Sulla questione patrocinio/logo del Governo al Congresso mondiale delle Famiglie ha fatto finalmente chiarezza, una volte per tutte, il presidente del Consiglio dei ministri Giuseppe Conte.

Con un lungo post Fb, pubblicato nella tarda serata di ieri a Bruxelles (dove si trova per partecipare al Consiglio europeo), il premier ha affermato categoricamente: «È importante chiarire che alla mia attenzione e a quella dei miei uffici non è mai giunta alcuna richiesta di patrocinio da parte degli organizzatori dell’evento e che il patrocinio è stato concesso dal Ministro per la famiglia e la disabilità, Lorenzo Fontana, di sua iniziativa, nell’ambito delle sue proprie prerogative, senza il mio personale coinvolgimento né quello collegiale del Governo.

All’esito di un’approfondita istruttoria e dopo un’attenta valutazione dei molteplici profili coinvolti, ho comunicato al Ministro Fontana la opportunità che il riferimento alla Presidenza del Consiglio sia eliminato e gli ho rappresentato le ragioni di questa scelta».

A restare, dunque, sarà esclusivamente il patrocinio del «Ministero della Famiglia e ovviamente ciascun esponente del Governo sarà libero di partecipare all’evento, esprimendo le proprie convinzioni sui vari temi che saranno oggetto di discussione». 

L’opacità procedurale, con cui è stata condotta la questione del patrocinio/logo al Wcf, ha spinto il presidente del Consiglio, anche «al fine di eliminare i dubbi interpretativi che sono sorti e che riguardano le procedure di concessione del patrocinio della Presidenza del Consiglio», di incaricare il «Segretario Generale di adottare una nuova circolare, più perspicua di quella attuale».

Immediata la replica del ministro Fontana, che, incassando il colpo, ha replicato piccato: «Esattamente come annunciato mercoledì in aula alla Camera, rimane il patrocinio da parte del Ministero della Famiglia. Per quanto riguarda il logo e il suo utilizzo, essi fanno capo ad un altro Dipartimento, e quindi la concessione o il ritiro non sono di mia competenza». 

Malcelato disappunto è stato invece dimostrato da Toni Brandi e Jacopo Coghe, rispettivamente presidente e vicepresidente del Wcf, che, consapevoli dell’imminente cancellazione del logo della presidenza del Consiglio dei ministri, hanno dichiarato: «La questione del loghetto non ci ha mai intrigato più di tanto, conta la sostanza. Conte ha riconosciuto il valore della famiglia fondata sul matrimonio esattamente in linea con il nostro pensiero e ha distinto le altre forme di convivenza basate su natura affettiva come le unioni civili. Quel che ci interessa è che rimanga il patrocinio del Ministro della Famiglia Fontana».

Parole che suonano invece quale segno di cocente sconfitta da parte di chi, fino a ieri sera, di quel logo e di quel patrocinio aveva un interesse tutt’altro che nullo.

Poco prima della mezzanotte Jacopo Coghe ha scritto su Fb un post dal titolo Il Grande Bluff, dove, dimentico dell’importanza precedentemente data alla questione, ha affermato: «Il patrocinio resta, granitico l'appoggio del Ministro Lorenzo Fontana al Congresso mondiale delle Famiglie. Il Presidente Conte ha solamente chiesto di levare il riferimento della presidenza del Consiglio dei Ministri, parliamo di estetica e non di contenuto.

Leggo comunicati stampa di associazioni femministe e Lgbt arrabbiate per quello che hanno capito essere solo un'operazione di maquillage per provare a tenerle buone».

Operazione di fondamentale importanza e non di cosmesi linguistica è al contrario apparsa a tante associazioni e attivisti/e. A partire da Yuri Guaiana, promotore di una petizione per la revoca dei patrocini istituzionali su All Out (che ha superato le 113.000 firme ma che dovrebbe conseguirne, entro il fine settimana, altre 50.000), che ha preso atto con soddisfazione delle parole sostanziali di Conte, auspicando al contempo la celere cancellazione del logo del Governo dal sito del World Congress of Families.

«Continuiamo dunque nella nostra raccolta firme – ha dichiarato a Berlino – anche perché desideriamo che seguano la decisone del premier anche la Regione Veneto e la Provincia di Verona, revocando il loro patrocinio». 

