A due anni di distanza dalla nascita è stata finalmente riconosciuta a Ethan Dvash-Banks la cittadinanza statunitense da parte di John F. Walter, giudice federale della California. Anzi, secondo il magistrato, il piccolo sarebbe dovuto essere considerato cittadino americano sin da quando venne alla luce al pari di suo fratello gemello Aiden.

Nati in Canada nel 2016 a seguito di gpa, Ethan e Aiden sono stati concepiti attraverso la rispettiva donazione di sperma da parte della coppia di coniugi Elad e Andrew, israeliano l’uno, statunitense l’altro. Ma quando, alcuni mesi dopo la nascita dei gemelli, la famiglia si trasferì negli Stati Uniti, a Ethan fu negata la cittadinanza statunitense, non essendone Elad, il padre biologico, in possesso

«Questa è una grande vittoria per Ethan Dvash-Banks e la sua famiglia - ha detto Aaron C. Morris, direttore esecutivo di Immigration Equality -. Ethan non sarà più considerato il fratello gemello, senza identità, di Aiden».

Nel negare all’epoca lo status di cittadino americano a Ethan, il Dipartimento di Stato aveva sostenuto che stava semplicemente seguendo la regola secondo cui un bambino, nato all'estero, dev’essere biologicamente imparentato con un genitore statunitense per essere a sua volta considerato tale. 

«Sebbene questa sentenza non invalidi esplicitamente la normativa del Dipartimento di Stato, è un segnale forte in tal senso – ha aggiunto Morris -. Continueremo a combattere fino a quando tutte le coppie dello stesso sesso vedranno le loro famiglie riconosciute a pieno titolo». 

I genitori, da parte loro, hanno espresso grande soddisfazione e sollievo. «Per due anni è stato un peso quotidiano - ha detto Andrew Dvash-Banks -. Ogni notte è stata per noi un’angoscia non sapere se a Ethan sarebbe stato permesso o meni di rimanere negli Stati Uniti».

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Sgozzate quella cagna comunista e parassita.

In quelle parole scritte si concentrano i più classici degli stereotipi maschilisti e razzisti: la donna presentata come donnaccia (letteralmente cagna, ndr), la punizione violenta da parte dell’altro, identificabile in chi, nell'immaginario comune, proviene da Paesi, dove lo sgozzamento è subito associato al terrorismo islamici.

Un messaggio di morte che lo scorso lunedì è stato indirizzato alla consigliera dem del Comune di Milano Diana De Marchi - che presiede la Commissione Pari Opportunità e Diritti Civili -, ospite di una locale trasmissione televisiva di Milano. Episodio che De Marchi ha denunciato pubblicamente in un post sul suo profilo Facebook e alle autorità.

A sette giorni esatti da quell’episodio l’assessora Diana De Marchi parla a mente più serena e lucida di quello che le è successo, di violenza contro donne, di discorso di odio e di differenze come valore.

Un lunedì come oggi, proprio sette giorni fa, è stata vittima di minacce di morte. A distanza di tempo, come rivede e giudica quell’episodio?

Quelle parole mi hanno subito sconvolta, ma devo dire che dopo, riflettendoci sopra, ho trovato quei termini interessanti, con rimandi spaventosi ai quali, a dire il vero, subito non avevo pensato a fondo. Quelle parole sono scelte ben precise, così come la definizione di “cagna” per dire donnaccia. Insomma, è stato messo dentro di tutto, dalla religione alla violenza sulle donne. Ecco, credo che dobbiamo ribellarci fortemente a questo. Se ci riflettiamo, anche nel contrasto del dibattito politico noi donne finiamo sempre con l’essere isolate perché tentano di metterci in una condizione di debolezza, dicendo cose gravissime a livello personale, intimo. Diventa un modo per evitare che una donna possa reagire, una forma di maschilismo spaventoso.

Se fosse identificata, non so cosa direi a quella persona, che immagino sia un uomo. Ritengo però che farò, come mi è stato suggerito, un’azione condivisa, costituendomi parte civile assieme ad associazioni donne e di uomini che lavorano per i diritti. Non cerco vendetta, mi metterei al suo stesso livello. 

Una cosa la voglio dire: al di là della solidarietà importante che mi ha espresso il mio partito, e una parte del centro destra, la cosa che mi ha più meravigliato e mi ha fatto piacere è stato ricevere attestati di solidarietà da associazioni come Agedo, Anpi, Non una di meno, Se non ora quando, la Rete delle Reti, realtà con le quali il Pd non ha dei veri contatti. Ma soprattutto dalle persone comuni. Ho trovato che per fortuna c’è una società civile che reagisce e che non apprezza un certo modo di stare e di rapportarsi con gli altri, ed è contraria a una deriva culturalmente orribile che sta dilagando nel quotidiano di parlarsi usando parole aggressive e violente. Occorre responsabilizzare di più le persone, a tutti i livelli, Non è la prima volta che sono stata attaccata in quel modo, ma è la prima volta che ho apertamente raccontato com’è andata, perché credo che la condivisione sia ciò di cui abbiamo bisogno. 

Eppure, nonostante gli attestati di solidarietà, nei vari commenti dei social la violenza verbale ha raggiunto livelli altissimi. 

