Gandolfini e quale quella del pm?

Non siamo in grado di anticipare quelle che potranno essere le difese del prof. Gandolfini, anche perché non ha rilasciato dichiarazione nel corso delle indagini. Il pubblico ministero esercitando l’azione panale ha ritenuto che vi fossero i presupposti per lo svolgimento del processo a carico di Gandolfini per diffamazione aggravata. Il giudice ha già fissato un fitto calendario di udienze.

Che cosa speri da questa causa?

Da questo processo noi ci aspettiamo che la giustizia dia un segnale forte e faccia capire che non si può usare la menzogna per screditare una associazione come Arcigay, composta da migliaia di persone che tutti i giorni cercano di lavorare per migliorare la vita delle persone gay lesbiche e trans. Non si può usare la menzogna e pensare di farla franca. Spesso in passato siamo stati insultati. Siamo stati derisi. Siamo stati offesi e discriminati. Con questa campagna contro l'ideologia gender si vuole attivare una psicosi collettiva su una cosa che non esiste per far tornare un clima di odio contro le persone gay lesbiche e trans. E non è solo Gandolfini.

Sono decine e decine le associazioni, i gruppi, le persone che si attivano a tutti i livelli, dalle piazze ai social ai media. Abbiamo visto anche in questi giorni la loro capacità organizzativa e la grande disponibilità economica che ha permesso loro di realizzare quell'autobus arancione che ha fatto il giro dell'Italia, cercando di portare nelle piazze la bufala antigender. Questa operazione non è riuscita molto: le piazze sono rimaste praticamente vuote. Però ci riproveranno. Come Arcigay ci siamo attrezzati per contrastare il più possibile questa psicosi. Abbiamo fatto un sito dove vengono spiegate in maniera riassuntiva tutte le questioni che riguardano questa crociata che è fatta contro di noi: il sito è www.maqualegender.it. Nel sito ci sono le spiegazioni essenziali, ci sono dei contributi culturali su tutto quello che serve per essere pronti a rispondere alle loro argomentazioni e c'è anche la possibilità di aiutare Arcigay economicamente attraverso una donazione che aiuti la nostra associazione ad affrontare le spese legali nel processo Gandolfini e in tutti i processi che andremo a intraprendere se ce ne saranno presupposti e necessità. E in generale un aiuto per tutte le iniziative che metteremo in piedi. Vorrei che fosse chiaro a tutti che si tratta di una battaglia insidiosa e importante contro questi gruppi, che vogliono riportare indietro le lancette della storia e ci vogliono ricacciare nel buio e nella vergogna.

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Dopo il fermo amministrativo in Russia di Flavio Romani, presidente di Arcigay, Gaynews l'ha raggiunto telefonicamente per sapere che cosa è successo.

Prima di tutto come stai e come state?

Stiamo tutti bene a parte parecchia stanchezza per la tensione e per il poco sonno di queste giornate. Ieri siamo stati rilasciati alle 23.45 circa (ora di Mosca) ma eravamo a Nižnij Novgorod, a 5 ore di viaggio da Joškar-Ola, dove abbiamo base e dove ancora mi trovo in questo momento. Stanotte abbiamo dormito un paio d'ore. Ma a parte questo tutto bene.

Vi hanno trattato bene?

Sì, su questo devo dire che le autorità di polizia si sono sempre comportate col massimo rispetto e cortesia. Sia nella sede dell'associazione con cui dovevamo fare la riunione ieri,  sia nel posto di polizia dove siamo stati portati successivamente col loro cellulare: siamo stati sempre liberi di telefonare, andare su internet, farci portare del cibo da fuori, fumare ecc. Non c'è mai stato un momento di aggressività né tantomeno di violenza da parte loro. Se proprio devo fare una critica, quets riguarda l'estrema lentezza di tutto il procedimento: ci hanno bloccato per circa 9 ore. Ma parte questo null'altro da eccepire sul comportamento.

Vi hanno detto per quale motivo vi hanno fermato e tu che idea ti sei fatto?