Un risultato, dunque, da ascriversi soprattutto al tenace lavoro di attivisti e attiviste, il cui impegno ha fatto sì che gli elementi controversi del Wcf rimbalzassero alla pubblica attenzione. Un risultato da ascriversi anche a componenti tanto dell’opposizione parlamentare (a partire da Monica Cirinnà, Laura Boldrini e Alessandro Zan) quanto del M5s, che hanno moltiplicato i loro interventi nei riguardi dell’assise veronese. Un risultato da ascriversi, non da ultimo, anche a Vincenzo Spadafora, sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri con delega alle Pari Opportunità e ai Giovani, che, non a caso, è stato implicitamente oggetto di critiche, l’altro ieri, da parte del ministro Fontana.

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Sarà revocato ogni utilizzo del logo della Presidenza del Consiglio dei ministri per il Congresso mondiale delle Famiglie, che si terrà a Verona dal 29 marzo al 31 marzo. È quanto si apprende da fonti di Palazzo Chigi.

Nei giorni scorsi il premier Giuseppe Conte aveva preso le distanze dall'iniziativa che, promossa da Family Day, Generazione Famiglia e ProVita con l'appoggio  dei ministri Marco Bussetti (Istruzione), Lorenzo Fontana (Famiglia e Disabilità), Matteo Salvini (Interno), risultava formalmente patrocinata dal Governo con tanto di logo.

«Si tratta di una iniziativa autonoma del ministro per la Famiglia Lorenzo Fontana - era scritto in una nota di Palazzo Chigi -, attraverso procedure interne agli uffici e che non hanno coinvolto direttamente la Presidenza del Consiglio».

Ciò aveva spinto la senatrice Monica Cirinnà a presentare, il 7 marzo, una specifica mozione (cofirmata da 58 senatori) al riguardo, mentre All Out aveva lanciato, il giorno prima, due campagne contro il patrocinio. 

Ora si apprende che sarà revocato anche l'uso del logo della Presidenza del Consiglio dei ministri dal materiale informativo e cartellonistica del Congresso di Verona.

Il primo a esprimersi al riguardo è stato Nicola Fratoianni, segretario nazionale di Sinistra Italiana e deputato di LeU, che ha dichiarato: «Se confermata la notizia che Palazzo Chigi oltre al patrocinio revocherà pure l'uso del logo ufficiale del Governo italiano, utilizzati dal cosiddetto Congresso Mondiale delle Famiglie che si svolgerà a Verona, è una buona cosa.

È quello che abbiamo chiesto pubblicamente e in varie interrogazioni parlamentari delle ultime settimane. Nessun riconoscimento, nessuno spazio a chi vuole riportare la condizione delle donne del nostro Paese al Medioevo».

Soddisfazione anche da parte della senatrice Monica Cirinnà che, pur attendendo una conferma ufficiale da Palazzo Chigi, ha dichiarato: «La parte più libera e laica del Paese non potrebbe che sentirsi sollevata. Vedere accomunato il logo del Governo su una locandina con tanti volti e nomi di persone note nel mondo per le loro politiche discriminatorie è un'offesa alla laicità dello Stato e alla nostra Costituzione.

La mozione presentata in Senato, a mia prima firma, era dunque fondata, oltre che ampiamente condivisa: il patrocinio del Governo avrebbe garantito alibi e coperture a tali posizioni retrograde. Se alcuni ministri si sentono vicini a tali posizioni oscurantiste e liberticide, è giusto che se ne prendano la responsabilità e partecipino a titolo personale. Sono certa che questo giusto atto di Palazzo Chigi contribuirà a svelenire il clima e a consentire uno svolgimento tranquillo delle contromanifestazioni, già indette il 30 marzo a Verona».

Ha fatto loro eco, in area associativa, Marilena Grassadonia, presidente di Famiglie Arcobaleno, che con Sebastiano Secci, presidente del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli, e Leonardo Monaco, segretario di Certi Diritti, s'era fatta portavoce, già in gennaio, della necessità d'una tale revoca presso Vincenzo Spadafora.

