«Salvini, Fontana, Zaia, Sboarina e Bussetti perché l’iniziativa è della Lega. Tajani e Meloni perché non si sa mai, meglio tenere un piede anche con Forza Italia e FdI. Il trio Coghe-Gandolfini-Brandi che pensa sia sensato essere i soli italiani “laici” nel panel dei relatori, perché giustamente alla greppia non vogliono che si avvicini nessuno».

Postata su Facebook l’8 marzo, questa valutazione sulla XIII° edizione del World Congress of Families (Wcf) – che si conclude con la stoccata: «Perché se dici che “votare Lega è immorale” poi te le fanno pagare pure dopo l’abiura» - è stata formulata non da un laicista o da un rosicone di sinistra ma da Mario Adinolfi.

Com'era prevedibile, le parole del direttore del quotidiano La Croce, che ha recentemente incassato il plauso di Barbara Alberti e Vladimir Luxuria per la proposta di reddito di maternità (osteggiato invece da quelli che lo stesso leader del Popolo della Famiglia definisce cattoleghisti a partire da Simone Pillon) nonché il pubblico sostegno del vescovo di Viterbo Lino Fumagalli, sono state liquidate come dettate da livore dagli scherani gandolfiniani del Family Day.

Ma la politicizzazione del World Congress of Families in senso leghista-meloniano (Tajani alla fine non vi prenderà parte), oltre a essere condivisa dall’intera area del Popolo della Famiglia (Pdf), è innegabile. È un dato di fatto che la Santa Sede, la Cei e lo stesso episcopato del Triveneto abbiano preferito assumere un atteggiamento di assoluto quanto prudenziale silenzio. Nessun attacco frontale ma meno che mai alcuna promozione o sostegno all’evento.

Ecco perché lo stesso Adinolfi, commentando il 16 marzo il dichiarato appoggio dello psichiatra Gandolfini (a nome del Family Day) a Fratelli d’Italia per le europee di maggio, ha potuto scrivere: «A parte che non ricordo bene quale proposta di legge depositata da Fratelli d’Italia in Parlamento stia “graniticamente sostenendo le istanze del Family Day” (che fu convocato per battere la legge Cirinnà, la Meloni ha forse scritto un ddl che ne propone l’abrogazione o almeno un ddl di facciata, che so, contro l’aborto?).

Ma qui sorgono solo due domande. La prima: non s’era detto che il comitato era apartitico? La seconda: quando arriva la precisazione “tranquilli, votiamo anche la Lega” (tanto Gandolfini e Pillon dieci voti li hanno, possono fare cinque e cinque)? Ma smettetela di giocare ai generali se non avete l’esercito e venite a firmare il reddito di maternità».

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Considerazioni, queste, da leggere anche alla luce della diretta conoscenza del comitato del Family Day (di cui Adinolfi è stato per anni uno dei massimi rappresentanti) nonché delle ennesime affermazioni di Gandolfini, che ieri ha equilibristicamente «assicurato il pieno appoggio del Family Day ai partiti (Lega, Fdi e Fi) che fino ad oggi ci hanno sostenuto nella battaglia a favore dei principi non negoziabili».

Ragione per cui, non senza una punta d’ironia, Boback Falamaki, commentando un lungo post di Federico Marconi, fedelissimo di Adinolfi, sull'assise veronese, ha scritto due giorni fa in riferimento a Gandolfini: «Hanno chiamato Family Day l’associazione derivante Comitato Difendiamo i nostri figli. È lui il presidente»

Questo non significa che il Popolo della Famiglia dissenta sui temi di fondo del Congresso, come lo stesso leader ha ben specificato al di sotto del citato post di Marconi: «Deve essere chiaro che noi non “demonizziamo” Verona».

A essere inaccettabile e, dunque, da anatemizzare è «semplicemente la consegna del movimento pro-life alle insegne leghiste o del partito satellite di FdI», che Adinolfi considera «un gravissimo errore politico. Perché la Lega ha dimostrato di essere nella sostanza disinteressata ai nostri temi (completamente ignorati pur avendo tutte le leve del potere in mano, anzi, scegliendo di andare nella direzione opposta con triptorelina, patti prenup, eutanasia e prostituzione legalizzata) ma solo interessata ai voti cattolici, che considera conquistabili con qualche promessa priva di fatti conseguenti». 

D’altra parte la rivendicazione d’una "primogenitura cattolica" in senso politico era già stata sollevata nel corso della campagna elettorale per le politiche del 4 marzo 2018, durante la quale erano volati i proverbiali stracci tra Gandolfini e Adinolfi.

A dar fuoco alle polveri lo psichiatra bresciano, che su Il Resto del Carlino e La Verità aveva invitato i cattolici a non votare il Popolo della Famiglia. La risposta non si fece attendere e Adinolfi, in un lungo post del 18 febbraio, denunciò il ricorso dei gandolfiniani ad audio e messaggi intimidatori contro la sua formazione politica.