La contestazione, a quello che si è capito, riguarda il fatto che secondo loro stavamo facendo attività politica e attività di propaganda. E questo, sempre secondo loro, non potevamo svolgerlo dato che avevamo un visto turistico. Quindi, secondo loro, avremmo dovuto fare i turisti e nient'altro. In realtà il visto ci è stato rilasciato dal Consolato di Russia a Roma, a cui per tempo abbiamo consegnato il programma dettagliato della nostra visita in Russia, chi dovevamo incontrare, dove e quando. Avevano la lista completa dei nostri incontri e dei nostri spostamenti. Nulla di nascosto, dunque, e in base a questo loro ci hanno dato il visto di tipo turistico. A Roma in pratica l'ambasciata russa ci ha fornito un documento che poi è stato contestato a Nižnij Novgorod. Questo è successo. In realtà io penso che la storia del visto sia un mero pretesto, un cavillo burocratico per mettere i bastoni fra le ruote a un gruppo di attivisti dei diritti umani stranieri che incontravano i loro omologhi russi. Un modo per scoraggiare noi e loro, per far capire che dobbiamo darci una regolata, che i diritti non sono così fondamentali e che gli stranieri non devono venire a ficcare il naso negli affari russi. Invece di negarti direttamente il visto, creano queste situazioni sfibranti per far sì che ci si pensi due volte prima di intraprendere ancora azioni del genere, sia dal versante dell'associazionismo per i diritti russi sia  da quello dell'associazionismo straniero. E, vista la frequenza con cui negli scorso mesi questo tipo di azioni sta avvenendo da parte delle autorità russe, si tratta di un chiaro segnale che arriva dall'alto, non una mera coincidenza.

E la segnalazione della vostra presenza all'incontro sembra essere arrivata da 400 km di distanza. Strano, non trovi ?

Questo è un bel mistero. I poliziotti che hanno fatto irruzione nella stanza dell'associazione, dove stavamo per fare la riunione, avevano in mano una specie di esposto recapitato alla polizia di Nižnij Novgorod da parte di un signore che abita a Kazan, capitale del Tatarstan, un'altra regione a circa 400km di distanza. Il signore in questione ha segnalato alla polizia di Nižnij Novgorod che c'erano in città 5 italiani, fornendo con estrema precisione i nostri nomi e le nostre mansioni, e che questi cinque italiani stavano facendo qualcosa di irregolare, e che quindi la polizia doveva controllare e intervenire. I nostri amici russi non hanno idea di chi possa essere, ammesso che non si tratti d'un'identità falsa, ma è comunque strana questa soffiata fatta da così lontano e con una dovizia di dettagli impressionante. 

Vi hanno chiesto di interrompere la vostra visita?

No, ci hanno solo comminato una multa da duemila rubli a testa, circa 23 euro. Però le associazioni di riferimento degli altri ragazzi, Antigone e A Buon Diritto, ci hanno vietato di continuare il nostro programma, per evitare episodi spiacevoli. In pratica su tre giorni di lavoro ne abbiamo effettuato solo uno e mezzo.

Cosa hai trovato lì e quali sono le tue impressioni?

Ho trovato un Paese bellissimo innanzitutto. E una società civile, perlomeno dai racconti dei nostri amici russi, molto attiva e attenta. Ad esempio, sono molte e a tutti i livelli le possibilità di partecipare a organismi di controllo su ciò che riguarda l'autorità pubblica. E questo lavoro viene svolto con molta passione ed efficacia dalla cittadinanza. Ad esempio, il rappresentante dell'associazione che si occupa di prevenire e denunciare i casi di tortura nelle carceri, ha avuto modo di svolgere la sua attività in maniera molto proficua, portando a processo vari membri del corpo di polizia penitenziaria e, questo, con l'aiuto della legge. Sì perché in Russia, a differenza dell'Italia, esiste il reato di tortura ed è eseguito con estrema severità, specie quando sia messo in atto da membri delle forze dell'ordine. E ho anche notato che i poliziotti hanno cucito sulla divisa il numero identificativo e anche il nome, a differenza dei nostri in Italia, e si sono lasciati fotografare e filmare senza battere ciglio durante tutta l'operazione, fantascienza per noi.

Quando rientri, visto che sembra che vi stanno obbligando a rientrare a Mosca?

La nostra ambasciata ci ha chiesto di venire via da qui al più presto e di rientrare a Mosca, dove potevano intervenire con più tempestività in caso di bisogno. Purtroppo i voli per Mosca da Joškar-Ola non siamo riusciti a trovarne in giornata e, quindi, sempre in accordo con l'ambasciata, abbiamo optato per un Kazan/Istanbul e in seguito Istanbul/Roma. Partiremo da Kazan alle 2 di notte e dovremmo arrivare a Fiumicino domani alle 09.50. Lasciami per favore ringraziare di cuore tutti gli amici che ci hanno fatto sentire tanto calore in queste ore: il loro supporto è stato davvero prezioso e incoraggiante. E ringraziare anche il personale dell'ambasciata italiana a Mosca e della Farnesina, che ci hanno seguiti e ci stanno seguendo con molta professionalità e attenzione. Davvero impeccabili.