Non credo si possa parlare di sovraesposizione. Mi rendo conto che ormai un po’ tutti quanti noi ci lasciamo trascinare, non dico dall’odio, ma dall’aggressività, ad esempio quando veniamo attaccati o provocati. È un modo di rispondere che forse prende tutti. 

Sul come fare a contrastare queste forme di violenza, anche se ripeto c’è una società civile diversa che si contrappone a tutto questo, non lo so ma è qualcosa che voglio capire per prima io stessa. Nelle scuole, dove lavoro, c’è una mobilitazione e c’è una risposta nei ragazzi i quali spesso usano questo linguaggio non per dire davvero quelle cose ma perché sono istintivi o più semplicemente perché si è abituati a sentire alcune espressioni.

Per quanto riguarda i social, non vedere una persona concreta di fianco fa pensare di essere autorizzati a dire cose che altrimenti non si direbbero di presenza. Per questo occorre intervenire facendo capire che anche nei social si parla sempre con una persona e di conseguenza si è responsabili delle proprie parole.  

Rimanendo ancora nei social, tra i commenti più ricorrenti contro la “vecchia politica” c’è l’immancabile “e allora il Pd”?. Ma non sarà che, negli ultimi anni, il Pd e la sinistra si sono scollegati dalla realtà lasciando di fatto un vuoto?

Non nego che il Pd abbia fatto errori enormi che si sono visti coi risultati delle elezioni, tuttavia credo che questo chiudersi in se stesso non sia stato una scelta di slegarsi dalla realtà, ma che ci sia veramente persi, anche in una battaglia di impegno e di convinzione di essere sulla strada giusta, però senza ascoltare chi dava una opinione diversa. Il risultato è stato diventare troppo distanti, indipendentemente dall’obiettivo giusto e guidati dall’idea del “ci siamo noi che ci stiamo lavorando, poi capirete”. 

Tuttavia, secondo me, l’elemento delle relazioni avvicina tutte quelle persone che sono contrarie al clima che si è creato e che, indipendentemente dall’orientamento politico anche di chi ha fatto una scelta di protesta e oggi si pente, insieme vogliono cambiare questo modo aggressivo di stare insieme. Le donne, poi, in questi discorsi di odio sono sempre le prime vittime perché la differenza viene fatta diventare diseguaglianza, mentre invece dobbiamo riportarla come ricchezza. Un lavoro che proprio a partire dalle donne diventa preziosissimo e che vale per tutte le differenze. 

In tema di differenza, donne e rifiuto dell’aggressività e dell’odio, lei si è schierata apertamente per la trascrizione in anagrafe dei bambini figli di due papà. Questo, mentre da una parte il sindaco Sala ancora temporeggia in attesa di una sentenza della Corte di Cassazione a Sezioni Unite e, dall’altra, qualche associazione Lgbti e alcune femministe si sono dette fortemente contrarie, fino a osteggiarla. A che punto è la trascrizione e cosa pensa di queste critiche così aspre? 

Come Consiglio comunale abbiamo deciso, a maggioranza, di portare avanti queste trascrizioni, di muoverci per quelle che hanno fatto richiesta e di lavorare perché siano recepite senza barriere e ostacoli, anche per dare il segnale che non siano le sentenze a darci le indicazioni. Purtroppo, al momento, siamo bloccati con il Piano di Governo del Territorio che sta richiedendo più tempo del previsto e poi deve esserci un passaggio in Aula. 

Parliamo di un tema molto dibattuto e non mi riferisco tanto a quello della trascrizione, quanto proprio a quello della gestazione per altri, un tema che non è mai stato affrontato in modo approfondito anche all’interno dello stesso Pd e sul quale quindi siamo impreparati.

Personalmente non mi aspettavo che ci fossero anche all’interno del partito tante difficoltà, ma mi sono resa conto che manca la conoscenza e quindi, proprio perché non si hanno gli strumenti, alcuni slogan si acquisiscono con più facilità. Non credo si tratti di contrarietà, quanto piuttosto di non conoscenza di cosa si parla davvero. Per fortuna il nostro partito, secondo me, ha al suo interno posizioni diverse che fanno comprendere le visioni e i bisogni di più parti. Però è chiaro che alla fine occorre prendere delle decisioni e scegliere, ma non vogliamo restare ostaggio della non conoscenza. Io ho preso l’impegno di lavorare proprio su questo tema.

Per quanto riguarda, invece, gli attacchi, Marina Terragni ha fatto proprio su di me anche un blog che ha portato ovunque. Ma credo che anche quello non sia un modo di confrontarsi. Non si può dire “se accetti le trascrizioni allora sostieni lo sfruttamento del corpo delle donne”, perché le due cose non vanno assolutamente in automatico. Oltretutto è una cosa gravissima, anche nella dichiarazione, perché rivela una incapacità di conoscere le situazioni e di capirle e una non volontà di confrontarsi. Insisto invece che su questo bisogna lavorare. 

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Il 12 dicembre il Parlamento europeo ha approvato in plenaria a Strasburgo la Relazione annuale sui diritti umani e la democrazia nel mondo nel 2017 e sulla politica dell'Unione europea in materia a firma del lituano Petras Auštrevičius (Gruppo dell'Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l'Europa).

Al paragrafo 48 del documento c’è un equilibrato inciso sulla pratica della gpa in correlazione a eventuali violazioni dei diritti umani. [Il Parlamento] «chiede di introdurre chiari principi e strumenti giuridici – si legge –  per far fronte alle violazioni dei diritti umani correlate alla gravidanza surrogata».