«Il figlio della tua segretaria personale, Elia Buizza, scrive – così il direttore de La Croce –  ai nostri con il tono più sprezzante immaginabile: “Io prego il Signore che il 4 marzo prendiate una batosta di quelle che tornate dal padrone Mario con la coda tra le gambe” e altre piacevolezze che per proteggere le sue personali fragilità non ti cito. Un tuo amico che conosci bene fa messaggi da tre minuti con l’inconfondibile accento bresciano da far circolare su whatsapp solo per “non far votare Popolo della Famiglia”, anche qui condendo il tutto con insulti personali al sottoscritto e chiudendo l’audiomessaggio con l’appello a votare Lega perché così “vuole Gandolfini” per far eleggere il suo “collaboratore” Simone Pillon.

Caro Massimo, la mia proposta è di metodo. Come fa Amicone, come fa Lupi, come fanno tutte le persone serie in campagna elettorale spiega perché bisogna votare Lega il 4 marzo. Va bene pure omettere che avete accettato un posto da quarto in lista in una lista capeggiata da Giulia Bongiorno, nemica esplicita del Family Day e fruitrice delll’eterologa per un figlio a cui è negato il diritto ad avere un papà. Ormai ho capito che per ragioni di livore personale non darai indicazione di voto per tre membri del Dnf che con te hanno organizzato i due Family Day oggi candidati nel Popolo della Famiglia, ma per il solo posto che sei riuscito ad ottenere, da ineleggibile, nella lista il cui leader è esplicitamente ostile al Papa e annuncia come primo provvedimento da approvare la statalizzazione della prostituzione con relativa partita Iva, secondo le indicazioni del trans turco Efe Bal. Va bene, scelta legittima». 

A distanza d’un anno, come anche dimostrato dalle recenti posizioni sul World Congress of Families, il clima tra le diverse anime del variegato milieu laicale d’orientamento conservatore, anziché rasserenarsi, s’è inasprito.

E così, mentre la novitas del messaggio evangelico è completamente enervata e diluita nei soli temi vita-famiglia, tra gli stessi cattolici duri e puri non ci si fa scrupolo ad adoperare le armi del livore e della menzogna. Arti proprie, stando ai passi scritturali evocati, di quel serpente nella cui coda Piero Chiappano (autore dell’inno del Popolo della Famiglia A un passo dal cielo) vorrebbe «piantare un chiodo… per fare la storia».

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Era stato presentato il 7 settembre 2018 da Gianfranco Acri, capogruppo di Fratelli d’Italia al Consiglio comunale di Brescia. A distanza precisa di sei mesi è stato discusso e votato, giovedì scorso, a Palazzo della Loggia l’ordine del giorno (17) relativo al riconoscimento della genitorialità per coppie di persone dello stesso sesso. 

Il gruppo consiliare meloniano aveva chiesto al sindaco Emilio Del Bono, alla Giunta e al Consiglio comunale di «esprimersi in modo chiaro, inequivocabile, netto in merito al non riconoscimento della qualifica di genitore nelle coppie omosessuali al soggetto senza vincoli di consanguineità con il bambino».

Ma con 20 voti contrari, 9 favorevoli e nessun astenuto il Consiglio comunale bresciano ha respinto l'ordine del giorno contro l'omogenitorialità. A esprimere il proprio sì all’odg 17 Forza Italia, Fratelli d'Italia e Lega mentre per il no si sono schierati M5s, Sinistra a Brescia, Brescia per passione, Civica del Bono (a esclusione del consigliere Guido Galperti, assente in aula) e Pd (a esclusione del consigliere Giuseppe Ungari, assente in aula). Tra i voti contrari anche quello del sindaco Del Bono.

Nel discutere l’ordine del giorno Fdi, Fi e Lega ne hanno presentato il carattere a tutela della famiglia naturale come presuntamete sancito dall’art. 29 della Costituzione. Tra i contrari all’odg 17, invece, mentre il Pd si è trincerato dietro a un parere tecnico, liquidando la questione come di non competenza del Consiglio comunale, M5s e le alte liste hanno motivato la loro opposizione in termini di inclusività.

In particolare, Donatella Albini (Sinistra a Brescia) ha parlato di umanità da portare in politica nonché di diritti dei minori da rispettare così come previsto dalla Convenzione internazionale dei diritti dell'infanzia.

Raggiunto telefonicamente da Gaynews, così si è espresso il noto attivista bresciano nonché componente d’Arcigay Orlando Luca Trentini: «È sicuramente una pagina positiva dell'amministrazione di centrosinistra che governa Brescia. Si è superato un tentativo regressivo da parte della destra che al di là delle dichiarate posizioni liberali ha rivelato tutto il suo clericalismo reazionario. Tuttavia molti ostacoli vanno ancora superati. A Brescia le richieste di trascrizione anagrafica, tre fino ad ora, sono state rifiutate.

Le felici prese di posizione espresse in aula vanno sostanziate con atti concreti e amministrativi che vadano verso l'inclusione e la tutela dei diritti fondamentali dei figli delle coppie omosessuali, che devono vedere pienamente riconosciuta la natura materna e paterna del genitore sociale.

Arcigay, insieme alle altre associazioni, alle cittadine e ai cittadini presenti numerosi in sala, continuerà a sollecitare l'amministrazione perché si abbatta ogni ostacolo e si garantisca piena tutela e protezione sociale ai figli delle famiglie arcobaleno. Nell'esclusivo interesse del minore».