«Se sarà confermata, la notizia della revoca dell'utilizzo del logo della Presidenza del consiglio dei ministri per il Congresso mondiale delle famiglie che si terrà a Verona dal 29 al 31 marzo, è una vittoria delle associazioni e di chi, nella società civile e nella politica, si è attivato in queste settimane per contrastare un'iniziativa scandalosa e vergognosa - così in una nota Grassadonia -. Dietro l'asettica dicitura “Congresso mondiale delle famiglie” si nasconde una inquietante Internazionale del peggio della misoginia e dell'omofobia della galassia dell'ultradestra europea, asiatica e americana.

Per questo come Famiglie Arcobaleno, insieme ad altre associazioni, avevamo chiesto formalmente il ritiro del patrocinio e di ogni appoggio da parte del Governo durante l'ultimo incontro con il sottosegretario Spadafora.

Allo stesso modo ringraziamo i tanti e le tante parlamentari che hanno preso posizione e, in primo luogo, la senatrice Monica Cirinnà, promotrice di una mozione in Parlamento che chiedeva il ritiro del patrocinio e che ha ottenuto appunto consensi trasversali. Adesso tutte e tutti a Verona, il prossimo 29-31 marzo, per dimostrare che l'Italia non è Dio, patria e famiglia, ma un Paese inclusivo e accogliente, dove i diritti dei migranti, delle donne, delle minoranze, il valore dell'autodeterminazione sono un patrimonio che sta alle fondamenta della convivenza civile, come per altro prescrive la Costituzione».

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Non si placano le polemiche sul patrocinio della presidenza del Consiglio dei ministri al World Congress of Families, che si terrà a Verona dal 29 al 31 marzo e che vedrà la partecipazione, nella veste di relatori, dei ministri Marco Bussetti (Istruzione), Lorenzo Fontana (Famiglia e Disabilità) e Matteo Salvini (Interno). 

Tanto più che detto patrocinio è stato pubblicamente smentito dal premier Giuseppe Conte alcuni giorni addietro, eppure «ad oggi sul sito del WCF così come sul materiale informativo relativo al congresso continua a comparire il logo della Presidenza del Consiglio dei Ministri, seppure con la dicitura Ministro per la Famiglia e le Disabilità».

Rilievo, quest’ultimo, messo in luce dalla senatrice Monica Cirinnà, prima firmataria di una mozione, che, depositata nella giornata di oggi, «impegna il Governo a revocare ogni forma di patrocinio al World Congress of Families, che si svolgerà a Verona il 29, 30 e 31 marzo 2019; a porre in essere politiche di contrasto all’omotransfobia, con strumenti culturali e specificamente giuridici; a sostenere attivamente la condizione femminile, in particolare attraverso una tutela adeguata delle lavoratrici madri e la salvaguardia del modello italiano di diritto di famiglia, solidamente basato – come impone la Costituzione – sull’eguaglianza morale e giuridica tra i coniugi».

La mozione è stata cofirmata non solo da tutti i restanti senatori del Pd (51) a partire dal capogruppo Andrea Marcucci ma anche dagli omologhi di Leu (Pietro Grasso, Laura Boldrini, Loredana De Petris, Vasco Errani), Psi (Pietro Nencini), Gruppo Per le Autonomie (Gianclaudio Bressa), +Europa (Emma Bonino), M5s (Paola Nugnes).

Il World Congress of Families, che gode, fra gli altri, anche del patrocinio della Regione Veneto e della Provincia di Verona, è stato segnalato con la dicitura di gruppo istigatore all’odio da organismi internazionali quali Southern Poverty Law Center (SPLC) e Human Rights Campaign. Il motivo? È indicato ampiamemte nel testo della stessa mozione, in cui si legge: «Tra gli obiettivi del WCF - non rientra soltanto la difesa della “famiglia naturale”, ma anche la promozione di una concezione delle relazioni familiari basate sulla subordinazione della donna all’uomo e su una decisa compressione dell’autodeterminazione femminile, ad esempio per ciò che riguarda la conciliazione tra vita familiare e lavoro».