Gli eurodeputati hanno pertanto respinto (271 no, 270 sì, 77 astenuti) l’emendamento 48bis che, presentato dallo slovacco Miroslav Mikolášik (Ppe), si presentava quale formula dannatoria della gpa tout court.

Eccone il testo: [Il Parlamento] «ribadisce la sua condanna della pratica della surrogazione, che compromette la dignità umana della donna dal momento che il suo corpo e le sue funzioni riproduttive sono usati come una merce; sottolinea che la pratica della gestazione surrogata, che prevede lo sfruttamento riproduttivo e l'uso del corpo umano per un ritorno economico o di altro genere, in particolare nel caso delle donne vulnerabili nei paesi in via di sviluppo, deve essere vietata e trattata come questione urgente nell'ambito degli strumenti per i diritti umani». 

14 gli europarlamentari italiani, che hanno votato contro l’emendamento 48bis: i forzisti Remo Sernagiotto e Fulvio Martusciello, Stefano Maullu di Fratelli d'Italia, i dem Brando Benifei, Sergio Cofferati, Andrea Cozzolino, Michela Giuffrida, Daniele Viotti, la pasionaria di Possibile Elly SchleinAntonio Panzeri, Massimo Paolucci e Flavio Zanonato di Mdp, Eleonora Forenza e Barbara Spinelli di Lista Tsipras. Ad astenersi, invece, Pina Picierno (Pd) e Giulia Moi (M5s).

A votare, invece, a favore Salvatore Cicu, Elisabetta Gardini, Giovanni La Via, Barbara Matera, Massimiliano Salini per Forza ItaliaMara Bizzotto, Mario Borghezio, Angelo Ciocca, Oscar Lancini, Giancarlo Scottà, Marco Zanni per la Lega; i pentastellati Isabella Adinolfi, Laura Agea, Tiziana Beghin, Fabio Massimo Castaldo, Ignazio Corrao, Rosa D'Amato, Eleonora Evi, Dario Tamburrano, Marco Valli, Marco Zullo; Goffredo Bettini, Renata Briano, Nicola Caputo, Caterina Chinnici, Silvia Costa, Paolo De Castro, Isabella De Monte, Giuseppe Ferrandino, Elena Gentile, Roberto Gualtieri, Luigi Morgano, Alessia Mosca, Patrizia Toia, Damiano Zoffoli per il Pd; Herbert Dorfmann (Svp).

A distanza di giorni la bocciatura dell’emendamento ha suscitato reazioni tra alcune femministe che, utilizzando il complesso lemmatico 'utero in affitto', hanno stilato una lista di proscrizione di parlamentari europei nostrani «da non votare più», i quali corrispondono ovviamente ai citati 14 contrari. Menzionate anche le due eurodeputate astenutesi nonché i 15 assenti al momento del voto.

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Si sono conosciuti 13 anni fa e da allora non si sono mai separati. Una storia d’amore, quella tra il regista Marco Simon Puccioni e il produttore cinematografico Giampietro Preziosa, suggellatasi, il 28 giugno 2017, con l’unione civile in Campidoglio.

Unione cui erano presenti anche i loro figli David e Denis. Dei due gemelli Marco e Giampietro sono diventati papà grazie alla gestazione per altri, cui sono ricorsi, otto anni fa, in California.

Un’esperienza, la loro, che hanno voluto raccontare nel documentario Prima di tutto, assegnatario di una menzione speciale ai Nastri d’Argento nel 2016. È in cantiere un altro lavoro che sarà dedicato a storie di surrogacy negli Usa.

A pochi giorni dalle dichiarazioni di Lorenzo Fontana alla Camera il regista romano ha deciso di narrare all’Agi qual è la vita di una famiglia arcobaleno. Non senza un attacco diretto al ministro leghista: «O è ignorante o fa finta di essere ignorante – questa la dura replica –. Mi sembra che Fontana abbia preso questa posizione solo per compiacere il suo elettorato. Evidentemente non sa che la trascrizione dei diritti di nascita di un bambino compete al potere giudiziario».

Marco Puccioni ha ribadito all’agenzia di stampa come sia del tutto «legittimo che uno Stato proibisca la pratica della gestazione per altri. Ma non può impedire ai cittadini di recarsi in altri Paesi e fare quello che vogliono per realizzare la loro vita. Quello che mi dispiace è che le sparate del ministro sono fonte di stress per gli stessi bambini. I nostri figli non sono affatto traumatizzati dalla mancanza della mamma: hanno frequentato la 3ª elementare e a scuola sono ben inseriti con i compagni e con il corpo docente».

Il regista è poi passato a parlare di David e Danis: «Sanno che due uomini non possono far nascere biologicamente un bambino ma lo possono far nascere con il loro amore, mettendo in moto un processo».

Marco e Giampietro si sono rivolti a un'agenzia californiana, che ha fatto loro conoscere Cynthia, la donna che ha portato avanti la gravidanza, e Amanda, che ha donato l'ovulo. «Non abbiamo incontrato nessuna donna povera né sfruttata, ma persone che si sentono arricchite dall'aiutare gli altri a realizzare il sogno della paternità». Sogno per la cui realizzazione hanno dovuto spendere circa 75mila euro tra il pagamento dell'agenzia, dei medici, degli avvocati e delle due donne.