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Una risoluzione per supportare a livello tecnico-giuridico i Comuni dell’Emilia-Romagna intenzionati a registrare all’anagrafe figli e figlie di coppie omogenitoriali. Con la connessa intenzione di portare la questione «in Parlamento per colmare un vuoto normativo», cui hanno cercato di ovviare alcuni sindaci coraggiosi a partire dalla prima cittadina di Torino «Chiara Appendino che ha riconosciuto la doppia genitorialità. E, poi, Bologna, Gabicce, Firenze, Milano, e tanti altri. Atti di grande coraggio resi possibile anche dalla legge 40 sulla procreazione assistita e dalla legge Cirinnà».

Questo, in sintesi, il contenuto del provvedimento presentato dalla consigliera pentastellata nonché portavoce del M5s presso la Regione Emilia-Romagna Silvia Piccinini. Ma in Aula il provvedimento, che ha incassato il voto favorevole di Sinistra Italiana, è stato ieri respinto con il no di Lega, Fdi, Fi, e Pd.

A sconcertare non certamente la contrarietà di Fratelli d’Italia (il consigliere Giancarlo Tagliaferri ha parlato di «diritto dei bambini ad avere una mamma e un papà» e di «famiglie omosessuali ultimo dei problemi in Italia») e Lega (con Massimiliano Pompignoli che ha ribadito il trito assunto del sostegno alla «famiglia tradizionale composta da madre e padre»), ma quella del Partito Democratico.

Il capogruppo Stefano Caliandro ha così argomentato: «Il tribunale di Roma nel 2014 si è già occupato dell'adozione parentale. Il Pd ha già scelto di approvare la legge Cirinnà: su questo non ci sono dubbi. Ma i minori vanno tutelati a tutti i livelli e il Movimento 5 stelle sembra dimenticare i figli dei migranti».

Secca la risposta di Silvia Piccinini, che ha dichiarato: «Sempre più evidenti le divisioni interne, che Caliandro ha cercato di mascherare con un patetico tentativo di spostare l'attenzione sul piano politico.

Il Pd ha affossato la nostra risoluzione che chiedeva alla Regione di sostenere i Comuni nelle operazioni connesse all'iscrizione all'anagrafe dei bambini di coppie omogenitoriali. Un atteggiamento sconcertante e che va contro la loro stessa legge votata in Parlamento e approvata nella scorsa legislatura. Questa è la loro coerenza». 

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Utero in affitto, ideologia gender, sottomissione gay. Sarebbero questi per il deputato forzista Galeazzo Bignami i temi esaltati e propagandati dal Gender Bender Festival che, giunto quest’anno alla 16° edizione, è in corso a Bologna fino al 3 novembre. 

Motivo per cui il parlamentare, figlio di Marcello che fu volto storico della destra bolognese quale componente della segreteria nazionale del Movimento sociale italiano (e lui stesso con trascorsi di militanza nel partito di Almirante e poi in Alleanza nazionale), ha depositato un’interrogazione indirizzata al ministro per i Beni e le Attività culturali Alberto Bonisoli perché «il Governo si esprima su questo festival e ripensi con serietà alla opportunità di erogare finanziamenti pubblici».

Per Bignami «anche quest'anno dobbiamo assistere alla solita sfilza di spettacoli messi in scena con la giustificazione di promuovere la libertà sessuale: una scusa utilizzata ormai da anni per propinare la propaganda Lgbt e l'ideologia gender che vorrebbe annullare le differenze tra uomo e donna». Secondo il parlamentare il programma del festival, infatti, «si muove sui soliti temi cari a questo tipo di propaganda: smontare la sessualità maschile e femminile, irridere la religione ed esaltare le forme di dominio e di sottomissione gay». 

A finire poi nel mirino dell’azzurro Diane a les épaules (proiettato il 26 ottobre), l’irriverente commedia di Fabrice Gorgeart, che, pur affrontando con intelligenza il tema della gestazione per altri, viene presentato – ma senza essere stato visto dall’interrogante – come «una bella forma pubblicitaria all'utero in affitto, che è illegale nel nostro Paese». Un danno, fra l’altro, ai cittadini «perché il festival ha contributi pubblici del Comune, della Regione e del ministero».

Gli ha fatto eco il consigliere regionale forzista Andrea Galli, per il quale «la Cittaà Metropolitana di Bologna e la Regione non dovrebbero promuovere kermesse in cui si lede la nostra identità culturale di matrice cristiano-cattolica e che coinvolgono età estremamente delicate e sensibili come l'adolescenza e l'infanzia».

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Una coppia di donne ha avuto ieri la gioia di vedere riconosciuta dal Tribunale dei minori di Venezia l’adozione coparentale per la madre non biologica.

Nel 2017 la medesima corte si era già espressa allo stesso modo in riferimento a Silvia e Miriam, due giovani donne che, unitesi nel 2016 e residenti a Marghera, hanno una figlia di sei anni. Un sospirato traguardo, coronatasi poi, nel giugno scorso, con l’anteposizione del cognome di Silvia a quello di Miriam sull'atto di nascita della loro figlia, cui è stato conseguentemente assegnato il doppio cognome

Ma quello d’ieri rappresenta un unicum, essendo il primo caso di adozione coparentale in riferimento a una coppia di gemelli.