Inoltre, «come ampiamente riportato dagli organi di stampa, tra i soggetti organizzatori del WCF figurano associazioni e gruppi – anche stranieri – che si distinguono per un messaggio gravemente omofobo e di sostegno a leggi liberticide e miranti alla repressione penale dell’omosessualità, oltre che alla limitazione dell’autodeterminazione in materia affettiva e familiare;

secondo il programma ufficiale dell’evento, al congresso interverranno alcune personalità di spicco dell’antiabortismo e dei sostenitori della famiglia tradizionale come il russo Dmitri Smirnov, presidente della Commissione patriarcale per la famiglia e la maternità che ha lo scopo di influenzare il parlamento russo, la Duma, e di aiutare il presidente russo Vladimir Putin a sviluppare politiche in linea con le indicazioni della chiesa ortodossa; la ministra per la famiglia del governo ungherese, Katalin Novak e il presidente moldavo Igor Dodon, che ha spesso espresso posizioni omofobe;

all’evento interverranno inoltre anche Theresa Okafor, un’attivista nigeriana che nel 2014 ha proposto una legge che criminalizza le unioni tra persone dello stesso sesso, e Lucy Akello, Ministro ombra per lo sviluppo sociale in Uganda, che nel 2017 ha presentato al parlamento ugandese una legge contro le coppie omosessuali, già proposta nel 2014, che prevedeva originariamente la pena di morte per “omosessualità aggravata”».

Nella giornata d’ieri, inoltre, All Out (con l’adesione di Agedo, Arci, Arcigay, Associazione Radicale Certi Diritti, Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, Famiglie Arcobaleno - Associazione genitori omosessuali, Gaynet, IPPFEN, Rebel Network, Rete Lenford - Avvocatura per i diritti LGBTI, Uaar, Ufficio Nuovi Diritti CGIL Nazionale) ha lanciato, grazie al fattivo impegno di Yuri Guaiana, una campagna per «mostrare ciò che il Congresso Mondiale delle Famiglie sostiene in realtà e una raccolta firme «per dire al Governo italiano e a tutte le altre Istituzioni di non sostenere questo evento e di ritirare tutti i patrocini al Congresso Mondiale delle Famiglie».

La mozione ha suscitato le prevedibili reazioni di ProVita e Generazione Famiglia, co-organizzatori del Congresso di Verona col Comitato Difendiamo i nostri figli (presieduto da Massimo Gandolfini). I rispettivi presidenti Toni Brandi e Jacopo Coghe (i quali ricoprono le cariche di presidente e vicepresidente dell'edizione veronese del World Congress of Families) hanno diramato una nota, in cui, eludendo i rilievi circostanziati della mozione, hanno assunto toni vittimali.

«Ci mancava – si legge nel comunicato congiunto - la mozione per il ritiro di tutti i patrocini al Congresso Mondiale delle Famiglie. Monica Cirinnà e Andrea Marcucci insieme a tutti i senatori Pd evidentemente non hanno molto da fare in Parlamento se dedicano tanto tempo a noi. Odiare le famiglie che chiedono sostegni e aiuti è il loro sport preferito. Si tratta di un vero e proprio famiglicidio quotidiano.

Non ci stupiscono poi gli altri firmatari eccellenti che vorrebbero zittire le famiglie e quanti di adopereranno per metterle al centro del dibattito politico tra cui spiccano i nomi di Emma Bonino, Pietro Grasso e Loredana De Petris.

Fa sorridere poi il richiamo di Cirinnà & Co all'importanza delle voci plurali. La censura che vorrebbero mettere in atto è davvero tutto meno che un esempio di rispetto del dettame costituzionale, la Repubblica infatti riconosce diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Quanto alla regressione politica e culturale, cara Monica, è contenuta tutta nel fango e nelle fake news del 'bullismo interattivo Lgbt' che stiamo subendo per il semplice fatto di organizzare una tre giorni sulla bellezza della famiglia».

Una tre giorni sulla bellezza della famiglia, in ogni caso, alla quale non interverrà come relatore - fatta eccezione del 75enne patriarca siro-cattolico Ignazio Giuseppe III - alcuna figura dell’episcopato cattolico né, tanto meno, del Collegio cardinalizio.

Su una tale bellezza familiare apporteranno invece la loro testimonianza, ad esempio, la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni (mai coniugata con Andrea Giambruno, da cui ha avuto la piccola Ginevra nel 2016) o il ministro dell’Interno Matteo Salvini (che dopo il divorzio dalla moglie Fabrizia Ieluzzi – da cui è nato Federico nel 2003 – ha avuto prima una relazione con Giulia Martinelli – da cui è nata Mirta nel 2012 – e, poi, con Elisa Isoardi, conclusasi nel dicembre 2018).