Ma «Cynthia non considera quello che ha fatto un lavoro. Il denaro che è arrivato a lei non le cambia certo la vita. Ha una casa con la piscina, un marito e tre figli. È orgogliosa di quello che ha fatto per noi, lo racconta a tutti. Si è subito creato un feeling che l'ha convinta ad accettare il percorso. Con altri, invece, aveva rifiutato. Ci sentiamo spesso al telefono: è venuta in Italia nel 2010 per il battesimo dei gemelli celebrato alla Chiesa valdese di Roma e anche l'anno scorso per la nostra unione civile».

Puccioni è consapevole che nel mondo Lgbti non mancano voci contrarie alla gpa. «Anche noi avevamo dubbi sulla nostra scelta - racconta - perché va a toccare convinzioni ataviche, come quella che la mamma è sempre certa. Invece si affronta un percorso che scompone la maternità in più parti, tra la donatrice, la gestante e chi cresce il bambino».

Essendo lui il padre biologico, al momento è l'unico genitore riconosciuto in Italia. Giampietro, soggiunge, «soffre questo stress da minoranza. Se il bambino si ricovera in ospedale o deve subire un'operazione devo firmare io, lui non può fare nulla senza la mia delega».

Alla domanda finale sui ruoli da rispettare in una famiglia arcobaleno questa la risposta: «Ognuno si comporta secondo le proprie inclinazioni. Giampietro è più portato per la cucina e la casa ma è più severo di me: pretende il rispetto delle regole di comportamento. Io mi occupo dell'istruzione dei ragazzi, della loro educazione. Ma sono meno severo e più accogliente».

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La nascita del piccolo tre anni fa in Canada grazie alla gpa col riconoscimento anagrafico del solo padre biologico, il cui matrimonio col proprio compagno era avvenuto nello stesso Paese nordamericano. Poi il ricorso alla Corte Suprema della British Columbia, che riconosceva ad entrambi i ricorrenti lo stato di genitorialità del minore e il conseguente emendamento del certificato di nascita col dato della doppia paternità.

La richiesta, infine, all’Ufficio Anagrafe del Comune di Verona – dove la coppia è residente – di correggere l’atto sulla base della sentenza canadese. Ma è a questo punto che i due papà si sono visti opporre un netto rifiuto.

Da qui la decisione di ricorrere alla Corte d'Appello competente, quella cioè di Venezia, che, il 28 giugno (ma l’ordinanza è stata depositata in Cancelleria il 16 luglio), ha riconosciuto la piena efficacia in Italia del provvedimento canadese e disposto che il Comune di Verona corregga l’atto con l’annotazione di copaternità.

Emessa dal collegio giudicante composto da Maurizio Gionfrida, Fabio Laurenzi e Giovanna Sanfratello, l’ordinanza ha sollevato immediate reazioni a partire dal ministro della Famiglia e della Disabilità Lorenzo Fontana, che ha sostenuto la necessità d’impugnazione da parte del Comune di Verona.

Per saperne di più, abbiamo raggiunto l’avvocato Alexander Schuster, legale della coppia.

Avvocato Schuster, perché al Comune di Verona ci si è rifiutati di emendare l’atto di nascita secondo quanto disposto dalla sentenza canadese?

Sono stati accampati motivi di ordine pubblico. La correzione dell’atto di nascita non sarebbe consentita perché prevede due padri e un percorso di maternità surrogata.

Quali sono, a suo parere, i punti salienti dell’ordinanza della Corte d’Appello di Venezia?

La sentenza è molto concisa. Da una parte, in realtà, c’è un punto su cui non risultiamo vincenti ed è quello per cui si riconosce il diritto al ministero dell’Interno e al Comune di Verona di essere parte di questo processo. È insomma la grande questione che è stata posta all’attenzione delle Sezioni Unite della Cassazione già col caso di Trento.  

Però nel merito risultiamo vincitori, perché la Corte riconosce che il bambino ha un diritto a mantenere la natura di figlio di due padri, come in Canada così anche in Italia, e riconosce che non c’è nulla che possa ostacolare questo risultato. C’è quindi questo primario rispetto di quanto già stabilito dalla Corte Suprema della British Columbia: non è contrario all’ordine pubblico il fatto di avere due genitori dello stesso sesso.

E poi dice che il fatto di essere nato all’estero, dove le tecniche di fecondazione utilizzate sono lecite – l’ordinanza le menziona un po’ tutte – non costituisce, in realtà, un motivo per ritenere che ci sia stata una violazione dell’ordine pubblico. Da ultimo viene affermato che l’interesse appunto del minore è di mantenere questo status.

Che cosa si dice in riferimento alla gpa?

Sulla gpa il giudice fa intendere che ritiene nella disponibilità del Parlamento cambiare o meno il divieto e, quindi, non è un dato costituzionalmente imposto. Il che consente di dire al giudice che, se un domani il Parlamento volesse modificare la legislazione in tale materia, non è un qualcosa di così essenziale nel nostro ordinamento da bloccare addirittura il riconoscimento di un bambino che è frutto di un tale percorso.

Ciò è detto in maniera sottintesa, non entrando nel pieno della questione della gestazione per altri.