Viva soddisfazione è stata espressa da Umberto Saracco e Valentina Pizzol (la quale è anche componente di Rete Lenford), legali della ricorrente, per la sentenza emessa dal collegio presieduto da Maria Teresa Rossi e composto da Alessandra Maurizio, Giorgio Mattei, Antonella Pietropoli. In essa è rilevato come «la ricorrente e la madre dei minori costituiscaono una coppia coesa, con un legame solido che si protrae da più di vent’anni» e «come entrambe vivano la relazione genitoriale con i bambini in modo adeguato». 

Sta suscitando invece reazioni, a partire da quelle di Mattia Galdiolo (presidente di Arcigay Padova), il seguente inciso: «Consapevoli che dovranno avere un atteggiamento aperto verso la loro identità di genere per permettere loro uno sviluppo adeguato e l’opportunità di relazionarsi con persone ad orientamento non omosessuale». Una tale frase, è in ogni caso, un virgolettato nel testo della sentenza ed è stata tratta dalla relazione redatta dall’Equipe Adozioni.

Sul caso veneziano abbiamo raggiunto il deputato Alessandro Zan (Pd), che ha dichiarato: «La prima stepchild adoption di due gemelli da parte di una coppia omosessuale di Venezia è una notizia storica. Ancora una volta una sentenza ha sostituito il vuoto lasciato dalla politica sul tema dei figli di coppie omogenitoriali: questo caso deve ricordare al Parlamento che è urgente riconoscere gli stessi diritti a tutte le famiglie, e garantire uguali tutele a tutti i bambini. La realtà è più forte di qualche dichiarazione omofoba del ministro della medievalità Fontana.

Trovo però insensato e discriminante che il Tribunale dei Minori di Venezia abbia dovuto specificare – pur rimandando a un passo della relazione dell’Equipe Adozioni – l’obbligo di frequentare persone eterosessuali, come se l’orientamento sessuale possa modificarsi in base all’ambiente in cui vive una persona: è una visione retrograda e priva di basi scientifiche. Questi due bambini vivranno la loro vita, cresceranno e frequenteranno i loro compagni di scuola, di sport, di giochi esattamente come tutti gli altri. Congratulazioni a queste due madri, a questa splendida famiglia, sapranno crescere i propri figli nel migliore dei modi».

Non sono mancate, in giornata, le voci critiche contro la sentenza del Tribunale dei Minori di Venezia.

Se il senatore Antonio De Poli (Udc) ha parlato di «decisione creativa che viola il principio della Costituzione secondo cui una famiglia è formata da un uomo e una donna», il suo omologo forzista Maurizio Gasparri ha detto «basta con le adozioni da parte di coppie omosessuali a colpi di sentenze. A Venezia un'altra decisione temeraria apre alla stepchild adoption, approfittando dell'ambiguità della legge voluta dalle sinistre, che non la prevede ma lascia spazio a iniziative assurde.

Occorre un'azione politica e legislativa che proponga l'abolizione dell'utero in affitto ovunque e che vieti le adozioni gay. Chiedo alla Lega, che condivide queste posizioni, di associarsi a una decisa iniziativa parlamentare.

Chiedo al ministro della Famiglia Fontana di prendere posizione e di assumere iniziative. Ha fatto un paio di interveniste apprezzabili e poi? Scenda in campo con chiarezza e coraggio e dica cosa vuole fare. Non taccia»

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La rabbia di alcuni genitori. La polemica in consiglio comunale. L’imbarazzo del sindaco dem che scarica su terzi le responsabilità: «Una festa tipo gay pride per bambini di quell’età è difficilmente comprensibile».

Queste in sintesi le prime reazioni alle attività formative che le educatrici della Coop Dolce hanno fatto svolgere, il 6 luglio, ai bambini casalecchiesi della scuola d’infanzia Arcobaleno, del cui centro estivo hanno la gestione.

Attività che, ispirate al Bologna Pride dell’indomani, sono consistite nella realizzazione di disegni con cuori, scritte del tipo Viva l’amore, colori dell’arcobaleno. Quei colori di cui le educatrice hanno anche dipinto i visi dei bambini, immortalati in una foto apposta su un cartellone con tanto di didascalia Oggi ci siamo dipinti la faccia per festeggiare insieme il Gay Pride!!!.

Riportata oggi in prima pagina da Il Resto del Carlino con le dichiarazioni del sindaco di Casalecchio di Reno (Bo) Massimo Bosso, la notizia ha suscitato le forte critiche del deputato di Forza Italia Galeazzo Bignami, che ha annunciato un'interrogazione parlamentare a Marco Bussetti, ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, e a Lorenzo Fontana, ministro della Famiglia e della Disabilità, su un’iniziativa «inopportuna, strumentale e provocatoria».

Bignami ha quindi spiegato: «Il buon senso qui manca del tutto. Con un numero infinito di favole istruttive e attività che possono essere proposte ai bambini, la cooperativa non ha trovato di meglio da fare che dedicare un laboratorio al Gay Pride?

Una scelta grave e inopportuna che non ammette giustificazioni, soprattutto perché è noto che tali temi suscitano sempre polemiche visto che non trovano mai condivisione unanime.