Guarda il Video promozionale del WCF di Verona

 

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Con un post pubblicato in tarda mattinata sulla propria pagina Facebook, Russian Lgbt Network ha annunciato di aver avviato il trasferimento delle «persone sopravvissute alla nuova ondata di persecuzione omofoba in Cecenia».

Come precisato dalla stessa ong, presieduta da Igor Kochetkov, le vittime superstiti alla repressione «confermano il carattere su larga scala della persecuzione. Testimoniano anche che la persecuzione era già iniziata all'inizio di dicembre 2018 e che le persone sono trattenute negli uffici di polizia non solo ad Argun, ma anche a Grozny».

Sulla nuova purga anti-Lgbt le autorità cecene continuano ad avere un atteggiamento negazionistico e a puntare il dito contro l’Occidente.

La scorsa settimana il ministro dell'Informazione Dzhambulat Umarov ha infatti liquidato come falsa la notiza che le forze dell'ordine cecene avessero detenuto illegalmente una quarantina di persone omosessuali, uccidendone almeno due.

«È una totale fesseria», così in un’intervista video a Kavkaz Realii, cui ha anche dichiarato: «Non seminate i semi della sodomia nella benedetta terra del Caucaso. Non cresceranno come nella pervertita Europa. Lasciate in pace la Repubblica cecena».

Dall’Italia continua invece il pressing sul governo, perché intervenga sull’omologo russo. In prima linea, sin dall’inizio, Certi Diritti, il cui presidente Yuri Guaiana si è fatto promotore, come responsabiwl delle campagne di All Out, di un appello al presidente del Consiglio Giuseppe Conte e ai leader mondiali, riuniti da oggi presso il Forum economico mondiale di Davos, perché «denuncino pubblicamente queste atrocità e chiedano alle autorità russe di assicurare i responsabili alla giustizia».

La settimana scorsa, invece, dopo la specifica interrogazione parlamentare, che ha visto Alessandro Zan quale primo firmatario, è stata presentata dal deputato dem Ivan Scalfarotto un’interpellanza parlamentare al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale Enzo Moavero Milanesi.

Interpellanza, che cofirmata da ben altri 30 parlamentari del Pd, è volta a chiedere «Se il ministro interpellato sia a conoscenza dei fatti descritti nella premessa e quali siano le sue valutazioni sull’argomento;

Quali iniziative, per quanto di competenza, intenda mettere in campo - e in quali tempi - perché cessino gli arresti illegali e le violenze e per ristabilire le garanzie dei diritti umani nei confronti delle persone Lgbt che vivono in Cecenia;

Quali iniziative intenda intraprendere, anche nei confronti del Governo della Federazione Russa, per poter ottenere informazioni e rassicurazioni sulla gravissima situazione in cui versano la comunità Lgbt e, più in generale, i diritti umani in quel Paese;

Quali iniziative intenda intraprendere, anche nei confronti del Governo della Federazione Russa, perché cessino senza ritardo le violazioni della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (Cedu), avuto particolare riguardo ai temi della discriminazione e della violenza di cui sono fatte oggetto le persone sulla base dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere;

Quali iniziative intenda intraprendere in sede di Unione Europea affinché l’Unione si faccia parte attiva per ristabilire la piena tutela dei diritti dei cittadini e delle cittadine omosessuali nella Repubblica di Cecenia».

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L’11 ottobre, Giornata mondiale del Coming Out, Polis Aperta ha lanciato la campagna Se non mi nascondo lavoro meglio #identitàindivisa

Un’iniziativa che ha subito attirato l’attenzione dei media non solo per la caratteristica in sé dell’associazione proponente (ne sono infatti componenti le persone Lgbti che appartengono alle forze armate e alle forze dell’ordine) ma anche per quella che è stata subito definita quale censura del Viminale

Il ministero dell’Interno, come denunciato su Facebook dai vertici di Polis Aperta, ha negato l’autorizzazione all’utilizzo di due foto di agenti omosessuali della Polizia di Stato per la campagna social. Da qui il rilievo dell’associazione: «Dispiace sottolineare come ancora una volta si neghi l’utilizzo di foto innocue e rispettose della Polizia di Stato, senza peraltro motivazione alcuna, che rilancino messaggi di inclusività e rispetto delle persone Lgbti appartenenti alla P. di S., nonché un messaggio di reale apertura alla collettività, in particolare modo della comunità Lgbti».