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A poco più di 48 ore dalla manifestazione di lunedì pomeriggio in Piazza del Campidoglio, che ha visto scendere in piazza diverse generazioni di donne e di uomini in difesa della Casa Internazionale delle Donne – la quale rischia lo sfratto per una morosità conteggiata in 800mila euro –, e il contemporaneo incontro presso il Palazzo Senatorio tra una delegazione di donne della Casa e le assessore Laura Baldassarre (Politiche sociali), Flavia Marzano (Roma Semplice) e Rosalba Castiglione (Patrimonio) assieme alla sindaca Virginia Raggi, la storica sede del movimento femminista, femminile e lesbico di Roma fa il punto della situazione in un’assemblea che chiama a raccolta le associazioni componenti nella sede dell’ex convento del Buon Pastore.

A riprendere le fila del discorso dall’incontro istituzionale, il cui esito è stato definito deludente, è stata la presidente della Casa Francesca Koch che ha aperto il dibattito alle valutazioni politiche di quanto sta vivendo la Casa sotto la giunta capitolina pentastellata e alle future iniziative e posizioni da intraprendere.

Uno dei primi punti da cui vogliono partire è una campagna di contro-informazione che rettifichi e smentisca le voci non vere fatte circolate sulla Casa internazionale delle Donne e definite false.

In primo luogo, il fatto che – secondo quanto scritto nella stessa mozione presentata dalla consigliera comunale Gemma Guerini – la Casa non avrebbe mai presentato le dovute relazioni. Cosa che, sostengono da Via del Buon Pastore, è stata fatta ed è documentata. Quello che invece forse non è stato fatto da parte degli uffici del Comune è l’inoltro dei documenti.

Altri dati smentiti sono quelli relativi alla gestione di “Hotel a cinque stelle” (ovvero la foresteria) e al restauro del Buon Pastore, non pagato con i soldi del Comune, come viene detto, ma dal Governo per il Giubileo. Senza parlare poi dell'accusa d'una gestione in mano a “signore snob” che pretendono per loro dei privilegi a differenza di chi assiste i malati di Sla o i bambini autistici, paga regolarmente l’affitto e sono, quindi, brave persone.

Un’equiparazione inaccettabile, che le donne della Casa rifiutano e rispediscono al mittente bollandola come tentativo, da una parte, di screditare le attività svolte in Via del Buon Pastore e, dall’altra, di contrapporre realtà e storie diverse che offrono tutte servizi a chi ha bisogno e proviene da diverse zone della città.

Il timore che serpeggia e che si intravede nella mozione Guerini – mozione che prevede la messa al bando del luogo e del progetto della Casa – è quello di uno “sgombero burocratico”, ovvero svuotare dall’interno la realtà delle associazioni con trattative al ribasso che ne indeboliscono identità e iniziative. In merito, poi, al “progetto di coordinamento”, gestito da Roma Capitale, di riallineare alle moderne esigenze il progetto della Casa riappropriandosi di un'iniziativa che si sostiene essere dell’amministrazione capitolina, da Via del Buon Pastore ricordano la vera storia di quel luogo: uno spazio costruito grazie alla mobilitazione femminista e dell’allora Giunta che affidava l’ex convento all’affermazione della libertà femminile, individuando proprio nel movimento femminista il soggetto che poteva portare avanti il progetto.

A raccontare a Gaynews cosa sia stata ed è ancora oggi la Casa Internazionale delle Donne e cosa ne significherebbe la chiusura è la stessa presidente Francesca Koch, la quale alle porte dell’anniversario della legge 194 interviene sul tema dei recenti attacchi al diritto all’aborto e risponde sulla legge 40, che disciplina la procreazione medicalmente assistita, in particolare sulla posizione della Casa in merito alla gestazione per altri.

«La Casa delle Donne – ricorda al riguardo Francesca Koch – è un soggetto plurale e, come tale, non ha una posizione univoca. Sulla gpa è aperta al dialogo, per cui non ha nessun diktat o linea da dare. Fermo restando che per noi il principio da salvaguardare è il rispetto dell’autonomia, dell’autodeterminazione, della dignità della donna».

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Ennesimo caso di trascrizione anagrafica di atti di nascita esteri di bambini registrati quali figli di due papà.

È successo a Prato, dove il sindaco dem Matteo Biffoni nonché presidente di Arci Toscana ha provveduto oggi a procedere in tal senso con riferimento ai tre gemelli nati a San Diego il 18 gennaio tramite gpa cui, come già raccontato alcuni giorni fa da Gaynews, avevano fatto ricorso Ivan e Antonio.

La coppia omogenitoriale, componente di Famiglie Arcobaleno, è stata seguita dal gruppo legale dell’associazione guidata da Marilena Grassadonia.

Abbiamo raggiunto Ivan e Antonio per saperne di più.

Il sindaco di Prato ha oggi registrato anagraficamente i vostri bambini. È stata una procedura laboriosa e quali le vostre emozioni?

All'inizio abbiamo vissuto col timore di trovarci di fronte persone che ci avrebbero ripetuto all’infinito che non si potevano trascrivere gli atti di nascita così come li ha rilasciati lo Stato della California. Eravamo già pronti al peggio ma certi che non saremmo mai scesi a compromessi. E, invece, già nel luglio 2017, quando abbiamo messo a conoscenza il Comune di Prato di questa cosa, abbiamo avuto prova di una totale disponibilità anche per superare eventuali problematiche.