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Un Pride che ha visto una partecipazione di oltre 15mila persone quello di Reggio Emilia, di cui si è lungamente parlato anche per la manifestazione ripatororia organizzata per purificare i peccatori Arcobaleno. Il primo Pride nel capoluogo emiliano, che da Franco Grillini, direttore di Gaynews, è stato definito nel discorso conclusivo «un coming out di massa. La visibilità deve essere la nostra religione civile: mai più nascosti, mai più clandestini. Gli integralisti cattolici non prevarranno. Per mille anni ci hanno messo sui roghi ma questo non succederà più. L'unica cosa oscena + che non ci sia una campagna di prevenzione sulle malattie sessualmente trasmissibili».

Due giorni dopo il REmiliaPride, incontriamo Flavio Romani, presidente di Arcigay, che ha partecipato al corteo e ha seguito da vicino anche la processione degli integralisti cattolici. 

Flavio, il Pride di Reggio Emilia è stato un grande successo, eppure è stato anticipato da una processione un po' particolare..

Un comitato creato apposta per l'occasione e dedicato alla Beata Giovanna Scopelli, la carmelitana fondatrice del convento di Reggio a fine '400, ha voluto fare una processione di riparazione dei peccati che si sarebbero compiuti in occasione del Pride, lo stesso giorno del Pride stesso. All'origine dell'iniziativa le solite motivazioni assurde e i soliti strali oscurantisti lanciati contro il movimento "omosessualista". La stessa omofobia violenta che conosciamo bene, nascosta dietro la maschera ipocrita della religione.

E come ha reagito la comunità locale a questa processione "antipride"? 

Ma si è trattata di una manifestazione molto autoreferenziale. Talmente autoreferenziale e fuori dalla religione cattolica stessa da essere sconfessati perfino dal Vescovo di Reggio Emilia, Massimo Camisasca, personaggio ultraconservatore, per niente ben disposto verso le rivendicazioni del mondo Lgbti, che ha inibito l'uso del sagrato della cattedrale e preso le distanze dalla processione. Al vescovo si è aggiunto, in un crescendo di involontaria comicità, l'ordine dei Carmelitani di Antica Osservanza, con una diffida legale rispetto all'uso del nome della "propria" beata, mettendo nero su bianco una specie di copyright, a cui i processionari non avevano pensato.

Insomma, una processione sconfessata dagli stessi cattolici..

Non solo dai cattolici. La processione antipride è stata sconfessata nientemeno che da Forza Nuova. In pratica, questo gruppetto di anime pie così integraliste da essere borderline con lo scismatico Lefebvre, pappa e ciccia da sempre con fascisti et similia, sono stati ostracizzati sia dalla Chiesa sia dai fascisti, troppo ridicoli e impresentabili anche per loro.

Ma tu hai assistito a questa processione?

Certo! È stata una processione lenta, mortifera, celebrata in buona parte in latino. Totalmente scollegata dalla città di Reggio Emilia. Era probabilmente dai tempi di Peppone e Don Camillo che da queste parti non si sentiva Noi vogliam Dio cantato per strada. Comunque la si pensi, hanno perlomeno sbagliato posto. Perché a Reggio Emilia non c'era nulla da purificare, né tantomeno da riparare.

E il Pride come è andato?

È stato un Pride favoloso! Un'ondata di colori, di sorrisi, di musica ha sommerso nel pomeriggio una città prontissima ad abbracciare le 10/15mila persone di questo primo Pride "della bassa". Una festa di orgoglio, di visibilità, di diritti con persone di tutte le età, con tantissimi bambini in corteo e tantissimi vecchietti e vecchiette ai lati ad applaudire qualcosa che riconoscevano come molto vicino alle lotte di libertà della loro giovinezza. L'inutile carnevalata in bianco e nero degli incattiviti integralisti del mattino è stata spazzata via in un soffio, confermando ancora una volta che, almeno da queste parti e nonostante tutto, è ancora forte lo spirito di inclusione, di uguaglianza e di fraternità tipico di queste zone.

 

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