La vicenda ha spinto il deputato Ivan Scalfarotto (Pd) a presentare, il 15 ottobre, nel corso della seduta 63 della Camera un’interrogazione al presidente del Consiglio Giuseppe Conte e al ministro dell’Interno Matteo Salvini

Interrogazione che, cofirmata dagli omologhi di partito Zan, Bruno Bossio, Fiano, Miceli, Mor, Mura, Moretto, Lacarra, Rossi, Schirò, Prestipino, Cenni, è volta a sapere «se il Governo non ritenga assolutamente necessario fare chiarezza in merito alle motivazioni che sono alla base del divieto dell'utilizzo, richiesto dall'associazione, delle immagini e se non ritenga che ciò possa configurare un comportamento discriminatorio nei confronti della comunità Lgbt, discriminazione che, ad avviso degli interroganti, potrebbe contribuire ad alimentare il fenomeno del cosiddetto under reporting, vale a dire della tendenza delle persone vittime di aggressioni omofobiche a non denunciare la violenza subita».

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Contattato da Gaynews per conoscere più approfonditamente le motivazioni sottese all’interrogazione parlamentare, l’onorevole Scalfarotto ha dichiarato: «Non stupisce che nel ministero di cui è titolare Salvini oltre al razzismo si faccia strada anche l'omofobia, che è un'altra faccia della discriminazione. 

In tutto il mondo occidentale è un dato acquisito che ci siano persone Lgbti nelle forze dell'ordine e nelle forze armate. Persone che servono il proprio Paese con la stessa abnegazione, la stessa professionalità e lo stesso sacrificio personale dei propri colleghi.

Provare a cancellare la loro esistenza è la formula più subdola, ma non per questo meno violenta, di negare la loro dignità e provare a creare intorno a loro un clima di intimidazione e di paura. Sono sicuro che agli uomini e alle donne di Polis Aperta non mancherà la determinazione per continuare la propria battaglia.

Ma nel frattempo, come opposizione, intendiamo inchiodare il governo alle sue responsabilità e chiedergli di dare una giustificazione a un gesto tanto odioso».

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Look insolito per la senatrice dem Monica Cirinnà che si è presentata a Palazzo Madama, dove in serata si voterà la fiducia al governo Conte. La madrina della legge sulle unioni civili ha insossato una t-shirt rosa di Famiglie arcobaleno - Associazione genitori omosessuali in risposta alle polemiche suscitate nei giorni scorsi dalle parole del neoministro della Famiglia e Disabilità Lorenzo Fontana.

È stata la stessa senatrice a darne notizia via Twitter:

Plauso da parte di Marilena Grassadonia, presidente di Famiglie Arcobaleno, che in un  post su Facebook ha scritto: «Oggi le Famiglie Arcobaleno hanno in Senato una testimone speciale. 

Grazie di cuore a Monica Cirinnà che nel giorno in cui il governo chiede la fiducia, ha voluto portare con sé tutte le nostre famiglie. Le Famiglie Arcobaleno sono nel presente e nel futuro di questo paese, nelle scuole, nelle piazze... e anche in Parlamento. Avanti con dignità e orgoglio, sempre! mai piu #figlisenzadiritti».

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Lorenzo Fontana non ha fatto in tempo a giurare quale ministro della Famiglia che ha già esplicitato il suo pensiero sull’ambito di competenza di tale dicastero.

Facendo il verso alle dichiarazioni di Salvini, il vicesindaco di Verona ha oggi dichiarato a Il Corriere della Sera: «Voglio intervenire per potenziare i consultori così di cercare di dissuadere le donne ad abortire. Sono cattolico, non lo nascondo. Ed è per questo che credo e dico anche che la famiglia sia quella naturale, dove un bambino deve avere una mamma e un papà».

Pur assicurando che «quando verranno presi provvedimenti in favore dell'infanzia, saranno estesi a tutti i bambini, indistintamente e indipendentemente dai genitori», ha affermato poi lapidariamente: «Perché esistono le famiglie arcobaleno? Per la legge non esistono in questo momento».