È superfluo dire che siamo felici: è giusto tutelare ogni singola famiglia e ogni singolo bambino o bambina. Sarebbe l’ora di dare una svolta, un cambiamento radicale. Tornare da un Paese come gli Usa, dove ogni famiglia è uguale (perché siamo uguali) e, soprattutto, dove i bambini sono considerati "un bene del Paese”, e ritrovarsi poi in Italia, dove ancora bisogna quasi supplicare per far riconoscere che il proprio figlio è di "serie “A” e non di "serie “B”, è veramente penoso. Non esistano figli di serie B e nessuna famiglia dovrebbe lottare per dire: Lui è mio figlio o mia figlia.

Facciamo un passo indietro: che cosa vi ha portato a ricorrere alla pratica della gpa?

Abbiamo sempre desiderato diventare genitori e, nell’impossibilità di poterne adottare uno, ci siamo rivolti a una clinica in California e, di conseguenza, abbiamo fatto ricorso alla gestazione per altri.

Chi vi ha messo in contatto con Jennifer, la donna che ha gestato i vostri tre figli?

La nostra tenacia. Siamo arrivati a Jennifer senza intermediari. Abbiamo conosciuto altre ragazze ma con lei c’è stato da subito un grandissimo feeling: c'era una forte attrazione tra di noi.

Potete raccontare i momenti salienti di questo percorso di genitorialità?

Si potrebbe scrivere un libro per  raccontare tutti i momenti salienti a partire dall'incontro con Alessandra: è stata importantissima per il nostro percorso perché ci ha seguito passo passo proprio come un genitore fa con i propri figli. Poi la felicità del nostro primo viaggio in clinica negli Usa all’incontro con  la donatrice di ovuli fino al giorno in cui abbiamo finalmente conosciuto Jennifer: vederla è stata un’emozione indescrivibile come anche conoscere la sua famiglia. Quando abbiamo saputo che Jennifer era incinta e  quando abbiamo successivamente appreso con sorpresa di aspettare tre gemellini, abbiamo vissuto una tale gioia gioia da non poterla mai più dimenticare.

Quale ruolo ha oggi Jennifer nella vostra vita familiare?

Lei fa parte della nostra vita: la sentiamo costantemente. Abbiamo già in programma di rivederci, magari qui in Italia. Siamo stati davvero molto fortunati. Non tutti hanno la fortuna di incontrare persone capaci di donare tutto il proprio amore per dare unicamente felicità ad altre persone.

Cosa è cambiato oggi che siete padri?

Il nostro non è stato “un’incidente di percorso”. La nostra famiglia l’abbiamo desiderata, sognata e sofferta ogni singolo giorno. Siamo felici e lo siamo ogni giorno di più. Per il resto siamo due normalissimi genitori che cresceranno i propri figli nel migliore dei modi.

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Jennifer è una solare donna californiana di 39 anni. Sposata e madre di tre figli, risiede a San Diego dopo aver lasciato la marina militare. 18 mesi fa ha deciso di portare avanti la gravidanza per Ivan e Antonio, una coppia di toscani con un grande desiderio: quello di diventare papà. 

Oggi Jennifer racconta per la prima volta a Gaynews la sua esperienza di gestazione surrogata.

Jennifer, che cosa ti ha spinto alla gestazione surrogata?

La mia decisione di partorire per altre persone risale a vari anni fa quando ero ancora nella Marina militare. Ero di stanza in Giappone all’epoca quando seppi che una coppia della mia unità aveva cercato a lungo di avere un figlio ma senza successo. Per me fu una ferita al cuore dal momento che era molto facile per me rimanere incinta.

Ma quella di dare alla luce dei figli per altre coppie è stata una decisione poi concretatasi successivamente...

Sì, infatti. La mia prima esperienza di gravidanza surrogata è stata quella per Ivan e Antonio. Resterà in ogni caso l’ultima perché, pur essendo stata enormemente gratificante, si tratta di un impegno enorme non solo per me ma anche per la mia famiglia.

Cosa ti ha convinto ad accettare la richiesta di Ivan e Antonio?

Ivan e Antonio mi sono apparse sin dal primo incontro due persone estramente sincere. Ho subito capito che l’essere genitori era un qualcosa che mancava alla loro vita. Mi sono perciò sentita in dovere di aiutarli.

Qual è stata la reazione dei tuoi familiari quando hai detto loro che avresti portato avanti una gravidanza per altri? 

Mio marito e i miei figli mi hanno pienamente sostenuto in tale scelta. Sapevano quanto fosse importante per me. Non sarei stata in grado di farlo senza il loro supporto.

Cosa hai pensato quando hai saputo di essere incinta di tre gemelli?

Ero letteralmente meravigliata e con me lo era l’interno personale del Centro di fertilità e ginecologia di San Diego. Pur avendoli partoriti, provo ancora lo stessa sensazione di stupore per aver portato contemporaneamente tre vite in grembo.

Come hai vissuto una tale gravidanza?

È stata per me un’esperienza bella, gratificante e senza trauma alcuno, perché sapevo che i gemelli sarebbero tornati a casa con i loro genitori dopo la nascita. Per me è stato quasi come portarli in giro per otto mesi (cioè per tutto il tempo antecedente il parto). Quando fai da babysitter ai figli di qualcun altro, non li trattieni e li ridai ai loro genitori quando è ora che tornino a casa.