La scelta dunque non solo appare frutto di leggerezza ma probabilmente è anche strumentale e provocatoria».

Ma critico si è mostrato anche  il senatore centrista Pier Ferdinando Casini, eletto, il 4 marzo, all'uninominale di Bologna quale candidato della coalizione di centrosinistra. «Non credo - ha dichiarato - che i genitori mandino i bambini di Casalecchio di Reno in un campo estivo pensando che festeggeranno il Gay pride con iniziative del tutto strampalate e prive di qualsiasi presupposto pedagogico.

Qui non si tratta né di destra né di sinistra né del rispetto che tutti abbiamo per le diverse condizioni in cui ciascuno vive la propria sessualità. Qui si tratta di serietà e di buon senso. Siamo in presenza -di un infortunio grave degli educatori della cooperativa che gestisce il campo».

La polemica si è poi spostata sui social. A gridare allo scandalo soprattutto esponenti dell'area leghista e di associazioni a quella contigue come, ad esempio, Generazione Famiglia che, al solito, ha tirato in ballo il tema bergogliano della colonizzazione ideologica con riferimento alla gender theory.

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A due giorni dalla consegna del premio di Persona Lgbti dell’anno a Zoro nell’ambito del Pride Village, Padova ha celebrato ieri la sua marcia dell’orgoglio Lgbti.

Un Pride che, nonostante il negato patrocinio da parte della Regione Veneto a guida Zaia, ha visto riversarsi, lungo le incantevoli strade del centro storico, quasi 15.000 persone, alla cui testa c'erano il sindaco Sergio Giordani e l'intera Giunta.

Ma il Padova Pride non è andato esente dagli attacchi di Lega e destra locale .

Il sottosegretario leghista all'Economia Massimo Bitonci, già sindaco di Padova, ha gridato alla vergogna in nome di un'offesa a sant’Antonio, per il quale il capoluogo veneto è popolarmente conosciuto come la Città del Santo.

Durissima la consigliera comunale forzista Eleonora Mosco (vicinissima a Bitonci, che ha affiancato nelle vesti di vicesindaca) che ha parlato di «pagliacciata esibizionista, di pessimo gusto e al limite del buon costume».

I loro post hanno scatenato una ridda di commenti di inaudita violenza. Se c’era Mussolini li portava nei forni crematori, oppure Certa gente merita veramente il rogo, e non perché sono gay. Ma perché sono inutili. Senza nessun rispetto. E tutto questo nell’assoluto silenzio di Bitonci e Mosco.

Immediata la reazione del deputato padovano Alessandro Zan (Pd): Dobbiamo dirlo con forza: siete vergognosamente responsabili di una omofobia istituzionale che può legittimare comportamenti e azioni violente contro le persone Lgbti, il passaggio dalle parole ai fatti è sottilissimo.

Queste frasi non possono essere lasciate impunite. Bitonci, Mosco, siete la vergogna di questa città, che è libera, aperta ed europea, come la nostra festa di ieri ha dimostrato.

Finché persone come voi avranno la forza di diffondere questo odio, troveranno sempre noi a lottare per i diritti di tutti. W il Pride».

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«Il ministro Fontana si deve occupare delle famiglie arcobaleno, è il ministro della Famiglia. Che cosa sia una famiglia non ce lo dicono le parole. La famiglia è lì dove c'è amore e si crescono i figli».

Queste le dichiarazioni rilasciate, a commento delle affermazioni del ministro Lorenzo Fontana, in un’intervista a Il Corriere della Sera non da un’esponente del Pd o di LeU ma dalla deputata forzista Michela Vittoria Brambilla.

L’ex ministra del Turismo nel IV Governo Berlusconi, ribadendo che «sui temi etici le idee divergono non soltanto nelle coalizioni, ma anche all'interno degli stessi partiti», ha detto senza giri di parole: «Penso che non si possa fare il ministro senza avere davanti agli occhi il quadro complesso della società italiana».

«Ci sono diritti garantiti dalla legge – ha specificato – che vanno salvaguardati, senza riserve. Ecco perché Forza Italia, di ispirazione liberale, in Parlamento controllerà. Come sentinelle, vigileremo su tutti i diritti di tutte le famiglie».

Ma Brambilla ha anche attaccato Fontana sul tema disabilità.

Rispondendo a quattro specifiche domande, ha infatti dichiarato: «Il ministro Fontana spesso non lo dice, ma il suo dicastero è della Famiglia e della Disabilità. Non vorrei che la seconda delega fosse semplicemente una bandiera. Fino ad ora l'unica cosa che ho sentito dire al ministro Fontana sui disabili è stato che rivedranno gli assegni. Va benissimo. Ma occuparsi dei disabili non è rivedere gli assegni.

La disabilità è un problema che riguarda quasi 5 milioni di italiani. Le barriere architettoniche nelle città sono uno scandalo. I cittadini disabili devono essere liberi di vivere. Poi ci sono gli insegnanti di sostegno. Sono la metà di quelli che dovrebbero essere.

Noi anche dall'opposizione voteremo tutti i provvedimenti sui disabili, soprattutto quelli per superare discriminazione e segregazione. Anche tutte le misure per i bambini. Il presidente Berlusconi, con cui ho parlato, è d'accordo».