Nessuna sorpresa, invero, da chi, contiguo a ProVita, CitizenGo (sul suo sito campeggia la foto del Bus No-Gender), ai gandolfiniani del Family Day e alla galassia dei gruppi tradizionalisti cattolici (le sue nozze sono state benedette secondo il rito tridentino da don Vilmar Pavesi, sacerdote della Fraternità San Pietro, noto per aver scagliato anni fa un pubblico anatema in Sardegna augurando ai figli dei nemici del parroco di Gesico di rimanere orfani e alle loro mogli di diventare vedove), è noto per le sue dichiarazioni passate sui gay: «La famiglia naturale è sotto attacco. Vogliono dominarci e cancellare il nostro popolo».

Salvini prende le distanze

Tra i primi a plaudire alle affermazioni di Fontana sulle famiglie arcobaleno Giancarlo Cerrelli, segretario nazionale del comitato Sì alla famiglia, con un tweet.

Ma, a fronte delle lodi sperticate da parti tanto di cattoreazionari quanto di politici come Gasparri e Meloni, è montata sin dal mattino una tale polemica da spingere Matteo Salvini a prendere le distanze affermando che, pur essendo libero ognuno d’avere le sue idee, quelle di Fontana «non sono priorità e non sono nel contratto di governo. Unioni civili e aborto non sono leggi in discussione».

Affermazioni rilanciate in serata a Vicenza, dove ha dichiarato: «Non ho nessuna intenzione di rivedere leggi del passato come l'aborto e le unioni civili: da papà sono convinto che i figli devono avere un papà e una mamma ma la questione delle famiglie non è all'ordine del giorno di questo governo, ci hanno votato per avere meno immigrati e più sicurezza». Tanto che lo stesso Fontana, intorno alle 18:30, è stato costretto a esprimersi ribadendo le parole di Salvini e schernendosi in nome di presunte strumentalizzazioni delle sue parole.

Polemiche a catena: il j'accuse delle associazioni

Tra i primi a contestare Fontana in mattinata il gruppo Dems Arcobaleno che in un post ha affermato: «Invitiamo il ministro a farsi un giro nel Paese reale, uscendo per un attimo dalla sua isola reazionaria, ma soprattutto a un rapido ripasso della legge n. 76/2016 - che definisce l’unione civile in termini di “famiglia” e non esclude la presenza di figli - dei principi costituzionali sulla pluralità dei modelli familiari, della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, della Corte di Cassazione, delle Corti di merito che ampiamente riconoscono il valore della vita familiare omosessuale».

Marilena Grassadonia, presidente di Famiglie Arcobaleno, si è chiesta: «Come fa un ministro della Repubblica ad affermare che noi e i nostri figli non esistiamo, quando non solo i nostri bambini sono perfettamente inseriti nella società, nella scuola, tra i loro coetanei, ma decine di sentenze della Corte Costituzionale, della Cassazione e sempre più comuni che riconoscono i nostri figli alla nascita, certificano che noi esistiamo a tutti gli effetti, anche giuridicamente, per lo Stato italiano?».

Sebastiano Secci, portavoce del Roma Pride, ha risposto in questo modo al ministro: «Sabato 9 giugno vedrà che le nostre famiglie esistono e quanto sono numerose, belle allegre e chiassose, rivendicheremo i nostri diritti ancora con più insistenza di prima».

Se per Gabriele Piazzoni, segretario nazionale di Arcigay, è necessario che il presidente del Consiglio assegni al più presto «la delega alle Pari Opportunità, investa sulle politiche dell'uguaglianza, risolva le diseguaglianze e le discriminazioni», dal comitato La Gioconda di Reggio Emilia è stato lanciato un appello quanto mai incisivo e significativo che correla giustamente le istanze xenofobe di Salvini con quelle naturalfamilistiche di Fontana.

«È necessario sfruttare politicamente – così nella parte finale il presidente Alberto Nicolini - i cortei e i palchi dei pride, e dobbiamo parlare chiaramente alle persone che sono pronte a ascoltarci e a lottare con noi. Non per dire che siamo delusi e arrabbiati, ma per dire che noi ci siamo, che non ci fermiamo, che siamo rifugio e luogo di azione vera. Ora che la Lega governa, dobbiamo creare gruppi di incontro e supporto migranti in tutto il paese. Dobbiamo far sapere che siamo casa per le famiglie arcobaleno, per le vittime di bullismo.

Dobbiamo accelerare, e dobbiamo farlo ora. La nostra associazione deve cambiare passo, diventare davvero L; G; B; T; I; e non solo G. Deve parlare con voce chiara, e agire con coraggio».