Non hai mai provato la sensazione di essere stata privata dei tuoi figli dopo il parto?

Affatto. Ho sempre vissuto la mia esperienza di gestazione surrogata come se la mia famiglia ospitasse tre studenti di scambio per l'anno scolastico.

Quando sono nati i bambini, dov'erano Ivan e Antonio?

Una settimana prima del parto (i tre gemelli sono nati il 18 gennaio scorso), Ivan e Antonio sono arrivati a San Diego e li abbiamo accolti in casa. Sono rimasti ospiti della mia famiglia per circa due mesi perché potessero avere la possibilità preparare tutto il necessario per il rientro coi bambini in Italia. Questa è stata una decisione presa da me e mio marito: volevamo aiutarli a risparmiare denaro ed essere accanto a loro in modo che non si sentissero soli come nuovi genitori in un Paese straniero.

Quale rapporto hai adesso con Ivan e Antonio?

Mi sono sempre confrontata con loro sin da quando Ivan mi ha contattato per la prima volta 18 mesi fa. Si è stretto nel tempo un rapporto sempre più forte con loro: sono felice di averli nella mia vita.

Molte persone in Italia sostengono che lo donne gestanti per altre o altri lo facciano per ragioni economiche: è così?

Una tale generalizzazione è inaccettabile e offensiva per le donne stesse. Per molte di noi partorire per altre persone ha un solo scopo: aiutare single o coppie a diventare genitori. Non è affatto questione di soldi.

Si tratta unicamente del rendere felici delle persone che hanno un legittimo desiderio di genitorialità: vedere l'espressione di gioia sui loro volti la prima volta che ascoltano il battito cardiaco dei loro bambini tramite un'ecografia o il loro movimento nel grembo delle portatrici per poi stringerli per la prima volta tra le braccia dopo la nascita. È questo il motivo per cui lo facciamo.

Cosa risponderesti a chi ritiene non giusto che le donne partoriscano per altre o altri e che una coppia di persone omosesuali non abbia diritto alla genitorialità?

Dico soltanto che hanno bisogno di aprire le loro menti e i loro cuori. La Bibbia ci insegna ad amare i nostri simili a prescindere da chi sono o da chi amano. Sono stato educata a credere che se hai la capacità di aiutare qualcuno nel bisogno, allora hai l’obbligo morale di farlo. Se un individuo o coppia desidera avere una famiglia, nessuno è in diritto di giudicare. Personalmente mi sento benedetta da Dio per aver aiutato una coppia a diventare papà e renderla felice.

Cosa ne pensi di Ivan e Antonio come genitori?

Penso che Ivan e Antonio siano genitori meravigliosi. Certo, faranno errori proprio come tutti i nuovi genitori in ogni parte del mondo. Ma una cosa è certa: loro amano i loro figli e combatteranno sempre per loro.

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Si celebra oggi in alcune città italiane l’International Family Equality Day, promosso da Nelfa (Network of European Lgbti Families Associations) in ben 36 Paesi. In tale occasione Famiglie Arcobaleno organizza da dieci anni la Festa delle Famiglie all’insegna dell’inclusione e della condivisione a 360 gradi.

Per sapere di più sulle origini di tale evento, sul cammino percorso in questi anni dalle coppie omogenitoriali e sulle prospettive future, Gaynews ha intervistato Giuseppina La Delfa, fondatrice ed ex presidente di Famiglie Arcobaleno.

Decima edizione della Festa delle Famiglie. Quanto è cambiata rispetto agli inizi?

La Festa delle Famiglie in Italia l’abbiamo iniziata nel 2009: volevamo fare qualcosa di diverso dal Pride. Volevamo essenzialmente incontrare le persone e stare insieme a loro in una giornata di festa. Oggi si è sviluppata in tutta Europa e anche in altre parti del mondo. Trovo questa manifestazione una evento bellissimo che, in qualunque luogo si realizzi, dà visibilità alle nostre famiglie.

Sono passati oltre dieci anni da quando insieme ad altri hai fondato Famiglie Arcobaleno. Cosa a tuo parere la caratterizza oggi di più rispetto a ieri?

Oggi, quello che abbiamo in più per l’Italia è sicuramente notevole di quanto solo ieri una lesbica o un gay potevano immaginare. Vivere ad esempio in coppia anche con dei figli per un futuro insieme. Quando abbiamo iniziato eravamo solo dei pionieri e abbiamo costruito molto. Ma ci sono voluti anni perché questo diventasse qualcosa di concreto. Non è la norma ma per me è comunque un risultato perché offre a molti la possibilità di scegliere la vita che si vuole realizzare.

Come Famiglie Arcobaleno abbiamo acquisito più forza, perché siamo più numerosi e meglio organizzati. Abbiamo sviluppato delle strategie condivise, ci sono sempre più persone pronte a mettersi in gioco e, dunque, più testimonianze, più storie raccontate apertamente, più presenza sul territorio. E tutto questo crea una rete ricca e incisiva.

Quale pensi sia il vero valore aggiunto delle famiglie arcobaleno in una società eteronormata?