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Giornalista e direttrice di Sanniopage, Teresa Ferragamo è nota per i suoi articoli dai toni caustici nei riguardi della classe politica beneventana. Non meraviglia, perciò, che il 29 marzo ne abbia dedicato uno all’avvocata Nunzia De Girolamo.

Tanto più che l’ex parlamentare forzista, non rieletta il 4 marzo alla Camera dei deputati, ha continuato sui media a muovere accuse ai vertici del partito. Riprendendo così gli argomenti già sfoderati in campagna elettorale, quando i j’accuse erano stati soprattutto indirizzati a Carfagna e De Siano, responsabili, a suo dire, del declassamento da capolista nel collegio di Avellino-Benevento.

Trombata e incazzata, De Girolamo si reinventa una populista di risulta. Questo il titolo dell’articolo che Teresa Ferragamo ha dedicato, per l’appunto, all’ex ministra beneventana dell’Agricoltura. La quale, anziché controbattere nel merito, ha pensato bene di rispondere con toni minatori e sessisti: «Dottoressa Ferragamo – così nella mail resa pubblica su Sanniopage –, leggo che spesso, negli ultimi tempi, si diletta ad articolare retroscena sulla mia persona. Pur non condividendola, rispetto i Suoi pensieri, anche quelli di infondata matrice. Vorrei chederLe, se fosse possibile, di darmi spazio sul Suo giornale, sebbene poco seguito, poiché avrei anche io un pezzo sulla libertà di stampa e sull’informazione distorta.

Per correttezza le anticipo che verterà sul rapporto particolare fra una giornalista ed un noto politico, dettagli che ho appreso da alcuni sms intercettati dalla magistratura e recapitati al mio studio da qualche gentile benefattore. Sono sicura che le piacerà  molto. Nel frattempo le auguro buon lavoro».

Da sempre attento al tema del sessismo e delle discriminazioni nei riguardi delle donne, Gaynews ha perciò raggiunto la giornalista sannita per raccogliere, in merito all’accaduto, impressioni e valutazioni.

Direttrice Ferragamo, che cosa l’ha spinta, a quasi un mese dal voto, a scrivere di un'ex parlamentare quale Nunzia De Girolamo?

L’onorevole De Girolamo è stata parlamentare della Repubblica per due legislature. Un tempo molto lungo rispetto al quale, a mio avviso, è giusto e perfino opportuno esprimere un giudizio o un'opinione. Due giorni prima di scrivere di Nunzia De Girolamo, ho pubblicato un articolo molto duro, inclemente direi, su Liberi e Uguali, rispetto al quale pure ci sono state reazioni aspre. Ma sempre entro i limiti del rispetto delle reciproche opinioni.

Lei ha utilizzato toni irriverenti e caustici. Sembrerebbe quasi un unicum nel panorama d’un giornalismo locale fin troppo prono nei riguardi della classe politica...

Chi mi segue sa che il mio è uno stile caustico e irriverente, dissacrante con il potere. Non so se il giornalismo locale è prono, sicuramente dimostra, troppo spesso, poco coraggio. È come se talvolta abdicasse al suo ruolo, che non è solo di informazione, ma anche di formazione di un’opinione pubblica consapevole. Purtroppo, in una provincia in cui tutti conoscono tutti, in cui il giornalista e il politico si incontrano al bar anche più volte al giorno, è complicato fare un giornalismo intransigente, che faccia le pulci al potere, che dica pane al pane.

Con Sanniopage, da poco più di un anno, sto provando a uscire dalla gabbia di un giornalismo accomodante, allineato, filogovernativo e, in alcuni casi, mediocre. Lo faccio “senza padrini e senza padroni" per usare la celebre massima di Montanelli, e non nego di sentirmi spesso sola e isolata. Ma è un prezzo che uno mette in conto. Sono, infatti, convinta che, oggi più di ieri, con la perdita di credibilità della politica, i giornalisti non debbano più solo limitarsi a raccontare il mondo, ma debbano provare a cambiarlo con la forza invincibile delle loro convinzioni.

La risposta dell’avvocata De Girolamo ha suscitato in non pochi sconcerto. Qual è stata la sua prima reazione?

Quando ho letto la mail privata di Nunzia De Girolamo non ho avuto alcuna esitazione: andava pubblicata. Se le avessi risposto solo privatamente, sarei apparsa intimorita da quella malcelata minaccia. E così ho pubblicato la sua mail e la mia risposta. Una politica non può permettersi di utilizzare certi metodi con chicchessia, meno che mai con una giornalista. Quando accade, va pubblicamente inchiodato alle sue responsabilità.

Toni minatori e parole allusive suonano come sessiste e conculcatrici della libertà d’informazione. Da giornalista che cosa ne pensa?

Penso che in questo Paese, nonostante le apparenze, le donne abbiano compiuto passi indietro nel contrasto ad atteggiamenti sessisti che, spesso, sono trasversali e non conoscono genere. La libertà di opinione non si tocca: è un valore costituzionale. E una donna, che è stata parlamentare in due legislature, dovrebbe saperlo meglio di chiunque altro. Considero di inaudita gravità la reazione di De Girolamo: provare a mettere il bavaglio a una giornalista minacciando di pubblicare conversazioni private, peraltro non si capisce bene di quale natura, è un metodo fascista o di stampo camorristico, scelga lei.