Per Enrico Oliari, fondatore e presidente di GayLib, «il nuovo governo deve fare molta attenzione a non fare scivoloni sui diritti civili delle coppie gay e lesbiche. Siamo già arrivati una volta alla Corte europea dei diritti dell'uomo che con la sentenza che porta il mio nome ha condannato l'Italia appena tre anni fa. È  chiaro che di fronte a ulteriori violazioni si arriverebbe a nuove condanne che sottolinerebbero quello che in realtà le associazioni gbt continuano a sostenere da sempre: la pur ottima legge Cirinnà sulle unioni civili tra persone dello stesso sesso manca di una reale e definitiva parificazione in termini legislativi, lacuna dentro cui rigurgiti di omofobia trovano un apparentemente facile appiglio».

La condanna della poltica: le voci forti di Alessandro Zan e Monica Cirinnà

Non sono mancate parole dure di condanna da parte di esponenti della classe politica. Da Morani a Orfini, da Serracchiani a Bersani, da Fratoianni a Boldrini fino al sindaco di Milano Giuseppe Sala (per citarne alcuni) è stato un coro unanime di proteste contro le dichiarazioni di Fontana.

Tra queste sono da segnalare quelle del deputato Alessandro Zan, già dirigente di Arcigay e fondatore del Padova Pride Village, che ha dichiarato: «Fontana inizia il suo lavoro al servizio del Paese negando la realtà. In 12 ore da ministro ha già dimostrato non solo di essere totalmente inadeguato al ruolo, ignorando tutte le sfumature che compongo la nostra società, ma anche di essere irresponsabile e complice di una scia di odio crescente verso le persone Lgbt.

Fontana forse non si rende conto che con sparate come questa, dal ruolo di ministro, legittima e autorizza discriminazioni e violenze. È vergognoso che un ministro della Repubblica apra il mandato contro una parte di cittadine e cittadini, a cui la Costituzione riconosce diritti che lui tenta di negare. Fermi in fretta questo gioco pericolosissimo, o gli sfuggirà di mano».

Sulle dichiarazioni di Fontana si è espressa reiteratamente in giornata la senatrice Monica Cirinnà, che ha fra l’altro detto: «Negare l'esistenza di chi chiede diritti e riconoscimento equivale a voler oscurare dei cittadini, sileziarli, relegarli fuori dal dibattito politico e sociale. La legge 76/2016 ha finalmente, dopo 30 anni di attesa, riconosciuto diginità e uguaglianza alle coppie gay definendole come famiglia, riconoscendo giuridicamente la loro vita familiare non escludendo la presenza di figli.

La pluralità dei modelli familiari non è solo riconosciuta dalla legge 76 ma anche da consolidate giurisprudenze europee e della Corte di Cassazione. Il ministro ha giurato sulla Costituzione e non può disconoscerla nei suoi articoli 2 e 3 e deve assumersi la responsabilità di essere il ministro di tutti e non solo della sua parte politica».

Ma già ieri sera la madrina della legge sulle unioni civili aveva lanciato dal palco del Gay Village di Roma un appello al ministro Fontana, di cui si potevano presagire le dichiarazioni odierne.

Un silenzio, invece, assordante quello del M5s, rotto soltanto dopo le 19:00 dal laconico commento del senatore Nicola Morra: « Le leggi le fa il Parlamento e anche un ministro è tenuto a rispettare le leggi dello Stato. Lo stesso Salvini è intervenuto per porre argine a una dichiarazione non felicissima».

Conte, presago: «Lo terremo a bada»

Nessuna parola, invece, da parte del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il quale ha dato prova d’essere in ogni caso consapevole delle riserve che hanno accompagnato la nomina di Fontana al ministero della Famiglia sin dal suo annuncio.

Come raccontato da un giovane vivente a Roma, «mentre mangiavo un gelato in via del governo vecchio, ecco spuntare Giuseppe Conte. Mi sono subito avvivinato per fargli gli auguri e chiedergli una foto. Lui è stato gentile e disponibile.

Ne ho approfittato per palesargli i miei timori circa i provvedimenti del nuovo governo in tema di diritti civili. Lui è andato subito al cuore della questione: "Si riferisce al ministro Fontana?". Io: "Sì". Conte: "Non si preoccupi: lo terremo a bada!». Si starà a vedere.

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