Credo che il loro valore aggiunto sia proprio quello di far mutare ciò che tutti danno per scontato. O almeno davano per scontato fino a pochi anni fa, perché fortunatamente le cose cambiano. Ogni uomo e ogni donna, si diceva, hanno un ruolo da ricoprire basato su una presunta naturalità: alla donna compiti di cura e all’uomo quello del lavoro.

Il fatto che due persone dello stesso sesso crescano dei figli e lo faccianoo benissimo –  comunque non peggio delle coppie eterosessuali – dimostra semplicemente che tutti questi ruoli prestabiliti sono solo il prodotto di una cultura eteronormata. E sappiamo che esprimono una società tipicamente patriarcale Ovviamente questi ruoli non si modificheranno presto. Ma avremo sempre più persone con capacità, ruoli e abilità che cresceranno liberi da tali ruoli e stereotipi di genere.

Dopo le ultime elezioni quali sono a tuo parere i pericoli maggiori per le persone Lgbt e, in particolare, per le famiglie arcobaleno?

Se non erro, abbiamo da subito sentito proferire minacce da parte del centrodestra, la coalizione vincente così come il M5s è risultato il primo partito. A mio parere si tratta soltanto di minacce non attuabili. Come quelle, ad esempio, di eliminare le unioni civili o rendere reato universale la Gpa. Penso che dobbiamo continuare a pretendere diritti, rispetto e non discriminazione. E penso che dobbiamo chiederlo a tutti quelli che abbiamo di fronte.

Dobbiamo continuare a vivere in modo visibile E chiedere appoggio ai nostri amici, familiari e  a tutte le persone che condividono le battaglie di civiltà in cui da anni siamo impegnati. Non siamo più soli e la destra, anche se ha vinto, non è tutta l’Italia e non è tutta l’Europa. Dunque voglio essere fiduciosa e sperare che le cose, se non miglioreranno, almeno rimarranno per come sono.

Nelle ultime settimane in alcuni Comuni sono stati trascritti atti di nascita esteri di figlie di coppie omogenitoriali con l’indicazione dei due papà o delle due mamme. Quali emozioni hai provato a tali notizie?

Queste trascrizioni mi hanno riempito di gioia e di soddisfazione perché è l’unica via al momento possibile per i nostri figli nati grazie alla procreazione medicalmente assistita. Ho sempre trovato difficile dover pensare di adottare quelli che sono già i nostri figli fin dal concepimento. C’è una discriminazione lampante verso di noi e i nostri figli. Da quando la legge 40 è stata disgregata dalle associazioni di coppie etero sterili che hanno preteso, giustamente, di poter accedere all’eterologa in Italia, per noi si è rafforzata la giusta rivendicazione di poter riconoscere alla nascita i nostri figli.

I politici possono blaterare finché vogliono ma questa è la realtà in tanti Paesi come la Spagna, il Portogallo, il Belgio, il Regno Unito ed altri ancora. Primo poi lo sarà anche in Italia e nessuno potrà opporsi, perché è l’unica cosa giusta per tutelare le nostre famiglie e i nostri ragazzi. Sono felice che molti sindaci, come la sindaca Appendino, abbiano aperto la strada e che tanti li stiano seguendo.

Un giorno saremo un Paese nel quale la Gpa sarà considerata solo un atto d'amore?

Io penso di sì. Non so quando accadrà. Ma sicuramente succederà. Il punto ora è che dobbiamo crescere ancora come persone Lgbti e come popolo arcobaleno. Spogliandoci, sempre di più di tanti miti che abbiamo, ancora, sulla maternità.  Ho avuto la fortuna di conoscere alcune delle donne che hanno portato in grembo figli per altri. Mi hanno dato una grande forza e la ferma convinzione che quanto fanno è prima di tutto un atto d’amore verso l’altro che non può essere genitore senza il loro sostegno.

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Ulteriore emorragia per ArciLesbica Nazionale, che perde oggi – dopo PerugiaUdine, Treviso, Bergamo e Bologna -, il circolo napoletano Le Maree.

La decisione della disaffiliazione è stata presa il 14 aprile nel corso di un’Assemblea straordinaria e resa nota con un post su Fb.

«Siamo orgogliose – si legge in esso - di annunciare che oggi diventiamo l’APS Le Maree Napoli.

Fiere della nostra storia, iniziata 21 anni fa, cominciamo un nuovo capitolo rinnovando l’impegno di portare avanti tutte le nostre battaglie, all’insegna della democraticità, del rispetto e della pluralità che ci hanno sempre contraddistinto».

Parole, quest’ultime, che spiegano fin troppo inequivocabilmente il motivo della disaffiliazione e rimandano alle polemiche scatenatesi in seno ad ArciLesbica Nazionale a seguito della mozione congressuale A mali estremi, lesbiche estreme.

La decisione del direttivo de Le Maree è stata definita un atto coraggioso da Antonello Sannino, presidente di Arcigay Napoli, che ha dichiarato: «Per noi non cambierà di concreto nulla. Non si può modificare la storia e Le Maree sono la storia del movimento Lgbt napoletano e nazionale. Non si possono modificare le lotte: continueremo a condividere gli spazi della nostra sede storica in Vico San Geronimo.

Continueremo a confrontarci, a lottare, a vincere e a resistere. Grazie al gruppo dirigente del circolo napoletano de Le Maree per il coraggio, la chiarezza, la determinazione e la coerenza».

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