Nella sua mail di risposta ha fatto riferimento all’offesa che nella sua persona è arrecata a ogni donna. Può spiegarne il senso?

Nunzia De Girolamo nella sua mail parla di un “ rapporto particolare tra una giornalista e un noto politico". Non chiarisce la natura del rapporto tra i due, non dice chi sia la giornalista o il politico. Allude, lascia aperti spazi per fraintendimenti e per pettegolezzi pruriginosi da bar dello sport. E questo personalmente non lo consento a nessuno: ne vale la mia dignità di donna, madre e professionista.

Se il mio articolo fosse stato scritto da un uomo, sono sicura che De Girolamo non avrebbe utilizzato questi “argomenti”. Le sue allusioni sono figlie di un pregiudizio sessista. Quello per cui una donna con un ruolo nella società debba necessariamente essere legata a un uomo potente che ne muove i fili. È la negazione del pensiero di una donna libera, indipendente e autonoma.

Sta ricevendo tanti attestati di solidarietà, tra cui è da segnalare quello del consigliere comunale pentastellato Nicola Sguera. Ne ha ricevuto da parte del sindaco Mastella e della senatrice Lonardo?

Nicola Sguera è stato il primo a cogliere la gravità di quello che stava accadendo e apprezzo molto chi sa tenere alta l'asticella dell'indignazione. Per questo motivo, sento di doverlo ringraziare.

Ho ricevuto la telefonata della senatrice Lonardo, con la quale non ho mai scambiato una parola nella mia vita e con la quale non sono stata di certo generosa in alcuni miei articoli. Ma, da donna intelligente, ha compreso subito che ci sono battaglie che sono comuni e sulle quali le donne dovrebbero ritrovarsi unite; purtroppo, però, questo non sempre accade. Ho accolto positivamente il gesto di attenzione della senatrice Lonardo, che ha voluto censurare la reazione arrogante e prevaricatrice di Nunzia De Girolamo. Anzi, mi lasci dire che su questa questione è stato doloroso verificare come del tutto assenti siano le donne di sinistra, che storicamente su certi temi sono state più vigili.

Ma forse davvero non è più il tempo di dare nulla per scontato in politica e nella società. I cambiamenti, anche delle categorie e dei posizionamenti tradizionali, ci stanno investendo con una velocità tale da renderli impercettibili durante la corsa: è come se ormai non potessimo fare altro che subirne solo gli effetti. Silente, poi, è stato tutto il Pd, ormai quasi vittima della sua irrilevanza. Mentre ho ricevuto attestati di stima, con conseguenti prese di distanza da De Girolamo, anche da esponenti di Forza Italia.

De Girolamo ha accennato a intercettazioni di cui è in possesso. Giustamente si è chiesto da qualcuno che la Procura della Repubblica indaghi. Che cosa ne pensa?

Nunzia De Girolamo dice di essere in possesso di "sms intercettati dalla magistratura", di cui è venuta a conoscenza tramite un “generoso benefattore”, che di certo non può essere un avvocato, visto che gli avvocati, per professione, non sono né “benefattori" né “generosi”. Dovrebbe dirci da quale inchiesta provengono quelle intercettazioni e che rilevanza penale hanno (perché le intercettazioni che non hanno rilevanza penale andrebbero distrutte) e perché questo “generoso benefattore” le avrebbe consegnate a lei, per farne cosa, per farle diventare strumento di minacce?

Insomma, come ha scritto Gabriele Corona, presidente di Altrabenevento (associazione contro il malaffare molto attiva in provincia di Benevento), credo che ci potrebbero essere gli estremi per un’indagine della Procura su queste dichiarazioni di Nunzia De Girolamo. Io sicuramente sporgerò denuncia per minaccia e violenza privata. Bisogna essere severi nel censurare questi metodi soprattutto se vengono utilizzati da un parlamentare. Inoltre, la Procura non può consentire un uso intimidatorio di intercettazioni frutto di un'inchiesta.

In questo caso, De Girolamo minaccia di usarle per chiudere la bocca a una giornalista. Ma chi ci dice che non potrebbe usarle per inquinare la vita democratica o un'azione amministrativa? Insomma, ad essere sotto attacco potrebbero essere l'intero sistema democratico, la politica e le istituzioni. Secondo me, è proprio questo il punto di rilevanza pubblica di questa incresciosa vicenda.

Per concludere: questa legislatura è contrassegnata da una forte presenza femminile. Qual è il suo parere in merito anche alla luce dell’affaire De Girolamo?

La rafforzata presenza femminile in Parlamento è un'ottima notizia. Sono convinta da sempre che le donne posseggano un'innata forza riformatrice e che per questo siano in grado di migliorare la politica e la società. Non sarà una Nunzia De Girolamo a smontare questa mia convinzione. Oltre che giornalista, sono madre di tre bambine: la mia è una famiglia di donne, la mia tavola a mezzogiorno è un piccolo parlamento dove ciascuna rappresenta un punto di vista.

Ovviamente, va anche detto che, ora più che mai, abbiamo bisogno di donne libere e capaci, in tutti gli ambiti della società, e, quindi, anche in politica. Spero che la stagione della cooptazione femminile sia alle  nostre spalle.

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Se l’elezione del pentastrale napoletano Roberto Fico (considerato dell’ala sinistrorsa del M5s) a presidente della Camera non ha suscitato reazioni di rilievo ma è stata anzi accolta pressoché positivamente, non può dirsi lo stesso per quella della forzista Maria Elisabetta Alberti Casellati alla seconda carica dello Stato.

Eletta al terzo scrutinio con 240 voti, la 71enne avvocata matrimonialista d’origine rodigiana (ma vivente da decenni a Padova) è la prima donna a sedere sullo scranno più alto di Palazzo Madama.

Un primato indubbiamente importante nella storia della Repubblica italiana ma non tale da far dimenticare i numerosi aspetti critici della sua lunga carriera politica.

«Sono entrata per la prima volta in questa aula nel 1994, ai tempi dell’ingresso in politica di Silvio Berlusconi», ha ricordato lei stessa nell’odierno discorso d’insediamento. Ed è appunto l'assoluta fedeltà all’ex presidente del Consiglio a essere contestata alla neopresidente del Senato. La successora di Piero Grasso è colei che Guido Quaranta non esitò a definire «la berlusconiana più berlusconiana di tutte, una berlusconiana ‘senza se e senza ma’».

Sostenitrice di tutte le leggi ad personam volute dal fondatore di Mediaset, gridò al golpe quando lo stesso decadde da senatore e fu tra quanti manifestarono contro le "toghe rosse" sui gradini del Palazzo di Giustizia di Milano. In tv sono noti i suoi interventi in cui si rifaceva costantemente ai concetti di giustizia a orologeria,  dittatura mediatica o persecuzione giudiziaria con riferimento sempre a Berlusconi.

Due volte sottosegretaria alla Sanità (30 dicembre 2004 – 16 maggio 2006) - durante il cui mandato fu accusata d'aver fatto assumere proprio al ministero di Lungotevere Ripa la figlia Ludovica (tornata poi a lavorare in una delle aziende berlusconiane) - e alla Giustizia (12 maggio 2008 – 16 novembre 2011), è stata da ultimo componente laica del Csm in quota Forza Italia (15 settembre 2014 – 23 marzo 2018). Celebre il confronto tv con Marco Travaglio del 9 settembre 2013 sul processo Mediatrade e la condanna di Berlusconi.

Laureata in giurisprudenza presso l’Università di Ferrara e in utroque iure presso la Pontificia Università Lateranense (quella che nel gergo ecclesiastico è indicata come l’Università del Papa), Maria Elisabetta Alberti Casellati è anche nota per le sue posizioni conservatrici in materia matrimoniale e giusfamiliare.

Il 28 gennaio 2016, a pochi giorni dall’inizio del dibattito parlamentare dell’allora ddl Cirinnà, partecipò a Roma al convegno La famiglia è una. I diritti sono per tutti, nel corso del quale ebbe a dire: «La famiglia non è un concetto estensibile. Lo Stato non può equiparare matrimonio e unioni civili, né far crescere un minore in una coppia che non sia famiglia. Le diversità vanno tutelate ma non possono diventare identità, se identità non sono». Per poi ammonire: «Non si può fare confusione, parola usata dal Papa pochi giorni fa: ogni omologazione sarebbe un’improvvida sovrapposizione e un offuscamento di modelli non sovrapponibili».

Approvata alla Camera la legge sulle unioni civili e le convivenze di fatto, andò all’attacco della normativa in un’intervista rilasciata a Il Giornale il 13 maggio del medesimo anno.

La sua elezione è stata perciò salutata con entusiasmo da molte aree del cattolicesimo. Non è un caso se tra le prime a plaudire a una tale elezione sia stata la deputata opusdeiana Paola Binetti che fra l’altro ha affermato: «Apprezzo le idee di Maria Elisabetta Alberti Casellati sulla famiglia».

Raggiunto telefonicamente, ecco cosa ha invece detto a Gaynews il deputato dem Alessandro Zan: «Rivolgo i miei auguri di buon lavoro a Maria Elisabetta Alberti Casellati, eletta presidente del Senato: da padovano sono felice che una mia concittadina ricopra la seconda carica dello Stato.

Ma auspico anche che sappia rappresentare tutti gli italiani e le italiane, date le sue precedenti posizioni sulle unioni civili, senza fare differenze retrograde e anacronistiche, che andrebbero a ledere il lavoro di civiltà fatto in questi anni. Dallo scranno più alto di Palazzo Madama si dovranno garantire quei diritti costituzionali che vogliono una piena equiparazione dei diritti delle persone. Mi aspetto quindi collaborazione piena sulle nostre proposte di legge per garantire i diritti di tutti».

Auguri di buon lavoro anche al «neopresidente della Camera Roberto Fico, di cui ho apprezzato il contenuto antifascista del discorso e il richiamo all’autonomia del lavoro della Camera dei deputati, che mi auguro valga anche nei confronti della Casaleggio Associati».

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